Archivio mensile:gennaio 2014

MAURIZIO CROZZA A BALLARÒ DEL 28 GENNAIO 2014 (VIDEO)

Fonte Unoduetre.blog 28 GENNAIO 2014 attualità

Annunci

Benevento, De Girolamo ancora a rischio indagine

pp

IN ARRIVO ULTERIORI SVILUPPI GIUDIZIARI SUL MINISTRO DIMISSIONATO. PISAPIA POTREBBE DEPOSITARE ALTRE 30 ORE DI COLLOQUI “INTERCETTATI
Fatto Quotidiano del 28/01/2014 di Vincenzo Iurillo e Marco Lillo attualità
Si è dimessa perché si moltiplicavano le voci di una sua imminente iscrizione nel registro degli indagati? La ragione dell’improvvisa accelerazione di domenica sera, quando Nunzia De Girolamo ha lasciato l’incarico di ministro delle Politiche Agricole, ha tenuto banco nei discorsi degli addetti ai lavori. Il motivo ufficiale (il governo non ha difeso la mia onorabilità) traballa davanti a un dato: l’inchiesta della Procura di Benevento sugli affari dell’Asl ha da giorni sterzato verso le vicende contenute nelle registrazioni a tratti difficilmente comprensibili di Felice Pisapia ma spiegate nei dettagli dalle inchieste del Fatto Quotidiano . I MAGISTRATI hanno sentito una mezza dozzina di persone sulla storia del bar dell’ospedale Fatebenefratelli, infine affidato alla cugina e allo zio di Nunzia. E l’altro filone di indagine oggi dovrebbe entrare nel vivo. I pm Giovanni Tartaglia Polcini, Nicoletta Giammarino e Flavia Felaco hanno ascoltato la dirigente del Provveditorato Asl Emma Bianco e oggi sentiranno Giovanni de Masi,caposervizio provveditorato, sulla questione della gara da 4 milioni all’anno per il 118. Ed è stato anticipato a giovedì l’interrogatorio di Felice Pisapia. Forse porterà 30 ore di nuovi colloqui. In mattinata il procuratore capo Giuseppe Maddalena ha riuniti tutti gli inquirenti: i sostituti, il tenente colonnello della Finanza Luca Lauro, i due commercialisti Stefania Viscione e Massimo Zeno, firmatari della perizia sulle prime dodici pagine di trascrizioni deLle conversazioni in villa De Girolamo ‘liberate’ dal segreto. Gli investigatori lasciano filtrare ai cronisti consigli del tipo: “Scrivete che la De Girolamo non è indagata, ma sarebbe più corretto scrivere che non risulta indagata”. L’avvocato dell’ex ministro, Angelo Leone, sottolinea però che “allo stato non risulta nessuna comunicazione in merito da parte della procura”. In mancanza, possiamo riportare il senso di un ragionamento svolto con un investigatore, che ovviamente tiene al suo anonimato. A monte, fa notare, c’è un problema di utilizzabilità della registrazione: è difficile usare una conversazione registrata di nascosto da un privato cittadino per ipotizzare reati contro un parlamentare.La legge non lo vieta. Ma sarebbe costituzionalmente dubbia un’interpretazione che permettesse di usare la registrazione ambientale fatta da un privato contro un deputato mentre certamente non è utilizzabile, senza autorizzazione della Camera, quella fatta da un pm. Ben diversa la posizione degli altri partecipanti alle riunioni del ‘direttorio ’che non possono pretendere che si estenda alle loro parole l’immunità del deputato. C’è poi un reato che potrebbe entrare in gioco per alcune conversazioni del cosiddetto (dal Gip Cusani) direttorio partitico-politico di cui fa- cevano parte i collaboratori del ministro e i manager della Asl nel luglio 2012. Si chiama “induzione indebita a dare o promettere utilità”. È stato introdotto a novembre dalla legge Severino, n. 190 del 2012, che ha inserito dopo la concussione il nuovo articolo 319 quater: “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da tre a otto anni”. Grazie a una sentenza recente della Cassazione questo reato è ritenuto applicabile anche alle condotte precedenti alla legge. Un magistrato che scrive sul S o l e 24 O re ha commentato quella sentenza: è proprio il pm Giovanni Tartaglia Polcini. Nel luglio 2012 il deputato del Pdl diceva al manager della Asl di Benevento, Michele Rossi: “Manda i controlli all’ospedale Fatebenefratelli e vaffanculo”poi spiegava il ‘movente’ della pressione: “Facciamogli capire che un minimo di comando ce l’abbiamo” e lo scopo ultimo: “Così si impara il direttore dell’ospedale Giovanni Carrozza” per – ché “se Fra pietro sa che c’è un problema di al Fatebenefratelli da l’ok”. La De Girolamo potrebbe essere considerata un pubblico ufficiaLe, in qualità di deputato, che abusa dei suoi poteri: potrebbe avere abusato della sua qualità per indurre il Fate bene fratelli a dare indebitamente allo zio una ‘utilità’indebita?

