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LA BALLA DELLA RIPRESA

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Fonte conflitti e strategie 27/07/2013 di G. Duchini attualità
Uno dei compiti tanto propagandati del governo Letta, unitamente ai paesi europei interessati, rimane il rilancio della domanda interna, oltre alle tappe del processo di completamento dell’integrazione economica e finanziaria europea: la ricapitalizzazione delle banche europee e l’Unione bancaria. Nel frattempo Standard & Poor’s continua a colpire gli istituti bancari italiani: è toccato a 18 banche italiane vedersi tagliare il rating. Soltanto Intesa Sampaolo, Unicredit e Mediobanca hanno visto confermare il giudizio “BBB”; per il resto delle banche è ulteriormente calato diventando spazzatura.

La decisione presa è conseguenza del downgrade dell’Italia da BBB+ a BBB due settimane orsono. Una stima del Pil -1,9% (per il prossimo anno) condizionerà la capacità delle banche di remunerare il capitale, il costo del rischio di default per i finanziamenti concessi e i costi della provvista rispetto ai concorrenti europei.

Si dice (cfr., Il Bollettino della Banca d’Italia) che l’economia italiana ha operato un intenso processo di aggiustamento fiscale, in tema di contenimento del deficit e avanzo primario, ma il prezzo pagato è altissimo in termine di recessione, deindustrializzazione e aumento della disoccupazione. E’ in corso una profonda erosione della nostra base industriale.

In gioco c’è la possibilità di sopravvivenza di migliaia e migliaia d imprese che, pur in presenza di una loro internazionalizzazione e con numeri esigui, rappresentano soltanto un quarto del sistema produttivo; il resto versa in gravi condizioni come testimonia il fatto che si è perso il 15% del manifatturiero ed il 25% del sistema industriale.

La stima del Fmi per l’Eurozona è un elevato rischio di stagnazione, con l’aggravante di “sottostanti pressioni deflazionistiche”, di “tensioni sociali. politiche e ricadute sull’economia globale”

Si afferma con una certa sicumera che la crisi ricorda molto il ’29 ma La Grassa al contrario la paragonò alla lunga depressione di fine ‘800. “Una crisi che non conobbe sprofondamenti (economici) drammatici, avvenuta nel pieno della “seconda rivoluzione industriale”(cioè in un’epoca di grandi innovazioni), tutto sommato una fase storica in cui, soprattutto nell’area del capitalismo avanzato dell’epoca, non vi furono nemmeno eventi bellici di grande rilievo (che sarebbero poi scoppiati nel corso del XX secolo). Il cosiddetto trend della crisi fu relativamente piatto, ma con ondulazioni all’in giù come all’in su; quindi con un alternarsi di cadute per null’affatto verticali (né generali) e di modeste crescite di tipo di quelle che oggi vengono definite “ripresine”.(”cfr. Quali prospettive(Al momento pessime)?,di GLG 11 luglio ’13).

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Standard &; Poor’s taglia il rating dell’Italia

corel
Il giudizio dell’agenzia di rating sul nostro Paese è stato abbassato a BBB per colpa della rigidità del lavoro, del mercato e dei prodotti. Secondo fonti del Tesoro queste motivazioni non sono condivisibili

articolotre –Redazione- 9 luglio 2013- Standard & Poor’s ha tagliato il giudizio sull’Italia. Il rating passa così da .

”L’azione di rating – spiega S&P – riflette la nostra visione di un ulteriore peggioramento dell’economia in Italia con le prospettive di crescita reale dell’ultimo decennio di meno dello 0,04% di media”. Secondo l’agenzia di rating ”la bassa crescita deriva in gran parte dalla rigidità in Italia del mercato del lavoro e dei prodotti”.

L’abbassamento del rating dell’Italia da parte di S&P dimostra che “la situazione rimane complessa” e che l’Italia resta un “vigilato speciale”. Lo ha detto il premier Enrico Letta in una intervista a Ballarò che andrà in onda questa sera: “La situazione rimane complessa, chi pensa che a livello internazionale sia tutto risolto si sbaglia di grosso”. “Resta l’impegno del governo a togliere l’Imu sulla prima casa” ha aggiunto.

