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I prodotti naturali non sono sicuri e l’acqua va privatizzata, parola di Nestlè (la prepotenza delle Multinazionali)

Altrainformazione.it di Marco Pizzuti 22/09/2013 attualità
La prepotenza e l’arroganza con cui le multinazionali stanno assumendo il controllo assoluto sulle risorse del pianeta sono ormai giunte all’apice. Il capo della Nestlè Peter Brabeck-Letmathe ad esempio, ha prima dichiarato che i prodotti naturali sarebbero meno sicuri degli OGM brevettati dall’industria e ha poi aggiunto che l’acqua non è patrimonio dell’umanità e che pertanto dovrebbe essere privatizzata. Dopo che saranno riusciti a sostituire tutti i semi naturali con quelli brevettati quanto tempo passerà prima che pretenderanno anche la privatizzazione dell’aria? – See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2013/09/22/i-prodotti-naturali-non-sono-sicuri-e-lacqua-va-privatizzata-parola-di-nestl/#sthash.4IsQyfM6.dpuf

Una ricerca svela i pericoli degli alimenti manipolati geneticamente per fini commerciali: Studio choc: «Il mais ogm provoca il cancro» – See more at:Studio choc: «Il mais ogm provoca il cancro»

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ACHTUNG PIRATEN !

Bolivian President Evo Morales arrives at El Alto airport in La PazFonte http://www.guardian.co.uk DI JOHN PILGER

Negare lo spazio aereo al presidente della Bolivia è stata una metafora per la malavita che oggi governa il mondo
Proviamo a immaginare se l’aereo del Presidente francese fosse stato costretto ad atterrare in America Latina solo per un”sospetto” che trasportasse un rifugiato politico verso la sua salvezza – e non rifugiato qualsiasi ma uno che ha fatto sapere al mondo, che esistono prove di attività criminali su scala epica.
Nella foto: “L’arrivo del Presidente Evo Morales a La Paz”

Immaginate la risposta di Parigi, per non parlare di quello che avrebbe potuto gridare la “comunità internazionale”, come si definiscono i governi occidentali.
Ci sarebbe stato un coro di indignazione ad abbaiare dalla Casa Bianca, da Washington, da Bruxelles, da Madrid, le più eroiche forze speciali sarebbero state spedite a salvare il loro capo e, si sarebbe cercata subito la fonte di quel lampante caso di gangsterismo internazionale. Si sarebbero scritti migliaia di editoriali per tifare per un paese offeso e, forse, qualcuno avrebbe anche ricordato ai lettori che in questo tipo di pirateria si era già esibito il Reich tedesco nel 1930.

L’obbligo di far atterrare l’aereo del Presidente boliviano Evo Morales – negando lo spazio aereo da parte della Francia, della Spagna e del Portogallo, dopo il suo sequestro di 14 ore- che ha permesso ai funzionari austriaci di “ispezionare” “l’ aereo alla ricerca del “fuggitivo Edward – è stato un atto di pirateria aerea e un atto di terrorismo di stato. E’ stata una vera esibizione di quel gangsterismo che governa il mondo e della viltà e dell’ipocrisia di tutti quelli che non osano chiamare le cose con il loro nome.

A Mosca, avevano chiesto una dichiarazione a Morales– sulla richiesta [di asilo politico] fatta da Snowden – che è intrappolato nell’aeroporto della città – “Naturalmente .- aveva risposto il Presidente – saremmo disposti a discuterne e a prendere in considerazione questa idea.” Un atto come questo – per un Padrino – sarebbe stato chiaramente inteso come una provocazione. “Abbiamo preso contatto con una serie di paesi che potrebbero avere la possibilità di ospitare Snowden o di accordargli il transito nel loro paese”, ha detto un funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

I francesi – dopo aver strillato contro Washington che spiava ogni loro mossa, come ha rivelato Snowden – inizialmente non hanno capito niente, come i portoghesi. Gli spagnoli poi hanno fatto la loro parte imponendo il divieto di sorvolo del loro spazio aereo, concedendo così ai mercenari viennesi del “Padrino” tutto il tempo necessario per scoprire se Snowden aveva effettivamente invocato il rispetto dell’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che recita appunto: “Ogni individuo ha diritto di chiedere e di ricevere asilo in altri paesi se è perseguitato.”

Tutti quelli che sono pagati per mantenere la situazione sotto controllo hanno fatto la loro parte con un gioco multimediale del gatto e del topo che ha appoggiato le bugie del “Padrino” che dice che questo giovane eroico sta scappando dalla Giustizia americana, e non da un sistema organizzato e vendicativo di incarcerazione che prevede anche la tortura – chiedetelo a Bradley Manning ed ai fantasmi che vivono a Guantánamo.

Gli storici sembrano concordare sul fatto che l’ascesa del fascismo in Europa avrebbe potuto essere scongiurata se la classe politica dell’epoca, sia quella liberale che quella di sinistra, avessero capito quale era la vera natura del loro nemico.

I paralleli di oggi sono molto diversi, ma la spada di Damocle che pende sulla testa di Snowden, come il disinvolto rapimento del Presidente della Bolivia, dovrebbero spingerci a cercare di riconoscere la vera natura del nostro nemico.