Gli insaputi (Marco Travaglio).

ilfatto_20131106
Da Il Fatto Quotidiano del 29/01/2014. Marco Travaglio attualità

A leggere i giornali e a vedere i tg, pare che un bel mattino di quattro anni fa i magistrati cattivi si siano svegliati e abbiano deciso di inquisire il povero Scajola, costringendolo a dimettersi da ministro in combutta con la stampa forcaiola e i mastini giustizialisti del Pd, malgrado la strenua difesa di B. & C. In realtà il 24 aprile 2010 Repubblica rivelò che la Procura di Perugia, indagando sulla Cricca della Protezione civile, si era imbattuta in 900 mila euro pagati da Anemone tramite Zampolini per pagare due terzi di casa Scajola. La segnalazione era partita da Bankitalia, insospettita dagli 80 assegni circolari da 12.500 euro ciascuno astutamente usati per l’operazione. Scajola fece sapere che aveva pagato tutto lui, minacciò querele e precisò di non essere indagato. In effetti, né allora né mai i pm di Perugia lo iscrissero nel registro (era competente la Procura di Roma, che se la prese comoda e lo indagò solo il 29 agosto 2011). Eppure, dopo una settimana di afonia perché non sapeva che dire, Scajola si dimise il 4 maggio 2010. Per motivi non giudiziari (inesistenti), ma di opportunità, che avevano indotto persino il Giornale a chiedergli di sloggiare con un editoriale di Vittorio Feltri (“Chiarisca o si dimetta”): “Se non ha niente da dire oltre a ciò che ha detto, le conviene rassegnarsi. Anzi, rassegnare le dimissioni… Qui c’è sotto qualcosa di poco chiaro, per essere gentili… È verosimile che lei non sapesse nulla degli assegni? Mica tanto. L’opinione pubblica è scossa… dalle testimonianze di Zampolini e delle sorelle Papa (le venditrici dell’immobile, ndr). Perché dovrebbero mentire?”.

Lo capì financo Scajola, in una memorabile conferenza stampa senza domande: “Per esercitare la politica, che è un’arte nobile con la P maiuscola, bisogna avere le carte in regola e non avere sospetti”. Poi se ne uscì con la frase che inaugurò il filone satirico dell’insaputismo: “Mi dimetto perché non potrei, come ministro, abitare in una casa pagata in parte da altri senza saperne il motivo”. Mentre i giornalisti presenti si sganasciavano e quelli della stampa estera pensavano a un errore di traduzione, il premier B. disse in Consiglio dei ministri che Scajola era “indifendibile” perché “quello delle case è un tema che colpisce molto la gente: se uno compra una casa che vale 1 milione e 800 mila euro e la paga 600 mila, c’è qualcosa che non va. E se non può spiegare agli italiani il perché, deve dimettersi”.

