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L’editoriale di Marco Travaglio Servizio Pubblico del 09/01/2014. Saccomanni #Saccodanni”

Fonte http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/01/09 attualità
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L’EDITORIALE DI MARCO TRAVAGLIO

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Natale a Panama (Marco Travaglio).

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Vista anche la tragica crisi dei cinepanettoni, abbiamo sperato fino all’ultimo che avesse ragione Ghedini (per una volta nella vita) quando ha giurato in ghedinese stretto che “non vi è stato alcun incontro (fra B. e le prostitute della scuderia Lavitola a Panama, ndr) e quindi non possono essere mai esistiti i pretesi video”. Poi, purtroppo, il preteso video ci è giunto in lingua originale spagnola con sottotitoli, pronto per le multisala Medusa. E, per dovere di cronaca, ci vediamo costretti a pubblicarne i dialoghi salienti. Il contesto è quello delle celebri missioni internazionali di B., con la consueta fibrillazione di ambasciatori, consoli e personale diplomatico costretti a reclutare in fretta e furia quelle che i gelidi verbali di procura qualificano burocraticamente come “ragazze mercenarie”. Feluche di lungo corso e analisti plurilaureati ridotti a dar fondo alle agendine per trovare un amico puttaniere che possieda gli indirizzi giusti per garantire al premier del Family Day un’adeguata accoglienza. Ricchi premi e promozioni a chi ci riusciva. Panama, Hotel Sheraton,interno notte.“Uè, ciche, davvero parlate solo spagnolo? Tranqui, sono poliglotta, ho frequentato una dominicana, o domenicana che dir si voglia (di ‘ste robe non capisco un’ostia). Ma no, mica era una suora: è la Marysthell Polanco, la mia consulente di politica internazionale con due tette così. Ah, non mi capite? Fa niente, capita anche a me quando Tremonti e Brunetta mi spiegano lo spread. Lo dico sempre in consiglio dei ministri quando parla l’Alfano: le chiacchiere fan solo perder tempo… Dunque, da chi cominciamo? Da te: cume l’è che te ciami? Carmencita? Come la macchinetta del caffè? Cribbio come sei negra. Da dove vieni, dal paese degli alligalli? Ma lo sai che sei più abbronzata dell’Obama? Una volta gli ho detto che la Michelle era più abbronzata di lui: non mi ha più invitato alla Casa Bianca, anzi alla Casa Negra: buona questa, ‘spetta che me la segno che gliela mando al Bagaglino… E voi quattro aspettatemi lì, che poi castigo anche voi. Se vi annoiate fate un fischio e il Valterino manda su il suo vice, il Frattini, che vi recita la poesia. Allora, com’è che funziona ‘sta vasca idromassaggio? L’è più cumplica’ della mia pompetta turbodiesel. Intanto mi spoglio. Come dici, negretta? Che da nudo sono bicolore e sembro un pinguino? Ma no, l’è il fard, me lo spalmano solo sulla faccia e le mani, sul resto c’è su il doppiopetto. Comunque tra un po’ sono tutto nero anch’io, qui con ‘st’acqua calda mi cola tutto e mi sciolgo. Così sono ancora più sexy”.
Intanto, nel soggiorno della suite, Dolores, Guadalupe, Imelda e Lola attendono rassegnate il loro turno, intrattenute dal ministro Frattini, che prova su di loro il suo discorso al parlamento panamense. Il premier irrompe nella stanza in accappatoio bianco: “Uè, Frat, ma così me le addormenti! Te ammosceresti pure il Rocco Siffredi. Vai, che adesso queste ciche le risveglio io. Dai su, ragazze, allegria! Forza Italia! Tu piccoletta come ti chiami? Dolores? Oddio, l’è un nome che porta sfiga. Ochei, questa la portiamo a Roma chè al partito c’è un sacco di bisognosi. Passiamo a te: Guadalupe hai detto che ti chiami? Va bene, vieni di là. E voi aspettatemi qua, intanto per tenervi sveglie vi metto su il dvd col filmino del mio ultimo bunga nella dacia di Putin. Racconto un sacco di barzellettine carine, tipo quella della mela che cambia gusto quando la giri. Come dici, Lola? Se sono davvero un uomo politico italiano? Certo, anzi sono il presidente del Consiglio. Ma sì, il capo del governo. Come sarebbe a dire ‘non è possibile!’? L’è tutto vero, ti dico. Certe volte non ci credo neanch’io, ma son quasi vent’anni che gli italiani ci cascano. Anzi, se volete c’ho un paio di posti liberi in lista per il Parlamento europeo. Come dite? ‘A noi chi ci vota’? Lasciate fare a me. La gente da noi vota chi dico io, mica siamo nel terzo mondo. Voi siete abituate a Panama, non potete capire. L’Italia l’è mica una repubblica delle banane”.