Le rivelazioni di Snowden non intaccano solo la privacy, o la libertà civile e riguardano solo lo spionaggio delle masse. Rivelano qualcosa di più, qualcosa di innominabile: fanno intendere che la facciata democratica degli Stati Uniti ormai nasconde a malapena quel gangsterismo di sistema con cui storicamente si è identificato il fascismo – poco importa se i segnali evidenti di ieri non sono proprio esattamente uguali a quelli di oggi- . Martedì scorso, un drone americano ha ucciso 16 persone nel Nord Waziristan, “dove vivono molti dei militanti più pericolosi del mondo”, come si può leggere nei pochi paragrafi di cui abbiamo conoscenza. Solo per una affermazione che in quella regione vivono i militanti più pericolosi del mondo si sono fatti partire i droni. (Del resto) Il presidente Obama li autorizza personalmente ogni martedì.

Quando Harold Pinter accettò il Premio Nobel per la letteratura nel 2005 parlò di “una grande tovaglia piena di menzogne sulla quale stiamo mangiando”. Allora chiese perché “la brutalità sistematica e le atrocità diffuse” dell’Unione Sovietica fossero ben conosciute in tutto l’Occidente, mentre i crimini americani erano solo “registrati superficialmente, e nemmeno documentati o dichiarati”. Il silenzio più duraturo dell’era moderna ha coperto lo sterminio e la spoliazione di innumerevoli esseri umani perpetrati dagli Stati Uniti e dai suoi agenti, fuori da qualsiasi controllo. “Ma non si è saputo niente”, disse Pinter. “Non è mai successo niente e anche mentre stava succedendo qualcosa, non è mai successo niente.”

Questa storia segreta – non troppo segreta, ovviamente è stata sempre rifiutata dalla coscienza di quelle società cresciute nel mito e con le stesse priorità americane –ma questa storia non è mai stata più vicina ad essere riconosciuta. La denuncia di Snowden, come quella di Manning e di Julian Assange e di Wikileaks rischiano di rompere quel silenzio di cui parlava Pinter. Nel rivelare un vasto apparato di stato di polizia, di tipo orwelliano, al servizio della più grande macchina da guerra della storia, comincia a farsi luce su chi rappresenta il vero estremismo del 21° secolo. Senza precedenti, il settimanale tedesco Der Spiegel ha definito l’amministrazione Obama come un “totalitarismo soft”. Se cominciassimo a capire, dovremmo guardarci tutti allo specchio, più da vicino.

John Pilger
Fonte : http://www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jul/04/
4.07.2013

“Il governo vuole trasformare la Difesa in un trafficante d’armi”. La denuncia del generale Mini

corel
-Articolotre Redazione- -19 giugno 2013- Non è certo l’ultimo arrivato. Si tratta del generale Fabio Mini, ex comandante della missione Nato in Kosovo che, interpellato dal Fatto Quotidiano, ha espresso un parere durissimo in merito al provvedimento sulle semplificazioni che il governo intende discutere

“Vogliono istituzionalizzare il ruolo della Difesa come trafficante di armi e piazzista estero al servizio di Finmeccanica, sdoganando il gigantesco conflitto di interessi tra apparato militare e industria bellica”, ha infatti dichiarato il militare, riferendosi a quella modifica al Codice dell’ordinamento militare che prevede l’intervento della Difesa in “attività di supporto tecnico-amministrativo ovvero contrattuale per l’acquisizione di materiali di armamento prodotti dall’industria nazionale” per conto di Stati esteri.

“L’approvazione di questa norma”, ha illustrato il generale, “ufficializzerebbe una prassi consolidata, ma sottaciuta, che ha sempre visto i nostri generali, in missione all’estero come rappresentanti militari o comandanti di operazioni, attivamente impegnati in attività di promozione e intermediazione per la vendita di armamenti italiani ai governi locali. “Anche a me”, ricorda Mini, “quando ero rappresentante militare italiano a Pechino, veniva chiesto di promuovere la tecnologia militare italiana presso il governo cinese, ma lo feci con pessimi risultati”, ha precisato “Non conosco colleghi che non l’abbiano fatto, e molti, quelli che io chiamo ‘piazzisti’, hanno costruito così le loro carriere e le loro ricchezze“.

”Questi servigi vengono ricompensati con importanti avanzamenti di carriera oppure con un pagamento differito sotto forma di importanti incarichi aziendali e ricchi contratti di consulenza una volta in pensione”, ha inoltre denunciato il generale “Tutti i capi di stato maggiore sono ‘nominati’ da Finmeccanica, a volte perfino i ministri della Difesa, come dimostra il caso Di Paola. Ma penso anche al suo amico Venturoni” E, prosegue, “Per aggirare il divieto di consulenza durante i cinque anni di servizio ausiliario molti sanissimi ex capi di stato maggiore diventano improvvisamente inabili, passando subito alla riserva, che non prevede divieti di sorta”.

