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Cassa integrazione, Cgil: “500 mila lavoratoti hanno perso 2.600 euro”

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Da gennaio ad aprile 2014 sono state autorizzate alle imprese oltre 350 milioni di ore di cig, svaniti in totale 1,3 miliardi di euro di reddito
Fonte di Redazione Il Fatto Quotidiano | 24 maggio 2014 attualità
Tra gennaio e aprile 2014 i lavoratori in cassa integrazione hanno perso nel complesso redditi per 1,3 miliardi. Se si scende nel dettaglio, significa che, in media, i 510 mila lavoratori in cassa a zero ore hanno perso 2.600 euro a testa. Il dato è riportato dalla Cgil, con riferimento ai 351 milioni di ore di cassa autorizzate dall’Inps nei primi quattro mesi del 2014.

Ad aprile sono stati autorizzati alle aziende 86,8 milioni di ore di cassa. Le ore di cassa nel mese sono diminuite del 13,3% rispetto a marzo, e del 13,2% rispetto ad aprile 2013. Ma mentre si è registrato un calo consistente della cassa ordinaria, sono aumentate le richieste della cig straordinaria. “La crescita esponenziale della cassa integrazione straordinaria – afferma il segretario confederale della Cgil Elena Lattuada – segnala la permanenza di un livello strutturale della crisi, economica e produttiva. Nello specifico preoccupa enormemente la situazione in cui versano alcuni settori e aree del paese, siderurgia ed edilizia in primis, realtà diverse tra loro ma accomunate da una generale sottovalutazione dello stato di crisi in cui versano”.

La Cgil – che torna a chiedere con urgenza il rifinanziamento della cassa in deroga – ricorda che ad aprile a fronte di 86,8 milioni di ore di cassa nel complesso, la cig ordinaria diminuisce del 17,71% su marzo (a 22,5 milioni di ore) mentre la straordinaria con 46,9 milioni di ore aumenta del 3,2%. Diminuisce anche la cassa in deroga (-36,33% su marzo con 17,3 milioni di ore).

Nel primo quadrimestre dell’anno sono stati autorizzati alle imprese oltre 351 milioni di ore di cassa (-4,44% sullo stesso periodo del 2013). Nel periodo è diminuita la cig ordinaria (-27,08%) mentre è aumentata la richiesta per la cassa straordinaria (+18,16%). La cassa integrazione in deroga tra gennaio e aprile è diminuita dell’8,3% sullo stesso periodo del 2013.

Ad aprile, considerando un ricorso medio alla cig, pari cioè al 50% del tempo lavorabile globale (9 settimane), sono coinvolti 1.022.078 lavoratori in cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga. Se invece si considerano i lavoratori equivalenti a zero ore, pari a 17 settimane lavorative, si determina un’assenza completa dall’attività produttiva per 511.039 lavoratori, di cui 250 mila in cassa integrazione straordinaria e 115 mila in quella ordinaria.

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GAS, LE GRANDI OPERE INUTILI CHE PAGHEREMO CON LA BOLLETTA

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Fatto Quotidiano del 21/05/2014 di Ginfranco Picchio attualità

Quale imprenditore costruirebbe un mega hotel in una località in declino turistico e con incerte prospettive di ripresa? Probabilmente nessuno. Eccetto forse se i soldi non fossero suoi. Nel settore dell’energia qualcosa di simile potrebbe accadere davvero: nonostante i consumi gas in calo, tornati ai livelli del 2002, il governo è convinto della necessità di nuove infrastrutture di import. Anche a costo di farle pagare ai consumatori, per un onere che potrebbe raggiungere 350 milioni all’anno o più. Negli anni 2000, quasi tutte le grandi utility sognavano di costruire un gasdotto o un rigassificatore. Il mercato gas era una miniera d’oro per chi riusciva a entrare: domanda in crescita e prezzi alle stelle, complice il quasi-monopolio Eni. Importazioni indipendenti avrebbero offerto alti margini, ridotto un po’ i prezzi e aumentato la sicurezza delle forniture. Così nell’arco di poco tempo una quindicina di progetti di terminal per gas liquido (Gnl) e una manciata di nuovi tubi si sono accalcati sui tavoli dei ministeri. Il mondo dopo la crisi è diverso Dopo il 2008 però è cambiato tutto: la crisi e l’espansione delle fonti rinnovabili hanno fatto crollare i consumi. Un’offerta crescente si è river- sata su un mercato che la regolazione aveva reso più dinamico, falcidiando prezzi e margini. Di colpo, costruire un rigassificatore è apparso assai me- no attraente, viste le incertezze su come recuperare i costi di un investimento di cui non sembra più esserci bisogno. Eppure il governo indica tra le priorità energetiche la realizzazione di nuove infrastrutture per l’import, in particolare terminali per navi meta- niere. Illustrando in marzo al Senato il programma del suo dicastero, il ministro dello Sviluppo economico GIUSEPPE BONOMI Sanzione Consob per l’uomo che parlò troppo Adesso è consulente per gli aero- porti del ministro delle Infrastrut- ture Maurizio Lupi, ma nel novembre 2012 Giuseppe Bonomi era il presidente (in quota Lega Nord) della Sea, la società che gestisce Linate e Malpensa e il comune di Milano voleva a tutti i costi quotare in Borsa. Bonomi promise che la società, dopo la quotazione, avrebbe dato in dividendi il 70 per cento de- gli utili. Siccome però questa decisione non l’aveva mai presa nessuno, a un anno e mezzo di distanza la Consob ha multato la Sea. Sanzione poco più che simbolica, 5 mila euro, anche perché quella affermazione infondata non ha danneggiato nessuno. La quotazione della Sea fu infatti bloccata dalle prote- ste dell’azionista di minoranza, il fondo F2i guidato da Vito Gamberale. Il quale è stato poi denunciato dallo stesso Bonomi alla procura, con l’accusa di aggiotaggio, per aver contribuito a far saltare il collocamento in Borsa facendo uscire sui giornali notizie negative sull’andamento della società. Ii magistrati di Milano devono stabilire se quelle notizie fossero vere o false, cioè se abbiano danneggiato la Sea o salvato i risparmiatori. Per adesso la Consob punisce Bonomi, e segna un punto a favore di Gamberale. Federica Guidi ha evidenziato la ne- cessità di “rimuovere gli ostacoli allo sviluppo della nostra capacità di ri- gassificazione per beneficiare della rivoluzione dello shale gas”Usa (cioè il gas estratto dalle rocce). Un concetto ribadito al vertice G7 sull’energia di Roma. Più nei dettagli è entrato il vicemi- nistro, Claudio De Vincenti, annunciando l’emanazione a breve di un decreto della presidenza del Consiglio per le infrastrutture “strategiche”, ossia coerenti con la Strategia energetica (SEN) varata nel 2012 dal governo Monti. Opere, ha spiegato, per le quali “si prevederà la possibilità di recupero garantito (anche parziale), dei costi a carico del sistema”, ossia dei consumatori, “anche in caso di non pieno utilizzo”. Un principio che l’Italia è riuscita a far passare nella dichiarazione finale del G7: i costi di opere “necessarie per aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti, e che non possono essere costruite secondo le regole del mercato – vi si legge – potrebbero essere sostenuti attraverso quadri regolatori o attraverso il finanziamento pubblico”. Le bollette quindi ripagheranno ai proprietari una maggioranza dell’in- vestimento, si parla di circa due terzi, anche a impianto fermo. Il ministero dello Sviluppo ha stimato un extra-onere di circa 150 milioni/anno per un terminal da 8 miliardi di metri cubi all’anno in caso di com- pleto inutilizzo. Nella SEN si giudica necessario almeno un impianto di LA TASSA OCCULTA L’esecutivo ha imposto al G7 il principio che se i nuovi impianti restano inutilizzati verranno comunque remunerati: fino a 350 milioni di euro a carico degli italiani questa taglia, o due se non sarà realizzato il gasdotto Albania-Italia TAP. Se aggiungiamo il più piccolo OLT di Livorno, già realizzato ma a cui il ministero vuol comunque concedere il meccanismo (stima: 60 milioni all’anno), si sale a 210-360 milioni all’anno. Ma si potrebbe andare anche oltre: sul numero di impianti da realizzare, Guidi si è limitata a ricordare che attualmente quelli autorizzati sono tre. L’unico da 8 miliardi di metri cubi è Porto Empedocle di Enel, in Sicilia, che potrebbe usarlo per im- portare Gnl dagli Stati Uniti in base a un recente accordo. Gli altri due sono Gioia Tauro (12 miliardi di metri cubi), in Calabria, il cui principale socio con Iride è la Sorgenia della famiglia De Benedetti – alle prese con ben altri problemi di debito ma che potrebbe vendere ad altri – e Falconara della petrolifera Api, nelle Mar- che. Cattedrali nel deserto della bassa domanda Progetti che in base a una logica di mercato resterebbero nel cassetto ma che con un ritorno garantito per legge, che annulla gran parte del rischio d’impresa, tornano interessanti. La possibilità che restino cattedrali nel deserto è concreta: tra i rigassificatori esistenti, quello di Snam a Panigaglia (La Spezia) è a riposo da oltre un anno per i bassi consumi e perché il mercato spinge il gas naturale liquido in Asia dove il prezzo è più alto. Quello di Rovigo di Edison, Exxon e Qatargas viaggia al minimo consen- tito dai contratti e nessuno richiede la capacità non prenotata. Sorte toccata anche all’OLT, fermo dalla sua inaugurazione perché nessuna im- presa ne ha chiesto i servizi. È proprio necessario farne pagare di nuovi ai cittadini? “Dobbiamo scom- mettere che la domanda tornerà a crescere”, ha notato il ministro Guidi dopo il G7. Inoltre, secondo il ministero dello Sviluppo, le infrastrutture serviranno ad aumentare la sicurezza e ad “agganciare” la rivoluzione shale gas americano. Forse. Ma le incognite sono tante. Attualmente il gas naturale liquido degli Stati Uniti a non avrebbe mercato né in Italia né in Europa: troppo alto il prezzo per le depresse quotazioni nostrane. Ed è impossibile prevedere se in futuro potranno mai competere con quelle asiatiche. I consumi nel 2013 si sono attestati a 70 miliardi di metri cubi, sotto il livello del 2002. Un calo almeno in parte strutturale, perché con il boom di eolico e solare la domanda gas delle centrali non tornerà più quella di prima e molte industrie hanno ormai chiuso o delocalizzato. Per il 2023 Snam stima una domanda di 74 miliardi di metri cubi, inferiore a quella del 2003. Il vero obiettivo (forse) è la Russia Quanto alla sicurezza, l’attuale capa- cità di importazione annua supera già del 65per cento i consumi, il tasso di utilizzo di tubi e rigassificatori è appena il 54 per cento e su base giornaliera la somma tra capacità di im- port (329 milioni di metri cubi al giorno) e stoccaggi (al massimo 270 milioni di metri cubi) supera il record storico di domanda (465 mi- lioni di metri cubi) anche in caso di stop temporaneo del gas russo. Certo, altro discorso sarebbe se il governo avesse obiettivi davvero titanici: affrancarsi del tutto da Mosca e da Vladimir Putin per l’energia, ad esempio. O convertire a metano il trasporto nazionale. Allora servirebbero infrastrutture. L’esecutivo però non ha mai annunciato niente di simile. Anzi, proprio mentre vuole ridurre la nostra di- pendenza dal gas russo Roma ribadisce il sostegno al gasdotto South Stream. Che pur approdando in Austria anziché in Italia quella dipendenza la rafforzerà. Un bel mix di incertezze e contraddizioni. Troppe, verrebbe da dire, per ipotecare centinaia di milioni dei consumatori-

