Archivio mensile:aprile 2013

Krugman: fine della farsa, solo il deficit ci salva dall’incubo

corel
fonte libreide.org 30/04/2013 attualità
Sarebbe davvero tanto facile mettere fine alla piaga della disoccupazione? Ebbene sì. Basta aumentare la spesa pubblica a deficit per creare subito posti di lavoro. Problema: «Chi ha il potere in mano non ci vuole credere». Qualcuno di quei potenti, scandisce il Premio Nobel americano per l’economia, Paul Krugman, «ha una sensazione viscerale che la sofferenza sia un bene». Lo dicevano anche alcuni “padri” dell’Eurozona, come l’ex ministro prodiano Tommaso Padoa Schioppa, che auspicava «riforme che vi facciano soffrire». La mania delle élites? Far pagare (a noi) un prezzo per i “peccati” del passato, «anche se i peccatori di allora e chi soffre oggi sono dei gruppi sociali di persone completamente diverse». Qualcuno di quei potenti, accusa Krugman, vede nella crisi una magnifica opportunità per smantellare tutta la rete di sicurezza sociale. «E quasi tutti, nelle élites politiche, prendono le parti di una minoranza benestante che in realtà non sta sentendo molto dolore».
In un intervento sul “New York Times” ripreso da “Come Don Chisciotte”, Krugman indica nella clamorosa sconfessione pubblica dei guru di Harvard il possibile punto di arresto del cataclisma che ha falcidiato i diritti sociali, in tutto l’Occidente neoliberista e in particolare nell’Eurozona, dove la spesa pubblica è sostanzialmente “vietata” da norme inaudite come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio. Misure che paralizzano Stati già impoveriti e neutralizzati, nella loro capacità finanziaria, dalla perdita della facoltà sovrana di gestire la moneta per soccorrere la popolazione nei momenti di crisi, riattivando l’economia. «Quelli di noi che hanno passato anni a dibattere contro una austerità fiscale avventata hanno appena passato due belle settimane», ammette Krugman, riferendosi allo studio con il quale l’università del Massachusetts ha appena “smontato” il famosissimo studio di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, secondo cui i tagli al bilancio pubblico producono crescita.

I dati erano sbagliati, confessano gli stessi Reinhart e Rogoff, che arrivano a prendersela addirittura con “Excel”, il programma di calcolo utilizzato per monitorare lo scenario macroeconomico mondiale. Peccato che quei dati, più che “sbagliati”, fossero gravemente incompleti: mancavano quelli – decisivi – sui paesi che ribaltano le conclusioni e dimostrano il contrario. E cioè che i tagli producono solo crisi, mentre è proprio la spesa pubblica a deficit che risolleva l’economia reale. Il dramma, dice Paolo Barnard, è che quello studio così cinicamente manipolato è diventato la Bibbia dogmatica di tutti i “tagliatori di teste” del mondo, in particolare quelli di Bruxelles: sono stati proprio i falsari di Harvard a fornire ai “cannibali” europei il pretesto “scientifico” per organizzare la più devastante crisi sociale della storia moderna, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, creata proprio con la chiusura dei rubinetti pubblici in nome di un’ideologia che considera il denaro non uno strumento sociale pubblico, riproducibile all’infinito dallo Stato, ma un bene privato da tesaurizzare già al momento dell’emissione.

Se oggi stanno perdendo credibilità gli studi accademici che, con le loro teorie, giustificavano l’austerità, dice Krugman, «anche i più duri della Commissione Europea e di altre istituzioni stanno ammorbidendo la loro retorica». Segnali che indicano l’inizio di un possibile disgelo, in vista di una rivoluzione copernicana imposta dalla durezza della crisi. Ma a pesare in modo determinante è ancora la superstizione che ha guidato l’egemonia delle élites, impaurite dalle conquiste della democrazia: il welfare come strategia di stabilità sociale attraverso il benessere diffuso, i diritti democratici come fondamentale investimento collettivo. E’ tutto molto semplice, dice Barnard: il grande business ha bisogno di crisi per moltiplicare i suoi profitti, perché i veri affari nascono dal lavoro sottopagato che favorisce la concentrazione di immensi capitali per la speculazione finanziaria senza regole. Risolvere la crisi, quindi, va conto gli interessi di chi l’ha costruita a tavolino, per edificare un dominio egemonico totalitario e ricavare larghissimi margini di vantaggio in un mondo polverizzato dalla globalizzazione e condizionato dalla crescita esplosiva delle nuove potenze e dal boom demografico planetario che assottiglia la disponibilità di risorse vitali.

Per le élites, “smontare” lo Stato democratico è il primo passo fondamentale per affermare un nuovo potere di tipo oligarchico, che si richiama direttamente al feudalesimo medievale: la stagione dei diritti è finita, la paura del futuro comincia dal terremoto economico del presente e produrrà sudditi là dove c’erano cittadini. Com’è potuto avvenire? Il peccato originale, secondo gli economisti keynesiani, sta tutto nella colpevolizzazione disonesta dello Stato, temuto dalle élites in quanto detentore unico del potere supremo: l’emissione sovrana di moneta, per sostenere la spesa pubblica. La principale menzogna del neoliberismo: far credere che lo Stato si debba amministrare come un’azienda, o come una famiglia – due soggetti che, a differenza dello Stato, il denaro possono solo guadagnarlo, non certo crearlo dal nulla. E’ la cosa più importante da capire, insiste Krugman: «L’economia non è come gestire una famiglia». Elementare: «Le famiglie guadagnano quello che possono, e spendono tanto quanto pensano sia prudente spendere». Restano a valle della fonte: non sono loro a stabilire quanto denaro c’è in circolazione.

Le opportunità di spesa e di guadagno sono due cose ben diverse, sottolinea Krugman: per l’economia, intesa come sistema complessivo, «il reddito e la spesa sono interdipendenti tra di loro: la mia spesa è il tuo reddito, e la tua spesa è il mio reddito. Se tutti e due smettiamo di spendere contemporaneamente, ovviamente entrambi smetteremo di ricevere il nostro reddito. Ed è quello che è successo dopo la crisi finanziaria del 2008». Molte persone improvvisamente hanno ridotto la spesa, o per una loro scelta o perché a questo li hanno costretti i loro creditori. «Contemporaneamente, troppe persone non sono state più in grado di spendere o di spendere di più». Risultato: «Un crollo dei redditi, che ha causato uno sfascio anche nel mondo del lavoro, creando la depressione che continua ancora oggi». Perché è crollata la spesa? «Soprattutto a causa dello scoppio della bolla immobiliare e di una sovraesposizione del debito del settore privato». Disastri ai quali in Europa si aggiunge l’altra tragedia: l’impossibilità di dare ossigeno alla “ripresa” finanziando posti di lavoro con la spesa pubblica. “La tua spesa è il mio reddito”: vale anche per la spesa pubblica, che è il nostro vero guadagno – a patto che lo Stato sia libero, e il suo debito pubblico sia denominato in moneta sovrana, quindi sempre ripagabile.

E’ tempo di invertire completamente la rotta, dice Krugman, e fare esattamente il contrario di quello che si è fatto finora. «Cosa possiamo fare per diminuire la disoccupazione? La risposta è che questo è il tempo di una spesa pubblica superiore al normale, per sostenere l’economia fino a quando il settore privato sarà disposto a spendere di nuovo». Punto cruciale: nelle condizioni attuali, il governo non è in concorrenza con il settore privato, perché «la spesa pubblica non sottrae risorse destinate ad un uso privato» ma, all’opposto, «permette alle risorse disoccupate di lavorare». Quindi: «L’indebitamento pubblico non si sostituisce agli investimenti privati, ma mobilita fondi che altrimenti resterebbero inutilizzati». E’ semplicemente suicida tagliare i deficit per uscire dalla depressione: è il momento più sbagliato per le politiche di rigore. «Quello che è successo ora – conclude Krugman – è che chi finora ha sostenuto l’austerità, ha perso la sua foglia di fico intellettuale». Se il disastro del neoliberismo è sotto gli occhi di tutti, ora sono stati smascherati anche i suoi cantori di Harvard. Chi ha impugnato la scure «è rimasto nudo», e adesso «si vede tutto il suo pregiudizio, l’opportunismo e l’interesse di classe che ha sempre potuto tenere nascosto». Forse, questa rivelazione «ci darà la possibilità di cominciare a fare qualcosa per combattere veramente questa depressione che stiamo vivendo».