“Questo provvedimento”, si legge ancora sulle pagine del quotidiano di Padellaro, “faciliterebbe la vendita di armi italiane a governi con i quali è difficile costruire rapporto di intermediazione, cioè governi instabili e coinvolti in conflitti interni come nel caso dell’Afghanistan, della Libia o della Somalia: scenari dove in passato, penso a Mogadiscio, a trafficare armi erano i nostri servizi segreti“.

Referendum, due anni dopo. Che fine ha fatto la volontà popolare?

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Sì all’acqua pubblica, no al nucleare, no al legittimo impedimento. Così gli italiani si sono espressi il 12 e 13 giugno del 2011. A due anni di distanza dal referendum, le associazioni chiedono che la volontà popolare venga recepita in leggi e atti precisi
fonte il cambiamento.it di Matteo Marini – 12 Giugno 2013 attualità
Sembra passato un secolo. Il 12 giugno di due anni fa, ci recavamo alle urne per votare al Referendum per dire sì all’acqua pubblica, no al nucleare e no al legittimo impedimento. Fu un trionfo, una grande festa di democrazia la definirono i giornali nei giorni successivi.

A 48 mesi di distanza, il Comitato “Vota SÌ per fermare il nucleare”, l’Associazione “SÌ rinnovabili NO nucleare”, Greenpeace, Legambiente e WWF chiedono giustamente a tutti i parlamentari di ripresentare e avviare la discussione sulla legge di iniziativa popolare sullo sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili.

Vogliono sostanzialmente che si rispetti il responso straordinario che ci fu nelle urne, come esplicitato nel comunicato congiunto, nel quale denunciano come “nonostante la stragrande maggioranza degli italiani si sia espressa chiaramente due anni fa a favore dell’acqua pubblica e per un nuovo modello energetico, la volontà popolare non è ancora stata recepita in leggi e atti precisi. Per questo le organizzazioni e i cittadini impegnati in quella battaglia sono ancora in piazza per chiedere e costruire un futuro energetico sicuro, pulito, rinnovabile”.

Le associazioni chiedono anche che si metta mano ad una moratoria sulle centrali a carbone e sulle trivellazioni, rilanciando la legge di iniziativa popolare per lo sviluppo di efficienza energetica e delle energie rinnovabili (raccolte nel 2010 ben 110.000 firme ma è rimasta chiusa in un cassetto della commissione incaricata della scorsa legislatura).

Se non altro perché, continua il comunicato “i pericoli di quanto resta del ciclo nucleare in Italia non sono finiti, non esiste un efficiente sistema di messa in sicurezza delle scorie radioattive, lo smantellamento da parte della Sogin dei vecchi siti nucleari va a rilento”.

A due anni di distanza dal referendum, le associazioni chiedono che la volontà popolare venga recepita in leggi e atti precisi“La politica energetica degli ultimi governi, inoltre, ha ostacolato la diffusione delle rinnovabili, del risparmio e dell’efficienza energetica e ha rilanciato le fonti fossili: centrali a carbone ed estrazione di idrocarburi a terra e a mare. Ciò – si legge nel comunicato – è inaccettabile perché le strategie energetiche dei singoli paesi non possono essere orientate dagli interessi delle grandi lobby energetiche fossili, ma devono essere coerenti con gli orientamenti europei che puntano per il 2050 alla completa ‘decarbonizzazione’, almeno della produzione elettrica”.

Basterebbe poi, secondo i comitati, chiudere il rubinetto dei sussidi pubblici alle fonti fossili, per dirottare i soldi verso “il risparmio di materia e di energia, l’efficienza energetica nelle produzioni, la riqualificazione del patrimonio edilizio, i trasporti pubblici, l’uso diffuso delle fonti rinnovabili, gli investimenti in ricerca, la diffusione delle conoscenze”.

Oggi, a partire dalle ore 11, le associazioni illustreranno in Piazza di Montecitorio i contenuti della legge nell’ambito di un incontro con i parlamentari organizzato dal movimento per l’acqua pubblica.
L’iniziativa del movimento per l’acqua pubblica, mira invece a costruire un intergruppo dei parlamentari per l’acqua bene comune che si ponga l’obiettivo di riprendere il percorso legislativo per la idrico.ripubblicizzazione del servizio I Parlamentari verranno invitati a sottoscrivere un documento di adesione all’intergruppo.

Alle 18, appuntamento in Piazza di San Cosimato per festeggiare questo secondo anniversario dalla vittoria del referendum del 12-13 giugno 2011. Tra gli altri, saranno presenti anche Stefano Rodotà e Ascanio Celestini.