Articolo 18: Colpire i giudici per educare i lavoratori (Silvia Niccolai).

Articolo 18: Colpire i giudici per educare i lavoratori (Silvia Niccolai)..

PRECARI RIFORMA DEL LAVORO COL TRUCCO

Redazione
Continua questa manovra economica arruffata la riforma lavorativa secondo Monti avrebbe dovuta essere elaborata per ultima, in mezzo doveva essere il piano di sviluppo che forse avrebbe impedito un ulteriore diaspora di aziende all’estero(dove aspettano a braccia aperte vedi la Svizzera organizzatissima per ospitare aziende in fuga ) e invece son andati avanti tre mesi tra diatribe tra la Fornero e i sindacati perdendo del tempo utile per andare sulle esigenze primarie.
Nel frattempo l’incredibile caso dei 350.000 esodati e degli altrettanto pensionati che si visti decurtare la pensione.
Nel caso dei precari la riforma prevede queste nuove regole che a parte la maggior facilità di assunzione in rapporto ai lavoratori specializzati non mi sembra che cambi granchè.
Le tre voci per il LICENZIAMENTO ECONOMICO
da Redazione del Fatto Quotidiano 7/04/2012
SENZA MOTIVO
Sparisce la “causa” per il contratto
I contratti a tempo determinato si vedono cancellare l’indicazione delle “esigenze di carattere tecnico, organizzativo, produttivo e sostitutivo” (il “causalone”) che giustificano il “termine”, nel caso del primo rapporto di durata non superiore a sei mesi. Per sei mesi, le imprese possono stipulare contratti a tempo determinato senza specificarne il motivo e questo rende più difficile la tutela dei lavoratori. Si allungano, poi, i termini trascorsi i quali oltre la scadenza (venti, che diventano 30, per contratti fino a 6 mesi e 30 che diventano 50 oltre i 6 mesi) in cui il contratto si considera td.
APPRENDISTI
Vincolo più leggero per le assunzioni
Finora le imprese che volevano assumere apprendisti potevano farlo in un rapporto di 1 a 1 tra questi ultimi e le maestranze specializzate. Logico, per ogni operaio specializzato posso assumerne uno, e beneficiare dei relativi vantaggi contributivi e fiscali, che va formato. Questo rapporto sale a 3 a 2 a favore degli apprendisti, rendendo più agevole il loro ingresso in azienda. Inoltre, nella prima bozza, l’assunzione era vincolata al mantenimento in azienda, nei 36 mesi precedenti, di almeno il 50% degli ex apprendisti. Ora, per tre anni, questo rapporto scende al 30 per cento.
GIUSTA CAUSA
Fine del rapporto prima del termine
Il lavoro a progetto ha limiti più rigidi ma il disegno di legge introduce la possibilità di cessare il rapporto “prima della scadenza del termine per giusta causa”. Il committente può recedere dal contratto anche “qualora siano emersi profili di inidoneità professionale del collaboratore tali da rendere impossibile la realizzazione del progetto”. La nuova norma sulle Partite Iva le equipara ai Co.co.co quando durino più di sei mesi con un fatturato con lo stesso committente superiore al 75% di quanto percepito e con una postazione di lavoro fissa. Però ci saranno 12 mesi per adeguarsi.

