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COSTI DA NON TAGLIARE (PER LEGGE): PERCHE’ L’EUROPA “BLINDA” LE TARIFFE DI ACCESSO ALLA RETE TELECOM

telecom
per La Repubblica Alessandro Penati 19/08/2013 attualità

La Commissione Europea ha bocciato il taglio delle tariffe di accesso alla rete per gli altri operatori: perché? – Per i capoccioni di Bruxelles, bisogna salvaguardare i margini dell’operatore dominante per consentire investimenti – E i benefici per gli utenti vanno a farsi benedire…

Concentrati sugli affari dell’italico cortile, in attesa di sapere se sarà scorporo della rete, cosa farà la Cassa Depositi e Prestiti e come finirà tra i soci in Telco, stiamo perdendo di vista un vero punto di svolta per il settore in Europa. Per l’ennesima volta, subiremo il cambiamento, invece di anticiparlo e gestirlo.

FRANCO BERNABE AD TELECOM Il mese scorso la Commissione Europea ha bocciato il taglio delle tariffe di accesso alla rete Telecom per gli altri operatori, proposto dalla nostra Autorità. Non interessa tanto il contrasto tra Italia e Europa, inevitabile in un sistema formato da 28 regolamentatori nazionali che recepiscono localmente le direttive di Bruxelles, cercando di coordinarsi attraverso un’Agenzia; e neppure l’impatto economico (100 milioni circa).

Ma le motivazioni, che segnano una svolta nella politica comunitaria: il taglio dei costi riduce i margini dell’operatore dominante, riducendo il rendimento sul capitale sotto il livello necessario a incentivare l’investimento nel rinnovo degli impianti e in nuove tecnologie.

Logo “Telecom”
È il vecchio dilemma del beneficio immediato del consumatore contro la necessità di incentivare investimenti rischiosi con ritorni diluiti nel tempo: senza il monopolio legale dei brevetti nessuno farebbe investimenti massicci per scoprire nuovi farmaci; né costruirebbe autostrade e ponti senza concessioni e pedaggi.

C’è chi crede che basti sostituire il privato con lo Stato per risolvere il dilemma: ma non è questa la strada scelta dall’Europa. Meglio adeguarsi. La svolta non rinnega la storia della regolamentazione europea, che è stata un caso di successo. Ma la regolamentazione si deve evolvere seguendo le dinamiche del settore. Quella europea era nata quando i mercati nazionali erano dominati da un monopolista integrato verticalmente, per favorire l‘ingresso di nuovi operatori e creare la concorrenza dal nulla.

3 Così è stato. Ma la tecnologia ha reso la rete obsoleta e la telefonia fissa un residuato ancestrale; e la telefonia mobile è diventato un mercato saturo dove le telecom hanno perso a favore dei produttori di smartphone e tablet. La concorrenza ha avuto successo, ma oggi i margini non remunerano a sufficienza i nuovi investimenti e pregiudicano la sopravvivenza di un numero elevato di operatori in ogni Paese.

È significativo che la redditività delle telecom europee sia oggi sostenuta dai loro investimenti extraeuropei. La strada obbligata per il settore è dunque il consolidamento: un’ondata di acquisizioni e fusioni per guadagnare le economie di scala, tagliare i costi, aumentare i margini e accedere agli ingenti finanziamenti necessari per gli investimenti.

E per convergere coi media, da sempre settore limitrofo. Ma il consolidamento può e deve avvenire solo a livello europeo, superando il concetto di concorrenza nei singoli Paesi, a favore di un vero mercato unico. Il modello americano, insomma.

Wind
Un vero mercato unico europeo richiede però di superare la frammentazione dei regolamentatori nazionali per passare a un regolamentatore unico. Ed è quello che l’Antritrust europeo ha appena proposto.

L’ovvia implicazione è l’abbattimento delle barriere nazionali ai diritti di proprietà. Barriere invece che i governi (quello italiano in prima fila) difendono strenuamente con la scusa dell’interesse nazionale. Ma, così, si proteggono aziende (e azionisti) deboli, resi ancora più deboli dalla “tutela”. Basta guardare allo stato in cui versano i nostri “campioni” del settore: Telecom, Rai e Mediaset.