Crisi economica, patologia degenerativa del capitalismo

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Fonte CaratteriLiberi del 22 luglio 2013 di Loredana Biffo Attualità

Un’analisi sulle origini del capitalismo e del concetto di “mercato” dal medioevo ai giorni nostri. A partire dagli effetti devastanti della crisi economica. Loredana Biffo, socia di LeG Torino, firma questo articolo per la rivista on line CaratteriLiberi che nasce dalla volontà di un gruppo di giornalisti free lance e studiosi, di contrastare la deriva culturale a cui stiamo inesorabilmente assistendo, nonchè la sottomissione dell’informazione ai poteri forti.

Alla luce degli effetti devastanti che la crisi economica sta provocando sulla pelle degli individui, è oggi più che mai necessario, analizzare il passato, per comprendere il presente; come sosteneva Tucidide. Partendo da questa premessa, la realtà, ci impone di rovesciare il paradigma dominante, per il quale il sistema economico non conosce altra legge che quella del mercato, un assunto che si presenta addirittura come amorale difronte allo smantellamento dei diritti e dello stato sociale messo in atto nell’ultimo ventennio.

In un sistema (Bobbio) in cui non è dato di distinguere tra ciò che è indispensabile e ciò che non lo è; un sistema in cui non si è vista sulla scena della storia, altra democrazia che non sia quella coniugata con una società di mercato; è necessario rendersi conto che l’abbraccio del sistema politico – democratico con il sistema capitalistico, è insieme vitale e mortale, o meglio – è mortale anche se vitale.

Come sappiamo, il capitalismo ha le sue radici nel medioevo, quando il mondo rurale comprendeva i tre quarti della popolazione. Il signore imponeva la corvèe, il fattore pagava il suo affitto, e l’oste era ai margini del bosco. Queste erano le “tipologie sociali classiche” dell’età medioevale, come il servo e il domestico; non le sole però.

Nelle città le condizioni di sviluppo economico erano più stabili grazie alla possibilità di ampliare un giro d’affari o la vicinanza di una clientela agiata, nonché la circolazione di denaro in modo più regolare.

Lavoro e profitto

Nasce così la concezione di “giusto prezzo” di vendita, ossia, a seconda delle condizioni del mercato, il consuetudinario e sempre equo rapporto fra il costo di fabbricazione e il prezzo di vendita: il ricavo, che è la base della buona mercatura, la regola d’oro della mentalità dell’epoca.

I canonisti ammettevano che alla fatica e al servizio compiuti, doveva corrispondere un guadagno, che doveva però rimanere molto modesto: “lucrum moderatum”, come avrebbe detto Tommaso d’Aquino. E’ stata proprio l’esistenza di un simile freno nella ricerca del massimo guadagno possibile, che impedì di applicare all’età medioevale tutti i caratteri attribuiti al sistema capitalistico attuale.

Sarà poi la cultura protestante a dare una nuova connotazione al capitalismo. Max Weber nel celebre trattato “L’etica protestante” cercherà di comprendere il mondo moderno, in particolare la società industriale capitalista. Ciò che fece fu definire la misura in cui la religione aveva contribuito alla formazione ed espansione dello spirito del capitalismo, osservando la unicità dell’occidente, l’aspirazione a un guadagno sempre rinnovato, ossia la “redditività”, grazie all’organizzazione capitalistica del lavoro con la separazione dell’azienda dalla casa.

Weber riteneva che lo spirito del capitalismo implicasse un’etica economica, o un senso del dovere, in particolare un dovere verso una “vocazione”; questo è decisamente in contrasto con quello che la modernità ci presenta, cioè il lavoro incessante per il mero profitto, cosa che spinge gli individui molto oltre i bisogni, lasciandosi guidare da motivazioni del tipo: “il tempo è denaro”.

In weber lo spirito del capitalismo non poteva essere spiegato dal desiderio del lusso. La risposta stava in due idee religiose fondamentali del protestantesimo: “vocazione e predestinazione”. Egli dimostrò come un insieme di idee religiose potesse influenzare il modo di lavorare e spendere. Il risultato di una particolare forma di comportamento economico contribuì al sorgere della forma occidentale di capitalismo che ha dominato l’economia mondiale per tre secoli.