Il Cainano avviò persino sue personali indagini, come narravano entusiasti i suoi house organ. “Adesso indaga Berlusconi”, titolava il Giornale: “Vuole individuare le mele marce. Sta studiando personalmente le carte dell’inchiesta sui grandi appalti: ‘Chiederò spiegazioni a tutti. Nessuna indulgenza per chi ha sbagliato. L’arricchimento personale è inaccettabile’”. Libero lo descriveva “sfinito”, “chiuso in casa”, dove “riceve in pigiama”, “fa il pm e interroga i suoi: ‘Ditemi la verità… C’è chi s’è arricchito alle mie spalle. Chi ha sbagliato pagherà’”. Belpietro plaudiva alla svolta giustizialista (tranquilli però, “non mi sono convertito al travaglismo”). Sallusti lo scavalcava in manettismo: “Il Presidente sa bene che gli elettori si infuriano di fronte ai privilegi che riguardano la vita privata, a partire dalla casa. Per questo ha usato parole molto dure, mai pronunciate prima: chi ha sbagliato deve pagare e lasciare incarichi e ministeri. Scajola insegna… Una convinzione che si è fatto dopo aver indagato a fondo ed esser giunto alla conclusione che è possibile che nel governo o nelle sue vicinanze ci possa essere qualche ladro di polli, che mette a rischio la credibilità politica di tutti. Meglio fare pulizia e pure in fretta”. Ora, dopo l’assoluzione in un processo che ha confermato tutti fatti già noti nel 2009, Libero titola un’intervista strappalacrime al perseguitato: “Io, dato in pasto al tribunale del popolo”. E il Giornale, profittando della smemoratezza generale: “Toghe intimidatorie”, “Scajola assolto: l’indagine gli costò il ministero”. E il Foglio: “Le nostre scuse a Scajola”. Ma andè a ciapa’ i ratt.

Chiamare Goldrake

Fonte Fattoquotidiano.it Blog Mario Natangelo 24 gennaio 2014
im

L’India sconta del 97% il farmaco anticancro

pp
Fonte: Reggiosalute martedì 28 gennaio 2014 attualità
Il governo autorizza una casa farmaceutica locale a produrre il generico di un farmaco della Bayer. E la Novartis prosegue la sua battaglia per un brevetto non ottenuto

L’India dice sì a un nuovo farmaco anti-cancro low cost e il suo Ufficio nazionale brevetti dà il via libera a una cura che, giunta in farmacia, costerà il 97 per cento in meno rispetto all’analogo farmaco, oggi venduto dalla Bayer. Nonostante si tratti di un caso unico e senza precedenti, la decisione indiana di questa settimana rispecchia la sua politica nazionale di dispensatore di farmaci a basso costo, che negli anni ha fatto della nazione asiatica l’emblema della «farmacia per i Paesi poveri», a partire dai costosi medicinali anti HIV. Intanto, a fine marzo, si attende il pronunciamento della Corte Suprema Indiana nella causa che contrappone Novartis alla stessa nazione, accusata nel 2006 di non aver concesso un brevetto per una nuova versione di un farmaco oncologico della casa farmaceutica svizzera. Dietro a questa causa, da molto tempo si muove anche l’associazione Medici senza frontiere, che ha lanciato petizioni e mobilitato l’opinione pubblica per far sì che Novartis rinunci alla causa.

ANTI-CANCRO LOW COST – Il nuovo farmaco appena approvato dall’Ufficio nazionale brevetti indiano è la versione generica dell’anticancro sorafenib prodotto dalla Bayer chiamato Nexavar, comunemente usato anche in Italia, per contrastare il tumore al fegato e ai reni. Oggi tale medicinale viene venduto in confezioni da 120 pastiglie, necessarie per la cura di un mese, a circa 4300 euro la scatola. Ma grazie alla decisione indiana, una casa farmaceutica locale, la Natco Pharma di Hyderabad, nello stato dell’Andhra Pradesh, ha ora il brevetto per produrre lo stesso medicinale a un prezzo del 97 per cento inferiore a quello dell’analogo di casa Bayer. Il che significa, avere in farmacia il sorafenib in India spendendo circa 135 euro al mese. Un prezzo comunque altissimo, che corrisponde alla media di uno stipendio di un operaio, autista, guardiano, nelle grandi città indiane. Contro una tariffa mensile – quella del medicinale Bayer – pari a un anno di affitto per due o tre stanze nella periferia di Delhi o Mumbai, ovvero circa 4300 euro. Completamente fuori portata per i malati indiani dunque.

