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Yes week-end (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 29/03/2014.Marco Travaglio attualità

Grande sorpresa sui giornali e i tg italiani (all’insaputa di quelli americani) per gli elogi di Obama a Renzi e a Napolitano, ma anche agli altri monumenti, come il Colosseo. Corriere : “L’incoraggiamento di Obama all’Italia. Elogio di Napolitano”. “‘Matteo, ti aiuto io’”. “La fiducia sulle riforme di Renzi. E a Napolitano: con te Italia fortunata”. Repubblica : “L’intesa tra Obama e Renzi: ‘Giusto cambiare l’Europa’”. “‘Che roccia Napolitano’. L’elogio del leader Usa”. Stampa : “Obama scommette su Renzi. ‘Sangue fresco, farà bene all’Europa’”. “Barack-Matteo: ‘Yes we can’”. “L’energia del premier conquista il leader Usa”. “Renzi senza complessi”. Messaggero : “Obama a Roma: mi fido di Renzi”. Unità: “Crescita e lavoro: yes we can. Obama promuove Renzi”. “Renzi incassa la ‘fiducia’ di Obama. ‘Italia fortunata, ha uno statista come Napolitano’”. Chissà che si aspettavano che dicesse, Obama. Forse pensavano che, vedendo Renzi, gli scoppiasse a ridere in faccia: “Ma come ti vesti? Ma chi te l’ha fatto il nodo alla cravatta? Ma lo sai che con quei denti all’infuori sembri Bugs Bunny?”. E che, incontrando Napolitano, se ne uscisse con frasi del tipo: “Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più? Ueh, matusa, ma lo sai che pure mio nonno è più giovane di te? In pensione ai giardinetti mai, eh?”. Invece, contrariamente alle previsioni, il presidente americano in visita al paese alleato più servile e genuflesso non ha insultato né sbeffeggiato i suoi capi dello Stato e del governo. Chi l’avrebbe mai detto. Secondo Repubblica , mentre il padrone consegnava ai servi la solita lista della spesa (graziare gli spioni Cia condannati per il sequestro Abu Omar, comprare un centinaio di F-35 che fanno ridere pure il Pentagono, raddoppiare le spese per la difesa da non si sa chi, acquistare il gas dagli Usa anziché dai russi, mezzo chilo di pane, tre etti di prosciutto e un caffè macchiato), quel diavolo di Renzi riusciva addirittura a dargli sulla voce: “L’Italia taglierà le spese militari”. Tiè (infatti la Pinotti ha subito detto che sugli F-35 non si scherza). Eppure incassava la promessa dell’amico Barack di “convincere la Merkel a cambiare verso”. L’Unità, pravdina del Pd, conferma: “Barack e Matteo, asse anti-austerity”. Sempre nel Reparto Paranormale, va registrato che “Obama sfratta gli abusivi” (il Messaggero ) e “Il ‘Miracolo’ di Obama al Colosseo: spariscono centurioni e camion bar”. Dinanzi a notizie così inaspettate e sconvolgenti, si capisce che nessun giornalone abbia trovato tre righe di spazio per l’allarme dei giuristi di Libertà e Giustizia sulla “svolta autoritaria” del Parlamento dimezzato e del premier-duce. Che sarà mai. Peraltro, che si sappia, a nessun capo di Stato o di governo è mai saltato in mente di dire pubblicamente qualcosa di men che encomiastico a un collega italiano. A parte la regina Elisabetta quando B. strillò “Mister Obamaaaaa!” durante la foto di gruppo del G8 di Londra (la sovrana si voltò di scatto: “Ma chi è che urla così forte?”. Era lui). Su Google si trovano i titoli prestampati dei giornali italiani il 18 ottobre 2013: “Obama promuove Letta”. E, il 19 gennaio e il 9 febbraio 2012: “Obama promuove Monti”. Pure Merkel, Hollande e tutti gli altri non fanno che “promuovere” di anno in anno i premier italiani, l’uno diverso dall’altro (almeno nelle sembianze fisiche). Appena vide Monti, Obama non riuscì a trattenersi: “Ho piena fiducia nella leadership di Monti e voglio solo dire quanto noi apprezziamo la poderosa partenza e le misure molto efficaci che sta promuovendo il suo governo”. Un anno e mezzo dopo, al cospetto di Letta, proruppe: “Non potrei essere più colpito dall’integrità, dalla profondità di pensiero e dalla leadership di Enrico Letta”. È ufficiale: Obama & C. ci prendono per il culo. E noi lì a bere tutto. Spiace citare Andrea Marcenaro del Foglio , ma ci ha azzeccato: “L’abolizione delle province non comporta assolutamente l’abolizione del provincialismo”.

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CROSSMEDIA 5 milioni per la Rai (e sede a Roma)