Se l’agire sociale, riflette gli aspetti culturali necessari a comprendere un mutamento sociale, per collegarci all’attualità, è particolarmente utile analizzare lo sviluppo del capitalismo a partire dalla concezione Taylorista, messa poi in atto da Enry Ford nel regime produttivo dei primi anni trenta del dopoguerra.

Il taylorismo necessitava di masse di lavoratori, e il lavoro domestico femminile diventava una garanzia al sostentamento dell’uomo in una società in cui dominava il modello famigliare dell’uomo “procacciatore di reddito”.

Altro fatto fondamentale era il “disciplinamento dei lavoratori”, in base alla famosa teoria di Taylor, secondo la quale i lavoratori sono “plebaglia”: cioè individui rozzi, ignoranti e motivati solo dal guadagno; redarguiti da sanzioni severe che equivalevano alla perdita del salario, o il licenziamento.

Nel regime fordista – keinesiano, era fondamentale la discriminazione delle donne nel mercato del lavoro, ne conseguiva un welfare italiano di tipo familistico, con matrimoni precoci e alti tassi di fertilità, e lavoro a tempo indeterminato per gli uomini; fino a quando si giunse alla crisi dell’impresa fordista per saturazione dei mercati dovuta all’ ingresso nel mercato dei paesi asiatici che proponevano beni di consumo di massa, ma ad alta tecnologia.

Il risultato, fu il fenomeno della “stagflazione”, ovvero l’aumento dei prezzi e la riduzione della domanda di lavoro con conseguente disoccupazione dovuta alla sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Avvenne di conseguenza il passaggio al “just-in-time”, sistema produttivo che garantisce la continua e perfetta simmetria tra l’offerta dei beni prodotti e la domanda che proviene dal mercato. Si tratta di un’idea semplice che consiste nel produrre merci finite al momento opportuno, per inserirle nei sottogruppi, e i materiali acquistati per trasformarli in parti. Le conseguenze che si ottengono con questo modo di produrre, sono opposte alla produzione di massa.

Capitalismo flessibile

Il sistema just-in-time rende possibile l’uscita di prodotti in serie brevi e differenziate con aggiustamenti continui alle fluttuazioni della domanda che “tira” la produzione, in questo modo il modello giapponese, consiste nel collegare la qualità all’essenzialità. Due fattori che si connetto direttamente alla “flessibilità produttiva, che ha come conseguenza l’apertura a forbice sul tasso di occupazione, si pensi che per le donne decresce dal 1960 al 1970, con una tendenza a peggiorare nel tempo, gli studi sui “rischi di cronicità” ci dicono che il lavoro è diventato più obsoleto.

Nella società post-fordista, tutta l’enfasi viene posta sulla “flessibilità”, si comincia a parlare di “capitalismo flessibile”, cambia il significato del lavoro, non si hanno più le carriere in cui un individuo doveva incanalare i propri sforzi in campo economico con una direzione che si poteva seguire per tutta la vita. Fanno la loro comparsa i “contratti atipici”, differenziali salariali e relativa selezione avversa.

Il carattere strutturale della precarietà, nel post-fordismo diventa un dato acquisito: è difficile che un mercato possa funzionare bene senza che ci sia precarietà. Il capitalismo flessibile sposta i lavoratori dipendenti da un tipo di incarico a un altro, cancella i “ percorsi lineari” tipici delle carriere.

Oggi la flessibilità mette in evidenza il significato della parola “job”, che nell’Inghilterra del trecento indicava un “blocco”, un “pezzo”, qualcosa che poteva essere spostato da una parte all’altra; la conseguenza è che ora le persone sono chiamate a svolgere “pezzi” di lavoro.

E’ un sistema in cui sono evidenti le difficoltà a perseguire obiettivi a lungo termine, in un’economia che ruota attorno al “breve periodo”. La sfida che il capitalismo flessibile ci pone, è la difficoltà a decidere quali dei nostri tratti merita di essere conservato all’interno di una società “impaziente”., che si concentra solo sul momento, vengono a mancare nella vita delle persone, le “metanarrazioni”.

Lo stato di disoccupazione, comporta “effetti psico-relazionali”, con perdita di contatto, mette in crisi il ruolo sociale di quelli che fino agli anni 70/80 erano i procacciatori di reddito, da tempo ormai una famiglia per sopravvivere è dovuta diventare “dual-erner”, ossia a due redditi. La disoccupazione diventa frizionale e strutturale, se prolungata crea erosione dei risparmi creando l’abbassamento del cosiddetto “ salario di riserva”, al di sotto del quale non si è disposti a lavorare, e relativa caduta nella povertà.

Il mercato tenta di risolvere le sue crisi, attraverso il peggioramento delle condizioni di vita (Malthus) dei lavoratori, là dove il salario dipende dalla produttività marginale. La discesa verso la povertà che sta colpendo fasce sempre più larghe della popolazione, è causa di esclusione sociale, le diseguaglianze durevoli, danneggiano così tanti aspetti della vita delle persone, al punto da non essere riconosciute dagli altri come appartenenti alla comunità, si entra nella sfera della “squalificazione sociale”. La differenza di reddito, al di là di una certa soglia, diventa causa di discriminazione, si pensi a quello che viene definito il “culto del self”, cioè di come per acquisire uno status, dobbiamo esibire la nostra appartenenza rispetto a idee o pregiudizi che si ritengono condivisi: le “regole grammaticali”, i riti del self nella società moderna sono diventati quotidiani: il “consumo” e le sue forme, le regole di chi è capace a procurarsi da vivere sul mercato, nascono spontaneamente dal regime produttivo di una società che ha nel recente passato, raggiunto un elevato grado di benessere. Il focus cui grava la vita materiale, è la “vergogna” da parte di chi non ce la fa: pensiamo ai suicidi.

Povertà assoluta e povertà relativa

Nel 1901 si parlava di “povertà assoluta”, nel 1962/64 di “povertà relativa”, oggi viene reintrodotto il concetto di povertà assoluta, in conseguenza alla crisi dei mercati dal 2008/2009.

E’ evidente da questi dati, che è necessario un intervento del welfare come politica di reddito minimo garantito là dove la crisi genera disoccupazione, e che se non sussidiata, produce povertà; risolvere l’esclusione sociale con politiche del reddito condizionate alla disponibilità a lavorare.

Sono indispensabili politiche di empowerment: il problema non dipende solo dai rafforzamenti sull’individuo (formazione ecc.), ma anche da una appropriata trasformazione dei contesti in cui l’individuo opera. Le politiche di contrasto alla vulnerabilità, comportano uno spostamento degli “obiettivi di giustizia”, il focus deve essere spostato dal discorso dell’eguaglianza al discorso della libertà. E’ significativa la correlazione causale tra libertà e diritti, in un processo di espansione delle libertà umane che si contrappone ad altre visioni più ristrette dello sviluppo, come quelle che lo identificano unicamente con la crescita del Pil.

Fondamentale il ruolo delle istituzioni della democrazia, che anche se sono nate per per favorire la formazione del mercato, dovrebbero altresì regolare il mercato e porre dei limiti alle forme di mercificazione. E’ evidente che questo è un un tema di grande respiro storico, essendo il reddito un importante mezzo di capacitazione a dirigere la propria vita, questo è basilare per l’eliminazione della povertà di reddito.

Il mercato non è, come tentano di farci credere, un qualcosa che esiste in natura, bensì è una istituzione alla quale partecipano soggetti diversi, e portatori di interessi diversi; un mercato senza regole non è un mercato efficiente in cui le parti sono tutelate, e dove le asimmetrie informative, sono ridotte al minimo e i contratti sono trasparenti, dove non c’è qualcuno che imbroglia.

Sul piano politico, è altresì necessario riflettere su ciò che è bene o non è bene fare e decidere politicamente, smetterla di applicare al lavoro, la categoria di “merce”, cosa ampiamente avvenuta nel mare magnum delle forme contrattuali, lavoro a progetto, lavoro in affitto, lavoro a chiamata ecc.