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Maurizio Crozza a Ballarò del 30 aprile 2013 (video) “il discorso di Letta”

Report del 28/04/2013 – Effetti collaterali – La puntata.

corel
Da unoenessuno.blogspot.it 28/04/2013 attualità

Bisognerebbe aggiungere un altro effetto collaterali, per i farmaci risarciti dallo stato alle aziende: possono nuocere alle casse dello stato.Se le ipotesi dei magistrati di Firenze dovessero essere confermate a processo, che vede alla sbarra l’azienda farmaceutica Menarini, per truffa allo stato (sui rimborsi farmaceutici), avrebbe proprio ragione Milena Gabanelli a chiedere una commissione di inchiesta.

Una commissione di inchiesta sulla gestione dei rimborsi farmaceutici.
Un sistema che è, a dir poco, opaco e pieno di conflitti di interesse: non si capisce, , seguendo quanto è emerso dall’inchiesta di Sigfrido Ranucci dove finissero le aziende private e i loro interessi, e i controllori dello stato che dovrebbero stabilire i prezzi dei principi attivi (dentro le medicine).

Sarebbe, usiamo il condizionale per il principio di non colpevolezza, un sistema che va avanti così da più di venti anni, con rimborsi gonfiati alle aziende che finiscono un fondi neri all’estero. Come il miliardo di euro, poi scudato, che i pm fiorentini stanno contestando alla Menarini di Aleotti.

Ancora oggi aspettiamo 40 milioni di euro, per danno di immagine allo stato, da parte di ex funzionari dello stato, finiti nella tangentopoli della sanità del 1992.Poggiolini, condannato a cinque anni, deve allo stato 5 ml di euro. Nessun senso di colpa, per quelle tangenti pagate al partito liberale, ci tiene a precisarlo (ma a Napoli il partito era lui). Oggi si occupa di lotta al cancro, ma se ripagasse il debito con lo stato gliene saremmo grati.
Pier Muzzio oggi lavora all’ist. oncologico del Veneto: è stato condannato a pagare mezzo milione allo stato.
Antonio Boccia invece ne deve 250 000 euro, che pagherà col suo quinto di stipendio alla sua pensione; oggi è ancora professore alla Sapienza.

L’inchiesta di Ranucci ha spiegato come avrebbe funzionato la truffa (al momento presunta) della Menarini: gonfiando il prezzo di acquisto dei principi attivi dei farmaci, comprati all’estero (anche in Cina), passando per società (fittizie?) situate nei paradisi fiscali.

I pm hanno recuperato 1 miliardo di euro all’estero, oggi scudati. Da dove vengono? Solo Aleotti, l’ex presidente, può dirlo.
custode dei soldi l’avvocato Riva in Svizzera, che ammette la sovrafatturazione, ma non si ritiene il regista della truffa.
Il giornalista di Report non è riuscito ad ottenere altre informazione nemmeno a Lugano, dove ha sede la società che gestisce queste società off shore (come quelle emerse dall’inchiesta).

La legge che permette questo tipo di rimborso (ovvero valutare il prezzo del principio attivo come se fosse prodotto in Italia) si deve a Giulio Andreotti: uno dei beneficiari è proprio l’azienda Bristol-Myer Squibb dove lavora uno dei suoi figli (e la Bristol è una delle aziende che ha venduto principi attivi alla Menarini).

SIGFRIDO RANUCCI FUORI CAMPO
E il legislatore è stato Giulio Andreotti padre di Lamberto. Colui cioè che sarebbe
diventato anni dopo uno dei più potenti manager della Bristol-Myer Squibb. Negli uffici
dello stabilimento di Anagni è stata trovata la prova dell’esistenza di un patto
d’acciaio. La Bristol s’impegnava a vendere il principio attivo al patron della Menarini
con una formula che variava in funzione del prezzo di rimborso che Aleotti riusciva a
spuntare nella trattativa per registrare il farmaco in Italia. Più rimborsava lo Stato e
più Aleotti poteva gonfiare il costo del principio attivo. E così in alcuni casi sono stati
gonfiati fino all’ 81%. In questo scambio confidenziale tra manager, emerge che gli
accordi di co-marketing con Aleotti erano in piedi già a partire dal ‘83.

La rete di influenza di Aleotti, per sveltire le pratiche burocratiche per i suoi farmaci passavano per donna Angiolillo, il generale Adinolfi, per arrivare a Berlusconi e Letta (lo zio, sollecitati per contrastare la diffusione dei farmaci generici).

La norma salva Menarini, della passata legislatura, presentata dal senatore Cursi(l’ex Presidente della Commissione Industria), sarebbe stata scritta dalla Menarini stessa (così ha ammesso il senatore a Ranucci).

SIGFRIDO RANUCCI FUORI CAMPO
A proposito di trasparenza il cavillo “salva Menarini” non passa per l’opposizione di
Tremonti e Cursi ci confessa che non è stato nemmeno lui a scriverlo.
CESARE CURSI – EX COMMISSIONE INDUSTRIA SENATO
Gli emendamenti li prepariamo noi, anzi ce li prepara l’ufficio legislativo sulla base
delle nostre indicazioni.
SIGFRIDO RANUCCI
Però dalle intercettazioni emerge che la Menarini gliel’ha mandato…
CESARE CURSI – EX COMMISSIONE INDUSTRIA SENATO
E come no? E che? É la prima volta che lo fanno?
SIGFRIDO RANUCCI
Cioè… Che è normale…
CESARE CURSI – EX COMMISSIONE INDUSTRIA SENATO
Normalissimo… Ma perché? Secondo lei…
SIGFRIDO RANUCCI
…che gli emendamenti che devono essere approvati dal Parlamento le scrivono le case
farmaceutiche?
CESARE CURSI – EX COMMISSIONE INDUSTRIA SENATO
Non le case farmaceutiche: le scrive l’interessato, un’azienda…
SIGFRIDO RANUCCI
È beh, ma lì era la Menarini con gli Aleotti i proprietari, scrivono a lei e le mandano…
pure a Letta lo mandano ho visto.
CESARE CURSI – EX COMMISSIONE INDUSTRIA SENATO
Certo, appunto!
SIGFRIDO RANUCCI
Ma funziona così?
CESARE CURSI – EX COMMISSIONE INDUSTRIA SENATO
Chi li ha scritti: li ho scritti io?
SIGFRIDO RANUCCI
E quindi voi che fate? I passacarte?
CESARE CURSI – EX COMMISSIONE INDUSTRIA SENATO
Non i passacarte! Noi difendiamo gli interessi …
SIGFRIDO RANUCCI FUORI CAMPO
E proprio perché difende gli interessi, c’è il sospetto della corruzione, che si sarebbe
consumata quando la Menarini affida per 164mila euro la stampa di alcuni libri d’arte
sul Bronzino alla casa editrice di Ida Viviani.
SIGFRIDO RANUCCI
Lei la Signora Viviani la conosce, no?
CESARE CURSI – EX COMMISSIONE INDUSTRIA SENATO
È mia moglie!

Le conclusioni della Gabanelli

MILENA GABANELLI IN STUDIO
E quindi, da quel che abbiamo visto sono sempre gli stessi a dare le carte e non ci riferiamo alla qualità del farmaco, ma a come si compone il suo costo. Allora, se
convivono nello stesso brodo il politico, la figlia del politico, il procuratore farmaceutico e il rappresentante della casa farmaceutica è quello che definisce il prezzo dei farmaci, di che trasparenza stiamo parlando? Per quel che riguarda il caso svedese “Ferring”, c’è un rinvio a giudizio a Milano per i manager, quindi si vedrà, mentre per l’ex senatore Cursi e Mantovani deciderà il tribunale di Roma. L’Agenzia per il Farmaco dice che noi siamo allineati, i nostri prezzi sono allineati alla media europea; ma da quel che abbiamo visto, se le multinazionali per far passare il loro farmaco, si appoggiano a quello che è meglio intrallazzato, alla fine i prezzi sono gonfiati dappertutto. Ora, se è vero, come le indagini stanno dimostrando, le indagini sono concluse, come abbiamo detto siamo alle udienze preliminari, i magistrati di Firenze riusciranno a dimostrare che solo il patron della Menarini con 7 farmaci è riuscita ad occultare quasi un miliardo di euro, beh, insomma, sarebbe forse il caso di aprire una commissione d’inchiesta seria, perché magari ci risparmiamo l’IMU.

Qui potete scaricare il pdf della puntata.

Sempre a proposito di soldi pubblici che potremmo risparmiare, nel servizio “Report – i compagni”, è andata in onda un intervista all’ex braccio destro di Putin sui rapporti Putin Berlusconi, :sui contratti relativi al gas russo dice

“le sue decisioni sono spiegabili solo con la corruzione: se l’Italia rifiutasse questi contratti potrebbe risparmiare”.