Lavoro e Pensioni Report raitre /(video)25/03/2012

Si scrive accordo, ma si legge ricatto(dal pulpito della Fornero)


articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com
Probabilmente il fatto di essere neofiti del potere politico deve aver dato alla testa ad alcuni tecnici. I quali denunciano un forte deficit di grammatica democratica. Il che non è affatto sconvolgente in Italia, soprattutto negli ultimi vent’anni: dopo aver avuto come ministri della repubblica ex showgirl e secessionisti, ormai non ci scandalizziamo più di niente. Tuttavia il punto è proprio questo: quello che doveva essere il governo della svolta, il simbolo di un Paese che cambia pagina, si è invece dimostrato solamente un’appendice dell’ammuffito sistema partitocratico (dal quale molti tecnici, o burocrati, provengono). Ed è anche più pericolosa, nella misura in cui nasconde la sua autocratica prepotenza sotto il velo della sobrietà e dell’efficienza.
Prendete il ministro Fornero, ad esempio, la quale deve essere convinta che ormai ogni legge o disposizione che ruoti intorno al tema del lavoro sia un giocattolo nelle sue mani e che i finanziamenti necessari per le riforme possano essere sbloccati in base ai suoi capricci. “Se uno comincia a dire no, perché dovremmo mettere una paccata (sic!) di miliardi?”. Sorvolando sullo sbraco linguistico di un Ministro della Repubblica – lo stesso ministro che pretende rigore dai giornalisti colpevoli di offendere la sua dignità di donna utilizzando l’articolo determinativo davanti al suo cognome – la domanda che mi sorge spontanea è questa: ma che razza di idea ha Elsa Fornero del concetto di “accordo”?

Sul vocabolario online della Treccani, alla voce “accordo” si legge: “Incontro di volontà per cui due o più persone convengono di seguire un determinato comportamento nel reciproco interesse, per raggiungere un fine comune o per compiere insieme un’azione o un’impresa”. Quello che ha in mente la Fornero (ops, m’è scappato l’articolo!) è un’altra cosa. La logica del “io ti do i soldi soltanto a patto che tu non dici no alle riforme che voglio io” si avvicina di più al concetto di ricatto che in effetti, sempre secondo il vocabolario Treccani, è ravvisabile nei casi in cui “si è messi nella condizione di non poter opporre un rifiuto a quanto ci vien chiesto”.

Tuttavia, le mie non vogliono essere affatto pedanterie lessicali. Il punto è che, confondendo i ricatti con gli accordi, o meglio spacciando i primi per i secondi, si rischia di far crollare le travi portanti di un patto sociale. Un ministro non è un donatore, per cui può arrogarsi il diritto di offrire i propri soldi solo alle condizioni che lui pone. Un ministro amministra soldi pubblici per conto e nell’interesse dei cittadini. Cittadini che dovrebbero veder tutelata la propria esistenza dai propri dipendenti pubblici (tecnici o politici che siano). Il che non significa che bisogna dar ragione per forza ai sindacati, ma che le decisioni, soprattutto quelle importanti, vanno prese avendo come fine principale quello di garantire un’esistenza migliore alle persone. Che invece, sempre più spesso, la propria esistenza la vedono subordinata alle decisioni di un governo non eletto da nessuno, ma imposto dai gruppi d’affari internazionali, che di certo non hanno mai dimostrato – men che meno in questi ultimi anni – di avere in cima alla lista delle proprie preoccupazioni le condizioni di vita e la felicità delle persone. Bisogna chiedere a loro, agli uomini e alle donne italiani, cosa ne pensino di questo benedetto articolo 18. I tavoli con le parti sociali, del resto, in questo Paese finiscono sempre con grosse abbuffate in cui tutti si dichiarano soddisfatti e fiduciosi, in cui “i ministri dei temporali, con un tripudio di tromboni, auspicano democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni”, ma gli unici che poi che ci rimettono sono puntualmente i lavoratori, cioè quelli per il cui interesse quel tavolo si indice. E gli unici, se ci pensate, che da quel tavolo sono davvero esclusi. Perché in effetti, se io non sono iscritto a nessun sindacato (e visti i sindacati che ci sono in giro – Fiom a parte – è una cosa ragionevole oltreché legittima) non sono rappresentato da nessuno di quelli che stanno riformando il cosiddetto mondo del lavoro. Certo non da un ministro che fino all’altro ieri era vicepresidente di una banca che ha evaso il fisco. E certamente neppure da Confindustria, diretta da una signora che ritiene che il problema dell’economia italiana sia l’impossibilità di licenziare i ladri e i fannulloni e che dirige un’azienda che paga tangenti e fa rientrare i soldi tenuti all’estero tramite lo scudo fiscale.

