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C’E’ UN PROBLEMA DELL’INFORMAZIONE IN ITALIA OGGI ? QUESTA SAREBBE UNA NOVITA’ ? IL PERCHE’ DELLO SCONTRO GRILLO VS GIORNALISTI

corel
Fonye Libero pensiero DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI 5/07/2013 attualità

“Agli scrittori si chiedeva sempre più di curare il loro aspetto pubblico: dovevano farsi vedere…erano costretti a parlare invece che scrivere, a farsi ascoltare invece che leggere, obbligati a vivere un surrogato di mondanità invece di tenere in esercizio quel guardare incarognito le cose della vita che solo fornisce materia alla scrittura.
Luigi Bernardi, 10 marzo 2012

“Noi e loro anima e corpo. Sembra che noi e il Pd non siamo mai stati avversari. Siamo in piena luna di miele. Ci scambiamo tutti sorrisetti, occhiolini, pacche. In questa realtà sono a mio agio. M5S e Sel sono tremendi, hanno totalmente perso il senso della imparzialità. Invece la parola d’ordine é condivisione. In armonia”.
Alessandra Mussolini, 4 giugno 2013

Parliamo oggi di comunicazione e giornalismo.

Beppe Grillo attacca la corporazione dei giornalisti e fa nomi e cognomi spingendoli ad assumersi le loro responsabilità. I giornalisti, in compenso, rispondono gridando allo scandalo, protestando, indignandosi, ma scelgono di sottrarsi al dibattito e al confronto, al punto tale da scegliere di passare alle querele.

E così, l’ex presidente della Rai Lucia Annunziata denuncia Beppe Grillo. Come a dire: meglio vedersela tra avvocati che affrontarsi in un dibattito pubblico.

Basterebbe questo per chiarire le motivazioni di base che ci hanno portato dal 57esimo posto al mondo, come nazione che usufruisce della libertà di stampa, al 69esimo; il tutto negli ultimi quattordici mesi. Il 2012 è stato l’anno della svolta negativa, che ha impresso al mondo dell’informazione italiana la spinta verso l’inarrestabile declino mediatico, esaltato dalla classe politica dirigente nei lunghi mesi di deferenza, servilismo, acriticità e compiacenza, profusi in tutte le salse nei confronti del governo Monti. La stragrande maggioranza dei giornalisti, indifferentemente di destra e di sinistra, che avevano investito la loro energia e professionalità spiegando perché Monti fosse “una risorsa insostituibile”, non solo all’inizio del suo governo, il che era comprensibile, sono le stesse identiche persone che dieci secondi dopo l’esito elettorale del 25 febbraio 2013 hanno cominciato a spiegarci perché il governo Monti non andava bene e perché, invece, andrà benissimo quello Letta-Alfano.

Ma c’è un problema dell’informazione, in Italia?

Va da sè che esiste, altrimenti non ci troveremmo in quella posizione di classifica.

Il problema non è facile da affrontare, perchè il perno della vicenda ruota proprio intorno alla struttura stessa del potere politico italiano che possiede il controllo dei media, e quindi sceglie, decide e stabilisce di che cosa si parla e di che cosa non si parla. Soprattutto in quali termini sia necessario farlo. Non è certo casuale che la mamma di tutte le caste (la corporazione dei giornalisti) sia l’unica attività professionale esercitata legalmente in questo paese che non è stata quasi mai toccata, da scandali, accuse di concussione, falsi in bilancio, corruttela provata e dimostrata. Non solo. Il potere mediatico-editoriale ha avuto l’accortezza diabolica di impossessarsi delle tematiche della indignazione popolare costruendoci sopra un lucroso business. Dopo il danno anche la beffa. E così, negli ultimi anni, si sono ingegnati costruendo quella che ho definito “l’industria del dissenso”, sofisticata modalità censoria abilmente camuffata da apparente denuncia, dato che è prodotta, distribuita e venduta da coloro contro i quali gli autori si scagliano. In quei prodotti, sia cartacei che televisivi, si presenta la schiuma di una onda piccola e la si spaccia per oceani giganteschi, dando quindi al fruitore l’impressione di essere testimone di un’accorata denuncia del sistema vigente. Non esiste un libro pubblicato in Italia che abbia affrontato il tema della “casta mediatica”, se non qualche tentativo d’artigianato distribuito in forma rozza secondo modalità pre-capitalistiche, e quindi, inevitabilmente, destinato al dichiarato insuccesso. In un teatro come questo, diventa un imperativo categorico tentare e cercare -come si può, sulla base degli strumenti operativi a disposizione di ciascuno- di riappropriarsi del Senso, per non perdere il significato della realtà. L’oligarchia al potere si sente minacciata, e ha ragione a sentirsi così. Si sente in pericolo, e ha ragione a sentirsi così. Sente di avere a disposizione sempre meno tempo, sempre meno argomenti, sempre meno sostanza, e quindi deve fare tutto ciò che è possibile per abbassare il livello dell’informazione, per annacquare il dibattito, per distrarre l’attenzione, in modo tale che la vera autentica natura dello stato dell’arte non venga svelata alla cittadinanza e sia per loro possibile seguitare a produrre dei falsi conclamati.
La casta mediatica, ormai, vive all’interno di un rovesciamento di valori. Enrico Letta va a Bruxelles il giorno dopo aver varato il suo governo e incassa una pesante sconfitta. Le sue richieste vengono bocciate. La stampa presenta il suo viaggio come un successo suo personale. Non solo. Ci aggiungono anche un plusvalore, dichiarando che l’Europa applaude per come l’Italia si è mossa finora “negli ultimi due anni”, il che significa far credere a tutti che Mario Monti e quindi anche Silvio Berlusconi avevano lavorato molto bene. Il 10 marzo 2013 -pur dimissionario ma ancora in esercizio- il governo Monti aveva annunciato “ufficialmente” di aver accolto le istanze di Confindustria, mettendo a disposizione la cifra di 50 miliardi di euro “subito” per venire incontro ai debiti della Pubblica Amministrazione verso le piccole e medie imprese creditrici. Applausi e fiumi di articoli. Il 10 aprile tale decisione viene annullata con pesanti dichiarazioni da parte della Corte dei Conti e non se ne fa niente. Nessun giornalista protesta davvero, nè si scrive al riguardo. Confindustria “finge” sconcerto ma non accade nulla perchè non denunciando nulla non può avvenire nulla. Il nuovo governo dichiara che varerà “subito” un piano per pagare le imprese. La stampa pubblica con enfasi dichiarazioni e opinioni di politologi, economisti, editorialisti, esperti giuristi, i quali, con enfasi, spiegano come avverrà l’operazione. Avviene poco o nulla. Gli articoli al riguardo cessano. Il governo Letta annuncia rivoluzionari provvedimenti per abbattere il finanziamento pubblico ai partiti, attraverso il varo di un Decreto Legge fumoso, all’interno del quale esistono dei dispositivi che recano in sè i germi per un rientro dei soldi ai partiti dalla finestra. Non c’è stato nessun giornalista di destra, nessun giornalista di sinistra, che ha chiesto direttamente, in modo convinto, a Enrico Letta e Angiolino Alfano “scusate, ma perchè non restituite subito i 45 milioni di euro?”. Nessuno glielo ha chiesto. L’onorevole Daniela Santanchè dichiara il 6 maggio 2013 in televisione “io sono a favore dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e sono addirittura d’accordo a restituire immediatamente la cifra destinata al PDL in questa tornata elettorale: sia chiaro a tutti che questa è la posizione del PDL”. L’8 maggio 2013, alle 12.30, il capogruppo del PDL alla Camera, on. Brunetta, presenta la richiesta ufficiale in tesoreria per avere i soldi. La richiesta viene accettata. Nessuno chiede conto di questo. E così via dicendo.

