Archivio mensile:gennaio 2014

Cossighitano (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 31/01/2014. Marco Travaglio attualità

Nel 1991-’92 Napolitano voleva sloggiare Cossiga: “Fa politica”.

La richiesta di mettere in stato di accusa Giorgio Napolitano per attentato alla Costituzione avanzata ieri dai 5Stelle, piuttosto ben scritta e tutt’altro che campata in aria, non ha alcuna speranza di essere accolta dal Parlamento per una banalissima questione di numeri. Va dunque presa per quello che è: un serio ed estremo atto politico di contestazione contro il supremo garante del sistema da parte della forza di opposizione anti-sistema. Del resto chi ne contesta l’utilità e financo la legittimità dimentica l’unico precedente: la richiesta di impeachment avanzata contro Francesco Cossiga il 5 dicembre 1991 proprio dal partito di Napolitano: il Pds, che accusava l’allora capo dello Stato di alto tradimento e attentato alla Costituzione (gli unici due reati di cui, in base all’art. 90 della Carta, il presidente è personalmente responsabile nell’esercizio delle sue funzioni). L’atto di accusa, 40 cartelle, era opera di un’équipe coordinata dal vicecapogruppo Luciano Violante. Tra i firmatari, il superstite più illustre oltre a Violante era Ugo Sposetti. Gli altri cinque partiti di sinistra (Rifondazione, Rete, Verdi, Sinistra indipendente e Radicali) si associarono con altrettante denunce, per un totale di 29 fattispecie di reato contestate. Nessuna di esse – secondo i suoi accusatori – configurava di per sé l’alto tradimento né l’attentato alla Costituzione: ma era la “concatenazione logica e temporale” di una serie di atti “volti intenzionalmente a modificare la forma di governo” in senso presidenziale, “estendendo le funzioni e prerogative” ben oltre il dettato costituzionale, a integrare i due delitti. Cossiga avrebbe, nell’ordine: “interferito illegalmente nelle attività del legislativo, dell’esecutivo e del giudiziario” e avviato così “l’esercizio di una propria funzione governante”, “altamente pericolosa perché non sostenuta da alcuna responsabilità politica”; “aperto un circuito incostituzionale tra partiti e presidente” comportandosi da “capo di un partito” e violando l’“inderogabile dovere di imparzialità”, anche con “la strumentalizzazione dei media per conquistarsi una parte dominante nei conflitti da lui stesso aperti”; “usurpato il potere politico che spetta in esclusiva al Parlamento”; “gravemente interferito nell’attività di governo”; “delegittimato magistrati che prendono decisioni a lui sgradite” anche quando “la decisione lo riguarda direttamente”. Infine si sarebbe “fatto portatore di un personale disegno per la soluzione della crisi italiana che prevede lo scavalcamento delle regole fissate dalla Costituzione per modificare la forma di governo e la stessa Costituzione”. Insomma non avrebbe perpetrato “un colpo di Stato nelle forme classiche”, ma una serie di “atti seriamente diretti non a compiere un ‘semplice’ abuso, ma ad alterare illegittimamente i rapporti tra i poteri dello Stato”. Pare il ritratto della presidenza Napolitano. Invece il Pds parlava di Cossiga.

Napolitano, nel ’91 “ministro degli Esteri” del Pds e capo della corrente filocraxiana dei “miglioristi”, concorda sull’analisi della presidenza Cossiga, ma non sullo strumento scelto dai vertici del partito – il segretario Achille Occhetto e il presidente Stefano Rodotà – per sloggiarlo dal Quirinale, perché in Parlamento le opposizioni di sinistra non hanno i numeri per far approvare l’impeachment. Molto meglio – dice – un pressing congiunto dei partiti ostili a Cossiga (tutti, tranne Psi ed Msi) per costringerlo alle dimissioni. Una posizione che gli vale le canzonature del presidente: il quale lo chiama “politico vegetariano”, “né carne né pesce”. Napolitano comunque è uno dei più implacabili censori di Cossiga, cui intima da mesi di smetterla di esternare e picconare e – testuale – di “tornare sul trono” e “rispettare i limiti entro cui la Costituzione colloca il ruolo del presidente della Repubblica”. Il 2 maggio l’Unità intervista il capogruppo Dc al Senato, Nicola Mancino, che spara a zero su Cossiga e sul suo difensore d’ufficio Giuliano Amato.

