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PIEMONTE – Davide Bono “un pericoloso equilibrismo sulle politiche assistenziali”

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Fonte PiemonteOggi del 7/08/2013 di Davide Bono Attualità
– Davide Bono, Capogruppo del MoVimento 5 Stelle della Regione Piemonte, per quanto concerne l’approvazione del 2 agosto della nuova dgr sulle politiche sociali afferma: “da un lato cristallizza un principio ingiusto, cioè quello di bloccare gli aumenti automatici delle tariffe per l’adeguamento all’indice ISTAT, dall’altro si rende conto delle conseguenze del passaggio da tre a cinque livelli di intensità di assistenza e cioè l’intasamento delle Unita di Valutazione Geriatrica. Epperò la cura proposta è risibile: si dice infatti di rivedere solo gli utenti che sembrano differire di più dalla classe assegnata!? Infine con la riparametrazione al 50% tra Asr e Comune/utente e le difficoltà economiche dei Comuni si finirà per scaricare ancora una volta gli errori (o orrori) di bilancio regionali e nazionali sui cittadini. Un pericoloso equilibrismo per far finta di rispettare la sentenza del TAR contro le liste di attesa”

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Torna l’allarme a Saluggia: anche il Plutonio nella vasca di stoccaggio danneggiata

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Tracce di plutonio sono state rinvenute all’interno della vasca di stoccaggio dell’impianto nucleare di Saluggia, nel vercellese.

articoltre Redazione– -1 agosto 2013- Qualche mese fa era stato lanciato l’allarme, l’ennesimo, aventi come oggetto l’ex centrale nucleare di Eurex di Saluggia, in provincia di Vercelli. Qui, una vasca di stoccaggio presenta infatti due fessure dalle quali fuoriesce liquido radioattivo. Ebbene: oltre allo stronzio e all’emericio, in esso vi sarebbero anche tracce di plutonio.

La rivelazione arriva a seguito delle ultime analisi effettuate dall’Arpa del Piemonte, assieme la Sogin, ossia la società di Stato che era stata incaricata di effettuare la bonifica ambientale del sito e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi.

Sono ormai trascorsi due anni da quando la ditta entrò nell’occhio del ciclone: quando, nello specifico, si scoprì come i liquidi contenuti nella vasca WP719, non potevano essere scaricati nella Dora Baltea, il fiume che scorre lì accanto, poichè i livelli di radioattività superavano i limiti consentiti dall’Ispra. E a darne ulteriore conferma l’Arpa, che nel proprio rapporto scrive come i sedimenti presenti nella vasca, “per la loro composizione e le concentrazioni riscontrate dovranno essere gestiti come rifiuti radioattivi”. Considerazioni che preoccupano molto i residenti della zona. “

Ciò che inquieta maggiormente gli abitanti, inoltre, è la posizione della vasca di stoccaggio, utilizzata in tutto e per tutto come un deposito a cielo aperto. La WP719, infatti, si trova nei pressi sia del corso fluviale, a poca distanza dai pozzi dell’acquedotto del Monferrato, sia di un cantiere, che espone pertanto la vasca stessa a continuo rischio per via dei mezzi che le transitano a fianco.

Sanità in Piemonte: bene comune e interesse privato il tentativo di privatizzazione

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Fonte articolotre Vito D’Ambrosio- 13 maggio 2013-
Dopo le dismissioni prima dell’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte Ferrero che è sotto processo per collusioni con l’andrangheta. poi finito il mandato dell Assessore Monferrino ex dirigente Fiat che molti si son chiesti cosa c’entrasse con la sanità, adesso l’incarico è passato a Cavallera.

C’è da sottolineare un altra frottola che ci han sempre raccontato cioè che la Sanità Italiana avesse dei costi insostenibili in realtà costa di meno rispetto alla media europea”. Ed è un sentire comune che alcuni economisti anche d’oltre oceano stanno radicalmente denunciando come non veritiero. Restando in Italia,secondo uno studio del CEIS (Centre for Economic and International Studies) dell’Università di Tor Vergata a Roma, raccontato dal sito http://www.quotidianosanita.it,link file:///C:/Users/Administrator/Downloads/www.quotidianosanita.it apprendiamo che “A parità di potere d’acquisto, scopriamo che per la sanità lo Stato e le Regioni, spendono per ogni italiano un quarto in meno (esattamente – 25,9%) di quanto spendono la Germania e la Francia e gli altri tre Paesi dell’Europa a 6 (Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi)
Nonostante che si sia evitato il taglio degli immobili strategici della Sanità . e ci sia la possibilità di vendere quelli che non lo sono per recuperare soldi cmq che vanno ai servizi sanitari ci sono altri due problemi.
Ma sembra che attraverso altri escamotage la Sanità vada verso la privatizzazione.
per il fatto dei tagli alle manutenzioni straordinarie agli ospedali è l’altro grande problema”. Finirà che non funzioneranno più e che ci sarà una vera e propria emergenza a livello d’impiantistica e di struttura.
Poi c’è un secondo problema come sottolinea Il dottor Antonio Macrì, segretario del Circolo Salute PD, racconta che anche i studiosi della Bocconi confermano i dati precedenti. Nel loro rapporto si sottolinea che il rischio di una sanità fai da te è molto alto. “In Italia, cita Macrì, il numero delle ‘badanti’è superiore al numero degli addetti ospedalieri: 774 mila contro 646 mila e che i fondi destinati a coprire i costi dell’assistenanza privata da parte dei comuni è sempre minore.[/b
]E poi ci sono i [b]ticket sanitari alle stelle con la conseguente diminuzione delle prestazioni . Soldi, almeno per il Piemonte, non più richiesti in relazione al reddito “ma al tipo di prestazione” e anche questo è un passo verso la dismissione del sistema pubblico e “universalistico”.