E’ un mondo senza senso, all’interno del quale non è facile districarsi. Non è peggiorato, intendiamoci. L’immagine che vedete in bacheca ritrae la prima pagina del corriere della sera del marzo 2009 quando -in teoria- non c’era ancora la crisi, in cui il quotidiano ci annuncia che il segretario del PD si era dimesso e il PD era nel caos. Eppure, all’italiano medio, al cittadino inerme, viene fatto credere che “il PD nel caos” sia una novità, una notizia che si è verificata nell’aprile del 2013. Non è così. Idem per ciò che riguarda il PDL e tutte le altre attività governative. I giovani di “occupy PD” in realtà sono vecchi ammalati di Alzheimer sociale precoce; pensano di star vivendo una epopea civica originale, mentre invece sono la copia clonata dei loro cugini che hanno vissuto la stessa identica esperienza quattro anni fa. La differenza sta nel fatto che allora aveva un nome diverso. In questi ultimi anni non è accaduto nulla di nuovo, se non l’arricchimento di una percentuale minima della popolazione pari a circa l’1,8%, ai danni del restante 98,2%, i quali sono stati spinti verso un degrado sempre maggiore, verso un impoverimento sempre maggiore, con il conseguente declino della nazione ormai avviata verso una definitiva regressione. La stampa ha seguitato a sostenere la classe politica dirigente che ha prodotto questo risultato, a seconda dei casi esaltando la destra, la sinistra, il centro.

Oggi, invece, la notizia relativa alla novità quotidiana sarebbe che il “problema” dell’Italia consiste nell’attacco di Beppe Grillo alla stampa. La verità è che si rendono conto che non sono più in grado di sostenere delle argomentazioni che producono falso. Questo è l’unico vantaggio della crisi economica perdurante: l’aumento del disagio sociale comporta un ispessimento della soglia dell’attenzione e sono sempre meno le persone che se la bevono. Diventa sempre più difficile ingannare i cittadini, perchè in Italia comincia, poco a poco ma inesorabilmente, a diffondersi -e questa è la splendida novità del nostro risveglio, che è lento ma reale- una nuova lettura della realtà basata sulla comportamentalità, sulla fattualità, sull’esistenzialità. Si viene giudicati ormai alla prova dei fatti. I giornalisti non fanno ormai domande scomode ai politici, tranne a quelli del M5s. Beppe Grillo dovrebbe arrabbiarsi soprattutto per questo. Il mestiere del giornalista è quello di chiedere di “render conto” ma a tutti, con la stessa tenacia. Altro che domande sulle diarie! Ben altre sono le domande che dovrebbero essere fatte al resto dei parlamentari tutti, nessuno escluso.

E’ il motivo per cui, ieri sera, contravvenendo ai miei propositi di sfruttare i miei 4 minuti a disposizione per fornire al pubblico dei telespettatori la mia personale “idea narrativa e visionaria della presenza del M5s”, ho finito col virare verso un attacco personale contro Battista, il quale, a nome del corriere della sera, insisteva nell’accanirsi contro il M5s insistendo nel darlo per spacciato. Mentre me ne stavo lassù, appollaiato in quella specie di gabbiotto in attesa del mio turno e lo ascoltavo, c’erano due cose che mi frullavano dentro la testa, in maniera ossessiva, parallele e contigue anche se appartenenti a due dimensioni totalmente diverse. Da una parte, il ricordo, forte ma appannato, di un vecchissimo post di Grillo che se la prendeva con Pier Luigi Battista per qualche motivo che non riuscivo a ricordare, in tempi di gran lunga antecedenti all’esistenza del M5s come movimento elettorale. Dall’altra, il ricordo doloroso per la morte di Giuliano Zincone, mio maestro. Un grande, glorioso, poderoso giornalista, che qualche decennio fa mi fece avere accesso alla professione portandomi al corriere. E i maestri vanno sempre onorati, soprattutto quando si tratta di maestri bravi e di cavalli di pura razza, come nel caso di Zincone, autore del più potente e famoso editoriale mai pubblicato nella storia del giornalismo italiano, a metà degli anni ’70, sul corriere, da tutti considerato il più bell’articolo della storia repubblicana, per l’impatto che allora ebbe sull’immaginario collettivo della borghesia italiana Si chiamava “Orfani” e descriveva la tragedia dei giovani della sinistra di allora nell’aver capito, captato, la follia del criminale dittatore cambogiano Pol Pot, e trovarsi pertanto di fronte all’idea che l’intera guerra fredda era una truffa: bisogna rimboccarsi quindi le maniche, uscire dalle ideologie e, assumendosi le responsabilità in proprio del proprio comportamento individuale, andare a combattere per la conquista dei diritti civili nel nome di una ritrovata comunità della cittadinanza collettiva, abbandonando i padri storici: da oggi siete tutti orfani. Mentre stavo lì ad ascoltare Battista con la voglia di saltar giù e dir la mia (ma non potevo farlo) quelle due idee si sovrapponevano. Poi, più tardi, a casa, sono andato sulla rete per vedere se trovavo qualche input che mi potesse aiutare a comprendere. Navigavo senza requie e senza risultati. Infine, ci sono riuscito.

Ed è andato tutto a posto: la virulenza di Battista, gli allarmi di Grillo, il lutto di Zincone.

