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L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro….precario

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articolotre –Giovanni Ferrarelli-3 settembre 2013 attualità-“Sintomo di un’istituzione malata”, con queste parole il Presidente dell’Anief ha commentato l’assunzione a tempo indeterminato di tre donne per il ruolo di operatrici scolastiche. Il problema?

Il fatto che l’assunzione di ruolo sia arrivata ora, dopo una vita intera trascorsa nell’incertezza di un lavoro precario, magari rinnovato di volta in volta, ma mai garantito e per questo incapace di dare stabilità economica: le tre donne, infatti, hanno già superato i 65 anni di età e sono per questo vicine all’età della pensione.

Ritrovarsi di ruolo a 66 anni, dopo aver faticato a lungo e aver fatto innumerevoli sacrifici, in un momento della vita in cui bisognerebbe pensare più che altro a portare i propri nipotini al parco, di certo può dar luogo a un sonoro sospiro di sollievo, ma allo stesso tempo non stupirebbe se tale sospiro si tramutasse in uno sbuffo di rabbia. Eppure, come fa notare il sindacato Anief, “l’aspetto paradossale è che devono sentirsi fortunate, visto l’alto numero di dipendenti andati in pensioni da precari e senza una ricostruzione di carriera”.

E difatti, fortunate, lo sono; Maria, Nadia e Floriana, classi ’47 e ’48, casi simbolo dell’inadeguatezza delle strutture statali a far fronte anche solo a quelle necessità considerate basilari in uno Stato che si professa sociale, e per questo sintetizzate in diritti, almeno in teoria, imprescrittibili. E la teoria è chiara, lampante, tanto semplice e diretta da essere esplicitata nel primo Articolo della Nostra Costituzione, il primo in assoluto: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Certo bisognerebbe forse specificare, “sul lavoro…precario”.

Ma ancora: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto (Art.4)”, e verrebbe da pensare che, forse, questo particolare Articolo, non sia stato seguito proprio alla lettera.

Ma Nadia, Maria e Floriana “devono sentirsi fortunate”; in un Paese in cui la Politica sembra esser stata rimpiazzata dal gossip e, contemporaneamente, l’impegno sociale sembra andare sempre più di pari passo con la cronaca rosa, questo episodio avrebbe forse ragione d’essere considerato un fatto di quella più nera.

E se le vittime siamo noi, o meglio, l’Italia stessa – anche se in questo caso appare probabilmente più opportuno separare le due realtà – viene da chiedersi chi siano i carnefici di quello che potremmo tranquillamente definire “omicidio sociale”; secondo l’Anief la colpa è “di chi governa lo Stato, che continua a far prevalere le logiche di cassa, piuttosto che garantire un servizio formativo stabile, assumendo regolarmente il personale che negli anni ha acquisito professionalità ed esperienza”.

E del resto, nella logica di cassa squisitamente nostrana, per uno Stato è meglio avere più disoccupati che pensionati: i pensionati li mantiene il pubblico, i disoccupati no.

Ed ecco spiegata la forbice.

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Illusi e sfruttati: il mondo degli stagisti

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artticolotre R.C.- 22 agosto 2013- La morte dello stagista 21enne della Bank of America, ucciso dalla fatica dopo 72 ore di lavoro consecutive, collassato sotto la doccia, probabilmente dopo essere stato colpito da un attacco epilettico, ha solamente scoperchiato il coperchio sul mondo dello stage.

Un fenomeno amplissimo, difficile da arginare e circoscrivere, ma soprattutto caratterizzato da frequenti abusi.

Un mondo composto da giovani e meno giovani sruttati, sottopagati quando va di lusso, e sovente senza alcuna retribuzione, ancora adesso, ancora dopo il decreto Monti- Fornero che finalmente pone fuori legge la vergogna dello stage gratuito.

“Una volta venivano chiamati schiavi, adesso li chiamano stagisti” confida amaramente un giovane reduce da un’esperienza poco edificante, per usare un eufemismo.

Va detto che esiste un microcosmo composto da grandi banche, uffici di consulenza finanziaria che appartiene ad una categoria rara di datori di lavoro, una categoria extralusso, che pur non garantendo un’occupazione certa al termine del periodo di prova, retribuisce decorosamente i tirocinanti con almeno 800 1000 euro al mese, al limite della sopravvivenza ma è grasso che cola.

Il ministro Fornero ha cercato di mettere ordine in questa giungla, tracciando un regolamento in materia, introducendo qualche miglioramento, anche sotto l’aspetto retributivo, da 300 a 600 euro al mese, e si parla di cifre lorde, che variano da regione a regione.

Una regolamentazione a macchia di leopardo che finora solo poco più della metà dei governatori ha trasformato in legge. Il Piemonte riconosce al tirocinante novarese 600 euro, 40 chilometri più ad Est, a Milano, il rimborso sarà di 400.

Pur sempre soldi.