Carlos Slim
Nonostante le barriere, però il consolidamento è già avviato: America Movil offre 7 miliardi per l’olandese Kpn, che a sua volta vende per 8 la tedesca E-Plus a Telefonica. Vodafone lancia un’opa da 8 miliardi su Kabel Deutschland per entrare nei cavi. Liberty compra il terzo operatore cavi in Germania per fonderlo con il secondo, che già controlla; e nel Regno Unito ha acquisito Virgin Media per 16 miliardi, per competere con BSkyB di Murdoch. In Italia, fallita la fusione con Telecom, Hg3 deve sperare in quella con Wind, dei russi di Vinpelcom.

La miopia dei governi europei, ostacolando una ristrutturazione e un consolidamento inevitabili, riesce solo a indebolire il settore. Con il risultato di lasciare ad americani e asiatici i benefici dell’effetto traino che le telecomunicazioni esercitano su tecnologia e media.

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SIRIA, BUFALE E CONTROBUFALE. REPUBBLICA FA LA SOLITA FIGURA

corel
Fonte DI MIGUEL MARTINEZ
kelebeklerblog attualità
Quando Repubblica – o i media occidentali in generale – ci raccontano qualcosa della Siria, citano quasi sempre come fonte l’Osservatorio dei diritti umani in Siria, che suona come cosa assai seria e credibile.

L’Osservatorio consiste in un solo uomo. Un proprietario di un negozio di abbigliamento, ,tale Rami Abdulrahman che abita in un piccolo appartamento a Londra.

Noi abbiamo solo la sua parola, per credergli quando sostiene di dormire appena quattro ore e mezza la notte, perché è sempre collegato con i suoi innumerevoli informatori virtuali sul campo.

Di sicuro, sappiamo solo che ogni mattina produce un comunicato che dà ai giornalisti ciò che vogliono: numeri. Tanti, tanti numeri.

In realtà, esiste un altro siriano a Londra che sostiene di essere lui il fondatore dell’osservatorio, e che “Rami Abdulrahman” non esiste: dice che si tratterebbe di un certo Osama Ali Suleiman, che avrebbe rubato le password del sito, impossessandosene.

Insomma, quasi tutto ciò che il teledipendente medio sa della guerra civile siriana dipende dalla fede che i gestori dei media hanno in questo misterioso signore londinese.

Ora, l’Osservatorio/studiolo londinese è decisamente antigovernativo e schierato con i ribelli.

Poi, una volta su mille, Repubblica ci presenta una notizia che porta il lettore a schierarsi invece contro i ribelli. E quando lo fa, ricorre a una bufala, che adesso esploreremo nel dettaglio.

Leggiamo sul sito di Repubblica questo drammatico titolo:

Libano, le donne spedite in Siria
costrette a fare sesso con i combattenti
E siccome siamo in Italia, la notizia è preceduta da una sorta di cartellino che indica il sentimento che il Buon Lettore deve provare mentre legge la notizia:

DIGNITA’ OFFESE

Ecco il succo della notizia, riportata da Mauro Pompili:

“BEIRUT – Donne di conforto per gli uomini dei gruppi jihadisti che combattono in Siria. È questa una delle ultime tragiche novità che arriva dal fronte siriano. Decine, forse centinaia, di giovani donne, è sufficiente che abbiano compiuto il quattordicesimo anno di età, sono reclutate in Tunisia e Somalia, trasportate clandestinamente in Siria e qui obbligate a concedersi ai miliziani che combattono le truppe di al-Assad per onorare il “jihad ennikah”, ovvero il “matrimonio con chi fa la guerra santa”.”

L’unica fonte citata è l’intervista che un certo Abou Koussay, “miliziano tunisino che ha combattuto ad Aleppo”, avrebbe rilasciato al quotidiano tunisino Assarih.

L’intervista esiste. Non sono riuscito a trovare l’originale (il sito di Assarih pare che sia attualmente inagibile a causa di hacker islamisti), ma da varie sintesi che compaiono su altri siti, ricostruisco che è stata rilasciata lo scorso 22 marzo: evidentemente il tempo che la notizia ci ha messo per arrivare da Tunisi a Beirut (come da misterioso incipit dell’articolo) e da lì all’orecchio di Mauro Pompili.

In questa intervista, che riguarda sostanzialmente la maniera pessima in cui i jihadisti tunisini vengono trattati dai loro compagni di avventura, si aggiunge che Abou Koussay

“ha anche confermato la presenza di 13 ragazze che si sono impegnate nel Jihad del Nikah, e chi le sovrintende non è altri che l’ex danzatrice della catena televisiva ‘’Ghinwa’’ nota come ‘’Oum Jaafer’’.”

Insomma, un’ex-velina ha organizzato un gruppo di amiche.

Mauro Pompili però allarga il discorso, introducendo una certa “Naada Gibrihil, portavoce di un’associazione di donne islamiche”. La grafia è assurda per chiunque abbia nozioni anche minime di arabo, ma persino cambiando il nome in qualcosa di più credibile (ad esempio “Nada Jibril”), non se ne trova traccia su Internet.

Comunque, da qui arriviamo alla vera e propria bufala:

“La fatwa assolve i miliziani e condanna le donne. L’abuso sulle donne è uno dei maggiori drammi in tutte le guerre. Per gli estremisti che stanno combattendo in Siria è, però, proprio il loro integralismo a complicare, almeno sul piano religioso, l’applicazione di questa pratica disumana. “La soluzione per loro è arrivata dall’Arabia Saudita, grazie allo Sceicco wahabita Mohammed al-Arifi – continua Naada Gibrihil – che ha fatto un appello per l’arruolamento delle donne per la jihad in Siria, e contemporaneamente ha emanato una fatwa (sentenza in materia di diritto religioso ndr) dal titolo: La jihad attraverso il matrimonio in Siria”. In questo modo dal punto di vista religioso è stata concessa liceità ai rapporti sessuali dei combattenti sul suolo siriano alla sola condizione che siano celibi o lontani dalle mogli.

Gli effetti devastanti della sentenza. Grazie alla fatwa possono contrarre un matrimonio della durata di un’ora, con donne non sposate o ripudiate. Soddisfatte le proprie necessità al miliziano sarà sufficiente ripetere per tre volta la formula rituale del ripudio per annullare le nozze. Così un altro combattente potrà sposare la stessa donna, e il gioco atroce si continuerà a ripetere. Per di più non è necessario che la donna acconsenta al matrimonio temporaneo”. Gli effetti di questa sentenza sono devastanti anche per tutte le donne delle zone di guerra. “Grazie alla stessa fatwa, si possono stuprare le donne siriane. Basta sposarle temporaneamente anche contro la loro volontà. Sappiamo poco dalla Siria, quel poco ci fa pensare a migliaia di donne che hanno subito questo stupro religiosamente lecito”.

Il “matrimonio a tempo”, zawâj al-muta’ah, è un curioso istituto, ammesso in alcuni ambienti sciiti, che permette una convivenza provvisoria, senza necessità di autorizzazione delle rispettive famiglie di origine. Secondo alcuni imam permette a una coppia di conoscersi e decidere se fondare su basi più permanenti il loro rapporti; ma può anche diventare una forma di prostituzione – anche se allo scadere del matrimonio, la donna non può risposarsi per due cicli mestruali, e quindi non ci si potrebbe certamente costruire su un’industria.

Da secoli i sunniti inveiscono contro questa usanza, simbolo dell’erotica perversione degli sciiti: la storia delle polemiche tra correnti islamiche è imbevuta sin dalle origini di accuse a sfondo sessuale di varia natura, in cui comunque gli “eretici” (e quindi gli sciiti) fanno sempre la figura dei libertini che non sanno far rigare dritto le donne.
corel
Ora, Mohammed al-Arifi, il predicatore saudita cui si attribuisce la fatwa, è un esaltato predicatore saudita, che vanta 3,5 milioni di seguaci su Twitter e 1,4 su Facebook – mai confondere islamismo estremista con tecnofobia.

Da anni, conduce una campagna rumorosa di istigazione alla violenza contro il governo siriano e – appena più indirettamente – contro gli sciiti.

Nel dicembre del 2012, la televisione libanese al-Jadid inizia a far girare l’immagine di un presunto tweet, attribuito al canale Twitter dell’e-predicatore:

Un falso evidente, vista che il numero di caratteri supera i 140 ammessi su Twitter. E comunque è stato smentito più volte dallo stesso predicatore.

Ora, è istruttivo seguire la diffusione del falso.

Innanzitutto, viene ripreso, senza particolare seguito, dalla TV iraniana, evidentemente interessata a screditare i nemici della Siria.

Contemporaneamente, lo riprendono, con ben altri intenti, i media neocon e islamofobi, a partire dal sito RadicalIslam.org, che appartiene al Clarion Fund, che come abbiamo visto è a sua volta un’emanazione dell’organizzazione sionista di destra, Aish Ha-Torah, quella che finanziò la diffusione di ben 28 milioni di DVD del film Obsession nelle case statunitensi.

Dal sito RadicalIslam.org, che possiamo dire di “destra”, la notizia passa a “sinistra”, quando la riprendono vari siti progressisti, da Salon a Alternet, questa volta presumibilmente in base al principio, “se qualcosa ferisce la dignità delle donne, deve essere vero”.

E così, il falso inizia a viaggiare per tre canali politici diversissimi – i sostenitori del laico governo siriano, i fallaciani antislamici e femministe e progressisti vari.

Perché dentro quei canali, scorre un’irresistibile onda di pettegolezzo erotico, in grado di travolgere anche i più potenti castelli dei predicatori fesbuchiani e tuitteranti.

Miguel Martinez
Fonte: http://kelebeklerblog.com
Link: http://kelebeklerblog.com/2013/07/16/siria-bufale-e-controbufale-repubblica-fa-la-solita-figura/
16.07.2013

Confindustria, allarme crescita e lavoro “Siamo nell’abisso, danni come in guerra”


La repubblica 29/06/2012 ROBERTO MANIA attualità
ROMA — «In questo momento siamo nell’abisso», dice il capo del Centro studi della Confindustria, Luca Paolazzi, presentando le ultime, bruttissime, previsioni sull’economia italiana. Dal 2008 la doppia recessione ha provocato un crollo complessivo del
Pil del 10 per cento. Nemmeno la Grande Depressione degli anni 30 fece così male. «I danni economici fin qui provocati dalla crisi — secondo gli economisti di Viale dell’Astronomia — sono equivalenti a quelli di un conflitto, e a essere colpite sono state
le parti più vitali e preziose del sistema Italia: l’industria manifatturiera e le giovani generazioni. Quelle da cui dipende il futuro del paese». In campo non possono esserci solo le misure improntate al rigore. Che, ovviamente, non va abbandonato ma alquale vanno collegate politiche espansive coordinate a livello europeo. Bisogna cambiare strategie. Di certo, proprio per gli effetti della recessione, slitterà l’obiettivo del pareggio di bilancio fissato per il prossimo anno, nonostante il miglioramento delle finanze pubbliche. Continua a farsi sentire la pressione fiscale: nel 2013 toccherà il 45,4 per cento, considerando anche l’incremento dell’Iva che potrebbe scattare dal primo ottobre prossimo. Gli industriali chiedono di essere «liberati dal piombo della burocrazia» che ogni anno costa loro oltre 26 miliardi di euro.
L’INTERMINABILE RECESSIONE La recessione, dunque, non ci abbandona. Viale dell’Astronomia ha
rivisto al ribasso tutte le previsioni sul Pil. Quest’anno il prodotto interno lordo scenderà del 2,4 per cento contro un meno 1,6 per cento stimato a dicembre. Il segno positivo non ci sarà nemmeno nel 2013, anno in cui il Pil scenderà ancora dello 0,3 per cento, mentre era previsto in crescita dello 0,6 per cento.
SI IMPENNA LA DISOCCUPAZIONE Un’economia che non cresce non crea nuova occupazione e fa fatica a difendere quella esistente. Le previsioni della Confindustria sono da shock: il 2013 terminerà con 1 milione e 482 mila posti di lavoro in meno rispetto al 2008, mentre il tasso di disoccupazione si appresta a schizzare al 12,4 per cento a fine 2013 con una punta del 13,5 per cento se si contabilizzassero anche gli attuali lavoratori in cassa integrazione.
NO AL RITORNO ALLA LIRA L’euro è una scelta ormai irreversibile. Gli imprenditori non rimpiangono più la lunga stagione delle svalutazioni competitive. In molti non sono stati capaci di comprendere cosa significava davvero il cambio di epoca con l’arrivo dell’euro. Hanno insistito nel cercare la competizione sui costi, perdendo quote di mercato, senza innovare. In ogni caso il ritorno alla lira «si tradurrebbe nella più colossale patrimoniale mai varata nel paese con cui le ricchezze private verrebbero inevitabilmente sottoposte ad una radicale tosatura di fronte all’impoverimento della maggioranza della popolazione». Vorrebbe dire un ritorno a dieci anni fa in termini di benessere.

TRA BERLINO E BERLUSCONI (Massimo Giannini).

TRA BERLINO E BERLUSCONI (Massimo Giannini)..

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