In tale contesto, la democrazia viene fatta apparire sempre più un lusso inutile e voluttuario, la giustizia sociale, i diritti e le questioni dell’eguaglianza sono diventati di per se un ostacolo, non solo ai mercati, ma al rendimento economico e allo sviluppo: vengono conteggiati come costi superflui.

Questa è la dimensione del nuovo iperliberismo che pone ormai apertamente il mercato non solo come equivalente della forma democratica, ma addirittura come sostitutivo di essa – come forma politica tout-court, che può in ampi campi della vita associata, sostituirsi allo strumento statuale di regolazione per determinare in assoluta autonomia una logica di totalitarismo di mercato.

Il messaggio esplicito del capitalismo, saldamente in mano alla finanza, è che dobbiamo “adattarci”, non si può far nulla contro l’ingiustizia sociale (da loro intenzionalmente creata) del mondo del lavoro.

I soprusi, la corrosione impressionante dei diritti, il disprezzo dei “padroni”: questo è l’orrore del regime capitalista, e di tutta l’infelicità che ne deriva. L’odioso diritto dei ricchi di disporre della vita dei lavoratori, ma soprattutto farne il motivo stesso del suo fallimento e mai del suo successo. Oggi siamo giunti ad una lettura del loro arrogante e presunto diritto a calpestare la libertà e dignità altrui, da qui bisogna ripartire.

L’autrice è giornalista e socia di LeG Torino

Caos Tasi, in 12 capoluoghi sarà più alta dell’Imu. Uil: “Bonus 80 euro neutralizzato”

Fonte FattoQuotidiano.it di Redazione Il Fatto Quotidiano | 19 maggio 2014 attualità
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90% dei Comuni non ha ancora deliberato sull’aliquota da applicare per il calcolo della nuova tassa sulle prime case. Il governo pensa a un rinvio del pagamento della prima rata, previsto per il 16 giugno. Intanto il servizio Politiche territoriali della Uil calcola che l’esborso medio sarà di 240 euro a famiglia, a fronte dei 267 euro pagati nel 2012 con l’Imu. E Brunetta attacca: “Patrimoniale da 30 miliardi”
Slitta o non slitta? Ancora non si sa. Sulla Tasi, la nuova “tassa sui servizi indivisibili” che sostituisce l’Imu sulla prima casa e la cui prima rata – a meno, s’intende, che il governo non decida di rimandare il termine a luglio o a settembre – andrebbe pagata entro il 16 giugno, ci sono poche certezze. Nessuna delle quali rassicurante. Dai calcoli di sindacati e associazioni dei consumatori emerge che il conto finale sarà poco più basso di quello della vecchia imposta municipale, che si applica ancora agli immobili diversi dall’abitazione principale (seconde case, immobili di lusso, negozi e capannoni). Secondo il servizio Politiche territoriali della Uil l’esborso medio sarà di 240 euro a famiglia, a fronte dei 267 euro pagati nel 2012 con l’Imu. Qualche esempio: a Torino mediamente la Tasi costerà 468 euro contro i 475 dell’Imu, a Genova 439 euro contro 372, a Milano 430 euro contro 396, Roma R410 euro – in questo caso meno dell’Imu, che era mediamente di 537 euro. Ma in 12 città capoluogo – sulle 32 che hanno pubblicato le delibere in materia – i cittadini pagheranno più di quanto dovuto nel 2012, quando tutti i proprietari di casa erano soggetti all’Imu. Si tratta di Bergamo, Ferrara, Genova, La Spezia, Macerata, Mantova, Milano, Palermo, Pistoia, Sassari, Savona e Siracusa. I più tartassati saranno gli abitanti di Mantova, che dovranno sborsare 89 euro in più, Pistoia (75 euro in più), Genova (67 euro di aggravio) e Milano (64 euro in più).

Uil: “Bonus 80 euro neutralizzato da tasse” – Mentre il sottosegretario Graziano Delrio, il ministero dell’Economia e il sindaco di Torino e presidente dell’Anci Piero Fassino cercano di trovare una via d’uscita da quello che è e resta un grosso pasticcio – nessuna decisione definitiva è stata presa durante la riunione di lunedì mattina tra tecnici del Tesoro e dell’associazione dei Comuni – è inevitabile che monti la polemica. Tanto più considerando che mancano sei giorni al voto. Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha buon gioco ad attaccare il governo Renzi e i precedenti esecutivi Monti e Letta denunciando che il combinato disposto di Imu, Tasi e aumento della tassazione sul risparmio equivale a una “patrimoniale di fatto pari a quasi 30 miliardi di euro“. Senza dimenticare di ricordare che “con Berlusconi nel 2011 il gettito derivante dalla tassazione sulla casa (esclusa la prima) ammontava a poco più di 9 miliardi di euro” mentre “quest’anno il pasticcio Letta-Renzi porterà un gettito da tasse sulla casa, comunque denominate, fino a 35 miliardi”. Come da copione, è spuntato poi il raffronto tra l’esborso fiscale legato alla tassazione sulla casa e il bonus Irpef che arriverà nelle buste paga di circa 10 milioni di italiani a fine mese: “Tra Tasi, Tari (la nuova tassa sui rifiuti, ndr) e addizionali comunali si rischia di neutralizzare il bonus”, attacca Guglielmo Loy, segretario confederale Uil. E “nel caso dei pensionati, esclusi dal bonus fiscale, il rischio è di peggiorare ulteriormente la situazione economica, aumentando il carico fiscale complessivo”. La confederazione sindacale denuncia poi che “si rischiano di avere oltre 75 mila combinazioni differenti di applicazione dell’imposta”, perché oltre alle aliquote differenziate tra prime case e altri immobili c’è la variabile detrazioni. A Bologna, per dire, ci sono 23 detrazioni diverse in base alla rendita catastale (il valore dell’immobile ai fini dell’imposizione): si parte da 175 euro per gli immobili con rendita fino a 327 euro fino ad arrivare a 5 per una casa con rendita catastale di 1.637 euro.

Comuni in ritardo – Il secondo punto fermo è che i Comuni sono in alto mare: su un totale di 8.092, solo 832 hanno deciso quale aliquota applicare tra quella “di base”, che è dell’1 per mille su valore catastale, e il tetto massimo, fissato – considerata anche la possibilità di una maggiorazione fino allo 0,8 per mille da “spalmare” a piacimento tra prima e seconda casa – al 3,3 per mille. Qualche giustificazione c’è: come ha spiegato lo stesso Fassino, quando ad aprile il Parlamento ha approvato le linee guida per l’applicazione della Tasi molti consigli comunali erano già stati sciolti in vista del voto di domenica prossima. Per cui non hanno deliberato in materia (possono ancora farlo entro il 23 maggio). Fatto sta che da questa inerzia è scaturito il caos. Va ricordato che il gettito della Tasi serve a finanziare i servizi comunali, dall’illuminazione alla manutenzione stradale, e Fassino ha già fatto sapere che, in caso di rinvio del pagamento, lo Stato dovrà anticipare ai Comuni almeno 2 miliardi per consentire loro di superare l’estate senza ripercussioni.

Prima rata entro il 16 giugno per tutte le seconde case – Per ora, e a meno di proroghe che potrebbero essere annunciate nei prossimi giorni, gli abitanti dei Comuni che non hanno deliberato non dovranno pagare nulla il mese prossimo, bensì verseranno l’intera somma in un’unica soluzione entro il 16 dicembre. Al contrario, sugli altri immobili si dovrà pagare comunque entro il 16 giugno in misura pari allo 0,5 per mille, che è l’aliquota base. A dicembre arriverà la seconda rata, con eventuale conguaglio alla luce delle aliquote prescelte dagli amministratori locali. Alla faccia dello Statuto del contribuente, che predica trasparenza e “completa e agevole” informazione sulle disposizione in materia tributaria. Tanto che il Codacons si spinge a scrivere in una nota che “il caos che si sta determinando è intollerabile e potrebbe spingere gli utenti a non pagare le tasse con danni pesantissimi per il Fisco”.

Alto il rischio di ricorsi – Secondo Unimpresa, ad aggravare la situazione ci si mette il rischio di una valanga di ricorsi: l’87% dei Caf (Centri di assistenza fiscale) prevede alte probabilità di errore nei versamenti dovute a difficoltà di calcolo e incertezza sulle aliquote e le detrazioni. E chi pagherà più del dovuto potrebbe poi decidere di rivalersi facendo causa al Fisco. A fronte di tutte queste incertezze “sarebbe stato opportuno uno slittamento di tre o sei mesi”, commenta Paolo Longobardi, presidente dell’organizzazione che rappresenta imprese medie, piccole e “micro”.

Le aliquote città per città –
Non è facile districarsi nel valzer delle cifre. Diciamo però che su un un punto è difficile sbagliarsi: eccezion fatta per Aosta – dove per le case non di lusso l’aliquota è stata fissata al livello base dell’1 per mille – e Pordenone – con l’1,25 per mille – tutte le altre città che si sono già pronunciate hanno aumentato le aliquote rispetto a quelle applicate per il calcolo dell’Imu. Ancona, Bologna, Cagliari, Cremona, Ferrara, Genova, La Spezia, Piacenza, Reggio Emilia, Torino e Vicenza hanno fissato l’asticella al livello massimo, il 3,3 per mille. Milano ha scelto di fermarsi al 2,5 per mille, introducendo detrazioni legate alla rendita catastale (fino a 770 euro) e in base al reddito Irpef (fino a 21 mila euro). Roma ha scelto il 2,5 per mille con detrazioni decrescenti con il crescere della rendita catastale. Il capoluogo lombardo e la Capitale ricorrono però all’addizionale sulle seconde case, arrivando in questo caso all’11,4 per mille. Tornando alle abitazioni principali, Torino ha scelto un aliquota del 3,3 per mille con detrazione fissa di 110 euro per immobili con rendita catastale fino a 700 euro, più 30 euro per ogni figlio minore di 26 anni, Genova ha previsto detrazioni decrescenti da 114 euro per immobili con rendita catastale fino a 550 euro per arrivare a 50 euro per immobili con rendita fino ai 900 euro. Palermo ha optato per il 2,9 per mille con detrazione fissa di 50 euro, più 20 euro per figli minori di 18 anni. Bologna applica il 3,3 per mille con detrazioni decrescenti con il crescere delle rendite.

Anticipazioni di Report Raitre PUNTATA DEL 28/04/2014 IL SOCIO OCCULTO

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Fonte Raitre Report 28/Aprile 2014 attualita

180 miliardi di euro annui: l’evasione fiscale netta secondo Tax Research.
168 il numero complessivo dei condannati per evasione fiscale.
54 per cento la pressione fiscale effettiva secondo Confindustria.
300 miliardi di euro: i patrimoni all’estero degli italiani secondo l’Agenzia delle Entrate.
Per non parlare della cifra da brivido del nostro debito pubblico e degli sforzi per trovare copertura a qualsiasi intervento di sostegno all’economia e al lavoro.
I soldi per risollevare l’Italia ci sono, anzi, ci sarebbero. Ma in pochi li cercano.
Il numero che più spiega i precedenti è quello che dà la dimensione del partito degli evasori: dieci milioni di voti. Che non smette di crescere.
In questo contesto, prima il governo Monti, poi il governo Letta, infine il governo Renzi hanno promesso una legge che incentivi il rientro dei capitali nascosti all’estero. E insieme a ciò, hanno pensato di inserire nel nostro codice penale il reato di autoriciclaggio, così da costringere quei capitali a rimpatriare pagando le imposte senza rischiare pesanti risvolti giudiziari. Ma niente di tutto ciò è stato realizzato perché un partito invisibile sta condizionando il Parlamento e cerca di trasformare questa futura legge in un nuovo scudo fiscale.
Del resto, il fisco si muove con grande difficoltà. Agenzia delle Entrate ed Equitalia soffrono di antichi mali. E i dati della riscossione, secondo la Corte dei Conti, sono in calo. Nel mezzo di tutto ciò stanno le indagini giudiziarie che coinvolgono dirigenti e funzionari del fisco pescati ad aggiustare cartelle e a garantire trattamenti di favore a chi se lo può permettere.
Eppure, solo una seria lotta all’evasione fiscale può rimettere in carreggiata l’Italia.

Servizio Pubblico del 10 Aprile 2014 , Marco Travaglio: “Nessuno ha fatto la guerra all’evasione fiscale’”

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VIDEO TRAVAGLIO

LA BOMBA A TEMPO DELL’UNIONE BANCARIA EUROPEA (GLI EUROCRATI AUTORIZZANO I BAILOUTS E I BAIL-INS)