E queste regole valgono e varrano solo per gli stagisti extracurriculari, quelli del dopo diploma o dopo laurea, pertanto è facile prevedere la corsa di imprenditori furbastri alla ricerca di tirocinanti curriculari, cioè studenti che non comportano obblighi da parte del datore di lavoro, neppure sotto l’aspetto retributivo.

Un mondo che può innescare un percorso perverso, che impedisce o quasi di uscirne. Un limite temporale esiste, ed è in media di un anno, ma anche qui l’ingegno degli imprenditori si è attivato, al termine del tirocinio lo stagista viene trasferito da un ufficio all’altro, con un’altra funzione sulla carta e senza la possibilità di avere un contratto.

I casi segnalati sono degni dei migliori film di Totò.

Incredibile l’annuncio messo on line da una pizzeria, ricercava un tirocinante per sei mesi a 32 ore settimanali per imparare un nuovo e gratificante mestiere: inserviente di cucina, tradotto lavapiatti.

Mentre la Calabria ha personalizzato la legge Fornero allargando la possibilità dell’acquisizione di tirocinanti anche da parte di ditte individuali, composte da un solo titolare, bontà loro, i legislatori calabresi hanno previsto una retribuzione minima, ridotta a 300 euro, rispetto ai 400 previsti dal ministro.

Si uscirà mai dal malcostume? Forse, con le denunce.

L’idea del governo: ridurre gli assegni ai pensionati (decisioni tecniche della grande banda del Loden )

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Fonte articolotre 17/05/2013 readazione attualità
Redazione18 maggio 2013- Prove di Elsa Fornero anche per il nuovo ministro del Welfare Enrico Giovannini.Rispondendo alle domande dei parlamentari, in un question time che altrimenti sarebbe passato inosservato come gli altri, l’ex presidente dell’Istat ha cominciato ad abbozzare le linee di intervento del suo governo.

Al centro del mirino di nuovo le pensioni. Stavolta, però, non dovrebbe essere nuovamente innalzata l’età pensionabile. Più di così infatti non si può fare.

Quindi bisogna facilitare l’uscita anticipata dal lavoro, ma in modo da risparmiare sui conti Inps.

La riforma Fornero, in proposito, aveva già introdotto il principio. Le donne, per esempio, possono ancora ritirarsi a 58 anni con 35 di contributi. La penalizzazione è però drammatica, perché in questo caso tutta l’intera carriere verrebbe rivisitata con il “metodo contributivo” (chi ha quell’età, invece, in molti casi rientra nella “riforma Dini”, che salvaguardava il calcolo col “retributivo” per chi aveva 18 anni di contributi del 1995). L’assegno pensionistico, nel migliore dei casi, verrebbe ridotto di oltre il 30%.

Una seconda modalità già esistente è invece quella della decurtazione percentuale per ogni anno in meno rispetto all’età limite (42 e 5 mesi di contributi per gli uomini, un anno in meno per le donne). Fin qui il 2% l’anno, che in qualche caso può essere considerato “accettabile” (specie per le retribuzioni – e quindi le pensioni – più alte).

L’idea di Giovannini – par di capire, perché di numeri non ne sono stati fatti – è amplificare al massimo questa possibilità, fino a prevedere il part time obbligatorio per gli anziani in aziende che invece assumono giovani (con contratti di apprendistato).

Il governo intende “risparmiare” anche sulla cassa integrazione “in deroga” (per le categorie d’impresa in cui non esiste l’istituto della cig perché aziende e lavoratori non devono versare i relativi contributi): i fondi per quest’anno sono stati lasciati a soli 800 milioni, pur sapendo perfettamente che non basteranno, anche perché i licenziamenti e le chiusure aziendali sono in aumento.

Ma per il governo è anche un modo di “anticipare” il passaggio a regime dell’Aspi (il “nuovo” assegno di disoccupazione previsto dalla “riforma Fornero” che andrà a sostituire sia la cig in deroga che quella straordinaria, oltre alla “mobilità”; ma per un periodo massimo molto più breve).

SCENARI: ARRIVANO LE MISURE “NON CONVENZIONALI (altre prese in giro in vista dall’U.E?)

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Fonte Comedonchisciotte DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com 5/05/3013 attualità

In ordine sparso e con intenti ancora più differenti, a vario titolo, sia oltre oceano sia soprattutto dalle nostre parti europee, il tema del rilancio dell’economia mediante la crescita, e dunque di fatto dell’occupazione in caduta libera in tutto l’Occidente, inizia a destare qualche atteggiamento che ha dell’isterico.

Ministri dei vari Paesi che di fatto si bacchettano a vicenda, bracci di ferro tra i (pochi) poteri locali e quelli centrali, e istituzioni economico finanziarie internazionali che appaiono non avere le idee più molto chiare su come risolvere una situazione in degrado continuo fanno presagire più di qualcosa.

