Archivio mensile:giugno 2012

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Bondi alza il tiro sulla Difesa Servonotagli più incisivi


Si valuta il rientro dall’Afghanistan Navi e fregate messe in vendita
La Stampa 30/06/2012 FRANCESCO GRIGNETTI Attualità
ROMA
Al ministero della Difesa pensavano di avere fatto abbastanza, presentando un radicale piano di ristrutturazione – all’esame del Senato da qualche settimana – che porterà gli organici da 190 a 140mila nell’arco di dieci anni. «Questa è la nostra “spending review” e siamo stati i primi a presentarla prima ancora che si parlasse di un riesame generale dello Stato», vantava il ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Sbagliava. Ai mastini della spesa quei conti non bastano. I tagli sono considerati eccellenti, ma troppo diluiti nel tempo. Occorre fare di più e subito. Anche la Difesa, quindi, sarà coinvolta nel provvedimento di risparmi che il governo varerà lunedì. Non ci sono ancora cifre esatte sulla nuova sforbiciata alle spese. Ma è sicuro che si taglierà.
La prima delle misure che il duo Giarda&Bondi chiedono a Di Paola riguarda gli appalti. Finora il ministero della Difesa gestisce gli appalti in proprio. Tutti gli appalti, da quelli più delicati e settoriali come gli armamenti o i sistemi di rilevamento satellitari, a quelli più banali tipo il catering o il facchinaggio. Ebbene, la richiesta è di passare alla Consip il maggior numero possibile di appalti. «Certo però non potremo mai comprare un carro armato attraverso la Consip», è la battuta che circola tra gli Stati Maggiori.
In verità la parola d’ordine, oggidì, non è tanto comprare, quanto vendere. Scontato che ci sono molte attese sul patrimonio immobiliare, sia quello dismesso, sia quello in via di dismissione dopo che le forze armate si saranno ridimensionate, il ministero della Difesa spera di fare incassi con l’usa-
to. Verranno dismesse 4 fregate, 4 pattugliatori di quelli costruiti per l’Iraq negli anni ’80, 6 corvette , 3 cacciamine, 2 rifornitori e altre navi minori. Scriveva qualche giorno fa un esperto di cose militari quale Gianandrea Gaiani: «Sono navi con alle spalle tra i 20 e i 30 anni di servizio, ma ancora in grado di farsi valere». Ci sarebbe l’interessamento di Filippine, Perù ed Ecuador.
E c’è poi il risparmio immediato, quello che fa gola a tutti (anche per il dividendo d’immagine): il rientro anticipato di una parte del contingente schierato in Afghanistan. Ricordando che sono lì presenti ben 4200 soldati, e che 1000 sarebbero dovuti rientrare già alla fine dello scorso anno secondo le promesse del governo Berlusconi, per la missione nel 2012 si spenderanno 747 milioni di euro. A far rientrare soltanto un quarto della forza, nel secondo semestre dell’anno si risparmierebbero tra gli 80 e i 90 milioni di euro. Una decisione del genere, però, non potrebbe mai essere unilaterale e mai senza l’avallo del Consiglio supremo di Difesa che si terrà al Quirinale il prossimo 4 luglio. L’ipotesi però c’è e viene soppesata. Si stanno valutando costi e benefici. Non è affatto un’operazione facile, il ritiro
di un contingente militare da un teatro operativo. Si consideri la massa dell’armamento che lo accompagna. Attualmente in Afghanistan ci sono 425 automezzi blindati Lince. Oltre 700 Range Rover. E poi carri armati Ariete, blindati Freccia, camion, artiglieria. Tutto questo materiale dovrà tornare in Italia; ma ancora non si sa nemmeno attraverso quali strade. Se infatti per motivi politici non si potrà passare per il Pakistan, come all’andata, occorrerà affittare dei treni per riportare i materiali in patria passando per Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan, e poi via nave attraverso lo Stretto dei Dardanelli (Turchia permettendo). I noli di treni, navi e aerei si mangeranno tutti i risparmi sul personale, ma d’altra parte bisognerà pur cominciare.