L’autore dell’intervista è Pasquale Cascella, che non è omonimo del futuro portavoce di Napolitano al Quirinale: è proprio lui. E chi scende in campo, nel 1991, in difesa di Mancino e contro Amato in nome del diritto sacrosanto di attaccare il Colle? Napolitano. “Cossiga – scrive sull’Unità il futuro presidente intoccabile – è purtroppo attivamente coinvolto in una spirale di quotidiane polemiche, difese e attacchi di carattere personale e politico, fino alla sconcertante e francamente inquietante distribuzione di etichette e di voti a giornali. Perché Amato non confuta nel merito le tesi di chiunque tra noi, come sarebbe legittimo, anziché emettere indistinte denunce, riferendosi a una campagna contro il capo dello Stato promossa non si sa bene da chi e per quali calcoli, e di cui sarebbe partecipe il Pds?”. Napolitano si fa beffe di chi vorrebbe tappare la bocca ai contestatori di Cossiga e ricorda che “la libertà di critica discende dal principio della responsabilità politica ‘diffusa’ del presidente”. Anche Scalfari, nel 1991, accusa Cossiga e i suoi supporter di “attentato alla libertà di stampa” per la loro intolleranza alle critiche: poi, come Napolitano, avrà modo di ricredersi vent’anni dopo, attaccando come eversore chiunque oserà criticare Re Giorgio.

Così, quando a dicembre il Pds rompe gli indugi e parte con la richiesta di impeachment, Napolitano – pur preferendo una richiesta corale di dimissioni – attacca: “Non ho dubbi sulla gravità dei comportamenti e interventi come quelli del capo dello Stato”. E nega che i suoi distinguo siano “una dissociazione” dalla linea del Pds. Anzi conferma che “l’esigenza di porre un limite ai comportamenti inammissibili del presidente Cossiga ci ha visti uniti”. Ed esorta “tutte le forze democratiche a giudicare inevitabile che Cossiga tragga le conseguenze della scelta di assumere un ruolo politico incompatibile con la funzione di presidente della Repubblica”. Perciò il Pds dovrà valutare “le molteplici iniziative che possono essere assunte al fine di fermare un processo di allarmante degrado istituzionale”. Nelle settimane seguenti Napolitano continua a denunciare i deragliamenti di Cossiga da quelli che per lui (allora ) sono i binari invalicabili dal capo dello Stato: “Occorre sollevare una questione di incompatibilità fra l’aggressivo ruolo politico di parte assunto dal presidente e la funzione attribuita dalla Costituzione al presidente della Repubblica, tra un esercizio esorbitante dei poteri presidenziali e la permanenza in quella carica…”. “Ciascuno eserciti le sue responsabilità, tuteli le sue prerogative senza lasciarsi intimidire, ponendo concretamente argini su diversi terreni in difesa di essenziali principi ed equilibri costituzionali”. Il 24 gennaio 1992 non esclude neppure più l’arma estrema dell’impeachment contro Cossiga: “Tre sono le vie che possono essere percorse: quella dell’impeachment avanzata dal Pds; quella di sollecitare l’atto delle dimissioni del capo dello Stato; e quella che Cossiga indica anche nella sua recente nota, vale a dire astenersi strettamente da interventi impropri: la situazione di estrema gravità si è ulteriormente deteriorata”, in quanto Cossiga ha continuato “a comportarsi in modo sempre più incompatibile con il ruolo di garanzia che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica. Se il capo dello Stato si considera ingiustamente accusato, nessuno gli contesta il diritto di confutare le accuse, nelle sedi e nelle forme più appropriate; ma altra cosa è ingiuriare coloro che hanno preso l’iniziativa della denuncia”.

Il comitato parlamentare se la prende comoda, nell’esame delle sei richieste delle sinistre: 15 mesi di melina. Infatti si pronuncia soltanto l’11 maggio 1993, quando Cossiga non è più presidente da un anno (e Napolitano è presidente della Camera). Ovviamente archiviando la pratica. Cossiga consumerà la vendetta sugli ex-comunisti a freddo, tredici anni dopo, commentando il discorso di insediamento di Napolitano appena eletto al Quirinale. È il 16 maggio 2006. “Se avessi parlato io – dice perfido l’ex Picconatore – di modifiche alla Costituzione, bipolarismo e altre cose di natura squisitamente politica, come ha fatto giustamente Napolitano (poiché, intelligente e sensibile politicamente com’è, ha ben compreso che il fatto che il presidente della Repubblica debba essere super partes è una enorme sciocchezza), i membri dei gruppi parlamentari del Pci, lui e Augusto Barbera esclusi, avrebbero raccolto le firme per sollevare l’impeachment nei miei confronti, come avevano già fatto per aver io detto molto di meno”. E non ha ancora visto di che cosa sarà capace Napolitano nei quasi otto anni di presidenza, e di ripresidenza.