[b]articolo completo [/b ] http://www.articolotre.com/2013/05/sani … ato/169471

Sanità in Piemonte: bene comune e interesse privato

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Fonte Articolotre Vito D’Ambrosio- 13 maggio 2013- attualità Definitivamente archiviata l’epopea dell’assessore alla Sanità piemontese, Paolo Monferrino, il problema della sanità pubblica regionale resta comunque aperto.

Il neo eletto assessore Ugo Cavallera sembra essere un politico più predisposto al dialogo ed alla mediazione. Ma il futuro della sanità piemontese continua essere incerto. L’iter delle cosiddette ‘Federazioni’, strumento voluto dal presidente Cota ed irrinunciabile base sulla quale costruire il progetto di riforma del precedente assessore per armonizzare le spese in sanità, sembra essere definitivamente accantonato. Così anche il piano di dismissioni delle ‘emodinamiche’ sembra in fase di rivisitazione. Ma la questione di fondo sul come la sanità nazionale, e dunque anche quella piemontese, debba e possa continuare essere un servizio pubblico di qualità per tutti i cittadini non pare ancora risolta.

Anche il Fondo Immobiliare Sanitario, che prevedeva la creazione di una società mista pubblico – privato (66% ai primi e il restante ai secondi) con il compito di alienare gli immobili della sanità per coprire i dissesti del comparto sanitario, con il bel risultato di aggiungere alle spese correnti della sanità anche gli affitti, “Non decollerà: forse più per ragioni interne alla Giunta che per la grande quantità di critiche sollevate”.

Almeno così spiega Eleonora Artesio che di quell’assessorato conosce tutto le pieghe e le piaghe. Del resto, argomenta Artesio, anche “dall’amministrazione centrale, dalla Corte dei Conti, c’è stato un ‘no’. Il Fondo Immobiliare Sanitario non può essere usato per le spese correnti”. Tradotto significa che si possono vendere degli immobili, ancorché non strategici per il servizio che si deve svolgere e, comunque, i guadagni devono essere utilizzati per investimenti e non per pagare le spese correnti ovvero: stipendi, manutenzione ordinaria, mense, materiale di consumo: insomma il quotidiano.

Il tema è di quelli scottanti.

La Sanità rappresenta l’80% del bilancio regionale. Sono milioni di euro. Sono l’appetito di molte lobby e di molti potentati. Dice Giulio Fornero, già direttore generale dell’Aslto2 ed attuale dirigente in sanità: “Non ringrazieremo mai abbastanza forze dell’ordine e magistratura per aver portato alla luce il tentativo di infiltrazione mafiosa in sanità”. Infatti con l’inchiesta ‘Minotauro’ che ha portato alle dimissioni l’ex assessora Caterina Ferrero si è aperto uno scenario di inquinamento della vita pubblica piemontese di proporzioni inquietanti. Un tema, quello delle infiltrazioni mafiose mai troppo sollecitato. Aggiunge Fornero che i “Tagli alle manutenzioni straordinarie agli ospedali è l’altro grande problema”. Finirà che non funzioneranno più e che ci sarà una vera e propria emergenza a livello d’impiantistica e di struttura. E anche questo è un aspetto che allontana le persone dal pubblico. Un ospedale fatiscente è l’anticamera per perdere la fiducia nel sistema anche a fronte di personale motivato e capace.

Tutto questo sembra essere un disegno per screditare il pubblico e per chiedere a gran voce l’intervento salvifico del privato. Attività di discredito per altro iniziata dall’ormai ex ministro senza portafoglio per la pubblica amministrazione e l’innovazione Renato Brunetta e che ancora non ha trovato fine. Come se il pubblico non fosse in grado di gestire o costasse troppo per il semplice fatto che è pubblico. Ancora Artesio a questo proposito: “Si dice da più parti che il Servizio Sanitario nazionale e regionale costa troppo. Questa affermazione è l’esito di un orientamento politico dominante rispetto l’idea che si insostenibile. Ma la verità è che la sanità italiana costa di meno rispetto alla media europea”. Ed è un sentire comune che alcuni economisti anche d’oltre oceano stanno radicalmente denunciando come non veritiero. Restando in Italia,secondo uno studio del CEIS (Centre for Economic and International Studies) dell’Università di Tor Vergata a Roma, raccontato dal sito http://www.quotidianosanita.it, apprendiamo che “A parità di potere d’acquisto, scopriamo che per la sanità lo Stato e le Regioni, spendono per ogni italiano un quarto in meno (esattamente – 25,9%) di quanto spendono la Germania e la Francia e gli altri tre Paesi dell’Europa a 6 (Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi). E la stesso accade anche se prendiamo in considerazione la spesa privata (in questo caso il gap è del 26,1% in meno)”. Commenta amaramente Eleonora Artesio che queste semplificazioni “Condurranno alla modificazione dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) verso una loro riduzione. Un ulteriore passaggio verso la privatizzazione e i cosiddetti doppi binari della sanità”.

Il dottor Antonio Macrì, segretario del Circolo Salute PD, racconta che anche i studiosi della Bocconi confermano i dati precedenti. Nel loro rapporto si sottolinea che il rischio di una sanità fai da te è molto alto. “In Italia, cita Macrì, il numero delle ‘badanti’è superiore al numero degli addetti ospedalieri: 774 mila contro 646 mila”. Siamo all’assistenza fai da te. Ma fa riflettere anche la diminuzione delle prestazioni che sembra essere la diretta conseguenza all’impennata dei ‘ticket’ sanitari per ogni prestazione. Soldi, almeno per il Piemonte, non più richiesti in relazione al reddito “ma al tipo di prestazione” e anche questo è un passo verso la dismissione del sistema pubblico e “universalistico”.