Allora chi è che sta decidendo per me, ragazzo di vent’anni, e per il mio futuro? Chi è che sta pensando di cancellare dall’oggi al domani quei pochi residui diritti di cui potrei godere da futuro lavoratore? Chi è che mi sta condannando non tanto a una minore ricchezza – di questo posso farmene una ragione – quanto a un’esistenza priva di tutele, in cui potrò essere licenziato seduta stante se il mio dirigente si sveglia con la luna storta o non sopporta i miei capelli lunghi? È questo che è in ballo: le condizioni di vita di milioni di uomini e di donne. Questa è la posta in gioco su quel “tavolo di trattative” su cui il Ministro Fornero pensa di poter fare ciò che vuole lei, di dare le paccate solo a chi dice “sì grazie”.

L’articolo 18 è una questione con la quale saranno i cittadini a dover fare i conti, e allore le “paccate” inizieranno a darle loro. E non saranno carezze.

Valerio Valentini

Interrogazione sullo scarso funzionamento dei CPI – 15/02/2012(video)

Il MoVimento 5 Stelle ha iniziato, con questa interrogazione, una serie di sondaggi sul metodo istituzionale della gestione del mercato del lavoro

Fabrizio Biolè (MoVimento 5 Stelle): «Centri per l’impiego: mettiamoli seriamente in rete ed evitiamo le gestioni personalistiche


Fabrizio Biolé
Vice capogruppo regionale
MoVimento 5 Stelle
Come si può pretendere un sistema dei Centri per l’Impiego efficienti quando il principale criterio di finanziamento degli stessi prevede di assegnare maggiori risorse alla struttura che presenta più iscritti?
In un sistema meritocratico non sarebbe logico, specie in un contesto in cui l’offerta è così scarsa, incentivare i Centri che più sono efficienti?
E’ logico che le caratteristiche qualitative e quantitative delle offerte di lavoro che ciascun territorio può offrire non consentono una definizione rigida del supporto ai CPI, ma una modulazione più accurata potrebbe forse evitare il paradosso di premiare di fatto le realtà che collocano una minore quantità di disoccupati, magari giustificata solo dall’applicazione di corsi poco idonei o efficaci.

Ho presentato alla Giunta Regionale un’interrogazione che chiede una risposta del governo piemontese proprio all’analisi di questa anomalia, partendo dalla considerazione che l’unica soluzione possibile è la messa in rete effettiva e continua di tutti i Centri per l’Impiego piemontesi: come si può in un mercato del lavoro così anomalo, infatti, continuare a gestirli a compartimenti stagni.

L’attuale modo porta ad unico risultato: avere lavoratori residenti a cavallo di più province cui è limitata la possibilità di collocazione solo in quella di residenza a causa dell’assenza di sinergia degli uffici adiacenti. Per non parlare della gestione personalistica che ne deriva…

Come MoVimento 5 Stelle siamo per lo sviluppo svincolato e libero della rete, che sia umana, web o di possibilità lavorative: non può essere certo un effimero confine provinciale a interromperla

Gli operai FIOM epurati dalla Fiat. Dalla Fornero neppure una lacrima.

Da byoblu (Claudio Messora)

articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com “Devotissimi della Chiesa, fedelissimi del pallone, nullapensanti della televisione. Siamo i ragazzi del coro, le casalinghe sempre d’accordo, e la classe operaia nemmeno me la ricordo”. Così cantava Ivano Fossati qualche anno fa, fotografando con estrema precisione una nociva tendenza sempre più diffusa nella politica italiana: relegare in un angolo il dibattito sul tema del lavoro in fabbrica. In tutt’altre faccende affaccendati, distratti da un Parlamento sempre più autoreferenziale che si occupa soltanto di autorizzazioni a procedere (ovviamente negate) e di nipoti di capi di stato stranieri (ovviamente fasulle), ogni volta che i problemi relativi a catene di montaggio e diritti sindacali irrompono nelle nostre discussioni, ci ritroviamo disorientati e inebetiti. Abbiamo dimenticato la grammatica relativa a questa materia, e anche il lessico. Parole come capitalista, proletariato e classe operaia sono cadute nel dimenticatoio, e chi si azzarda a rispolverarle viene stigmatizzato come un veteroKompagno nostalgico degli anni di piombo.
Invece farebbe bene alla politica tornare ad occuparsi di questi temi, soprattutto in una fase storica nella quale si attribuisce alla classe operaia la responsabilità di una crisi generata da banchieri e magnati della finanza, e in virtù di ciò si torna a mettere in discussione diritti conquistati con anni e anni di lotte e sacrifici.

Il caso più emblematico è quello della discriminazione attuata dai dirigenti della Fiat, i quali hanno “richiamato” oltre 660 persone – precedentemente in cassa integrazione – a lavorare nello stabilimento di Pomigliano. In questo modo i dipendenti impiegati nella fabbrica che produce la nuova Panda sono divenuti 1845, ma tra questi non c’è neppure un operaio iscritto alla FIOM. Poiché è fuori dalla grazia divina pensare che si tratti di una coincidenza, o che gli iscritti al sindacato di Landini siano tutti “sfigati”, allora vuol dire che siamo di fronte a un evidente caso di discriminazione sul lavoro. Discriminazione che è ancor più grave dal momento che viene esercitata nei confronti di singoli operai, umiliati e fatti oggetto di vere e proprie rappresaglie squadristiche da parte di capi e capetti, per colpire l’ultimo sindacato che osa alzare la testa di fronte a chi cerca di eliminare di ogni forma di democrazia in fabbrica. Ne colpiscono uno per educarne cento. Un vero e proprio razzismo sindacale, che calpesta non soltanto la Costituzione (art. 3 e art. 39), ma anche il rispetto della libertà degli individui.

Ora, di fronte a questo abominio, la politica cosa fa? Tace. Di tanto in tanto blatera e sussulta, ma poi subito si assopisce. Ed è un silenzio che fa male tanto quanto la prepotenza e la sbruffonaggine di un manager che parla sempre col dito alzato e scarica la colpa dei propri fallimenti su operai che devono lavorare almeno tre anni per guadagnare quello che lui s’intasca in un giorno. È un silenzio, quello dei politici, dei ministri e dei tecnici, che è criminale, perché di fatto non fa che avallare e consentire un atteggiamento di minaccia e di discriminazione perpetrato con mezzi meschini da chi ha la certezza dell’impunità. E in casi come questi il silenzio è complice. Non è diverso dal silenzio imbelle, della Monarchia e del Vaticano, che accompagnò la promulgazione delle leggi razziali e le deportazioni degli ebrei nei campi di sterminio. È una pratica fin troppo comoda, e tristemente diffusa tra i vari leader politici: quella di lavarsi le mani cercando di reggersi sull’equilibrio precario della loro incoerenza per non deludere né l’una né l’altra parte dell’elettorato. E così facendo, partecipano ad un’operazione di tremenda regressione sociale, che consegnerà ai bambini di oggi un Paese che garantirà loro meno diritti e meno tutele. Un Paese meno libero, con maggior disuguaglianza sociale e con molta più discriminazione tra ricchi e poveri, tra padroni e operai, e con una lotta fratricida tra precari e disoccupati, con generazioni messe l’una contro l’altra a rimproverarsi a vicenda le responsabilità di una povertà generale che invece è causata da una politica che per vent’anni ha ignorato i veri problemi e ha discusso d’altro.

Ogni volta che vanno in TV, gli esponenti di Pd, Pdl, Lega e Udc condannano aspramente il “mostro dell’antipolitica che si nutre di populismo e qualunquismo”. Eppure, se c’è una cosa realmente antipolitica, cioè contraria al tentativo di indicare delle direzioni da seguire per una comunità, è proprio il silenzio, il disinteresse, l’alzata di spalle.