Ciò che si percepisce, se si riesce a leggere tra le righe dei vari comunicati e dei resoconti di tanti incontri bi o multilaterali che stanno avvenendo in ogni luogo, è una ormai conclamata preoccupazione sullo stato di avanzamento della crisi. Anche ai piani alti. Il che fa scaturire poi proposte – o proteste – o ammonimenti di vario tipo su come si dovrebbe, o quanto meno sul fatto che si deve comunque in qualche modo, tentare di risollevare le sorti di una economia occidentale finita stabilmente in una sacca di depressione senza via d’uscita.

In ambito europeo si parla ormai frequentemente di un allentamento delle misure di austerità e di interventi per favorire l’occupazione e la crescita – qualunque essi siano, visto che per il momento non ci sono le specifiche di uno solo di questi interventi – e la cosa porta con sé le ovvie conseguenze relative alla differenza delle posizioni dei vari Paesi in campo. Come dire: se questi interventi devono esserci, ebbene non tutti i Paesi sono d’accordo su quali essi debbano essere e soprattutto non tutti sono certi che tali interventi possano essere messi in campo senza cambiare radicalmente la natura dell’Unione europea stessa. E dunque ci si chiede da più parti – soprattutto in Germania – se sia o meno il caso di iniziare seriamente a riflettere su come uscire dal mostro economico e giuridico dell’Ue attuale. Con le conseguenze ulteriori che ovviamente ci saranno. Siamo un procinto di una Caporetto?

Ma ciò che è più importante è il dato di fondo. È ormai evidente che tutti si siano resi conto, né più né meno, di quello che alcuni (pochi) sostengono da sempre nella derisione di tutti gli altri ma che oggi, invece, sta puntualmente accadendo: la festa è finita. Per il semplice motivo che con questo meccanismo, essa non può più continuare ad andare avanti.

In altre parole, ha sintetizzato che meglio non si potrebbe proprio Krugman qualche giorno addietro: o si inonda la società di moneta, sebbene creata dal nulla, oppure non c’è modo per andare avanti. Un modo tutto sommato apparentemente elegante, sebbene in realtà piuttosto ridicolo, per confermare, ove ce ne fosse bisogno, l’assunto alla base del nostro sistema di sviluppo: i punti di fondo sul quale esso era (ed è) basato sono semplicemente sbagliati, e ora i nodi sono arrivati al pettine.

Il fatto che, dall’inizio della crisi ai giorni nostri, in pratica l’unico sistema utilizzato per fronteggiare la situazione sia stato quello di inondare il mondo di liquidità creata dal nulla, è in fin dei conti la prova del nove del tutto. Se per far continuare a reggere in piedi tutto il meccanismo si deve ricorrere a un gioco di prestigio che non ha alcun fondamento economico (né propriamente liberista né tanto meno economicista) ciò significa che tutto è già di fatto crollato da tempo.

È come se uno, in un casinò, avendo perso tutto al tavolo non possa fare altro che andare alla cassa e richiedere altre fiches. E che la cassa, pur non ricevendo nulla in cambio delle fiches, decidesse ogni volta di prenderne un po’ e di darne allo sprovveduto giocatore per la sola motivazione che, se così non facesse, allora sarebbe tutto il casinò a dover essere chiuso. Non è neanche un paradosso, e siamo già ben oltre qualcosa che può essere definita come illusione: sembra un film (comico) di fantascienza. E invece è la realtà.

Ma la situazione generale si è spinta ben oltre. Sino a questo momento, quasi ogni operazione di creazione di denaro dal nulla (Quantitative Easing o Long Term Refinancing Operation che sia) è stata “venduta” all’opinione pubblica come misura necessaria ed evidentemente applicabile, dunque non del tutto fuori della mera logica come invece è. Ma allo stesso tempo, inoltre, è stata effettuata scaricandone gli effetti, molto più reali questa volta rispetto alla creazione virtuale di moneta, in modo diretto o molto più spesso in modo indiretto, sulle popolazioni. Le varie misure di austerità, i prelievi, l’abbattimento del welfare, dei salari, dell’occupazione e di condizioni accettabili di lavoro ne sono alcuni esempi. O l’aumento degli interessi da pagare sui titoli di Stato sui quali i beneficiari dello spargimento di moneta (soprattutto le Banche) hanno speculato ne sono un altro. Ma l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Senonché, e siamo all’epilogo che sta spingendo la situazione verso le proposte isteriche cui facevamo accenno poc’anzi, ora si sta arrivando a una nuova fase della crisi: in giro non c’è proprio più denaro. Nelle tasche dei cittadini ce ne è sempre meno, e questi, sempre in numero maggiore privati del lavoro per poter avere potere d’acquisto, per continuare a consumare almeno un livello minimo di sopravvivenza per tutta la megamacchina consumistica sul quale si regge il nostro modello, si comportano di conseguenza. La macchina si sta inceppando del tutto.