Bene ha fatto la Federazione del PdCI (Partito dei Comunisti Italiani) riunire intorno ad un tavolo persone, che pur appartenendo al variegato mondo della sinistra, hanno cultura politica diversa: da Rossana Beccarelli del Comitato 21marzo a Monica Cerutti consigliera regionale di SEL; da Eleonora Artesio consigliera regionale della Federazione della Sinistra a Antonio Macrì, segretario del Circolo Salute del PD; da Gabriele Gallone segretario ANAAO ASSOMED Piemonte a Giulio Fornero dirigente medico ed esperto in politiche sanitarie. Il loro comune denominatore è parso essere una conoscenza del sistema e una idea diffusa e condivisa della sanità pubblica quale bene prezioso della collettività.

Alla cascina Marchesa a Torino, in corso Vercelli, in una domenica di sole si è parlato di questo. Di come salvare un sistema importante ed utile per il benessere fisico, sociale ed economico della collettività. Perché sanità e welfare sono anche un fattore di sviluppo economico.

Eventi come questo si spera che non di fatto sporadico si tratti. È necessario che si creino occasioni di approfondimento e conoscenza che non possono trovare spazio negli organi d’informazione solo nella contingenza delle cattive notizie: mala sanità, liste d’attesa o peggio con pratiche illecite. Certo si può sottolineare la scarsa presenza di pubblico all’iniziativa dei ‘Comunisti Italiani’. Certo si può dire che il livello di ragionamento era più rivolto agli addetti ai lavori. Varie le motivazioni per stigmatizzare la non folta partecipazione dei cittadini. Ma vale la regola che occorra perseverare nel costruire occasione di conoscenza forti, quando ci sono e qui ci sono, in ballo l’interesse collettivo e la salvaguardia di una idea universalistica del servizio pubblico.

Del resto non è proprio nell’occasione dell’annunciata dismissione del reparto di emodinamica dell’ospedale San Luigi di Rivalta che ben 35 mila cittadini hanno aderito alla protesta firmando la petizione dei medici e ospedalieri per far sentire la propria voce di dissenso?

Piemonte il Pm Guariniello Protesi d’anca tossiche: è allarme

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Articolotre 11/05/2013 redazione attualità
Due modelli commercializzati dalla Depuy rilasciano sostanze tossice nell’organismo. Migliaia i pazienti a rischio. Guariniello ha inscritto nel registro degli indagati cinque amministratori delegati della società

Redazione- -11 maggio 2013- Difettosi e tossici. Questo è emerso a seguito di un primo esame su due modelli di protesi d’anca prodotti dalla Johnson e Johnson e commericalizzati in Italia dalla Depuy.

Secondo le analisi, un paziente su otto è obbligato a sottoporsi a un secondo intervento, a distanza di poco tempo dal primo, per poter far fronte ai nuovi problemi di salute che le protesi determinano sull’organismo. Questi modelli, infatti, posseggono delle componenti metalliche che, sfregandosi tra loro, rilasciano microparticelle nel sangue, nonchè ioni cromo e cobalto in quantità tossiche.

Solo in Italia, tra il 2003 e il 2010, 1500 dei 4800 pazienti a cui le protesi erano state impiantate, si sono dovuti sottoporre ad un intervento di sostituzione, mentre, a livello globale, si parla di circa 12mila operazioni simili già effettuate su 90mila pazienti.

Intanto, sebbene l’azienda parli di una percentuale che si aggira tra il 12 e il 13% di protesi da sostituire, cinque amministratori delegati della Depuy Italia sono stati iscritti sul registro degli indagati dalla procura di Torino. Il Procuratore Raffaele Guariniello, infatti, ha mosso contro di loro l’accusa di frode in commercio e commercializzazione di prodotti dannosi per la salute

Rapporto Legambiente Acqua in bottiglia, le gocce alle Regioni il Piemonte tra i maggiori produttori con ma con una tariffa considerata iniqua

MilenaGabanelli
Fonte Fatto Quotidiano.it di Lorenzo Vendemmiale del 7/04/2013 attualità
L’acqua in bottiglia è sempre più un affare per le aziende che operano sul territorio italia Secondo il rapporto di Legambiente lo stato infatti, non restano che poche gocce, neanche l’1% in tasse di tutti questi soldi.D’accordo che le aziende che producono acqua in bottiglia E’ chiaro che le aziende hanno delle spese relative ai macchinari, ai trasporti, al personale ma il rapporto appare sproporzionato.
Dai dati dai legambiente risulta che ci sia una produzione (oltre 12 miliardi di litri all’anno) ha un impatto ambientale quantificabile nel consumo di 6 miliardi di bottiglie di plastica e 456mila tonnellate di petrolio, nonché nell’emissione nell’atmosfera di 1,2 milioni di anidride carbonica.
La colpa, però, non è dei privati, ma delle Regioni che adottano canoni troppo vantaggiosi per le società, prevedendo un criterio in funzione degli ettari sfruttati e non dei litri imbottigliati; o fissando tariffe più basse del dovuto.
Ma Piemonte in Campania e Basilicata che sono tra tra i maggiori produttori in Italia, che si registrano i differenziali massimi tra quanto incassato attualmente e quanto si potrebbe incassare con tariffe più eque
Da un rapporto di circa due anni fa L’italia risultava il terzo consumatore di acqua in bottiglia nel mondo.

