Archivi Blog

LEGGE ELETTORALE Preferenze e collegi, Verdini detta la linea al Pd

ppp
Fatto Quotidiano del 26/0/2014 di Sara Nicoli attualità
Come hanno creato i collegi? A cazzo. Hanno semplicemente preso quelli di 25 anni fa e li hanno buttati a caso su un foglio…”. Riccardo Nuti, M5S, fa capire così quanto sia cominciato male il confronto di ieri sulla legge elettorale in com- missione alla Camera. Perchè restano le divisioni nel Pd sulle liste bloccate, l’emissario renziano Maria Elena Boschi è stata respinta da Denis Verdini sul fronte delle preferenze e Susanna Camusso ha mandato a dire al segretario del Nazaremo che alla Cgil l’ Italicum non piace neanche un po’perché non “ga – rantisce la rappresentanza”. Renzi ha risposto con la solita litania: “È l’ultimo treno: se non passa, la legislatura finisce”. E aggiunto: “Meglio evitare, ma si può votare anche nel semestre europeo”. Nel frattempo Berlusconi lo esaltava: “Meno male che c’è Renzi, finalmente un interlocutore valido nel Pd”. ECCO, in questo clima turbolen- to, ieri il testo base della legge è stato comunque adottato dalla commissione Affari costituzionali della Camera, con la contra- rietà di M5S e Lega. E ci sono volute 4 ore di discussione per dirimere il primo scontro (Pd-Fi) sulla definizione dei collegi plurinominali. Questo per- ché,nonostante le rassicurazioni ottenute da Verdini sul no al ritorno delle preferenze (il ministro Franceschini le ha chiamate addirittura “un errore”), Forza Italia non ha affatto rinunciato a inserire tabelle con i collegi già disegnati nel testo base. Un tema delicatissimo, per- ché definire ampiezza e composizione dei territori di elezione influenza i risultati. Inevitabile, quindi, lo scoppio di una bagar- re per il tentativo degli uomini delCavalieredi forzarelamano sul tema, riprendendo i collegi del ’93 del Mattarellum, con l’unico scopo di velocizzare l’ap – plicabilità della legge elettorale in caso di voto anticipato. “Sui tempi non vogliamo rischiare rinvii”, ha ammesso il presiden- teFrancesco PaoloSisto, cheda relatore ha mantenuto il pugno fermo nonostantele richiestedi quasi tutti i gruppi di introdurre già nel testo base la previsione di una delega al governo. Forza Italia, dicono, non si fida del governo che potrebbe allungare i tempi della preparazione dei collegi per allungarsi la vita. Ma allora perché siglare un accordo globale con Renzi anche su riforma del Senato e titolo V? Co- munque, alla fine la Boschi ha ottenuto da Brunetta una timida apertura sulla delegaal governo anche se il Pd presenterà un emendamento in tal senso così comene verràpresentato unal- tro “abrogativo”delle tabelle dei collegi presentati nella bozza dai berluscones. Sulle quali Roberto Calderoli ha detto salacemente la sua:“Sarebbe utilesottoporre l’estensoredellatabella auntest etilico e antidroga, sembrano scritti sotto effetto di sostanze stupefacenti”. Insomma, la battaglia è appena cominciata e già gli uomini del Cavaliere giocano di forzature e di colpi bassi, pur di rubare terreno all’avversario, nonostante l’accordo. Tanto che, a proposito di Lega, è tor- nata a circolare anche l’ipotesi di un emendamento, sempre dei berlusconiani, per salvare il Carroccio dall’estinzione parla- mentare certa attraverso il mec- canismo del “miglior perdente”, cosa che il Pd non haalcuna in- tenzione di accettare. Ma quelli davvero attesi sono gli emendamenti del Pd. Il gruppo si riunirà domenica pertentare ditrovare una linea condivisa. Gli obiettivi sono: aumentare il premio di maggioranza del35% per evitare rischi di incostituzionalità, superare le liste bloccate, se non con le preferenze magari con i collegi uninominali o le primarie per legge e poi rivedere gli sbarramenti del 5 e dell’8%. Ma le modifiche andranno concor- date conNcd eFi esaranno necessari altri compromessi.

Annunci

I guardiani del baro (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 19/01/2014. Marco Travaglio attualità

Siccome la politica italiana è un manicomio organizzato, i giornali di ieri mattina riprendevano le dichiarazioni dei lettiani, dei bersaniani, dei dalemiani e dei napolitaniani, cioè di tutti gli sconfitti da Renzi alle primarie del Pd, con questo titolo: “Se fa l’accordo con Berlusconi, cade il governo Letta”. Raramente si era concentrata tanta demenza in così poche parole: come può il governo Letta, nato dall’accordo fra B. e il Pd con la benedizione di Napolitano, cadere se il segretario del Pd si accorda con B.? Si dirà: ma B. e il suo partito non ne fanno più parte. Vero. Ma l’ha deciso B., non gli altri, che lo pregarono fino all’ultimo di restare con loro. Si dirà: ma B. è un pregiudicato per frode fiscale. Vero. Ma lo è dal 1° agosto e ha lasciato la maggioranza e il Senato a fine novembre: per quattro mesi è rimasto, da pregiudicato, alleato del Pd senza che Letta, Bersani, D’Alema e Napolitano muovessero un sopracciglio. Si dirà: ma se Renzi incontra B. nella sede Pd lo rilegittima e lo resuscita. Dipende: è vero se fa un accordo per riportarlo al governo; è falso se fa un accordo per una legge elettorale che ponga fine alle larghe intese. Si dirà: ma l’accordo per la legge elettorale va fatto con gli alleati di governo. Falso: una legge elettorale imposta dalla maggioranza alle opposizioni sarebbe una mascalzonata identica a quella del centrodestra che nel 2005 varò il Porcellum per fregare il centrosinistra alle elezioni 2006. Se Renzi facesse altrettanto, imponendo il sistema di voto a colpi di maggioranza (fra l’altro puramente virtuale, frutto del mostruoso “premio” del Porcellum appena dichiarato incostituzionale e antidemocratico dalla Consulta), regalerebbe a B. una formidabile arma polemica da spendere in campagna elettorale. È naturale che l’iniziativa di proporre una o più leggi elettorali agli altri partiti spetti a quello che ha raccolto più voti (il Pd); e che i destinatari della proposta siano, nell’ordine, le altre forze più votate (5Stelle, FI, Scelta civica, Lega, Sel ecc).