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Fatto Quotidiano del 27/04/2014 di Gianni Barbacetto attualità
Milano Dove impiantare la struttura Rai dedicata all’Expo, visto che l’Expo si tiene a Milano? A Roma, naturalmente. Così, in una palazzina di via Ildebrando Goiran, non lontano da via Teulada, è nata Rai Expo, “che si occupa di affiancare e far conoscere al pubblico”, dice il sito dedicato, “l’evento Expo 2015, l’esposizione universale che si svolgerà a Milano tra il 1º maggio e il 31 ottobre 2015”. La nascita della nuova struttura è stata propiziata dal versamento alla Rai di 5 milioni di euro da parte della società Expo spa, con l’incarico diretto di promuovere l’evento in qualità di “media partner”. Con conseguenti malumori dei giornalisti della sede Rai di Milano, preoccupati per almeno due motivi. Il primo è il pericolo di commistione tra impegno promozionale e lavoro giornalistico: la Rai e le sue testate, tg e gr, dovranno fornire un’informazione corretta sull’evento, compresi i problemi, le difficoltà, i ritardi, le inchieste giudiziarie, le in- filtrazioni mafiose; come farlo, essendo per contratto costretti a suonare la grancassa per chi ha pagato 5 milioni di euro? Il secondo: perché impiantare a Roma una struttura su un evento che si tiene a Milano e che a Milano prima o poi dovrà trasferirsi, almeno durante i sei mesi di Expo 2015? Molte delle 34 persone che lavorano stabilmente nella struttura di Rai Expo sono autori o programmisti con base a Roma che avevano lavorato a “Rai 150 anni” o a “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli. DAL PROGRAMMA di Minoli provie- ne anche il capo della struttura, as- sunta come dirigente: Caterina Sta- gno, figlia dell’indimenticato Tito Stagno che raccontò lo sbarco dei primi uomini sulla luna ed ex conduttrice dello speciale “La tv d’autore di Renzo Arbore”. Ora dovrà guidare – così re- cita il sito di Rai Expo – “una struttura crossmediale con un modello produttivo a integrazione verticale”. Provando a tradurre in italiano, sembrerebbe di capire che il gruppo lavora sulle differenti piattaforme Rai – televisione, radio e web – attingendo da e fornendo contenuti a “tutta l’offerta Rai: le tre reti generaliste, quelle semi-generaliste e tematiche, i canali radio, la fiction, il cinema, l’editoria cartacea e virtuale, Rai Net. È sostenuta da tutte le direzioni Rai”, rassicura il sito, “comprese Comunicazione e Marke- ting”. Una sede milanese sarà “presto” realizzata, giura una spaesata ed entu- siasta Caterina Stagno, “ma non è ancora perfettamente cablata. E noi dob- biamo essere cablatissimi”. In realtà i giornalisti della sede Rai di Milano spiegano: “Qui in corso Sempione non c’è niente. La sede la faranno sull’area Expo, che però come si può vedere è ancora una landa desolata”. Dunque si lavora e si continuerà a la- vorare a Roma: il “cervello”(crossmediale, per carità) della Rai resta nella capitale. Salvo poi, quando nel 2015 arriveranno i sei mesi di Expo, tra- sportare tutta la struttura a Milano: tutti in trasferta, per sei-sette mesi. Intanto i giornalisti della Tgr di Milano restano in attesa di capire se ci sarà a Milano un aumento di produzione d’informazione e di programmi sui temi dell’alimentazione e dell’Expo. Finora non hanno avuto risposte alle loro domande. La nascita di Rai Expo è decisa nell’estate 2013, quando viene firmato un accordo tra il direttore generale della Rai Luigi Gubitosi e l’amministratore delegato di Expo Giuseppe Sa- la. Si costituisce una commissione con quattro rappresentanti di Expo (Rossella Citterio, Elena Di Giovanni, Marco Pogliani e Roberto Arditti) e sei rappresentanti Rai (il diret- tore della direzione comunica- zione e relazioni esterne Co- stanza Esclapon, il direttore di Rai News 24 Monica Maggio- ni, il vicedirettore generale coordinamento dell’offerta radiotelevisiva Antonio Marano, il direttore della direzione commerciale Luigi De Siervo, il direttore del Palinsesto Massimo Ciannamea, il caporedattore Tgr Lombardia Ines Maggiolini). Questa specie di Kominform ha finora partorito la romana “struttura crossmediale” che si occupa di promuovere Expo e incrociare contenuti sul suo tema ufficiale, “Nutrire il Pianeta, energia per la Vita”: “La sua missione è informare e sensibilizzare il pubblico italiano ed estero sulle sfide culturali proposte dall’evento espositivo”. In maniera crossmediale. A Ro- ma.

L’eclissi di Sole (24 Ore): quasi 80 milioni di rosso

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IL QUOTIDIANO ECONOMICO CHIUDE IL PEGGIOR BILANCIO DELLA SUA STORIA. I GIORNALISTI: “IL GRUPPO PAGA LE OPERAZIONI SBAGLIATE
Fatto Quotidiano del 20/03/2014 di Camilla Conti attualità
Milano Conti in profondo rosso per il Sole 24 Ore che chiude il peggior bilancio della sua sto- ria. Nel 2013 il gruppo che edita il quotidiano di Confindustria ha registrato una perdita di 76,2 milioni, in aumento ri- spetto ai 45,8 milioni del 2012, e una posizione finanziaria negativa per 48,6 milioni. To- gliendo gli ingenti oneri non ricorrenti il rosso scende a 39,3 milioni ma a calare sono anche i ricavi diminuiti del 10,5 per cento a quota 385 mi- lioni soprattutto per la con- trazione del mercato pubblicitario. Tengono l’on line, il Sole 24 O re si conferma a dicembre 2013 primo quotidiano digitale nazionale con 141,8 mi- lioni di ricavi, e Radio 24 , in crescita del 9,6% rispetto a un mercato che cresce dell’1,3% con oltre 2 milioni di ascoltatori nel giorno medio. Ai conti di casa è stato dedi- cato un articolo di spalla a pa- gina 26 del Sole 24 Ore di ieri mattina. Titolo, non sul rosso di 76 milioni ma su “l’ebitda comparato “ che “sale del 30 per cento”. Per capire meglio come il gruppo ha chiuso il bilancio di fine anno e soprattutto perché ha perso così tanti soldi, il lettore ha comunque potuto dare una scorsa alla lunga nota del comitato di redazione. Il sindacato interno dei giornalisti fa infatti notare che il rosso di 77 milioni si aggiunge a quelli degli anni passati, con un peggioramen- to di oltre 35 milioni rispetto al 2012 e fa sfondare abbon- dantemente i 200 milioni di perdite in 5 anni. “Un risultato pessimo – si legge nel comunicato – consumato ai danni di quello che era considerato un gioiello tra le aziende editoriali”. Secondo i giornalisti, il Sole 24 Ore paga ancora un prezzo troppo alto per i molti errori commessi nel passato “e vogliamo credere che siano stati solo errori”. IL CDR PUNTA il dito, in par- ticolare, sul caso Business Me- dia: “Dopo averla acquistata a caro prezzo nei dintorni della quotazione e godendo dei pro- venti di quest’ultima, questa area, che edita riviste specia- listiche, è stata soggetta a ri- petute svalutazioni sino a es- sere ceduta poche settimane fa per un prezzo ‘simbolico’: quasi 70 milioni andati in fumo, con conseguenze che si abbattono ancora sul bilancio del 2013, visto che a riguardo è stata iscritta un’ulteriore mi- nusvalenza di 12 milioni. Che si somma alla dubbia redditività di altri settori non esat- tamente co re , pure essi eredità della campagna di acquisizioni senza costrutto condotta in passato che hanno prosciugato la liquidità incassata con l’Ipo, liquidità che non è stata utilizzata per sostenere il core business dell’informazione”. Il comunicato cita anche altre iniziative dal dubbio senso editoriale e dall’incerta redditività, varate e chiuse nell’arco di pochi anni. Dalla televisione alla freepress , passando per i dorsi regionali. Nel mirino fi- niscono anche i canoni di affitto plurimilionari (ancora oltre 20 milioni l’anno) pagati per le sedi di Milano e Roma nonché la concessionaria System che, al netto delle di- verse performance sui media del gruppo, è stata, negli ultimi anni, “continuamente terre- motata da avvicendamenti ai vertici. L’ultimo, poche setti- mane fa, quando il direttore generale in carica allora è stato “sorpreso” in conflitto d’inte- ressi, come titolare di una quo- ta di proprietà di azienda edi- toriale concorrente e cliente di System stessa”. IL LUNGO j’accuse del cdr si conclude chiamando in causa l’azionista di maggioranza che “ha sinora brillato per latitanza. A Confindustria interessa ancora avere un giornale? E, se sì, è soddisfatta dei risultati di questi anni? Non ritiene opportuna una chiamata in causa, ai diversi gradi di responsabilità, di chi è stato nel tempo artefice della débâcle ?”. Si attendono le risposte del presidente Giorgio Squinzi.