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LE VERE CONSEGUENZE DEL DECRETO TRUFFA IMU-BANKITALIA

Fonte il Corriere della collera 30/01/2014 attualità

Dialogo tra Giorgio Vitangeli e Antonio de Martini. Le AZIONI DA INTRAPRENDERE PER NON RASSEGNARSI AL FATTO COMPIUTO.

Il regalo di Bankitalia

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Fonte AzebaNews di Massimo D’Antoni Venerdì, 24 Gennaio 2014 attualità

La rivalutazione delle quote di Bankitalia non è un’operazione priva di costi per la finanza pubblica. Essa comporta la distribuzione di elevati dividendi e quindi la rinuncia ad entrate rilevanti nei prossimi anni. E anche riguardo all’obiettivo di rafforzare per questa via il sistema bancario si possono avanzare perplessità

Il decreto sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia da 156 mila euro a 7,5 miliardi ha suscitato critiche tra gli addetti ai lavori, ma il carattere tecnico del provvedimento ha impedito che la questione avesse presso l’opinione pubblica l’attenzione che merita. Una certa preoccupazione ha destato la prospettiva di un assetto proprietario che coinvolga soci stranieri, cioè la questione dell’italianità di Bankitalia. È tuttavia importante capire i riflessi del provvedimento sulla finanza pubblica e i suoi possibili effetti redistributivi.
Le banche interessate sembrano aver accettato di buon grado il pagamento di un’imposta sostitutiva del 12% sull’incremento del valore della loro partecipazione. Il motivo è ovvio: l’aumento del valore del patrimonio non è un puro fatto nominale o contabile. L’operazione si configura come un vero e proprio trasferimento di ricchezza dallo Stato alle banche socie, un trasferimento che vale 7,5 miliardi (meno il 12% di imposta). Per capire il punto occorre considerare che siamo di fronte a qualcosa di diverso da una normale rivalutazione di una partecipazione iscritta nel bilancio di una società. Nel caso di una partecipazione in una società privata, il valore di mercato delle quote, che riflette la redditività attesa della società partecipata, può differire dal valore iscritto nel bilancio della partecipante, ed è buona norma allineare periodicamente il secondo al primo; il riallineamento serve a rendere il bilancio coerente con l’effettivo valore patrimoniale.

Limitato il diritto di proprietà per i soci

Diversamente da una generica partecipazione, nel caso di Bankitalia l’esercizio dei diritti di proprietà per i soci è molto limitato: l’attività della banca è regolata dalla legge, ed è di fatto sottratta alla disponibilità dei soci. In effetti, al di là del prestigio derivante dal detenere una quota della banca centrale, le quote di Bankitalia danno a chi le possiede il mero diritto a percepire i dividendi nella misura fissata dallo statuto. Finora, i dividendi erano stati estremamente contenuti (lo statuto fissava un massimale pari al 10% del capitale sociale, cioè circa 15 mila euro), anche se negli ultimi anni erano stati distribuiti dividendi straordinari fino a 70 milioni di euro.

È chiaro dunque che un aumento del valore delle quote a 7,5 miliardi si giustifica solo in quanto aumentano in modo corrispondente i dividendi che i soci si aspettano di percepire in futuro; non a caso il decreto del governo stabilisce che i dividendi possano arrivare al 6% del nuovo valore; aumenta cioè il massimale a 450 milioni. Qui c’è un passaggio delicato: la norma statutaria stabilisce che i dividendi possano arrivare al 6%, non dice che debbano farlo necessariamente. Tuttavia, proprio per il motivo che dicevamo, proprio per il necessario legame tra dividendi attesi e valore di mercato, un aumento dei dividendi di questo ordine di grandezza (se non sarà il 6% sarà il 5%) è necessario perché il mercato “convalidi” il valore fissato di 7,5 miliardi.

L’impegno a riacquistare le proprie azioni da parte dei Bankitalia

Proviamo ad immaginare cosa accadrebbe in caso contrario, se cioè alla rivalutazione nominale non corrispondesse un aumento dei dividendi attesi. Le banche socie che volessero vendere parte delle loro quote (alcune banche dovranno farlo quasi subito per scendere sotto il 5%), e che hanno iscritto a bilancio una plusvalenza all’atto della rivalutazione, otterrebbero un prezzo considerevolmente più basso del valore teorico, soffrendo di una minusvalenza patrimoniale. È molto improbabile che si consenta un esito del genere. Ma c’è di più: Bankitalia si è impegnata al riacquisto delle proprie azioni nel caso in cui le banche non dovessero trovare acquirenti sul mercato. A quale prezzo avverrà il riacquisto? Non è immaginabile che dopo aver stimato il valore in 7,5 miliardi, Bankitalia acquisti le azioni ad un prezzo inferiore. Dunque, le banche che si troveranno a ridurre la loro partecipazione riceveranno da Bankitalia un pagamento corrispondente al valore teorico fissato, anche se tale valore è superiore alla valutazione di mercato.

