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Casta, interviste-fai-da-te: il teatrino della maggioranza al Tg1. Le auto-interviste sono una prassi consolidata (purtroppo) per i nostri parlamentari

Da ilfattoquotidiano.it del 05/06/2013.readzione attualità


Il governissimo sfila davanti alle telecamere del Tg della rete ammiraglia Rai. Tutto, rigorosamente, senza domande dei giornalisti. Protagonisti? L’ex ministro e deputato Maria Stella Gelmini (Pdl) che sul caso Ruby dichiara: “Se condannanoBerlusconi mobiliteremo i cittadini”. Dichiarazioni fatte in sala stampa a Montecitorio alla presenza di incolpevoli reggi-microfono che lavorano per le reti tv o per i service in appalto. Le auto-interviste sono una prassi consolidata (purtroppo) per i nostri parlamentari. Tanto che poco dopo si ripete la stessa cosa con il deputato del Pd,Paola De Micheli, che si auto-intervista sul tema delle riforme costituzionali. Il tutto finisce nei servizi pastone del Tg1 sulla giornata politica del governo delle larghe intese

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STANZA 601, IL FORZIERE SEGRETO DEI DERIVATI AL MINISTERO DI GRILLI NELL ’ARMADIO DEL TESORO SONO CONSERVATI I CONTRATTI CHE TANTI GUAI HANNO ARRECATO A COMUNI E REGIONI, MA VIA XX SETTEMBRE NON PUÒ VIGILARE

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Fatto Quotidiano 24/02/2013 di Filippo Barone attualità
C’ è un armadio dei derivati al ministero del Tesoro e dentro si trova di tutto: chi ha fatto l’affare e chi no, quanto sono cresciuti i debiti e le perdite in capo all’ente, ma soprattutto chi ha truffato, come e quanto, a chi attribuire le responsabilità. L’a rchivio che contiene tutti i contratti sottoscritti dagli u contratti derivati di enti locali avviate dalle procure di Roma, Torino, Verona, Asti, Como, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Brindisi, Ragusa e Messina. Ipotesi di reato: truffa, truffa aggravata, appropriazione indebita, falso, abuso di ufficio, ingiusti vantaggi patrimoniali. Ognuna poggia su un derivato venuto alla luce quasi per caso: in- discrezioni dall’interno dell’ente locale alla stampa, una denuncia di un’associazione di consumatori o la semplice puzza di bruciato tra le pieghe di un articolo e l’apertura del fascicolo. L’ARCHIVIO dei derivati degli enti locali è nell’ufficio quarto della seconda direzio- ne, il responsabile Stefano Lazzeri preferisce non rilasciare interviste. Ma i suoi collaboratori dicono: “Qui c’è un mero monitoraggio statistico, non c’è vigilanza, non facciamo controllo”. A guardare le funzioni indicate nel sito del ministero dell’E- conomia, in effetti, si legge che l’ufficio ha compito di “coordinamento delle attività di raccolta e delle operazioni finanziarie degli Enti pubblici e territoriali comprensivo della verifica di conformità alle indicazioni fornite nell’ambito di tale attività”. E che significa? Chi controlla cosa c’è “dentro” un contratto derivato? Una fonte autorevole ci conferma che al Mef non hanno né strumenti né competenze per siffatti controlli. Spiega uno dei funzionari che quei contratti appena la guarda- no: fanno due conti e passano i contratti alla Corte dei conti. I contratti vengono smistati in base alle competenze ter- ritoriali alle diverse sezioni regionali che vanno una va- lutazione “di legittimità” e non di merito: vuol dire che se nelle pieghe contratto c’è una truffa la Corte non ha nulla da eccepire. Al massimo la Corte contatta gli enti e li avvisa che stanno perdendo un mucchio di quattrini. L’ente prende atto e, considerato che i derivati non possono per legge essere sosti- tuiti con nuovi contratti, va- luta se incassare la perdita o lasciare tutto come sta. Se quella del controllo è una speranza vana, restano le statistiche: su questo l’armadio dei derivati qualcosa la dice. I dati pubblicati dal ministero delle Finanze riportano la si- tuazione al 31 dicembre 2012: 27,7 miliardi di euro spalmati su 266 enti locali. Tutto sommato sono numeri rassicuranti. Ma i dati di Bankitalia segnano 31,5 mi- liardi di euro, quattro in più. Il problema è che quei 31 mi- liardi si riferiscono ai soli contratti che gli enti hanno sottoscritto con banche italiane, mancano cioè tutti quelli sottoscritti con banche estere e basta sfogliare i giornali per rendersi conto che questi sono la maggior parte. Sui reati che potrebbero na- scondersi tra le pieghe delle clausole incombe la prescri- zione. Spiega il pm Robledo: “Il reato si prescrive in 6 anni che possono arrivare a 7 e mezzo se viene interrotto perché è stato rinegoziato”. Le procure hanno poco tempo per in- tervenire. “Visto che la legge vieta i derivati dal 2009 – continua Robledo – gli ulti- mi arriveranno a prescrizione nel 2015 e qualcuno nel 2017”. Altri due anni di enti locali con le banche non è stato mai aperto al pubblico. Pochi sanno che esiste. Ma tutti quei derivati, per i quali più di una procura si è attivata, sono raccolti in bell’ordine al riparo da occhi indiscreti. In via XX Settembre, nel palazzo in cui lavora il ministro Vittorio Grilli, un piano e due corridoi sotto la sua poltrona. Stanza 601. UNA RACCOLTA fatta in si- lenzio e senza sforzi, grazie a una norma del 2007 che im- pone a tutti gli enti di spedire una copia di quei contratti all’ufficio che deve conteggiare il loro debito e che ha bisogno delle pezze d’appoggio per fare i calcoli. Un tesoro, visto lo sforzo fatto in questi anni da procure e organi di “intelligence” per rastrellare le informazioni tra le diverse regioni. I carabinieri per dare una dimensione al fenomeno hanno dovuto incrociare i dati delle commissioni parlamentari di inchiesta con quelli della Banca d’Italia. Le pattuglie della guardia di finanza hanno consumato le gomme tra Lombardia e Calabria, spedite dal pm milanese Alfredo Robledo per venire a capo dell’intreccio di provvigioni, ristrutturazioni e sinking fund che incrociano le sorti di regioni e banche. Indagini che hanno portato a condanne da sei a otto mesi di carcere per truffa aggravata a carico dei blasonati manager di Deutsche Bank, Depfa Bank, Ubs e Jp Morgan. Oltre a quella di Milano se ne contano altre 15 di indagi