ALEMANNO E QUELLA FOTO CON IL BOSS CASAMONICA SU FACEBOOK LO SCATTO CON L ’ESPONENTE DEL CLAN ROM LO STAFF DEL SINDACO: “POTREBBE ESSERE UN FOTOMONTAGGIO (Aledanno pare che abbia delle cattive amicizie ma secondo il suo portavoce a sua insaputa)

coreliFatto Quotidiano di Luca De Carolis del 5/06/2013 attualità

Il giorno più lungo di Gianni Alemanno, segnato da una brutta contestazione nel quartiere Garbatella, davanti al bar dei Cesaroni, e dal giallosu una foto. Un’immagine datata 2011, rilanciata su Facebook dal blog Roma fa schifo, che ritrae il sin- daco assieme a Luciano Casamonica: membro di spicco di un clan rom finito in decine di inchieste, arrestato nel 2009 per spaccio nella sua lussuosa villa del Quadraro assieme alla moglie e altre 15 persone. Colpisce, vederlo accanto al sindaco di Roma, che da giorni attacca il centrosinistra sull’emergenza nomadi. Impressiona, la foto: ad occhio, scattata in un ristorante. Casamonica l’ha postata una prima volta nel febbraio 2011, e l’ha ri- pubblicata nel settembre 2012. A lanciarla è stato il profilo Facebook di Roma fa schifo, un blog sul degrado della capitale attivo dal 2007. Il fondatore, Massimiliano Tonelli: “Ci siamo imbattuti nella foto per caso. Era sul profilo pubblico di Casamonica, caricata con il cellulare, e og- gi alle 17 (ieri, ndr) l’abbiamo ripresa. Se è autentica? A me pare proprio di sì, ma la sicurezza al 100 per cento non ce l’ho”. Reazioni? “In due ore l’hanno vi- sualizzata in 20 mila. Ma a livel- lo ufficiale non ci ha chiamato nessuno”. In serata il Fato ha sentito lo staff di Alemanno, ricevendo questa risposta: “Non sappiamo che dire, la foto risale ad anni fa e non è circostanziata. Per quanto ci riguarda, potrebbe essere anche un fotomontag- gio”. LA CERTEZZA è che, alle 20.30 di ieri, la foto era sparita dal profilo di Casamonica. Un cogno- me che a Roma evoca un clan compatto come una falange. Accusato di gestire spaccio ed estorsione in molte zone di Ro- ma, da ville disseminate di rubinetti d’oro, protette con sofi- sticati sistemi di allarme e decine di vedette. C’era lusso a pro- fusione anche nella villa di Luciano Casamonica e della moglie, in via Casilina. “Una centrale dello spaccio”, dissero gli boss era proprio Casamonica, forte anche distretti legamicon cosche calabresi. Attualmente l’uomo è sotto processo. Al di là della foto, quella di ieri è stata davvero una giornata infinita per Alemanno. Iniziata proprio con il mancato trasferimento di rom da un’ex cartiera in via Sa- laria, nel Terzo Municipio (Roma nord), a una struttura a Torre Maura. Secondo il blog Romapost, i bus su cui far salire i nomadi sono arrivati davanti alla cartiera attorno alle 10. Ma nel frattempo a Torre Maura è scoppiata la protesta dei resi- denti. E alla fine i bus sono ripartiti vuoti, per l’ira del presidente del Terzo Municipio, Cristiano Bonelli, (Pdl). Sempre a Roma nord sono apparsi mani- inquirenti, dopo il blitz del 22 maggio 2009 nella dimora del 56enne. Dentro l’abitazione, avrebbero trovato 42 chili di droga. Tutta comprata dal Sud America, con il provento di ra- pine e furti di una vera e propria banda. Secondo la procura, il festi contro Ignazio Marino e il candidato municipale del centrosinistra, Paolo Marchionne. “Lenzuoli”non firmati, con foto di madonnine infrante e anima- li sottoposti a esperimenti, e l’invito a nonvotare“vivisezionisti e anticattolici”. Marchionne ha annunciato querela. Nel pome- riggio, Alemanno è apparso nel quartiere “rosso” della Garbatella, per un giro elettorale. UN GRUPPO l’ha “accolto” lan – ciando lattine vuote e bottiglie di plastica contro la sua auto e i suoi accompagnatori. “Fuori i fascisti, non ti vogliamo qui”, urlavano. È dovuta intervenire la polizia, per evitare guai peg- giori. Alemanno ha provato a rispondere: “Pensate di intimo- rirmi con questa buffonata?”. Poi ha ripreso il suo giro tra i ne- gozianti. Arrivato davanti al bar dei Cesaroni, si è preso altri in- sulti. Il sindaco è ripartito tra le urla “Roma libera”. In serata, l’accusa del comitato Alemanno: “Tra gli aggressori c’erano anche esponenti e un eletto di Sel”. Nel giorno difficile di Alemanno, in cui il primo cittadino ha attaccatonuovamente Marino perché vuole istituire il regi- stro delle coppie di fatto, manca ancora la conferma di uno spot di sostegno da parte di Silvio Berlusconi, pure annunciato (ufficiosamente) e atteso da Alemanno. Ma Berlusconi è lontanissimo da un candidato che non sente suo. (ha collaborato Valeria Pacelli)

“ABBIAMO UNA BANCA B. PUBBLICÒ FASSINO DA CAPO DEL PDL” NELLE MOTIV AZIONI DELLA SENTENZA SUI NASTRI UNIPOL CHE CONDANNÒ L ’EX PREMIER A UN ANNO, I GIUDICI LEGANO LO SCOOP DEL GIORNALE ALL ’INTERESSE POLITICO

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Fatto Quotidiano 7/06/2013 di Antonella Mascali attualità