Una implicita promessa di distribuire i dividendi

Se è vero quanto abbiamo detto, se la rivalutazione delle quote contiene una implicita promessa di distribuire dividendi in misura pari (o comunque di poco inferiore) al 6% del nuovo valore del capitale, siamo di fronte a qualcosa di più di un mero adeguamento contabile. L’operazione ha effetti concreti sui flussi reddituali tra Bankitalia e i suoi soci. Le banche ricevono un bel regalo di Natale, e a pagare sarà il bilancio dello Stato, cioè i contribuenti, visto che, sempre da statuto, gli utili di Bankitalia non distribuiti ai soci vengono versati allo Stato. Se il regalo da 7,5 miliardi non incide immediatamente sul bilancio pubblico, inciderà l’impegno a corrispondere ai soci da qui in avanti dividendi pari al 6% di tale valore, ovvero 450 milioni. In cambio, le banche pagano un’imposta sostitutiva del 12% sulla plusvalenza. Insomma: nelle casse dello stato entrano immediatamente 900 milioni, a fronte di una minore entrata 450 miloni annui a partire dal prossimo anno. Siamo sicuri che ne valga la pena?

Sarebbe stata preferibile una soluzione diversa

Chi ci ha seguito fin qui potrebbe a questo punto avanzare un’altra obiezione, dettata dal realismo. È vero che stiamo facendo un regalo alle banche, ma tutto ciò è necessario per rafforzare il nostro sistema del credito, indebolito dalla crisi. In altri paesi i salvataggi del sistema bancario sono costati in fondo molto di più. A questo proposito, va tuttavia tenuto presente che il vantaggio dell’operazione è per le sole banche che attualmente detengono la proprietà delle azioni, in proporzione alle rispettive quote. Queste sono distribuite in modo molto diseguale, visto che Intesa San Paolo detiene da solo il 42,4% e Unicredit il 22,1%. È vero che il decreto impone un limite del 5% e quindi una maggiore dispersione dell’azionariato, ma questo non inciderà sulla distribuzione dei benefici patrimoniali di cui si è detto. L’aspettativa dei maggiori dividendi futuri viene capitalizzata nel valore delle quote immediatamente, nel momento in cui il decreto diventa efficace, e quindi la fotografia dell’attuale assetto societario ci dà anche la distribuzione dei relativi benefici. Insomma, se l’obiettivo era quello di usare risorse pubbliche per rafforzare il nostro sistema creditizio, sarebbe stata preferibile una soluzione diversa, che garantisse benefici diffusi e non così sproporzionatamente concentrati a vantaggio di pochi soggetti

Lo storico Marco Revelli “Il silenzio del governo lascia senza parole” (Caso Fiat)