su contratti derivati di enti locali avviate dalle procure di Roma, Torino, Verona, Asti, Como, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Brindisi, Ragusa e Messina. Ipotesi di reato: truffa, truffa aggravata, appropriazione indebita, falso, abuso di ufficio, ingiusti vantaggi patrimoniali. Ognuna poggia su un derivato venuto alla luce quasi per caso: indiscrezioni dall’interno dell’ente locale alla stampa, una denuncia di un’associazione di consumatori o la semplice puzza di bruciato tra le pieghe di un articolo e l’apertura del fascicolo. L’ARCHIVIO dei derivati degli enti locali è nell’ufficio quarto della seconda direzione, il responsabile Stefano Lazzeri preferisce non rilasciare interviste. Ma i suoi collaboratori dicono: “Qui c’è un mero monitoraggio statistico, non c’è vigilanza, non facciamo controllo”. A guardare le funzioni indicate nel sito del ministero dell’Economia, in effetti, si legge che l’ufficio ha compito di “coordinamento delle attività di raccolta e delle operazioni finanziarie degli Enti pubblici e territoriali comprensivo della verifica di conformità alle indicazioni fornite nell’ambito di tale attività”. E che significa? Chi controlla cosa c’è “dentro” un contratto derivato? Una fonte autorevole ci conferma che al Mef non hanno né strumenti né competenze per siffatti controlli. Spiega uno dei funzionari che quei contratti appena la guarda- no: fanno due conti e passano i contratti alla Corte dei conti. I contratti vengono smistati in base alle competenze territoriali alle diverse sezioni regionali che vanno una va- lutazione “di legittimità” e non di merito: vuol dire che se nelle pieghe contratto c’è una truffa la Corte non ha nulla da eccepire. Al massi- mo la Corte contatta gli enti e li avvisa che stanno perden- do un mucchio di quattrini. L’ente prende atto e, consi- derato che i derivati non possono per legge essere sostituiti con nuovi contratti, valuta se incassare la perdita o lasciare tutto come sta. Se quella del controllo è una speranza vana, restano le statistiche: su questo l’armadio dei derivati qualcosa la dice. I dati pubblicati dal ministero delle Finanze riportano la situazione al 31 dicembre 2012: 27,7 miliardi di euro spalmati su 266 enti locali. Tutto sommato sono numeri rassicuranti. Ma i dati di Bankitalia segnano 31,5 miliardi di euro, quattro in più. Il problema è che quei 31 miliardi si riferiscono ai soli contratti che gli enti hanno sottoscritto con banche italiane, mancano cioè tutti quelli sottoscritti con banche estere e basta sfogliare i giornali per rendersi conto che questi sono la maggior parte. Sui reati che potrebbero nascondersi tra le pieghe delle clausole incombe la prescri- zione. Spiega il pm Robledo: “Il reato si prescrive in 6 anni che possono arrivare a 7 e mezzo se viene interrotto perché è stato rinegoziato”. Le procure hanno poco tempo per intervenire. “Visto che la legge vieta i derivati dal 2009 – continua Robledo – gli ultimi arriveranno a prescrizione nel 2015 e qualcuno nel 2017”. Altri due anni di silenzio e il gioco è fatto.