In altre parole, siamo al punto che non basta neanche più creare moneta dal nulla e concederla solo alle Banche. Stringi la corda oggi attorno alle popolazioni e stringila ancora di più domani, a un certo punto non rimane più fiato neanche per muovere un passo. E i dati economici si stanno premurando di confermare il tutto: disoccupazione in aumento ed economia in caduta libera. Costantemente. Aziende che chiudono e Stati che incassano meno e dunque si indebitano di più senza alcuna possibilità di ripagare i debiti contratti. Il sistema è, insomma, in un vicolo cieco ineludibile. Di qui, appunto, gli approcci non convenzionali che vengono ipotizzati per tentare di risolvere la situazione e che vengono fuori di tanto in tanto da qualche dichiarazione o da qualche summit.

Per ora nulla di fatto e nulla di deciso, beninteso, ma insomma lo stato di emergenza e urgenza, anche da parte di chi deve decidere il da farsi, è evidente.

La coperta è insomma cortissima, e ci si sta accorgendo che le pezze messe qua e là non sono sufficienti, in ogni caso.

Cosa aspettarsi? Da una situazione da “ultimo anno” ci si può aspettare veramente di tutto. Soprattutto, di tutto rispetto a quanto era ed è possibile immaginare da un modello che si è invece comportato sempre e solo a senso unico. Abbiamo già tanti esempi in tal senso: dallo spostamento dei termini temporali per raggiungere il pareggio di bilancio concessi a tanti Paesi al caso Cipro. Dal denaro a pioggia concesso alle Banche all’emergere di nuove monete (ad esempio il BitCoin, la moneta diffusa via internet con delle incognite enormi). Dall’impazzire illogico dei mercati delle commodities alle guerre valutarie in corso. Abbiamo banche centrali, soprattuto negli Stati Uniti e in Giappone, che frullano denaro in quantità abnorme per sostenere economie in asfissia e per andare a depredare altri Paesi, anche in Europa, senza che questi, almeno sino a ora, muovano un dito per opporre resistenza. E abbiamo rabbia popolare montante ovunque.

L’ipotesi più probabile è quella che sosteniamo da qualche mese: aspettiamoci, a livello europeo, delle concessioni fuori dall’ordinario in tema di “aiuti” alla crescita per contrastare la disoccupazione attualmente in aumento fuori controllo. E per far ripartire un po’ economia e consumi in modo da dare l’impressione che dalla crisi si sia iniziato a uscire. Ed è dunque probabile che vi sarà a breve una leggera inversione di tendenza sui dati disastrosi accumulatisi passo passo negli ultimi mesi. Ma evitiamo, per favore, di cadere nella trappola di essere convinti, attraverso questi lievi miglioramenti, che questo modello, in un modo o in un altro, stia riprendendo a marciare: il fatto di varare misure così astruse, illogiche e non convenzionali, non è per superare la congiuntura del momento, ma per prendere tempo in una situazione in cui – e anche “loro” ormai lo sanno – non c’è più nulla da fare.

Valerio Lo Monaco
http://www.ilribelle.com
3.05.2013

Storia della disoccupazione italiana nei dati Istat

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Fonte Contropiano.org redazione 27/04/2013 attualità
L’anatomia di un paese, al di là delle sempre ingannevoli impressioni soggettive, spesso individuali. Un grande lavoro dell’Istat che ci restituisce una constatazione agghiacciante: i disoccupati sono oggi il doppio del 1977.

Il dato è tanto più impressionante perché a far data proprio da quegli anni (dal 1980) è iniziata un’offensiva concentrica contro i diritti e le tutele del lavoro dipendente (dai punti di scala mobile aboliti da Craxi fino alle “riforme” del mercato del lavoro targate Sacconi e Fornero). Si può quindi tranquillamente dire che l’impoverimento progressivo dei lavoratori ha comportato, tra le conseguenze, un aumento drastico della disoccupazione. Non solo. Ne risulta sbugiardata oltre ogni limite la cosiddetta teoria dell'”austerità espansiva” con cui i governi italiani ed europei hanno affontato da venti anni a questa parte (dai trattati di Maastricht in poi) i problemi derivanti dai differenziali di roduttività e competitività tra i diversi sistemi produttivi continentali. Dall’impoverimento dei lavoratori, infatti, non è derivata alcuna “crescita” economica.

Ma vediamo il resoconto dell’Istat.

L’Istat ha ricostruito le serie storiche trimestrali e di media annua dal 1977 ad oggi dei principali aggregati del mercato del lavoro, superando in questo modo il break dovuto al cambio di indagine avvenuto nel IV trimestre del 1992. Per maggiori delucidazioni si rimanda alla Nota metodologica in allegato.

Tra il 1977 e il 2012 il numero medio annuo di occupati è passato da 19 milioni 511 mila a 22 milioni 899 mila. L’incremento occupazionale complessivo ha beneficiato in misura determinante della crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Il numero di donne occupate è aumentato da 6 milioni 150 mila a 9 milioni 458 mila, con un’incidenza sul totale degli occupati che è salita dal 31,5% al 41,3%.