NOVARTIS VS INDIA
– La decisione dell’ufficio asiatico è la prima del genere e lascia ben sperare per il futuro, ma è comunque arrivata in una nazione in cui il diritto a farmaci a prezzi affrontabili resta sacrosanto. Non a caso, proprio l’India è da molti anni citata nelle cronache delle big pharma per una causa tuttora in corso con l’azienda svizzera Novartis. Nel 2006, come racconta anche Medici senza frontiere che da anni segue il caso, la casa farmaceutica fece causa al governo indiano per non aver ottenuto il brevetto per una nuova versione del farmaco oncologico Glivec (imatinib). Anche in questo caso, il farmaco in India viene venduto a circa 1800 euro al mese per paziente, mentre il corrispettivo generico indiano costa solo 130 euro per la cura mensile. La causa è ora arrivata all’ultimo grado di giudizio e il prossimo 28 marzo si terrà il pronunciamento finale.
Fonte: CorriereSalute.it

Innocente a sua insaputa (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 28/01/2014. Marco Travaglio attualità
VauroDunque, per il Tribunale di Roma, Claudio Scajola è innocente a sua insaputa (s’era dimesso, ma l’hanno assolto). E all’insaputa di Berlusconi (aveva preteso le sue dimissioni da ministro e, proprio dopo quello scandalo, aveva violentato se stesso annunciando una legge anticorruzione). E perfino all’insaputa dei complici (l’architetto Angelo Zampolini, che ha patteggiato la pena, e il costruttore della Cricca Diego Anemone, che se l’è cavata solo per prescrizione). Ma l’aspetto più paradossale di questa sentenza paradossale che chiude (almeno in primo grado) una vicenda paradossale, è che potrebbe essere molto meno scandalosa di quanto appaia. Anzi, potrebbe essere addirittura in linea con la legge italiana sull’illecito finanziamento ai partiti. In attesa delle motivazioni della sentenza, che comunque si annunciano avvincenti, si può solo tirare a indovinare come abbia potuto il giudice stabilire che, per un deputato e ministro dell’Interno, beneficiare di 1 milione e passa versati in nero da imprenditori che lavorano per il suo ministero, “non costituisce reato”. Quel che è certo è che la legge del 1974 sul finanziamento ai partiti, essendo stata scritta dai partiti, è piena di buchi e scappatoie, almeno per i partiti. Tutto ruota intorno al “dolo”: l’intenzione di violare la legge. Che, naturalmente, va dimostrato. Il politico foraggiato può sostenere – e infatti di solito sostiene – di non sapere che il finanziamento provenisse dai fondi neri di una società di capitali senza deliberazione dell’organo societario competente e senza l’iscrizione a bilancio: pensava che l’imprenditore avesse preso i soldi dal suo patrimonio personale. In teoria, se non ci sono prove che lo smentiscano e se il giudice è particolarmente generoso o credulone, viene assolto. Potrebbe essere il caso di Scajola. Un caso comunque eccezionale, perché di solito la condanna scatta lo stesso per “dolo eventuale”: se il politico non ha verificato la provenienza del finanziamento, ha accettato il rischio che uscisse dalla società del finanziatore. Il quale fra l’altro, per pagarlo fuoribusta, ha dovuto accumulare fondi neri e farli uscire dalle casse dell’azienda (aggiungendo al finanziamento illecito i reati di falso in bilancio, frode fiscale e appropriazione indebita).

Scajola è stato più fortunato: non verificò, comprò una casa con vista Colosseo pagandola un terzo del suo valore, e al resto provvidero i costruttori, ma il giudice lo esime dal dolo. Un’altra possibile spiegazione è che sia riuscito a convincere il Tribunale della sua versione che tanto buonumore suscitò a suo tempo in Italia e nel mondo: al compromesso con le proprietarie dell’immobile, non era presente nell’ufficio del notaio quando Zampolini arrivò con gli assegni circolari; dunque non si accorse che l’appartamento costava il triplo della somma versata da lui e che il resto l’avevano pagato altri, dunque anche in questo caso il suo “dolo” non c’è. Se il giudice si fosse bevuto una storia così comica bisognerebbe complimentarsi con lui per il suo spiccato sense of humour. Ma questo lo sapremo solo al deposito della motivazione. Per ora sappiamo solo che “il fatto”, anche se per il primo giudice “non costituisce reato”, è assolutamente certo: Scajola (lo spieghiamo a pag. 5) acquistò un mega-appartamento in una delle zone più chic di Roma pagandone un terzo, mentre il resto lo versarono due costruttori che avevano appena beneficiato di due contratti senza gara dal suo ministero. Il che basterebbe e avanzerebbe, in un paese serio, per farlo scomparire dalla circolazione per sempre. E per mettere subito mano alla legge sul finanziamento illecito per renderla più severa, tappando la falla che ha consentito a Scajola di farla franca. Invece siamo in Italia, dunque Scajola – anziché accendere un cero alla Madonna – fa pure il martire, piagnucola per i “quattro anni di sofferenza”, esulta perché “giustizia è fatta” e chiede che “mi venga restituita la mia credibilità politica”. Restituire quel milioncino no, eh?