Al lupo al lupo (Marco Travaglio)

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Fatto Quotidiano 3/02/2013 di Marco Travaglio attualità
Forse il capo della Protezione civile Franco Gabrielli, ex prefetto de L’Aquila, quello che denunciò per “manifestazione elettorale non autorizzata” i cittadini aquilani che portavano via sulle carriole le macerie dal centro storico visto che in due anni nessun’autorità aveva provveduto, ha le idee un po’ confuse. L’altroieri, dopo aver rilanciato l’allarme dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) su un possibile terremoto “nelle prossime ore” in Garfagnana, che ha innescato la psicosi delle autorità locali, fino all’ordine del sindaco di Castelnuovo a 30 mila persone di uscire di casa e di restare all’addiaccio per tutta la notte, ha dichiarato: “È il frutto avvelenato della sentenza de L’Aquila”: quella che ha condannato in primo grado per omicidio colposo plurimo i sette scienziati della commissione Grandi Rischi per il famigerato “vertice” del 1 marzo 2009. Ora i casi sono due: o Gabrielli non ha letto le 946 pagine della sentenza; oppure le ha lette e non le ha capite. Il primo caso sarebbe già grave, ma il secondo sarebbe gra- vissimo perché significherebbe che siamo sempre in mano a dilettanti allo sbaraglio. La sen- tenza spiega chiaramente che nessuno è stato processato per non aver previsto il terremoto del 2009: al contrario, i sei presunti “scienziati” sono stati condannati per due motivi del tutto opposti alla vulgata corrente. 1) Avere previsto che il terremoto non ci sarebbe stato, con di- chiarazioni di scampato pericolo scientifica- mente infondate che rassicurarono la popolazione, inducendola a rientrare nelle proprie case dopo aver trascorso molte notti in strada, in auto o lontano dalla città presso hotel, amici e parenti nei quattro mesi di sciame si- smico. 2) Non avere effettuato la valutazione e la previsione del “rischio sismico”, cioè l’attività prescritta dalla legge alla commissione Grandi Rischi: che consiste non nel prevedere se ci sarà il terremoto, ma nell’immaginare quali danni potrebbe causare un eventuale sisma e nell’avvertire dei relativi rischi gli abitanti di edifici pericolanti o insicuri o fuori norma. Questo prevede la legge istitutiva della Grandi Rischi, questo la Grandi Rischi non fece nel 2009, anzi fece esattamente l’opposto, per questo i mem- bri della Grandi Rischi sono stati condannati: per aver agito da politici e non da scienziati, rassicurando le popolazioni con affermazioni prive di fondamento tecnico, assecondando le esigenze del governo Berlusconi con quella che Bertolaso intercettato definì “operazione me- diatica”, spacciata però per riunione scientifica. Quali “frutti avvelenati” potrà mai produrre una sentenza che punisce chi non rispetta la legge e dunque invita la Grandi Rischi a ri- spettarla in futuro? Mistero. Così com’è un mi- stero dove mai i giudici de L’Aquila abbiano scritto che d’ora in poi la Protezione civile debba lanciare messaggi allarmistici al minimo tremito della terra per evitare future condanne. Se Gabrielli e i tecnici dell’Ingv avevano elementi scientifici per prevedere un grave terremoto in Garfagnana, hanno fatto benissimo ad allertare le autorità locali e queste a far evacuare le case della zona: nel qual caso però bisognerebbe smetterla di ripetere che i terremoti sono imprevedibili. Se invece non avevano alcun elemento, ma si son messi a gridare “al lupo al lupo” pur sapendo che il lupo non c’era, al solo scopo di non finire sotto processo, hanno inutilmente terrorizzato decine di migliaia di per- sone, visto che nessuno si sarebbe mai sognato di processarli per non aver previsto un evento imprevedibile. Insomma, lorsignori si mettano d’accordo con se stessi, si assumano le proprie responsabilità e lascino in pace i giudici de L’Aquila. Che non hanno fatto altro che il loro dovere. Loro

La democrazia tradita (dal blog di BeppeGrillo.it)


Da BeppeGrillo.it
E’ stupefacente come la legge elettorale non sia vincolata di fatto da nessun articolo della Costituzione. I partiti, che hanno scritto la Costituzione nel dopoguerra, in particolare la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, hanno preferito tenersi le mani libere. La legge elettorale può quindi essere cambiata a ridosso delle elezioni, riscritta dai segretari di partito come un abito su misura per favorire il proprio raggruppamento, sottratta a ogni controllo da parte degli elettori. I partiti, in caso di “emergenza”, definita tale ovviamente da loro, hanno persino il potere di spostare la data delle elezioni per evitare la cacciata dal Parlamento. E’ il rovesciamento della democrazia. La via italiana ai maiali di Orwell che, una volta acquisito il potere, usavano qualunque mezzo per mantenerlo. Tre segretari di partiti non più rappresentati nel Paese reale, che potrebbero anche sparire dopo le prossime elezioni politiche, si riuniscono da mesi per una “nuova” legge elettorale. Cercano la magica quadratura del cerchio che li mantenga in sella per sempre, l’elisir di lunga vita parlamentare. La loro arroganza e la loro cecità sono tali che non si rendono conto che i cittadini li guardano allibiti come dei pazzi fuggiti da un manicomio. Eppure, a questi incompetenti, che hanno fatto fallire la Nazione sotto il peso di 2.000 miliardi di euro, tutto sembra apparentemente concesso, anche di cambiare le regole del gioco mentre questo è in corso. Non ci sono arbitri che possano intervenire per fermare la partita truccata, non la Corte Costituzionale, non i cittadini. Questa non è democrazia, non ne ha salvato neppure le apparenze. Gli imputati sono diventati i giudici di sé stessi. La legge elettorale non può essere un giocattolo nelle mani di chi ne trae un vantaggio. I cittadini italiani devono decidere, attraverso una pubblica consultazione, le modalità con cui eleggere i loro “dipendenti”. Dovrebbe essere inserito nella Costituzione che ogni cambiamento alla legge elettorale sia soggetto a referendum confermativo.
Cinque anni fa, nel settembre del 2007, 350.000 italiani firmarono per una “nuova” legge elettorale che prevedeva la non eleggibilità dei condannati in via definitiva, il massimo di due mandati e l’elezione diretta del candidato. La loro proposta giace da allora nelle cantine del Senato. Napolitano, che ora pressa per una nuova legge elettorale, in cinque anni quel boom di democrazia non lo ha mai sentito e, con lui, neppure i partiti.

Sei favorevole a un referendum confermativo della nuova legge elettorale dopo una pubblica discussione? Rispondi attraverso il sondaggio

PENSIONI DI CASTA Ecco perché non si toccano Il governo ha detto no al tetto di 6mila euro


Sforbiciando gli assegni si otterrebbero risparmi per 2,3 miliardi nel pubblico e fino a 15 se si applicasse anche nel privatoFatto Quotidiano 1/07/2012 di Salvatore Cannavò Attualità
Il governo, lo stesso che si appresta a sforbiciare la spesa pubblica con la spending review e che ha varato la riforma della previdenza, ha detto no
all’inserimento di un tetto alle pensioni d’oro. Perché? Di pensioni a 5 stelle tra i banchi dell’esecutivo ce ne sono diverse, basta leggere le indennità di diversi ministri e sottosegretari. Un pacchetto di alti redditi che in parte aiutano a spiegare la reticenza con cui l’esecutivo ha affrontato finora il tema dei tetti agli assegni della previdenza pubblica. La lista, del resto, chiama in causa addirittura il super-commissario ai risparmi, Enrico Bondi. Ma spicca anche un sottosegretario, Gian franco Polillo, il sospettato numero uno del rinvio della norma. Non è ancora chiaro, infatti, come sarà il provvedimento che il Consiglio dei ministri è chiamato a varare la spending review (10 miliardi di tagli quest’anno, il doppio nel 2013, per disinnescare la bomba dell’aumento dell’Iva previsto da Berlusconi). E soprattutto non è chiaro se ci sarà o no un tetto massimo per le pensioni pagate dall’amministrazione pubblica che l’emendamento presentato dal deputato Pdl, Guido Crosetto, indicava in 6mila euro netti mensili. Quell’emendamento è stato ritirato dopo le insistenti “p re s s i o n i ” da parte del governo e degli stessi colleghi di Crosetto. “Smuovi un campo troppo ampio” gli aveva detto in Commissione proprio Polillo. Il sottosegretario sa bene di cosa parla perché è titolare di una pensione di 9.541,13 euro netti al mese percepita dall’ottobre del 2006 dopo oltre 40 anni di servizio come funzionario della Camera. A pensar male, ovviamente, si dovrebbe ritenere che è la propria pensione a indurre a smussare un provvedimento tutt’altro che simbolico (consentirebbe un risparmio di 2,3 miliardi solo per il pubblico, di 15 estendendolo anche al privato). Ma questo presupporrebbe un’azione retroattiva del taglio che, a eccezione dei pensionati comuni (ai quali hanno bloccato l’adeguamento all’in -lazione per gli assegni superiori ai 1.400 euro), come gli esodati, non si dà mai nella legislazione italiana. Forse si tratta invece di una mera rappresentanza di un interesse “di casta”. Se però si volesse capire chi potrebbe effettivamente essere beneficiato dal mancato tetto, ecco il no-
2,3 mld
IL RISPARMIO INSERENDO UN TETTO NEL PUBBLICO
15 mld
SE SI ESTENDESSE ANCHE AL PRIVATO
me di Elsa Fornero. Il ministro del Lavoro che in pensione ancora non ci è andata ma che gode di una lunga carriera a cui aggiunge importanti consulenze e incarichi prestigiosi. Nel 2010 ha dichiarato un reddito di 402mila euro lordi annui, per cui non è difficile prevedere per lei una pensione al limite della soglia-Crosetto. Ma quanti altri “cl o n i ” di queste figure potrebbero essere salvati? Ancora altri esempi, magari proprio considerando l’estensione al privato: il ministro della Giustizia, Paola Severino, ha dichiarato-nel 2011 oltre 7 milioni di euro. Il suo collega allo Sviluppo Corrado Passera, oltre 3,5 milioni. Per non parlare di P i e ro G nu d i , con una dichiarazione dei redditi da 1,7 milioni. Legittimo attendersi che, quando andranno in pensione, saranno ben oltre il tetto.
Prof, generali e grand commis