Mi sono ricordato di un lontano giorno del 1977. Allora ero giovanissimo. Ero andato al corriere a consegnare un pezzo. Al bar avevo incontrato il prof. Guido Blumir, un sociologo esperto nei movimenti, anche lui collaboratore del giornale e come me, amico di Zincone. Proprio in quel momento entrò Giuliano, con un’aria disperata. Prendemmo insieme un caffè e poi lui ci disse: “Venite con me, su su muovetevi. Vi faccio vivere una esperienza storica. Andiamo. Vi faccio toccare con mano l’inizio del lungo e buio tunnel dell’informazione in Italia. Spetta a voi darvi da fare, perchè c’è il rischio che questa sera finisce il giornalismo, in Italia, per sempre. E poi anche il resto finirà a vacca”. Lo seguimmo. Salimmo su, al quarto piano, dove c’erano i big, e lui, allora, era il più importante giornalista italiano (sezione laici libertari). Si stava svolgendo il consiglio del comitato di redazione, c’erano i pezzi forti, perfino l’amministratore delegato e Rizzoli in persona. Annunciarono il licenziamento del grandioso direttore Piero Ottone, e la nomina (che andava votata) del nuovo direttore, Franco Di Bella. Ci furono diversi interventi, tutti a favore, il più entusiasta quello di Enzo Siciliano, che in seguito sarebbe diventato presidente della Rai. Gaspare Barbiellini Amidei, vice-direttore, importante giornalista, cattolico, colto, studioso di storia, era bianco come un cencio. Insistè per avere un pubblico parere da parte di Giuliano Zincone. Si alzò in piedi e disse. “Io vorrei sapere per quale motivo, il sottoscritto, che di professione fa il giornalista onorando questo splendido mestiere, dovrebbe accettare l’idea di avere come nuovo direttore l’allenatore del Catanzaro. Vorrei che mi venisse data dalla proprietà, qui e adesso, una convincente risposta. Conosco i meccanismi del potere in questo paese come le mie tasche, quindi? Che cosa c’entra il calcio con la grande tradizione di libertà dell’informazione del corriere della sera?”. E si mise a sedere. Alcuni risero, ma dopo qualche secondo tacquero. Calò un enorme silenzio che durò diversi minuti, fu davvero tragico. Ero troppo giovane, allora, per capire, ma l’energia si poteva captare, palpare con mano. Dopo questo angosciante silenzio, Barbiellini Amidei disse: “Giuliano, noi qui dobbiamo votare e basta”. Votarono tutti. (tanto per facilitarvi la comprensione, devo specificare che in quel momento la squadra del Catanzaro era in serie A, il suo allenatore si chiamava Di Bella ed era un tipo estroverso famosissimo; ma si trattava di una omonimia casuale).

Giuliano Zincone fu l’unico a votare contro.

Venne eletto direttore Franco Di Bella, un oscuro redattore di cronaca. Soltanto molti anni dopo venimmo a sapere che la sua nomina era stata decisa a Washington, dal comitato di finanzieri che aveva fatto suo “il memorandum di Powell” (chi ignora che cosa sia lo trova per intero in rete) e aveva dato ordine a Licio Gelli di prendere possesso del gruppo Rizzoli e dell’informazione italiana. Fu l’onorevole Tina Anselmi a spiegare il tutto, nel 1983, quando presiedeva la commissione parlamentare sulla P2.

Zincone è stato un grande giornalista e qui celebro la sua memoria: che riposi in pace. Sono davvero orgoglioso di avere avuto un maestro come lui.

Ieri notte, verso le 2, a casa, a un certo punto ho pigiato su Google “Franco Di Bella-Beppe Grillo-Battista” e zaff, è venuto fuori un articolo pubblicato dal signor Beppe Grillo sul suo blog in data 28 febbraio 2009. Allora, ho capito.

Ecco qui il link: http://www.beppegrillo.it/2009/02/il_millsgate_e_il_corriere_della_sera.html

Così ve lo potete leggere per intero.

E per oggi, basta così.

Tutto ciò per dire che i bravi giornalisti esistono.

Sergio Di Cori Modigliani
Fonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it
Link: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/06/ce-un-problema-dellinformazione-in.html
5.06.2013

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Dalla Costituzione alla prostituzione: il piano dei Saggi per il patrimonio In evidenza (le genialate dei saggi)

corel
Fonte Coscienzeinrete redazione 20/04/2013 attualità
Tra le perle contenute nell’agenda economica prodotta dal collegio di cervelli nominati da Napolitano c’è anche questa ideona: «Allo scopo di moltiplicare i luoghi in cui rendere accessibile il patrimonio culturale disponibile, si potrebbero sperimentare forme di prestito oneroso ai privati … di parte delle opere attualmente chiuse nei magazzini, così da finanziare con il ricavato attività e gestione dei musei esistenti».

Non è una novità: .la stessa proposta era contenuta in un disegno di legge presentato il 22 giugno 2010 da un certo Domenico Scilipoti In compenso è una genialata perfettamente bipartisan, visto che era contenuta anche nel programma di Laura Puppato per le Primarie poi vinte da Bersani: «Altra proposta dissacrante è l’utilizzazione intelligente delle opere d’arte e dei reperti archeologici custoditi nei magazzini dei musei e che non vengono esposti per mancanza di spazio. Si potrebbe affidarli a fronte di adeguato compenso, in locazione ad organizzazioni private che ne curerebbero l’esibizione al pubblico, oppure con apposita convenzione affidarli a enti, istituzioni, fonti termali e alberghi affinché ne curino l’esposizione».

Chi avanza proposte del genere dimostra di non avere neanche la più pallida idea di che cosa sia il nostro patrimonio. Che non ha bisogno di «moltiplicare i luoghi» di fruizione (che andrebbero semmai razionalizzati, e forse diminuiti), perché è già iper capillarmente diffuso sul territorio. Sviati dal modello americano, la nostra percezione è invece museo-centrica: pensiamo di salvare il patrimonio trasformando i grandi musei in fondazioni, e ci preoccupiamo per le opere conservate nei depositi. Ma la percentuale di arte musealizzata è minima, ed è quella più al sicuro. E non c’è nulla di scandaloso nel fatto che i musei abbiano depositi: che non sono magazzini, e tantomeno scantinati umidi, o soffitte polverose, ma sono polmoni attraverso cui il percorso espositivo del museo ‘respira’.

Ma andiamo al cuore del problema: è sensato mettere a reddito il patrimonio, per esempio noleggiando le opere d’arte pubbliche ai privati? Io credo di no.

Nel 1948 la Costituzione ha spaccato in due la storia dell’arte italiana, assegnando al patrimonio storico e artistico della Nazione una missione nuova al servizio del nuovo sovrano, il popolo. La storia dell’arte è in grande parte la storia dell’autorappresentazione delle classe dominanti, e per un lungo tratto i suoi monumenti sono stati costruiti con denaro sottratto all’interesse comune. Ma la Costituzione ha redento questa storia: le ha dato un senso di lettura radicalmente nuovo. Il patrimonio artistico è divenuto un luogo dei diritti della persona, una leva di costruzione dell’eguaglianza, un mezzo per includere coloro che erano sempre stati sottomessi ed espropriati.

Ma se noi torniamo a rimettere quel patrimonio nelle mani dei ricchi, se lo privatizziamo, se lo riduciamo ad un’attrezzeria scenica da noleggiare a pagamento, ebbene prendiamo il progetto della Costituzione e lo buttiamo nel cesso. Del resto lo facciamo già: in questi giorni le piazze e i monumenti di Firenze sono, per esempio, privatizzati da un miliardario indiano che ha noleggiato (per un tozzo di pane) mezza cittàcome una location di stralusso in cui organizzare il proprio matrimonio. E il Comune è felicissimo: è l’occasione perfetta per una città il cui unico progetto sul futuro è lo sciacallaggio del passato. Il modello è la Venezia di Cacciari & c., insomma: la conversione della città in un luna park a gettone.