SIENA, RABBIA AL MONTEPASCHI MUSSARI CI HA ROVINATO”L ’ASSEMBLEA DEGLI AZIONISTI VOTA L ’AZIONE DI RESPONSABILITÀ PROFUMO: “NON SIAMO CERTI DI RESTITUIRE I MONTI BOND”

corelFatto Quotidiano 30/04/2013 di Giorgio Meletti attualità

Inviato a Siena P arole durissime. Alessandro Profumo e Fabrizio Viola con- segnano agli azionisti del Monte dei Paschi il loro atto d’accusa contro i loro predecessori, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, e stavolta il tono non perdona: “Anomalia, abnormità, illegittimità… l’expresidente Mussari si è ingerito direttamente nella gestione della banca pur non avendo ricevuto delega dal consiglio, ha violato il canone della diligenza, tenuto oltretutto conto dello standard di condotta esigibile da un avvocato con vasta esperienza nel settore bancario, ha agito per- seguendo interessi estranei e contrari a quelli della società, tra cui quello di preservare la propria leadership…”. A Siena va in scena il rito tribale della vendetta, feroce ma tardivo come tutti i riti. L’assemblea approva l’azione di responsabilità contro i due artefici di una rovina ormai inarrestabile, come rileva icasticamente il socio Fiorenzani: “La croce e il lanternone toccan sempre al più coglione”. Nella parte del coglione i 1100 dipendenti in via di esternalizzazione, quelli che paghe- ranno il conto, come la socia Mugnaini, che invoca una ribellione dei senesi contro i due ex dirigenti, “uomini che mi ver- gogno a dire uomini”. I DERIVATI Santorini e Alexandria, stipulati con Nomura e Deutsche Bank, con i quali si cercava di occultare la voragine provocata dall’acquisto incauto dell’Antonveneta, hanno provocato danni per centinaia di milioni di euro, ma soprattutto hanno scassato per miliardi il patrimonio del Monte, costringendo Profumo e Viola a chiedere allo Stato 4 miliardi dei cosiddettiMonti bond. Entro cinque anni quei soldivanno resti- tuiti, sennò il cerino resterà ai contribuenti e la banca, o quello che ne resterà, sarà automatica- mente nazionalizzata. “Ma ci riuscite a restituire i Monti bond?”, chiede una azionista. Profumo, che appare sempre più esitante con il passare dei mesi, dice: “Sì, ma nulla è scontato”. Il presidente, che sta cercando di salvare la banca per 57 mila euro l’anno (“Avendo avuto fortuna nella vita ho deciso di fare così”), sembra arrivato a un passo dalla rassegnazione. I conti della banca non perdonano. Dopo aver chiuso il 2011 con 4,7 miliardi di perdita, ieri gli azionisti hanno approvato un bilancio in rosso per altri 3,2 miliardi: all’origine del nuovo buco ci sono la svalutazione dell’avviamento della banca per 1,5 miliardi e la cancellazione di crediti deteriorati per 2,9 miliardi, superiori ai magri guadagni. Profumo e Viola remano con- trocorrente. Vogliamo ripagare i Monti bond e mantenere la banca “indipendente e a Siena”, come dice Profumo vellicando il campanilismo degli azionisti più arrabbiati, come il suddetto Fiorenzani che inveisce contro “l’astio storico delle province confinanti”non senza aver apo- strofato l’amministratore delegato Viola, per il suo eloquio monocorde e dettagliato, come “addormenta suocere”. Folklore a parte, Profumo deve inseguire un drastico aumento della redditività (“ma nessuno sarà li- cenziato”) che prepari a un aumento di capitale forse nel 2014, si parla di un miliardo, che però per Profumo non deve venire da una banca. Ma chi metterà dei soldi in una baracca ad alto rischio di tornare statale in poco tempo? Perché la redditività, che Profumo persegue guardando soprattutto al taglio dei costi (facendo imbufalire i 30 mila dipendenti), dovrebbe appoggiarsi su un’attività bancaria che va restringendosi: nel 2012 la raccolta di capitali è scesa del 9 per cento. MENTRE CELEBRA il rito del solenne sputtanamento di Mussari e Vigni, l’assemblea degli azio- nisti deve fare i conti con uno scenario esterno sempre più sfa- vorevole. L’eventuale nazionalizzazione significherebbe “il fallimento della Fondazione Mps”, spiega Profumo, cioè la fine della storia di banca e di agiatezza della città del Palio. Franco Ceccuzzi, plenipoten-iario Pd e amico di Mussari che chiamò un anno fa Profumo per mettere una pezza al disastro, è stato travolto dallo scandalo e ha rinunciato a candidarsi a sindaco. Adesso il Pd ha in corsa il sin- daco di Monteriggioni Bruno Valentini, funzionario del Monte secondo tradizione e apostolo locale di Matteo Renzi, proprio il sindaco di Firenze che durante la campagna delle prmarie brandiva il nome del Monte dei Paschi come un’arma letale contro Pier Luigi Bersani. A Roma c’è un nuovo governo. Il premier Enrico Letta è un vecchio estimatore di Profumo, ma complessivamente il nuovo quadro politico è per Siena più ostile del precedente e soprattutto di quello previsto fino a poche settimane fa. I “nostri” non arriveranno più e intanto nessuno si sente di giurare che dai cassetti di Rocca Salimbeni non salteranno più fuori brutte sorprese.

NATO E BCE, CON TANTI SALUTI ALL’ITALIA (E MINACCE A GRILLO)