Per evitare una condanna, Silvio Berlusconi aveva accettato di sacrificare la sua vanità facendosi passare per un anziano stanco e dormiente su una poltrona di casa. I giudici di Milano, però, non hanno creduto né a lui, né al fratello Paolo né all’imprenditore Roberto Raffaelli. La vicenda è quella della pubblicazione dell’inter – cettazione segreta tra Piero Fassino e Giovanni Consorte “Allora abbiamo una banca?”. Ieri i giudici Oscar Magi (presidente) Teresa Guadagnino e Monica Amicone hanno depositato le motivazioni della condanna, a marzo, per Silvio Berlusconi a un anno e per il fratello Paolo, a 2 anni e 3 mesi (è recidivo) per concorso in rivelazione del segreto di ufficio. NON È VERO che Silvio Berlusconi non ascoltò quell’intercettazione. Anzi, se da capo del Pdl non avesse avuto l’interesse a screditare l’avversario politico, quella intercettazione, il 31 dicembre 2005, non sarebbe stata pubblicata dal Giornale. Era il 24 dicembre 2005, rico- struiscono i giudici, quando ad Arcore Paolo Berlusconi con gli amici imprenditori Fabrizio Favata e Roberto Raffaelli (della società Rcs che intercettava per conto della Procura di Milano) fecero ascoltare al Cavaliere l’intercettazione segreta, non anco- ra trascritta per i pm che inda- gavano sulle scalate bancarie dei “furbetti del quartierino”. Non c’è stato “alcun addormenta- mento da parte di Silvio Berlusconi o inceppamento del pc”. Il riferimento è alle versioni di Paolo Berlusconi e di Raffaelli, ritenute inattendibili. “Piuttosto deve ritenersi, sulla base di quanto obiettivamente riscon- trato che quella registrazione audio venne ascoltata attraverso il computer”. Quella registrazione era “un regalo di Natale”di Raffaelli “volto a ingraziarsi l’appoggio del presidente del Consiglio al fine di ottenere la sua protezione” per un affare in Romania. Durante le dichiarazioni spon- tanee, Silvio Berlusconi disse che mai avrebbe potuto servirsi di intercettazioni, consideran- dole “barbarie”. E se mai avesse ascoltato quella con Fassino “non vi avrebbe dato alcuna im- portanza” perché si sa che il Pd “dispone di cooperative… e di una banca, Mps”. Invece, per i giudici quella intercettazione non sarebbe mai stata pubblica- ta dal Giornale “senza l’apporto” di Berlusconi “in termini di con- corso morale”.“La qualità di capo della parte politica avversa a quella di Fassino rende logica- mente necessario il suo benesta- re alla pubblicazione”. Va inoltre consideratoil periodoin cui fu pubblicata: “A 4 mesi dalle elezioni… Era evidente la volontà di darvi risalto”. Il “mandante morale”nonmerita leattenuati generiche: “Tenuto conto della qualità di pubblico ufficiale di Silvio Berlusconi e della lesività della condotta nei confronti del- la pubblica amministrazione” e anche perla condanna,sia pure non definitiva al processo Me- diaset. Anche stavolta, però, Berlusconi beneficerà della pre- scrizione: scatta a settembre. Ma se in Appello e in Cassazione dovesse essere“colpevole e prescritto”allora la parte civile, Fassino, rappresentata dal profes- sore Carlo Federico Grosso, avrà diritto al risarcimento (80 mila euro in primo grado). Sul fine della pubblicazione di quella registrazione politicamente ghiotta i giudici descrivono una “operazione mediatica efficace” anche per la natura “suggestiva” dell’intercettazione. Chi l’ha trovata (non è mai stato scoperto) ha avuto “la capacità, o la fortuna, di individuare questa con- versazione evocativa della capacità della sinistradi‘fare affarie mettersi a tavolino con i poteri forti’,inaperto contrastoconla tradizione storica se non di quel partito, quantomeno, dell’orientamento del suo elettorato”. E infatti, anche per quell’inter – cettazione,il centrosinistracalò di molti punti nei sondaggi e le elezioni politiche del 2006 finirono in sostanziale pareggio.

Via D’Amelio. Una prostituta rivelò ad un carabiniere del tritolo

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Fonte articolotre Redazione- 10 maggio 2013- attualità
Ad affermarlo lo stesso militare deponendo nell’aula bunker del carcere di Caltanissetta al processo “Borsellino quater”.

Il militare ha riferito di aver appreso la circostanza da una prostituta che per lui rappresentava all’epoca una fonte confidenziale molto attendibile.

La donna, poco prima della strage di via d’Amelio, rivelò al sottufficiale che ci sarebbe stato un incontro al quale avrebbero partecipato Totò Riina, alcuni esponenti del clan dei Fidanzati e altri grossi latitanti. Il summit si tenne il 16 luglio del 92.

“Fui io stesso -ha dichiarato il teste- ad accompagnare la donna a quell’incontro. Quando si concluse mi disse che in Italia si stavano preparando degli attentati e che sarebbero stati imminenti. In uno di questi progetti omicidiari, l’auto doveva essere messa in una via e bisognava far spostare altre macchine. Una macchina doveva essere imbottita di tritolo e doveva esplodere davanti ad un parente. La bomba destinata a Di Pietro doveva invece esplodere nel Palazzo di Giustizia di Milano”.

Il sottufficiale tentò di infornare telefonicamente i suoi superiori ma invano. Ha anche aggiunto di aver inviato loro una relazione su quanto appreso ma solo dopo la strage di via d’Amelio. “In quel periodo -ha detto- correva voce che avrebbero ucciso Borsellino. Qualcuno avrebbe pensato che io stessi raccontando una bufala, probabilmente non sarei stato creduto”.

Decise quindi di recarsi personalmente da Di Pietro, che incontrò nel suo ufficio invitandolo a cambiare abitudini. Gli raccontò anche delle altre rivelazioni apprese dalla donna. Il sottufficiale dell’Arma ha anche affermato che dopo la strage di via d’Amelio, lo andarono a trovare nel suo ufficio alcuni uomini del Ros e del Sismi.

Beni Comuni 24 e 25 aprile: “Libera l’acqua, libera la democrazia

coreldi Comitato Acqua Bene Comune – 24 Aprile 2013 attualità
Oggi e domani, giorno della Liberazione, i comitati territoriali per l’Acqua Bene Comune si mobiliteranno in tutta Italia per riaffermare la liberazione del servizio idrico dalle logiche di profitto come deciso dagli italiani il 12 e 13 giugno 2011.
Tutti gli appuntamenti

Lo facciamo nella giornata simbolica della Liberazione perché sappiamo che l’aspirazione ad una società giusta, equa e libera dalla dittatura è stato ciò che ha mosso la resistenza e, i suoi stessi principi, hanno continuato a vivere in tutte le lotte sociali, di generazione in generazione.

Come abbiamo fatto 3 anni fa, quando iniziammo la raccolta firme per il referendum, prendiamo questa come data simbolica per affermare che quella battaglia è stata vinta ma la guerra è ancora lunga. Infatti ancora oggi la percentuale in bolletta per i profitti garantiti, ovvero la speculazione sull’acqua e il servizio idrico, non è stata abolita; anzi, la tariffa, ricalcolata dall’AEEG, ha semplicemente nascosto sotto un’altra definizione quello stesso meccanismo.

Sappiamo che questi sono giorni difficilissimi, dovuti alla situazione istituzionale ma, ancor di più, di fronte ad una crisi economica e sociale che sta facendo precipitare il Paese. Per questo ci mobilitiamo ancora un volta contro le gestioni private, la “tariffa-truffa” dell’AEEG e per l’applicazione dell’esito referendario, cercando sempre la massima cooperazione e relazione con chi si batte per la difesa dei beni comuni e le altre lotte sociali.

Sappiamo che è ora di riaffermare gli ideali e le speranze che portarono alla liberazione e costruire, oggi, un’alternativa necessaria. Liberiamo l’acqua!

Rapporto Legambiente Acqua in bottiglia, le gocce alle Regioni il Piemonte tra i maggiori produttori con ma con una tariffa considerata iniqua

MilenaGabanelli
Fonte Fatto Quotidiano.it di Lorenzo Vendemmiale del 7/04/2013 attualità
L’acqua in bottiglia è sempre più un affare per le aziende che operano sul territorio italia Secondo il rapporto di Legambiente lo stato infatti, non restano che poche gocce, neanche l’1% in tasse di tutti questi soldi.D’accordo che le aziende che producono acqua in bottiglia E’ chiaro che le aziende hanno delle spese relative ai macchinari, ai trasporti, al personale ma il rapporto appare sproporzionato.
Dai dati dai legambiente risulta che ci sia una produzione (oltre 12 miliardi di litri all’anno) ha un impatto ambientale quantificabile nel consumo di 6 miliardi di bottiglie di plastica e 456mila tonnellate di petrolio, nonché nell’emissione nell’atmosfera di 1,2 milioni di anidride carbonica.
La colpa, però, non è dei privati, ma delle Regioni che adottano canoni troppo vantaggiosi per le società, prevedendo un criterio in funzione degli ettari sfruttati e non dei litri imbottigliati; o fissando tariffe più basse del dovuto.
Ma Piemonte in Campania e Basilicata che sono tra tra i maggiori produttori in Italia, che si registrano i differenziali massimi tra quanto incassato attualmente e quanto si potrebbe incassare con tariffe più eque
Da un rapporto di circa due anni fa L’italia risultava il terzo consumatore di acqua in bottiglia nel mondo.

articolo completo
La denuncia viene da un rapporto di Legambiente, secondo cui agli enti pubblici va solo l’1% del giro d’affari dei privati. Colpa di concessioni vecchie e sbilanciate a favore dei privati. Casi limite in Puglia, Liguria, Campania e Basilicata. Il Lazio, invece, ha adottato il triplo canone

L’acqua in bottiglia è sempre più un affare per le aziende che operano sul territorio italiano. Ma solo per loro. Allo Stato, infatti, non restano che poche gocce, neanche l’1% di tutti questi soldi. La denuncia viene da Legambiente e Altreconomia, e dal dossier Acque in bottiglia, un’imbarazzante storia italiana”. La sua massiccia produzione (oltre 12 miliardi di litri all’anno) ha un impatto ambientale quantificabile nel consumo di 6 miliardi di bottiglie di plastica e 456mila tonnellate di petrolio, nonché nell’emissione nell’atmosfera di 1,2 milioni di anidride carbonica. Acqua preziosa per le industrie, acqua però svenduta dall’Italia. Ci sono Regioni, come ad esempio la Puglia e la Liguria, che incassano davvero spiccioli dalle concessioni: 20mila euro nel primo caso, addirittura 3mila euro nel secondo. “Eppure parliamo di un bene che viene preso dal suolo pubblico e imbottigliato. E’ chiaro che le aziende hanno delle spese relative ai macchinari, ai trasporti, al personale. Ma ciò non giustifica una simile sproporzione nella distribuzione dei ricavi”, afferma Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente.

La colpa, però, non è dei privati, ma delle Regioni che adottano canoni troppo vantaggiosi per le società, prevedendo un criterio in funzione degli ettari sfruttati e non dei litri imbottigliati; o fissando tariffe più basse del dovuto. Il Lazio, infatti, è l’unica Regione che adotta il triplo canone, ovvero quello stabilito dalla Conferenza delle Regioni nel 2006, e che prevede una tariffa da 1€ a 2,5€ per metro cubo di acqua imbottigliata, da 0,5€ a 2€ per metro cubo di acqua emunta e 30€ per ettaro di superficie concessa. Ci sono comunque altre Regioni virtuose: 9 in particolare (Trentino Alto-Adige, Lombardia, Veneto, Toscana, Umbria, Marche) che prevedono un doppio canone, secondo le linee guida nazionali. Ma nel resto d’Italia queste direttive sono disattese. E ciò si traduce in un regalo’ di svariate decine di milioni di euro alle industrie. Addirittura 70 milioni di euro ogni anno, secondo il calcolo di Legambiente (che però ipotizza un canone molto alto, di 10€ per metro cubo). Ma anche fermandosi ad una più realistica cifra di 2,3€ a metro cubo (quella applicata dal Lazio), sono almeno 15 i milioni di euro a cui rinunciano le amministrazioni locali. Nella classifica stilata da Legambiente la Provincia autonoma di Bolzano, la Liguria, l’Emilia-Romagna, il Molise, la Puglia e la Sardegna (che prevedono solo il canone in funzione degli ettari concessi) sono bocciate senza appello. Ma è in Campania, Basilicata e Piemonte, tra i maggiori produttori in Italia, che si registrano i differenziali massimi tra quanto incassato attualmente e quanto si potrebbe incassare con tariffe più eque: addirittura 3 milioni di euro ogni anno in Campania, dove un miliardo e mezzo di litri d’acqua vengono pagati solo 30 centesimi al metro cubo; tariffa che sale (si fa per dire) a 60 centesimi in Basilicata e 75 centesimi in Piemonte.
“E’ una situazione illogica sotto tanti punti di vista”, sostiene Zampetti: “Innanzitutto a livello di competitività: è assurdo che ci siano tali discrepanze fra un territorio e l’altro, bisognerebbe uniformare il mercato. Adeguare i canoni di concessione tutelerebbe la dignità di un bene prezioso come l’acqua. E porterebbe nelle casse delle amministrazioni locali risorse importanti, di cui ci sarebbe grande bisogno in un momento economico così delicato. Ma nessuno fa nulla da anni. Davvero non riusciamo a capire il perché”.
Una spiegazione prova a fornirla Giancarlo Chiavazzo, responsabile scientifico di Legambiente Campania: “L’acqua in bottiglia è l’altra faccia della medaglia dell’acqua del rubinetto che non viene utilizzata. Le responsabilità sono tutte della classe dirigente: non si è mai fatto nulla per rendere più competitiva e appetibile dal punto di vista percettivo l’acqua corrente. Così si è agevolata l’esplosione di questa bolla dell’acqua in bottiglia. E nel frattempo, in questo settore effimero e poco sostenibile dal punto di vista ambientale, dove guadagnano solo i privati, si è creata occupazioneche adesso non si può più andare a toccare”. Lo dimostra il caso di una Regione ‘virtuosa’ come il Veneto, esosa nei confronti delle aziende ma solo sulla carta: qui, nel triennio 2013-2015 (come già tra il 2010-2012), il canone di 3€ al metro cubo è stato dimezzato “in considerazione del protrarsi delle condizioni di crisi e dell’esigenza di garantire la difesa dei livelli occupazionali”.
E una conferma importante arriva anche da Marcello Pittella, assessore alle Attività produttive della Regione Basilicata: “Siamo pienamente consapevoli del problema: la Basilicata, come altre Regioni, svende la propria acqua. Ma possiamo farci ben poco: forse in passato alcune grandi aziende hanno speculato, ma adesso tutte le industrie del comparto sono in crisi, almeno da noi. In questa congiuntura economica alzare i canoni significherebbe mandare in mobilità centinaia, se non migliaia di lavoratori. Per altro, quello che incasseremmo dalle concessioni saremmo costretti a spenderlo in cassa integrazione. Ora come ora non ci sono alternative a mantenere gli attuali canoni, che sono molto bassi. In futuro, se ci sarà uno spiraglio per farlo, non escludiamo di aumentarli. L’errore c’è, ma è stato fatto in passato a livello nazionale”, conclude Pittella. “E’ la storia del nostro Paese, purtroppo: descriveremmo la fisionomia di un’Italia diversa e migliore, se potessimo tornare indietro e non commettere gli stessi sbagli”.Paolo_Guido