Le motivazioni dell’agenzia di rating ”non sono condivisibili”, replicano fonti del Tesoro, facendo notare come il giudizio dell’agenzia di rating rifletta una valutazione retrospettiva, più che sul futuro, non tenendo sufficientemente conto delle azioni che sono state intraprese dal governo per migliorare le prospettive sul fronte della crescita e della competitività.

STANDARD &; POOR’S Le mail che accusano


Redazione Fatto Quotidiano 30/06/2012 Vittorio Malagutti attualità
Sono tre, almeno tre, i messaggi di posta elettronica che incastrano i signori del rating. Ne è convinto il pm di Trani Michele Ruggiero, che ha messo agli atti della sua inchiesta su Standard & Poor’s una mail in cui il responsabile per le banche dell’agenzia americana contesta le valutazioni espresse dagli autori del rapporto sull’Italia. Il messaggio porta la data del 13 gennaio 2012. Quel giorno, a Borsa chiusa, S&P comunicò il taglio del rating del nostro Paese da A a BBB +. Una
bocciatura che ha penalizzato le quotazioni dei nostri titoli di stato. Secondo la procura, che chiederà il rinvio a giudizio per quattro dirigenti e analisti di S&Pquella mail, come altre due allegate agli atti, dimostra che c’è stata una deliberata volontà di declassare l’Italia in assenza dei pre-supposti per farlo. Nel messaggio, il responsabile per il settore bancario di S&P, Renato Panichi, scrive all’analista Eileen Zhang che “non è giusto che tu dica che (in Italia, ndr) c’è un elevato livello di vulnerabilità ai rischi di finanziamenti esterni”. Panichi poi invita la collega a rimuovere dal report ogni riferimento alla banche italiane. In concreto si tratta di capire come la differenza di opinioni tra colleghi potrà essere poi valorizzata processualmente come prova di una manipolazione del reporcon l’obiettivo di penalizzare l’Italia. Non per niente in una nota diffusa ieri la società americana segnala che “la divergenza di opinioni è una naturale e salutare componente” del processo di formazione del rating. Analisti e dirigenti di S&P sono indagati per aver diffuso report a mercati aperti in cui fornivano notizie non corrette (e in parte false) sulla tenuta del sistema economico e bancario italiano, «idonee a provocare un’ alterazione del prezzo degli strumenti finanziari».

INCHIESTA S&;P, I PM CONVOCANO ANCHE MONTI Lo avevano già chiamato come esperto, ma preferì non andare