Il governo vuole tagliare 10 mila statali (Roberto Petrini).

Il governo vuole tagliare 10 mila statali (Roberto Petrini)..

STANDARD &; POOR’S Le mail che accusano


Redazione Fatto Quotidiano 30/06/2012 Vittorio Malagutti attualità
Sono tre, almeno tre, i messaggi di posta elettronica che incastrano i signori del rating. Ne è convinto il pm di Trani Michele Ruggiero, che ha messo agli atti della sua inchiesta su Standard & Poor’s una mail in cui il responsabile per le banche dell’agenzia americana contesta le valutazioni espresse dagli autori del rapporto sull’Italia. Il messaggio porta la data del 13 gennaio 2012. Quel giorno, a Borsa chiusa, S&P comunicò il taglio del rating del nostro Paese da A a BBB +. Una
bocciatura che ha penalizzato le quotazioni dei nostri titoli di stato. Secondo la procura, che chiederà il rinvio a giudizio per quattro dirigenti e analisti di S&Pquella mail, come altre due allegate agli atti, dimostra che c’è stata una deliberata volontà di declassare l’Italia in assenza dei pre-supposti per farlo. Nel messaggio, il responsabile per il settore bancario di S&P, Renato Panichi, scrive all’analista Eileen Zhang che “non è giusto che tu dica che (in Italia, ndr) c’è un elevato livello di vulnerabilità ai rischi di finanziamenti esterni”. Panichi poi invita la collega a rimuovere dal report ogni riferimento alla banche italiane. In concreto si tratta di capire come la differenza di opinioni tra colleghi potrà essere poi valorizzata processualmente come prova di una manipolazione del reporcon l’obiettivo di penalizzare l’Italia. Non per niente in una nota diffusa ieri la società americana segnala che “la divergenza di opinioni è una naturale e salutare componente” del processo di formazione del rating. Analisti e dirigenti di S&P sono indagati per aver diffuso report a mercati aperti in cui fornivano notizie non corrette (e in parte false) sulla tenuta del sistema economico e bancario italiano, «idonee a provocare un’ alterazione del prezzo degli strumenti finanziari».

L’ultima occasione (Stefano Feltri)


Fatto Quotidiano 30/06/2012 di Stefano Feltri Attualità
Sarebbe bello poter dire che l’euro è salvo, che l’Unione europea si è rilanciata, che i mercati finanziari sono stati domati, che il problema del
debito è risolto. E che il governo Monti può avere in patria la stessa forza che ha dimostrato negoziando con Angela Merkel a Bruxelles. Sarebbe bello, ma sbagliato. I problemi che hanno reso tanto importante e atteso il Consiglio europeo concluso ieri sono ancora lì: Paesi troppo indebitati che non riescono a crescere e soffocano negli interessi da pagare, un’Europa indebolita da egoismi nazionali e dalla sua incapacità di presentarsi come un investimento e non come un costo, partiti italiani liquefatti che impediscono agli investitori internazionali di prendere sul serio il Paese. Perché sanno che dopo Monti toccherà di nuovo a loro gover nare. Eppure il faticoso vertice europeo ha cambiato molte cose. Monti si è esposto come mai aveva fatto, essendo uomo prudente, sfidando Angela Merkel non tanto sui singoli provvedimenti (dall’efficacia incerta) quanto sull’approccio alla crisi. Monti ha vinto, la Merkel ha perso. Ora l’Europa discute di come sostenere i Paese indebitati, invece che del modo in cui far espiare loro gli eccessi e le colpe del passato. Si parla di unione bancaria, non più di salvataggi gestiti dai singoli governi con soldi che non hanno. E per la prima volta il nascente Meccanismo di stabilità, nuova versione del Fondo salva Stati che dovrebbe portare un po’ d’ordine sui mercati, sembra una cosa seria e non l’enne simo artificio burocratico. Perfino i partiti italiani appaiono diversi rispetto a due giorni fa, sedotti dal successo tattico di Monti si contendono primati di europeismo dopo essersi gingillati con il pericoloso dibattito sul ritorno alla lira. Il Quirinale ha vietato di pensare a elezioni anticipate, ma sarebbe servito a poco senza una legittimazione autonoma del governo. Forte del successo con la Merkel, Monti può ritrovare quello slancio – e quella credibilità – che aveva all’inizio del suo mandato, dopo aver incespicato per mesi tra gaffe ministeriali, promesse non mantenute e incidenti parlamentari. È una seconda occasione, ma anche l’ulti ma, di dare un senso diverso dalla mera sopravvivenza a questa parentesi tecnica.