Il ministro Fornero, tra una lacrima e un annuncio di voler incontrare Marchionne, potrebbe intanto dire come la pensa a proposito dell’assenza di un solo tesserato FIOM tra i 1845 dipendenti di Pomigliano. E il premier Monti ci dica se tra i tanti pregi dell’Italia e tra i tanti vanti del suo governo che ha appena illustrato a Obama, ha incluso anche questa insopportabile ingiustizia. E chieda ai suoi tanti ministri che condannano la logica del posto fisso e l’attaccamento a mamma e papà, se è più monotono avere un lavoro sicuro e tutelato oppure essere discriminati e lasciati a casa con la colpa di avere la tessera sindacale sbagliata. E Napolitano, ora che è anche laureato, potrà sicuramente spiegare agli Italiani se non sia possibile ravvisare gli estremi dell’anticostituzionalità in una simile vicenda.

ARTICOLO 18, I SINDACATI SULL’ULTIMA TRINCEA(sviluppi)

redazione
Cosa sta accadendo sulla questione riguardanti lavoro e la possibile modifica dell’art 18.
Fatto Quotidiano del 8/02/2012 di Salvatore Cannavò
Alla vigilia di due vertici molto delicati, quello di oggi pomeriggio
tra Cgil, Cisl e Uil e poi con la Confindustria, l’unico dato certo sono le mobilitazioni. Cgil, Cisl e Uil convocano per domani un sit-in al Pantheon per chiedere modifiche al decreto “m i l l e p ro ro g h e ” relative alle pensioni in particolare “gli esodati”, costretti a lasciare il posto di lavoro e che non trovano ancora la pensione ad attenderli. I tre sindacati si ritroveranno poi di nuovo in piazza nella manifestazione europea indetta dalla Confederazione europea dei sindacati il 29, contestando che il Trattato sul Patto di Bilancio sia “l’unica risposta alla crisi”. Più imminente è invece la manifestazione della Fiom, inizialmente prevista per sabato prossimo e, causa neve, spostata al 18. Si sno-
derà da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni e oltre al tema dello scontro con la Fiat, ora si aggiunge, come spiega Maurizio Landini “anche la difesa dell’articolo 18”. Una manifestazione in stretta connessione con la Cgil con Susanna Camusso che parlerà dal palco segno di un rapporto non più conflittuale tra le due organizzazioni e della volontà della Cgil di utilizzare anche la piazza per cercare di tenere botta rispetto ai continui assalti sull’articolo 18. La Cgil rischia di restare nuovamente isolata se Cisl e Uil alla fine dovessero sostenere quella che Raffaele Bonanni ha chiamato
“m a nu t e n z i o n e ” dell’articolo 18. Uno scenario da incubo non solo perché il ripristino del rapporto con gli altri sindacati è stato perseguito con fatica ma anche perché una Cgil che non firma l’accordo “spaccherebbe il Pd” come in molti dirigenti si sono
Si tratta con Confindustria per sfoltire i contratti p re c a r i a disposizione delle imprese
sentiti ripetere. L’esecutivo nazionale che si è svolto lunedì è stato difficile perché nessuno vuole cedere ma in molti percepiscono un clima politico difficile. I tre sindacati cercano di affinare la piattaforma unitaria e ieri hanno fatto
Susanna Camusso (FOTO EMBLEMA)
dei passi avanti su ammortizzatori e precarietà. E così già oggi con Confindustria, Cgil, Cisl e Uil vorrebbero verifcare la riduzione delle oltre 40 tipologie contrattuali in un pacchetto minimo che oltre al tempo indeterminato preveda l’apprendistato, il reinserimento, la somministrazione, il tempo determinato e il part-time. E accorarsi sulla tenuta degli ammortizzatori sociali. La Cgil, infine, in merito alle polemiche sul posto fisso, sfida il governo a fare qualcosa di concreto per l’occupazione giovanile. E avanza una proposta: “L’Ue ha detto che ci sarà un ristorno dei fondi strutturali con l’arrivo di 8 miliardi per occupazione giovanile – spiega Fulvio Fammoni della segreteria nazione. “Discutia mo di un piano straordinario per il lavoro giovanile: sul riassesto ideo-geologico c’è molto da fare”.

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