Allora cosa fare, dove trovare i soldi? Partiamo dai numeri. L’Italia spende in cultura l’1,1% del Pil,la metà della media europea (2,2%). Per l’anno in corso saranno tolti altri sessanta milioni alla tutela e alla valorizzazione dei beni storici e artistici, che già cadono a pezzi. L’intero bilancio del Ministero per i Beni culturali (già dimezzato da Bondi e Berlusconi) sarà ulteriormente tagliato, arrivando a un miliardo e 589 milioni di euro. Il patrimonio recentemente sequestrato ad un singolo imprenditore dell’eolico accusato (tra l’altro) di aver devastato il paesaggio italiano è pari a un miliardo e 300 milioni: cioè, noi difendiamo il paesaggio e il patrimonio di tutti con gli stessi soldi messi in campo da uno solo tra le sue migliaia di nemici!

Dove trovarli, dunque, questi soldi? L’Italia ha l’evasione fiscale più grande del mondo: peggio di noi solo la Turchia e il Messico. Con il 2,5 % dell’evasione annuale italiana (che ammonta a 150 miliardi di euro) il patrimonio si potrebbe mantenere sontuosamente: senza regalarlo a speculatori privati, senza ricorrere alla beneficenza, senza ridurci ad avidi usufruttuari del passato.

Ma è molto più facile trattare le opere d’arte come orsi ballerini che si aggirano nei cocktail col piattino delle offerte tra le zampe: e non importa se questo significa umiliarle fino a privarle di quei poteri di umanizzazione, liberazione morale ed educazione intellettuale che le rendono presenze uniche ed insostituibili nella nostra vita spirituale.

Un suggerimento per i saggi del Quirinale: ora che il presidente Napolitano va in pensione, perché non noleggiarlo a pagamento per impreziosire le serate dei vip e ripianare i conti dello Stato?

Articolo di Tomaso Montanari

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/16/dalla-costituzione-alla-prostituzione-progetto-sul-patrimonio-artistico-dei-saggi/564542/

Grillo incontra militanti e giornalisti, la diretta streaming 21 aprile 2013(in diretta dalla cosa)

fonte ilfattoquotidiano.it 21/04/2013 attualità
in diretta dalla cosa
La conferenza stampa del capo politico del Movimento 5 Stelle e dei due capigruppo a Camera e Senato, Vito Crimi e Roberta Lombardi, assieme ai parlamentati dell’M5S

21 aprile 2013

Rosario Fiorello Quelli del Pd hanno agito come bambini”

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Fatto Quotidiano 21/04/2013 di Beatrice Borromeo attualità

Abbiamo fatto la nostra riunione e abbiamo deciso chi secondo noi possiamo sperare, auspicare che diventi presidente della Repubblica. Facciamo a un presidente che metta d’accordo tutti, perché qui non è questione di grillini o non grillini. E noi ve lo diciamo in musica”. Fiorello e i ra- gazzi dell’edicola intonano: “Chi sarà, chi sarà, chi sarà… Chi sarà il presidente, chi lo sa. C’è rimasto solo un nome da votà: noi diciamo tutti in coro Rodotà. Rodotà, Rodotà, Rodotaaaa”. Fiorello, l’e ndorsement da lei è inaspettato. Sa perché ho fatto questa cosa? L’edicola che io frequento è piena di grillini, tutti anziani ma tutti grillini. Visto come stanno andando le cose, visti i candi- dati provenienti dal mondo politico, ora che c’è bisogno di cambiamento Rodotà mi sembra- va – non solo a me ma a tutti quelli che erano lì – la scelta più giusta. Meglio di Prodi? Sì, e meglio di Ma- rini. Avevano par- lato addirittura di D’Alema: non ci si poteva nemmeno pensare. Quindi ridendo e scherzando, dato che a noi non ci ascolta nessuno… Abbiamo ascoltato noi il sentimento popolare, quello che passa dal nostro bar. È incredibile quanto si capisce stando tra la gente. Dovrebbe suggerirlo al Pd. Pensi che io avevo fatto lo stesso esperimento prima delle elezioni e avevo azzeccato tutto: avevo pre- visto il botto dei grillini, il calo del Pd e la risalita del Pdl. Preciso. Sta- mattina (ieri, ndr) ho fatto la stessa cosa. ‘Voi che ne pensate?’, chie- devo. Ed è saltato fuori che Rodotà è la persona che avrebbe accontentato tutti. La senatrice Finocchiaro, dopo la riunione del Pd al Capranica, ha spiegato al Fatto che non hanno mai considerato Rodotà per- ché è un nome che ha proposto Grillo, e non il Pd . Ho letto! Manco i bambini fanno co- sì. Decido io sennò non vale… A parte che se io fossi il Pdl l’avrei scelto, quando c’era ancora Prodi in corsa. Solo che Rodotà aveva votato per l’i nnegibilità di Berlusconi. Ha fatto bene Bersani ad andarsene? (Ride) E che altro doveva fare? Si è sentito tradito, ma ne aveva già fatte troppe. Questa non gliela perdonava nessuno. E Renzi che dice, che ha fatto bene ad andarsene?

Le Monde: “Monti politicamente morto per l’Europa”

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Fonte nocensura.com 28/03/2013 di alessandro Raffa attualità

Anche l’Europa che un anno fa lo elevava a salvatore della patria scarica il massone del gruppo Bilderberg: la sua popolarità è morta e sepolta, così come lo sono (politicamente) i suoi principali sostenitori, Fini e Casini. Farsi vedere vicini a Mario Monti significa perdere popolarità, nonostante TUTTI i mass media abbiano fatto di tutto per salvaguardare la sua immagine: per esempio le immagini di quando gli sono state tirate le uova dai terremotati emiliani, in campagna elettorale, sono state censurate: se al suo posto ci fosse stato un altro leader politico avrebbero fatto il giro d’Italia: nel caso di Berlusconi probabilmente del mondo.
IL DECLINO DI MONTI è DOVUTO IN BUONA MISURA ALLA ESTENUANTE CAMPAGNA DI INFORMAZIONE REALIZZATA DAI LIBERI BLOGGER DEL WEB: CHE HANNO EVIDENZIATO E SVISCERATO I SUOI LEGAMI CON IL MONDO DELL’ALTA FINANZA E DELLA MASSONERIA, EVIDENZIANDO ANCHE COME IL SUO OPERATO ABBIA PROVOCATO IL SUICIDIO DI CENTINAIA DI PERSONE, MENTRE LUI DISPENSAVA REGALI E LEGGI FAVOREVOLI ALLE LOBBY E PONTIFICAVA IN TV CON L’ARROGANZA DI CHI SA DI AVERE LE SPALLE BEN COPERTE…
Noi di nocensura.com – senza nascondere un pizzico di orgoglio – possiamo affermare con sicurezza di essere stati tra i più duri e sinceri sin dall’inizio : anche quando gli italiani non consapevoli di quali poteri rappresentasse, ubriachi dalla gioia della caduta di Berlusconi, festeggiavano nelle piazze e ci contestavano: “non vi va mai bene niente e nessuno” – “lasciamolo lavorare!” – “preferivate il nano di Arcore” – etc. etc…
SPERIAMO CHE LA LEZIONE SIA SERVITA: DAI MASSONI BILDERBERG, TRILATERAL, ASPEN INSTITUTE E DAI SERVI DELLE BANCHE D’AFFARI USA NON POSSIAMO ASPETTARCI NIENTE DI BUONO!!! Altro che ‘lasciarli lavorare’… MANDIAMOLI a lavorare, ma per davvero!!!
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“La conversione tardiva di Monti a una politica economica espansiva, come “un gol a tempo scaduto” per Le Monde”

ROMA – “Mario Monti è politicamente per l’Europa”: con un titolo forte che giunge inaspettato, Le Monde, il più autorevole quotidiano francese intona il requiem per l’ex uomo dell’anno, l’ex salvatore dell’euro. Spicca, in italiano, la parola“fiasco”, di solito riservata ai fallimenti artistici a teatro e oggi ripescata per sintetizzare la caduta politica del presidente del Consiglio tenuto ancora in vita dall’impasse governativo del dopo-voto.