Ideona: l’autobavaglio di Marco Travaglio 30 giugno 2012

“Non si lamentino quelli del Pd se la gente vota Grillo”I SINDACI EMILIANI AI PARLAMENTARI CHE AVEVANO PROMESSO 91 MILIONI DI EURO AI TERREMOTATI: “VENGANO QUI A VEDERE”


Fatto Quotidiano 29/06/2012 di Emiliano Liuzzi e Davide Marceddu Attualità
Non si è visto ancora neanche un euro: dei 2 miliardi e mezzo stanziati dall’esecutivo Monti nulla è è arrivatoNon si lamentino quelli del mio partito se in Emilia Romagna
votano Grillo”. Parola di Fernando Ferioli, sindaco di Finale Emilia, paese che c’era e oggi non c’è più. Non c’è più il paese, non ci sono i soldi per ricostruirlo. Perché le donazioni, a oggi, sono tutte sulla carta, soldi non ne sono passati. E le promesse di dirottare i finanziamenti ai partiti – 91 milioni di euro – ai paesi colpiti dal terremoto rischiano di rimanere tali. Promesse. Qualcosa in Parlamento s’è inceppato: s’aspetta un decreto d’urgenza del governo, che ancora non arriva.
COME l’hanno presa i sindaci, quasi tutti espressi dal Pd? Male, malissimo. Perché di fronte alle macerie l’appartenenza politica diventa poca cosa. “Perché i parlamentari non vengono per una settimana a fra i volontari nelle nostre tendopoli? Forse avrebbero più attenzione alle no-
tre esigenze”. Luisa Turci, sindaco di Novi di Modena ci risponde mentre è a lavoro per la ricostruzione. “Se si vuole fare una cosa si fa, soprattutto se si è in Parlamento. Chissà che a molti deputati e senatori passare qualche giorno qui non cambi gli orizzonti come è successo a noi: per noi sono cambiate le aspettative, le attese, è cambiata la nostra vita”.
L’idea dello stanziamento di questi fondi era arrivata subito dopo le scosse di terremoto più violente. La solita commozione generale e unanime delle forze politiche e la proposta bipartisan di destinare parte dei finanziamenti ai partiti: nel disegno di legge sulla trasparenza nei partiti in quel momento in discussione, dopo gli scandali che hanno travolto la Lega Nord l’ex Margherita, fu inserito un emendamento. Ma ora la legge si è arenata in Parlamento e con essa quel codicillo da 91 milioni di euro. “Non ci credo che volessero insabbiarla, ma è comunque stato un errore stupido arrivare a rischiare di perdere quei soldi”, dice Ferioli.
DEL RESTO “goccia a goccia si riempie il vaso”, dice Turci e quei 91 milioni, anche spalmati tra i 104 comuni dichiarati terremotati possono essere una manna per le casse, dissanguate prima dai tagli agli enti locali degli ultimi anni e adesso all’Armageddon di maggio.
“Stiamo spendendo milioni di euro solo per la gestione ordinaria. Se fossero già arrivati sarebbe stato meglio”. Anche perché altri soldi ancora non se ne sono visti. Dei 2 miliardi e mezzo dal governo Monti per la ricostruzione, di cui 500 milioni per il 2012, i sindaci non hanno ancora visto il becco di un quattrino. “La protezione civile autorizza le spese che sosteniamo, ma sono ancora i soldi del Comune che avevamo in cassa. Da Roma ancora niente”, spiega Rudi Accorsi, sindaco di San Possidonio. Intanto, per tornare alla questione dei rimborsi, dalle fila del Partito Democratico, la capogruppo in Senato, Anna Finocchiaro, respinge le accuse sulla questione dei rimborso. “La rata di luglio del finanziamento ai partiti andrà ai terremotati dell’Emilia Romagna. Questo per quanto riguarda il Pd è assolutamente fuori discussione. Il provvedimento relativo, approvato dalla Camera non ha previsto la clausola dell’entrata in vigore immediata”.?