L’andamento del tasso di occupazione negli anni si è articolato in diverse fasi: tra il 1977 e il 1980 risulta in crescita; seguono cinque anni di calo, nel corso dei quali il tasso di occupazione scende dal 54,6% al 53,3%; in moderato aumento tra il 1986 e il 1991 e di nuovo in forte riduzione ― dal 54,9% al 52,5% ― nei quattro anni successivi; in aumento tra il 1996 e il 2008 (dal 52,9% al 58,7%) e ancora in discesa fino a toccare il 56,8% nel 2012.

Il numero di disoccupati è cresciuto da 1 milione 340 mila del 1977 a 2 milioni 744 mila del 2012. L’incremento ha interessato sia la componente maschile (+863 mila) sia quella femminile (+541 mila).

Fasi alterne di crescita e di contrazione hanno caratterizzato anche il tasso di disoccupazione. Tra il 1977 e il 1987 il tasso è aumentato di 3,9 punti percentuali (dal 6,4% al 10,3%), mentre nei successivi quattro anni è stato registrato un calo fino all’8,6%. Dal 1991 al 1998 il tasso è tornato a crescere raggiungendo l’11,3% per poi calare nei successivi dieci anni toccando il valore minimo del 6,1% nel 2007. Dal 2008 il tasso è salito fino a portarsi al 10,7% del 2012.

Il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni è diminuito di circa 600 mila individui negli ultimi 35 anni, passando da quasi 15 milioni a 14 milioni 386 mila. Tale calo è sintesi della crescita della componente maschile, che è passata da 3 milioni 820 mila a 5 milioni 140 mila, più che compensata dalla diminuzione della componente femminile. Il tasso di inattività è sceso dal 42,5% del 1977 al 36,3% del 2012.
Il rapporto Istat completo: Occupati_e_disoccupati_-_24_apr_2013_-_Testo_integrale.pdf

INPS: dal 2015 non ci saranno soldi per pagare le pensioni

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Fonte: http://www2.signoraggio.it/inps-dal-2015-non-ci-saranno-soldi-per-pagare-le-pensioni/
ROMA – La situazione del nostro Paese sta raggiungendo livelli di pericolosità estrema: i furti sono in netto aumento, così come i disoccupati, gli esodati e i poveri che quest’anno raggiungeranno quota 4 milioni..

Oltre a ciò, sono presenti tanti altri problemi tra cui quello della sanità pubblica, in grave difficoltà economica, e quello dell’INPS: parliamo infatti dell’Istituto Nazionale Di Previdenza Sociale che, a partire dall’anno 2015,potrebbe non avere più i soldi necessari per poter pagare le pensioni.

Questo è ciò che si evince dalla lettera inviata dal presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, e indirizzata alla professoressa Fornero e a Grilli: sulla lettera è presente il sigillo della Corte dei Conti, e quindi dei magistrati contabili che analizzano il bilancio di previsione 2013.
Secondo questi ultimi il fatto di aver inglobato l’INPS con altri enti quali Inpdap ed Enpals, manovra voluta dalla Fornero col decreto Salva Italia, avrebbe portato gravi conseguenze all’interno delle casse dell’Istituto di Previdenza.

Nonostante un cospicuo aumento del pagamento dei contributi obbligatori per l’anno 2013, i conti dell’INPS non tornano: quest’ultimo deve pagare circa 265.8 miliardi e l’incasso dei nuovi contributi è ipotizzato all’incirca a 213.7 miliardi.
Come si può notare, se si desidera che i conti siano in regola è necessario varare qualche provvedimento.

Attualmente presso l’Istituto di Previdenza Sociale si stanno facendo diverse prove e calcoli per eventuali tagli, ma ciò che preoccupa maggiormente i cittadini italiani è che il Consiglio dei Ministri possa inventarsi una nuova riforma delle pensioni.
Intanto è stato deciso di non inviare più il CUD ai pensionati tramite posta e, come già si evince, quelli che ci rimetteranno principalmente saranno sempre i soliti.

CAMMINA CAMMINA, L’ACCORDO PD-PDL SI AVVICINA

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Fonte Ribelle 8/07/2013 redazione attualità
3 Alzi la mano chi si sta sorprendendo, per le manovre di avvicinamento tra Pd e PdL. E poi ci spieghi il perché: un esito di questo tipo, infatti, era nella logica delle cose fin dal primo momento, una volta emerso che al Senato non si potevano formare maggioranze di altro tipo.