Renzi s’è rivolto anzitutto a Grillo, che ha commesso un grave errore nel rispondere picche, rinchiudendosi autisticamente nel web-referendum fra gli iscritti (che è cosa buona e giusta, ma che non può legare preventivamente le mani ai “cittadini” di M5S, eletti apposta per occuparsi di questi temi in Parlamento). Tantopiù che aveva l’occasione di mettere in crisi il Pd, cogliendo al balzo la promessa di Renzi di rinunciare ai rimborsi elettorali, affamando i suoi apparati elefantiaci. In ogni caso, in attesa della consultazione fra gli iscritti, i 5Stelle sono in freezer e dunque Renzi, che ha una fretta boia, è passato al terzo partito classificato: FI. Si dirà: con B. non doveva parlare perché è un delinquente. Vero, ma con chi altri di FI doveva parlare? Era meglio Verdini, che ha più processi che capelli in testa? Con Fitto o con la Santanchè, condannati in primo grado? Dialogare con B. è il colmo dell’immoralità. Ma purtroppo nessuno, nel Pd, può credibilmente fare lo schizzinoso dinanzi all’incontro Renzi-B. Non D’Alema che nel ’95 invitò B. al congresso del Pds, poi andò in pellegrinaggio a Mediaset e lo incontrò a fine ‘ 96 per farci insieme non una legge elettorale necessaria, ma una riforma costituzionale inutile anzi dannosa nella Bicamerale. Non Bersani, che incontrò B. l’anno scorso per fargli scegliere il candidato del Pd al Quirinale nella persona di Marini. Non Letta jr., che si fece scegliere da B. come premier e lo incontrò per farci il governo di larghe intese. Non Napolitano, che ricevette B. per farsi chiedere di ricandidarsi e poi lo ringraziò per la sua condotta “da statista”? La vera questione, ora, è che Renzi non si faccia fregare da quel noto baro di B., che finora ha messo nel sacco chiunque credeva di farlo con lui. Insomma, ciò che conta è che, se accordo ci sarà, produca una buona legge elettorale, non una qualsiasi, purchessia. Perciò. finite le consultazioni, Renzi dovrebbe prendere esempio dai 5Stelle e sottoporre il risultato a un referendum online fra gli iscritti del Pd. Lorsignori se lo mettano bene in testa: la legge elettorale non è roba loro. Appartiene a noi cittadini

Il Renzuschellum (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 18/01/2014. Marco Travaglio attualità

B: “Ehilà Matteo, ma lo sai che è proprio bella ’sta sede del Pd? Niente bandiere rosse, statue di Stalin, felci e mastello. O le hai nascoste perché venivo io? A me mi hanno eretto un mausoleo portasfiga a piazza in Lucina, tant’è che ho detto: ‘Grazie ragazzi, ma a me di mausoleo mi basta quello di Arcore e, se permettete, mi gratto: preferisco un altro genere di erezioni, eh eh’”.

R: “Capisco, presidente, però dobbiamo parlare della nuova legge elettorale. Verdini mi ha detto che lei preferisce la spagnola…”.

B: “Di’ la verità, te l’han detto la Marysthelle e la Katiuscia. Cribbio però come girano le voci…”.

R: “Dev’esserci un equivoco, io mi riferivo al modello elettorale con i piccoli collegi e il diritto di tribuna per i partiti minori”.

B: “Guarda, io di collegi conosco quelli delle orfane e di tribune quella vip di San Siro. Comunque quel che va bene a Denis va bene a me: è tanto una brava persona, Verdini, anche se un po’ troppo onesto per i miei gusti. L’importante è che si voti e che io arrivi primo. E se arrivo secondo, pace: tanto tu mi richiami lo stesso al governo, no? Pensavo al ministero della Giustizia”.

R: “No, guardi che quelli che la volevano al governo sono D’Alema, Napolitano e Letta, e sto cercando di rottamarli”.

B: “Allora facciamo un partito unico. Se uniamo Forza Italia e il Pd, chi ci ferma più? Lo chiamiamo ‘Forza Pd’. Io ci metto le tv e i soldi, tu la faccia. Cercavo giusto un giovane pregiudicato”.

R: “Io sono spregiudicato, presidente, non pregiudicato”. B: “Ah già, hai solo 38 anni. Io ce ne ho messi 77 per arrivare alla prima condanna. Ne hai di tempo, ragazzo. Allora la fai ‘sta fusione? Insieme saremo una patonza… cioè potenza: abbiamo lo stesso programma, alcuni dei tuoi li stipendio io da una vita, vi pubblico i libri con la Mondadori, siete sempre sulle mie tv. Appena annunciamo Forza Pd, ti si ricompatta il partito: son vent’anni che i dalemiani non vedono l’ora di confluire in me”.