Confindustria, allarme crescita e lavoro “Siamo nell’abisso, danni come in guerra”


La repubblica 29/06/2012 ROBERTO MANIA attualità
ROMA — «In questo momento siamo nell’abisso», dice il capo del Centro studi della Confindustria, Luca Paolazzi, presentando le ultime, bruttissime, previsioni sull’economia italiana. Dal 2008 la doppia recessione ha provocato un crollo complessivo del
Pil del 10 per cento. Nemmeno la Grande Depressione degli anni 30 fece così male. «I danni economici fin qui provocati dalla crisi — secondo gli economisti di Viale dell’Astronomia — sono equivalenti a quelli di un conflitto, e a essere colpite sono state
le parti più vitali e preziose del sistema Italia: l’industria manifatturiera e le giovani generazioni. Quelle da cui dipende il futuro del paese». In campo non possono esserci solo le misure improntate al rigore. Che, ovviamente, non va abbandonato ma alquale vanno collegate politiche espansive coordinate a livello europeo. Bisogna cambiare strategie. Di certo, proprio per gli effetti della recessione, slitterà l’obiettivo del pareggio di bilancio fissato per il prossimo anno, nonostante il miglioramento delle finanze pubbliche. Continua a farsi sentire la pressione fiscale: nel 2013 toccherà il 45,4 per cento, considerando anche l’incremento dell’Iva che potrebbe scattare dal primo ottobre prossimo. Gli industriali chiedono di essere «liberati dal piombo della burocrazia» che ogni anno costa loro oltre 26 miliardi di euro.
L’INTERMINABILE RECESSIONE La recessione, dunque, non ci abbandona. Viale dell’Astronomia ha
rivisto al ribasso tutte le previsioni sul Pil. Quest’anno il prodotto interno lordo scenderà del 2,4 per cento contro un meno 1,6 per cento stimato a dicembre. Il segno positivo non ci sarà nemmeno nel 2013, anno in cui il Pil scenderà ancora dello 0,3 per cento, mentre era previsto in crescita dello 0,6 per cento.
SI IMPENNA LA DISOCCUPAZIONE Un’economia che non cresce non crea nuova occupazione e fa fatica a difendere quella esistente. Le previsioni della Confindustria sono da shock: il 2013 terminerà con 1 milione e 482 mila posti di lavoro in meno rispetto al 2008, mentre il tasso di disoccupazione si appresta a schizzare al 12,4 per cento a fine 2013 con una punta del 13,5 per cento se si contabilizzassero anche gli attuali lavoratori in cassa integrazione.
NO AL RITORNO ALLA LIRA L’euro è una scelta ormai irreversibile. Gli imprenditori non rimpiangono più la lunga stagione delle svalutazioni competitive. In molti non sono stati capaci di comprendere cosa significava davvero il cambio di epoca con l’arrivo dell’euro. Hanno insistito nel cercare la competizione sui costi, perdendo quote di mercato, senza innovare. In ogni caso il ritorno alla lira «si tradurrebbe nella più colossale patrimoniale mai varata nel paese con cui le ricchezze private verrebbero inevitabilmente sottoposte ad una radicale tosatura di fronte all’impoverimento della maggioranza della popolazione». Vorrebbe dire un ritorno a dieci anni fa in termini di benessere.