corel
Fonte altrainformazione.it
Fonte: http://www.libreidee.org 29 aprile, 2013 attualità
Dall’ultra-atlantista Emma Bonino, pronta a tutte le più sanguinose guerre decise da Washington, all’ultra-europeista Fabrizio Saccomanni, direttore di Bankitalia con esperienze sia alla Bce che al Fmi, dopo gli studi alla Bocconi e alla Princeton University. Due ministri-chiave, esteri ed economia, già delimitano in modo inequivocabile il perimetro del secondo “governo Napolitano”, con Letta premier e Alfano vice, più altri mestieranti della nomenklatura: Gaetano Quagliariello alle riforme, probabilmente per una legge elettorale anti-Grillo e un presidenzialismo all’italiana, Maurizio Lupi a infrastrutture e trasporti (leggasi: Tav Torino-Lione), nonché il redivivo Dario Franceschini (rapporti col Parlamento) e i “presentabili” Nuzia De Girolamo (agricoltura), Beatrice Lorenzin (sanità) e l’ex sindaco padovano Flavio Zanonato (sviluppo).
Ministri-vetrina: la campionessa Josefa Idem (sport), il direttore della Treccani, Massimo Bray (cultura), il presidente dell’Istat Enrico Giovannini (altro“saggio”, ora incaricato di gestire lavoro e welfare) e la italo-congolese Cécile Kyenge, medico e primo ministro di colore nella storia italiana, delegata all’integrazione.
«A due mesi esatti dalle elezioni di febbraio – annota Marco Cedolin – sembra essere nato il nuovo governo destinato ad accompagnare gli italiani Giorgio Napolitanosul fondo del baratro: già ad una prima occhiata, non si fatica a rendersi conto che il neonato governo Letta rappresenta per molti versi qualcosa d’inedito rispetto a quelli che lo hanno preceduto, pur muovendosi nel solco del “pilota automatico” voluto da Mario Draghi», nonostante la riconferma di ministri montiani come Enzo Moavero (affari europei) e Anna Maria Cancellieri (interni). Spiccano le donne e l’età media più giovane rispetto alle tecno-mummie che hanno traumatizzato il paese durante l’incubo del primo “governo Napolitano”, affidato a Mario Monti dopo il diktat Bce firmato da Draghi e Trichet: tagliare la spesa pubblica per “rilanciare la crescita”, secondo la delirante ideologia neoliberista che domina Bruxelles. Ideologia “criminale”, secondo gli economisti democratici, nonché disastrosa: basta osservare il “genocidio economico” che la peste delle “riforme strutturali” sta infliggendo alla Grecia, alla Spagna, all’Irlanda e anche al Portogallo, dove però la Corte Costituzionale ha osato proclamare illegale il Fiscal Compact, visto che il dispositivo europeo nato dal Trattato di Lisbona calpesta i diritti costituzionali umiliando lo Stato, costretto – col pareggio di bilancio – ad abbandonare i suoi cittadini al loro destino.
Dopo il boom elettorale di Grillo, in tutta Europa si era diffusa un’ondata di forte aspettativa in vista delle elezioni europee del 2014. La stessa euforia democratica che aveva pervaso l’Italia dopo gli storici referendum del giugno 2011 sui beni comuni, subito ibernati dall’euro-esecutivo Monti-Napolitano. Pd e Pdl ancora più che mai alleati, dunque, e questa volta attenti – grazie alla regia di Enrico Letta (uomo della Trilaterale, del Bilderberg e dell’Aspen Institute) – a dare l’impressione del cambiamento: dal sindaco reggiano Graziano Delrio (affari regionali) al sociologo Carlo Triglia (coesione territoriale), dall’ex rettore della Scuola Sant’Anna di Pisa, Maria Chiara Carrozza (istruzione) a Giampiero D’Alia (semplificazione) e Andrea Orlando (ambiente). Fuori dalla porta sono rimasti alcuni dei nomi più temuti dagli italiani: da Amato a D’Alema, da Brunetta alla Gelmini. Consonanze storiche: anche Craxi, Andreotti e Forlani furono travolti dal crollo della Prima Repubblica, mentre i “capitani coraggiosi” della Seconda – Prodi, Ciampi, Dini, Visco, Bassanini, Padoa Schioppa e lo stesso Letta – prenotavano per l’Italia, a Maastricht, l’euro-futuro presente, quello che sta Napolitano e Lettaletteralmente devastando il nostro paese, tuttora membro del G8 e non dell’Unione Africana.
“Vogliamoci bene e lavoriamo tutti insieme per costruire l’Italia del futuro”, sembra il leit motiv veicolato dal circo mediatico vestito a festa per l’occasione: «E probabilmente, come sempre accade, gli italiani abboccheranno all’amo, felici del fatto che finalmente esiste un nuovo governo, preposto a risolvere i loro problemi. Per poi risvegliarsi regolarmente di fronte alla prima legnata fiscale, alle raffiche di licenziamenti e agli ufficiali giudiziari mandati da Equitalia», scrive Cedolin su “Il Corrosivo”. «Forti dei numeri derivanti dal consenso ottenuto proprio grazie all’antagonismo, Berlusconi, il Pd e Monti si uniscono tutti in un abbraccio fraterno, giurandosi amore eterno, nel nome di “più Europa” e “più euro” e nel segno del cambiamento. Non chiamatelo inciucio, si tratta di vero amore, di quelli destinati a durare a lungo, per tutto quello che conta c’è sempre il pilota automatico e non occorre pensarci più». Tutto questo, commenta Beppe Grillo, dopo che oltre 8 milioni di italiani avevano chiesto di voltare pagina. Svolta mancata, l’elezione al Quirinale di Stefano Rodotà, «un presidente della Repubblica indipendente e incorruttibile»: scelta che conteneva l’offerta di un governo col Pd, partito che invece ha preferito il suo “miglior nemico” di sempre, Berlusconi.
E dire che, mentre i parlamentari Pd-Pdl affondavano prima Marini, poi Prodi e infine Rodotà, fuori dal palazzo «la folla ruggiva, aveva circondato il Parlamento sui quattro lati, stava per sfondare», ricorda Grillo. «Erano cittadini che si sentivano impotenti, esclusi da qualsiasi rappresentanza, da ogni decisione. Persone che vivono sulla loro pelle e su quella dei loro familiari una crisi economica senza precedenti nella storia repubblicana». Esclusi come lo sono (dai giochi) anche i neoeletti deputati e senatori “5 Stelle”, «considerati intrusi, cani in chiesa, terzi incomodi, disprezzati come dei poveri coglioni di passaggio, né più né meno dei 350.000 italiani che firmarono per la legge popolare “Parlamento Pulito”», mai discussa in aula – dal 2007 – e ora decaduta. Giovani deputati e senatori ora anche nel mirino: «Le mail private di molti parlamentari del M5S sono state trafugate, foto, filmati, corrispondenze», accusa Grillo. «In un altro paese sarebbe il primo titolo per giorni: se fosse successo al Pdl, a Cicchitto, Ghedini o Brunetta, i giornali e i telegiornali avrebbero gridato all’attentato alla sicurezza nazionale. Per il M5S solo scherno o silenzio. Anche il silenzio del Giulia Sartipresidente della Repubblica, del quale sono stati distrutti nei giorni scorsi i nastri delle conversazioni con Mancino».
Ha perfettamente ragione, Grillo, a denunciare il silenzio di partiti e istituzioni rispetto alle gravissime intrusioni informatiche nella vita privata dei parlamentari “Cinquestelle”, protesta Pino Cabras su “Megachip”, ricordando che chi non stette in silenzio – in tempi non sospetti – fu Giulietto Chiesa. A risentire oggi il suo video-editoriale del 27 febbraio, all’indomani del clamoroso successo elettorale delle liste di Grillo, vengono i brividi: «Si può star sicuri che, per ognuno degli oltre centosessanta deputati e senatori dell’opposizione, si stanno già compilando i dossier: i servizi segreti sono lì per quello, non penseremo mica che se ne staranno con le mani in mano. Si scava e si scaverà nelle loro vite, si cercheranno le loro magagne, per poi “spenderle” prima o dopo nella melma degli intrighi di Palazzo». Ed eccoci qua: la prima ad essere colpita è stata Giulia Sarti, 26 anni, uno dei nomi in corsa per la presidenza del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ossia l’organo del No TavParlamento che controlla i servizi segreti.
Alle sue profetiche considerazioni, Chiesa aggiungeva che «la nostra fortuna è che saranno dei dossier poveri e “giovani” e quindi conteranno poco, perché questo non è un personale ricattabile». La valutazione, osserva Cabras, risalta nettamente di fronte al clima di ricatto e di “decisioni già prese in altre sedi” che sta caratterizzando le scelte sul nuovo governo di “larghe intese” – larghissime: taglia XXXL. «I veri ricattabili sono altri. La Sarti e altri suoi colleghi Cinquestelle non hanno nei loro armadi gli scheletri delle coperture alle scalate bancarie, né degli accordi di spartizione di tangenti per la linea Tav, né dei baratti sottobanco sulle concessioni televisive. Non si affannano dietro ai ricatti incrociati delle trattative Stato – Cosa Nostra. Come sporcare questi giovani, allora, e spaventarli, umiliarli, in un paese in cui i poteri occulti usano tutte le gradazioni della minaccia?». Non potendo ricorrere alle armi usate su gran parte degli altri esponenti politici, aggiunge Cabras, coi grillini si va fino ai recessi della loro intimità, violando profondamente un diritto fondamentale riconosciuto dalla Costituzione, la libertà e segretezza della corrispondenza. «È per questo che ogni minuto di silenzio del supremo garante della Costituzione – rieletto lo stesso giorno in cui si distruggevano le intercettazioni che lo riguardavano – suonava sempre meno rassicurante, fino a diventare un cupo messaggio politico. Tutti devono essere ricattabili».

Fonte: http://www.libreidee.org
Link: http://www.libreidee.org/2013/04/nato-e-bce-con-tanti-saluti-allitalia-e-minacce-a-grillo/

Saliva & olio di ricino (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 30/04/2013 Marco Travaglio attualità