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Preso da Altrainformazione DI
ELLEN BROWN counterpunch.org del 7 Aprile attualità
Per come stanno le cose, il vero e permanente governo del paese è costituito dalle banche, qualsiasi partito sia al potere” – Lord Skidelsky, Camera dei Lords, Parlamento del Regno Unito, 31 Marzo 2011.
Il 20 Marzo 2014 i funzionari dell’Unione Europea hanno raggiunto uno storico accordo per creare un’agenzia unica per la gestione delle banche in fallimento. L’attenzione dei media si è concentrata sull’accordo che coinvolge lo “European Stability Mechanism” [ESM], un meccanismo comune per la chiusura delle banche fallite.
Ma la vera questione per i contribuenti e per i risparmiatori è la minaccia costituita da un accordo che autorizza entrambi i salvataggi, il bail-out ed il bail-in, ovvero la confisca dei fondi dei depositanti.
L’accordo prevede molteplici concessioni ai differenti paesi, e potrebbe essere illegale, secondo le regole del Parlamento dell’UE, ma è stato concordato in fretta e furia per “bloccare” sulle attuali posizioni i contribuenti ed i depositanti, prima che la disastrosa situazione delle banche dell’Eurozona vada ad esplodere.
Le clausole del bail-in sono state concordate la scorsa Estate. Bruno Waterfield, scrivendo sul Telegraph UK del Giugno del 2013, ha sostenuto che:
Secondo questo accordo, dopo il 2018 gli azionisti saranno in prima linea per coprire le perdite di una banca fallita, e subito dopo gli obbligazionisti ed i grandi depositanti. I depositi assicurati di entità inferiore a 100.000 Euro sono specificatamente esentati, mentre i depositi non assicurati, sia delle singole persone che delle piccole imprese, avranno il mero status di “credito privilegiato”, e caricati di conseguenza delle perdite … Secondo l’accordo, tutti gli obbligazionisti non garantiti subiranno delle perdite, prima che una banca possa aver diritto a ricevere delle iniezioni di capitale direttamente dall’ESM, peraltro senza alcun uso retroattivo di questo fondo, per i periodi precedenti il 2018.
Come avevo fatto notare in altri miei articoli, l’ESM [European Stability Mechanism] impone un debito “aperto” ai Governi membri dell’UE, ed sottopone i contribuenti a qualsivoglia richiesta degli euro-burocrati.
Ma non è solo l’Unione Europea ad avere in programma i bail-ins per le loro banche in difficoltà, “troppo grandi per fallire”. Ci sono anche Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda ed altre nazioni del G20.
Ricordiamo che negli Stati Uniti un depositante non è che un mero creditore chirografario [in Europa è invece un creditore privilegiato, ndt]. Quando si deposita denaro in una banca, questa “possiede” il denaro, ed il creditore non dispone che di una cambiale, ovvero di una mera promessa di pagamento.
In base alla nuova Unione Bancaria dell’UE, prima che lo ESM possa essere attivato, gli azionisti ed i risparmiatori dovranno essere caricati di una parte significativa delle perdite. I banchieri, in questo modo, saranno sempre vincitori: possono ottenere denaro sia dai contribuenti [intervento dello Stato, ndt] che dai depositanti.
LA QUESTIONE IRRISOLTA DELL’ASSICURAZIONE SUI DEPOSITI
Ma almeno, si potrebbe dire, sono solo i depositi non assicurati ad essere a rischio [quelli oltre i 100.000 Euro, ovvero ca. 137.000 Dollari]. Giusto? Non necessariamente. Secondo “ABC News”:
L’accordo è un compromesso che si differenzia dall’idea originale di Unione Bancaria presentata nel 2012. La proposta originale aveva un terzo pilastro, l’assicurazione a livello europeo dei depositi. Ma quest’idea non è andata avanti.
Il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, parlando prima della riunione del 20 Marzo a Bruxelles, ha “salutato” questo piano di compromesso come “un grande progresso per ottenere una migliore Unione Bancaria. Due pilastri sono ormai stati posizionati” – i primi due, appunto, ma non il terzo.
I primi due pilastri non sono sufficienti, da soli, a proteggere le popolazioni. “The Economist” ha osservato, nel Giugno del 2013, che senza un’assicurazione sui depositi di livello europeo, l’Unione Bancaria sarà un fallimento:
Il terzo pilastro, purtroppo ignorato, doveva essere un comune regime di garanzia sui depositi, con i costi da condividere fra i vari paesi dell’Eurozona. I contributi annuali delle banche possono coprire i depositanti in anni normali, ma non possono proteggere in modo credibile un sistema in crisi [in America, il piano pre-finanziato non avrebbe coperto che un mero 1,35% dei depositi assicurati]. Qualsiasi sistema di deposito-assicurazione deve ricorrere al sostegno del Governo … L’Unione Bancaria – e quindi l’Euro – avrà poco senso senza questo sostegno.
Tutti i depositi, quindi, potrebbero essere soggetti al rischio-tracollo. Ma quanto è probabile che questo accada? Abbastanza probabile, a quanto pare …
CHE COSA GLI EURO-BUROCRATI NON VOGLIONO CHE VOI SAPPIATE
Mario Draghi è stato Vice Presidente della Goldman Sachs Europa, prima di diventare Presidente della BCE. Ha svolto un ruolo importante nel plasmare l’Unione Bancaria. Secondo Wolf Richter [Ottobre 2013], l’obiettivo di Draghi e degli altri euro-burocrati era solo quello di “bloccare” sulle loro posizioni i contribuenti ed i depositanti, prima che si scatenasse il panico sull’estrema vulnerabilità delle banche dell’Eurozona:
Le banche europee, come tutte le altre, sono state chiuse a lungo all’interno di ermetiche scatole nere … L’unica cosa che si sa, sui buchi di bilancio [provocati da assets che si sono tranquillamente decomposti] di queste scatole nere, è che sono profondi. Ma nessuno sa quanto lo siano. E a nessuno è permesso di sapere – almeno fino a quando saranno gli stessi euro-burocrati a decidere chi è che dovrà pagare per il salvataggio di queste banche.
Quando la BCE diventerà il regolatore delle 130 più grandi banche dell’Eurozona, continua Richter, dovrà sottoporle a valutazioni più realistiche, rispetto ai precedenti “stress tests”, che erano nient’altro che una forma di “agitprop bancario” [l’Agitprop era il dipartimento per l’agitazione e la propaganda del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, ndt].
Ma queste realistiche valutazioni non avranno luogo fino a quando non sarà attivata l’Unione Bancaria. Come fa Richter a saperlo? Perché è lo stesso Draghi ad averlo detto:
L’efficacia di questo esercizio dipenderà dalla sottoscrizione dei necessari accordi per la ricapitalizzazione delle banche … anche attraverso la previsione di un back-stop pubblico [sostegno di ultima istanza, o acquisto di titoli non sottoscritti in un’offerta di azioni, ndt] … Questi accordi devono essere sottoscritti “prima” di effettuare le nostre valutazioni.
Per Richter tutto ciò si traduce in questo modo:
La verità non può essere conosciuta fino a quando gli euro-burocrati non avranno deciso chi è che deve pagare per i salvataggi. Fino a quel momento, gli esami alle banche non saranno completati perché, se uno qualsiasi di questi esami dovesse filtrare sui media – e Draghi non lo vuole – l’intero castello di carte crollerebbe [senza che i contribuenti siano disposti a pagare il conto], non appena le sue clamorose dimensioni venissero finalmente allo scoperto!
Solo dopo che i contribuenti ed i depositanti saranno stati incastrati sarà alzato il sipario, e sarà rivelata la paralizzante insolvenza delle banche. Prevedibilmente si diffonderà il panico, il credito andrà a bloccarsi e le banche crolleranno, lasciando che le popolazioni ignare paghino il conto.
COSA E’ SUCCESSO A NAZIONALIZZARE LE BANCHE FALLITE ?
Alla base di questi traffici frenetici, c’è la presunzione che le “banche zombie” debbano essere tenute in vita a tutti i costi – vive e nelle mani dei banchieri privati​​, che potranno continuare a speculare ed a raccogliere dei bonus enormi, a scapito delle popolazioni, che dovranno farsi carico delle perdite.
Ma non è l’unica alternativa. Nel 1990 anche negli Stati Uniti l’aspettativa comune era che le mega-banche fallite sarebbero state infine nazionalizzate. Questo percorso è stato perseguito con successo non solo in Svezia ed in Finlandia, ma anche negli Stati Uniti, con il caso della Continental Illinois, che a quel tempo era la quarta più grande banca del paese, e costituiva, in assoluto, il più grande fallimento.
William Engdahl, nel Settembre del 2008 scriveva:
In quasi tutti i casi recenti di crisi bancaria, quando è stato necessario intervenire d’urgenza per salvare il sistema finanziario, il metodo più economico per i contribuenti [come in Svezia o in Finlandia nei primi anni ‘90], si è rilevato quello della nazionalizzazione delle banche in difficoltà, e l’assunzione sia della gestione che degli assets … Nel caso svedese è stato stimato che il costo finale per i contribuenti sia stato quasi nullo.
Tipicamente, nazionalizzare significa farsi carico delle sofferenze della banca insolvente, rimetterla di nuovo in piedi, e restituirla ai proprietari privati​​, che a questo punto sono di nuovo liberi di mettere a rischio i soldi dei depositanti.
Ma sarebbe molto meglio mantenere le mega-banche nazionalizzate nella sfera “pubblica”, al servizio dei bisogni delle persone. George Irvin, nel Social Europe Journal del mese di Ottobre 2011, ha sostenuto che:
Il settore finanziario ha bisogno di molto di più che una semplice regolamentazione, ha bisogno di un ampio margine di controllo “pubblico”, ovvero di quella parola che comincia con la “n”: nazionalizzazione. La finanza è un bene pubblico troppo importante per essere gestito esclusivamente dai banchieri privati​​. Abbiamo bisogno, per lo meno, di una grande banca pubblica d’investimento, con il compito di modernizzare e rendere più “verdi” le nostre infrastrutture … Invece di cestinare l’Eurozona e tornare ad una dozzina di valute minori che fluttuano quotidianamente, diamo un Ministero delle Finanze [del Tesoro] all’Eurozona, con la sufficiente forza fiscale per provvedere a beni pubblici europei, a più posti di lavoro, a salari e pensioni migliori, ed infine ad uno sviluppo ambientale sostenibile.
LA TERZA ALTERNATIVA – DARE AL GOVERNO IL CONTROLLO DEL RUBINETTO DEI SOLDI
Un gigantesco difetto dell’attuale sistema bancario è che sono le banche private, e non i Governi, a creare [in pratica] l’intera offerta di moneta, e lo fanno attraverso la creazione di debito caricato degli interessi. Il debito cresce inevitabilmente in modo più veloce dell’offerta di moneta, perché gli interessi non vengono creati parallelamente al prestito originale.
Il problema è ancor più grave nell’Eurozona, perché nessuno ha il potere di creare ex nihilo il denaro necessario ad equilibrare il sistema, nemmeno la stessa Banca Centrale. Questo difetto potrebbe essere risolto sia consentendo ai singoli paesi di emettere individualmente moneta priva di debito o, come suggerito da George Irvin, dando all’Eurozona un Ministero del Tesoro dotato di questo potere.
La Banca d’Inghilterra ha appena ammesso, nel suo bollettino trimestrale, che le banche non prestano in realtà i soldi dei loro depositanti. Quello che prestano è il credito bancario che hanno creato sui loro libri. Negli Stati Uniti gli oneri finanziari su quest’importo di moneta-credito sono compresi tra il 30 ed il 40 percento dell’economia, a seconda del numero a cui si crede.
In un sistema monetario in cui il denaro viene emesso dal Governo, ed il credito dalle banche pubbliche, questo “rentiering” [affitto] può essere evitato. I soldi del Governo non sarebbero emessi nella forma di debito soggetto ad interessi, e qualsiasi onere finanziario a carico delle banche pubbliche rappresenterebbe un reddito per il Tesoro.
Nuovo denaro può essere aggiunto all’offerta di moneta senza creare inflazione, almeno nella misura dell’”output gap”, ovvero la differenza tra il PIL reale [o produzione effettiva] ed il PIL potenziale. Negli Stati Uniti, questa cifra è di circa 1.000 miliardi di Dollari l’anno, mentre per l’UE è di circa 520 miliardi di Euro [ca. 715 miliardi di Dollari].
Un Ministero del Tesoro dell’Eurozona potrebbe aggiungere questa somma alla fornitura di moneta-senza-debito, creando gli Euro necessari a dar vita a nuovi posti di lavoro, a ricostruire le infrastrutture, a proteggere l’ambiente ed a mantenere un’economia fiorente.
Ellen Brown è un’avvocatessa, fondatrice del “Public Banking Insitute” ed autrice di dodici libri, tra cui il bestseller “Web of Debt”. Nel suo ultimo libro, “The Public Bank Institute”, esplora i modelli bancari pubblici di successo, nella storia e nel mondo. E’ candidata come “Tesoriere” per lo Stato della California, sulla base di un programma che prevede la creazione di una “banca di stato”.
Fonte: http://www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2014/03/31/banking-union-time-bomb/
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di FRANCO
NdT
GLI EUROCRATI AUTORIZZANO I BAILOUTS [quando una banca vicino alla bancarotta riceve un’iniezione di liquidità, per soddisfare i suoi obblighi di breve termine, ndt] ED I BAIL-INS [quando le perdite causate da un default bancario vengono addebitate ai finanziatori privati – ovvero agli azionisti, agli obbligazionisti ed ai depositanti]
– See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2014/04/07/la-bomba-a-tempo-dellunione-bancaria-europea-gli-eurocrati-autorizzano-i-bailouts-e-i-bail-ins/#sthash.B0MkZzv7.dpuf