LA BANCA D’ITALIA CONFESSA NEL SUO SITO CHE L’ORO È SOLO IN DEPOSITO, MA SCONFESSA NEI FATTI CHE NE POSSA DISPORRE.

im
Fonte Di Corriere della Collera 27 gennaio 2014 attualità
Una confessione della natura pubblica, non privata, delle riserve auree e una considerazione.

La stessa Banca d’Italia, in una pagina del suo sito http://www.bancaditalia.it (http://www.bancaditalia.it/sispaga/riserve/nazionali) riconosce che essa “gestisce” – non “è proprietaria” – le riserve “nazionali” – non “private” – in valuta e in oro.

Buona parte delle nostre riserve auree nazionali sono custodite dalla Federal Reserve (presumibilmente dalla Federal Reserve Bank of New York, quindi a Manhattan).
Secondo il diritto italiano – e secondo il diritto mercantile o Lex Mercatoria internazionale – il deposito di denaro o altre cose fungibili, come l’oro, comporta l’obbligazione del depositario di restituire non le stesse cose ma altrettante della stessa specie e qualità.

Il depositario alla consegna diventa quindi proprietario dell’oro depositato e ne fa ciò che vuole, purché sia in grado di restituirlo.
Da questa premessa appare evidente quanto questo tipo di contratto di deposito sia simile al contratto di mutuo.
Per questo motivo viene anche chiamato “deposito irregolare“.
Sovente nella storia è stato utilizzato per dissimulare un contratto di mutuo. I motivi potevano essere i più diversi. Tradizionalmente: l’intento di eludere un divieto di prestito a interesse.
Ma anche: la volontà di nascondere la rinuncia agli interessi da parte del creditore.

Nel nostro caso, se i creditori sono due stati come la Germania e l’Italia, uscite sconfitte dal secondo conflitto mondiale, e il debitore è lo stato vincitore, ciò può essere comprensibile.
Saremmo di fronte a una forma indiretta e più o meno occulta di bottino di guerra.

Altro discorso invece è che il debitore non sia più in grado di resituire l’oro depositato. Nel deposito irregolare, infatti, il deponente ha la facoltà di ritirare il deposito quando voglia. A differenza del mutuo, che impone il rispetto del termine pattuito.

In tal caso il bottino di guerra non si limita agli interessi, ma intacca il capitale. E se ciò fosse vero, la Federal Reserve e i suoi mandatari faranno di tutto per impedire che l’oro passi in mani private e per evitare di perdere come interlocutore un’entità statuale, legata al rispetto di patti post-bellici e di rapporti di forze che non si possono mettere in discussione (se non quando lo stato sconfitto e i suoi poteri democratici riprendono vigorìa, come in Germania). una pagina del suo sito http://www.bancaditalia.it (http://www.bancaditalia.it/sispaga/riserve/nazionali) riconosce che essa “gestisce” – non “è proprietaria” – le riserve “nazionali” – non “private” – in valuta e in oro.