Che tutto questo accada al tecnocrate che ha appena terminato l’arduo compito di raggiungere la tenuta dei conti pubblici, non è nemmeno il minore dei paradossi su Monti, spiega il giornale. Se sono stati raggiunti gli obiettivi su deficit e indebitamento, la crescita mancata s’incarica di scalzare dal piedistallo il “miglior prodotto” dell’Europa, un Monti regolarmente smentito nelle sue previsioni di aumento del Pil. E la sua conversione tardiva a una politica economica più espansiva hanno minato le sue credenziali, “come un gol segnato a tempo scaduto”.

ECCO D0LCE ; GABBANA GLI ESTEROVESTITI: 343 MILIONI DI MULTA LA COMMISSIONE TRIBUTARIA DI MILANO CONFERMA: CONDANNATI PER A VER TRUCCATO LA CONTABILITÀ PER PAGARE MENO TASSE. RESTA UN GRADO DI GIUDIZIO

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Fatto Quotidiano 31/03/2013 di Chiara Paolin attualità

Per chi si occupa di abiti chic, il termine “ esterovestizione” potrebbe anche suonare trendy. Invece, secondo i giudici della Commissione tributaria di Milano, si tratta più modestamente di una contraffazione di contabilità che porta le aziende italiane a trasferire sedi e/o marchi in Paesi dove si pagano meno tasse, defraudando le casse nazionali. Per questo Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono stati con- dannati ieri a pagare una multa da 343 milioni di euro, più interessi e spesucce varie. Per essere più precisi, la Com- missione tributaria di Milano ha confermato la sentenza di primo grado emessa nel novembre 2011, respingendo in blocco il ricorso presentato dagli stilisti e mettendo un altro punto a favore dell’agenzia delle Entrate, che attende impaziente di incassare il quantum. LA GIUSTIZIA TRIBUTARIA, dopo aver riesaminato il caso, ha dunque riconfermato la “condotta di un abuso di diritto, posta in essere al solo scopo di procurarsi un vantaggio fiscale”. Ma come? Nel marzo del 2004 Domenico Dolce e Stefano Gabbana costuituiscono una società in Lussenburgo, la Dolce & Gabbana Luxemburg sarl, che a sua volta co- stituisce la società Gado sarl. Quest’ultima acquista dagli stessi stilisti, per 360 milioni di euro, alcuni marchi della maison. Ma non finisce qua, perchè qualche tempo dopo, tramite un contratto di licenza, Gado concede a un’altra società ancora (la Dolce & Gabbana srl) il diritto di sfrut- tamento dei marchi in esclusiva e dietro il pagamento di royalties. Da notare che nel Lussemburgo il prelievo fiscale sui profitti è decisamente basso, solo il 4 per cento. Il giro di operazioni societarie in- sospettì l’agenzia delle Entrate, che decise di mettere sotto con- trollo tutto l’affare. Dopo tre anni di lavoro, nel 2010, gli 007 del fisco accusarono gli stilisti di aver messo in funzione una “cassaforte costituita ad hoc”, cioè la Gado sarl, per “attuare una pianifica- zione fiscale internazionale illecita finalizzata al risparmio d’im – posta”. Insomma, tra chiffon e tacchi 12, i marchi D&G cercavano una soluzione contabile per alleggerire i conti personali. Infatti, all’accusa di aver creato una so- cietà esterovestita, si aggiunge anche quel- la di aver ceduto i marchi a un prezzo “inadeguato”. E per- chè mai svendere i gioielli di casa? Rispondono gli esperti tributari che lo scopo principale dell’ope – razione consiste nel ricavare un “risparmio di imposta rea- lizzato attraverso la diminuzione del corrispettivo soggetto a tas- sazione in capo alle persone fi- siche autrici della cessione”. E non si tratta di spiccioli. Secondo l’agenzia delle Entrate, il vero valore dell’operazione lus- semburghese superava il miliardo di euro, cifra che poi è stata ridotta in primo grado a 730 mi- lioni. Bei soldoni, specie per calcolare il budget individuale dei due fondatori: dopo la revisione amministrativa, la voce “altri red- diti” di ciascun stilista è lievitata dai 25,4 milioni dichiarati a 422,3 milioni di euro. La maggiore imposta accertata ammonta perciò a 187,6 milioni, la maggiore addi- zionale regionale (per la gioia del governatore Maroni) è di 5,8 mi- lioni e le sanzioni amministrative ammontano a 193,4 milioni. EPPURE, LA STORIA potrebbe continuare ancora a lungo. Prima di sganciare anche un solo centesimo, bisognerà attendere l’ultimo grado di giudizio, l’ennesimo ricorso cui hanno diritto i due stilisti. Difficile immaginare la soluzione opposta, cioè il pagamento immediato della multa. Perchè a novembre 2011, quando la Cassazione annullò un prece- dente verdetto di assoluzione sul- l’evasione fiscale a carico dell’azienda di moda, Stefano Gabbana non usò mezze parole. “Ladri!!!!!!”twittò, con 6 punti esclamativi, aggiungendo: “Non sanno cosa fare per portarci via i sol- di”. Chi? Quelli dell’agenzia delle Entrate, lo Stato, l’Italia da cui “sarebbe meglio forse andarsene”, come scrisse ancora Gabbana beccandosi su Facebook i commenti degli utenti: “Bisogna pagare le tasse, tutti, e soprattutto voi che siete ricchi”. Ieri, a crisi economica e istituzionale più conclamata che mai, i commenti online sono stati più pro D&G che contro. Certo Stefano Gabbana ha ritwittato ogni messaggino di solidarietà, ma tra gli utenti tanti si allineano: “Lo Stato s’è magnato tutto, adesso vogliono venire addosso a chi lavora

LA PAURA DELLO SCOUTING Grillo: “Sul web pagano per tirarmi schizzi di merda”

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Fatto Quotidiano 25/03/2013 di Emiliano Liuzzi attualità