SMANTELLATA Corso Sempione se va bene resta un museo

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Fatto Quotidiano del 17/03/2014 di Maurizio Chierici attualità
Vorrei il busto di Mike davanti al palazzo per ricordare quel pomeriggio del 3 gennaio ’54 quando ha inaugurato Rai Mila- no con Arrivi e Partenze, prima trasmissione da corso Sempione”. Mike Bongiorno è un ragazzo di 30 anni. Su e giù Linate-Malpensa per raccontare dei passeggeri che sbarcano da New York con la borsa degli affari. Accorrono nella capitale morale dell’ Italia intiepidita dal primo benes- sere. Febbre del boom. Ogni giorno nuovi cantieri, si annunciano nuovi giornali e i vecchi si allargano. A Lambrate crescono le Lambrette, scoppia la pubblicità mentre la moda esce dagli atelier, privilegio grandi famiglie, per aprire le sfilate alla nuova borghesia profuga dalle malinconie degli anni neri. “Mike é uno dei padri fondatori della Tv pubblica. Ho l’impressione che si siano dimenticate di lui…”. Parole di due anni fa, speranza di Daniela Zuccoli , moglie del mito del piccolo schermo. Due anni dopo ecco l’annuncio dell’abbandono di corso Sempio- ne 27 per trasferire redazioni e produzione in spazi teconologici ancora indefiniti, magari all’Expò appena l’ultimo visitatore se ne va. Se ne parla da tempo; la decisione è presa. Rai Milano è ormai un limbo romano dipendente. Succedeva anche negli anni gloriosi per non disturbare gli equilibrismi politici dei partiti seduti in parlamento mentre a Milano si inventavano storie e po- lemiche che rallegravano le chiacchiere di telespettatori senza nome. Milioni e milioni trasci- nati da Lascia o raddoppia . Nel 1987 in corso Sempione ogni mattina entravano 1570 giornalisti, presentatori,orchestrali, registi, operatori, sceneggiatori, at- trezzisti. Oggi meno di 800. Studi vuoti alla Fiera e a Mecenate. Se Roma era la Hollywood sul Te- vere, la Milano che stampava libri diventava il laboratorio della nuova Italia. Anche la radio ac- compagna i bollettini lombardi con ironia dispettosa. Sette giorni a Milano, Lilian Feldman , Febo Conti , Franco Parenti ( monologhi di “Anacleto il Gasista “), Giustino Durano e il “ povernano “ del giovane architetto Dario Fo . Si ritrovano a teatro nella provocazione di Sani da Legare , prima satira sulla grande città dove le crepe del degrado annunciano il fu- turo ipocrisie e imbrogli. E la cen- sura si agita. Corso Sempione è il palcoscenico dove Mina comincia a cantare; arrivano le domeniche pomeriggio di un Pippo Baudo dinoccolato e le domeniche sportive per chi il calcio non basta mai. Nei caffè rifiatano le polemiche delle curve Sud: la scatola del bianco e nero non era di tutte le famiglie. Angelo Romanò , lettere alla Cat- tolica, entra in Sempione col suo libro sul Romanticismo Lombardo . Quando diventa direttore milanese Enzo Biagi lo incontra in ascensore. “Ricorda a Roma che ci siamo anche noi”, scherza con un sorriso. “A Roma, a Roma…”, scuote la testa. Romanò. “ A Roma siamo tutti sottogiudizio…”. Da Torino arrivano Umberto Eco e Furio Colombo , vincitori del concorso che cercava nuove idee all’università. E nella Femonologia di Mike Bongiorno Eco annnuncia come l’effimero avrebbe condi- zionato la subcultura italiana. L’aria era questa. Biagi veniva dalla direzione del Tg1, ma i ri- cordi romani non erano felici. Vuol girare in corso Sempione Dicono di lei , dieci protagonisti in graticola come era impossibile imaginare negli annidelle parole rispettose. Baroni della medicina, magistrati, grandi avvocati. E a Milano si apre la stagione dei fuo- chi nel dicembre grigio 1969. Da corso Sempione la domenica mattina Gino Bramieri imperversa nel suo Gran varietà . Macchietta di successo il Berlusca cumenda de la Brianza. Era ancora sepolto nelle cantine di Milano 2 dove in visita papale arrivano Li – cio Gelli e Umberto Ortolani . Qualcosa cosa stava per comin- ciare, Milano protagonista Tv. Locali notturni e teatrini accompagnano la storia della Lombardia stanca d’essere la provincia di Roma Più in su apre il Derby , fantasie di Jannacci , risate Cochi e Renato . Verso l’intrigo della chinatown divia Canonica,l’osteria di Franco Nebbia – dal jazz al cabaret – raccoglie le facce stanche di chi ha cantato e recitato o di- stribuito le notizie del giorno. Due generazioni dopo Milano cambia pelle. Anche attorno a via Solferino ristoranti, negozi, studi, tengono il fiato pensando al Corriere della Sera che forse se ne va. Tutto sospeso, mentre per il 27 di corso Sempione tutto sembra deciso. Se va bene diventa il museo della Rai, se va bene.

La Rai è un servizio pubblico ma Cottarelli non lo sa

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Fatto Quotidiano del 16/03/2014 di Carlo Tecce attualità
Ormai è un esercizio diffuso cianciare di Rai senza conoscere l’argomento. Forse perché la Rai è sinonimo di muffa e spreco o forse perché il controllo televisivo è un desiderio inconfessabile. Carlo Cottarelli, il signor spending review , dopo un lungo periodo di incubazione, ci ha comunicato che per recuperare denaro pubblico si potrebbero tagliare anche le sedi regionali Rai. Cioè ci ha comunicato, suo malgrado, la sua inadeguatezza in materia. Tagliare o chiudere le sedi regionali Rai non vuol dire nulla. È come se, un giorno, una famiglia possa pensare di elimi- nare il letto e dormire a terra o sul divano se la fortuna l’assiste. Cottarelli dovrebbe sapere che la Rai incassa il canone pubblico perché è un servizio pubblico: la doppia presenza del termine “pubblico” dovrebbe indurre a un minimo di ragione. Ma non è opportuno essere ottimisti. Così possiamo aggiungere che le testate regionali di Viale Mazzini, che assi- curano una presenza che un tempo si definitiva capillare, sono essenziali per la produzione di notizie locali , ovvero globali più locali. L’azienda ci sta investendo dei soldi e, neanche troppi mesi fa, ci ha spedito una gruppo di giornalisti dopo un concorso interno. È ovvio che la gestione di decine e decine di redazioni, da Bolzano a Palermo, non sia generatrice di utile. MA NONOSTANTE Cottarelli, Viale Mazzini deve garantire un’informazione ampia e plurale, che poi sia sovente scadente è un altro discorso. Per non scontentare Cottarelli, possiamo pure ipotizzare che la Rai decida di cancellare quattro o cinque sedi giornalistiche o di produzione: oltre a diventare più povera e inadeguata per un mercato che premia la quantità oltre che la qualità, lo Stato non ne caverebbe un euro. Perché lo Stato, non dà contributi diretti a viale Mazzini. Quest’anno poi, e lo stesso Cottarelli senza comprenderne il valore l’ha spifferato, la Rai ratificherà il bilancio 2013 con un pareggio, euro più euro meno, dopo un rosso che nel 2012 era di 244 milioni di euro. Cottarelli non è l’unico che si diverte a raccontare barzellette su Viale Mazzini. L’ingegnere Salvatore Margiotta, incidentalmente componente della commissione par- lamentare di Vigilanza in quota Pd, dopo la presa renziana del potere, ha sciorinato la sua ricetta a un quoti- diano. Margiotta, in sostanza, preve- deva la cessione di qualche “ramo d’a- zienda”. Si riferiva anche a Raiway, la società che possiede i ripetitori neces- sari per le trasmissione e dunque è un bene essenziale e prezioso per fare televisione. Un altro deputato democratico, il siciliano Michele Anzaldi, ha scritto un lettera per denunciare la sa- tira di Virginia Raffaele a Ballarò , colpevole di aver osato imitare il ministro Maria Elena Boschi, che sarà ricordata per la forza riformatrice di matrice degasperiana. Domani si sveglierà un altro politico e dirà un’altra bestialità sul sevizio pubblico, non perché sia preoccupato di uno strumento culturale ancora fondamentale per l’Italia, ma perché straparlare di Rai è il modo più semplice per essere popolari senza essere preparati.

Il Vangelo secondo Matteo (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 23/02/2014. Marco Travaglio) attualità
Il governo delle facce nuove” (La Stampa). “Più donne e giovani” (Corriere ). “La nuova generazione”, “Le signore della competenza” (la Repubblica ). “I due partiti maggiori… stanno compiendo un atto coraggioso. Sanno che per loro questa è l’ultima chiamata. Sanno che non possono fallire” (Pigi Battista, Corriere ). “Questa è l’ultima spiaggia della Penisola: più in là c’è solo il mare in tempesta e un azzardo pericoloso… L’Italia ha voglia di novità. È primavera: bisogna cambiare aria nelle stanze e nel cervello” (Beppe Severgnini, Corriere ). “L’Italia, paese considerato gerontocratico, fa un salto in avanti inatteso e si colloca all’avanguardia in Europa” (Aldo Cazzullo, Corriere ). “Il risultato corrisponde pienamente all’impegno preso… con una presenza femminile mai verificata prima… Se i fatti corrisponderanno alle parole molte sofferenze saranno lenite e molte speranze riaccese” (Eugenio Scalfari, Repubblica ). Ecco, questi erano i commenti di dieci mesi fa sul governo Letta.

Viceversa, ecco quelli sul Renzicchio. “Giovani e donne: nasce il Renzi-1” (Sole-24 ore). “Un governo giovane e di donne” (l’Unità). “Giovani e donne, il governo Renzi” (La Stampa). Negli editoriali, oltre al concetto di ultima spiaggia già usati per Monti e Letta, si nota lo sforzo sovrumano di rendere credibile l’excusatio non petita di Sua Altezza che rassicura: “con Renzi nessun braccio di ferro”. Come nella scena de Il dormiglione, con Woody Allen e Diane Keaton che corrono per l’ospedale dicendo “siamo dottori, non siamo impostori!”, così tutti capiscono che sono impostori e cominciano a inseguirli. Solo che, nella stampa italiana, tutti si bevono l’impostura, o almeno fanno finta. Napolitano ha “dissipato ogni interpretazione maliziosa sul lungo colloquio con Renzi”, turibola Marcella Ciarnelli dell’Unità. Ha “rimarcato la serenità del colloquio e il fatto che né ieri né prima vi sia stato alcun ‘braccio di ferro’”, salmodia l’altra vestale Antonella Rampino sulla Stampa. Le tre ore di tortura nello studio della Vetrata son cosa normale, anche perché Renzi ne ha approfittato per svolgere “un lavoro parallelo”: non sapendo che fare, è salito al Quirinale tre ore prima e ha sbrigato un po’ di corrispondenza, poi “in un salottino attiguo ha colmato le caselle che, a effetto-domino, si erano riaperte attorno alla Giustizia”. Per il braccio di ferro su Gratteri? No, anzi, “non sapremo mai se Renzi aveva inserito in quella casella il giudice Gratteri”: la verità – rivela la Rampino – è che la “riconosciuta saggezza dell’argomentazione presidenziale” ha posto una questione filosofica mica da ridere: “È opportuno un magistrato per via Arenula, quando il governo ha in programma di riformare la giustizia?”. No che non lo è. Purtroppo analoga saggezza il Monarca non manifestò con B. nel 2011, quando firmò senza batter ciglio la nomina a Guardasigilli del magistrato Nitto Palma, che però aveva il merito di essere amico di Nick Cosentino (così come fece nel ‘95 Scalfaro, nominando il giudice Filippo Mancuso nel governo Dini). Gli inquisiti e gli imputati possono fare i ministri, i generali (da Corcione a Di Paola) andare alla Difesa come nei governi golpisti, i prefetti andare all’Interno e alla Giustizia, specie se amici di Ligresti (tipo Cancellieri), ma i pm antimafia alla Giustizia no, specie se onesti e capaci.

“Meglio, molto meglio – scrive il Corriere – un esponente politico con esperienze parlamentari e di governo già acquisite”. Cioè Andrea Orlando, che con la sua maturità scientifica è quasi un tecnico e soprattutto un “garantista” (cioè beniamino del partito degli imputati: infatti s’è già espresso – sul Foglio, e dove se no?- per cancellare l’ergastolo e l’azione penale obbligatoria). Non a caso è l’unico ministro che piace al Giornale e a Libero, assieme alla berlusconiana Guidalberta Guidi. Tutto è bene quel che finisce bene: pussa via Gratteri, brutta bertuccia.

Aldo Cazzullo conia nuove categorie semantiche ad hoc. La Mogherini, avendo 40 anni, non è solo quarantenne, ma addirittura una “neoquarantenne”, per meglio sottolinearne la quarantennitudine. Fermo restando che – siccome “i quarantenni sono troppo poco solidali tra loro per riuscire a fare rete”, come purtroppo sperimentato da Letta – “ora tocca ai trentenni”. Anzi, ai neotrentenni. Tipo la Madia, “33 anni e incinta di 8 mesi”, “un segno di apertura al futuro in un paese a volte gerontocratico”. A volte. Neo.

A vanificare gli sforzi papillari del pur bravo collega corrierista provvede Giuliano Ferrara, che sfodera sul Foglio due metri di lingua extralarge a doppio pennello, riuscendo a leccare Matteo e Silvio in un colpo solo: “Partenza grandiosa”, “governo perfetto”, “Renzi, come Berlusconi, è un colpo di scena vivente”, “se sta attento a non litigare con il Cav.,se non per finta, il Cav. coautore di questo capolavoro che ha la metà dei suoi anni, ce la farà”, “il governo Leopolda è il migliore possibile”. A questo punto Renzi si gratterà: gli manca il bacio della morte di Scalfari ed è spacciato. La Stampa, oltre a titolisti da Istituto Luce (“Poletti il cooperatore”, “Padoan da teorico dell’austerità a suggeritore della svolta-crescita”, “La Botticelliana e la Giaguara: Madia & Boschi, l’avanzata delle ‘amazzoni ’ di Matteo”, “Priorità Giannini: scuole più sicure”), schiera agiografi da vite dei santi. Molto apprezzato Mauro Baudino sul neoministro della Cultura: “Con la sua quarta prova narrativa, aveva dato un avviso che sta fra Borges e l’amato Pessoa”. Sta parlando di Franceschini. I suoi romanzi sono pregni di una “vena fantastica e ironica”, ma senza diventare “armi nelle mani degli avversari”, forse perché sfuggiti ai più. “Il Franceschini scrittore guarda a spiriti acri e ribelli, magari un Bolano, certamente uno Zavattini” e “ha sempre avuto un buon successo di critica”. De Santis? Sapegno? No, “Jovanotti” che lo “definì ‘visionario’. Come scrittore, non come politico”. Viene in mente il miglior Calvino: “Nel Visconte dimezzato, quando le due metà di Medardo di Torralba incrociarono le spade per il duello finale, fu un’apoteosi”. Slurp.

Sempre su La Stampa, Teodoro Chiarelli segnala un altro portento: “Renzi non è il solo scout al governo. Anche Roberta Pinotti ha un passato fra i seguaci di sir Robert Baden Powell. Il suo primo pensiero? Ovviamente per i nostri marò. Dobbiamo riportarli a casa” e lei ha “idee già chiare”. Un blitz alla Chuck Norris, “Missing in action” con un pugno di scout pronti a tutto. La scoutessa ha financo “volato su un Mb339 delle Frecce Tricolori”. Insomma, è fatta.

Quando, ormai in vista del traguardo, la classicissima Lecchino d’Oro 2014 pare una corsa a tre Cazzullo-Baudino-Chiarelli, ecco spuntare dalle retrovie un Francesco Merlo in grande spolvero, che stacca il gruppone e allunga la lingua oltre il fotofinish proprio sul filo di lana. “Basta con la demagogia della giustizia che non è politica, Gratteri… sarebbe stato l’ennesima supplenza di un magistrato”. Dunque viva “Napolitano che, secondo il giudizio di Malaparte, ‘non perde mai la calma neppure dinanzi all’Apocalisse’” e “ha imposto a Renzi il passo”. In Matteo “la gioia era genuina… Ebbene, questa è l’allegria del rilassamento, l’evviva del dopo-partita, la felicità della vittoria. Un presidente del Consiglio così raggiante è una novità per l’Italia”. E vai con le papille di velluto: “Solo grazie alla prudenza di Napolitano che lo ha dosato e sorvegliato, Renzi è rimasto l’attor giovane con il bellissimo torto di prendersi il futuro”. Il tempo di tirare il fiato e la lingua riprende a vibrare: “Il vecchio e il giovane, appaiando la spada che ferisce e separa con la spada che cuce e ripara hanno tenuto a battesimo la nuova classe dirigente”. È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende. Il finale è chapliniano: il Vecchio e il Giovane incedono scattanti e sicuri, pancia in dentro e petto in fuori, verso il tramonto: “Sorridono sia l’uomo della politica sia quello dell’antipolitica, il principe Ippolito e il garibaldino Lando”. Che meraviglia, che commozione. Ha vinto Merlo, gli altri si rassegnino, chapeau.

Sulla Smart del vincitore (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 15/02/2014. Marco Travaglio attualità

Uno sente parlare i dirigenti del Pd, soprattutto i lettiani e gli antirenziani. Poi legge i giornali che nove mesi fa salutavano in Enrico Letta l’alba di un nuovo giorno radioso, l’ultima speranza dell’Italia, il capolavoro di Napolitano. E gli viene spontaneo domandare: scusate, cari, ma quando l’avete scoperto che il Nipote era una pippa? No perché, ad ascoltarvi e a leggervi in questi nove mesi, non è che si notasse granché. Benvenuti nel club, per carità: meglio tardi che mai. Ma, prima di saltare sulla Smart del nuovo vincitore, forse era il caso di chiedere scusa: pardon, ci siamo sbagliati un’altra volta. Il fatto è che ci sono abituati, non avendone mai azzeccata una: avevano puntato tutto su D’Alema, poi su Veltroni, persino su Rutelli. Ci avevano spiegato che B. non era poi così male, guai a demonizzarlo, anzi occorreva pacificarvisi. Poi si erano bagnati le mutandine all’avvento di Monti: che tecnico, che cervello, che sobrietà, che loden. Poi tutti con Enrico, a giocare a Subbuteo per non perdersi “la rivoluzione dei quarantenni”. E ora eccoli lì, col solito turibolo e senza fare un plissè, ai piedi del Fonzie reincarnato. Pare ieri che Aldo Cazzullo, sul Corriere , s’illuminava d’immenso: “Napolitano non ha citato Kennedy – ‘la fiaccola è stata consegnata a una nuova generazione…’ – ma ha detto più o meno le stesse cose mentre affidava l’incarico di formare il ‘suo’ governo a un uomo di cui potrebbe essere il nonno […]. L’Italia, paese considerato gerontocratico, fa un salto in avanti inatteso e si colloca all’avanguardia in Europa” perché “a Palazzo Chigi arriva il ragazzo che amava il Drive In e gli U2”. Ora, oplà, si porta avanti col lavoro ed entra nel magico “mondo di Renzi” passando “dal parrucchiere Tony Salvi e dal suo salone di bellezza”: “il sindaco viene tre volte la settimana” e “questo è l’unico posto dove stacca il cellulare”. Per far che? Ordinare un’impepata di cozze? Ballare il tango? Nossignori. Udite udite: trovandosi dal barbiere, il Renzi “si fa spuntare i capelli (è stato Tony a fargli tagliare il ciuffo)”. E nel “bar di Marcello”? Trattandosi di un bar, “fa colazione”. Indovinate ora cosa riesce a combinare “nella pizzeria Far West di Pontassieve”? Ordina la pizza. Ma senza mai perdere la sua personalità, ché Lui “non è mai stato e soprattutto non si è mai sentito un ‘uomo di’. Tantomeno di Lapo Pistelli”. E “sarebbe sbagliato sopravvalutare l’influenza di amici cui pure è vicinissimo, come Farinetti e Baricco”. Perché “nessuno l’ha mai visto in soggezione”, neanche davanti a Obama e Mandela. Non porta loden, non gioca a Subbuteo, né si conosce la sua posizione in merito al Drive In e agli U2. Però “il maglione color senape è il regalo di compleanno di Giovanna Folonari”, mica cazzi. Il suo discorso dell’altroieri in Direzione, “come tutto il dibattito a seguire, è segnato da una vena lirica”. E con la stampa, come andiamo con la stampa? “Tra i giornalisti Renzi ha rapporti di stima con Severgnini e Gramellini, ma non ha amici, se non la coppia Daria Bignardi-Luca Sofri (con Fabio Fazio, dopo una distanza iniziale, si sentono ogni tanto)”. E Cazzullo? Su, Aldo, non fare il modesto: eddai, mettiamoci pure Cazzullo e non ne parliamo più.

Per non trascurare i dettagli fondamentali, Repubblica dedica un’intera pagina alla Smart (“A tutto gas sulla Smart: così il Renzi-style archivia auto blu e berline”). Essa “è leggera, veloce e un po’ prepotente: è giovane, poi, costosa e non italiana. Insomma, è molto Renzi”. Il quale – salmodia umido Claudio Cerasa sul Foglio – “sfanala con gli abbaglianti della Smart nello specchietto retrovisore della Panda di Letta, decide di premere la frizione, di cambiare marcia, di mettersi in scia, di azionare la freccia, di tentare finalmente il sorpasso”. Per fare che? “Diventare l’Angela Merkel del Pd”. E, assicura Giuliano Ferrara, “arrivare a Palazzo Chigi con piglio teutonico”. Il ragazzo, come dice Sallusti, “ha le palle” più ancora di Palle d’Acciaio. E, aggiunge Salvatore Tramontano sul Giornale, “ha rottamato la sinistra che voleva rottamare Forza Italia. Ha messo fine al ventennio. Antiberlusconiano. Ha dimostrato che si può non avere paura del futuro. Come Berlusconi”.

Del resto, osserva Repubblica , “smart sta per ‘intelligente’, con una sfumatura di brillantezza”. La sfumatura che gli fa Tony quando gli spunta il ciuffo. E il discorso in Direzione? Dire sobrio sarebbe troppo montiano: “asciutto, senza fuochi d’artificio, senza retorica”. Decisiva “la camicia bianca”, “cambiata un attimo prima in bagno” dal Fregoli fiorentino (prima era “celeste”): “È il suo tratto distintivo, è il richiamo al mito Tony Blair”. In effetti, a parte lui e Blair, chi ha mai portato una camicia bianca? La Stampa la butta sul mistico: mamma Laura “l’ha affidato alla Madonna… della quale, sopra la porta d’ingresso, c’è una bella icona”. Del resto a Pontassieve “la Madonna dev’essere di casa perché il posto dov’è cresciuto Renzi sembra un paradiso”. Senza dimenticare che lui “la sua station wagon” la guida personalmente “con la moglie Agnese a fianco e il rosario sullo specchietto”. Santo subito. E anche colto, molto colto. La lingua corrierista di Luca Mastrantonio scomoda Dante Alighieri (“per il suo libro Stil novo”), lambisce “Cosimo de’ Medici” e “Benedetto Cellini” (che si chiamava Benvenuto, ma fa niente) e s’inerpica su su fino a Steve Jobs (per “il celebre imperativo categorico rivolto ai giovani americani: Stay hungry, stay foolish”) e al “Grande Gatsby, l’affascinante outsider dell’età del jazz americana… Gatsby e Renzi sono entrambi personaggi fuori misura, dotati di carisma e ambizione, ma i moventi sono diversi”. Tra l’Unità ed Europa è il solito derby del cuore, anzi della saliva. Un filino più perplessa la prima, anche se Pietro Spataro conviene che “l’Italia ha bisogno come l’aria (sic, ndr) di una svolta radicale”, “restare nella palude sarebbe stato il male peggiore”, ”meglio essere trascinati da un’‘ambizione smisurata’ che prigionieri di una modesta navigazione”: peccato che né lui né l’Unità avessero mai avvertito i lettori che Letta era una palude e una modesta navigazione (che s’ha da fa’ per campa’). Eccitatissimo, su Europa, il sempre coerente Stefano Menichini. Solo in aprile cannoneggiava il “ceto intellettuale che del radicalismo tendente al giustizialismo fa la propria ragion d’essere”: “i Travaglio, i Padellaro, i Flores che annullano la persona di Enrico Letta perché ‘nipote’”. Putribondi figuri che osavano dubitare delle magnifiche sorti e progressive del governo Letta: “personaggi che fanno orrore. Il loro linguaggio suscita repulsione. Il loro livore di sconfitti mette i brividi. Ma in condizioni normali il loro posto dovrebbe essere ai margini… lasciando ai neofascisti la necrofilia e l’intimidazione”. Ora invece, con agile balzo, impartisce l’estrema unzione al fu Nipote (“Enrico Letta lascia dopo aver tenuto il punto ma essendosi fermato un attimo prima di coinvolgere il paese, il sistema politico e il Pd in uno psicodramma pericoloso”) e bussare alla “porta che si sta spalancando a una stagione davvero nuova e inedita dell’intera politica italiana”: quella di Renzi, che “si avvia verso l’obiettivo della vita, il governo, col suo solito passo accelerato, e la notizia fa già il giro del mondo suscitando verso l’Italia una curiosità finalmente positiva”. Perché “a ogni suo salto di status, si allarga il numero di chi viene coinvolto dalle sue scelte e dalle sue fortune. Fino a oggi era solo il popolo democratico. Da domani sarà l’intero popolo italiano”. Torna finalmente a rifulgere il sole sui colli fatali di Roma.

Roba da Chiodi (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 30/01/2014. Marco Travaglio attualità

Massima solidarietà ai lettori del Corriere , costretti a esercizi enigmistici sempre più complicati per decrittare titoli e articoli. Ieri chi riusciva a superare indenne l’altalena di notizie sulla legge elettorale (Renzi spinge, Berlusconi apre, Alfano chiude, Quagliariello frena, Brunetta stringe, Casini rompe in tutti i sensi, Verdini telefona, la Boschi sale al Colle, stop di Cuperlo, alt di Fassina chi?, la Pascale twitta, Dudù abbaia, Napolitano monita, Tizio alza la soglia, Caio abbassa il premio, Sempronio sfonda il tetto, insomma è accordo, anzi patto, magari asse, pardon contratto, senza contare che c’è sempre uno che “gela” e non si sa mai chi lo scongela), doveva risolvere il rebus del titolo di apertura, roba da far impallidire il più arduo dei Bartezzaghi: “Sì sull’Imu oppure si paga”. In che senso? Che vor dì? Stremato, il lettore gira pagina e s’imbatte in un’altra supercazzola: “Imu-Bankitalia a rischio caos. Corsa per salvare il decreto. Ostruzionismo M5S”. Il poveretto capisce che la maggioranza, sempre più virtuosa, vuol far pagare l’Imu a Bankitalia, ma i 5Stelle, i soliti irresponsabili, per misteriosi motivi si oppongono e si rischia il caos. Solo chi fosse munito di un microscopio elettronico, o avesse acquistato anche un giornale senza banchieri nel patto di sindacato, capirebbe di che si parla: una delle più incommensurabili porcate mai viste nella porcellosa storia della politica italiana, un regalo di 7,5 miliardi alle banche private con soldi di Bankitalia, cioè nostri. Siccome la maialata rischia di non passare inosservata a causa di quei rompipalle dei 5Stelle che osano financo fare opposizione, cosa mai vista dalla notte dei tempi, ecco l’idea geniale del governo: infilarla nello stesso decreto che cancella la seconda rata dell’Imu. Così chi si oppone ai Robin Hood alla rovescia che rubano ai contribuenti per dare alle banche può essere dipinto come un affamatore del popolo perché resuscita l’Imu. Per evitare il “rischio caos” bastava separare il decreto Imu dal decreto Bankitalia, come chiesto da Napolitano in svariati moniti, sulla scorta di innumerevoli sentenze della Consulta contro i decreti omnibus. Ma, quando si tratta di banche, nessuno fiata: destra e sinistra marciano compatte, precedute dalla contraerea dei giornali dei banchieri e dei partiti sottostanti. “Ostruzionismo M5S, può tornare la seconda rata Imu”, titola Repubblica . E persino l’Unità, un tempo organo della sinistra, fa la guardia ai caveau, con titoli truffaldini tipo “5Stelle, ostruzionismo sul decreto Imu” e “Barricate grilline: torna il rischio Imu”. Lo scandalo del secolo è il peone a 5 stelle che dà del “boia” a un vecchio fan della repressione sovietica a Budapest.

Tornando al povero lettore del Corriere , la via crucis non è finita. C’è un altro titolo-sciarada da decodificare a pag. 15: “Una debolezza quella ragazza in hotel. Ma non l’ho aiutata al concorso”. Intervista allo sgovernatore d’Abruzzo, Gianni Chiodi, inquisito per truffa, falso e peculato, per lo scandalo della giunta granturismo che gira l’Italia con amanti aviotrasportate e alloggiate a spese nostre: notizia rivelata dal Fatto e mai ripresa dal Corriere . Che ora la fa commentare all’interessato senza citarla né citarci (“la debolezza del Governatore è spuntata dalle carte”: così, spontaneamente). Il noto statista marsicano “sta soffrendo, la voce gli si incrina un paio di volte”, però “cita Terenzio e poi anche Gandhi cercando conforto nella letteratura”. La colpa naturalmente è dell’“ufficio regionale o della Ragioneria” che gli hanno rimborsato le spese della gentile accompagnatrice a sua insaputa. Come la segretaria di Cota con le mutande verdi. Ergo Chiodi è “amareggiato”: qualcuno (non si dice chi) ha fatto “pura macelleria: famiglie massacrate, carriere esposte al pubblico ludibrio, per un puro obiettivo politico: il 25 maggio in Abruzzo si vota”. E il direttore del Fatto , com’è noto, sarà candidato contro di lui. Ma questo il Corriere non può dirlo, perché il Fatto è innominabile. Un po’ come con lo scandalo De Girolamo: le notizie, o le dà il Corriere , oppure “spuntano”.

Facebook. Class action in California per violazione privacy

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Fonte Internazionale 3 gennaio 2014 Attualità
ULTIME ASCA
(ASCA) – Roma, 3 gen 2014 – Class-action contro Facebook, accusata di raccogliere dati dei messaggi privati per utilizzarli a scopi commericiali, violando il diritto alla privacy degli utenti. La querela sostiene che il gigante di internet agisce in violazione della leggi della California e dell’Electronic Communications Privacy Act, la legge federale che regola la materia, ed e’ stata presentata lo scorso 30 dicembre presso la Corte distrettuale del nord della California.

L’azione legale e’ stata avviata da due utenti di Facebook, Matthew Campbell dell’Arkansas e Michael Hurley dell’Oregon, i quali sostengono che il social-network scannerizza la corrispondenza fra gli utenti, condividendo le informazioni con le agenzie che si occupano di pubblicita’ e di marketing. Grazie a questo “target advertising”, sostengono i querelanti, Facebook avrebbe guadagnato 2,7 miliardi di dollari nel 2011.

La querela e’ simile a quella subita da Google, accusata di violare i dati privati contenuti nei messaggi su Gmail. (fonte AFP).

Questa è una notizia dell’agenzia Asca.

Il Merlo martire (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 11/12/2013. Marco Travaglio attualità

Siccome non se n’era accorto nessuno, Francesco Merlo tiene a precisare sulla prima pagina di Repubblica che tra le vittime della “gogna di Grillo” c’è anche lui. Mo’ me lo segno, direbbe Troisi. Naturalmente quella che lui chiama gogna è un mini-post molto asciutto e asettico in cui Grillo, anziché insultarlo come sciaguratamente fece con Maria Novella Oppo, gli rende forse il servizio peggiore: lo cita. Riporta alcuni passi deliranti del suo commento al caso Oppo, paragonava il leader di 5Stelle ai “terroristi, camorristi, mafiosi” che assassinarono rispettivamente Tobagi, Siani e Fava. Cioè usava frasi infinitamente più violente di quelle mai usate da Grillo, che pure non scherza. Ora però Merlo ha scoperto, con notevole prontezza di riflessi, il lato oscuro del web: cioè quell’esercito di insultatori di professione che approfittano dell’anonimato dei nickname e usano la rete come la parete dei cessi pubblici, per sfogare le prime frustrazioni offendendo e minacciando a destra e a manca. Sono cose che purtroppo capitano a tutti coloro che abbiano un minimo di notorietà e almeno un piede nei social network. Come dimostra il caso tragicomico dell’on. Giachetti, che ieri ha scritto a Grillo per denunciare il commento di uno squilibrato che chiedeva l’eliminazione fisica dei deputati nominati dal premio di maggioranza incostituzionale del Porcellum, salvo poi scoprire che l’autore è un fervente renziano proprio come Giachetti.

Se il Merlo volesse sentirsi meno solo, potrei regalargli un’antologia di insulti e minacce che ricevo da anni sul blog (il mio) e sulla pagina facebook (la mia). Il picco massimo di violenza lo registrai dopo il maggio 2008, quando il giornale di Merlo, che per qualche anno fu anche il mio, inaugurò la macchina del fango riportando la voce che mi ero fatto pagare le ferie in Sicilia da un mafioso: la notizia era naturalmente falsa, come provvidi subito a documentare con le ricevute dei miei pagamenti, ma il linciaggio proseguì e prosegue tuttora, anche perché le scuse non sono mai arrivate. Ma Merlo è convinto che gli insulti che gli arrivano in rete abbiano un mandante. Che, tenetevi forte, non è neppure Grillo: sono io. “Tutto quel diluvio di scaracchi” – scrive nel suo dolce stil novo il maestrino di bon ton – è “figlio di una sola nuvola: l’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto quotidiano che è purtroppo la casa nobile di cotanta indecenza”. Perché, “in simbiosi con i picciotti dell’odio, che sono ammaestrati pavlonianamente (si direbbe pavlovianamente, ma lasciamo andare, ndr), Travaglio possiede la tecnica di innesco”.

Qualcuno potrebbe pensare che io abbia istigato le masse dei miei picciotti a odiare il Merlo e a minacciarlo di morte. Gli piacerebbe che qualcuno lo ritenesse così decisivo da meritare odio. In realtà stiamo parlando di un peso piuma del cicisbeismo specializzato nell’attaccare le opposizioni, anche se ama presentarsi come molto scomodo, dunque degno di odio. Si tranquillizzi: nel paese che pensa di far viaggiare il pm Nino Di Matteo su un Lince, manco fossimo l’Afghanistan, quelli in pericolo sono altri, anche se lui evita di parlarne. Ma il guaio più grosso del Rushdie de noantri è di giudicare gli altri come se fossero lui. Siccome nel mio articolo criticavo Grillo e solidarizzavo con la Oppo, ha pensato che lo facessi per “finta”. E siccome mi riferivo agli “house organ del Pd”, per esempio l’Unità, vi si è subito identificato, come se nella vita uno non avesse di meglio che pensare a lui. Che nel-l’articolo era citato di sguincio in una domanda retorica: “chissà dove cinguettava Merlo un mese fa, quando il neostatista Alfano chiese al padron Silvio la cacciata di Sallusti dal Giornale”. Lo sanno tutti dove cinguettava: altrove, come sempre. Ma, per il Linosotis catanese, quella domandina maliziosa sarebbe nientemeno che uno “spruzzo di lordume” con cui “Travaglio ha indicato alla truppa dei grillini l’obiettivo da colpire e ha fornito loro anche il lessico”.

Insomma “Travaglio ha dato il la a tutto quello che poi sarebbe stato spurgato sul blog”, perché a colpi di “fuoco e lerciume” “crede di vendere qualche copia in più o di far crescere l’audience”. Per fortuna “tutti i padri nobili del giornalismo italiano di ieri e di oggi, da Montanelli a Scalfari, inorridiscono”. Scalfari, passi. Ma Montanelli è scomparso nel 2001: chissà, forse gli è apparso in sogno; poi però Merlo s’è svegliato troppo presto e non ha fatto in tempo ad apprendere che Montanelli assunse il sottoscritto per ben due volte in entrambi i giornali da lui fondati, trascurando colpevolmente il Merlo. Il bello è che pensa davvero che abbiamo atteso l’avvento di Grillo per inquadrare lui e tutta la voliera dei terzisti furbastri. Ma si sottovaluta. Quando stava al Corriere ai tempi della Bicamerale, il protomartire scriveva da perfetto cerchiobottista ton sur ton. Il 20 dicembre 1997, per esempio, alle facili critiche a Previti faceva seguire le seguenti amenità: “È anche vero quel che dice Berlusconi. Hanno cominciato a indagare quando è partita l’avventura politica di Forza Italia (falso, avevano cominciato negli anni 80 e ricominciato nel ’92, ndr)… L’azione penale è stata anche accanimento politico, risentimento. La giustizia che viene dal risentimento è qualcosa di arcaico, è una soluzione predemocratica, una pratica asiatica. La frase che pronunciò Di Pietro… (“Io quello lì lo sfascio”) è orribilmente significante, e tradisce… una concezione mesopotamica del giustizialismo che deve inquietare tutti, tanto i colpevoli quanto gli innocenti”. Nel 2003, quando il Merlo aveva già trasferito il cerchio e la botte a Repubblica , e si divertiva a mettere sullo stesso piano coi suoi paradossi barocchi gli epurati dall’editto bulgaro e l’epuratore, mi chiamò inorridito Cesare Garboli, per chiedermi un mini-saggio per la sua rivista su Merlo e il merlismo. Giuliano Ferrara aveva appena insultato il direttore dell’Unità Furio Colombo e Antonio Tabucchi come “mandanti linguistici del mio prossimo assassinio”. Un po’ come fa ora, mutatis mutandis, il Politkovskayo della mutua col sottoscritto.

IL 10 OTTOBRE Merlo provvide subito a ribaltare la frittata, parlando della “polemica di Tabucchi con Ferrara”. Poi s’infilò nei consueti paradossi paraculi: “Tabucchi è berlusconiano e Ferrara è comunista… Tabucchi è berlusconiano nella maniera più sostanziale… infatti ha dato corpo alle sue ossessioni. Il regime, l’Italia imbavagliata, la fine della democrazia raccontati da Tabucchi sono come i comunisti di Berlusconi e i suoi giudici matti… Alla maniera di Berlusconi, anche Tabucchi vive e crede solo nel virtuale, in un mondo inesistente e tuttavia verosimile” (un mondo talmente inesistente che da un anno Biagi, Santoro e Luttazzi erano spariti dal video per ordine del premier). Non contento, il Merlo si fece beffe della “sindrome dell’esule” di Tabucchi, del suo “giocare a fare il Gramsci e a cingersi la testa con l’aureola dell’eroismo civile”. E pazienza se Tabucchi, uno degli scrittori italiani più noti e tradotto nel mondo, scriveva sull’Unità e su Le Monde perché i giornaloni italiani respingevano i suoi articoli troppo critici con Berlusconi, con la finta opposizione e col presidente Ciampi. Per il Merlo, chi denunciava le minacce alla democrazia era affetto da “ossessione apocalittica” e “girotondina”, “spaccia l’astio per pensiero critico”, è “petulante e noioso”, ma soprattutto “ideologico”, insomma “farnetica”, insegue “fantasmi”, combatte “mulini a vento”. Invece Ferrara è“la storia vitale della sinistra”, rappresenta “una generazione che è vissuta negli ideali”, è insieme “fazione, intelligenza e fegatosità… ha creduto in Craxi e ora consiglia Berlusconi, sempre per passione e mai per calcolo”. E poi – garantiva il Merlo – Giuliano è “intelligente, vitale, sanguigno, goliardico”: uno spirito libero che “ogni giorno fatica a restare con Berlusconi”. Una fatica che dura da vent’anni. Roba da fiaccare un bufalo. Non un Merlo.

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