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Fatto Quotidiano del 30/01/2014 di Carlo Di Foggia attualità
Il silenzio della politica è assordante”. Marco Revelli, classe 1947, torinese, storico e sociologo, da sempre attento all’evoluzione di quella che fu la Fabbrica italiana automobili Torino, non è stupito dalla notizia che la nuova Fiat Chrysler Automobiles avrà sede in Olanda, pagherà le tasse a Londra e si quoterà a New York. Torino non è menzionata. Era ampiamente prevedibile, quello che è davvero preoccupante è che il governo non se ne preoccupa. Il suo silenzio lascia senza parole. Per il premier la sede è una questione secondaria, conta l’occupazione . La questione fiscale non è assolutamente irrilevante. Mentre si tartassano le famiglie, c’è un colosso indu- striale e finanziario che si sposta altrove. È un grosso cespite che se ne va, una gigantesca fuga di capitali. E poi sull’occupazione viene da ridere. Si riferisce alla cassa integrazione? Gli impianti produttivi italiani sono per tre quarti svuotati, Mirafiori lo è per otto decimi. Non hanno più un ruolo produttivo. Non serve a nulla che il sindaco Fassino si senta rassicurato dal fatto che esista ancora uno stabilimento torinese. É una finzione, perché sono inutilizzati. La Cig in quasi tutti gli stabilimenti è solo la conseguenza di una scelta fatta a monte. Quale? L’abbandono delle produzioni, e presto di quasi tutto quello che ancora resta a Torino. A questo punto il pro- blema è anche un altro. Il corpo dell’azienda, in Italia, è morente; il cervello va fuori; prima o poi anche il cuore lo seguirà. Sta già avvenendo. Che cosa è rimasto in Italia? La progettazione, il design, tutto quello che è legato al lavoro intellettuale. Tutto questo ha sempre avuto un ruo- lo molto importante a Torino. La tecnologia è già in parte migrata in America, inevitabile che anche il resto fi- nisca lì. La politica se n’è accorta tardi? Il passo compiuto ieri è quello defi- nitivo. Ma gli alibi, per gli ingenui, era- no già saltati molto tempo fa. Non c’e- ra bisogno di un atto formale per ca- pire che la Fiat non è più italiana. Non lo era già da un pezzo. Almeno dal pia- no industriale del 2010. Si riferisce a “Fabbrica Italia”? Quando Marchionne lo annunciò, chiese l’anima ai suoi operai. Oggi, do- po quasi quattro anni molta parte di quel piano è evaporata. Sergio Marchionne ha definito l’atto di nascita di Fiat Chrysler, il risultato più importante della sua carriera. Il clima di festa dei vertici dell’azienda è comprensibile. Come ha spiegato Marchionne, erano almeno cinque anni che perseguivano questo progetto. Stupisce che lo stesso clima sia con- diviso da una parte del mondo politico italiano. Si riferisce al Pd? Non solo. Ma certo il sostanziale silenzio dei democratici è emblematico. La sinistra non esiste più, nessuno di questi ha a cuore gli interessi degli operai. Che cosa avrebbe potuto fare il governo per incidere sulle scelte di un gruppo industriale privato? Quello che è stato fatto in tutti gli altri paesi. Dall’amministrazione Obama in America, alla Francia, alla Germania, tutti hanno sostenuto l’industria automobilistica. La Fiat era uno degli ultimi campioni industriali del Paese. E lo abbiamo lasciato andare via per mancanza di idee, di senso di responsabilità e di una cultura moderna.

Marco Travaglio Servizio Pubblico del 30/01/2014.

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VIDEO MARCO TRAVAGLIO

Preparativi per il Grande Fratello…

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Fonte Altrainformazione.it di Massimo Mazzucco attualità

Un esperto informatico israeliano, Tal Ater, ha scoperto che il browser di Google, Chrome, può facilmente trasformarsi in un sistema per ascoltare tutte le conversazioni che avvengono nelle vicinanze del nostro computer.
Basta visitare un sito che utilizzi l’opzione del riconoscimento vocale, spiega Ater, per vedere Chrome trasformato in una specie di “microfono aperto”, che resterà in funzione finché il browser non verrà chiuso.
Per quanto Chrome allerti l’utente, con una lucina rossa che lampeggia, che sta utilizzando il riconoscimento vocale, una volta terminata la visita iniziale il browser di Google non chiude affatto il sistema di riconoscimento vocale – come dovrebbe fare – ma permette l’apertura di una seconda finestra invisibile (“pop-under”) che continua a recepire e trasmettere tutto quello che accade nella nostra stanza. – See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2014/01/30/preparativi-per-il-grande-fratello/#sthash.LrND2CvZ.dpuf

Nel video si può vedere chiaramente (al minuto 2.05) come la sub-finestra di Chrome stia continuando a rilevare la conversazione in corso, nonostante la finestra principale – da cui era stato attivato il riconoscimento vocale – sia già stata chiusa.
Sul proprio blog Ater racconta di aver scoperto questo problema nello scorso settembre, e di avere immediatamente informato i responsabili di Google Chrome in forma riservata. […]
Dopo pochi giorni gli hanno risposto – dice Ater – confermando di aver “identificato il bug”, e di aver “approntato l’apposito fix”.
Dopo un paio di mesi però Ater si è accorto che il fix non veniva affatto distribuito a tutti gli utenti di Chrome, ma che la cosa era invece caduta nel silenzio più totale.
A questo punto Ater si è deciso a rivelare pubblicamente quello che aveva scoperto.
Naturalmente, se ci trovassimo in un mondo normale, questo potrebbe anche apparire come un problema minore. Ma di normale ormai in questo mondo rimane ben poco, visto che viviamo in un’epoca dove la NSA si è assicurata da anni la possibilità di accedere a qualunque scambio privato fra i cittadini di ogni parte del mondo – e nessuno sembra protestare. Visto in questa luce, il curioso “bug” di Google Chrome sembra solo la conferma che ormai siamo entrati nell’era del Grande Fratello in maniera irreversibile.
Non resta che attrezzarci. – See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2014/01/30/preparativi-per-il-grande-fratello/#sthash.LrND2CvZ.dpuf

Anticipazioni Servizio Pubblico 30 gennaio: trattativa Stato-mafia e …

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Fonte News Supermoney.ue 29-01-2014 – di Calogero Giuffrida attualità
Anticipazioni Servizio Pubblico in onda giovedì 30 gennaio 2014 alle ore 21.10 su La7 e in diretta streaming
Le intercettazioni delle telefonate tra l’ex ministro dell’Interno ed ex presidente del Senato Nicola Mancino e l’ex consulente giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio finite nell’inchiesta sulla trattativa Stato – mafia.