Non ho la palla di cristallo, può accadere di perdere qualcuno. Ma oggi siamo com- patti. Dirlo sarebbe un forzatura. Noi andiamo al voto della fiducia uniti”. È quello che spiega Giuseppe Brescia, giovane deputato pugliese. E non svela nessun mistero: anche Grillo prima delle elezioni aveva palesato apiù volte del rischio di defezioni. Il caso Grasso era ab- bondantemente previsto. Sarà anche per questo che dal blog, il leader del Movimento 5 stelle, fa di tutto per tenere la truppa compatta e parla di “schizzi di merda digitale”, riferendosi a commenti che lui definisce or- chestrati, sul suo blog, firmati da anonimi pagati per questo. Trascorre così, la domenica pri- ma di quella che sarà una settimana decisiva, per il Paese, ma anche per i 5 stelle, tra gli acuti del leader, sopra le righe e senza freni inibitori, e un’ostentata tranquillità dei parlamentari. Che il tema scouting lo hanno presente, ma non lo temono. LO RIPETONO in coro, e lo spie- ga anche qualcuno che Grasso lo ha votato. “Su questo punto non c’è dibattito”, taglia corto Marino Mastrangeli, senatore eletto nel Lazio. Su di lui ci sono le luci puntate: ilgiorno dopol’elezio – ne di Grasso, ammise di essere stato tra coloro che avevano scritto sulla schedail nome del- l’ex procuratore nazionale del- l’antimafia. E ora c’è chi teme possa cedere di nuovo alle sirene IL CANTAUTORE-ASSESSORE Battiato: “Beppe sta esagerando Casaleggio? Come Richelieu” “Grillo sta esagerando, in questo momento l’Italia è un paese dilaniato”, dice il cantautore siciliano che dal 2012 è anche assessoreal Turismoe alloSpettacolo dellagiunta Crocetta in Sicilia. “In Sicilia – prosegue – ero sicuro che la coabitazione con 5 stelle avrebbe funzionato e infatti sta andando benissimo. Per quanto riguarda la formazione del governo invece non lo so. Grillo a volte sembra che stia per cedere ma poi le frasi sono sempre quelle”. Secondo Battiato, Casaleggio è come Richelieu “perchè sta dietro le quinte, è uno che manovra ”. IL PRESIDENTE DELLA CAMERA “Ho detto a mia figlia ‘mi hanno eletta’ e lei ‘ma non lo avevano già fatto?’” “Mi hanno eletta!”. La prima telefonata di Laura Bol- drini dopo l’elezione a presidente della camera è per la figlia che vive all’estero. “Ma non ti avevano già elet- t a? ”risponde lei ancora nel dormiveglia. “Poi ti spiego” chiude la mamma. Il siparietto familiare è stato raccontato dalla Boldrini da Fabio Fazio a “Che tempo che fa ”. E a proposito di figli, ha ribadito la sua idea di con- cedere la cittadinanza ai figli di immigrati “prima pos- sibile”. “I migranti devono essere rivalutati, non sono dei poveracci ma sono la sfida del futuro perchè hanno conoscenze e saperi che possono arricchirci”. del Pd e addirittura votare la fi- ducia: “Non considero il mio un voto a favore di Grasso, ma un voto contro Schifani. In ogni ca- so quello è un capitolo chiuso”. Certo, ma anche questa volta potrebbe riproporsi lo stesso di- lemma: votare il governo o met- tere indifficoltà unPaese chedi una guida, seppur sotto forma di transizione, ha bisogno? “Noi non temiamo di perdere la pol- trona, ma solo di far spendere soldi inutili agli italiani”, pun- tualizza Barbara Lezzi, anche lei eletta a palazzo Madama. “Ma se dobbiamo perderetempo indiscussioni inutili, che non porta- no da nessuna parte, tanto vale votare di nuovo. Tanto la nostra ottica è quella di un incarico a tempo determinato”. Il pensiero di una possibile trattativa con il Pd, dice, non la sfiora nemmeno. “Quello di Grasso era un ca- so diverso, perché si trattava di votare un’istituzione e tra noi qualcuno ha preso un abbaglio. Mentre ora si parla di politica. E non ci devono essere esitazioni”. DELLA STESSA opinione il senatore della Toscana, Maurizio Romani, che ammette come il dibattitosia statoal centrodelle loro discussioni interne, soprattutto dal momento in cui alcuni giornali scrivevano di 20, trenta persone pronte a migrare: “Non abbiamo dubbi. Ormaiè diven- tato solo un dibattito vostro, su carta. Noi la nostra posizione l’abbiamo ben chiara in testa. Questa mattina mi sono letto le mail degli altri colleghi al senato – continua Romani – e non ci sono tentennamenti”. Nessuna paura di far cadere il governo o di portare il Paese all’ingoverna – bilità. “Abbiamo fatto una cam- pagna elettorale basata intera- mente sul non voto al governo dei partiti, come potremmo a questo puntorimangiarci lap ola? Un governo con a capo Bersani è tutto ciò contro cui ci siamo sempre battuti”. Grillo, invece, va diretto al pun- to: “Da mesi orde di trolls, di fake, di multinick scrivono con re- golarità dai due ai tremila com- menti al giorno sul blog. Qual- cuno evidentemente li paga per spammare dalla mattina alla sera”. ‘”Questi schizzi di merda di- gitali – prosegue il post non firmato – si possono suddividere in alcune grandi categorie. Quella degli appellanti per la go- vernabilità per il bene del Paese, del votaBersani, votaBersani, o del votaGrasso, votaGrasso (l’unico procuratore antimafia esti- matore di Berlusconi). Quella dei divisori, venuti per separare ciò che per loro è oscenamente unito, che chiedono a Grillo di mollare Casaleggio, al M5s di mollare Grillo e a tutti gli elettori del M5s di mollare il M5S per passare al sol dell’avvenire delle notti polari del pdmenoelle”. E chiude: “Dato che nel blog chiunque può commentare questo non vuol dire nulla. Prima vomitano i commenti sul blog e poi li rivomitano nelle tv”. Sui presidenti delle Camere, Grillo è altrettanto pesante: Laura Boldrini e Piero Grasso sono “la più moderna manif stazione della partitocrazia”. Grillo sostiene che i due presidenti non siano stati“democraticamente scelti” con votazioni nei loro gruppi, ma nominati da Bersani. Secca la replica di Boldrini – “evidentemente non conoscela miastoria”-e quelladi Bersani: “Anche Grillo si deve rendere conto che non ha il mo- nopolio del cambiamen

Procuratore di Torino Gian Carlo Caselli Il Pdl mi ha fatto fuori perché non sono come lui”

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Fatto Quotidiano 23/03/2013 i Marco Lillo attualità