DIAMOancora un’occhiata alle pensioni di chi è al governo. Il ministro Anna Maria Cancellieri dal novembre 2009 è titolare di una pensione di 6.688,70 euro netti al mese. È il frutto di una lunga carriera nell’amministrazione statale, con l’ingresso al ministero degli Interni nel 1972. Il ministro della Difesa, Ammiraglio Giampaolo Di Paola, percepisce 314.522,64 euro di “pensione provvisor ia” pari a circa 20mila euro mensili. È pubblicata, inoltre, sul sito del governo quella del sottosegretario allo Sviluppo economico, Massimo Vari che percepisce 10.253,17 euro netti al mese, frutto di una lunga attività di magistrato fino a ricoprire la carica di vice-presidente emerito della Corte costituzionale. Vari è in attesa di un’altra indennità per gli anni trascorsi alla Corte dei conti europea. Così come è pubblicata la pensione di Andrea Riccardi, 81.154 euro lordo annui (circa 4mila euro al mese) frutto del lavoro di docente universitario. Impossibile da rintracciare nella dettagliatissima documentazione reddituale del presidente del Consiglio, invece, la pensione di cui è beneficiario dal novembre del 2003 pari a 3.330,11 euro netti mensili frutto dell’attività di docente universitario. Poca cosa in confronto alle vere pensioni d’oro e poca cosa, soprattutto, rispetto al reddito superiore al milione di euro dichiarato da Mario Monti nel 2011. Vale la pena di considerare, però, che quella pensione che è comunque tre volte una buona pensione di un lavoratore medio, è stata conseguita all’età di 60 anni, nonostante i tanti proclami sulla necessità di aumentare l’età pensionistica. Ma il caso che forse è destinato a brillare di più è quello del responsabile massimo della spending review, Enrico Bondi. Il “commis sario tecnico”, il fustigatore degli sprechi gode di una pensione di 5.827,07 euro netti mensili. Bondi ha lavorato molto, la pensione è certamente meritata ma anche lui ne gode dal 1993 e quindi all’età di 59 anni. I casi citati rappresentano adeguatamente le categorie beneficiarie di “pen sioni d’oro”: alti dirigenti pubblici (Polillo, Cancellieri), super-magistrati (Vari), alti ufficiali delle Forze armate (Di Paola), docenti universitari (Riccardi e Fornero). Si tratta di una élite del pubblico impiego riscontrabile anche dall’importo medio annuo delle pensioni Inpdap: si va dai 40 mila euro annui delle Forze Armate, ai 47 mila dei docenti universitari ai 64mila dei medici Asl, fino ai 134mila euro annui dei magistrati. Nella fascia di pensioni superiori ai 4mila euro lordi mensili ci sono 104.793 persone che si riducono all’aumento del tetto individuato (non ci sono dati per fasce superiori ai 4mila euro). I risparmi possono comunque essere molto alti. Basti pensare che l’incidenza degli stipendi dei dirigenti pubblici arriva spesso al 20% dei costi sostenuti con punte del 40% nella Sanità (o, per fare un esempio più piccolo, all’interno della Presidenza del Consiglio). Del resto, basta guardare la media degli stipendi dei dirigenti, 90.288 euro quelli di seconda fascia, 192mila euro quelli di prima fascia, per accorgersi che la loro incidenza è di almeno 5 volte lo stipendio medio dei dipendenti pubblici.
Come 30 esodati
AC Q U I S TA N O così una certa concretezza le proiezioni dei Cobas dell’Inpdap che, sulla base della spesa pensionistica dell’Istituto, 60 miliardi nel 2011, stimano in almeno 2 miliardi e 300 milioni i risparmi annui ottenibili con un tetto pensionistico di 5mila euro al mese. Risparmi che potrebbero arrivare a 15 miliardi nel settore privato. A parziale conferma di quest’ultima stima basti prendere la pensione di uno dei più grandi dirigenti privati del settore bancario: Cesare Geronzi. L’ex dominus della finanza italiana è titolare di tre pensioni: la prima, su base retribuitiva,
è di 22.307 euro netti al mese (avete letto bene, ventiduemila euro al mese); la seconda, integrativa, è di 10.465 euro netti mensili. Come se non bastasse ce n’è una terza, di “soli” 896,38 euro mensili frutto di una pensione “contr ibutiva”. Il totale è di 33.668 euro netti mensili. Se fosse stabilito un tetto di 5 o 6mila euro, Geronzi dovrebbe rinunciare ad almeno 27mila euro. Si pagherebbero almeno 30 esodati. Un po’ meno se si ponesse a 10mila euro il tetto consentito per il cumulo degli assegni. Ma comunque un bel risparmio.

“Non si lamentino quelli del Pd se la gente vota Grillo”I SINDACI EMILIANI AI PARLAMENTARI CHE AVEVANO PROMESSO 91 MILIONI DI EURO AI TERREMOTATI: “VENGANO QUI A VEDERE”


Fatto Quotidiano 29/06/2012 di Emiliano Liuzzi e Davide Marceddu Attualità
Non si è visto ancora neanche un euro: dei 2 miliardi e mezzo stanziati dall’esecutivo Monti nulla è è arrivatoNon si lamentino quelli del mio partito se in Emilia Romagna
votano Grillo”. Parola di Fernando Ferioli, sindaco di Finale Emilia, paese che c’era e oggi non c’è più. Non c’è più il paese, non ci sono i soldi per ricostruirlo. Perché le donazioni, a oggi, sono tutte sulla carta, soldi non ne sono passati. E le promesse di dirottare i finanziamenti ai partiti – 91 milioni di euro – ai paesi colpiti dal terremoto rischiano di rimanere tali. Promesse. Qualcosa in Parlamento s’è inceppato: s’aspetta un decreto d’urgenza del governo, che ancora non arriva.
COME l’hanno presa i sindaci, quasi tutti espressi dal Pd? Male, malissimo. Perché di fronte alle macerie l’appartenenza politica diventa poca cosa. “Perché i parlamentari non vengono per una settimana a fra i volontari nelle nostre tendopoli? Forse avrebbero più attenzione alle no-
tre esigenze”. Luisa Turci, sindaco di Novi di Modena ci risponde mentre è a lavoro per la ricostruzione. “Se si vuole fare una cosa si fa, soprattutto se si è in Parlamento. Chissà che a molti deputati e senatori passare qualche giorno qui non cambi gli orizzonti come è successo a noi: per noi sono cambiate le aspettative, le attese, è cambiata la nostra vita”.
L’idea dello stanziamento di questi fondi era arrivata subito dopo le scosse di terremoto più violente. La solita commozione generale e unanime delle forze politiche e la proposta bipartisan di destinare parte dei finanziamenti ai partiti: nel disegno di legge sulla trasparenza nei partiti in quel momento in discussione, dopo gli scandali che hanno travolto la Lega Nord l’ex Margherita, fu inserito un emendamento. Ma ora la legge si è arenata in Parlamento e con essa quel codicillo da 91 milioni di euro. “Non ci credo che volessero insabbiarla, ma è comunque stato un errore stupido arrivare a rischiare di perdere quei soldi”, dice Ferioli.
DEL RESTO “goccia a goccia si riempie il vaso”, dice Turci e quei 91 milioni, anche spalmati tra i 104 comuni dichiarati terremotati possono essere una manna per le casse, dissanguate prima dai tagli agli enti locali degli ultimi anni e adesso all’Armageddon di maggio.
“Stiamo spendendo milioni di euro solo per la gestione ordinaria. Se fossero già arrivati sarebbe stato meglio”. Anche perché altri soldi ancora non se ne sono visti. Dei 2 miliardi e mezzo dal governo Monti per la ricostruzione, di cui 500 milioni per il 2012, i sindaci non hanno ancora visto il becco di un quattrino. “La protezione civile autorizza le spese che sosteniamo, ma sono ancora i soldi del Comune che avevamo in cassa. Da Roma ancora niente”, spiega Rudi Accorsi, sindaco di San Possidonio. Intanto, per tornare alla questione dei rimborsi, dalle fila del Partito Democratico, la capogruppo in Senato, Anna Finocchiaro, respinge le accuse sulla questione dei rimborso. “La rata di luglio del finanziamento ai partiti andrà ai terremotati dell’Emilia Romagna. Questo per quanto riguarda il Pd è assolutamente fuori discussione. Il provvedimento relativo, approvato dalla Camera non ha previsto la clausola dell’entrata in vigore immediata”.?

Idea: contro la mafia smantelliamo la Dia (Marco Travaglio)


Espresso 25/05/2012 Marco Travaglio Attualità
Piano piano una delle eredità più
preziose di Falcone viene smontata.
La Direzione investigativa antimafia hasempre meno risorse e personale
qualificato. Forse perché è troppo
“autonoma”
Il ritorno delle stragi e le commemorazioni per il ventennale di Capaci ci hanno rovesciato addosso un surplus di retorica a base di proclami di alte e basse cariche
dello Stato, «non abbassare la guardia», «assicurare i colpevoli alla giustizia», Giovanni di qua e Francesca di là. Intanto, lontano dai riflettori, viene smantellata una delle eredità più preziose di Falcone: la Direzione investigativa antimafia (Dia), nata dall’idea del grande giudice di creare una struttura specializzata “interforze” per raccogliere e coordinare il meglio di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza nella lotta alla criminalità organizzata.
Nel 2001 la Dia aveva in dotazione 28 milioni di euro, ora non supera i 10. Per svolgere tutti i suoi compiti, necessiterebbe di 3 mila uomini, invece è ridotta a 1.300. Come se non bastasse, il governo Berlusconi – quello che sbandierava come roba sua i latitanti arrestati e i beni sequestrati, quello che il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso vorrebbe premiare «per la lotta alla mafia» – nel 2010 ha decretato il blocco degli stipendi per tre anni agli operatori della Dia. E nell’ottobre 2011 ha infilato nel decreto Stabilità una normetta che taglia i loro stipendi del 20 per cento, riducendo del 60 per cento il Tea (trattamento economico aggiuntivo) per il 20122013. Misura confermata dal governo Monti. Un risparmio insignificante, ingiustificabile con motivazioni economiche (in media il Tea degli 007 antimafia ammonta a circa 300 euro mensili, su stipendi di 1.400-2.000 euro). E per giunta “riservato”, in tutto il comparto sicurezza, solo alla Dia. Quanto basta per far sospettare tutt’altre finalità.
SCIOGLIERE LA DIA a vent’anni dalla sua nascita e dalla morte di Falcone sarebbe troppo anche per questa classe politica: molto meglio svuotarla giorno dopo giorno, per non dare nell’occhio. «Vogliono toglierci la nostra specificità», denuncia un ispettore, «che ancor oggi ci consente di fare indagini in completa au-
tonomia dalla politica, e che ci rende “pericolosi” e poco “gestibili”. Fanno di tutto per affossarci: prima i continui tagli di fondi e mezzi, poi il trasferimento insieme alla Criminalpol in una zona periferica di Roma, infine l’uso del turnover per riempirci di personale sempre meno qualificato e più raccomandato. Eppure, nonostante le mortificazioni, abbiamo mantenuto un livello di preparazione e di indipendenza altissimo. E forse è proprio questo il “problema”».
IL BILANCIO DI VENT’ANNI di Dia parla chiaro: 12 miliardi di euro i beni sequestrati a Cosa Nostra, camorra, ’ndrangheta e Sacra Corona Unita, 2 miliardi quelli confiscati, 9 mila ordinanze di custodia cautelare dal 1992 al 2012. Sei mesi fa, dopo le denunce dei sindacati di polizia e del Cocer dell’Arma, gli ispettori Dia hanno scritto all’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni: «Abbiamo il dovere morale di denunciare l’ennesimo tentativo di depauperare la Dia, fortemente voluta da Falcone, attentando così alle sue idee». Ma, come hanno dichiarato al sito linkiesta.it, non hanno mai ricevuto uno straccio di risposta: «Né da Maroni, né dal capo della Polizia». Fli ha presentato una proposta di legge per rifinanziare la Dia secondo le sue esigenze, ma nessun altro gruppo parlamentare s’è finora associato. Così, proprio mentre occorrerebbero detective esperti e professionali per fare luce sul rinascente stragismo e si avvicina come non mai la verità sulle trattative Stato-mafia partite dopo la strage di Capaci e forse tuttoggi in corso, lo Stato rinuncia al suo apparato investigativo e repressivo più efficace e collaudato. Il tutto mentre le Procure impegnate in indagini su mafia e politica denunciano difficoltà sempre maggiori nel trovare investigatori disposti a rischiare la carriera pestando i piedi a questo o quel potentato. Altro che «non abbassare la guardia» e «assicurare i colpevoli alla giustizia». Vent’anni dopo, siamo tornati alla battuta di Amurri e Verde: «La criminalità è organizzata, e noi no».

Pulizia di Stato (Marco Travaglio).

Pulizia di Stato (Marco Travaglio)..

SOLITA GIUSTIZIA: BAVAGLIO E LEGGE ANTI-PM


Ricatto Pdl per “c e d e re ” sull’anticorruzione. Falso in bilancio tabù
Fatto Quotidiano 12/04/2012 di Sara Nicoli
Se volete aumentare le pene per la corruzione, allora vogliamo in cambio il bavaglio per la stampa e la
responsabilità civile per i magistrati subito. Si può riassumere così il lungo colloquio con il Pdl che ieri ha segnato la
giornata del ministro della Giustizia, Paola Severino, chiamata a un ultimo, quanto definitivo, giro d’orizzonte con i partiti politici prima di presentar(la prossima settimana) gli emendamenti del governo sul ddl anti-corruzione, di stanza alla Camera. La Guardasigilli ha promesso che l’intero arcolato dovrà vedere la luce – almeno in un ramo del Parlamento – entro l’estate e dunque lavora senza sosta. Peccato che la delegazione del Pdl, che ieri è salita nel suo studio a via Arenula, abbia posto dei paletti molto seri non tanto sulla riformulazione del reato di corruzione e della concussione, quanto su quello che il Pdl pretende in cambio per dare il via libera alla norma: la solita stretta sulle intercettazioni. Davanti alla Severino sono arrivati i plenipotenziari della trattative sulla giustizia fedelissimi del Cavaliere: Niccolò Ghedini, Enrico Costa, Franco Mugnai e l’ex ministro Nitto Palma. E la prima cosa che hanno fatto sparire dal tavolo è stata la possibilità di una reintroduzione del reato di falso in bilancio, che la Severino – non a caso – aveva messo da un lato solo nella speranza di poter affrontare l’ar gomento, ma sapendo di non avere grandi chance. A quanto si è saputo, però, anche gli uomini del Pdl avrebbero concordato su alcune proposte fatte dal ministro in materia di corruzione. L’aspetto politicamente più rilevante dell’intervento legislativo studiato dalla Severino dovrebbe riguardare la rimodulazione delle pene per i corrotti.
Il ministro ha già detto di non voler toccare la legge ex-Cirielli che ha tagliato per tutti i tempi della prescrizione, quindi l’unico modo per rendere più probabile la punizione dei corrotti è alzare le pene, allungando per questa via i tempi di estinzione dei procedimenti. Probabile anche un inaspri-
Summit della Severino con i partiti, la prossima settimana gli emendamenti del governo
mento delle pene accessorie, con l’estensione dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici per i condannati. Nel ddl anti-corruzione dovrebbero trovare posto nuovi reati come il traffico d’influenze o la corruzione tra privati, mentre sarà ridefinito il profilo penale della concussione, con effetti sui processi in corso(compreso quello a Silvio Berlusconi per il caso Ruby) che sono state ieri al centro di una forte discussione con il ministro; il reato dovrebbe dividersi in concussione “per costrizione”, messa in atto da un pubblico ufficiale su un cittadino, con le pene più gravi per il concussore e niente per il concusso, giudicato una vittima; e la concussione “per induzione”, nella cui formulazione il termine concussione potrebbe addirittura essere eliminato, e per la quale sono puniti sia il concussore sia, in modo lieve, il concusso, che non sarà considerato una vittima. Ma la tensione, che ieri era palpabile all’uscita dei delegati del Pdl dall’ufficio della Severino (che subito dopo ha visto il Pd e che solo stamattina vedrà Fli e Udc) non ha toccato le questioni di merito, affidate ai tecnici, ma quelle di metodo. Politico. Il Pdl ha ribadito chiaro e tondo di volere un accordo-quadro, che impegni il governo e gli alleati di centro e di sinistra anche sulla stretta alle intercettazioni e sulla re s p o n sabilità civile dei magistrati; su questo fronte si discute “di ammissibilità, di rivalsa, di tipizzazione delle responsabilità e di filtri – ha spiegato un
parlamentare Pdl –, ma siamo pronti a far slittare tutto dopo il 17 pur di ottenere un accordo quadro e soprattutto le int e rc e t t a z i o n i ”. E cioè: ddl corruzione, responsabilità civile e, soprattutto, intercettazioni devono viaggiare su binari paralleli. La voglia di bavaglio si è rifatta forte nel Pdl e la richiesta di una stretta sulle pubblicazioni è arrivata netta. Ghedini ha ricordato alla Severino che su molte delle norme contenute nel ddl fermo da tempo alla Camera c’è già una “doppia conforme”, cioè parti di testo che hanno avuto l’ok senza modifiche da Camera e Senato. “Ci aspettiamo che ora il governo presenti una formulazione più restrittiva dell’ar ticolo 114 del codice di procedura penale – ha spiegato Mugnai – con un emendamento che dovrà privilegiare il diritto alla riservatezza, perché vengono pubblicate cose che non hanno alcuna rilevanza penale”. Il ministro, da quanto è emerso dalla riunione, sarebbe invece più orientato verso un ritorno alla norma attuale “sui punti più critici del cosiddetto testo Bongiorno” vo t a to in commissione, ma è ovvio che la battaglia politica sull’argomento è appena cominciata. Anzi, ricominciata.