La mafia contro Grillo: la Digos e il Ros alzano la protezione

corelDa Il Fatto Quotidiano del 06/04/2013 di Emiliano Liuzzi attualità
DOPO LE LETTERE ANONIME SUGLI ATTENTATI AI PM SICILIANI PER BLOCCARE “FROCI E COMICI AL GOVERNO”.Icarabinieri del Ros sono arrivati di primo pomeriggio a casa di Beppe Grillo. Motivo: mettere in atto una serie di misure di sicurezza per garantire al leader del Movimento 5 stelle l’incolumità dopo la lettera arrivata alla Procura di Palermo, datata 2 aprile, intestata al pm Di Matteo: “Questo Paese non può finire governato da comici e da froci”. Una minaccia considerata pericolosa e attendibile. Non la penna di mitomani, tanto per intenderci, ma uno scritto che riporta alla mente degli inquirenti siciliani gli anni più oscuri. “Siamo preoccupati”, dicono. “E abbiamo sottovalutato fino a oggi quello che è stato lo tsunami nella politica italiana. Tsunami al quale le organizzazioni criminali non reagiscono mai bene”. Il “frocio”, come dicono in modo sprezzante i mafiosi, potrebbe essere Rosario Crocetta, il politico di centrosinistra, omosessuale dichiarato, che governa la Sicilia da pochi mesi. Oppure il presidente della giunta regionale della Puglia, Nichi Vendola. Ma “comico” è lui, soltanto lui, Beppe Grillo. Che, dopo il blitz nella patria della mafia, è sbarcato a Roma e potrebbe mettere ancora più in pericologli equilibri criminali nella partita del governo. Ma se i giornali tacciono – non è bastato un titolo in prima pagina del Fatto Quotidiano – ieri i vertici dei Ros e della Digos a Roma hanno deciso di agire. Bisogna intensificare la protezione a Grillo. Non si può attendere oltre: la lettera, precisa, circostanziata e ritenuta assolutamente credibile, non lascia tempo. Si parla di un “botto”, insomma, di una bomba. Si racconta che “Matteo (Messina Denaro, ndr) abbia dato l’assenso… abbia coinvolto altri uomini d’onore anche detenuti”. D’altronde nella lettera si parla anche di una scadenza imminente: l’azione sarebbe fissata entro maggio. Cioè proprio nelle settimane convulse, confuse, che porteranno alla scelta del premier e del Capo dello Stato. Che decideranno del futuro dell’Italia. Se il Paese volterà davvero pagina lasciando la criminalità organizzata senza coperture istituzionali e politiche si deciderà adesso. Sembra di rivivere la stagione delle stragi del 1992, con la bomba a Falcone arrivata nelle settimane dell’elezione del presidente della Repubblica (Oscar Luigi Scalfaro) e dellaformazione del governo. Troppe, davvero troppe circostanze che si ripetono. Allora c’era Toto Riina, era il periodo oscuro della mai chiarita trattativa Stato-mafia. Oggi, appunto, la guida è passata a Matteo Messina Denaro perennemente vicino alla cattura, ma sempre potentissimo anche dalla latitanza. Il suo regno, però, come il boss sa benissimo, potrebbe scricchiolare se non fosse più garantito dalla politica. Che Cosa Nostra guardasse con preoccupata attenzione all’ascesa di Grillo lo aveva già raccontato settimane fa il Fatto : le intercettazioni dei boss nei giorni precedenti le elezioni avevano mostrato inquietudine. Il nome non compariva mai direttamente, ma accenni e silenzi portavano tutti in quella direzione. Ma ora non si scherza più. La sicurezza di Grillo nei mesi scorsi non era parsa un’emergenza. Poi il voto, il Cinque Stelle che schizza oltre il 25 per cento. Si comincia a parlare di governo. Insomma, i giochi si fanno grossi. Troppo grossi, rischiano di mettere in discussione l’impero della criminalità organizzata con i suoi 140 miliardi di affari. Mafia, ma anche ‘ndrangheta e camorra. E il movimento di Grillo è considerato incontrollabile. Difficile, quasi impossibile da penetrare. Più dei partiti classici. Ecco allora che quella parola “comico” pare indicare un possibile obiettivo. Fa tremare gli investigatori. Anche perché Grillo di protezione finora non ne ha voluto sapere, al massimo si affida alla cura di qualche amico o collaboratore. Niente più, continua la vita di sempre. “Noi non possiamo imporre la scorta a chi non ricopre incarichi istituzionali. Se rifiuta la protezione dobbiamo starcene”, spiegano Ros e Digos che comunque hanno intensificato un servizio di vigilanza intorno a possibili obiettivi. Il tutto in un silenzio assordante. Solo Dario Fo, ieri, sul blog di Grillo, ha parlato di “clima del

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