A pubblicarle in esclusiva per la prima volta è Servizio cPubblio, il programma di approfondimento giornalistico di Michele Santoro su La7. Nella anticipazioni della puntata che andrà in onda giovedì 30 gennaio 2014 fornite da Sandro Ruotolo sul sito web di Servizio Pubblico viene diffuso la prima parte dell’audio esclusivo delle intercettazioni.

L’ex consigliere del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano finì casualmente nelle intercettazioni disposte dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo che indaga sulla trattativa Stato-mafia.

I magistrati e gli uomini della Dia (Direzione investigativa antimafia) stavano intercettando due telefonini di Mancino, indagato con l’ipotesi di falsa testimonianza perché secondo gli investigatori non avrebbe detto quanto sapeva sulle stragi di mafia del 1992 in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e gli agenti della scorta.

Dopo aver ricevuto l’avviso a comparire dalla Procura di Palermo l’ex ministro Mancino, nel novembre 2011, telefono a D’ Ambrosio e parlò anche del “solito Di Matteo”, riferendosi al pm antimafia Nino Di Matteo.

Nell’indagine sulla trattativa Stato-mafia finirono anche quattro intercettazioni di telefonate tra l’ex presidente del Senato Nicola Mancino e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano poi distrutte per decisione della Corte Costituzionale che ha accolto il ricorso del presidente della Repubblica il quale aveva sollevato il conflitto di poteri con la Procura distrettuale antimafia di Palermo.

Di tutto questo si parlerà nella nuova puntata di Servizio Pubblico in onda giovedì 30 gennaio 2014 alle ore 21.10 su La7 e in diretta streaming.

Roba da Chiodi (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 30/01/2014. Marco Travaglio attualità

Massima solidarietà ai lettori del Corriere , costretti a esercizi enigmistici sempre più complicati per decrittare titoli e articoli. Ieri chi riusciva a superare indenne l’altalena di notizie sulla legge elettorale (Renzi spinge, Berlusconi apre, Alfano chiude, Quagliariello frena, Brunetta stringe, Casini rompe in tutti i sensi, Verdini telefona, la Boschi sale al Colle, stop di Cuperlo, alt di Fassina chi?, la Pascale twitta, Dudù abbaia, Napolitano monita, Tizio alza la soglia, Caio abbassa il premio, Sempronio sfonda il tetto, insomma è accordo, anzi patto, magari asse, pardon contratto, senza contare che c’è sempre uno che “gela” e non si sa mai chi lo scongela), doveva risolvere il rebus del titolo di apertura, roba da far impallidire il più arduo dei Bartezzaghi: “Sì sull’Imu oppure si paga”. In che senso? Che vor dì? Stremato, il lettore gira pagina e s’imbatte in un’altra supercazzola: “Imu-Bankitalia a rischio caos. Corsa per salvare il decreto. Ostruzionismo M5S”. Il poveretto capisce che la maggioranza, sempre più virtuosa, vuol far pagare l’Imu a Bankitalia, ma i 5Stelle, i soliti irresponsabili, per misteriosi motivi si oppongono e si rischia il caos. Solo chi fosse munito di un microscopio elettronico, o avesse acquistato anche un giornale senza banchieri nel patto di sindacato, capirebbe di che si parla: una delle più incommensurabili porcate mai viste nella porcellosa storia della politica italiana, un regalo di 7,5 miliardi alle banche private con soldi di Bankitalia, cioè nostri. Siccome la maialata rischia di non passare inosservata a causa di quei rompipalle dei 5Stelle che osano financo fare opposizione, cosa mai vista dalla notte dei tempi, ecco l’idea geniale del governo: infilarla nello stesso decreto che cancella la seconda rata dell’Imu. Così chi si oppone ai Robin Hood alla rovescia che rubano ai contribuenti per dare alle banche può essere dipinto come un affamatore del popolo perché resuscita l’Imu. Per evitare il “rischio caos” bastava separare il decreto Imu dal decreto Bankitalia, come chiesto da Napolitano in svariati moniti, sulla scorta di innumerevoli sentenze della Consulta contro i decreti omnibus. Ma, quando si tratta di banche, nessuno fiata: destra e sinistra marciano compatte, precedute dalla contraerea dei giornali dei banchieri e dei partiti sottostanti. “Ostruzionismo M5S, può tornare la seconda rata Imu”, titola Repubblica . E persino l’Unità, un tempo organo della sinistra, fa la guardia ai caveau, con titoli truffaldini tipo “5Stelle, ostruzionismo sul decreto Imu” e “Barricate grilline: torna il rischio Imu”. Lo scandalo del secolo è il peone a 5 stelle che dà del “boia” a un vecchio fan della repressione sovietica a Budapest.