PA R M A Giunta difficile tra poteri forti e ingenuità


Fatto Quotidiano 29/06/2012 di Silvia Bia e Ferruccio Sansa attualità
Uniti nella buona e nella cattiva sorte. Federico Pizzarotti e Beppe Grillo. Come sposi, e non importa quanto sia l’amo-
re. Se il sindaco di Parma vincerà la sua scommessa, sarà un traino formidabile per il Cinque Stelle. Se fallirà, si porterà dietro il movimento. Proprio nel momento in cui si prepara al grande salto verso il Parlamento. Addirittura Grillo pronuncia la parola governo: “Il Movimento parteciperà alle elezioni politiche qualunque sia la legge elettorale. Non ci sarà alcuna alleanza con i partiti. Non chiederemo rimborsi elettorali”, ha annunciato ieri Grillo sul suo blog. Intanto, però, tutti a guardare Parma: “Si interessano a me perché vogliono mettere in crisi Grillo”, sospira Pizzarotti. “Sono stanco. Vivo qui dentro”, dice indicando i muri del suo ufficio. Vita privata? “Non ce l’ho più, ma l’ave vo messo in conto”. Il rito della pausa pranzo con la moglie è saltato, Cinzia gli ha portato il panino in ufficio e l’altro giorno addirittura avrebbe dato buca a Bruno Vespa che ha fatto però sapere di “non aver mai fatto un viaggio a vuoto”
È PASSATO poco più di un mese dal trionfo: sembrava che Pizzarotti spaccasse il mondo. Oggi sembra tutto archiviato: in tanti puntano il dito sulla giunta che ci ha messo un mese per essere varata (manca ancora l’assessore all’Welfare) e che solo ieri si è riunita adottando le prime delibere. “Ai tempi di tivù e Internet le stagioni della politica durano settimane, giorni”, sussurra un dipendente comunale che ha visto di tutto, dai politici navigati ai ragazzi di Grillo. Aggiunge: “Non basta un Comune sull’orlo della bancarotta, con un miliardo e 199 di debiti. Qui è in gioco la battaglia tra Cinque Stelle e partiti. Grillo è stato decisivo per la vit-
Parma oria, ma adesso rischia di attirare su Pizzarotti tanti nemici romani. Di più: da Parma si capirà se è possibile amministrare una città partendo da zero”. Per dirla con Nicola Dall’Olio, capogruppo del Pd, si capirà “se non avere esperienza politica sia davvero u’Olio non è uno degli avversari più ostili di Pizzarotti, anzi, talvolta pare più critico con la nomenklatura del suo partito. Oggi, però, è duro: “A volte pare che la città sia senza governo. È vero che serve tempo per imparare, ma il tempo non c’è. Ci sono scadenz
are l’accordo per la cessione di una società partecipata siglato il giorno prima del ballottaggio dal commissario e che a me suscita molte perplessità. Sabato c’è la scadenza del Teatro Regio che è in crisi drammatica. Non discuto la qualità delle persone, ma viene il dubbio che andassero bene come opposizione, che non fossero pronti a govern a re ”. Il capogruppo Pd aggiunge: “Manca cultura della politica e delle istituzioni. Se non conosci i meccanismi, le leggi, le persone rischi di essere d i vo ra t o ”, conclude Dall’Olio che pure con Pizzarotti ha tanto in comune, dalla giovane età alle battaglie per rinnovare la classe dirigente e contro il cemento. Il sindaco in scarpe da tennis ha capito che il gioco è duro.
E ci sono tanti nemici. Molti oltre l’orizzonte della pianura che in questi giorni è di un bianco abbacinante. A Roma, insomma. Sono quelli che sperano nel naufragio di Pizzarotti per sconfiggere Grillo. “Si trovano, magari, più nel Pd (nella componente ex-Ds), che non nel centrodestra”, am-mette un dirigente del centrosinistra. Poi ci sono i nemici locali, i cosiddetti poteri forti, che riuniscono una fetta di imprenditori e di politici di lungo corso. Le partite in ballo sono enormi: l’inceneritore che i Cinque Stelle vorrebbero fermare, la poltrona del