Buona parte delle nostre riserve auree nazionali sono custodite dalla Federal Reserve (presumibilmente dalla Federal Reserve Bank of New York, quindi a Manhattan).
Secondo il diritto italiano – e secondo il diritto mercantile o Lex Mercatoria internazionale – il deposito di denaro o altre cose fungibili, come l’oro, comporta l’obbligazione del depositario di restituire non le stesse cose ma altrettante della stessa specie e qualità. Il depositario alla consegna diventa quindi proprietario dell’oro depositato e ne fa ciò che vuole, purché sia in grado di restituirlo.
Da questa premessa appare evidente quanto questo tipo di contratto di deposito sia simile al contratto di mutuo. Per questo motivo viene anche chiamato “deposito irregolare”. Sovente nella storia è stato utilizzato per dissimulare un contratto di mutuo. I motivi potevano essere i più diversi. Tradizionalmente: l’intento di eludere un divieto di prestito a interesse.
Ma anche: la volontà di nascondere la rinuncia agli interessi da parte del creditore. Nel nostro caso, se i creditori sono due stati come la Germania e l’Italia, uscite sconfitte dal secondo conflitto mondiale, e il debitore è lo stato vincitore, ciò può essere comprensibile. Saremmo di fronte a una forma indiretta e più o meno occulta di bottino di guerra.
Altro discorso invece è che il debitore non sia più in grado di resituire l’oro depositato. Nel deposito irregolare, infatti, il deponente ha la facoltà di ritirare il deposito quando voglia. A differenza del mutuo, che impone il rispetto del termine pattuito. In tal caso il bottino di guerra non si limita agli interessi, ma intacca il capitale. E se ciò fosse vero, la Federal Reserve e i suoi mandatari faranno di tutto per impedire che l’oro passi in mani private e per evitare di perdere come interlocutore un’entità statuale, legata al rispetto di patti post-bellici e di rapporti di forze che non si possono mettere in discussione (se non quando lo stato sconfitto e i suoi poteri democratici riprendono vigorìa, come in Germania).

ROBERTO FICO (M5S) E ora tocca alla Cancellieri”

ppp
Fatto Quotidiano del 27/01/2014 Silvia D’onghia Attualità

Se fosse coerente, si dovrebbe dimettere anche da parlamentare”. Il deputato del Movimento 5 Stelle Roberto Fico, presidente della commissione di Vigilanza Rai, non ha dubbi: “Noi andiamo avanti, stiamo facendo l’unica vera opposizione in Parlamento. Adesso aspettiamo che se ne vada la Cancellieri”. De Girolamo ha spiegato che si dimette perchè il governo non ha difeso la sua dignità. E su questo ha ragione. Il governo ha usato due pesi e due misure: ha blindato il Guardasigilli e invece ha fatto pressione su di lei prima che si votasse la mozione di sfiducia che abbiamo presentato. Ma le cose sono due: o uno si dimette perchè ha fatto qualcosa, e allora lascia anche la poltrona da parlamentare essendo venuto meno il rap- porto di fiducia con i cittadini, o ha la coscienza pulita e quindi rimane al suo posto. Cosa succederà adesso al governo Lett a? Il segretario Pd Renzi sta portando avanti un gioco al massacro: vuole far cadere il governo senza però assumersi alcuna responsabilità. Ha una doppia faccia: quella reale, che mostra a Ber- lusconi in privato, e quella per il pubblico, che annuncia agli italiani di vo- ler diminuire i costi della politica at- traverso le riforme. Tutti i suoi par- lamentari – il Pd è partito di maggioranza – continuano a incassare indennità, doppie indennità, ecc. Adesso si gioca tutto in casa dei democratici, la guerra è tutta interna. E per ora Napolitano continua ad appoggiare Let- ta… Quindi rimanete alla finestra a guardare? Per la prima volta il Paese ha una vera opposizione, perchè noi non facciamo passare niente. Abbiamo presentato istanza al Tribunale per l’incompatibilità di De Luca, abbiamo fatto cacciare il lobbista Tivelli, abbiamo avanzato le mozioni di sfiducia nei con- fronti di Cancellieri e De Girolamo. Certo non ci fermiamo adesso. si. d’o.

Fiat, sede fiscale in Gran Bretagna. Non pagherà piu’ le tasse in Italia

im
Fonte Altrainformazione.it del 27/01/2014 redazione attualità

Sergio Marchionne, presenterà al consiglio di amministrazione del Lingotto che si riunirà nei prossimi giorni una proposta anticipata oggi dal Wall Street Journal che prevede il trasferimento della sede fiscale del gruppo che nascerà dalla fusione fra Fiat e Chrysler in Gran Bretagna e la quotazione della stessa a New York. In pratica non un euro di tasse verrà versato all’Italia. Il domicilio fiscale in Gran Bretagna consentirebbe a Fiat e Chrysler di pagare meno tasse sui dividendi. E la maggior beneficiaria di questo sarebbe Exor. Il listing a New York, invece, rifletterebbe la possibilità di un maggiore e più facile accesso al mercato dei capitali.
L’idea dell’amministratore delegato sarà valutata dal consiglio di amministrazione di Fiat nei prossimi giorni, prima ancora della diffusione dei risultati del quarto trimestre e del 2013. Gli analisti stimano per Fiat e Chrysler un utile netto combinato in lieve aumento a 400 milioni di euro per il quarto trimestre e una flessione del 24% a 1,07 miliardi di dollari per il 2013. Una flessione – afferma il Wall Street Journal – imputabile ai problemi di Fiat in Europa, dove il Lingotto si trova a far fronte a vendite deboli. “I risultati rifletteranno un’inversione dei ruoli per le due case automobilistiche. Chrysler è stata trainata fuori dalla bancarotta da Fiat, ma ora le attività americane sostengono” la casa italiana.
La proposta di Marchionne arriva a poche settimane dall’accordo con il Veba per rilevare la restante quota di Chrysler e precede la presentazione del piano industriale, nel quale Fiat illustrerà – mette in evidenza il Wall Street Journal – i dettagli del rilancio di Alfa Romeo, soprattutto negli Stati Uniti. Fiat nel piano dovrebbe anche specificare come raccoglierà fondi per realizzare le sue iniziative. Gli analisti prevedono che sarà raccolto almeno un miliardo di euro, perchè nè Fiat nè Chrysler producono abbastanza cash per finanziarsi da sole. «Fiat e Chrysler si trovano in una posizione più debole rispetto alle rivali perchè hanno un portafoglio prodotti più limitato e quote inferiori nei mercati tradizionali. Inoltre sono state anche più lente a espandersi nei mercati emergenti come la Cina».
Fonte: libero
– See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2014/01/27/fiat-sede-fiscale-in-gran-bretagna-non-pagher-piu-le-tasse-in-italia/#sthash.cUzpokcW.dpuf

Ma mi faccia il piacere (Marco Travaglio).

zxcvb
Da Il Fatto Quotidiano del 27/01/2014. Marco Travaglio attualità

Morire per Cicchitto. “L’incontro Renzi-Berlusconi sembra il patto Molotov-Ribbentrop sulla spartizione della Polonia” (Fabrizio Cicchitto, ex Psi, ex P2, ex FI, ex Pdl, ora Ncd, 19-1). E Cicchitto sembra tanto la Polonia.

Cos’è il genio? “Il berlusconismo è durato così a lungo grazie all’antiberlusconismo” (Francesco Verducci, portavoce dei Giovani Turchi del Pd, la Repubblica , 20-1). Pure la mafia: è durata 200 anni grazie all’antimafia. Dunque, per farla finita con il berlusconismo, bisogna iscriversi tutti a Forza Italia.

Il ruggito della Quaglia. “Renzi e Berlusconi volevano ucciderci nella culla, ma hanno fallito: c’eranoilistonieora,grazieanoi,ci sono i listini” (Gaetano Quagliariello, Ncd, ministro delle Riforme, la Repubblica, 20-1). “Comandante, ho fatto dieci prigionieri!”. “Bravo soldato, portali qui!”. “Ma comandante, non mi lasciano venire!”.

Veladri. “Occhio, Matteo, i magistrati sono terrorizzati da te e fa  rannodituttoperfartifuori.Ituoi   veri nemici non stanno nel partito, ma nelle procure, che hanno fiutato l’uomo nuovo e si stanno già attrezzando per abbatterti. Questa previsione la faccio sulla base di un’analisi del sistema politicoitaliano.Da20anni,nonappena esce fuori il protagonista di un partito, i magistrati puntano a impallinarlo” (Claudio Velardi, Libero, 25-1). E ogni volta trovano le prove che ruba.

A vita. “La scomparsa di Abbado. Pazza idea: e se il Colle facesse Silvio senatore a vita?” (Libero, 21-1). In effetti B. è proprio l’erede naturale di Abbado. Cambia solo lo strumento: dalla bacchetta al tromba.