Evasione, Befera: nel 2013 recuperati 13,1 miliardi. Ma 90 mancano ancora all’appello

Il direttore dell’Agenzie delle Entrate in audizione al Senato dà i risultati delle attività di controllo. Aumentano le somme riscosse. Dal blitz anti evasori a Cortina incassati in totale oltre 2 milioni di euro
Fonte di Redazione Il Fatto Quotidiano | 2 aprile 2014 attualità

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Nel 2013 l’Agenzia delle Entrate ha riscosso 13,1 miliardi di euro grazie alle proprie attività di controllo. Ma 90 miliardi restano da raccogliere: è questa, infatti, la differenza tra ciò che i contribuenti dovrebbero versare spontaneamente e ciò che viene realmente pagato all’Erario. Lo ha detto il direttore dell’Agenzia, Attilio Befera, in audizione nella commissione Finanze del Senato. Non solo: le Entrate hanno dovuto rimborsare ben 13,5 miliardi a 1,5 milioni di famiglie e imprese che avevano pagato più del dovuto e vantavano quindi crediti di imposta. In particolare, ad aziende, artigiani e professionisti sono stati versati 11,5 miliardi di rimborsi Iva, mentre a privati cittadini e imprese sono stati restituiti altri 1,8 miliardi per Irpef e Ires versate in eccesso. A quasi 31mila ultra 75enni che, avendo redditi bassi, hanno diritto all’esenzione, è poi stato rimborsato il canone Rai. Befera, parlando in Senato, si è concentrato sull’aumento delle somme recuperate in seguito alle verifiche delle Entrate: 13,1 miliardi, appunto, contro i 12,5 del 2012. Risalendo ancora più indietro, a dieci anni fa, gli incassi da attività di controllo (vedi grafico) si fermavano a 2,5 miliardi. ”L’efficacia dei controlli”, ha sottolineato Befera, “ha consentito di raddoppiare il rendimento in termini di riscosso rispetto alla pretesa” e “di rafforzarne la sostenibilità in giudizio”: l’Agenzia vince il 64% delle cause, pari al 75% dei valori in contestazione.

Il direttore dell’ente ha poi comunicato i risultati del blitz di Cortina: lo Stato ha incassato la somma (tutto considerato contenuta) di 2 milioni di euro, di cui 1,2 milioni da Ires e Irap, 224.000 euro di Iva e 675.000 euro in sanzioni. Dei 163 accertamenti avviati, 142 sono stati definiti e solo 32 restano pendenti. Risultati effetto di “incroci delle banche dati” che hanno consentito di “mirare bene”. Befera ha però ricordato anche che quello ampezzano è stato solo uno dei blitz effettuati dall’Agenzia: “Mi chiedo come mai ci si occupi tanto di Cortina e poco di Prato”, ha detto. Qualche giorno fa, infatti, “oltre 100 uomini” di Befera, in coordinamento con le Prefetture, hanno fatto verifiche su 60 aziende cinesi basate nella città toscana.

L’Agenzia delle Entrate, si scopre dal testo dell’audizione di Befera, conta oggi 40mila dipendenti, contro i 49mila del 2001, e costa 3,3 miliardi di euro, -5,4% sul 2008. Per ogni 100 euro di gettito, sia spontaneo sia da attività di accertamento e controllo, il costo sostenuto è di circa 85 centesimi di euro. La redditività, ossia il rapporto tra incassi da recupero dell’evasione e costo, è di 3,82 euro per ogni euro speso.

I CONTI 2013 Fiat, “basta soldi per il Corriere”

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MARCHIONNE ED ELKANN DIFENDONO L’INVESTIMENTO IN RCS E INVOCANO BLACKROCK
Fatto Quotidiano Redazione del 1/04/2014 attualità
Sergio Marchionne benedice il governo Renzi, apre le porte del Lingotto al fondo Blackrock e frena su Rcs. Sono queste le novità dall’ultima assemblea della Fiat a Torino in vista dello spostamento della sede legale in Olanda. “Bisogna dare a Renzi – ha detto l’ad – la possibilità di portare avanti le riforme. I mercati stanno apprezzando ciò che sta succedendo in Italia, non vorrei interrompere questo incantesimo”. Il manager ha detto di essere pronto ad accettare “tutti gli azionisti, specialmente chi ha credibilità e la visibilità di Blackrock”, il fondo americano che sta comprando quote delle grandi banche italiane. Sul fronte indu- striale, Marchionne ha fissato per quest’anno un obiettivo di circa 4,6 milioni di auto vendute, ricavi a 93 miliardi di euro, un utile netto tra 600 e 800 milioni e un indebitamento finanziario netto tra 9,8 e 10,3 miliardi. L’assemblea di ieri che ha approvato il bilancio 2013 è stata anche l’occasione per parlare del 20,55 per cento posseduto dagli Agnelli in Rcs che “Fiat-Chrysler non intende scorporare prima della fusionee della quotazione a Wall Street, attesa entro fine anno”, ha assicurato Marchionne. “Ci sono stati pettegolezzi di divergenze tra me e John – ha detto -Ma è stata una decisione condivisa. E sono convinto che l’a- zienda si sta risanando”. Proprio Elkann ha ricordato che un anno faRcs stava per fallire.”Per senso di responsabilità ci siamo impegnati a salvarla”. Ora le cose stanno andando meglio, il titolo in Borsa è salito del 40 per cento. Detto questo, “non ci saranno altri investimenti in Rcs perché la società non ne ha assolutamente bisogno”, ha aggiunto Elkann.

Hostess, ricercatori, architetti: nessuno è al riparo dalla crisi

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Fatto Quotidiano del 31/03/2014 di Elisabetta Ambrosi attualità
È giovane e curata, ti serve il caffé con un sorriso. E tu sorridi di rimando, come se la cabina di un aereo consentisse, almeno per un po’, di lasciare a terra gli incubi di poveri e sfruttati che popolano le nostre città. Ma Sonia , hostess di 28 anni, non lavora per la nota com- pagnia di volo low cost di cui indossa la divisa, ma per un’agenzia interinale che fornisce “materiale umano” alle compagnie aeree. Come racconta il sindacato FamilyWay, Sonia ha speso 3.000 euro per il corso di formazione, 325 euro per la divisa. Oggi non ha un contratto ed è pagata a ore: 15,33 euro per ora di volo, per uno stipendio di 1100 euro. Se è malata non guadagna e in più paga le tasse – dal maggio del 2012 – in due paesi. Provate a distrarvi, leggendo le notizie sull’Ipad. Aprendo un importante sito di informazione, potreste incappare nell’articolo di Francesca , giovane neomamma. Scrive per diversi siti che fanno capo a un’unica società,concui hauncontrat- to di collaborazione occasio- nale. Guadagna 20 euro per 7 pezzi (4 ore), 40 per 14 (8 ore): 2,85 euro a pezzo, calcola, mentre “la signora delle pulizie di mia madre prende otto volte tanto”. Quando, infine, atterrate all’aeroporto, magari progettato da un’archistar milionaria, potreste pensare alla storia di Alessa n d ra , architetta entrata nel 2009 in un prestigioso studio di progettazione internazionale. Oggi pratica la “libera”professione con partiva Iva, ma in realtà ha orari stabiliti (10 ore, sabato compreso), postazione fissa, assenze detratte dallo stipendio, obbligo morale di non lavorare con altri committenti, per 1700 euro al mese. Tante? “Provate a togliere 366 euro di Iva non scaricabile, 300 euro di inarcassa, 500 euro di affitto, spese per l’assicurazione, la formazione, il commercialista e l’ordine. Cosa rimane?”. Se è il pubblico a sfruttare Hostess, giornalista, architetto: tre lavori che vent’anni fa erano considerati prestigiosi e remunerativi.Oggi chi rientra in queste categorie, specie se giovane, è entrato nella fascia sempre più popolosa dei working poor . Quelli che un lavoro ce l’hanno, e quindi dovrebbero ritenersi fortunati rispetto ai colleghi Neet che non studiano né lavorano. E invece riescono a malapena a sopravvivere, persi in un girone infernale e ormai incontrollato di sfruttamento, lavoro dipendente mascherato da partita Iva, contratti parcellizzati. Dove il compenso arriva come un osso spolpato, senza più intorno contributi, tutele per malattia e maternità. Più che precari, come la politica continua genericamente a chiamarli, veri neo-schiavi. Paola è una delle migliaia di precari della scuola. “Lo stipendio varia a seconda dei giorni lavorati: se lavoro un giorno, guadagno 40 euro, se non lavoro per una settimana consecutiva non ho la disoccupazione”. Tutte le mattine dell’anno Paola deve re- stare nella sua città, reperibile al telefono alle otto, per sostituire nel giro di dieci minuti un’insegnante che si assenta. “Se non rispondo, precipito in fondo alla graduatoria. L’altra mattina mi hanno chiamato alle 11.45 per un ingresso alle 12.30 in una scuola a 50 km da casa: come si può vivere così?”. La storia di Paola racconta di un ulteriore e inquietante tassello,e cioèil fattoche ormai il pubblico assomiglia sempre più al peggior privato. Vale per la scuola, vale soprattutto per l’università, oggi un terreno desertificato da tagli e blocco delle assunzioni. Francesca , ricercatrice sociale da dieci anni, sopravvive con un contratto di collaborazione con l’Università di Milano di poche centinaia di euro e deve continuare a pubblicare per avere chances di lavoro, “anche se ormai ai concorsi si presentano persone di 45 anni già abilitate come professori associati”. Monica , 900 ore di insegnamento agli stranieri alle spalle tra università, accademie e studenti Erasmus, continua a guadagnare dieci euro l’ora. E oggi si trova a competere con un girone di disperati costretti al volontariato coatto presso sociazioni che si spartiscono il mercato dell’italiano agli immigrati, nell’indifferenza del ministero. Anche nel settore sanitario specializzandi e medici sono costretti a lavorare sempre più ore e sempre per meno, tanto che spesso il privato è l’unico sbocco. “Ho 35 anni, sono un me- dico specialista con dottorato emaster”, dice Filippo :“Come ricercatore prendo 1200 euro dall’Università, poi lavoro come patologo clinico in una clinica privata con partita Iva (tra i 700 e i 1200 euro): almeno dieci ore al giorno, più sera, e a volte notte e weekend”. Ancora peggio se la passa chi, da privato, con il pubblico ci lavora. Come Laura , che ha una piccola società di ricerca: “I bandi pubblici prevedono budget sempre più leggeri, qui siamo ipercompetenti eppure guadagniamo 800 euro al mese, senza tredicesima ferie, tfr”. “Sono un’archivista specializ- zata, emetto fatture anche per cinquanta euro”, aggiunge Sara, “ma lavorare con un pubblico che ti paga in ritardo perché crede che la cultura sia un privilegio è umiliante”. Dipendenti e non, tutti sottopagati L’altro fenomeno di questa Italia dove il ceto medio lavorativo sta scomparendo è che dipendenti e autonomi fini- scono ormai per assomigliarsi, sovrapporsi, confondersi. Il gap tra tutelati e non, che le famose riforme avrebbero dovuto avvicinare, si sta assottigliando: perché le protezioni stanno sparendo per tutti. I primi con stipendi che non crescono, oppure cassintegrati e “solidarizzati” – è la storia di Katia , impiegata di Alitalia Cai, oggi in cassa in deroga al 40% con uno stipendio di 500 euro al mese, quando arriva – oppure messi nei più bizzarri part time: come Francesco , che per 18 mesi ha lavorato in un’azienda nel settore delle rinnovabili con part time al 30% per 400 euro al mese. I secondi precipitati dai contratti a progetto al lavoro occasionale o a partita Iva, oppure a pigione. “Dopo anni di contratti di collaborazione”, racconta Chiara , traduttrice specializzata due bimbe di 3 e 5 anni, “oggi lavoro con diritto d’autore: guadagno poco, e i soldi arrivano sessanta giorni dopo”.“Lavoravo in una rivista specializzata di architettura”, racconta Luigi :“base di 300 euro più un tot per ogni abbonamento chiuso, un incubo”. Così, molti sono costretti a tornare al lavoro nero, magari a fare lavori di pulizia o babysitteraggio. “Sono laureata in scienze sociali”, spiega Marta ,“ma oggi l’unico reddito certo è fare la family helper , per 500 euro al mese”. Anche Margherita , 44 anni, dipendente partime di una farmacia, si è messa a fare le pulizie. “Non voglio essere messa in regola, altrimenti tolte tasse e contributi cosa resta per me e mia figlia?” All’impoverimento materiale si sta aggiungendo, ancora più doloroso, quello affettivo. Così, mentre è sempre più difficile fare figli, quasi tutti raccontano di giovani amici e parenti volati via: “Non è giusto”, commenta Sabrina , “che la mia famiglia sia sventrata per colpa del lavoro che non c’è”. “Il Quinto Stato”, l’hanno battezzato Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri, autori dell’omonimo libro e del blog “La furia dei cervelli”. “Avvocati, medici, insegnanti, lavoratori dell’intrattenimento e dell’arte: tutti si sono proletarizzati”, spiega Ciccarelli. “Tornare indietro non si può, ma servirebbero riforme radicali: salario minimo, reddito minimo, riforma delle tutele, riforma radicale dell’Inps, riforma del diritto del lavoro. Di certo non se ne esce con il Job Act. Semmai, ci vorrebbe la rivoluzione”. (Ha collaborato Elena Ribera)

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