Il procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli, giovedì non ha visto l’intervento di Piero Grasso a Servizio Pubblico.“Ero fuori a vedere “Il matrimonio segreto”di Cimarosa”, spiega al Fatto , “ma oggi grazie a internet ho potuto rivedere tutto”. E cosa pensa della seconda carica dello Stato che sfida a duello televisivo un giornalista che lo critica? Io non sono Grasso. Non mi faccia dire altro. Effettivamente siete molto diversi. Lei è stato accusato di es- sere un magistrato politicizzato e Grasso è sempre stato tratta- to come un magistrato equili- brato. Oggi lei fa il procuratore e Grasso è presidente del senato, in quota Pd. Non è un paradosso? Bisogna vedere chi ti accusa. Totò Riina dichiarava a tutte le telecamere nel 1994 che io sono un comunista e che il governo in carica in quell’anno si doveva guardare da me. Anche io ho avuto molte offerte dalla po- litica e ho sempre detto di no. Non è il mio mestiere anche se non ho nulla da dire contro chi sceglie di farlo. Travaglio critica Grasso perché avrebbe approfittato delle leggi contro di lei nella corsa alla nomina a Procuratore antimafia nel 2005. Partiamo dai fatti accertati: nel 2005 quando il mandato del procuatore Pierluigi Vigna sta sca- dendo, il Csm bandisce un con- corso e il centrodestra fa il pri- mo intervento contro di me prorogando il mandato di Vi- gna fino al compimento del suo 72esimo anno di età. Poi il Csm pubblica nuovamente il concorso e io ripresento doman- da. Cosa succede a quel punto? La commissione degli incarichi direttivi vota. Ed è un pareggio: tre voti a Grasso e tre voti a Caselli. La parola passa al plenum ma prima che tutti i consiglieri possano esprimersi viene ap- provata una seconda norma roposta da un ex magistrato eletto con An, Luigi Bobbio, tesa ad escludermi. E cosa prevede la norma? Solo chi non ha già compiuto 66 anni può partecipare al concor- so nonostante poi i magistrati vadano in pensione a 75 anni. Quella norma è illogica e sarà annullata dalla Corte Costitu- zionale ma ha una finalità precisa: guarda caso, avevo com- piuto 66 anni. Così il plenum del Csm sceglie ovviamente l’u- nico candidato: Grasso. A me appare un fatto gravissimo: so- no stato scippato del mio diritto a partecipare a un concorso. Per ben due volte sono state cambiate le regole per colpire me in una logica punitiva. Secondo i difensori di Grasso, il consigliere di Md Francesco Menditto, non presentò la proposta prCaselli per evitare la conta. Nel 2005 il consigliere laico scelto da Forza Italia, Giuseppe Di Federico, disse a verbale che i suoi sostenitori avevano evitato il voto perché “esisteva una maggioranza di almeno 14 voti a favore di Grasso e hanno ritenuto che fosse politi- camente più conveniente non far apparire la sconfitta del loro canditato”. Sarebbe ancor più grave: prima ancora di cominciare la discussione in plenum ci sarebbe stato un accordo per favorire Grasso e far fuori me. Io non ci credo ma se fosse vero sarebbe gravissimo. Grasso crede a questa versione e vuole sfidare Travaglio carte alla mano. Guardi, io non conservo dossier e so solo che sono stato scippato del mio diritto a partecipare al concorso da una legge contra personam. Lo dice lo stesso Grasso. In un’intervista del 18 aprile 2007, a Francesco La Licata sulla S ta m p a , Grasso dice: “Rimango fortemente critico contro quella scelta gover- nativa perché era dichiarato lo scopo di sfavorire Caselli e fa- vorire me”. Stando così le cose mi sarei aspettato subito qualche presa di posizione, non due anni dopo. E devo dire non solo da parte di Grasso ma anche dall’Associazione Nazionale Magistrati e dagli uomini di legge. Invece tutti zitti. Perché sarebbero dovuti intervenire in suo favore? È una questione di principio non di uomini. È come se un arbitro a metà della partita avesse chiamato i capitani delle due squadre al centro del campo dicendo loro che nel secondo tempo avrebbe fischiato i falli solo a una delle due squadre. Se succedesse questo in un campionato di calcio succederebbe la rivolta e invece in un concorso per la procura nazionale antimafia sembra normale. Se lei fosse stato il giocatore avvantaggiato dall’arbitro, cioè Piero Grasso, avrebbe lasciato il campo? Non le voglio rispondere per- ché non è elegante. Ognuno si comporta come gli suggerisce la sua coscienza. Il risultato è che io sono stato scippato di un diritto. La storia non si fa con i se e i ma. Grasso ha un curriculum di tutto rispetto. Ma la stessa cosa si deve dire di me e io ero più anziano. Se il plenum avesse scelto Grasso, non so se avrei ricorso al Tar ma diciamo che avevo le carte in regola per farlo e vincere. Perché lei è stato punito con una legge contra personam? Lo dichiarano pubblicamente i politici del centrodestra in quel periodo: io devo pagare il processo Andreotti nel quale il senatore a vita, che ha spesso ricoperto ruoli di primo piano, è stato dichiarato colpevole per avere avuto rapporti con la mafia fino al 1980. Tutto ciò è semplicemente inaudito. Giuseppe di Lello ha scritto che i magistrati scaltri sono tanto bravi a riconoscere in teoria i rapporti mafia-politica ma altrettanto bravi a negarli nei giudizi. Noi non siamo stati scaltri. Quella sentenza nasce da un appello del 1999 che non è contro- firmato da Grasso. Non ero a Palermo e non mi posso esprimere sulle ragioni della sua mancata firma.

Il falso Grasso (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150Da Il Fatto Quotidiano del 23/03/2013 Marco travaglio attualità.
Giuro che l’altra sera, quando Piero Grasso ha telefonato in diretta a Servizio Pubblico per sfidarmi a duello, ho pensato allo scherzo di un imitatore. Tipo quello di Paolo Guzzanti che chiamò Arbore con la voce di Pertini. O a quello dei monelli de La Zanzara che hanno intortato due grilli dissidenti spacciandosi per Vendola. Invece pare che fosse proprio lui, il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, forse mal consigliato in famiglia. Altrimenti non avrebbe chiamato come un Masi qualunque (Masi almeno il programma lo stava seguendo, Grasso invece no) per lamentarsi del fatto che si parlasse male di lui in sua assenza. Sono decenni che in tv, sui giornali e nei palazzi si parla di lui, quasi sempre in sua assenza (nemmeno un santo come lui ha ancora il dono dell’ubiquità): solo che se ne parlava sempre bene. Grasso infatti è il magistrato più fortunato d’Italia. Per vent’anni, qualunque pm s’imbattesse in un indagato eccellente veniva massacrato, ricusato, trasferito, punito, insultato, vilipeso, calunniato, spiato fin nei calzini. Tranne uno: Grasso, che ha sempre goduto di elogi e plausi unanimi, da destra e da sinistra, fino all’omaggio di tre leggi ad personam targate Pdl che eliminavano il suo unico concorrente (Caselli) per la Pna. Anche l’altro giorno, quando è asceso alla seconda carica dello Stato, ha ricevuto i complimenti di B. e financo di Dell’Utri. C’è chi, per molto meno, avrebbe una crisi di coscienza e si domanderebbe cos’ha fatto per meritarsi tutto questo. Invece lui non s’accontenta e pretende di spegnere anche le poche voci che ancora lo criticano (quando lo merita: chi scrive l’ha elogiato per aver respinto le manovre di Quirinale e Cassazione sulla trattativa a gentile richiesta di Mancino): è convinto chi vuole criticarlo debba farlo solo in sua presenza. Un concetto del contraddittorio davvero singolare, peraltro non nuovo: l’aveva già sostenuto il suo predecessore e presunto rivale, Schifani, dopo una mia intervista da Fazio. Naturalmente Santoro è lieto di organizzare il faccia a faccia con Grasso nella prossima puntata di Servizio Pubblico, o in un’edizione speciale anticipata, vista la curiosa fretta manifestata da Grasso (attende forse un altro incarico ad horas?). Le repliche, da che mondo è mondo, si pubblicano sulla stessa testata che ha ospitato le affermazioni a cui replicare. Avete mai visto una rettifica a un articolo del Corriere pubblicata su Repubblica , o viceversa? Ieri invece alcuni colleghi si sono molto agitati, ansiosi com’erano di ospitare il faccia a faccia. Li ringrazio di cuore, ma io lavoro al Fatto e a Servizio Pubblico. Peraltro un duello non è un talk show con ospiti, servizi filmati e pollai vari. È un confronto a due, come ha correttamente chiesto Grasso, con carte e documenti alla mano. Personalmente non chiedo di meglio e non vedo l’ora. Sono dieci anni che seguo passo passo la sua resistibile ascesa in toga e poi in politica, raccontando ciò che fa e soprattutto non fa sull’Unità, l’Espresso , MicroMega , il Fatto e in alcuni libri, a partire da Intoccabili (scritto a quattro mani con Saverio Lodato). Ogni tanto Grasso minacciava querele, che non sono mai arrivate. Altre volte replicava con rettifiche che non rettificavano nulla, regolarmente pubblicate con le dovute risposte. Più volte, fra il 2003 e il 2005, quand’era procuratore a Palermo, i colleghi da lui emarginati tentarono di informare il Csm del suo operato, ma l’allora presidente Ciampi e l’allora vicepresidente Rognoni preferirono evitare. Se dunque il presidente del Senato volesse, al duello potrebbero partecipare alcuni testimoni oculari, persone informate sui fatti, che hanno molte cose da raccontare e non hanno mai avuto modo di farlo. Nei duelli di un tempo, ciascun duellante si faceva assistere da uno o due padrini. In questo caso non si sa mai: meglio chiamarli testimon

La carta segreta di Berlusconi “Pronti a un governo Grasso”

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a la Repubblica del 21/03/2013 Carmelo Lopapa attualità.

Nelle condizioni il salvacondotto e l’amnistia
Il centrodestra.

ROMA — Disposto a tutto, pur di restare in partita, di continuare a dare le carte. Fosse pure per i prossimi mesi, ancora meglio se per uno o due anni. A patto che nel pacchetto, nel “do ut des” sia incluso il suo salvacondotto: in Parlamento, congelando qualsiasi blitz sulla ineleggibilità, e nelle aule di giustizia (nel quartier generale si inizia parla anche di amnistia).
Silvio Berlusconi varcherà questa mattina la soglia del Quirinale, con Alfano e i capigruppo Schifani e Brunetta e i capigruppo della Lega. Porteranno una carta destinata — nella loro ottica — a sparigliare gli avversari. E a offrire una sponda «solida» al presidente Napolitano. La formula è quella neoconiata del «governo di concordia nazionale». Ma siccome le formule ormai vanno riempite con nomi e cognomi, la soluzione che il Cavaliere indicherà al Colle ne comprenderà uno di levatura «istituzionale »: Pietro Grasso. «Bersani si è intestardito, vedrete che in prima battuta il presidente darà a lui l’incarico esplorativo» ha spiegato ieri il capo agli stessi capigruppo e al segretario Alfano, nel pranzo- summit avuto con loro a Palazzo Grazioli. Il Pdl però confida e già scommette in un fallimento della «esplorazione». A quel punto, prenderebbe piede l’opzione che porta appunto all’attuale seconda carica dello Stato, fresca di elezione, benché proveniente dalla vituperata magistratura e dalla chiara impronta «democratica ». Nelle ultime 48 ore sembra sia stato Giuliano Ferrara, consigliere di vecchia data, a esercitare tutta la sua influenza sulla strategia del Cavaliere. La contropartita, per un sostegno a un governo di «alto livello», dovrà essere l’inevitabile coinvolgimento nelle trattative per il Quirinale. Col nuovo presidente che — nelle aspettative di Palazzo Grazioli — dovrà garantire che Berlusconi non venga tagliato fuori dai giochi, se non messo in galera. Sembra che i legali del leader siano già al lavoro,
tra le altre cose, sulla percorribilità di un’amnistia, che altrettanti però ritengono di difficile adozione, non fosse altro perché richiederebbe un voto del Parlamento (a maggioranza Pd-M5s). Insomma, la parola chiave, prima ancora che concordia, per il leader-imputato Berlusconi, resta sempre
la stessa: salvacondotto. Non solo. Al presidente Napolitano — che già è intervenuto due settimane fa dopo il blitz al tribunale di Milano — il leader Pdl chiederà anche «garanzie» sul minacciato intervento in giunta per le elezioni, affinché democratici e grillini «non si sognino» di cancellarlo dalla mappa politica decretandone l’ineleggibilità.
Nell’ottica “governissimo” il titolo della manifestazione di Piazza del Popolo di sabato pomeriggio potrebbe cambiare. «Con Silvio», ma non più «Contro l’oppressione burocratica, fiscale e giudiziaria», bensì «Per una nuova Italia». Sarebbe la svolta «ecumenica». Ma molto dipenderà dall’esito delle consultazioni. Tutto però resta confermato: previsti quasi 200 mila militanti da tutta Italia, 2500 pullman, 5 treni speciali, Berlusconi intenzionato a effettuare un sopralluogo già domani. Toni e linea ultimi della piazza saranno definiti dall’ufficio di presidenza fissato per la stessa mattina di sabato. Il Cavaliere è assai galvanizzato anche per l’ultimo report consegnatogli dalla sondaggista Ghisleri e che dà il centrodestra attestato al 30 e avanti ora di un punto rispetto alla sinistra, col M5s poco dietro. Ecco perché, se tutto tracolla, allora Berlusconi è già in campagna elettorale: «Stavolta il premio di maggioranza sarebbe nostro» ripete. Sarà un caso, ma alle casse del Pdl il capo avrebbe fatto pervenire in questi giorni un bonifico da 15 milioni di euro. La macchina è già in moto.
Il bastone e la carota. Nell’intervista a StudioAperto ribadisce la tesi che «per uscire dalla recessione occorrono interventi forti e precisi, e solo un governo stabile, autorevole, un governo di concordia nazionale che scaturisca da una collaborazione concreta sul da farsi tra Pd e Pdl può realizzare interventi nell’interesse del Paese ». Se la prende ancora con Bersani che corteggia Grillo «in un teatrino tragico e irresponsabile» e avverte che la piazza sarà conseguenza diretta della «occupazione militare di tutte le istituzioni». In scia, tutti i dirigenti, dalla Gelmini alla Bernini, fanno appello a Bersani perché «si metta l’anima in pace». Ma lo scenario resta complesso e anche il portavoce Paolo Bonaiuti è pessimista: «Speriamo ancora che il Pd ritrovi la bussola di un governo senza i grillini, di concordia, appunto, ma sarà difficile». Di battaglia, così, sarà anche il vicepresidente scelto per il Senato: Maurizio Gasparri. Mentre alla Camera sarà confermato Maurizio Lupi.

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