Comune nel colosso Iren. Ma soprattutto i programmi di Pizzarotti sul mattone: l’opzione quasi) zero cemento, lo stop agli 850 appartamenti previsti ogni anno. Un guaio per i signori del mattone. Non l’unico. A Parma non si contano i progetti incompiuti o rimasti sulla carta: dalla stazione ferroviaria alla cittadella del rugby. Poi Welfare community center (“cittadella della terza età”) e Palasport. Infine alberghi, supermercati e interi quartieri pronti a venir su nel-l’incertezza dei piani urbanistici. Su televisioni e giornali nazionali gli attac-hi alla giunta sono quotidiani. “Il più critico di tutti sembra Repubblica, redazione di Parma”, puntano il dito i fan del sindaco. Sul sito della redazione è comparso un blog (“È l’Eldorado o la Sicilia?”) dai toni quasi leghisti: “Non credo che i parmigiani che vi hannootato, lo abbiamo fatto per essere imbarcati in direzione Eldorado e vedersi sbarcare su una costa della solita Sicilia, spacciata come America”. “La mac-hina del fango è in azione”, è scritto sul sito Cinque Stelle di Parma. Vero, Pizzarotti ha trovato molti critici. Ma qualche motivo l’ha fornito: prima le polemiche per la possibile scelta come dirigente del Comune di Valentinoavolazzi (espulso dal Movimento) e l’anatema di Grillo. “Poi hanno indicato come assessore all’urbanistica una persona che nel 2005 era fallita e avevaealizzato costruzioni senza i permessi. Niente di penale, ma non poteva fa-e l’a s s e s s o re ”, sostiene Giuliano Molossi, direttore della Gazzetta di Parma, storico giornale cittadino di proprietà degli industriali (che controllano anche radio e televisioni locali).
POI C’È LA giunta ancora incomple-e soltanto ieri ha preso le prime delibere. Lui, Pizzarotti, replica: “Le delibere non si fanno per riempire carta, è importante il contenuto. Presto ar-veranno delibere per combattere l’e-asione fiscale immobiliare”. Poi “en-o sabato prenderemo importanti decisioni sul teatro”. Marco Vagnozzi, il suo braccio destro, presidente del consiglio comunale, sottolinea: “Mica siamo gli unici, a Piacenza, per dire, di delibere ne hanno fatto tre”. E la giuntahe è ancora incompleta? “Ci chiedono di indicare persone nuove, ma questo richiede tempo”. Già, l’idea di ricorrere ai curricula per selezionare la squadra era bella sulla carta, ma si èvelata complicata – e non priva di trabocchetti – nella pratica. “È presto periudicare”, sospende, però, il giudizio Molossi. Gli industriali sono contrari al nuovo sindaco? “No, non sono né sostenitori, né avversari”. Paradossalmente, le critiche arrivano più da fuorihe da Parma. In città la fiducia in Pizzarotti resiste. Per capirlo basta visita-e gli uffici comunali di Largo de Strada: “Abbiamo fiducia in lui – ra c c o n t a un gruppo di dipendenti – È alla mano, e non per le scarpe da tennis… che èolklore. No, visita gli uffici, parla con i dipendenti, non succedeva da decenni. E gli assessori abbandonano il palazzo del Comune per tornare qui, al lavoro con i loro dipendenti. Qualcosa è cambiato”. Lui, Pizzarotti, resta blindato nel suo ufficio fino alle nove di sera quando il Comune chiude. La suagenda è una raffica di impegni ogni giorno; di corsa da una parte all’a l t ra della città. Mille volti nuovi. “Gli industriali? Li ho incontrati due volte. Ho visto anche i sindacati, tutti insieme, mi sembra giusto così”, racconta il sindaco con la cravatta e la giacca sulle spalle ancora di ragazzo. Che devono sostenere un peso mica da poco: il riscatto della città, ma anche sfide tanto più grandi di lui che si combattono lontano da Parma.

Licenziamenti e nuova Aspi, ecco i cambiamenti (Salvatore Cannavò).

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