articolo completo
La denuncia viene da un rapporto di Legambiente, secondo cui agli enti pubblici va solo l’1% del giro d’affari dei privati. Colpa di concessioni vecchie e sbilanciate a favore dei privati. Casi limite in Puglia, Liguria, Campania e Basilicata. Il Lazio, invece, ha adottato il triplo canone

L’acqua in bottiglia è sempre più un affare per le aziende che operano sul territorio italiano. Ma solo per loro. Allo Stato, infatti, non restano che poche gocce, neanche l’1% di tutti questi soldi. La denuncia viene da Legambiente e Altreconomia, e dal dossier Acque in bottiglia, un’imbarazzante storia italiana”. La sua massiccia produzione (oltre 12 miliardi di litri all’anno) ha un impatto ambientale quantificabile nel consumo di 6 miliardi di bottiglie di plastica e 456mila tonnellate di petrolio, nonché nell’emissione nell’atmosfera di 1,2 milioni di anidride carbonica. Acqua preziosa per le industrie, acqua però svenduta dall’Italia. Ci sono Regioni, come ad esempio la Puglia e la Liguria, che incassano davvero spiccioli dalle concessioni: 20mila euro nel primo caso, addirittura 3mila euro nel secondo. “Eppure parliamo di un bene che viene preso dal suolo pubblico e imbottigliato. E’ chiaro che le aziende hanno delle spese relative ai macchinari, ai trasporti, al personale. Ma ciò non giustifica una simile sproporzione nella distribuzione dei ricavi”, afferma Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente.

La colpa, però, non è dei privati, ma delle Regioni che adottano canoni troppo vantaggiosi per le società, prevedendo un criterio in funzione degli ettari sfruttati e non dei litri imbottigliati; o fissando tariffe più basse del dovuto. Il Lazio, infatti, è l’unica Regione che adotta il triplo canone, ovvero quello stabilito dalla Conferenza delle Regioni nel 2006, e che prevede una tariffa da 1€ a 2,5€ per metro cubo di acqua imbottigliata, da 0,5€ a 2€ per metro cubo di acqua emunta e 30€ per ettaro di superficie concessa. Ci sono comunque altre Regioni virtuose: 9 in particolare (Trentino Alto-Adige, Lombardia, Veneto, Toscana, Umbria, Marche) che prevedono un doppio canone, secondo le linee guida nazionali. Ma nel resto d’Italia queste direttive sono disattese. E ciò si traduce in un regalo’ di svariate decine di milioni di euro alle industrie. Addirittura 70 milioni di euro ogni anno, secondo il calcolo di Legambiente (che però ipotizza un canone molto alto, di 10€ per metro cubo). Ma anche fermandosi ad una più realistica cifra di 2,3€ a metro cubo (quella applicata dal Lazio), sono almeno 15 i milioni di euro a cui rinunciano le amministrazioni locali. Nella classifica stilata da Legambiente la Provincia autonoma di Bolzano, la Liguria, l’Emilia-Romagna, il Molise, la Puglia e la Sardegna (che prevedono solo il canone in funzione degli ettari concessi) sono bocciate senza appello. Ma è in Campania, Basilicata e Piemonte, tra i maggiori produttori in Italia, che si registrano i differenziali massimi tra quanto incassato attualmente e quanto si potrebbe incassare con tariffe più eque: addirittura 3 milioni di euro ogni anno in Campania, dove un miliardo e mezzo di litri d’acqua vengono pagati solo 30 centesimi al metro cubo; tariffa che sale (si fa per dire) a 60 centesimi in Basilicata e 75 centesimi in Piemonte.
“E’ una situazione illogica sotto tanti punti di vista”, sostiene Zampetti: “Innanzitutto a livello di competitività: è assurdo che ci siano tali discrepanze fra un territorio e l’altro, bisognerebbe uniformare il mercato. Adeguare i canoni di concessione tutelerebbe la dignità di un bene prezioso come l’acqua. E porterebbe nelle casse delle amministrazioni locali risorse importanti, di cui ci sarebbe grande bisogno in un momento economico così delicato. Ma nessuno fa nulla da anni. Davvero non riusciamo a capire il perché”.
Una spiegazione prova a fornirla Giancarlo Chiavazzo, responsabile scientifico di Legambiente Campania: “L’acqua in bottiglia è l’altra faccia della medaglia dell’acqua del rubinetto che non viene utilizzata. Le responsabilità sono tutte della classe dirigente: non si è mai fatto nulla per rendere più competitiva e appetibile dal punto di vista percettivo l’acqua corrente. Così si è agevolata l’esplosione di questa bolla dell’acqua in bottiglia. E nel frattempo, in questo settore effimero e poco sostenibile dal punto di vista ambientale, dove guadagnano solo i privati, si è creata occupazioneche adesso non si può più andare a toccare”. Lo dimostra il caso di una Regione ‘virtuosa’ come il Veneto, esosa nei confronti delle aziende ma solo sulla carta: qui, nel triennio 2013-2015 (come già tra il 2010-2012), il canone di 3€ al metro cubo è stato dimezzato “in considerazione del protrarsi delle condizioni di crisi e dell’esigenza di garantire la difesa dei livelli occupazionali”.
E una conferma importante arriva anche da Marcello Pittella, assessore alle Attività produttive della Regione Basilicata: “Siamo pienamente consapevoli del problema: la Basilicata, come altre Regioni, svende la propria acqua. Ma possiamo farci ben poco: forse in passato alcune grandi aziende hanno speculato, ma adesso tutte le industrie del comparto sono in crisi, almeno da noi. In questa congiuntura economica alzare i canoni significherebbe mandare in mobilità centinaia, se non migliaia di lavoratori. Per altro, quello che incasseremmo dalle concessioni saremmo costretti a spenderlo in cassa integrazione. Ora come ora non ci sono alternative a mantenere gli attuali canoni, che sono molto bassi. In futuro, se ci sarà uno spiraglio per farlo, non escludiamo di aumentarli. L’errore c’è, ma è stato fatto in passato a livello nazionale”, conclude Pittella. “E’ la storia del nostro Paese, purtroppo: descriveremmo la fisionomia di un’Italia diversa e migliore, se potessimo tornare indietro e non commettere gli stessi sbagli”.Paolo_Guido

Biella il distributore dell’Enercoop la protesta dei gestori e le quotazioni manipolate del petrolio dalle grandi compagnie petrolifere

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Redazione
“La drammatica questione riguardante il distributore dell’enercoop che vede i benzinai riuniti e appoggiati dalla Confesercenti per reagire al declino innescato dal combinato disposto di crisi e apertura del distributore EnerCoop.
Nel botta e risposta tra confesercenti che lamentano la difficoltà di poter contrattare con le compagnie petrolifere e la possibile chiusura di alcuni attività di erogazione carburanti, e il distributore dell’enercoop (che rivendica il fatto che le tariffe sono troppo alte e gonfite dalla finanaza mondiale e dall’inefficienze del sistema Italiano di distribuzione
la stampa.it 13/03/2013 attualità
[b]Senza entrare nelle logiche di mercato degli Orsi che merita un post a parte volevo solo far notare come la speculazione internazionale fa gonfiare le tariffe [/b].
articolo della Stampa.it
.Intanto metto dei link su come le compagnie petrolifere gonfiano i prezzi

Da La Repubblica del 05/04/2013 attualità.

[b]L’accusa dei consumatori. L’esposto del Codacons si basa su uno studio della Cattolica “Quotazioni manipolate a Londra per coprire i guadagni reali” Coinvolte Shell, Tamoil, Eni, Esso, Total Erg, Q8 e Api L’Unione petrolifera ribatte: nessuna prova dei reati[/b]La Gdf attiva i pm di Roma e Milano, anche l’Ue si muove.
Le compagnie petrolifere al centro di un’inchiesta della guardia di finanza e della procura di Varese, nata da una denuncia del Codacons, sono Shell, Tamoil, Eni, Esso, TotalErg, Q8 e Api. I reati ipotizzati dal pm Maurizio Grigo vanno dal «rialzo e ribasso fraudolento » dei prezzi a «manovre speculative su merci» fino alla «truffa»
[b]Prezzi concordati [/b].
Secondo il Codacons e il gip di Varese che sta indagando sulla vicenda, saremmo di fronte ad un sistema coordinato al punto che il gip nel suo atto d’accusa, scrive di «artifizi e raggiri», messi in atto per «livellare volontariamente, concordandoli, i prezzi dei prodotti petroliferi alla pompa». Un comportamento che, sempre a detta del magistrato, vede danneggiati indubitabilmente i consumatori.
[b]Anche perchè i consumatori siono privi di reale possibilità contrattuale, nella considerazione che le principali compagnie petrolifere agiscono in regime di monopolio [/b][b]INEFFICENZE MILIARDARIE[/b]
Oltre a questo , già le sole inefficienze del nostro sistema di distribuzione, al netto dell’inchiesta, costano miliardi agli automobilisti.
Secondo lo studio della Cattolica tra listini italiani e gli altri 26 Stati della Unione europea, il conto pagato dal nostro Paese ammonta, secondo uno studio del Cerm a circa 5,5 miliardi l’anno. Quei tre o quattro centesimi di euro al litro di aggravio rispetto agli altri partner europei — dovuto alle storiche inefficienze del sistema italiano ma Ma se a questo aggiungiamo i movimenti speculativi sul prezzo del petrolio trattato sul mercato di Londra, allora le distanze tra il costo di benzina e gasolio al distributore e quelli teorici o giusti, quindi non governati dalle logiche di certa finanza internazionale, diventano astronomiche.
Sempre secondo questo studio universitario «il[b] prezzo al distributore dei prodotti petroliferi raffinati in Europa è determinato in larga misura dal prezzo del Brent», il petrolio estratto nel Mare del Nord e oggi ben più caro (sulla carta) del Wti trattato sul mercato Usa[/b]
In sostanza «la variazione dei prezzi dei futures non segue una legge della domanda e dell’offertaBrent ma pilotata da valutazioni di tipo economico-finanziario » , da parte di una serie di investitori internazionali.
]
]articolo completo il cartello delle compagnie petrolifere

Piemonte, documenti Gdf alla Procura L’inchiesta e’ quella sull’uso indebito dei rimborsi spesa

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redazione
Come era già capitato per altre regioni Lombardia, Veneto friuli anche in Piemonte stanno per essere messi sotto inchiesta per i rimborsi illeciti.
Fonte ansa.it (ANSA) – TORINO, 6 APR -attualità

Sono circa 45 i nomi dei consiglieri regionali del Piemonte contenuti nel rapporto sui costi dell’Assemblea di Palazzo Lascaris consegnato ieri ai pm Enrica Gabetta e Andrea Beconi. I magistrati una volta esaminata la documentazione, procederanno alle eventuali iscrizioni nel registro degli indagati. L’inchiesta, che alcuni mesi fa aveva portato a quattro avvisi di garanzia nei confronti di altrettanti consiglieri, riguarda l’uso indebito dei rimborsi ai gruppi consiliari.

Cosa succederà alla Sanità in Piemonte? Documento informativo e primi due appuntamenti il 16 e il 21 marzo

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fonte Fabionews Di giuliana Cupi 2/04/2013 attualità
Di seguito trovate un articolo sul futuro della Sanità in Piemonte – futuro imminente, come leggerete il processo di (s)vendita degli immobili del patrimonio edilizio è programmato cominci tra meno di un mese.

Ricordandovi che la Sanità è un patrimonio che interessa davvero tutti, vi chiedo di divulgare al massimo questo documento presso tutti i vostri contatti, reti e gruppi e vi segnalo i primi appuntamenti in cui sarà possibile approfondire l’argomento e partecipare all’organizzazione della mobilitazione:

– sabato 16 marzo durante l’assemblea sui beni comuni (esternalizzazione dei servizi e perdita di diritti dei lavoratori) che si terrà al Cinema Greenwich Village (via Po, 30 a Torino) a partire dalle ore 10

– giovedì 21 marzo durante l’incontro che si terrà presso il Centro Sereno Regis (via Garibaldi, 13 a Torino) a partire dalle ore 18 al quale partecipernno anche alcuni medici e infermieri dell’area torinese.

Il pericolo che corriamo è grave, occorre che ognuno faccia la sua parte.

Giuliana

Con questo articolo inauguriamo una serie di reportage sullo stato della Sanità e dei Servizi socio-assistenziali nella nostra Regione. La logica vorrebbe che le prospettive future venissero trattate come ultimo capitolo, dopo aver illustrato come vanno e soprattutto come non vanno le cose, per delineare magari piani di azioni a scopo migliorativo, invece noi faremo esattamente il contrario e cominceremo a raccontarvi cosa succederà. Il motivo è semplice: c’è pochissimo tempo per sapere e per agire, perché la Sanità pubblica piemontese stessa ha pochissimo tempo davanti a sé.

Cominciamo a presentare chi se ne occupa, ovvero l’Assessore alla Sanità: Paolo Monferino, ingegnere, ex Executive Vice President del Gruppo Fiat con la responsabilità gestionale delle società del Gruppo operanti nella componentistica e nelle attività industriali diversificate (Magneti Marelli, Teksid, Comau-Pico, FiatAvio, Fiat Ferroviaria, Centro Ricerche Fiat e Fiat Engineering). Nel 2000 assume la carica di Chief Executive Officer di CNH (Case New Holland), azienda con sede a Chicago, Illinois, e leader mondiale nel settore delle macchine per l’agricoltura e le costruzioni, nata dall’unione tra New Holland e Case Corporation.
Nel 2005 rientra in Italia per guidare in qualità di Amministratore Delegato la Iveco S.p.A., la divisione del Gruppo Fiat che progetta, costruisce e commercializza un’ampia gamma di veicoli commerciali leggeri, medi e pesanti. E’ membro dei Consigli di Amministrazione di CNH (Case New Holland), Ferrari S.p.A., Alleanza Toro S.p.A. e Indesit Company. Un uomo di fiducia del capitale subalpino per antonomasia, come si vede, nel cui cursus honorum c’è tanto business e niente pubblico: e, se già di qualsiasi impresa privata non si dovrebbe ignorare la ricaduta pubblica se non altro perché maneggia i destini di migliaia di persone che ci lavorano, la salute collettiva men che meno può essere considerata una mera questione di bilanci, ma al contrario responsabilità sociale allo stato puro. Come mai Monferino e la sua carriera esclusivamente aziendale si ritrovano a esserne responsabili?

Così come viene da chiedersi perché, con il D.G.R. 16 gennaio 2012, n.1-3267, è stato affidato un incarico di collaborazione esterna ad elevato contenuto professionale al dott. Ferruccio Luppi, per una spesa per l’anno 2012 di 100.000 euro annui, rinnovato di recente, a supporto della Giunta per ridurre l’attuale indebitamento, anche attraverso strumenti per “accelerare le politiche di riqualificazione della spesa corrente, dismissione di società partecipate, valorizzazione degli asset patrimoniali”, in relazione particolarmente al Fondo Comune di Investimento Immobiliare per l’attuazione del piano di alienazioni e di valorizzazioni del patrimonio immobiliare promosso dalla Giunta stessa.

Può contribuire a darsi una risposta sapere che il dott. Ferruccio Luppi dal 2010 è Presidente di Générale de Santé, gruppo ospedaliero che opera nel settore della sanità privata con 110 strutture di cura e oltre 23mila dipendenti in Francia. E’ inoltre membro del CdA di IDeA FIMIT, l’SGR (Società di Gestione del Risparmio, N.d.A.) immobiliare italiana leader in Europa con allo stato 9,5 miliardi di euro di masse in gestione e 24 fondi gestiti (di cui 5 quotati). Nel 2011 IDeA Fimit ha realizzato commissioni di gestione totali pari a Euro 58,4 milioni e si posiziona come uno dei principali interlocutori presso investitori istituzionali italiani e internazionali nella promozione, istituzione e gestione di fondi comuni di investimento immobiliare chiusi. In questo secondo curriculum la sanità appare, ma pericolosamente accostata alla finanza: si comincia a capire dove si vuole andare a parare, anche se, trattandosi appunto di cosa pubblica, per farlo ci vuole il conforto della legge.

Ed ecco infatti che con la L.R. 28 marzo 2012, n. 3, all’art.1, comma 3, riportante “Costituzione nuove aziende sanitarie”, vengono istituite le Federazioni Sovrazonali (forme di coordinamento sovrazonale e di integrazione funzionale dei servizi), sei nuove Società Consortili a Responsabilità Limitata di diritto privato (sic!) a cui devono aderire tutte le Aziende sanitarie regionali per svolgere funzioni di piani di acquisto annuali e pluriennali di approvvigionamento beni, gestione, dei magazzini, della logistica, sviluppo e gestione delle reti informative, programmazione degli investimenti, gestione delle tecnologie sanitarie, gestione e organizzazione dei centri di prenotazioni, gestione degli affari legali. Mentre con l’art. 7 della L.R. finanziaria 4 maggio 2012, n. 5 viene stabilito che gli immobili costituenti il patrimonio edilizio della Regione, diviso in due asset (FIR, patrimonio edilizio regionale, e FIS, patrimonio edilizio sanitario), rientrano nel Piano di alienazione e valorizzazione, per cui diventano patrimonio disponibile da conferire a Fondi Comuni di Investimento Immobiliari, promossi e partecipati dalla Giunta regionale (!) e da altri Enti Locali. Proprio la stessa valorizzazione e lo stesso Fondo Comune di Investimento Immobiliare per curare i quali è stato incaricato il suindicato Luppi.

Ormai anche il meno smaliziato degli osservatori sa che, quando si parla di “valorizzare” e di “investire” in relazione alle politiche pubbliche, si intende una sola cosa: vendere per – così si dice – alleggerirsi di strutture certo di onerosa manutenzione, per far cassa, per disporre dei soldi ormai introvabili da destinare, o così si lascia intendere, a tornare alla collettività (che ricordiamoci essere la proprietaria di ciò che viene destinato al mercato) sotto forma di un miglioramento delle prestazioni, attualmente sempre più manchevoli a causa di un ben preciso disegno di progressivo impoverimento di risorse umane e strumentali.

Non stupirà perciò di scoprire che il progetto di alienazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare della Regione Piemonte, con relativo cronoprogramma, viene illustrato dall’Assessore Monferino in una riunione a Venaria il 2 Novembre 2012, corredato da una relazione stabilita dall’Assessorato al Bilancio da cui si evince che l’unico interesse alla dismissione risiede nel valore immobiliare e nella potenziale redditività e per nulla affatto in quello che rappresenta il core della Sanità, e cioè le prestazioni sanitarie, cliniche e scientifiche, più o meno qualificate, che vi si fanno all’interno. Per precisare ulteriormente il focus principale, del patrimonio sanitario si illustrano unicamente i servizi di pulizia, manutenzione, custodia, posta interna, bar, etc.: il fatto che in quei posti l’attività principale sia curare e salvare vite umane non pare avere alcun rilievo.

La tempistica indicata è stringente, la ricognizione è già stata condotta mobilitando tutti i servizi e tecnici e patrimoniali delle ASL e delle AO, che hanno prodotto i seguenti dati macro: gli ospedali e le altre strutture sanitarie in senso stretto constano di 45 immobili, cioè 1,4 milioni di mq di fabbricati, cui si devono aggiungere 38 milioni di mq di terreni agricoli e 560 alloggi per un totale di oltre 54.000 mq.

L’alienazione di tutto ciò attraverso il conferimento a una SGR è prevista per la fine del mese di aprile 2013, cioè tra meno di un mese.

E’ evidente che l’immissione di un simile quantitativo di beni sul mercato non potrà che farne precipitare il prezzo con la conseguente SVENDITA DEL PATRIMONIO, che una volta alienato a favore di privati che lo avranno praticamente avuto in regalo, dovrà immediatamente essere riaffittato per continuare a svolgerci le attività sanitarie, laddove queste vengano ancora considerate core.

E questo condurrà ad un collasso economico la Regione, che infatti nella già citata L.R. finanziaria 4 maggio 2012, n. 5, all’art. 9 (“Riduzione delle locazioni passive”), precisa che :

“ E’ fatto divieto assoluto di dare corso alla stipulazione, ovvero al rinnovo anche tacito, di contratti di locazione passiva in assenza di previa verifica di indisponibilità, allo scopo, di beni demaniali o patrimoniali della Regione”.

Dunque è ben presente alla Regione quali oneri risultino dalle locazioni passive: che genere di affare si può quindi prospettare nel breve termine per i bilanci della Sanità una volta che ci si dovrà caricare degli affitti per continuare ad esercitarla nelle vecchie strutture che non saranno più di nostra proprietà.

In sintesi:

la strategica sequenza degli atti normativi;

l’oculata scelta di chi gestisce l’operazione immobiliare e addirittura ne stima il prezzo a nome del probabile/possibile futuro acquirente e la condivisione di appartenenza e affiliazioni lavorative con l’Assessore, che configurano un eclatante caso di conflitto di interessi multiplo e pervasivo;

la decisione di alienare tutto insieme un patrimonio, che in questa quantità non potrà che risolversi in un “regalo”;

l’aver, fin dalla sua iniziale concezione, reso di diritto privato le Federazioni Sovrazonali, a cui sarà affidata tutta la futura partita gestionale e degli acquisti (una anomalia contro cui si sono di recente pronunciati anche due Ministeri, senza tuttavia approdare per il momento ad alcun risultato concreto);

il carico di oneri passivi che deriverà successivamente quando gli immobili dovranno essere di nuovo riaffittati per poter svolgere l’attività sanitaria

sono indizi inequivocabili di una mostruosa distorsione delle finalità della Sanità pubblica, attraverso il passaggio immediato e non più reversibile ad una sanità privata, al di fuori di qualsiasi preventivo progetto, senza controlli o vigilanza di alcun tipo di parte pubblica.

Questa operazione appare come una efferata speculazione immobiliare, ben orchestrata da una quinta colonna all’interno delle istituzioni regionali, a doppio danno della collettività: da un lato, con l’esproprio forzoso di ingenti e preziosi beni pubblici, dall’altro con la completa scomparsa del Servizio Sanitario Regionale.

Un impoverimento colossale che pagheremo con i soldi delle nostre tasse e con la possibilità di ottenere prestazioni sanitarie, che si ridurrà drasticamente per chi non potrà permettersi di pagare le nuove tariffe o di sottoscrivere assicurazioni private – e sulla disponibilità generale di denaro in questi tempi non è necessario aggiungere nulla.

Cosa possiamo fare?

far circolare questo documento tra i nostri contatti, sui luoghi di lavoro e in tutti i gruppi e associazioni di cui facciamo parte;

prendere parte alle occasioni informative su cui vi ragguaglieremo tempestivamente e, come con il documento, invitare quante più persone a prendervi parte;

impegnarci in prima persona a migliorare la Sanità e i Servizi, segnalando ciò che funziona e ciò che non funziona prima di tutto a chi eroga le prestazioni e in un prossimo futuro a noi, che abbiamo in animo di realizzare un monitoraggio delle stesse: lamentarsi in privato costituisce un comprensibile, ma sterile sfogo, puntualizzare le cose nella sede opportuna può influire anche in modo decisivo su eventuali cambiamenti. La Sanità, come ogni bene comune, appartiene a tutti noi, il che comporta il diritto di esigere trattamenti appropriati, ma anche il dovere di assumersi la responsabilità del suo andamento in prima persona

COTA E SACCHETTO PREPARANO LA SOLUZIONE FINALE PER LA FAUNA PIEMONTESE (la nuova legge Regionale sulla caccia e le tante osservazioni delle associazioni ambientalistiche su una legge che definiscono peggiorativa,: Comunicato-stampa, con preghiera di diffusione )

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Fonte Legambiemte Piemonte 26/03/2013 attualità
Sintesi della redazione
Metto il parere di Legambiente Piemonte nel quale si appellano ai consiglieri regionali anche perchè Il d.d.l. demanda poi a provvedimenti della Giunta la definizione degli aspetti più mportanti dell’attività venatoria: specie cacciabili, calendario venatorio, limiti di carniere e così via.
Nel comunicato auspicano inoltre che l’Assessore regionale alla Caccia, Claudio
Sacchetto, si decida finalmente a perseguire gli interessi della collettività e non solo quelli di
una sparuta minoranza, anche se elettoralmente a lui vicina (come al solito)
Oltrettutto come si è spesso verificato nella Regione Piemonte se la giunta agirà in modo autonomo in spregio alle
norme internazionali rischia di far pagare all’Italia multe milionarie .
Legambiente e pronatura chiedono ai cittadini di far girare la notizia.
Fonte Legambiemte Piemonte
26/03/2013 attualità

Giunta Regionale del Piemonte ha recentemente approvato un Disegno di Legge
sulla caccia, che dovrebbe rimpiazzare la Legge Regionale abrogata la scorsa primavera,
all’unico e dichiarato scopo di impedire lo svolgimento del referendum regionale.
Le Associazioni ambientaliste e animaliste paventavano un peggioramento rispetto alla
situazione preesistente, ma, come spesso accade, la realtà supera la fantasia. Infatti, il d.d.l.
prevede la caccia nei parchi e nelle altre aree protette, la possibilità di utilizzare l’arco,
l’istituzione di fantomatiche aree recintate per la caccia agli ungulati (tra l’altro nemmeno
previste dalla normativa nazionale in materia), la commercializzazione dei capi abbattuti da
parte degli stessi cacciatori e altre assurdità che solo una Giunta totalmente allineata agli
interessi del mondo venatorio poteva partorire. Dimenticando che la fauna selvatica
rappresenta un bene della collettività, la cui appropriazione da parte di una esigua minoranza
rappresenta una prevaricazione del tutto inaccettabile.
Il d.d.l. demanda poi a provvedimenti della Giunta la definizione degli aspetti più
importanti dell’attività venatoria: specie cacciabili, calendario venatorio, limiti di carniere e così
via. Di fatto, sarà la Giunta a decidere in modo autonomo e potrà farlo anche in spregio alle
norme internazionali che tutelano la fauna selvatica: la famosa “caccia in deroga”, in Piemonte
ancora mai adottata, che rischia di far pagare al nostro Paese delle sanzioni milionarie.
Sinceramente, non ne sentivamo proprio la mancanza….
Le Associazioni ambientaliste e animaliste faranno tutto quanto in loro potere per
impedire che tale assurdità venga approvata e si appellano fin da ora ai Consiglieri della
Regione Piemonte affinché le logiche di tutela di un bene comune – quale la fauna selvatica –
prevalgano sugli interessi di una categoria, che rappresenta a malapena lo 0,5% della
popolazione piemontese. Auspicano inoltre che l’Assessore regionale alla Caccia, Claudio
Sacchetto, si decida finalmente a perseguire gli interessi della collettività e non solo quelli di
una sparuta minoranza, anche se elettoralmente a lui vicina. Il recente risultato delle
consultazioni elettorali ha chiaramente dimostrato come l’opinione pubblica presti sempre più
attenzione a come gli amministratori gestiscono la cosa pubblica e pretendano comportamenti
trasparenti e virtuosi. Forse, però, non tutti hanno compreso la lezione

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