Analogamente, era prevedibile anche una fase iniziale di stallo. Se l’intesa fosse arrivata troppo rapidamente, la sua natura oligarchica sarebbe apparsa in modo smaccato. Dopo svariate settimane di impasse, invece, la si può presentare (spacciare) per una scelta obbligata: pur di non “abbandonare” il Paese alla ingovernabilità, ossia alle reazioni negative dei Mercati, si accantonano i motivi di dissidio e si viene a patti. Temporanei, certo. Costellati di distinguo, ovvio. Dando pubblica e reiterata dimostrazione – ci mancherebbe altro – della dovuta ritrosia ad accordarsi coi nemici giurati di sempre.

Inciucio? Non sia mai. Tutto alla luce del sole: entro limiti ben definiti e con finalità precise. D’altra parte, non bisogna forse fare lo stesso, per l’elezione del successore di Napolitano al Quirinale? In fin dei conti, come hanno rimarcato a stretto giro di ruota sia Renzi che Franceschini, il PdL ha raccolto all’incirca gli stessi voti del Pd. Impossibile ignorarlo, perciò. Tramontate le ipotesi di collaborazione col M5S, il realismo deve prevalere sulle pur legittime distanze nei confronti dell’avversatissimo Berlusconi. E se poi Bersani non se la dovesse sentire, nell’ansia di salvare gli ultimi brandelli della sua credibilità fatta a pezzi dalle elezioni, vedrete che si troverà qualcun altro pronto a farsene carico.

Spazio al governissimo, allora? Oppure, per dirla alla tedesca, alla Grosse Koalition? Vietato dirlo. E non lo si pensi nemmeno, cortesemente. Il messaggio “corretto” è che non si tratta affatto di un sodalizio strategico, e dunque di un governo condiviso, ma di una convergenza momentanea. Ci si associa solo per gestire la transizione, che durerà quello che durerà ma che tuttavia, quand’anche prolungata, o rinnovata a più riprese, è appunto transitoria.

Nell’emergenza, va da sé, non ci possono essere colpevoli. Tutt’al più, persone di buona volontà che non hanno raggiunto (appieno) i loro nobili obiettivi.

LA FORNERO NON SERVE, E MANCO APPARECCHIA

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Fonte Dagospia 24/3/2013 di Roberto Mania attualità
La riforma più pompata del governo dei tecnici, quella del lavoro, è un flop (annunciato) – Bocciata dal 65% delle piccole imprese, è riuscita nel difficile compito di accelerare la discoccupazione – La vera débacle è per i contratti a chiamata: ridotti del 37,4%…
Roberto Mania per “la Repubblica”

FORNERO si tappa le orecchieSono i numeri che parlano. E nessuno dice che la riforma Fornero abbia migliorato il mercato del lavoro. Illustrano il contrario: è cresciuta la disoccupazione (era al 10,6 % nel luglio del 2012, mese di entrata in vigore della legge, è ora all’11,7 % con un aumento più che doppio rispetto alla zona euro), si è ridotta l’occupazione (c’erano 23 milioni di occupati, ce ne sono 22,7, vuol dire 1.641 occupati in meno al giorno, un calo dell’1,3%, il peggior risultato degli ultimi nove anni), la precarietà è rimasta quel che era ma sempre più non c’è nemmeno il contratto atipico per sfuggire dalla disoccupazione. Trimestre dopo trimestre, gli obiettivi sembrano tutti lontani a parte qualche segnale di inversione di tendenza sul lavoro intermittente o a chiamata (job on call) e sui contratti per le partite iva.
Roberto Mania per “la Repubblica”

Fornero Floris e Mieli Certo c’è la crisi, la più grave e più lunga recessione del dopoguerra. Ma se la riforma non è riuscita minimamente a frenare l’emorragia di posti di lavoro cominciata con il crac della Lehman Brothers vuol dire che qualcosa non ha funzionato. D’altra parte questa è una legge che – a parte il governo dei tecnici e poi la Lista di Monti – nessuno ha condiviso. Non le parti sociali, seppur, ma non sempre, per ragioni opposte; non i partiti o i movimenti politici (dal Pdl al M5S, passando per il Pd).

proteste contro la fornero a napoli LA BOCCIATURAL’ultima bocciatura arriva dalla Confartigianato che con l’istituto Ispo ha sondato (tra l’8 e il 12 marzo) un campione dei suoi iscritti. Bene, il 65 % ha dichiarato che la riforma ha avuto effetti negativi sull’occupazione e pure sulla crescita. Anche se poi alla richiesta di indicare i maggiori ostacoli alle assunzioni, il 46 % delle piccole imprese ha dato la colpa alla crisi, il 30 al fisco e solo l’8 % alle regole del mercato del lavoro e alla burocrazia.

“Le nostre rilevazioni – ha dichiarato il presidente della Confartigianato, Giorgio Merletti – confermano quanto avevamo temuto e denunciato: la riforma Fornero ha frenato la propensione ad assumere e ad utilizzare contratti flessibili, ha aumentato il costo dell’apprendistato e dei contratti a tempo determinato, senza peraltro alcuna riduzione del costo del lavoro dei cosiddetti contratti standard. Inoltre la confusa formulazione delle norme su partite iva e associazioni in partecipazione, sta determinando un freno anche rispetto al lavoro autonomo genuino e, conseguentemente, al sistema produttivo. Ed ha ulteriormente complicato la normativa sul lavoro. Insomma, tutto il contrario rispetto a ciò che serve”.

Mario Monti e Elsa Fornero I La riforma ha reso più gravoso e anche più oneroso il ricorso ai contratti a termine. Il 59 per cento degli artigiani intervistati dice che non rinnoverà i contratti in essere o che è ancora in dubbio su cosa fare. Per quanto l’unico mini-monitoraggio prodotto dall’Isfol per conto del ministero del Lavoro sostenga che l’incidenza degli avviamenti al lavoro con i contratti a tempo determinato è passata dal 63,1 % al 65,8 %, mentre scivola al 6,2 % (dall’8) la quota dei contratti a progetto.

Ma la vera débacle si registra per i contratti a chiamata ribattezzati intermittenti: nel primo semestre di applicazione della riforma si sono ridotti del 37,4 % rispetto al secondo semestre del 2011. Crollano pure i contratti parasubordinati (le diverse tipologie di collaborazioni): – 15,3 %. In media entrambe le tipologie scendono del 24,4 %.

FORNERO squinz IL “TRAVASO”Ma che fine fanno i lavoratori? C’è stata una stabilizzazione dei contratti? In generale no, se si considera che anche le assunzioni di lavoratori dipendenti sono diminuite, nello stesso periodo, del 4,4 %. Un segnale interessante, tuttavia, arriva dal Veneto che, insieme all’Emilia Romagna, ha registrato dal 2008 in poi il maggior utilizzo dei contratti intermittenti. La riforma ha bloccato anche in quelle regioni il ricorso al job on call, secondo quanto riporta Bruno Anastasia in un articolo su lavoce. info. Ma nel 36 % dei casi si è avviato un nuovo rapporto di lavoro. Nel 48% dei casi a tempo indeterminato, nel 39% a tempo determinato. Nella maggior parte dei casi si tratti di rapporti part time.

ELSA FORNERO LE PICCOLE IMPRESEC’è un ultimo dato che vale la pena considerare. E riguarda il fatto – come sostiene anche un’indagine degli industriali del Piemonte insieme ad Assolombarda – che l’impatto dalla riforma Fornero è molto maggiore nelle piccole imprese nelle quali il peso dei contratti flessibili può superare il 50-60 % dei dipendenti.

Controriforma a Presadiretta. del 17/03/2013 modifiche Articolo 18 e disoccupazione precariato e contratti atipici (la riforma Fornero e la disoccupazione prede il volo la disoccupazione giovanile dal 27%al 40/ dati Istat)

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Video della puntatta
Fonte Senzacodicea barre Pubblicato il: mer, mar 20th, 2013 di Ilaria Fondi attualità
E’ andata in onda domenica 17 marzo alle 21.30 la puntata della trasmissione Rai “Presadiretta” dedicata alla disoccupazione giovanile. Una puntata da seguire dall’inizio alla fine. Il titolo “Controriforma” è emblematico delle conseguenze della riforma del mercato del lavoro attuata dal ministro Elsa Fornero nove mesi fa.Nata con l’obiettivo di ridurre il numero dei cosiddetti lavoratori atipici per facilitarne l’assunzione e la stabilizzazione a tempo indeterminato, la riforma dell’articolo 18 si è rivelata inutile e dannosa: non ha eliminato le 46 forme contrattuali che si prefiggeva di abolire e ha portato alle stelle la disoccupazione giovanile in Italia, balzata dal 29% al 40% nel giro di un anno. Il giuslavorista Giampiero Falasca, intervistato dal conduttore, ha fatto notare come lo sforzo di razionalizzazione contrattuale della riforma venga costantemente vanificato da un adeguamento e legittimazione dei contratti atipici attraverso passaggi legali ad hoc, che arginano qualsiasi ostacolo e legge. Trucchi e sotterfugi. Come sempre accade nel nostro bel paese: “Fatta la legge trovato l’inganno”.Così Presadiretta ha passato in rassegna alcune delle categorie professionali che quotidianamente vivono la precarietà del lavoro: aspiranti avvocati che continuano a svolgere un praticantato non pagato che si traduce anche in 10 – 12 ore di ufficio: sbrigano le pratiche dal Giudice di Pace gratuitamente al posto di Agenzie che prenderebbero in media dai 10 ai 15 euro a pratica. Medici, riconosciuti per merito per il loro lavoro decennale in istituti di eccellenza, firmano l’ennesimo contratto a progetto della durata di 6 mesi. I milleduecento lavoratori precari dell’Alitalia che non vedono riconosciuta la loro anzianità dalla Cai, ragazzi, preparati e specializzati, lasciati a casa e sostituiti con nuovi giovani, in un giro infernale di nuovi e vecchi precari. Call center, che chiudono a Roma e riaprono in Albania, o nei paesi dell’Est, con l’abbattimento dei costi del lavoro. E’ il fenomeno crescente della “delocalizzazione”: le aziende chiudono le loro sedi permanenti, definendole improduttive, e riaprono altrove con costi più bassi.

I precari intervistati sono tutti della stessa idea, lavoratori feriti, dicono di aver dato tanto all’azienda, di aver dato il cuore e di non aver ricevuto umanità in cambio. Sono consapevoli di essere dei numeri, pur riconoscendo l’alto valore aggiunto al loro lavoro, svolto con passione, svolto per vocazione.

“Ci dicono di sorridere, ma a noi piange il cuore” dice una precaria, hostess ex Alitalia.
Nelle parole di Giampiero Falasca, il lavoro con contratto a progetto rischia di diventare un lavoro subordinato di serie B: dovrebbe essere per definizione un lavoro autonomo e invece finisce per inglobare maternità e ferie, diventando mostruosamente atipico e difficile da spiegare ad esempio in Europa dove il lavoro o è puramente subordinato o è puramente autonomo. Senza considerare “l’effetto delle porte girevoli “ causato dalla legge 92/2012 che prevede uno stacco di 2 – 3 mesi anziché di 10 – 20 giorni tra un contratto di lavoro e l’altro, ma con la possibilità di tornare ai 10 – 20 giorni di stacco, se richiesto dai contratti collettivi. In attesa di risalire sulla giostra, con un fermo contrattuale che diventa discrezionalmente di 20 giorni o di 3 mesi, il ragazzo vede a quel punto polverizzata tutta la sua storia professionale, con la paura costante di perdere il treno del lavoro.

Tutto questo ha un costo.

Questa non è una storia a costo zero, sul tavolo dei sindacati si continua a mettere carne al fuco e, come un gatto che si morde la coda, la riforma del mercato del lavoro è ormai operativa, creando problematiche sempre più complesse.

Cassa integrazione a rischio per la Cgil mancano 2 miliardi


Fatto Quotidiano 12/12/2012 Salvatore Cannavò attualità
U n allarme tira l’altro e nel- la fine traumatica della legislatura i dossier sociali si accumulano irrisolti. Qualche giorno fa è stata l’Inps a ricor- dare al governo il problema della Cassa integrazione (Cig) schizzata al rialzo nel 2012 ri- spetto all’anno precedente, quando le ore autorizzate, pur consistenti, erano diminuite rispetto al 2010. Nei primi un- dici mesi di quest’anno, invece, è già stato superato il miliardo di ore autorizzate contro gli 898,1 milioni del 2011, un am- montare superiore al totale fat- to registrare l’anno scorso quando il numero delle ore di Cig autorizzata si è fermato a 973 milioni. La curva dunque torna a risalire dopo il piccolo sollievo del 2011. Andando a guardare la serie storica delle ore di Cassa integrazione gua- dagni, pubblicata dall’Inps, si nota infatti che dopo l’esplo- sione del 2009, quando si ve- rificò un aumento del 300% ri- spetto al 2008 – 913 milioni di ore contro i 227 milioni del- l’anno precedente – la crisi ha provocato un ulteriore aumen- to nel 2010, con 1,2 miliardi di ore autorizzate, ridottesi a 973 milioni nel 2011. Quest’anno, dunque, si potrebbe tornare al picco storico del 2010. “SI CONFERMA, rafforzata, la tendenza all’aumento di richie- ste di cassa integrazione –com – menta il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua – che lamenta anche la pressione ec- cessiva sulle strutture del suo istituto, chiamate a erogare le prestazioni. “Solo che, fanno sapere all’Inps, con il blocco del turnover, il personale si riduce di circa mille unità all’anno da quattro anni, per effetto dei pensionamenti. Sul fronte delle risorse, il pa- gamento della Cig è collocato all’interno del regolare flusso di servizi forniti dall’Inps alla vo- ce “spesa per prestazioni tem- poranee”. Le risorse stanziate, che per 3,7 miliardi nel 2011 sono state compensate dai con- tributi versati da lavoratori e aziende, sono aumentate dai 4,8 miliardi del 2009 ai 5,7 del 2010 per poi scendere a 5 mi- liardi nel 2011. Quest’anno la cifra necessaria potrebbe tor- nare ai quasi 6 miliardi del 2010 e il problema principale si pone per la Cig in deroga il cui fi- nanziamento viene stabilito dal Parlamento con apposita legge di anno in anno. Nel 2011 sono stati spesi, se- condo i dati pubblicati dal bi- lancio annuale dell’Inps, 1,3 miliardi ma la Cgil prevede che nel 2012 ne servano almeno due. Solo che al Senato è stato presentato un emendamento alla legge di Stabilità che dirotta risorse per la formazione dei l

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