R: “Non annunciamo un bel niente. Sto ancora pagando la cazzata di quella visita ad Arcore, che lei fece gentilmente sapere alla stampa, e io lì a inventare scuse improbabili”.

B: “Mi scordo sempre che i tuoi elettori sono comunisti. Allora vieni solo tu, anzi porta pure la Boschi, e li fottiamo tutti”.

R: “No grazie, ho già dato. Provi con Letta, semmai”. B: “Ma l’hai visto, ce l’hai presente? Pare Tutankhamon. Ha l’appeal di un lavabo”.

R: “Ma io dicevo Enrico, non Gianni”.

B: “Anch’io… Dai su, fai un’opera buona, lo vedi come sono ridotto. Pur di levarmi dai piedi la Santanchè, ho fatto i provini alla Marina, ma parla come Paperino. Se Dudù non mi fermava in tempo, stavo promuovendo coordinatore unico quel bietolone del Toti, che pare Ciccio di Nonna Papera. Ora mi tocca portarlo alla clinica ‘Sette chili in sette giorni’. Sono momenti difficili”.

R: “Presidente, le ricordo che siamo qui per chiudere sulla legge elettorale”.

B: “E che palle. Dai, dimmi la verità: è poi così importante? Ne abbiamo cambiate tre in vent’anni e ho sempre fatto quello che volevo io”.

R: “Una legge bisogna farla, o si vota col sistema della Corte”. B: “Già, la Corte prostituzionale: mai che si faccia i cazzi suoi”.

R: “Costituzionale, presidente: si chiama Corte costituzionale”.

B: “Pardon, è che la lingua batte dove il dente duole. Allora, vuoi la spagnola? E facciamola. Tanto io non posso candidarmi”.

R: “Napolitano non vuole che tagliamo fuori Alfano”. B: “Mah, de gustibus. Da quando ho rimpiazzato Angelino con Dudù, io mi trovo benissimo: ultimamente non riportava più l’osso indietro. Allora siamo intesi: modello francese corretto all’inglese con sbarramento alla tedesca, ok?”.

R: “Eh no, questo si chiama barare. Lei cambia le carte in tavola: si era detto spagnolo”.

B: “Ah già, tu sei giovane e ancora non mi conosci: quando dico una cosa, io intendo il contrario. Anzi, ora esco e dichiaro che mi hai chiesto di entrare in Forza Italia. Vedo che Max, Uolter, Pierlu e il nipote di Gianni non ti hanno spiegato niente. Su con la vita, Matteo: Franza o Spagna purchè se magna.

Legge elettorale, la Consulta fa tornare il proporzionale puro

FESTA DEL TRICOLORE
Fonte http://www.Italiaoggi.it Di Giampiero Di Santo del 13/01/2014 attualità

Sulla legge elettorale Consulta in bilico tra Spagna e Mattarellum. Il plenum della Corte costituzionale ha firmato nella serata di oggi le motivazioni della sentenza che il 4 dicembre scorso ha dichiarato incostrituzionale il Porcellum nella parte relativa al premio di maggioranza senza soglia di accesso conferito al vincitore. Come prevedibile, 15 giudici che hanno approvato il testo messo a punto dal relatore, Giuseppe Tesauro, hanno confermato la bocciatura del premio di maggioranza già definito abnorme. Ma soprattutto, hanno aperto la strada a un’intesa sul modello spagnolo, con collegi di dimensioni estremamente ridotte e listini bloccati che però propongano pochissimi nomi all’elettore o sul Mattarellum. Due modelli inseriti dal segretario del pd Matteo Renzi tra le tre proposte in corso di discussione tra i partiti. Certo è che al di là delle prossime mosse dei partiti e del parlamento, in caso di mancato accordo sulla riforma e di scioglimento anticipato delle camere, non si andrà più a votare con il Porcellum. La Corte ha infatti emanato una sentenza autoapplicativa, che prescrive come una volta cancellato il vecchio sistema elettorale resti in vigore un proporzionale puro, quindi senza premio di maggioranza e con la possibilità per l’elettore di esprimere una sola preferenza.

Bocciati Grillo e Berlusconi: il parlamento è legittimamente in carica

La corte ha voluto smentire che il parlamento eletto con il Porcellum sia illegittimo, come sostengono M5S e Fi: Nelle motivazioni è scritto espressamente che la sentenza “produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale eventualmente adottata dalle Camere. Essa, pertanto, non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate, compresi gli esiti delle elezioni svoltesi e gli atti adottati dal Parlamento eletto”.

Incostituzionale il premio di maggioranza variabile da regione a regione

Altro elemento incostituzionale del Porcellum è la previsione di un premio di magggioranza regionale per il voto al senato, “in quanto, posto che l’entità del premio, in favore della lista o coalizione che ha ottenuto più voti, varia da regione a regione ed è maggiore nelle eegioni più grandi e popolose, il peso del voto (che dovrebbe essere uguale e contare allo stesso modo ai fini della traduzione in seggi) sarebbe diverso a seconda della collocazione geografica dei cittadini elettori”.

Il testo integrale delle motivazioni della Consulta è disponibile sul sito http://www.Italiaoggi.it

Le 5Stelle stanno a guardare (Marco Travaglio).

ilfatto_20131106
Da Il Fatto Quotidiano del 05/01/2014. Marco Travaglio attualità

Mi scrivono diversi elettori dei 5Stelle per contestare il mio articolo “I guardiani dello stagno”. In sintesi, ripetono ciò che dice Beppe Grillo. 1) Di Renzi non c’è da fidarsi, men che meno del Pd. 2) Noi non facciamo accordi con nessuno e il nuovo sistema elettorale lo discutiamo in Rete con la nostra base. 3) Questo Parlamento è delegittimato dalla sentenza della Consulta sul Porcellum e dunque non può riformarlo. 4) Napolitano deve sciogliere le Camere, mandarci a votare con il vecchio Mattarellum e lasciare che sia il nuovo Parlamento finalmente eletto e non più nominato a metterci mano. In linea di principio, sono tutti argomenti, se non condivisibili, almeno rispettabili. Ma completamente fuori dalla realtà.

1) Per sapere se Renzi sia affidabile o meno, bisogna andare a vedere le sue carte. Se nasconde un bluff, peggio per lui. In caso contrario, peggio per i 5Stelle. Qui non si tratta di firmargli una cambiale in bianco, né – come chiedeva Bersani – di votare la fiducia al buio a un governo deciso da altri e altrove: si tratta di vedere se, nei mesi che mancano all’auspicata fine di questa ridicola legislatura, si possano approvare alcune riforme di rottura che rientrano nel programma dei 5Stelle, ma soprattutto negli auspici di tanti italiani, indipendente da come votano. Renzi propone un ventaglio di tre leggi elettorali, un taglio dei fondi pubblici ai consigli regionali, le unioni civili, e l’abolizione del Senato per farne un caravanserraglio di consiglieri regionali. Le prime tre proposte sono buone, la terza pessima. I 5Stelle possono pescare alcune delle proprie proposte più fattibili (embrione di reddito minimo, blocco del Tav Torino-Lione, legge draconiana anti-corruzione e anti-evasione), metterle sul tavolo e discutere con i delegati di Renzi (il Pd, in Parlamento e al governo, è tutt’altra cosa), condizionando il tutto alla rinuncia immediata e definitiva del Pd ai “rimborsi elettorali”. Cos’hanno da perdere? 2) Discutere la legge elettorale in Rete è un’ottima cosa, ma nel frattempo i partiti la discutono in Parlamento e poi l’approvano, pressati dall’imminente pubblicazione della sentenza della Consulta. Se i 5Stelle non partecipano alla discussione e non fanno pesare i propri voti, nascerà una maggioranza Pd-Forza Italia sul modello spagnolo, che favorirà solo quei due partiti (che, con gli alleati-satellite, hanno finora avuto più voti) a scapito di tutti gli altri, 5Stelle in primis. 3) Questo Parlamento è delegittimato, ma chi dice che non può riformare la legge elettorale senz’avere i numeri per impedire agli altri di farlo fa declamazioni oratorie fine a se stesse e – vedi punto 2 – suicide. 4) Lo stesso vale per l’appello a Napolitano perché sciolga le Camere e si dimetta: il presidente ha già detto che non lo farà e i 5Stelle non hanno i numeri per cacciarlo con l’impeachment. Anzi, con il loro immobilismo, fanno di tutto per lasciarlo lì fino al 2020.

Solo facendo saltare l’asse Quirinale-Letta-Alfano si accelera lo sfarinamento del governo Letta e l’addio del suo Lord Protettore. E poi che senso ha dire che questo Parlamento non può cambiare la legge elettorale e che bisogna votare col Mattarellum? Se si sciolgono le Camere ora, il Mattarellum non c’è. C’è invece la legge elettorale ritagliata dalla Consulta con l’abrogazione del premio di maggioranza e delle liste bloccate, cioè il sistema del 1992: il proporzionale puro con sbarramento e preferenza unica con cui si votò per l’ultima volta nella Prima Repubblica. Un sistema che ci condannerebbe alle larghe intese in saecula saeculorum, salvo che un partito o una coalizione non superi il 50% dei voti (mission impossible). È curioso che a battersi per un simile scenario horror sia proprio la forza politica che ne sarebbe più penalizzata. Chi vuole il Mattarellum deve rimboccarsi le maniche, prendere in parola Renzi e sfidarlo a votare la sua proposta numero 2. Se invece, croninianamente, i 5Stelle stanno a guardare, non fanno che fornire ai loro nemici la corda per impiccarli

L’arco incostituzionale (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 25710/2013. Marco Travaglio attualità
Spiace di doversi occupare ogni giorno del presidente della cosiddetta Repubblica, ma non si riesce più a stargli dietro. Ieri Napolitano ha ricevuto i ministri Dario Franceschini (Rapporti col Parlamento) e Gaetano Quagliariello (Riforme istituzionali), la presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro e i capigruppo della maggioranza Zanda (Pd), Schifani (Pdl) e Susta (Sc). Tema dell’avvincente simposio: la riforma del Porcellum, votato nel 2005 da Pdl e Udc (ora Sc), oltreché dalla Lega, e tenuto in vigore dal centrosinistra (ora Pd) nel 2006-2008. Ora chi lo impose e lo conservò, con agile piroetta, lo vuole cambiare. Dopo otto anni. Ma, siccome le leggi elettorali sono materia del Parlamento e non del governo, e tantomeno del capo dello Stato, sorge spontanea una domanda: che ci facevano alla riunione il presidente della Repubblica e due ministri? E perché non c’erano i rappresentanti della forza politica più votata in Italia, il M5S, e poi di Lega, Sel e Fratelli d’Italia? Non erano invitati. E perché? Non hanno anch’essi diritto di dire la loro sulla riforma elettorale? In quale democrazia parlamentare la maggioranza e il governo si riuniscono col capo dello Stato per decidere le regole delle future elezioni all’insaputa delle opposizioni? È forse nato un nuovo “arco costituzionale” che stavolta non esclude i fascisti, come quello degli anni 70, ma tutti gli oppositori in quanto tali? E chi l’ha deciso, e perché, e come si è permesso? La scena ricorda quella, altrettanto triste e imbarazzante, della grande adunata al Quirinale del 6 giugno, quando Napolitano riunì a porte chiuse, col solito Quagliariello a capotavola, i 35 “saggi” (più 7 “esperti di diritto”) per benedire la controriforma della Costituzione, a partire dallo scassinamento dell’unico articolo che dovrebbe essere immodificabile: il 138. Saggi scelti da Letta & Napolitano col manuale Cencelli alla mano: un tot di saggi fedeli al Colle, un tot di obbedienza Pd, un tot di osservanza Pdl (e persino Lega), un tot di area centrista, un paio graditi a Sel e ovviamente nessun rappresentante dei 5Stelle. L’adunata, col presidente a un capo del tavolo e il ministro delle Riforme all’altro, ricordava almeno fotograficamente quelle del Ventennio a Palazzo Venezia, con Sua Eccellenza Benito Mussolini e quando lo invitavano Sua Maestà Vittorio Emanuele III, che ogni tanto ricevevano gli accademici d’Italia. È vero che al posto di Quagliariello c’era Gentile e al posto di Violante c’era Marconi. Ma l’impressione che si dava, e che si voleva dare, era quella di un mondo della cultura irreggimentato, arruolato e allineato al regime. Ed è purtroppo lo stesso messaggio che esce oggi dalle foto di gruppo dei saggi stretti a corona attorno ai due massimi simboli del potere: il Presidente e il Governo. Uomini della cultura e del diritto che dovrebbero simboleggiare la libertà di ricerca, di pensiero e – se non è troppo ardire – di critica si intruppano militarescamente come soldati in battaglia agli ordini dei politici. Il fatto poi che questi signori non siano stati eletti da nessuno, e che la maggioranza non abbia chiesto né dunque ricevuto dagli elettori alcun mandato a cambiare mezza Costituzione e l’art. 138, rende più grave e più triste quel che sta accadendo. Ma tutto accade alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti. E nessuno vi nota nulla di strano. Nemmeno quando, spiritoso, Napolitano rammenta (agli altri!) “la dignità del Parlamento” e intanto si pensa addirittura di cambiare la legge elettorale per decreto (del governo!). E pazienza se i decreti in materia elettorale sono proibiti dalla legge Spadolini n. 400 del 1988, art. 15 c. 2. L’alibi è già pronto: la mannaia della Consulta, che il 3 dicembre esamina il Porcellum. L’ennesima “emergenza” creata ad arte, come tutte le altre che da tre anni paralizzano quel che resta della democrazia ai piedi del Colle. Cioè del Capo dello Stato di Necessità, Salvatore della Patria anche a nome di chi non ha alcuna intenzione di farsi salvare da lui.

Giachetti: “Digiuno perché sul Porcellum il Pd non fa nulla

giachetti
Da Il Fatto Quotidiano del 08/10/2013. Wanda Marra attualitàSulla legge elettorale è tutto fermo. In 4 mesi ci sono state tantissime parole e nessun fatto”: così Roberto Giachetti, vice presidente della Camera, renziano, motiva la sua decisione di riprendere lo sciopero della fame per dire no al Porcellum. L’ultimo era durato 123 giorni. “Era stata votata l’urgenza in Senato, il 4 agosto, il che vuol dire che dopo 30 giorni ci sarebbe dovuto essere un testo in Aula. Anche calcolando la pausa estiva, sono passati più di due mesi, e in Commissione sono ancora ai punti di convergenza. Ovvero, un accordo non c’è”. Giachetti 4 mesi fa aveva presentato una mozione per il Mattarellum: gli votarono contro tutti, compreso il Pd, tranne M5S e Sel. Così Giachetti è stato protagonista di un botta e risposta col presidente del Consiglio, da lui criticato per aver detto in tv da Fazio di essere fermamente per il Mattarellum. “Contano i fatti”, aveva replicato il deputato Pd. Per sentirsi rispondere in Aula dal premier: “Se ognuno pensa a piantare la sua bandierina, la legge elettorale non la faremo mai”. Lui ieri ha ribadito: “A questo punto a me non interessa neanche che sia il sistema sia per forza il Mattarellum. Ma serve una legge che consenta agli elettori di eleggere i loro eletti e di garantire la governabilità. Altrimenti, vuol dire che vogliono le larghe intese per i prossimi 15 anni”. Giachetti è stato bersagliato di critiche praticamente da tutte le componenti del suo partito, renziani esclusi, ovviamente. Per il bersaniano D’Attorre “è interessato a farsi pubblicità più che a trovare davvero il modo di superare il Porcellum”. E il senatore lettiano, Francesco Russo: “Non inizi uno sciopero che potrebbe creare confusione tra gli elettori. Facciamo lavorare i nostri senatori”. Dichiarazioni che non sono piaciute ai renziani Anzaldi e Marcucci: “Il governo Letta-Alfano val bene un Porcellum? Le dichiarazioni del collega Russo sono sorprendenti e se confermate sarebbero gravi. Sarebbe opportuna una smentita”. Intanto, Giachetti va avanti per la sua strada e per il 31 ottobre lancia il No Porcellum day: iniziative in tutta Italia, con una manifestazione a Roma da Eataly.

Abolizione del Porcellum, il Pdl fa muro

Da La Repubblica del 20/08/2013. TOMMASO CIRIACO attualità

No all’accelerazione di Letta”. Tensione nel Pd: Giachetti attacca la Finocchiaro.
La riforma.

ROMA— Freno a mano tirato. Il Pdl stoppa il premier Enrico Letta, che domenica di fronte alla platea del Meeting di Cl a Rimini aveva reclamato il superamento del Porcellum, promettendo una nuova legge elettorale entro ottobre. Tocca a Renato Schifani mettere agli atti le resistenze del partito berlusconiano a ogni ipotesi diversa dal ritocco del contestato sistema del voto: «Noi diciamo no al ritorno del Mattarellum ». I democratici, intanto, si dividono. E fra Anna Finocchiaro e Roberto Giachetti sono scintille.
L’ex presidente del Senato, ospite di Comunione e liberazione, si rivolge direttamente al presidente del Consiglio. E avverte: «Sulla legge elettorale posso condividere la fretta di Letta se si riferisce al recepimento dei rilievi della Corte Costituzionale, altrimenti non comprendo le motivazioni di questa fretta». Dice proprio così: fretta. Nonostante dell’abolizione del Porcellum si discuta ormai da parecchi anni: «Preferisco non comprendere altre motivazioni che non mi piacciono, come quella di fare una nuova legge elettorale per andare a votare subito». Poi, a rafforzare il concetto, aggiunge: «Comunque non ci sono margini di avvicinamento. Tra Pd e Pdl le distanze rimangono». Gli uomini di Silvio Berlusconi, insomma, non intendono andare oltre i ritocchi del modello partorito da Roberto Calderoli, in attesa di procedere sul fronte delle riforme costituzionali.
I dirigenti del Partito democratico, invece, battagliano sull’iter della riforma. È Giachetti a tornare in pista, con un’accusa pesante: «Anna Finocchiaro ha praticamente scippato alla Camera l’avvio della discussione della riforma elettorale». Al vicepresidente di Montecitorio non va giù che la presidente della Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama abbia promosso «un finto incardinamento al Senato prima della pausa estiva». Si è trattato, sostiene, di «una furbata di sapore vecchio consociativo».
La replica di Finocchiaro non si fa attendere. Ma guarda innanzitutto ai distinguo berlusconiani: «Ricordo agli esponenti del Pdl e a tutte le forze politiche che il Senato ha votato la procedura d’urgenza per la discussione sulla legge elettorale che deve sostituire il Porcellum. Su questo tema non si può più traccheggiare e bene ha fatto Letta a sottolineare la necessità di affrontare con urgenza la questione».
L’idea di partire da Palazzo Madama, comunque, non è priva di conseguenze. Se infatti alla Camera il Pd può contare su una maggioranza autonoma, nell’altro ramo del Parlamento è indispensabile un’intesa con il Pdl. O con il Movimento 5 Stelle. Che infatti osserva la partita dalla panchina, in attesa di entrare in campo. «Sono mesi che stiamo dicendo questo — sostiene la deputata grillina Carla Ruocco — e mi meraviglio che Letta la voglia affrontare il primo settembre. Noi abbiamo già votato la mozione Giachetti per il ritorno anche temporaneo
al Mattarellum, onde evitare un nuovo giro elettorale con maggioranze successive incerte. Sposiamo la teoria di Letta, speriamo che sia la volta buona».
Ma dall’opposizione si fa sentire anche la Lega. Tocca a Matteo Salvini, vicesegretario federale del Carroccio, indicare le priorità: «L’urgenza del Pd: la riforma della legge elettorale. L’urgenza del Pdl: la riforma della giustizia. Ma occuparsi anche di lavoro ed economia gli fa schifo?».

LEGGE ELETTORALE URLANO CONTRO GRILLO PER FERMARE BERSANI ACCORDO PDL-LEGA-UDC E VOLATA LANCIATA A MONTI: PREMIO A CHI SUPERA IL 42,5%. I DEMOCRATICI: NON CI STIAMO » SUPERPORCATA » Risorge l’alleanza Pdl-Udc-Lega:


Fatto Quotidiano 7/11/2012 Caterina Pernigoni attualità
L’ attacco è arrivato da lontano, dall’estremo Oriente. Ha aspettato di at- terrare dall’altra parte del mondo, Mario Monti, per richiamare all’ordine i senatori sulla legge elettorale, dopo aver a lungo conversato con il Quirinale, fin qui inascoltato dal Parlamento. E come ogni buon maestro che si rispetti, ha dato un aut aut ai suoi allievi: o la legge la cambiate voi, o la cambio io, con un decreto. “Tecnicamente – ha detto Monti – il governo potrebbe intervenire, ma è auspicabile che siano i partiti a cambiare l’attuale sistema di voto”. É BASTATA mezza giornata perché, fiutata l’aria, i partiti si riorganizzassero. In commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama, dove la bozza di riforma si era arenata, Pdl, Lega e Udc hanno approvato con un blitz un emendamento proposto da Francesco Rutelli: soglia del 42,5% perché la coalizione vincente possa incassare il premio di maggioranza del 12,5%. Il Pd è stato preso alla sprovvista ed è l’unico che ha qualcosa da perderci. Un’alleanza tra i democratici e Sel è stimata al 35-37%. Nella migliore delle ipotesi può raggiungere il 40%, mentre la soglia più alta è un’utopia per chiunque. Ma se nessuno raggiunge il premio, nessuno può governare il Paese. Tranne uno, ovviamente: Mario Monti. Lo stesso che ieri mattina ha chiesto una modifica urgente della legge, salvo farla lui stesso. “Sia chiaro – ha risposto il segretario Pier Luigi Bersani – che se ci si ferma a oggi noi non ci stiamo. Non per noi ma per l’Italia. Questo impianto va profondamente aggiustato”. Nessuno pensi, è l’av vertimento del Pd, di introdurre arbitrariamente un metodo che porti al pareggio come viatico al Monti bis. Il premier in carica è l’unico che potrebbe provare a guidare un paese senza maggioranza. Ed è l’unico vero sfidante di Bersani, senza bisogno di fare primarie o presentarsi alle elezioni. Ma la scusa addotta dai promotori della modifica è un’altra: abbiamo paura di Beppe Grillo. Fino a qualche giorno fa nessuno l’avrebbe confessato, nel timore degli attacchi da parte del comico genovese. Ma se i nemici da battere diventano due, al- lora meglio attaccare quello sulla carta più debole (Grillo) per uccidere anche l’altro (Bersani). “Una soglia significativa è la condizione base per evitare avventure – ha dichiarato Rutelli – in Sicilia il primo partito è stato quello di Grillo e la prima coalizione quella di centrosinistra. Occorre una soglia alta pe avere un premio di maggioranza per governare, altrimenti il rischio è che il primo partito che ottiene il premio è Grillo. Ed è un rischio molto alto”. Insomma, guai far governare chi vince le elezioni. Meglio approvare un proporzionale corretto (con premio alla coalizione del 12,5% vincolato al raggiungimento del 42,5%, preferenze e soglia di sbarramento al 5%) per frammentare a dovere l’offerta politica e restituire ai centristi il loro ruolo di ago della bilancia, scippato dal sistema bipolare. L’Idv si è allineata al no del Pd, quasi a voler tendere la mano nella speranza che si riapra la possibilità di un’alleanza. Per Pier Ferdinando Casini “il testo è migliorabile. Bisognava trovare un punto, altrimenti non se ne usciva”. E a proposito della contrarietà del Pd osserva: “Ci sono reazioni di facciata e altre di sostanza. A me interessano le seconde”. Poi aggiunge che la decisione non ha nulla a che vedere con il Monti-Bis: “Cosa c’entra questo?” chiede. A RISPONDERGLI ci pensa Arturo Parisi: “Se di fronte alla reazione del Pd, Casini, che di Bersani e D’Alema è da sempre il principale alleato, dice che ‘ci sono reazioni di facciata e reazioni di sostanza’ è perchè ha le sue ragioni. Ho tuttavia paura che la vicenda della legge elettorale che Casini descrive come una commedia vada volgendo pian piano verso la tragedia. Quello che ancora non è chiaro è se ci si è alleati con l’Udc per tornare al passato, o se si torna al passato per allearsi con l’Udc”. L’unico punto di contatto tra Pd e Pdl è l’ipotesi che il relatore Lucio Malan presenti a suo nome una modifica come quella proposta da Roberto D’Alimonte, ovvero l’aggiunta alla soglia già votata del 42,5% un “premietto” di aggregazione al primo partito. Ma manca ancora l’accordo sulla percentuale. E le possibilità di dialogo si assottigliano sempre di più allungando la vita al Porcellum. C . Pe .

Usciamo dal letargo


Da Byoblu 28 agosto 2012 attualità
Dunque siamo al punto in cui di democratico, in questa nostra democrazia, non resta quasi niente. Oggi cominciano a dirlo anche sul Corriere, nell’editoriale a firma di Giovanni Belardelli. Voglio puntualizzare meglio.
Quando Mario Monti ricevette l’investitura, una delle mie principali obiezioni (a parte la sua storia personale che avevo delineato in “tutto tranne democrazia”) fu la seguente: una democrazia si basa sul fatto che il popolo, dopo avere valutato con opportuno dibattito e stimolato la formazione di un’opinione pubblica, sceglie i propri rappresentanti e un programma di Governo. I tecnici, viceversa, erano stati collocati nella loro posizione senza dibattito, dalle élite, accettando come se fosse acqua fresca il pesantissimo principio che in certi casi una democrazia può trasformarsi in oligarchia illuminata, se le condizioni di urgenza lo richiedono. Il problema di questa impostazione è che prevede che ci sia qualcuno che decide, e che questo qualcuno non sia il popolo. Una sorta di controllore occulto, cioè, dormiente, che tiene sotto controllo il Paese e valuta se le sue scelte siano appropriate o meno, per poi intervenire quando ravvisa segnali di una deriva indesiderata. Ma un tale controllore non può essere dato, formalmente, perchè presupporrebbe nei fatti l’esistenza di una élite che si trova al di fuori di qualsiasi controllo democratico, che segue le regole di una costituzione non scritta, decisa solo verbalmente in un qualche consesso segreto.

In effetti è proprio quello che è successo: quando il meccanismo della rappresentanza popolare – già svuotato del tutto da una legge elettorale che spezza il vincolo, il patto esplicito tra l’elettore e l’eletto – ha dato risultati difformi dalla volontà delle élite, è stato immediatamente sospeso, nel giro di poche ore, sia in Italia che in Grecia, senza passare da una nuova consultazione popolare. Il Parlamento dei “nominati” ha subito capitolato, un po’ per connivenza e un po’ perché schiacciato dall’azione a tenaglia dei media che, al soldo dei poteri forti, gridavano “fate presto”. Così, divenuto palese che la politica era morta, si è perso definitivamente qualunque ideale, qualunque visione superiore che non fosse quella di questi tecnocrati contabili, preoccupati solo di trastullarsi con i loro giochini infernali inventando nuovi acronimi per complicare ulteriormente una situazione ormai già artefatta e compromessa, pur di non ammettere di avere creato un mostro ingovernabile che deve solo essere abbattuto.

La chiave di lettura che giustifica l’esistenza del “controllore occulto” si trova, pubblicata in chiaro, nel rapporto “”Crisis of Democracy, emesso dalla Commissione Trilaterale di cui Mario Monti è stato una delle massime cariche per tanti anni. In sostanza, vi si sostiene che le uniche democrazie che possono funzionare sono quelle dove la grande maggioranza degli elettori rimane in apnea (testuali parole), ovvero ai margini del dibattito pubblico. Si sostiene, in pratica, la necessità di avere una oligarchia pensante e una massa sterminata di “prolet”(*) ininfluenti, da mantenere nell’ignoranza e da usare come serbatoio di voti telecomandato. I prolet siamo noi, mentre la parte non ininfluente, l’oligarchia aristrocratica che si occupa di concedere il privilegio del voto o di toglierlo temporaneamente, sono le famigerate élite: direttori di quotidiani, editori televisivi, grandi industriali, finanzieri, banchieri, grossi assicuratori, alti burocrati europei, petrolieri e affini, che si incontrano periodicamente prendendo accordi “over the table”, come ricorda lo stesso Zbigniew Brzezinski, ovvero nelle organizzazioni che pubblicano (almeno formalmente) i resoconti dei loro incontri, oppure “”under the table, all’interno dei vari raduni del gruppo Bilderberg o dei think-tank internazionali.

Si potrebbe pensare che questa visione dell’organizzazione sociale non sia poi così pervasiva e determinante, senonché basta premurarsi di leggere le dichiarazioni che giornalmente filtrano attraverso le agenzie stampa, per capire che ormai non si tenta neppure più di nascondere ciò che è palese, sicuri che tanto il processo di emarginazione intellettuale, ottenuto grazie all’inaridimento progressivo dei percorsi formativi, si trova a uno stadio talmente avanzato da consentire ai manovratori di uscire allo scoperto, confidenti che i popoli, ormai in apnea e inconsapevoli dei loro diritti, non saranno in grado di prendere coscienza dei soprusi.

Pierluigi Bersani, pochi giorni fa, rispondendo a un giornalista circa le prossime elezioni politiche, si diceva fiducioso, perché ormai “i mercati” lo conoscono. Non i cittadini, badate bene, cioè gli unici teoricamente legittimati al voto, ma “i mercati”. Maria Stella Gelmini, parlando della nuova legge elettorale, ha dichiarato che ormai è tutto pronto, tranne (manifestando un po’ di insofferenza) la fase di votazione parlamentare, aggiungendo che – si sa – “il diavolo si nasconde nei dettagli”. Dunque il Parlamento sarebbe un dettaglio, per di più identificato con il male assoluto. Fabrizio Cicchitto, sempre in riferimento alla nuova legge elettorale che prevede l’istituzione di speciali listini bloccati, nei quali verranno eletti i nominativi indicati da ogni partito, ha detto ieri che i listini servono per assicurare l’entrata in Parlamento di “una serie di parlamentari di alto livello” che altrimenti rischierebbero di non entrarvi. Per usare il commento di Giovanni Belardelli sul Corriere di oggi: ” Quanto a dire che il principio di sovranità popolare dovrebbe essere corretto alla luce di una sorta di diritto a essere rieletti dei politici ‘di alto livello’ “. Ma Cicchitto è abituato ai circoli chiusi, sin dai tempi della sua membership in un piccolo bilderberg all’amatriciana: la loggia P2.

Ma la democrazia, vedete, o c’è o non c’è. Non ci sono sfumature intermedie. Se il potere è in mano al popolo che lo esercita deliberando, allora c’è. Se questo potere è in mano al popolo solo per le questioni di piccolo conto, ma viene trasferito ad altri momentaneamente – e a piacere – da un controllore oscuro secondo logiche non esplicite e non previste dalla nostra Costituzione, esercitando un’azione diversiva nei confronti dell’opinione pubblica per mascherare la realtà dei fatti, allora la democrazia non c’è. E’ un’altra cosa, chiametela come vi pare a voi, ma non democrazia.

O questo stato di cose sta bene a tutti – e per la maggior parte della popolazione, già in apnea, non sembrano esserci problemi -, oppure è necessario recuperare piena legittimità democratica, svegliando chi dorme, non senza pagare il prezzo di essere aggrediti e presi per folli, costringendo tutti a guardare in faccia le cose per come stanno. Un blog può fare molto, ma non è sufficiente. C’è bisogno che ognuno faccia la sua parte. Ma è un processo lungo, perché senza adeguati strumenti culturali, ormai irrimediabilmente compromessi da un lavoro di smantellamento mediatico e istituzionale durato decenni, è diffcile recepire l’importanza di argomentazioni come queste (e poi è ricominciato il campionato di calcio). L’alternativa è lasciare precipitare le cose, perché è solo quando i morsi della fame iniziano a farsi sentire che anche il plantigrado più ottuso esce dal letargo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: