Archivio mensile:luglio 2012

La democrazia tradita (dal blog di BeppeGrillo.it)


Da BeppeGrillo.it
E’ stupefacente come la legge elettorale non sia vincolata di fatto da nessun articolo della Costituzione. I partiti, che hanno scritto la Costituzione nel dopoguerra, in particolare la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, hanno preferito tenersi le mani libere. La legge elettorale può quindi essere cambiata a ridosso delle elezioni, riscritta dai segretari di partito come un abito su misura per favorire il proprio raggruppamento, sottratta a ogni controllo da parte degli elettori. I partiti, in caso di “emergenza”, definita tale ovviamente da loro, hanno persino il potere di spostare la data delle elezioni per evitare la cacciata dal Parlamento. E’ il rovesciamento della democrazia. La via italiana ai maiali di Orwell che, una volta acquisito il potere, usavano qualunque mezzo per mantenerlo. Tre segretari di partiti non più rappresentati nel Paese reale, che potrebbero anche sparire dopo le prossime elezioni politiche, si riuniscono da mesi per una “nuova” legge elettorale. Cercano la magica quadratura del cerchio che li mantenga in sella per sempre, l’elisir di lunga vita parlamentare. La loro arroganza e la loro cecità sono tali che non si rendono conto che i cittadini li guardano allibiti come dei pazzi fuggiti da un manicomio. Eppure, a questi incompetenti, che hanno fatto fallire la Nazione sotto il peso di 2.000 miliardi di euro, tutto sembra apparentemente concesso, anche di cambiare le regole del gioco mentre questo è in corso. Non ci sono arbitri che possano intervenire per fermare la partita truccata, non la Corte Costituzionale, non i cittadini. Questa non è democrazia, non ne ha salvato neppure le apparenze. Gli imputati sono diventati i giudici di sé stessi. La legge elettorale non può essere un giocattolo nelle mani di chi ne trae un vantaggio. I cittadini italiani devono decidere, attraverso una pubblica consultazione, le modalità con cui eleggere i loro “dipendenti”. Dovrebbe essere inserito nella Costituzione che ogni cambiamento alla legge elettorale sia soggetto a referendum confermativo.
Cinque anni fa, nel settembre del 2007, 350.000 italiani firmarono per una “nuova” legge elettorale che prevedeva la non eleggibilità dei condannati in via definitiva, il massimo di due mandati e l’elezione diretta del candidato. La loro proposta giace da allora nelle cantine del Senato. Napolitano, che ora pressa per una nuova legge elettorale, in cinque anni quel boom di democrazia non lo ha mai sentito e, con lui, neppure i partiti.

Sei favorevole a un referendum confermativo della nuova legge elettorale dopo una pubblica discussione? Rispondi attraverso il sondaggio

Comitato di Difesa Sociale di Cesena o a moneta sovrana.””(la drammatica condizione degli sfrattati)


Dossier del comitato

La questione degli sfratti in Italia, aggravatasi a livelli di bollettino di guerra nel 2012, è sintomatica del disegno di impoverimento della popolazione di eurozona, ad opera dei padroni dei bilanci pubblici, attraverso un processo di azzeramento delle risorse erogate. In Italia, la situazione è aggravata dallo storico dirottamento delle risorse dei cittadini dai fondi per gli affitti e per le case popolari, verso le casse delle banche. Ultimamente è in via di orchestrazione la rapina dei beni immobiliari e demaniali dei comuni per la copertura del debito-truffa.
Quadro della situazione abitativa. Oggi, il quadro generale è il seguente. Nel 2011 Il Ministero degli Interni ha
rilevato circa 64.000 nuove sentenze di sfratto emanate, di cui circa 56.000 per morosità, con un’incidenza dell’87% sul totale. Sempre nel 2011, le richieste di esecuzione con la forza pubblica sono state oltre 123.000, di cui ben 29.000 eseguite. Di fatto, in Italia circa 140 famiglie sono sfrattate ogni giorno con la forza pubblica, mentre ci sono sconosciuti i dati di coloro che lasciano l’alloggio senza aspettarne l’intervento. Questi sono i dati offerti dall’Unione Nazionale Inquilini e dal Ministero degli Interni. A Cesena, da gennaio 2012 a giugno, in piena “cura austerity” per l’eurozona (ben 500 famiglie ricevono aiuti alimentari dalle associazioni locali) ci sono state 130 richieste di sfratti di cui 77 eseguite e 53 famiglie sono in attesa di perdere l’alloggio.
Leggi europee a cui si acconsente: pareggio e avanzo di bilancio Il disegno si fa evidente il 25 marzo 2011 con le conclusioni del Consiglio Europeo. Le norme poi discendono e si specificano nei successivi vertici europei e nelle leggi nazionali. Il 2 febbraio 2012 i Capi di stato firmano il Trattato Europeo Fiscal Compact e il Parlamento Italiano lo ratifica in luglio 2012. Da questo momento la Costituzione Italiana obbliga al Pareggio di Bilancio. L’annullamento del wellfare è tale da provocare la sparizione di branche dello stato. Il Vertice europeo di ottobre 2011 ha però stabilito che entro il 2014 si passerà addirittura all’obbligo all’avanzo di Bilancio. I bilanci dei paesi di eurozona saranno approvati o modificati dalla Commissione Europea. L’avanzo di bilancio significa che lo stato immette nel circuito di famiglie e aziende X denaro e ne ritira una cifra maggiore. Significa per tutti non poter mettere da parte nulla e anzi dover riconsegnare risparmi o redditi accumulati negli anni precedenti. Gli stati, che nella loro accezione moderna si caratterizzano per il ruolo di garante dei diritti sociali e civili, involvono verso un modello da Restaurazione ottocentesca. In eurozona, lo stato “leggero”, invocato dai “mercati”, ovvero lo stato che non interferisce con gli interessi delle banche, non è altro che lo stato senza portafoglio e impossibilitato a spendere per i cittadini. Lo stato di eurozona, impossibilitato a creare la propria ricchezza monetaria in autonomia, deve andare a battere cassa presso i detentori della moneta. Ricordiamo che l’euro viene stampato dalla Banca Centrale Europea (di soci privati) che la “vende” alle banche commerciali saltando gli stati a piè pari. Le banche commerciali negano agli stati i finanziamenti o li concedendo a tassi di interesse d’usura tramite i titoli di stato. Lo stato, che elemosina presso le banche, figura sui media come un parassita, laddove invece, se potesse creare la sua moneta, protrebbe giocare il ruolo di creatore di ricchezza. Nello stato di eurozona, i settori di protezione sociale vengono ridotti al nulla. I cittadini, abbandonati agli interessi delle grandi banche, vengono così spinti verso situazioni di estrema difficoltà, in cui i salari non riescono più a reggere i costi degli affitti.

Le proposte del Comitato A fronte dell’emergenza abitativa che si sta chiaramente delineando per i prossimi anni, quali sono le soluzioni e le posizioni politiche degli amministratori e dei rappresentanti politici? Vi sono due tipologie di intervento possibili: utilizzare le risorse disponibili e smettere di appoggiare le norme che discendono dal livello europeo e nazionale, le quali stanno velocemente creando un sistema di requisizione forzato dei beni e dei servizi degli enti locali. Utilizzo delle risorse disponibili. Per quanto riguarda la prima tipologia di intervento, ovvero utilizzo delle risorse disponibili, il Comitato di Difesa
Sociale di Cesena individua la necessità primaria di realizzare vera edilizia popolare da utilizzare in affitto, con equo canone e di procedere alla requisizione momentanea, magari a rotazione, dei beni immobili inutilizzati da anni, come è avvenuto nel Comune di Roma a firma del sindaco, che, in qualità di garante della salute pubblica, ha l’onere di evitare situazioni di rischio per gli sfrattati, specialmente se minori. Le requisizioni potrebbero essere indennizzate ai proprietari, ad esempio, con la copertura dell’IMU da parte del Comune. E’ anche d’obbligo recuperare tempo prezioso con il blocco degli sfratti, come a Firenze e nello stesso tempo cessare la svendita di proprietà comunali ad uso alloggio, come nel caso attuale delle svendite dell’ex.CA, in Via Martiri della Libertà, un’edificio residenziale di 225mq, nutilizzato, o il grande fabbricato rurale di S. Cristoforo, ancora più esteso. Questi edifici andrebbero ristrutturati e messi a disposizione degli sfrattati. Altre proprietà ancora di proprietà comunale andrebbero messe a disposizione, ad esempio gli uffici dell’ex-ECA (Ente Comunale di Assistenza). Uscita dall’euro e dai trattati e spesa pubblica anche a deficit. Per quanto riguarda, la seconda azione possibile, ovvero la necessaria opposizione alle politiche che discendono da Europa e Parlamento Nazionale, si individuano due aspetti: la necessità di uscita dalla struttura macroeconomica dell’eurozona e la denuncia e opposizione alle requisizioni forzate dei beni pubblici immobiliari, demaniali e dei servizi messe in atto dalla Commissione Europea, dal FMI e dai capi di governo dell’eurozona. Sono coinvolti beni mmobili e demaniali.Dall’inizio del 2000, la svendita del patrimonio pubblico locale è utilizzato per are cassa a cura dei comuni, cassa che poi in parte viene utilizzata per la macchina comunale e per i servizi. Tutto ciò per fare fronte ai tagli del denaro rasferito ai Comuni dallo stato, tagli che vengono contrabbandati come unica possibilità di sopravvivenza dello stato. Questa è una grande menzogna. La scarsità di liquidi dipende dalla volontà del Sistema bancario di Eurozona. L’euro è di proprietà delle banche centrali, è creato dalla BCE che lo vende e trasferisce direttamente alle banche commerciali di grosse dimensioni. Non agli stati. Altro denaro viene creato dalle stesse banche commerciali a seconda delle riserve che gli vengono concesse dalle banche centrali. Solo gli stati non creano denaro, ma lo devono andare ad elemosinare presso le banche commerciali le quali lo centellinano e lo fanno pagare fior di interessi. E’ un rapporto di strozzinaggio. In euro zona ogni singolo euro che circola ha creato una percentuale di debito che deve essere restituito e di cui i cittadini non hanno alcuna responsabilità. Eppure ci viene chiesto di restituire quel debito attraverso la vendita a privati dei beni comuni. Non solo. La svendita dei beni pubblici a copertura del debito monetario viene propagandata come una antum. Invece, essendo il sistema di indebitamento dovuto al sistema monetario, finchè lo si accetta, il debito e le conseguenti svendite di beni pubblici non avrà fine.
Si tratta quindi in primo luogo di denunciare la vera natura del debito pubblico e, strategicamente, di adottare, da parte delle istituzioni, quelle note scelte monetarie, politiche e macroeconomiche che ridiano alle istituzioni pubbliche la possibilità di spendere per i cittadini. La nostra amministrazione si liberi dal falso presupposto che lo stato sia virtuoso se non spende e guardi alle applicazioni esistenti di teorie economiche che restituiscono allo stato la possibilità di spesa, come fu ieri il caso dellʼArgentina. Recuperino la
possibilità di creare moneta, stracciando i trattati capestro e liberando i cittadini dal debito-truffa e dal ricatto delle banche internazionali. Prendano le distanze, i nostri amministratori, dalle politiche di austerity, dall’avanzo di bilancio in arrivo dal 2014, dal Patto di Stabilità e dal Patto dell’Euro concordati dai principali partiti con la Commissione Europea e con il Fondo Monetario Internazionale. Denunciano la qualità volutamente depressiva e
repressiva del pareggio di bilancio e dell’avanzo di bilancio. E lo facciano d’urgenza, prima che i beni comuni siano totalmente svenduti a privati.
Dismissione dei beni pubblici a copertura del debito-truffa. Approffittando del debito monetario obbligatorio in eurozona, per assicurarsi che gli stati restituiscano gli interessi sul denaro prestato, i poteri finanziari, per mano della Commissione Europea, stanno creando velocemente un sistema di riscossione e requisizione dei beni pubblici sia statali che comunali e regionali. Il 25 marzo 2011, un Consiglio Europeo aveva dettato questa linea generale per gli anni successivi. Il 2 febbraio 2012 i capi di stato europei hanno creato un istituto finanziario europeo salva-banche che ha il potere assoluto di riscuotere dagli stati beni monetari ed immobili e di accumularli in un fondo di investimento europeo da cui attingere liberamente per sovvenzionare le banche “amiche” e per coprire i prestiti concessi agli stati. Si chiama MES. E in pieno luglio 2012 sta ricevendo l’approvazione dal nostro parlamento obbediente alle banche. I beni consegnati verrano venduti e privatizzati dalle agenzie territoriali del MES per fare cassa, ma non troveremo il nome MES nelle agenzie territoriali. I liquidi verranno restituiti agli stati su interesse, ma non è detto: è necessario che quegli stati abbiano acconsentito a farsi requisire di ogni bene e a tagliare ogni spesa per i cittadini, secondo le volontà della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Gli stati “meritevoli” avranno il privilegio di vedersi restituire i soldi sotto forma di prestiti dal Fondo Monetario Internazionale, non una restituzione, quindi, ma un prestito a strozzinaggio anche questo. Nel frattempo, anche la normativa nazionale, da un anno, sta recependo e preparando la linea d’azione della Commissione europea. Dopo il Consiglio Europeo di marzo 2011, il 6 luglio 2011, Berlusconi emana il Decreto Legge n. 98 che istituisce la SGR Società di Gestione e Risparmio, con la partecipazione della Cassa Depositi e Prestiti, che ha la possibilità di creare fondi di risparmio, ovvero istituti finanziari a scopo di lucro per partecipare a fondi di investimento immobiliari, con lo scopo di valorizzare o dismetterepatrimonio immobiliare pubblico disponibile. Questi fondi saranno le branchterritoriali del MES. I fondi possono anche subentrare o fare propri i contradi locazione o di concessione demaniali. Parliamo quindi di servizi pubbldi immobili e terreni, montagne con miniere o con sorgenti, o coste. All’inizio questi fondi dovevano essere chiusi alla partecipazione di soli orgpubblici. Ma poi al vertice dei paesi europei di ottobre 2011, Berlusconi firmògli Accordi con i quali si stabilisce che i beni pubblici italiani venivano messidisposizione per coprire i debiti monetari aprendo a soggetti pubblici e privatramite società veicolo. Questa linea è confermata da Monti, il quale nelegge Legge di Stabilità (non più Legge Finanziaria) del 12/11/2011, n.1art. 6, stabilisce che le svendite siano anche utilizzate per la copertura titoli di stato. A tal scopo istituisce un Fondo per l’ammortamento del debpubblico. Il Ministro dell’Economia, che è anche rappresentante nel MES coincarico di “governatore”, stabilisce le dismissione del patrimonio pubblanche dei comuni. In questo provvedimento sono compresi anche terreagricoli e forestali, a scelta del Ministero delle politiche agricole alimentariforestali. L’Agenzia del Demanio modifica le destinazioni d’uso per facilitaresvendite. Questa legge stabilisce che gli enti locali devono partecipare ariduzione del debito pubblico, collaborando ai trasferimenti di beni aSocietà di Gestione e Risparmio (SGR). La SGR può anche acquistadirettamente i beni dei comuni e delle regioni. Il censimento avviato dal Ministero dell’Economia, e a cui hanno risposto metà dei comuni, rivela che sono state censite 530.402 unità immobiliaricui l’80% dei comuni. Il valore totale sembra ammontare a circa 240-3miliardi, su cui il FMI, la Commissione Europea per conto delle banchinternazionali private, vogliono mettere le mani, e che vedremo sparire nulla senza alcun vantaggio per le popolazioni. Come abbiamo visto i bcomuni degli enti locali sono alla mercè della rapina delle bancheinternazionali e del FMI e ciò contrasta con il diritto a ricevere servizicoperture sociali delle vittime di questa rapina.
Chiediamo quindi al Comune di Cesena di denunciare la rapina di euro-zoe di mettere in atto tutte le politiche abitative necessarie.

SULLA CRISI PESANO I DEBITI DELLE BANCHE (Luciano Gallino).

SULLA CRISI PESANO I DEBITI DELLE BANCHE (Luciano Gallino)..

VIA LIBERA ALLA BCE Juncker (Eurogruppo) sostiene Draghi, Berlino non si opporrà: ma la Spagna deve chiedere aiuto


Fatto Quotidiano 31/07/2012 di Stefano Feltri Attualità
Se la Spagna chiederà aiuto, lo riceverà. E la Bce sarà coinvolta. Può sembrare poco, ma non era affatto
scontato. Questo è bastato alle Borse, ieri, per concedersi un’altra corsa in vista della riunione della Banca centrale europea di giovedì: Milano sale del 2,8 per cento, idem Madrid, rialzi anche nel resto dell’eurozo na. Lo spread resta stabile a 465 punti, alto ma lontano dai picchi dei giorni scorsi.
TANTO OTTIMISMO è dovuto alla certezza degli investitori che giovedì la Bce annuncerà qualcosa di risolutivo, il “bazoo ka” finanziario atteso da un paio d’anni per fermare il panico. Le parole di Draghi, giovedì scorso a Londra, erano risolute ma ermetiche: “All’interno del suo mandato, la Bce è pronta a fare tutto quanto necessario per salvare l’euro. E, credetemi, sarà suf ficiente”. Ieri mattina il presidente dell’eurogr uppo Jean-Claude Juncker, lussemburghese da tempo critico verso Berlino, ha contestato la linea di Angela Merkel: “Perché si permette il lusso di fare continua-ente politica interna su questioni che riguardano l’Europa? Perché tratta l’Eurozona come una sua filiale?”. E poi ha parlato di “sviluppi dei prossimi giorni”. I mercati si sono sentiti rassicurati sulla decisione della Bce di intervenire, con o senza il placet tedesco. In Germania però sono più cauti. Il liberale Joerg-Uwe
Hahn, ministro della Regione dell’Assia, aveva minacciato il ricorso alla Corte di Lussemburgo in caso di intervento della Bce. Ma il ministro delle Finanze del governo federale, Wolfgang Schäuble, ha chiarito che non c’è alcuna intenzione di fare ricorso, aggiungendo poi la formula di rito: “Naturalmente il go-verno tedesco ha piena fiducia nell’indipendenza d’azione della Bce”. Come dire: sapete come muovervi e quali sono i limiti. Ma questa relativa apertura, combinata con l’incontro di Schäuble con il segretario al Tesoro americano Tim Geithner (incontro voluto da Barack Obama) rende sempre più chiara la posizione della Germania: d’accordo a un intervento per Madrid purché non si stravolgano le regole. I dettagli sono cruciali: la Germania non vuole che la Bce intervenga per far rifiatare il governo conservatore di Mariano Rajoy, sempre meno popolare e in affanno, angosciato da ogni asta di debito pubblico (giovedì deve collocare 3,7 miliardi di euro). Ma Berlino si è ormai rassegnata a inserire lo Stato spagnolo in un programma di tutela, anche perché un Paese che non riesce a finanziarsi non potrà neppure a restituire i 100 miliardi che l’Unione europea ha già accordato alle sue banche. La Bce ha già fatto capire più volte, per bocca di Draghi, di considerare parte del suo mandato ridurre gli spread (le differenze di rendimento tra i debiti pubblici dei diversi Paesi dell’Eurozona) perché altrimenti perde il controllo della politica monetar ia. È una partita tesa, che si consumerà in questa lunga vigilia del consiglio direttivo della Bce di giovedì. La Spagna otterrà l’aiuto della Bce – cioè l’acquisto di de-bito pubblico sul mercato per rdurre i tassi di interesse o altrforme di intervento straordinario – se prima chiederà l’inter vento dell’Efsf, il fondo Salva Stati, più o meno nel modo ipotizzato al vertice di Bruxelles di fine giugno (il famoso scudo “an t i – s p re a d ”). La Spagna si vincolerà a un memorandum tipo quello firmato dalla Grecia – ma più leggero – e la Bce comprerà sul mercato, ma come “a gente” del fondo Efsf, cioè nei limiti della sua dotazione (140 miliardi rimasti), e non in proprio. Così la Germania sarà almeno rassicurata.
MA RAJOY non è disposto a umiliarsi e sa di avere un certo potere di ricatto: se le condizioni del prestito sono troppo dure, lui non presenterà la domanda di aiuto. E giovedì la Bce rimarrà silente: la delusione farà collassare i mercati. Da parte sua Draghi eviterà di sfidare apertamentetedeschi se verrà data attuazione all’altra parte del vertice di fine giugno, quella sulla unione bancaria (tradotto: la Germania deve accettare la vigilanza di Francoforte sulle sue disastrate Landesbank). Nel mezzo di questo negoziato c’è Mario Monti, che oggi vola a Parigi, domani a Helsinki, giovedì a Madrid, per rifinire i dettagli del pacchetto spagnolo. Ben sapendo che le condizioni imposte oggi alla Spagna potrebbero toccare, nel giro di qualche settimana, all’Italia. A meno che l’intervento di Draghi non basti a calmare la crisi. Ma pare improbabile.
Twitter @stefanofeltri

SILENZIO DI STATO CONTRO I PM Telefonate Mancino-Napolitano, il ricorso del Quirinale alla Consulta per distruggerle. E Fini stoppa Di Pietro

Fatto Quotidiano 31/07/2012 di Eduardo Di Blasi attualità
L’avvocatura generale dello Stato ha depositato ieri, poco prima delle tredici, orario di chiusura
della cancelleria della Corte Costituzionale, il ricorso della Presidenza della Repubblica che solleva conflitto di attribuzione nei confronti della Procura di Palermo. La vicenda è nota: nel corso delle ultime indagini sulla trattativa tra Stato e mafia negli anni bui delle stragi del ‘92-‘93, gli inquirenti hanno messo sotto controllo il telefono di Nicola Mancino, che fu ministro dell’Interno dal giugno 1992 all’aprile 1994 e della quale la procura medesima chiede ora il processo per aver fornito una falsa testimonianza. Tra le telefonate intercettate se ne contavano diverse tra l’esponente politico della sinistra Dc (all’epoca delle intercettazioni non coperto da alcuna garanzia parlamentare) e il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’A m b ro s i o ,
scomparso nei giorni scorsi, ai quali il politico si rivolgeva per chiedere un intervento. Alcune di queste conversazioni, ritenute utili alla pubblica accusa, erano state trascritte e inserite nei faldoni dell’inchiesta di Palermo.
L’A S C O LTO del telefono di Mancino era incappato anche in un paio di telefonate dirette non più al collaboratore del Quirinale ma al Presidente della Repubblica stesso. La Procura di Palermo, non ritenendo queste intercettazioni utili all’inchiesta, non le aveva fatte trascrivere. Prima della loro distruzione, però, dice la legge, quelle conversazioni devono passare anche al vaglio di un giudice terzo e delle difese. Passaggio attraverso il quale potrebbero finire anche sui gior nali. Da questa preoccupazione mosse il Quirinale il 16 luglio scorso quando con decreto presidenziale affidò la questione all’avvocatura. Non esistendo una legge che normasse la procedura, il Colle avanzò che l’articolo 90 della Costituzione (quello per cui il Capo dello Stato non è responsabile per gli atti compiuti nell’e s e rc i z i o delle sue funzioni e che può essere messo in stato d’accusa solo per alto tradimento e attentato alla Costituzione) e la
legge 219 del 5 giugno 1989 (quella per cui il Capo dello Stato può essere intercettato solo dopo che la Corte Costituzionale ne abbia decretato la “sospensione dalla carica” (e ciò avviene solo dopo la messa in stato di accusa) fossero nor-
me sufficienti a schermare la Presidenza. Adesso la palla passa alla Consulta. Dopo la pausa estiva, nella prima riunione utile, il collegio deciderà sull’ammissibilità del ricorso. Solo successivamente infatti deciderà nel merito del ricorso.
La decisione non è semplice. L’azione della Presidenza della Repubblica, infatti, ha una portata politica che supera la mera vicenda delle intercettazioni e rischia di mettere in mora la Procura di Palermo. Nei giorni scorsi, il pm Antonio Ingroia, titolare dell’inchiesta con i colleghi Di Matteo, Sava e Del Bene, ha sollevato il tema della “ragion di Stato”. “Di fronte a una legge, o a una commissione d’inchiesta politica, che ribadisse la ragione di Stato dietro alla trattativa – ha dichiarato in un’intervista a Repubblica – la magistratura non potrebbe che fare un passo indietro”.
IL CLIMA è quello che è. Il leader Idv Antonio Di Pietro che il 19 luglio aveva proposto un’interrogazione al ministro della Giustizia per chiedere quale fosse la linea dell’esecutivo sul delicato tema del conflitto di attribuzione sollevato dal Colle, se l’è vista respingere dal Presidente della Camera. La richiesta è stata giudicata “inammissibile” a norma di regolamento in quanto sul Presi-

Codex Scalfarianus di Marco Travaglio 31 luglio 2012

SPENDINGREVIEW L’altolà di Balduzzi “Pronti nuovi ticket se non si fa nulla ministro: i conti della spesa farmaceutica non tornano Rischio collassodal 2014. Espuntal’ipotesi “franchigia”


La Stampa 30/07/2012 RAFFAELLO MASCI
ROMA attualità
Il tono è garbato mala sostanza è forte: o troviamo un modo per far partecipare i cittadini alla spesa farmaceutica, oppure nel 2014 ci arriva un salasso di 2 miliardi di euro in ticket. Siamo in onda su Tgcom24 e a parlare è il ministro della Sanità Renato Balduzzi il quale, a revisione della spending review aperta, rileva che i conti della spesa farmaceutica non tornano e che sarebbe opportuno ipotizzare «una franchigia» per i
L’idea: pagarele medicineper reddito finoadunacerta somma, poi tutti gratis
medicinali, così organizzata: fino ad una certa somma si paga in base al reddito, dopo di che «non c’è più ticket ma gratuità».
«Il sistema attuale dei ticket – ha detto il ministro, illustrando questa sua istanza non è il massimo in materia di equità, trasparenza ed omogeneità sul territorio. Inoltre se non facciamo nulla dal 2014 sulla base di una decisione presa dal precedente governo scatteranno 2 miliardi di ticket aggiuntivi. Questi due miliardi non saranno sostenibili per il sistema sanitario nazionale. Io capisco i saldi e non sto dicen-
do che la manovra precedente fosse sbagliata. Bisogna rivedere il rapporto di compartecipazione. Stabiliamo una franchigia, fino al cui raggiungimento si paga in funzione dei redditi, superata la quale non c’è più ticket ma gratuità. Que-
sto aiuterà ad esempio i malati cronici». Non è – però – solo la spesa farmaceutica che preoccupa il ministro. Il Servizio sanitario nazionale deve recuperare efficienza agendo anche su altri due fronti, quello del personale, che vede una lievitazione delle figure di vertice, con alti stipendi, e quello della spesa per i dispositivi medici, assai diversificato da regione a regione. «Quello che va aggredito – ha spiegato in proposito Balduzzi è lo spreco di sistema organizzativo. L’impressione è che ci sia un eccesso in molte strutture di unità operative complesse, ovvero un rapporto tra primariati e bisogni che non è coe-
rente. Per esempio: una pluralità di unità operative all’interno della stessa struttura che non si giustifica sulla base dei volumi, ma su altri criteri. E sono proprio questi criteri che dovranno essere verificati perché nella spending review c’è la riduzione della spesa dei letti collegata alla riduzione di unità operative non necessarie. Queste costituiscono un volano di spreco. Capisco chi è preoccupato, ma lo invito a documentarci e darci una mano». In
«Duemiliardi inpiù sarebberoinsostenibili Vannoaggrediti gli sprechi del sistema»
estrema sintesi, diminuiamo i posti letto ma, parallelamente, anche quello dei primari e delle alte figure dirigenziali. Il terzo fronte di spesa, cui il ministro ha fatto riferimento, è quello dei dispositivi medici che «sono tantissimi, dalla siringa e dal cerotto alla risonanza magnetica nucleare – ha detto ancora il ministro Balduzzi Quello che colpisce è il divario tra Regioni, ma noi abbiano notato anche un divario interno alle stesse Regioni. Anche le amministrazioni che hanno grande capacità di governo, non riescono ad intervenire su tutte queste centinaia di migliaia di acquisti». Tuttavia il ministro ha voluto chiarire che questi interventi vogliono essere migliorativi della gestione senza intaccare la qualità del servizio: «Non stiamo smantellando il sistema sanitario, malo rendiamo più efficiente. Spendiamo meno per spendere meglio. Questo non può comunque essere preso come valore assoluto, perché ci saranno bisogni ed esigenze sempre diverse, pensiamo ai livelli essenziali di assistenza. Già quest’anno qualche aggiustamento su questi livelli cercheremo di farlo».

Siria, i turisti della guerra sulle alture del Golan con binocoli e telecamere(il turismo macabro)

From:Il Fatto Quotidiano – Mondo

Sali fino in cima tenendo gli occhi chiusi, e ti ritrovi in Svizzera. Quassù l’inverno nevica, ma è Israele. L’Anan Cafe è uno chalet in pietra viva, legno e tegole rosse e dentro servono bevande ghiacciate: anche se si arriva in pullman e fa meno caldo che in pianura, l’aria asciutta ti secca la gola, ti prosciuga. Prima di entrare, un signore americano posa sorridente accanto ad un segnale che indica la strada per Damasco, 65 km direzione nord-est. Ne arrivano a dozzine, ogni giorno, al collo hanno binocoli e fotocamere, stranieri ma anche israeliani. Sono i turisti della guerra.

Siedono ai tavolini, scrive l’Associated Press, e mentre sorseggiano un espresso all’italiana o una birra ghiacciata guardano la vallata sperando di scorgere il baluginio di un’esplosione: come nella guerra dello Yom Kippur, la vetta del Bental è uno straordinario punto di osservazione e il confine è a un tiro di schioppo. Quassù il conflitto civile in Siria è a portata di macchina fotografica. Monte Bental, 1.165 metri sul livello del mare, alture del Golan. “Siamo venute fin qui per vedere il confine siriano, ci hanno detto che da quassù ci si riesce”. Natasha Haugsted è di Copenhagen, gira in autostop con un’amica questa fetta di Israele che secondo l’Onu Israele non è. Strappato con la forza alla Siria nel 1967 con la Guerra dei Sei giorni, Tel Aviv decise una volta per tutte che questo fazzoletto di altipiani era suo nel 1981, quando approvò la Legge delle Alture del Golan, mai riconosciuta dalle Nazioni Unite. I primi ad arrivare nel ’67 furono i pionieri: fondarono il kibbutz Merom Golan, che gestisce il caffè. Il confine è tranquillo dal 1974 grazie ad una sottile striscia di terra demilitarizzata controllata dall’Onu, ma tre colpi di mortaio caduti in territorio israeliano lunedì scorso hanno fatto scattare l’allarme.

Meir Elakry ha al collo un binocolo. Si confonde tra di loro, ma non è un turista. Ex soldato, vive a 15 km dal confine e sul monte Bental ci è salito per tentare di capire cos’ha in mente Bashar al-Assad: ha paura che il regime siriano decida di rivolgere le armi anche contro Israele. “Voglio sapere se la mia casa è in pericolo – racconta – non penso che Assad se ne starà buono mentre perde il potere”. Anche il governo di Tel Aviv ha paura: ieri ha annunciato la costruzione di un muro simile a quello che divide in due Gerusalemme nei pressi del villaggio di Jbatha Al-khashabv (45 km da Damasco) per frenare il flusso dei profughi siriani che scappano dalla guerra. E dato poi che lunedì Damasco aveva annunciato di voler usare le armi chimiche in caso di attacco straniero, Israele teme anche che gruppi di insorti, tra cui membri di Hezbollah, possano avere accesso a quelle armi e lanciare un attacco proprio di qui, sulle alture del Golan.

Monte Bental il sangue l’ha visto scorrere a fiumi. Ora al posto delle migliaia di tank che nel 1973 diedero vita ad una delle più grandi battaglie di carri armati della storia ci sono gli autobus degli stranieri, a decine da mattino a sera. Ma anche israeliani in gita con la famiglia, che dalla collina su cui sorge il villaggio di Buqaata osservano le colonne di fumo che si alzano oltreconfine. La moda l’ha lanciata un vip, Ehud Barak, ministro della Difesa e le immagini sono rimbalzate da una tv all’altra creando emulazione. Il più delle volte dai tavolini del caffè non si scorge molto, a parte un tank che pattuglia il confine sollevando nuvole di polvere e i contorni sfuocati di un minareto della moschea di Quneitra, città abbandonata dopo l’annessione israeliana. Eppure il richiamo della guerra è irresistibile. Qualcuno di tanto in tanto un dubbio se lo fa venire. Meredith Haines arriva da Freehold, New Jersey, e gira il Paese con sua madre e una gruppo di concittadini ebrei. Sul monte Bental è salita per guardare verso nord-est, verso la Siria, ma racconta di non sentirsi a proprio agio. “Spendi tutti questi soldi per venire in Israele e senti un brivido addosso quando la guida turistica ti dice: ‘Ora andiamo tutti al confine siriano!’. Ma poi, quando sei arrivata qui, pensi che a 50 km al di là di quel confine c’è gente che muore”.

Eurocrisi/Per Citigroup la Grecia resta l’anello debole, ma le parole di Draghi sollevano i pareri degli operatori( Cosa sta succedendo? l’analisi dell’economista Claudio Borghi sull’eurocrisi e sulle decisioni del Presidente della Bce)


preso da affari Italiani.it Giovedì, 26 luglio
di Luca Spoldi attualità

Le parole di Mario Draghi, che stamane ha detto che la Bce è pronta “a qualsiasi cosa per preservare l’euro” (pur rimanendo “all’interno del nostro mandato”) e che non è possibile immaginare “la possibilità che un Paese possa uscire dall’Eurozona”, aggiungendo che “negli ultimi sei mesi l’area dell’euro ha mostrato progressi straordinari”, sembrano aver convinto i mercati, col Btp decennale guida che vede il lo spread contro Bund calare di quasi mezzo punto sul 4,75% in finale di giornata e il Btp a due anni addirittura di 86 centesimi sul 4,15%.

La riprova, per Claudio Borghi, economista e docente di Economia degli Intermediari Finanziari, Economia delle Aziende di Credito ed Economia e Mercato dell’Arte presso l’Università Cattolica, “che eravamo a un millimetro dal collasso, proprio come prima delle Ltro”, come l’economista rilancia su Twitter. Di certo le parole di Draghi debbono essere suonate come un “altolà” a quella parte di mercato che finora è sembrata tifare per una “Grexit” che avrebbe potuto finire col coinvolgere anche la Spagna e l’Italia, i due “elefanti” nel negozio di cristallo da tempo tenuti d’occhio dagli operatori molto più di Atene, finendo col causare, nell’ipotesi più estrema, una prematura fine dell’euro.

Fine che non conviene a nessuno e certamente non alla Germania, come ricordava ancora ieri uno studio di Ubs rischierebbe fallimenti a catena di banche e aziende dato che l’esposizione complessiva agli altri sedici partner dell’Eurozona è per Berlino pari a 3.330 miliardi di euro, quasi 1,4 volte il Pil tedesco (che ammonta a 2.400 miliardi circa), di cui 1.500 miliardi di crediti detenuti da imprese e famiglie, crediti che rischierebbero quanto meno un “haircut” tra il 30% e il 40% in base agli attuali differenziali di rendimento espressi dai titoli di stato tedeschi rispetto a quelli italiani o spagnoli.

Eppure l’ipotesi continua a spaventare e c’è chi sembra crederci, come Citigroup, che in un report stamane (prima delle dichiarazioni del numero uno di Eurotower e del rimbalzo di listini e mercati obbligazionari) ha segnalato come la possibilità di un’uscita di Atene dall’euro entro i prossimi 12-18 mesi siano aumentate dal 50%-75% indicato finora al 90% e che per Spagna e Italia sembra sempre più probabile si dovrà ricorrere a una forma di “bailout” che non si limiti al sostegno alle banche spagnole.

Ipotesi che le parole di Draghi sembrano voler esplicitamente far riporre nel cassetto e non sarà un caso che proprio gli analisti di Citigroup in alcune dichiarazioni sempre in giornata avessero iniziato a mettere le mani avanti avessero ricordato come, mentre si avvicina il quinto anniversario dall’esplosione, nell’agosto del 2007, della bolla dei subprime che ha dato il via ad una serie di crisi economico-finanziarie tuttora in corso in America ed Europa, i vertici di Federal Reserve, Bank of England e Banca centrale europea potrebbero incontrarsi nell’arco della prossima settimana per cercare di elaborare una strategia comune in grado di far ripartire le maggiori economie occidentali.

Al di là delle parole di Draghi, che servono a spegnere gli eccessi della speculazione e far guadagnare tempo, è chiaro a tutti infatti che nonostante triliardi di dollari ed euro di aiuti, tassi prossimi allo zero e acquisti di titoli di stato sul mercato il problema di fondo dell’Eurozona (e dell’Occidente in genere, come confermano i dati macro della Gran Bretagna) resta l’assenza di crescita, un’assenza prolungata dalla doppia azione di contenimento del debito pubblico da un lato e dalla restrizione del credito e parallelo calo del debito privato dall’altro.

Non sarà facile, con banche che parcheggiano i propri capitali in strumenti monetari o titoli di stato prima che promuovere nuovi finanziamenti, imprese che usano gli utili per rimborsare il debito più che per espandere la produzione, famiglie che tagliano i consumi e aumentano i risparmi in parallelo al calo del reddito disponibile al netto del prelievo fiscale. Tanto più che Citigroup non è tenera neppure con i paesi “non euro” come Gran Bretagna e Stati Uniti, che rischiano un declassamento del proprio rating sovrano da qui a un paio d’anni, mentre l’ostilità dei paesi del Nord Europa a soluzioni che prevedano la mutualizzazione del debito resta elevata.

Alla fine comunque la Grecia rimaneva l’anello debole, con una recessione giunta ormai al quinto anno consecutivo che rischia di rivelarsi peggiore delle attese (inizialmente ci si attendeva un calo del Pil del 4,7% ormai si parla di un -5,7% o peggio) e con target (1% di deficit primario entro fine 2012 sempre più difficili da raggiungere. Per questo ieri sera Il ministero delle Finanze greco e la “troika” Ue-Bce-Fmi hanno concordato nuove misure sul budget ellenico del 2013 e del 2014 per complessivi 11,6 miliardi di euro.

Misure finora sempre rimandate per la loro impopolarità e che appena sono state definite hanno offerto a Draghi l’occasione che cercava: poter lanciare un salvagente prima che la situazione precipitasse, sperando che l’effetto duri abbastanza per dare tempo ai leader della Ue di trovare il necessario accordo politico per riformare l’Unione e ridare slancio all’economia del vecchio continente. Un accordo in cui Draghi sembra sperare sulla base dei “progressi straordinari” che l’area dell’euro ha già “mostrato negli ultimi sei mesi”.

La legge elettorale e i ladri di Pisa(da Beppe Grillo.it)


Da BeppeGrillo.it
Napolitano è in pressing per una nuova legge elettorale. Il motivo di questa fretta improvvisa dopo sette anni di letargo al Quirinale, il call center di Mancino, dove i boom non si sentono mai, è apparentemente ignota. I partiti di governo eseguono gli ordini del presidente della Repubblica nell'”interesse del Paese”. La “grande coalizione” pdl, pdmenoelle, udc che tiene in vita Monti vuole cambiare le carte in tavola. Sono come dei vecchi bari colti sul fatto. L’obiettivo non è migliorare il Porcellum che fu da loro voluto e applicato nelle elezioni del 2006 e del 2008. Infatti, né Prodi, né Berlusconi hanno mai messo all’ordine del giorno la sua abolizione. L’obiettivo è far quadrare i conti senza l’oste, senza il MoVimento 5 Stelle. La legge elettorale dovrebbe essere materia di referendum, non discussa in segrete stanze. Il conflitto di interessi è palese: chi viene eletto decide come farsi eleggere, il tutto a pochi mesi dalle elezioni. Sono come i ladri di Pisa che litigavano di giorno e la notte andavano a rubare insieme. Le discussioni sulla nuova legge sono incomprensibili, più complesse della teoria del Bosone di Higgs e della relatività generale. Ci volevano talenti puri, teorici istituzionali del livello di Bersani e Letta (il nipote), di Alfano e Fini, per concepirla.
“L’idea (è) del premio di maggioranza, ma agganciato ai voti presi dal singolo partito… stiamo ragionando di un premio del 10 o 15%. Si potrebbe riflettere su un’ipotesi di premio di maggioranza in percentuale ben più alta, ma agganciato ai voti presi dal singolo partito. Questo risponderebbe anche alle obiezioni della Corte Costituzionale sul Porcellum. Per esempio si potrebbe pensare al 33% di premio rispetto al consenso conquistato” con l’assicurazione “sull’entità del premio penso che un accordo si possa trovare anche in tempi ragionevolmente brevi”. Angelino Alfano.
“Una legge uninominale a turno unico o doppio, è lo stesso, ma in cui chi arriva primo è eletto e chi arriva secondo salta un giro, senza quei recuperi che sanno tanto di nomenklatura di partiti che cercano di salvare se stessi” Gianfranco Fini.
“Se il Pdl accoglie i collegi uninominali, al posto delle liste bloccate, si può fare l’accordo sulla riforma della legge elettorale già stasera”. Dario Franceschini. “Il Pd è pronto alla riforma della legge elettorale e pone solo due condizioni: un premio “ragionevole” di governabilità e la possibilità di scegliere i parlamentari attraverso un meccanismo di collegi. “Non intendo sottrarmi, anzi incalzo: per noi c’è il doppio turno di collegio.” Pierluigi Bersani (detto l’incalzatore).
Il Sole24 ore è intervenuto per spiegare meglio la materia agli italiani: “Possibile “scambio” tra Pd da una parte e Pdl e Udc dall’altra. Lo “scambio” potrebbe essere proprio preferenze-premio: il Pd cede sul premio, accettando che sia al solo primo partito, e Pdl e Udc cedono sulle preferenze, accettando il sistema dei collegi uninominali. Si tornerebbe dunque alla bozza ABC sottoscritta prima dello tsunami amministrative dagli sherpa di Pdl, Pd e Udc, ossia il cosiddetto modello ispano-tedesco o tedesco corretto: 50% di collegi, 50% di proporzionale con liste bloccate e sbarramento al 5%, premio di governabilità del 10%. Con in più l’aggiunta “spagnola” delle piccole circoscrizioni che premiano i grandi partiti e quelli molto radicati sul territorio come la Lega.”
Casini, uno degli artefici del Porcellum alla cui abolizione non ha mai pensato sinora, sembra diventato una donna di facili costumi che d’improvviso voglia farsi suora, ma in un convento di frati. “Noi vogliamo la nuova legge elettorale e la vogliamo subito senza furberie o rinvii. Auspichiamo che sia largamente condivisa tra i partiti che sostengono il governo”. L’Italia, nel frattempo, affonda.
Ci vediamo in Parlamento. Sarà un piacere.

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