I Letta’s. “Letta: ora conflitto d’interessi” (l’Unità, 24-1). Se ne occupa direttamente lo zio.

Preferenzi. “Vanno introdotte le preferenze, adottando anche per le politiche il modello di elezione dei sindaci, che è l’unico che funziona” (Matteo Renzi, 25-4-2012). “No alle preferenze” (Matteo Renzi, 25-1-2014). E chi dice il contrario è un pirla.

Otto chili in sette giorni. “Devo smaltire 8 chili di troppo” (Silvio Berlusconi, entrando nel beauty center Villa Paradiso sul Garda, la Repubblica, 22-1). Poi s’è levato il trucco e ne ha persi 10 di colpo.

Overbooking. “Diecimila rapine in più in tre anni: nelle città torna l’allarme sicurezza” (la Repubblica, 22-1). “Sì all’amnistia e all’indulto in attesa di riforme strutturali” (Giorgio Santacroce, presidente della Cassazione, 24-1). Come dice Piercamillo Davigo, è la soluzione scolastica: chi disturba, fuori!

Piercasinando. “Il Parlamento non è un passacarte: non rinunceremo alle preferenze” (Pierferdinando Casini, Udc, la Repubblica, 22-1). E chi fu mai che nel 2005 osò imporre il Porcellum, cioè il proporzionale senza preferenze? Ma Casini, naturalmente.

La grande riforma. “A maggio, è la promessa fatta (dal ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, ndr) a Bruxelles, le celle avranno 12 mila posti letto in più” (Claudia Fusani, l’Unità, 22-1). Soppalchi e letti a castello.

Memento Mori. “Le nuove inchieste del generale Mori. In esclusiva con Panorama c’è LookOut News, la rivista di geopolitica, economia e sicurezza. Che dopo un anno di vita online diventa cartacea. Con un direttore scientifico con le stellette: il generale Mario Mori” (Panorama, 29-1). Grazie lo stesso, ma di inchieste del generale Mori bastano e avanzano quelle vecchie.

L’autoreggente. “Arrestato per molestie ai danni di alcune donne l’ex capitano reggente di San Marino” (Corriere della sera, 23-1). Non gli avevano spiegato bene che cosa doveva reggere.

Dimissioni retrattili. “Per difendere L’Aquila sono pronto a dimettermi ancora, per la terza volta. E se l’Italia non sarà solidale farò lo sciopero della fame, mi darò fuoco” (Massimo Cialente, Pd, sindaco de L’Aquila dopo avere ritirato le sue seconde dimissioni, la Repubblica, 23-1). Poi, sul più bello, svaligerà una gastronomia e si tufferà in piscina.

Ripassera/1. “Presenterò una cura choc per l’economia italiana, nell’ordine di alcune centinaia di miliardi di euro” (Corrado Passera, Corriere della sera, 24-1). Quindi ha deciso di rapinare una banca?

Ripassera/2. “Bisogna portare in politica persone capaci e oneste” (Corrado Passera, ibidem). Quindi si ritira dalla politica?

Meno male che Luigi c’è. “Gli eredi di Luigi Einaudi diffidano i circoli Forza Italia di Chieri (Torino) dal fare uso del nome e dell’immagine dello statista piemontese, ritenendo che essi ‘non abbiano alcuna affinità con il pensiero e l’eredità spirituale di Luigi Einaudi’” (la Repubblica , 24-1). Però il Cavaliere ha subito assicurato che ora con Einaudi ci parla lui.

Ruby-3, il sequel. “Ruby-ter, indagato Berlusconi per corruzione di testimoni. L’ira del Cavaliere: ‘Da 20 anni cercano di colpirmi quando provo a fare le riforme” (la Repubblica, 24-1). Lo beccano sempre per via della mascherina, del passamontagna e della calzamaglia nera. E lui ogni volta a spiegare: “Cribbio, non vedete che sto andando a fare le riforme?”.

Di più.
“Molti di noi hanno denunciato l’incompatibilità di Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno e viceministro. Dobbiamo rispettare di più le regole” (Francesco Laforgia, la Repubblica, 25-1). Tipo una volta sì e una no. Ogni tanto, via.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: