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EuroCrisi: ormai si “suicidano” anche in RAI Era il vicedirettore del Tgr

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Fonte Stampa Libera Nicoletta Forcheri 6/05/2013 attualità
http://www.unionesarda.it/articolo/politica/2013/05/06/rai_suicida_paolo_petruccioli_era_il_vicedirettore_del_tgr-1-313840.html
PAOLO PETRUCCIOLI
Paolo Petruccioli si è suicidato stamattina lanciandosi da una finestra degli uffici Rai.

Il vicedirettore della Testata giornalistica regionale della Rai, Paolo Petruccioli, si è suicidato stamani lanciandosi da una finestra degli uffici Rai di Borgo Sant’Angelo a Roma. Prima di suicidarsi avrebbe spedito una mail alla moglie manifestando le sue intenzioni. La donna, secondo quanto si apprende da fonti investigative, avrebbe tentato di fare il possibile per evitare il tragico gesto. Sul posto è intervenuto il 118 di Roma. Petruccioli lavorava alla Rai dal 1982. Prima dell’incarico nel Tgr, è stato vicedirettore di Raisport, di Radio1, delle Relazioni Esterne e di Televideo.
Lunedì 06 maggio 2013 13:30

Pubblicato da Un po’ di verità… a 14:31

EUROCRISI Cipro, assalto alle banche mentre la Slovenia trema (continua l’attacco dell’U.e-Bce-Fmi all’economia Europea)

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Fatto Quotidiano di Stefano Feltri del 29/03/2013 attualità

L’ immagine che resterà della crisi di Cipro è quella del convoglio di tir che, nella notte, scortati da auto della polizia ed elicotteri, portano ver- so le banche cinque miliardi di euro freschi di stampa dalla Bce. Banconote che servivano ad affrontare la riapertura, il momento temuto in cui, dopo quasi due settimane di incertezze e paure, ai cittadini dell’isola mediterranea è stato restituito l’accesso ai propri risparmi. Se il sistema ha tenuto, evitando il temuto collasso, è soltanto perché sono stati posti limiti alla circolazione di capitale: non si possono ritirare più di 300 euro dal bancomat, non si possono portare all’estero più di mille euro in contanti, vietato incassare assegni. Quasi tutto il resto, bonifici e pagamenti soprattutto verso l’estero, sono bloccati o sottposti a rigida approvazione preventiva. I paletti ai capitali, spiega il ministro delle Finanze Ioannis Kasoulides, verranno gradualmente rimossi. Ma ci vorrà almeno un mese. Poi la crisi di Cipro potrà, forse, essere archiviata. Gli strascichi, ovviamente, saranno tantissimi. A Cipro ci sarà una commissione di inchiesta sul disastro della Cyprus Bank e della Laiki, che costerà al Paese 16 miliardi di euro (10 dal fondo Salva Stati e Fmi, 5,8 dai prelievi sui depositi della Cyprus bank, la cui entità ancora non è nota, potrebbero arrivare addirittura all’80 per cento) e un crollo del 20 per cento del Pil. Ma l’effetto contagio dovrebbe fermarsi. ALMENO IN TEORIA. Perché da quando il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha fatto capire che il “modello Cipro” (salvataggi bancari a carico di azionisti e creditori della banca invece che dello Stato) potrebbe essere esportato, gli investitori cercano di indovinare chi sarà il prossimo. E ormai tutti puntano sulla Slovenia che, per la verità, è considerata sull’orlo del crac da oltre un anno. Ma il 18 marzo, nel suo rapporto annuale sul Paese, il Fondo monetario internazionale ha presentato l’economia di Lubiana come avvitata in un “circolo vizioso tra ten- sioni finanziarie, risanamento fiscale e fragilità delle imprese” che sta “pro – lungando la recessione”. Semplificando: le banche hanno finanziato ope- razioni di fusioni e acquisizioni delle imprese le quali, causa recessione, tagli e tasse, ora hanno ben poche prospettive e vacillano, minacciando di far crollare anche i finanziatori. La Slovenia è entrata nell’euro nel 2008, ma già ora comincia a scoprire gli effetti negativi, che passano per lo spread e il costo del debito: nelle ultime settimane il tasso di interesse imposto dal mercato ai titoli di Stato decennali di Lubiana si è impennato arrivando al 6,2 per cento (l’Italia è al 4,72). E questo è un guaio, visto che lo Stato dovrebbe raccogliere sul mercato 3 miliardi di euro. Le banche hanno crediti in sofferenza pe r il 14 per cento del totale, avrebbero bisogno di un miliardo di ricapitalizzazione che al momento non si trova. Le imprese slovene sono tra le più indebitate d’Europa. Il deficit è troppo alto, 5,1 per cento del Pil (ma anche quello strut- turale, corretto per gli effetti della recessione, è sopra il 3,2) e questo è il preludio per una sta- gione di rigore per ridurlo. La Slovenia è il candidato ideale per l’effetto domino. E secondo il Sole 24 Ore, le nostre banche sono esposte verso la Slovenia per 7,6 mi- liardi, mentre per Cipro erano solo 1,3. La Germania, protagonista della gestione della crisi, invece era esposta verso Nicosia per 7,6 miliardi e quindi si è data molto da fare per trovare una soluzione. Chissà se i 3,1 miliardi che rischia a Lubiana sono sufficienti per garantire una pronta soluzione. Lo si vedrà presto, a meno che il vuoto di potere in Italia non riporti gli inve- stitori a occuparsi più di Roma che di Slovenia. Ieri il nostro spread ha chiuso a 347 punti.

Eurocrisi/Per Citigroup la Grecia resta l’anello debole, ma le parole di Draghi sollevano i pareri degli operatori( Cosa sta succedendo? l’analisi dell’economista Claudio Borghi sull’eurocrisi e sulle decisioni del Presidente della Bce)


preso da affari Italiani.it Giovedì, 26 luglio
di Luca Spoldi attualità

Le parole di Mario Draghi, che stamane ha detto che la Bce è pronta “a qualsiasi cosa per preservare l’euro” (pur rimanendo “all’interno del nostro mandato”) e che non è possibile immaginare “la possibilità che un Paese possa uscire dall’Eurozona”, aggiungendo che “negli ultimi sei mesi l’area dell’euro ha mostrato progressi straordinari”, sembrano aver convinto i mercati, col Btp decennale guida che vede il lo spread contro Bund calare di quasi mezzo punto sul 4,75% in finale di giornata e il Btp a due anni addirittura di 86 centesimi sul 4,15%.

La riprova, per Claudio Borghi, economista e docente di Economia degli Intermediari Finanziari, Economia delle Aziende di Credito ed Economia e Mercato dell’Arte presso l’Università Cattolica, “che eravamo a un millimetro dal collasso, proprio come prima delle Ltro”, come l’economista rilancia su Twitter. Di certo le parole di Draghi debbono essere suonate come un “altolà” a quella parte di mercato che finora è sembrata tifare per una “Grexit” che avrebbe potuto finire col coinvolgere anche la Spagna e l’Italia, i due “elefanti” nel negozio di cristallo da tempo tenuti d’occhio dagli operatori molto più di Atene, finendo col causare, nell’ipotesi più estrema, una prematura fine dell’euro.

Fine che non conviene a nessuno e certamente non alla Germania, come ricordava ancora ieri uno studio di Ubs rischierebbe fallimenti a catena di banche e aziende dato che l’esposizione complessiva agli altri sedici partner dell’Eurozona è per Berlino pari a 3.330 miliardi di euro, quasi 1,4 volte il Pil tedesco (che ammonta a 2.400 miliardi circa), di cui 1.500 miliardi di crediti detenuti da imprese e famiglie, crediti che rischierebbero quanto meno un “haircut” tra il 30% e il 40% in base agli attuali differenziali di rendimento espressi dai titoli di stato tedeschi rispetto a quelli italiani o spagnoli.

Eppure l’ipotesi continua a spaventare e c’è chi sembra crederci, come Citigroup, che in un report stamane (prima delle dichiarazioni del numero uno di Eurotower e del rimbalzo di listini e mercati obbligazionari) ha segnalato come la possibilità di un’uscita di Atene dall’euro entro i prossimi 12-18 mesi siano aumentate dal 50%-75% indicato finora al 90% e che per Spagna e Italia sembra sempre più probabile si dovrà ricorrere a una forma di “bailout” che non si limiti al sostegno alle banche spagnole.

Ipotesi che le parole di Draghi sembrano voler esplicitamente far riporre nel cassetto e non sarà un caso che proprio gli analisti di Citigroup in alcune dichiarazioni sempre in giornata avessero iniziato a mettere le mani avanti avessero ricordato come, mentre si avvicina il quinto anniversario dall’esplosione, nell’agosto del 2007, della bolla dei subprime che ha dato il via ad una serie di crisi economico-finanziarie tuttora in corso in America ed Europa, i vertici di Federal Reserve, Bank of England e Banca centrale europea potrebbero incontrarsi nell’arco della prossima settimana per cercare di elaborare una strategia comune in grado di far ripartire le maggiori economie occidentali.

Al di là delle parole di Draghi, che servono a spegnere gli eccessi della speculazione e far guadagnare tempo, è chiaro a tutti infatti che nonostante triliardi di dollari ed euro di aiuti, tassi prossimi allo zero e acquisti di titoli di stato sul mercato il problema di fondo dell’Eurozona (e dell’Occidente in genere, come confermano i dati macro della Gran Bretagna) resta l’assenza di crescita, un’assenza prolungata dalla doppia azione di contenimento del debito pubblico da un lato e dalla restrizione del credito e parallelo calo del debito privato dall’altro.

Non sarà facile, con banche che parcheggiano i propri capitali in strumenti monetari o titoli di stato prima che promuovere nuovi finanziamenti, imprese che usano gli utili per rimborsare il debito più che per espandere la produzione, famiglie che tagliano i consumi e aumentano i risparmi in parallelo al calo del reddito disponibile al netto del prelievo fiscale. Tanto più che Citigroup non è tenera neppure con i paesi “non euro” come Gran Bretagna e Stati Uniti, che rischiano un declassamento del proprio rating sovrano da qui a un paio d’anni, mentre l’ostilità dei paesi del Nord Europa a soluzioni che prevedano la mutualizzazione del debito resta elevata.

Alla fine comunque la Grecia rimaneva l’anello debole, con una recessione giunta ormai al quinto anno consecutivo che rischia di rivelarsi peggiore delle attese (inizialmente ci si attendeva un calo del Pil del 4,7% ormai si parla di un -5,7% o peggio) e con target (1% di deficit primario entro fine 2012 sempre più difficili da raggiungere. Per questo ieri sera Il ministero delle Finanze greco e la “troika” Ue-Bce-Fmi hanno concordato nuove misure sul budget ellenico del 2013 e del 2014 per complessivi 11,6 miliardi di euro.

Misure finora sempre rimandate per la loro impopolarità e che appena sono state definite hanno offerto a Draghi l’occasione che cercava: poter lanciare un salvagente prima che la situazione precipitasse, sperando che l’effetto duri abbastanza per dare tempo ai leader della Ue di trovare il necessario accordo politico per riformare l’Unione e ridare slancio all’economia del vecchio continente. Un accordo in cui Draghi sembra sperare sulla base dei “progressi straordinari” che l’area dell’euro ha già “mostrato negli ultimi sei mesi”.

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