Tornando al povero lettore del Corriere , la via crucis non è finita. C’è un altro titolo-sciarada da decodificare a pag. 15: “Una debolezza quella ragazza in hotel. Ma non l’ho aiutata al concorso”. Intervista allo sgovernatore d’Abruzzo, Gianni Chiodi, inquisito per truffa, falso e peculato, per lo scandalo della giunta granturismo che gira l’Italia con amanti aviotrasportate e alloggiate a spese nostre: notizia rivelata dal Fatto e mai ripresa dal Corriere . Che ora la fa commentare all’interessato senza citarla né citarci (“la debolezza del Governatore è spuntata dalle carte”: così, spontaneamente). Il noto statista marsicano “sta soffrendo, la voce gli si incrina un paio di volte”, però “cita Terenzio e poi anche Gandhi cercando conforto nella letteratura”. La colpa naturalmente è dell’“ufficio regionale o della Ragioneria” che gli hanno rimborsato le spese della gentile accompagnatrice a sua insaputa. Come la segretaria di Cota con le mutande verdi. Ergo Chiodi è “amareggiato”: qualcuno (non si dice chi) ha fatto “pura macelleria: famiglie massacrate, carriere esposte al pubblico ludibrio, per un puro obiettivo politico: il 25 maggio in Abruzzo si vota”. E il direttore del Fatto , com’è noto, sarà candidato contro di lui. Ma questo il Corriere non può dirlo, perché il Fatto è innominabile. Un po’ come con lo scandalo De Girolamo: le notizie, o le dà il Corriere , oppure “spuntano”.

Electrolux, gli operai: “Le parole di Zanonato? Non ci puntiamo un soldo”

Fonte FattoQuotidiano.it 29/01/2014 redazione attualità
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VIDEO ELETTROLUX

Dopo il tavolo che questo pomeriggio a Roma ha visto il ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato incontrare presidenti di regione e parti sociali, ai cancelli dello stabilimento Electrolux di Porcìa (Pordenone) la fiducia rimane ai minimi. “La questione non può essere affrontata solo dal lato del costo del lavoro”, ha detto il ministro, annunciando l’interessamento del presidente del Consiglio Letta, un tavolo dell’intero settore degli elettrodomestici ai primi di febbraio e uno specifico sul caso Electrolux, due settimane dopo. “A Zanonato un tavolo lo avevamo chiesto l’estate scorsa”, ricorda Annarita Licci, delegata Uilm nello stabilimento friulano, che sulle parole del ministro oggi non se la sente di scommettere nulla: “La fiducia va guadagnata, seguano i fatti”. Tutti d’accordo, gli altri colleghi, che continuano con il cosiddetto ‘sciopero a scacchiera‘, tenendo attive 4 linee di produzione su 5 per turnare le presenze ai cancelli e permettere al tempo stesso di salvare parte dello stipendio. “Ma le lavatrici non escono dall’impianto”, precisano, “e qui restiamo, finché non andranno oltre le parole”. E mentre i camion escono vuoti sotto l’occhio vigile dei lavoratori, c’è chi mette in guardia il governo: “Siamo potenziali evasori, se non guadagniamo non pagheremo nemmeno le tasse”. Sul posto anche il sindaco di Porcìa, il leghista Stefano Turchet: “Per gli aiuti bisogna chiedere a Bruxelles, va bene. Ma la crisi di un territorio come questo alla fine andrà ad indebolire l’intera Europa” di Franz Baraggino

Debito pubblico, chi lo crea stampando moneta e chi lo paga con le tasse

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Fonte Altrainformazione.it 29 gennaio, 2014 attualità
Nel 2014 diventerà operativo il fiscal compact, per chi voglia rinfrescarsi la memoria ecco la definizione che riporta :Wikipedia
“Il Patto di bilancio europeo o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, conosciuto anche con l’anglicismo Fiscal compact(letteralmente riduzione fiscale), è un accordo approvato con un trattato internazionale il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 stati membri dell’Unione europea, entrato in vigore il 1º gennaio 2013.”
L’accordo contiene le regole d’oro della gestione fiscale degli stati membri, tra queste c’è l’impegno del nostro paese a ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil al 60 per cento attraverso una maxi manovra finanziaria all’anno per i prossimi 20 anni, la prima avverrà quest’anno. Dato che al momento questo rapporto supera il 132 per cento (equivalente a 2080 miliardi di euro circa) bisogna ridurlo di almeno 900 miliardi di euro, il che equivale a circa 45 miliardi l’anno per due decadi. Per chi voglia cifre aggiornate al nano secondo sul debito pubblico qui trovate dove il conteggio avviene in tempo reale.
Naturalmente nel dibattito italiano non si parla del fiscal compact, ma di questo non dobbiamo sorprenderci, se ne parlerà a josa quando bisognerà tirar fuori i soldi per rispettarlo, tra qualche mese. In pratica il pagamento dei 45 miliardi avverrà o attraverso l’aumento delle tasse o attraverso la contrazione della spesa pubblica, che può comprende sia la riduzione dell’occupazione che dei salari pubblici, o in tutti e due i modi. Morale: saremo più poveri perché dobbiamo tirare la cinghia ulteriormente per ridurre il volume totale dei nostri debiti.
La prima domanda da porre ai lettori di questo giornale ed a tutti coloro che commentano quasi religiosamente i suoi articoli è la seguente: a chi dobbiamo restituire questi soldi? La risposta più semplice è la seguente: alla banche straniere che ce li hanno prestati. Ma dal 2011 in poi la percentuale delle banche straniere nostre creditrici è scesa ed oggi è inferiore al 40 per cento. Chi ha in portafoglio gran parte del nostro debito pubblico sono le banche italiane, tra le quale c’è anche il Monte dei Paschi,. che deve allo Stato, e cioè a noi poveri debitori, 4 miliardi di euro
Creditori e debitori sono le stesse persone, direte voi, perché fanno tutti parte dello Stato, della collettività. Ma questa spiegazione non è del tutto corretta perché né lo Stato dei contribuenti né le banche nazionali controllano la massa monetaria, detto in parole povere, non stampano moneta. Entrambi la ricevono dalla banca centrale attraverso il debito. Assurdo? Succede in quasi tutto il mondo a pare qualche eccezione, come la Svezia e la Cina dove la banca centrale è di proprietà dello Stato, quindi si potrebbe dire che la collettività si indebita con se stessa.
La Banca Centrale Europea è l’unico organismo che ha il diritto di stampare moneta, lo dovrebbe fare secondo parametri fissi ma data la crisi Draghi è riuscito ad aggirarli ed è lui alla fine che stabilisce quanta moneta cartacea si stampa. Da notare che nessuno di noi europei lo ha eletto. La Bce è una banca privata, di proprietà degli azionisti delle banche centrali dell’Eu, tutti enti ed organismi non statali, tra costoro ci sono anche alcune delle nostre banche.
Come funziona il meccanismo? La Bce crea dal nulla euro, nel gergo comune trasforma carta straccia in banconote, questi soldi vengono dati in prestito, oggi a tassi vicini allo zero, alle banche di Eurolandia. Con questi soldi le banche acquistano i buoni del Tesoro dello Stato con i quali i governi nostrani ripagano ogni anno solo gli interessi sul debito pubblico, di più infatti non si riesce a fare. Idealmente questi soldi dovrebbero alimentare l’economia e farla crescere: prestiti all’industria, per l’innovazione o per le opere pubbliche ecc. La crescita economica dovrebbe far aumentare il gettito fiscale con il quale ripagare il prestito. Ma non è così nel nostro caso, e questo lo sanno tutti ormai, l’austerità taglia le gambe alla crescita quindi il circolo virtuale appena descritto diventa un circolo vizioso di impoverimento.
Il punto cruciale su cui i lettori di questo giornale dovrebbero riflette è il seguente: perché la Bce e non lo Stato o l’Ue ha il diritto di produrre dal nulla il bene denaro? E perché i contribuenti in crisi di Eurolandia devono ripagare questo bene creato dal nulla, in un momento in cui per farlo si rischia di finire nella depressione economica, alla Bce – tutti i soldi alla fine lì infatti finiscono dato che la banca centrale, ed i sui azionisti privati, sono il solo creditore dell’intero sistema? Dato che dietro gli euro, come dietro qualsiasi moneta cartacea non c’è nulla, ma solo la fiducia di chi queste banconote le continua ad usare indebitandosi, cioè noi, e dato che il diritto a stampare moneta dal nulla alla Bce glielo abbiamo dato noi, cittadini di sistemi democratici, attraverso la delega ai nostri governanti, perché non azzerare questo debito e ripartire da zero? In passato ciò è avvenuto con le guerre, oggi si potrebbe farlo per evitarle.
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