Fatto Quotidiano 6/06/2012 di Antonio Massari attualità
In estate gli avevano chiesto un aiuto, come rettore della Bocconi ed esperto di finanza mondiale, per
districare la matassa dei report di Standard & Poor finiti nel fascicolo d’indagine. Da ieri – avendo saputo della nota ufficiale di Palazzo Chigi sul passato di Mario Monti in Moody’s – la procura di Trani sta prendendo un’altra decisione: interrogare il presidente del consiglio come persona informata sui fatti. La questione sarà vagliata nelle prossime ore. La sua testimonianza sarebbe
importante per almeno due motivi. Il primo: appena insediatosi al Governo, dinanzi al report di S&P che declassava l’Italia, Monti parlò di “attacco all’E u ro p a ”. Il secondo: avendo collaborato con Moody’s, il presidente del Consiglio può – a maggior ragione – s p i e g a re quelle parole. Perché “l’attacco all’E u ro p a ” – o meglio alla “zona Euro” – è il sottofondo che sembra sostenere tutta l’indagine condotta dal pm Michele Ruggiero e dal suo capo, il procuratore Carlo Maria Capristo, che per ben due mesi hanno intercettato i vertici di S & P. Un sottofondo, appunto,nel senso che di questo presunto “attacco”, negli atti dell’indagine appena chiusa, non c’è alcuna menzione. Il concetto è espresso in questi termini: S&P avrebbe operato una “desta bilizzazione” dell’area euro e dell’Italia in particolare. Il metodo: artifici informativi e tempistiche non corrette nell’emanazione dei report. E sono state proprio le intercettazioni, oltre che l’analisi delle email interne al colosso del rating, a spingere gli inquirenti in questa direzione. E così, considerato che Monti, già a gennaio, aveva espresso un pensiero simile a quello degli inquirenti, oggi avrebbe il modo di dare una mano concreta. All’epoca – per vie informali – rifiutò l’invito di vestire i panni dell’esperto, del “super consulente” della piccola procura pugliese. Ora – da persona informata sui fatti – può aiutare i pm a fare chiarezza.
UNA CHIAREZZA tanto più necessaria, alla luce delle intercettazioni e delle email, come quella “valor izzata” da gli inquirenti soltanto pochi giorni fa: Renato Panichi, Responsabile Team Banche italiane Standard & Poor’s, a ridosso di un ulteriore report negativo sul sistema bancario italiano, scrive agli analisti. Nel testo, si legge che Panichi è in totale disaccordo con la valutazione, parla di situazione “esattamente contrar ia”, ed invita i colleghi a rettificare il tiro. Ma questo non avviene. Quell’inciso, sul sistema bancario italiano, non sparirà mai. Per gli inquirenti, questa mail, fa il paio con un’intercettazione telefonica di sei mesi prima. Siamo in estate e la re-sponsabile di S&P Italia parla al telefono con Deven Sherma, il numero uno dell’agenzia in Usa. La Panichi si lamenta del grado di professionalità degli analisti che redigono i report per l’Italia, chiede di avere a disposizione dei “senior”, ma anche questa richiesta non troverà risposta. La procura di Trani ascolta in diretta il tracollo di Sherma, che aveva declassato anche gli Usa, sulla base di un presunto errore da 3 miliardi di dollari, e viene silurato all’istante, dopo la reazione di Barack Obama. La piccola procura con vista sul mare, sulla scorta di una denuncia del senatore Idv Elio Lannutti, tra agosto e settembre 2011, entra così nei templi della finanza mondiale, ascolta le reazioni dei capi, fino al numero uno, Sherma (poi silurato per aver osato mettere in discussione la stabilità degli Usa). Ma quel che importa, per l’indagine italiana, è altro: la violazione di alcuni principi “etici” alla base dei report. La
qualità degli operatori che li redigono, la tempestività della loro pubblicazione. Sulla qualità degli analisti – a giudicare dall’intercettazione tra Sherma e Pierdicchi e dalla mail di Panichi – sono proprio i vertici italiani di S&Pad avere forti dubbi. Sulla tempestività usata per la pubblicazione dei report, invece, la procura è convinta di avere il cosiddetto asso nella manica. Siamo sempre nell’estate 2001, tra agosto e settembre, e l’ennesimo report è pronto. È negativo. Dovrebbe essere pubblicato rapidamente ma, invece, gli investigatori ascoltano gli analisti di S&P p re n d e re tempo: “Berlusconi deve andare al Quirinale. È meglio a s p e t t a re ”, dicono, in sintesi, gli analisti intercettati. E non si tratta di una questione che riguarda soltanto Berlusconi. Tra i motivi che portavano S&P a considerare l’Italia poco affidabile, oltre quelli finanziari, c’erano delle considerazioni politiche: il Paese era in una
sorta di “stallo”, nell’incapacità di rimediare alla crisi con una serie di riforme.
POCHI MESI DOPO, però, Berlusconi lascia il posto a Monti. Lo spread sale vertiginosamente. Il nuovo presidente del Consiglio organizza una conferenza stampa il 4 dicembre, di domenica, ed è chiaro il segnale per gli investitori prima che, il lunedì, aprano i mercati: siamo pronti alle riforme e a un’inversione a “U”. Lo “stallo”, quindi, sta per essere superato. Eppure il giorno dopo arriva un “credit watch” negativo, una sorta di preavviso di declassamento, che arriva puntuale il 13 gennaio, nonostante il clima politico – almeno quello, sia cambiato. Ed è in quell’occasione che Monti parla di attacco all’Europa. La procura è della stessa idea. E il presidente del Consiglio, da esperto, potrebbe spiegare cosa intendeva dire, davvero, con quelle p a ro l e .

Prezzi alle stelle, ma aumentano i recuperi

Redazione
Un paese sempre al limite del galleggiamento.
Fatto Quotidiano 17/01/2012
L’Istat conferma l’impennata dei prezzi: il tasso d’inflazione medio annuo per il 2011 è pari al 2,8%, in sensibile
accelerazione rispetto all’1,5% del 2010. Si tratta del valore medio annuo più alto dal 2008 (+3,3%). Nella media del 2011 il carrello della spesa, il raggruppamento dei prodotti acquistati con più frequenza (dal cibo ai carburanti) registra un
aumento annuo del 3,5%. Buone notizie, invece, sul fronte tributario e su quello della lotta all’evasione. Nei primi undici mesi del 2011 le entrate tributarie si sono attestate a quota 330,592 miliardi di euro, in crescita dell’1,1% rispetto al corrispondente periodo del 2010. E’ quanto risulta dai dati diffusi dalla Banca d’Italia nel Supplemento al Bollettino Statistico dedicato alla
Finanza pubblica. Mentre il debito pubblico italiano a novembre è sceso a 1.905,012 miliardi di euro, rispetto ai 1.909,1 di ottobre. Crescita a due cifre per gli incassi da ruoli relativi ad attività di accertamento e controllo: nel periodo gennaio-novembre 2011 è stato registrato infatti un incremento del gettito del 18,3% (+858 milioni di euro), rispetto al corrispondente periodo del 2010.

Usa, Harrington svela gli inganni delle agenzie di rating


Redazione
Gli Stati Uniti per certi versi un paese affascinante ma forse dove ci sono degli eccessi di democrazia che portano i loro mercati finanziari(Wall Street a essere una sorta di centri del gioco d’azzardo
Dalla redazione del Fatto Qiotidiano.it 23/08/2011 Autore Matteo Cavallito
Inaffidabili nella migliore delle ipotesi, distruttive nel peggiore dei casi. La confessione pubblica dell’ex vicepresidente di Moody’s giunge in uno dei momenti più critici nella storia di questi arbitri del mercato. Mai come oggi nell’occhio del ciclone
“Mi chiamo William J. Harrington, sono stato impiegato da Moody’s Investor Service (Moody’s) come analista nella divisione derivati dal giugno del 1999 fino alle mie dimissioni del luglio 2010. Nel 2006 sono stato nominato vice presidente senior, il titolo più elevato cui un analista puro possa aspirare”. Inizia così la “confessione” aperta dell’uomo che promette di diventare il più interessante insider d’America. La gola profonda, ma non anonima, che tutti si attendevano in un momento chiave: con la Sec impegnata a disegnare le nuove regole di disciplina delle agenzie di rating nel momento di massima collera collettiva nei confronti di queste ultime. Un astio emerso già all’alba della crisi ma ora divenuto pressoché incontrollabile su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Corrotte da un peccato originale, il conflitto di interesse, intrinseco alla loro stessa struttura, chiamate “a far felice il cliente” nonostante sia quest’ultimo a chiedere loro un giudizio “obiettivo”. Insomma, inaffidabili nella migliore delle ipotesi, distruttive nel peggiore dei casi. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, nel panorama delle critiche sul ruolo e il potere di queste agenzie. Se non fosse, particolare non da poco, che ad esprimersi in questo modo è uno che le agenzie le conosce fin troppo bene. Harrington, 11 anni di esperienza nelle file di Moody’s, è un insider di primissimo livello. Nel corso della sua carriera, l’ex vice presidente ha maturato una notevole esperienza nel campo dei prodotti strutturati. Titoli derivati conosciuti con l’espressione generica di asset backed securities, dove le Securities in questione sono i famigerati Cdo’s (Collateralized debt obligations) o simili, e gli asset da cui sono “backed”, i collaterali insomma, non sono altro che i crediti a rischio insolvenza. Ovvero i mutui subprime, gli agenti patogeni primari della più colossale crisi finanziaria del dopoguerra.

Una crisi, spiega Harrington in un report pubblico sottoposto alla Sec lo scorso 8 agosto, ma emerso solo nei giorni scorsi grazie all’attenta analisi di Business Insider, che la stessa Moody’s aveva previsto in anticipo pur affermando, in via ufficiale, l’esatto contrario. Non stupisce, dunque, che la stessa agenzia avesse preteso, come spiega il suo numero due, di essere pagata in anticipo dai suoi clienti (gli emittenti dei prodotti derivati che la stessa era chiamata a valutare) a prescindere dai risultati finanziari, ovvero dall’eventuale fallimento dei prodotti stessi e, conseguentemente, della credibilità stessa dei giudizi.

La vicenda, in realtà, appare piuttosto semplice. Le agenzie, spiega Harrington, devono dare giudizi obiettivi ma anche, ed è questo il punto, fare contenti i propri clienti. Per questo le valutazioni tendono spesso ad essere eccessivamente positive. Non mancano i dissidi, certo, peccato però che gli analisti scettici tendano ad essere bollati come “molesti” (troublesome) subendo di conseguenza vari tipi di pressione. Un esempio su tutti: quando un analista sollevava dubbi sulla bontà di un prodotto, i suoi superiori si affrettavano a comunicarlo direttamente al cliente facendo sì che quest’ultimo si mobilitasse per cercare di far cambiare idea al loro collega. Nei mesi del boom immobiliare si intensificarono le assunzioni di analisti giovani e inesperti, persone del tutto inadatte a giudicare con precisione il valore reale dei titoli ma al tempo stesso candidati ideali per un processo di auto convincimento collettivo che avrebbe permesso all’agenzia di raggiungere il suo obiettivo: la soddisfazione del cliente. Una verità scomoda che la stessa Moody’s continua a negare. Secondo Harrington, alcuni dipendenti dell’agenzia avrebbero mentito pubblicamente una volta chiamati a testimoniare di fronte alla commissione governativa che indagava sul collasso finanziario e sulle responsabilità degli analisti.

La credibilità dei giudizi sui titoli “tossici” espresso da un’altra agenzia del settore, Standard & Poor’s, è finita in questi giorni sotto inchiesta su iniziativa della Sec, la stessa commissione di controllo impegnata oggi a studiare nuove regole per disciplinare l’attività degli arbitri del mercato. Ma proprio queste nuove regole – rapporti sui controlli interni, protezione dai conflitti di interesse (il come non è specificato), pubblicazione di relazioni dettagliate sui metodi di analisi utilizzati – non sembrerebbero secondo Harrington minimamente efficaci. E’ la struttura stessa delle agenzie, in altre parole, a rendere queste ultime del tutto inaffidabili. E fintantoché saranno gli emittenti dei titoli a stipendiare i loro giudici, difficilmente questi ultimi potranno essere giudicati attendibili. Un ragionamento talmente ovvio da suggerire una riforma autenticamente radicale piuttosto che una semplice stretta sulla regolamentazione. Resta da capire, ora, se la Sec avrà davvero il coraggio e soprattutto la forza per andare a fondo in questa direzione.

S&P: “Italia e Spagna tra i Paesi più vulnerabili”(il parere di Claudio Messora Byo Blu)

sky tg24 > economia 14/01/2012
Spagna e Italia sono tra i Paesi più vulnerabili ai rischi sistemici, con la possibilità di un “immediato peggioramento” della situazione economica. A dirlo è Moritz Kraemer, managing director di S&P per il debito sovrano dell’Europa, nel corso della conference call a commento delle decisioni di taglio del rating di nove Paesi diffuse venerdì 13. “Sono in aumento i rischi sulla scia della crisi dei debiti sovrani ed ulteriori declassamenti sono possibili”, ha aggiunto Kraemer, avvertendo che c’è un considerevole rischio di un “ulteriore peggioramento di bilancio nonostante i piani varati dai Paesi” per fronteggiare la crisi.

il dirigente dell’agenzia ha spiegato che la Germania ha conservato la Tripla A perché “le finanze pubbliche del Paese sono più solide di quelle dei suoi partner europei ed è piuttosto improbabile immaginare per lei uno scenario negativo”. Secondo Kraemer, la Germania tra i Paesi dell’eurozona che hanno ancora il rating AAA, è quella “che può meglio fronteggiare un eventuale shock”.

Sulle decisioni di Standards & Poor’s è intervenuto anche il Capo dello Stato: “E’ urgente per l’Europa mettere in campo la più forte volontà comune nel procedere sulla via dell’unità politica e dell’effettiva unione economica”, ha detto Napolitano, sottolineando che la crisi ha trovato “le istituzioni europee condizionate da limiti del passato”.

La cancelliera tedesca Merkel sostiene invece che il downgrade di S&P su nove Paesi europei non ferma il cammino verso il patto di bilancio. Per il premier francese Fillon “il downgrade era atteso, ma è fuori tempo” e per il ministro dell’Economia tedesco Philipp Roesler, “le agenzie di rating perseguono i propri obiettivi: sì l’euro viene attaccato”. Ma critiche arrivano anche dall’Abi: decisione “ingiustificata, incomprensibile e irresponsabile”.

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