La primavera romana è segnata quest’anno da un tasso inusitato di umidità. Pare che i meteorologi facciano risalire l’inedito fenomeno a una sovrapproduzione di saliva e olio di ricino da parte di una particolare specie animale: quella dei giornalisti. Alla tradizionale cupidigia di servilismo della categoria, si assomma la concentrazione di lingue, un tempo attive a corrente alternata (una volta quelle di sinistra, una volta quelle di destra) e oggi invece mobilitate in uno sforzo simultaneo e unidirezionale, affinché alle larghe intese corrispondano larghe leccate. I signorini grandi firme però si dividono i compiti. Alla saliva provvedono soprattutto i giornali di sinistra e “indipendenti”. Mentre alla fornitura di olio di ricino per sistemare le sempre più sparute voci stonate dal coro degli Osanna ed Exultet a Scendiletta si incaricano i mazzieri berlusconiani, con ecumenico spirito di abnegazione. In prima fila c’è ovviamente il Cavaliere, giustamente indignato contro chi alimenta l’odio contro la Casta. Tipo quel tale che il 19-2-2004 disse: “Basta con i politici che non hanno mai messo piede in una vera azienda, nel mondo del lavoro, persone che hanno soltanto chiacchierato nella loro vita, che non hanno combinato nient’altro che prendere i soldi dei cittadini. Ci sono tanti signori che hanno la casa al mare, la casa in città, la casa ai monti, la barca… Guardando a quel che guadagnano questi signori e quello che a volte devono anche dare ai loro partiti, mi chiedo: ma come hanno fatto a farsi tutte queste proprietà? Sono soldi rubati ai cittadini”. Grillo? No, Berlusconi. Un uomo che mai, in vita sua, ha evocato la violenza. Mica come quel tale che accusò Prodi di “dire stronzate”, di fare “come il governo Mussolini che chiese pieni poteri e fu dittatura per 20 anni”, e concluse: “Io tornare a Palazzo Chigi? Magari! Ma non è facile, c’è Prodi… Ci vorrebbe un regicidio… Ma basta solo aspettare, arriverà di sicuro il momento giusto”. Un black bloc? No, sempre Berlusconi. Al suo seguito, pancia in dentro e petto in fuori, si schierano due gentiluomini di campagna come Maurizio Belpietro e Alessandro Sallusti, che in fatto di toni bassi e dolce stil novo hanno molto da insegnare. Belpietro, su Libero , spara agli “Scemi di piombo” che “alimentano il clima di violenza”. Dove? Ma naturalmente “sul blog di Grillo”. Chissà se ha chiesto una consulenza al suo collaboratore culturale Franco Freda, quello di piazza Fontana. Sallusti, il Lord Brummel del Giornale, è ancor più dettagliato. Titolo: “Il Grilletto”. Sommario: “Dopo mesi di irresponsabile campagna d’odio da parte di Grillo & C. arrivano le pallottole”. All’interno, una pagina di Maurizio Caverzan che fa invidia alle collezioni di Lotta Continua, con tanto di foto segnaletiche dei nemici da colpire. Occhiello: “Clima d’odio. I cattivi maestri”. Titolo: “I guru del disprezzo armano i disperati”. Catenaccio: “Da Grillo a Travaglio ecco chi alimenta l’ostilità verso la politica. E il qualunquismo è terreno fertile per la violenza”. Seguono – accanto al disegno che ricostruisce la sparatoria a Palazzo Chigi e alla foto di Berlusconi insanguinato dopo l’attentato del souvenir in piazza Duomo – le fotosegnalazioni di alcuni pericolosi ricercati: Grillo, Travaglio, Fo, Vendola e Di Pietro. Wanted, vivi o sperabilmente morti. I pulpiti di Libero e Il Giornale sono naturalmente i più credibili per insegnare le buone maniere. Sallusti infatti è una sorta di Lord Brummel e Belpietro una reincarnazione di Baldassarre Castiglione. Da anni, purtroppo inascoltati, profondono sforzi quotidiani per placare gli animi, svelenire il clima, estinguere ogni principio d’incendio. A maggior gloria dei due maestri di serenità, riportiamo alcuni dei loro titoli più irenici e delicati. Libera piazza in libero Stato Nessuna intolleranza nei confronti del sacrosanto diritto a dissentire e a manifestare in piazza. Libero: “Feccia rossa. I No Tav minacciano il morto”. “La domenica dei bamba. Questi bagni di folla sono un retaggio del fascismo”, “Piazzata rossa della disinformazione. I soliti tromboni e trombati”. “Il partito degli asini: il Pd sfrutta gli universitari peggiori”. “Solo un cretinetti” (sul notav caduto dal traliccio e finito in coma per diversi giorni). Il Giornale: “I ‘farabutti’ vanno in piazza”. “In piazza gli amici di Spatuzza… 200 mila persone in San Giovanni sono inconsapevolmente (ci auguriamo) diventate picciotti, gaudiosi complici del delatore-teologo-pluriomicida”. “Forza Polizia, mandali via”. “Mobilitata anche la feccia”. “No Tav e black bloc, serve una legge per metterli fuori legge”. “Chiudete i centri sociali”. Sugli avversari, ma non nemici Mai una parola fuori posto sugli avversari politici o privati, per non trasformare una corretta dialettica maggioranza- opposizione in sanguinosa guerra civile all’insegna della demonizzazione. Libero: “Veronica, velina ingrata”. “La mafia di Di Pietro”, “Di Pietro, tecnicamente delinquente… Tonino se la prende con Silvio ma il delinquente è lui”. “Casini si allea con gli abortisti e con i carnefici della sua Dc”. “Sindacati venduti”. “La doppia Rosy Bindi: una giacobina tenera con chi stupra”. “Di Pietro & C. vogliono il morto”. “Bersani chiede il pizzo anche a noi”. “Questione immorale: il Pd impone il pizzo anche ai lottizzati”. “Omertà sul pizzo al Pd”. “Bersani sposa i gay”. “La boiata di Monti”. “Monti è impazzito”. “Chi protegge i ladri: i sindacati che difendono l’art 18”. “Le mani sporche della sinistra: diversamente ladri”. “Tremonti cattivo maestro: Toni Negri è con me”. “Guerra santa: i colpi bassi dei pm”. “Vogliono ucciderlo (Berlusconi, ndr) con una foto”. “Finirà male per chi tifa Monti”. “Gli scheletri della Bonino: il processo per procurato aborto non si è mai celebrato, fu salvata dall’immunità”, “Bonino: abortista e presidente”. “Al Pd non piace la gnocca”, “I pm cercano un omicidio da attribuire a Berlusconi”. “Belle parole e pochi fatti: questo Zeman è comunista”. Il Giornale: “Ora Silvio vada giù duro”. “Prodi mascalzone bavoso”. “L’inferiorità morale della sinistra”. “Poche ore per fermare la sinistra: l’alternativa al centrodestra sono amministratori che riempiono le strade di rifiuti, mantengono l’amante con i soldi pubblici o vanno a trans e cocaina. È questo che vogliamo?”. “Di Pietro gioca col morto”. “Quanti delinquenti ha Bersani nel suo Pd”. “In cambio delle poltrone Casini infila nel suo forno pure comunisti e abortisti”. “Rita Borsellino, la moralista che compra casa dal mafioso e paga in nero”. “Identikit delle toghe italiane: militanti e fannullone”. “I giudici Ue bevono troppo”. “La bella vita di Mesiano, dopo la promozione arriva l’auto blu”. “Il compagno Fini rinnega il suo passato”. “Ultima chiama per Fini: o cambia rotta o lascia il Pdl. È sufficiente – per dire – ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di An per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme…”. “Giudici sovversivi? Eccone uno: Adriano Sansa”. “Ma Vendola è drogato?”. “Pdl, i Giuda hanno paura”. “Monti minaccia il Parlamento”. “Monti uccide mari e monti”. “Fuori uno, ma non basta” (sulle dimissioni di Malinconico). “Silvio, ferma la rapina”. “Pd, diversamente ladri: Bersani mente al Corriere”. “Diversamente ladri: il Pd chiede soldi pure a noi”. “Monti appalta l’Italia a preti, Fini e Casini”. “Vendono il Papa a Monti per 17 milioni”. “Fuga dall’imbroglione: i ministri non si fidano di Monti”. “Il razzismo di Monti”. “I droga-party democratici”. “Fini non è più di destra ma è sempre fascista”. “Grillo, parole da brivido che ricordano i nazisti”. “Pm fuori controllo: ecco i messaggini da pazzi”. “Ecco il piano per far fuori Berlusconi”. “Tutti servi di Monti”. “Monti si costituisce”. “Casini e Fini: vecchi e nuovi traditori cambiano casa”. “D’Alema pagato da Berlusconi”. “Vogliono uccidere Berlusconi. Un dirigente del Pd cerca un killer che spari al premier”. In punta di penna Grande attenzione, nelle polemiche con i giornali e i giornalisti che la pensano diversamente, a non trasformare una serena e alta dialettica sui princìpi in una svilente rissa da pollaio. Libero: “Da Pol Pot a De Benedetti: l’antica arte di usare i minori”. “Mentana come Veronica”. “Spazzatura Santoro”. Il Giornale: “De Benedetti eversivo?”. “La svolta di Concita: ora difende il molestatore”, “Tra Silvio e la Piovra, Repubblica sceglie la Piovra”. “Mentana getta la maschera: vuole Telekabul. L’ultima scalata del finto indipendente”. “La follia del politologo editorialista Sartori”. “Bocca? Un ex fascista dalla memoria corta”. “Praga, gli 007 nemici: Augias nostro informatore”. “Ora chiudete Annozero”. Meno male che Giorgio c’è Sempre deferenti, i nostri stilnovisti, sull’opera moderatrice del capo dello Stato super partes. Libero: “Napolitano, svegliati”, “La favolosa corte di re Giorgio. Napolitano costa 7 volte la regina d’Inghilterra”. “Con la scusa del 25 aprile Napolitano fa un comizio”. “Che pacco Napolitano”, “Napolitano fa festa, l’Italia va a fondo”. Il Giornale: “C’è un Napolitano sotto le parti “Manovre oscure della politica. Napolitano e Fini osteggiano Silvio e tentano di fermare il governo”. “Napolitano, il comunista pallido che ‘tradì’ la Costituzione”. Basta Casta I piccoli lord hanno poi sempre accuratamente evitato di alimentare qualunquisticamente l’ostilità popolare contro la “casta” e di scaricare strumentalmente sui politici le colpe della crisi economica. Libero: “Si mangiano pure le posate”, “Attacchiamo la casta e subito ci indagano”. ”Assedio ai papponi di Stato”. “Magna magna a Bankitalia”, “Chi ci tassa è un fannullone. Strapagati per non lavorare al ministero”, “Tagliano i posti letto e si aumentano le poltrone”. “Andate a lavorare”. “Dimettetevi tutti”. “La casta dei cretini”. “La casta vuole mangiare in pace”. Il Giornale: “Prodi ci toglie il pane di bocca”, “Hanno portato via pure i mobili ai ciechi”. “Sono figlio di un suicida e Monti mi ruba la casa”, “Caccia ai trans in Parlamento”, “Monti ci manda tutti in miniera”. “Vendola, vai a lavorare”. “Ingroia, vai a lavorare”. “Uccisi dalle tasse. Ancora un suicidio, e fanno 13”. Forza Europa Molti e congiunti gli sforzi dei nostri baronetti per rasserenare i rapporti con i partner europei. Libero: “Silvio si ribella a nazi-Merkel”, “Svelato il golpe tedesco-partenopeo”. “Due anni alle Pussy Riot: se la sono cercata”. “Angela è davvero una culona”. Il Giornale: “Idioti erano e idioti restano: a casa i maestrini inglesi” (ai Mondiali di calcio). “Basta morire d’euro”. “Ridi, pagliaccio” (Sarkozy). “La Germania ci vuole poveri”. “Caduta Berlusconi: è stata la culona”. Tolleranza mille Nessuna indulgenza verso posizioni xenofobe e intolleranti nei confronti dei migranti. Libero: “Rom: i ‘fratellini’ di Vendola fanno un altro morto”, “Teppisti e immigrati: ribaltone dei giudici”. Il Giornale: “Torna il terrorismo, fermiamo gli immigrati islamici”. “L’invasione dei clandestini, salviamo gli italiani”. ”I fratelli rom di Vendola uccidono un milanese”. Ps. Dinanzi a cotali lezioni di bon ton e linguaggio aulico, non resta che inchinarci col capo cosparso di cenere, prendere buona nota e porre fine alla guerra civile che da vent’anni vede le guardie e i ladri inspiegabilmente arroccati su trincee contrapposte. Viva l’Italia, viva la Repubblica nata dalla Desistenza e fondata su Berlusconi.

Luciana Littizzetto a “Che tempo che fa” del 28 aprile 2013 (video)

Siamo il loro incubo: ecco cosa pensa di noi il capo di Letta e di Monti

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Fonte Coscienzeinrete 29 Aprile 2013 Fausto Carotenuto
attualità
Cosa pensa il capo della Trilaterale, quella che ha in mano di governo italiano prima con Monti e ora con Letta? Quella fondata da Brzezinski e Rockefeller e che ha per simbolo il mostro a sette teste dell’Apocalisse?
Pensa che il loro principale nemico è il risveglio della coscienza.

Brzezinski nel 2011 al CFR (Council on Foreign Relations – uno dei bastioni del mondialismo gesuita-massonico) afferma con una incredibile faccia tosta:
“Un risveglio politico globale combinato con le lotte interne tra le élites di potere, minaccia di deragliare il cammino verso il governo mondiale”.
Chiaro chi é il loro principale nemico no?
E allora hanno fatto qualcosa anche in Italia:
le élites italiane in lotta le hanno forzate a mettersi d’accordo sotto le loro bandiere, a colpi di scandali, di corruzione, di tradimenti e di grillismo. Ora per finire il lavoro vogliono cercare di aggredire e comprimere la libertá delle coscienze. A cominciare dalle libertá politiche, economiche, culturali…
A questo servono i loro governi Monti e Letta.
Ma non sará cosí facile.
I politici si comprano e si ricattano… Le coscienze in risveglio no. Una parte di loro la puoi raggirare con tribuni populisti che spingono all’odio e producono fanatismo, ma poi le coscienze rischiano di risvegliarsi anche da quella illusione. Perché in loro c’è la ricerca del Bene, non la voglia di predazione…
E le gabbie, anche le più raffinate, potrebbero non bastare a tenerle bloccate.
Non sará facile illuderci che sono buoni e che “lavorano per noi” come dice su Repubblica Scalfari… (poveretto, non abbiamo mai capito se ci fa o ci é… )
Il risveglio delle coscienze é cosa seria e forte. Una parte dell’opinione pubblica non cascherá nelle loro trappole.
Questo l’incubo… per i mondialisti.
E il bello… per noi!

T’adoriam Letta divino (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 29/04/2013. attualità

Giornali & proiettili:la stampa di Letta e di governo.

Hanno ragione il presidente ridens Piero Grasso e i noti moderati Alemanno, La Russa, Storace, Barani, Maroni, Prestigiacomo, Sallusti, Gasparri e la sua signora Gasbarra: serpeggia, anzi tracima in Italia un eccesso di opposizione che può armare la mano di qualche testa calda. Basta aprire un giornale o un tg a caso per imbattersi in orde di giornalisti ipercritici, addirittura feroci contro il governo Napoletta e i partiti che lo compongono. Un coro pressochè unanime di attacchi forsennati che è francamente difficile distinguere dalle pallottole. Tanto da far sospettare che lo sciagurato attentatore, ieri mattina, prima di aprire il fuoco sul Parlamento fosse passato in edicola o almeno reduce da una full immersion negli speciali televisivi degli ultimi giorni. Ne pubblichiamo qui una piccola antologia, sempre ribadendo il monito del Capo Supremo affinchè la stampa smetta di “rinfocolare” e inizi a “cooperare”. Letterman Show. “Il governissimo delle facce nuove”, “Napolitano, missione compiuta”, “Letta, 77 ore per disinnescare la guerra civile Pd-Pdl”, “Saccomanni, il tecnico che non fa sconti alla finanza mondiale”, “La missione di Giovannini: rilanciare l’occupazione”, “Farnesina in festa per l’arrivo della Bonino” (La Stampa). “Governo Letta: record di donne, supertecnici e quarantenni” (il Messaggero ). “Più donne e giovani, la squadra di Letta”, “Letta è premier: donne e giovani. Provo una sobria soddisfazione”, “Ritorno alla realtà”, “Sul governo il sigillo del Colle. E si apre il cantiere delle riforme”, “Campane a festa per D’Alia” (Corriere ). “Governo giovane e in rosa”, ”Straordinari doveri”, “Quagliariello: ‘E ora pacificazione’”, “Su Interni e Giustizia la mossa decisiva” (Avvenire ). “La nuova generazione”, “Le signore della competenza”, “Ecco il governo Letta, giovani e donne” (Repubblica ). Ancora nessuna notizia dei bambini. Pigi Lettista. “I due partiti maggiori che si accingono a formare un governo presieduto da Letta stanno compiendo un atto coraggioso. Sanno che per loro questa è l’ultima chiamata. Sanno che non possono fallire” (Pierluigi Battista, Corriere, 25-4). Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! Stefano Menichetta. “In questi giorni si sconta l’antica cessione di autonomia in favore di un ceto intellettuale che del radicalismo tendente al giustizialismo fa la propria ragion d’essere. I Travaglio, i Padellaro, i Flores che… annullano la persona di Enrico Letta perché ‘nipote’ so – no personaggi che fanno orrore. Il loro linguaggio suscita repulsione. Il loro livore di sconfitti mette i brividi. Ma in condizioni normali il loro posto dovrebbe essere ai margini, in quell’angolo della società e del dibattito pubblico dove sempre si collocano gli odiatori di professione. Solo qui capita che da quell’angolo si riesca a condizionare gli umori della sinistra italiana che … ha sempre cercato di parlare e di ragionare di politica, lasciando ai neofascisti la necrofilia e l’intimidazione. Ha problemi grossi da risolvere, Letta. Ma sembrano inezie se paragonati alla guerra contro i battaglioni della morte che dobbiamo vincere noi” (Stefano Menichini, Europa , 26-4). E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo. Beppe Lettergnini. “L’incarico a Letta non ha ancora 48 ore e già si sentono i soliti commenti bellicosi, le consuete dichiarazioni stentoree… Questa è l’ultima spiaggia della Penisola: più in là c’è solo il mare in tempesta e un azzardo pericoloso. I saggi nominati dal presidente Napolitano si sono rivelati concreti. In poco tempo hanno prodotto poche pagine di buone idee: nel Paese pleonastico, una piccola rivoluzione… L’Italia ha voglia di novità. È primavera: bisogna cambiare aria nelle stanze e nel cervello… Enrico Letta è un uomo competente, calmo e relativamente giovane” (Beppe Severgnini, Corriere , 26-4). Ma anche marito premuroso, padre esemplare e soprattutto nipote. Aldo Cazzulletta. “Non ha citato Kennedy – ‘la fiaccola è stata consegnata a una nuova generazione… ’ – ma ha detto più o meno le stesse cose, Napolitano. Le ha dette mentre affidava l’incarico di formare il ‘suo’ governo a un uomo di cui potrebbe essere il nonno”. Il posto di zio era già impegnato. “L’Italia, paese considerato gerontocratico, fa un salto in avanti inatteso e si colloca all’avanguardia in Europa… A Palazzo Chigi arriva il ragazzo che amava il Drive In e gli U2” (Aldo Cazzullo, Corriere , 25-4). Largo ai giovani, pancia in dentro e petto in fuori. Alessandro Salletta. “Complimenti Gina, al secolo Gianna Fregonara (giornalista del Corriere, ndr), candidata first sciura del Paese. Per l’incarico al marito, ovvio, ma soprattutto perchè sono certo che se oggi Enrico Letta è sulla soglia di Palazzo Chigi dietro c’è lo zampino della moglie, la Gina appunto. E senza presunzione, mi prendo un piccolo, assolutamente casuale merito per averla spinta con qualche sotterfugio a Roma tra le braccia del suo futuro marito che all’epoca dei fatti né io né lei conoscevamo… Tornava sempre con la notizia giusta e si aprì la strada con le sue capacità. Anni dopo non tornò più, aveva trovato la notizia del fidanzato giusto. Tale Enrico Letta. E dopo non poca sofferenza, come nelle favole, vissero felici e contenti e con tre figli. Brava Gina, non ci deludi mai” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 25-4). Anche il povero Sallusti, negli ultimi giorni, ha passato notevoli sofferenze, soprattutto alla lingua: molto capiente, ma non abbastanza per abbracciare, oltre al Pdl e al suo padrone, anche tutto il Pd e persino Monti e i suoi. Come fare? Alla fine ha optato per un trapianto di lingua, e ora ne ha due. L’articolo sopra citato è stato scritto con la seconda (il finale della fiaba è custodito nell’apposito dossier “Fregonara” e sarà divulgato se, Dio non voglia, il marito non facesse il bravo). L’Epifania. “Il Pd ritrovi coraggio” (Guglielmo Epifani, l’Unità, 23-4). “Il Pd ritrovi la sua funzione” (Guglielmo Epifani, l’Unità, 28-4). Ogni cinque giorni, Guglielmo Epifani occupa uno spazietto in basso a sinistra sulla prima pagina dell’Unità per rammentare al Pd qualche oggetto smarrito da ritrovare. Prossime puntate: “Il Pd ritrovi le chiavi di casa”, “Il Pd ritrovi il calzino sinistro”, “Il Pd ritrovi l’auto posteggiata in doppia fila e rimossa dai vigili”. Seguirà, con comodo, “Il Pd ritrovi i suoi elettori”. Antonio Socciletta. “L’arte del compromesso ci salverà dai moralisti. In un’omelia del 1981 Ratzinger elogiava la mediazione come strumento della politica. Contro le ideologie che esaltano lo Stato assoluto. Oggi tre politici cattolici, Enrico Letta, Angelino Alfano e Mario Mauro, portano avanti i valori di dialogo e razionalità che furono di De Gasperi… Un nuovo umanesimo e un nuovo rinascimento potrebbero essere l’orizzonte e l’ambizione di questa pacificazione nazionale. Se non fallisce e non viene sabotata” (Antonio Socci, Libero , 27-4). Dio lo vuole. E anche Ratzinger. E De Gasperi. Ma pure Lorenzo il Magnifico. Claudio Sardoletta. Prima della cura: “Continuiamo a pensare che le larghe intese costituiscano un pericolo, che la riproposizione di uno schema simil- Monti abbia troppe controindicazioni dopo quanto è successo, che la frattura politica apertasi nella società richieda una competizione trasparente e differenze leggibili tra destra e sinistra” (Claudio Sardo, l’Unità, 23-4). Dopo la cura: “Il governo di Enrico Letta nasce da uno stato di necessità e da una grave sofferenza politica… Il governo Letta, così nuovo e così difficile, è un’opportunità per la sinistra” (Claudio Sardo, l’Unità, 28-4). Che s’ha da fa’ per campa’. Claudio Sardomuto. “Nel suo governo non ci sono i protagonisti del conflitto politico di questi anni… Letta è riuscito a mettere insieme una squadra di ministri giovani e a sottrarsi ai veti di Berlusconi, promuovendo un rinnovamento generazionale che, magari, potrà aiutare persino l’evoluzione democratica del partito della destra” (C. Sardo, 28-4). Alfano, Lupi, Quagliariello e De Girolamo, tutti aderenti alla celebre mozione parlamentare “Ruby nipote di Mubarak”, sono notoriamente estranei al conflitto politico di questi anni. E comunque, vivaddio, sono così giovani. Giovinetta, giovinetta, primavera di belletta. M’hai detto un Prospero. “D’Alema è temuto dalla destra, che lo indica come il simbolo del nemico irriducibile, che è meglio tenere alla larga perchè richiama una storia, rievoca una tradizione, risveglia delle memorie che è preferibile spegnere per sempre. Eppure un politico dell’esperienza internazionale di D’Alema avrebbe potuto contribuire all’azione incisiva di un governo che non può rinunciare a definire dei momenti di svolta nelle politiche prevalenti nello scacchiere europeo. Un ponte solido verso la sinistra europea” (Michele Prospero, l’Unità, 28-4). “La squadra ha perso qualcosa in competenza e valore aggiunto rinunciando a un ministro degli Esteri come Massimo D’Alema” (C. Sardo, l’Unità, 28-4). Ecco l’unico difetto nel governo Letta: manca D’Alema. Il Lettaggero. Il direttore del Messaggero Virman Cusenza, giornalista ma soprattutto sarto, confeziona per il nuovo governo un abitino su misura. Titolo: “Un cambio di stagione”. Svolgimento: “Non c’è commento migliore al governo appena nato della foto che ritrae Giorgio Napolitano mentre stringe le mani di Enrico Letta. Ed è difficile capire dove cominci la stretta del primo e finisca la presa del secondo, come padre e figlio sinergicamente s’affidano l’un l’altro prima delle navigazioni impegnative della vita”. Corbezzoli, gliele ha cantate chiare. Del resto, di fronte a quelle mani di fata, la prima domanda che si ponevano pensosi tutti gl’italiani era appunto questa: chissà dove comincia la stretta del primo e finisce la presa del secondo? Ah saperlo. Ma anche: va bene il padre, va bene il figlio, ma dove sarà mai lo zio? A pag. 3 Alberto Gentili colma anche questa lacuna: lo zio non c’è, ma c’era fino a qualche minuto prima a reggere la coda al Cainano, poi gli ha telefonato: “Sei stato bravo, Enrico, e sei molto maturato”. Ecco, a 47 anni il pupo ha messo su i primi dentini e sta per smettere di gattonare. Per il resto, avverte il Cusenza, “il richiamo al 1946 non è casuale”: “Il nuovo governo Letta è chiamato” a “una piccola grande rifondazione del concetto di buon governo perchè almeno generazionalmente sono venuti meno io muri e gli steccati che hanno avvelenato gli ultimi decenni, con la violenza e l’odio e la loro interminabile scia di sangue”. Insomma quella di De Gasperi che nel ’46 governò con Togliatti è “un’impresa simile (al netto del conflitto mondiale)” a quella di Alfano che governa con Letta (al netto dei processi a B.). Lo dice anche Letta al Messaggero : “Oggi si chiude la guerra dei vent’anni. Ora siamo all’armistizio. La speranza è che scoppi la pace”. Amnistia, si chiama amnistia. Eugenio Lettari. Scalfari è il più entusiasta, fin dal titolo dell’editoriale: “Un medico per l’Italia”. Non si sa a chi si riferisca, ma si sa a chi non si riferisce: Alfano, che essendo soltanto il ministro dell’Interno e il vicepresidente del Consiglio, non merita neppure una citazione. “Nelle circostanze date è un buon governo. Enrico Letta aveva promesso competenza, freschezza, nomi non divisivi. Il risultato corrisponde pienamente all’impegno preso, con un’aggiunta in più: una presenza femminile quale prima d’ora non si era mai verificata… Se i fatti corrisponderanno alle parole molte sofferenze saranno lenite e molte speranze riaccese”. Rimosso Alfano – ma anche Lupi, De Girolamo, Lorenzin e Quagliariello, la banda fresca e non divisiva della nipote di Mubarak – Scalfari ammira molto la “competenza” dell’avvocato De Girolamo in tema di agricoltura, o della signora Lorenzin (maturità classica) in materia di Sanità, o di Andrea Orlando (maturità scientifica, ex responsabile giustizia del Pd) in fatto di Ambiente. Però non ne cita nessuno, per precauzione. preferisce citare “Camillo Prampolini” (non è uno scherzo, davvero, anche se nessuno capisce che diavolo c’entri). Poi tributa il consueto omaggio a Sua Castità Napolitano: Suo malgrado, ha dovuto restare al Quirinale. Suo malgrado, ma per fortuna del Paese”. Egli, ça va sans dire, “conosce benissimo i limiti e i doveri che la Costituzione li prescrive”: infatti li ha violati tutti nel giro di qualche giorno. A questo punto, Scalfari elenca i “molti precedenti” del governo Napoletta nella storia della Repubblica. Che poi sono due. Il primo è primo il patto Moro-Berlinguer per la non sfiducia ad Andreotti a metà anni 70, che però non c’entra nulla, visto che il Pci non aveva ministri, nemmeno quando nel ‘78 votò per qualche mese la fiducia. Il secondo è il governo Badoglio del 1944, dove sì c’erano nello stesso governo ministri comunisti e democristiani: ma nemmeno quello è un precedente, perchè l’Italia era ancora una monarchia, oltre a essere ancora in guerra. Insomma, i “molti precedenti” non esistono. Meglio tornare a Re Giorgio, “un presidente al di sopra delle parti” che, “salvo Ciampi, non è mai esistito” perchè “garantisce tutti, ma garantisce soprattutto il Paese”. Ma garantisce soprattutto B. Giuliano Lettara. “Ora i giudici devono deporre le armi” (Giuliano Ferrara, il Giornale, 28-4). Wow, era ora! Ferrara, sempre così informato, ci farà sapere quanto dura l’armistizio, e soprattutto la decorrenza e la scadenza. Insomma, da quando a quando c’è licenza di delinquere. Così magari, prima che i giudici riprendano le armi, gli sfiliamo il portafogli o gli svaligiamo la casa.

L’inciucio è ufficiale tra gli spari in piazza

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Fatto Quotidiano 29/04/2013 di Fabrizio d’Esposito attualità

Il giuramento dell’inciucio diventa la seconda notizia della giornata alle undici e quaranta. Tra giornalisti e fotografi e cameramen il passaparola è fulmineo e molti di loro vanno via, diretti a Palazzo Chigi. I nuovi ministri, invece, giurano uno dietro l’altro, emozionati e compunti. Il protocollo istituzionale, nel salone delle feste del Quirinale, li imbalsa- ma in un sorriso continuo. Sono seduti. Le poltrone, disposte su due file. Angelino Alfano apre la prima. Accanto a lui Moavero Milanesi, poi via via Delrio, Trigilia, Franceschini, Quagliariello, Kyenge, Idem, D’Alia, Bonino, chiude la Can- cellieri. ALFANO è il nuovo ministro dell’Interno nonché vicepre- mier. Dallo staff del Quirinale, che assiste alla cerimonia, si muove un uomo. Avvicina Alfano e gli sussurra qualcosa al- l’orecchio. Il sorriso un po’ebe te tipicodel neoministro svanisce.È ilprimo asapere. Lavoce gira tra le due file e la sorpresa diventa spavento, quasi incredulità. La parola maledetta, a caldo, quando ancora non si sa nulla del solitario attentatore calabrese, è terrorismo. Un in- cubo. Qualcuno, tra i più anziani, azzarda una tremenda coin- cidenza: Aldo Moro, lo statista dc ammazzato dalle Br, fu rapito nel giorno della presentazione del nuovo governo Andreotti, quello del compromesso storico. E anche al Quirinale si celebra qualcosa di simile: il patto tra Pd e Pdl per il governo di Enrico Letta e che peraltro sem- bra un monocolore centrista, cioè democristiano. Per i mini- stri è uno choc al buio. Si sa solo che “hanno sparato a due cara- binieri a Palazzo Chigi”. Il capo dello Stato, dietro al ta- volo del giuramento, viene in- formato solo alla fine, quando Beatrice Lorenzin del Pdl, tito- lare della Salute, l’ultima a leggere la formula, torna al suo po- sto. A Napolitano vengono fatti leggere alcuni lanci d’agenzia, con delle aggiunte a penna. A dirlo al premier, invece, è Dario Franceschini. La festa del giuramento, a questo punto, ha un alone completamente cupo. Ma la liturgia ministeriale ha i suoi riti. Ci sono le foto da fare. Na- politano avanza al centro del salone e si piazza vicino alla ber- saniana-congolese Cecile Kyenge, in viola. Letta lo imita e la neoministra all’Integrazione diventa il simbolo di questo go- verno parecchio biancofiore, nel senso di democristiano. I ministri maschi, tutti in blu, non sorridono più, nemmeno Alfano. La maggioranza stringe le mani dietro alla schiena. A ec- cezione del prolifico Delrio (no- ve figli), che stira le braccia da- vanti, come se fosse in chiesa. NELLA SECONDA fila, solo Nunzia De Girolamo, altra ber- lusconiana e ministro delle Politiche agricole, e Beatrice Lo- renzi nmostrano il sorrisodelle grandi occasioni. È la primafo- to del nuovo esecutivo al com- pleto, ma le facce sono un po’ tirate. L’inciucio nasce sotto il cattivo segno di una sparatoria di fronte al palazzo del governo. I ministri escono. C’è il tradizionale buffet con i parenti.Napolitano è con loro. Negli stessi minuti scattano le misure di si- curezza in piazzadel Quirinale. Ai ventidue dell’esecutivo, compreso Letta, viene consi- gliato di aspettare e non uscire. Anche perché, alcuni di loro, sono arrivati a piedi. Il resto con l’auto blu, tranne Bray, con una Panda rossa. Ormai è mezzogiorno e dieci. Una scena com- pletamente diversa da quella delle undici e trenta in punto. All’ora fissata, sabato scorso, da una nota del Colle, una delle porte del salone delle feste si apre e il primo ministro a uscire è Andrea Orlando, giovane turco del Pd. Ha una cravatta rossa, per ricordare a se stesso e agli altri che in questo governo sono solo in due a venire da sinistra. Lui e il sindaco di Padova, Flavio Zanonatofinito alloSviluppo economico,anche luimuni- to di cravatta modello vecchio Pci. Ma il rosso che spicca è quello della giacca coreana di Emma Bonino, che si ostinerà ad andare a piedi per tutta la giornata, dopo il giuramento e dopo il primo, breve consiglio dei ministri. Dietro Orlando, entra l’udc Gianpiero D’Alia, Pubblica am- ministrazione, e poi il resto del- la squadra, una sorte di nazionale under 45 di moderati bi- partisan. Alfano apre la prima fila. Il ciellino Mario Mauro, Difesa, la seconda. Mauro è un montiano ex berlusconiano. Al suo fianco, il ministro più pesante del governo: il tecnico Fabrizio Saccomanni, proveniente dai vertici di Bankitalia. Poi Zanonato, laDe Girolamo,Orlando, Maurizio Lupi (altro ciellino ma rimasto nel Pdl, Infrastruture), l’uomo Istat Enrico Giovannini(Welfare), Maria Chiara Carrozza (Istruzione, infine Massimo Bray (Cultura) e la Lorenzin. Donato Marra, segretario generale del Quirinale, si si- stema dietro a un leggìo e chiama i ministri uno a uno. Nel frattempo, loro, seduti, ripassa- no la formula del giuramento che dovranno leggere. IL PRIMO, ovviamente, è Letta. Quindi Alfano e tutti gli altri, seguendo l’ordine di come sono seduti. Molti sono “onorevole avvocato”, l’unico “signore” senzanemmeno il titolo diparlamentare è Zanonato. Quando giura l’ex “saggio” Gaetano Quagliariello del Pdl, Riforme, Marra incespica in una gaffe, col microfono aperto. Chiede consiglio sul nome di Cecile Kyen- ge: “Questa come si legge?”. In dieci minuti esatti, dalle 11 e 30 alle 11 e 40 la festa dell’in – ciucio versione light si trasfigu- ra in uno show surreale, enfat- tizzato dagli stucchi dorati del salone delle feste. Un uomo ha sparato davanti Palazzo Chigi. Ed è coetaneo del nuovo pre- mie

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