La rivolta degli ingenui (Paolo Flores D’ Arcais)


Fatto Quotidiano 7/04/2012 di Paolo Flores D’Arcais
Tangentopoli era un “piccolo mondo antico” di peccati veniali, rispetto al baratro di debordanti liquami corruttivi in cui è precipitata l’Italia nel quasi ven-
tennio berlusconiano, grazie anche al corrivo atteggiamento bipartisan del centrosinistra sulla giustizia (abbiamo dimenticato che il ministro nominato da Prodi a Largo Arenula si chiamava Mastella?). Ormai siamo alla cupa orgia di illegalità, onnipervasiva, i cui putridumi vengono alla luce in quantità industriale non appena una procura riesca ad avviare un’indagine, rompendo il muro di omertà di politicanti, cricche, “gior nalismo” servile e anche magistratura di regime stile P3 e P4, ben ramificata fino ai piani alti e altissimi. Mitridate, re del Ponto, è passato alla storia per essersi reso immune ai veleni, ingerendone ogni giorno quantità minime ma crescenti. La nostra è una società mitridatizzata rispetto alla corruzione e alla illegalità, e alla dismisura che queste tabi della convivenza civile hanno ormai raggiunto. Questa è la vera e devastante vittoria storica dell’intreccio corruttivo politico-finanziario-mafioso: l’egemonia in cui ha imbozzolato istituzioni e “infor mazione”, l’as suefazione in cui ha invischiato ormai decine di milioni di cittadini, rendendoli incapaci di indignazione e rivolta. Diventare un paese normale significa liberarsene. Solo una politica di INGENUITA’ può salvarci. Lucida e consapevole ingenuità, che sbandieri apertamente il programma di ragionevolezza e di equità che impone il buon senso, senza la paralizzante paura di essere accusata di “semplicismo”: per ogni futura “ma n ov ra ” economica e finanziaria, e per il rilancio in grande del welfare (sanità, asili, salario di cittadinanza), neppure un euro va preso ai ceti medi (e meno che mai a disoccupati, precari, pensionati), ma tutto deve essere a carico dei ricchi, molto ricchi, mega ricchi, cominciando dalle ricchezze illegali della corruzione e dell’evasione (200 miliardi all’anno). Il deterrente sono confisca e manette, strumenti ordinari in quel santo Graal del capitalismo che siIl deterrente sono confisca e mmenti ordinari in quel santo Graal del capitalismo che si chiama America. E l’o bbl i go in dichiarazione dei redditi di “qualsiasi rapporto bancario di cui si abbia disponibilità”. E pene draconiane per il reato di ostruzione di giustizia, di falso in bilancio, di falsa testimonianza. E abrogazione della prescrizione dopo il rinvio a giudizio. E nel 2013 una “lista dell’i n ge nu i t à ” di sindacalisti, magistrati, preti di strada. Estremismo? Allora ci si accomodi in terza classe sul Titanic, a ingrassare i grassatori di sempre, e amen.

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