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BERLUSCONI SPERA DI ESPIARE LA PENA DOPO LE EUROPEE

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Da Il Fatto Quotidiano del 08/02/2014. Fabrizio d’Esposito attualità

I FALCHI VORREBBERO I DOMICILIARI, PER LORO VALGONO TRE PUNTI IN PIÙ ALLE URNE.

Le due Quaresime del Caro Condannato. Lunghissime. Gonfie di timori, ragionamenti, ipotesi, faide di corte. Da qui al 10 aprile e poi da quel giorno alla campagna di primavera per le Europee del 25 maggio. Poco più di cento giorni modello Napoleone in esilio per conoscere il suo destino in una fase che vede Forza Italia stra-favorita dai sondaggi delle ultime settimane. Silvio Berlusconi sente o vede quotidianamente i suoi legali (Ghedini e Coppi, il primo da 15 anni ha uno studio anche ad Arcore) per tentare di mettere a punto la strategia in vista dell’udienza del tribunale di sorveglianza di Milano, fissata appunto per il 10 aprile, che cade di giovedì.

I MAGISTRATI dovranno decidere sull’attuazione della pena per la condanna definitiva diritti tv Mediaset. Il tormentone: servizi sociali o domiciliari? Sarà il tribunale a sciogliere il dilemma e la strada dei servizi sociali sembra scontata, anche alla luce della celebre nota di Napolitano dopo la condanna, nell’agosto scorso, in cui “va innanzitutto ribadito che la normativa vigente esclude che Silvio Berlusconi debba espiare in carcere la pena detentiva irrogatagli e sancisce precise alternative, che possono essere modulate tenendo conto delle esigenze del caso concreto”. A corte, però, tra Palazzo Grazioli e Arcore, il dibattito ferve come non mai. Ad alimentarlo i soliti falchi che descrivono un Berlusconi per nulla “intenzionato a farsi umiliare dai servizi sociali”. Stavolta c’è un motivo in più per “sperare nei domiciliari”: la campagna elettorale per le Europee. L’effetto martirio, secondo l’ala militare di Forza Italia, “varrebbe almeno tre punti in più”, a garanzia ulteriore di un successo che alcuni già pregustano.

Ad altri interlocutori, nei giorni scorsi, il Caro Condannato ha fornito però un’impressione decisamente diversa, come riportato dal Fatto venerdì: è apparso consapevole della soluzione dei servizi sociali e perdipiù si è sbilanciato su una lista possibile di associazioni dove andare. Posti e luoghi sicuri. Magari dai bambini, visto che la Mediafriends Onlus, presieduta dal figlio Pier Silvio, ha finanziato una quarantina di organizzazioni. Soprattutto dedite ai bambini. E l’immagine , in campagna elettorale, di Berlusconi che alterna comizi a visite strappalacrime è un’altra opzione allo studio. L’unica certezza è che tutto si svolgerà ad Arcore (dove c’è il domicilio per le notifiche giudiziarie) e non a Roma, dove è comunque residente. Rispetto a Palazzo Grazioli, Villa San Martino offre più sicurezza. Poi tutto è rinviato al tribunale.

L’udienza sarà a porte chiuse e sarà, come specificano fonti berlusconiane, “di natura colloquiale”. In pratica, in caso di servizi sociali, il magistrato chiederà a Berlusconi dove vorrebbe andare e a quel punto i suoi avvocati indicheranno le soluzioni migliori per il loro assistito. La discrezionalità del tribunale investe anche eventuali restrizioni, tipo il divieto di andare fuori provincia oppure la cadenza della rieducazione ai servizi sociali (potrebbe essereancheunavoltaasettimana). La decisione dovrebbe essere “commisurata” alla personalità della persona, in quel periodo già impegnata nella campagna elettorale per il 25 maggio.

Decisione soft, senza grandi limiti, oppure uno slittamento dell’applicazione. Quest’ultima strategia sta prendendo forma in questi giorni. Spiega una fonte: “Il tribunale si riunirà il 10 aprile e avrà cinque giorni per decidere. Dopodiché può anche stabilire che i servizi sociali inizino a partire dal 26 maggio”. Cioè dal giorno successivo alle elezioni. L’ipotesièlapiùgettonataalmomento ad Arcore, dove ieri B. è tornato ieri in treno, a bordo di un Frecciarossa, insieme con la fidanzata Francesca, il barboncino Dudù e la scorta, secondo Dagospia pretendendo una carrozza intera, poi solo parzialmente concessa. Chi parla di uno slittamento post-elettorale fa riferimento a un clamoroso precedente che porta la firma del capo dello Stato. Era il marzo dello scorso anno e Re Giorgio intimò di sospendere i processi di B. per consentirgli di partecipare alla fase di trattative e consultazioni. Nero su bianco: “È comprensibile la preoccupazione dello schieramento che è risultato secondo, a breve distanza dal primo, nelle elezioni del 24 febbraio, di veder garantito che il suo leader possa partecipare adeguatamente alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento, che si proietterà fino alla seconda metà del prossimo mese di aprile. Rivolgo perciò con grande forza un appello affinché in occasione dei processi si manifesti da ogni parte ‘freddezza ed equilibrio’ e affinché da tutte le parti in conflitto si osservi quel senso del limite e della misura, il cui venir meno esporrebbe la Repubblica a gravi incognite e rischi”.

sinistra. Dentro a prescindere, obiettivo vincere. Quindi recuperare gli alfaniani, mantenere un contatto con la Lega, plaudire con sobrietà al rientro di Casini. Certo c’è il lodo Nunzia De Girolamo e la fatwa contro l’ex ministro lanciata da Francesca Pascale, ma anche in questo caso il tempo smorza.

“ABBIAMO combattuto con gli stessi ideali – incalza – Quali ideali? Siete proprio del Fatto. E comunque al Presidente mi uniscono stima, amicizia e rispetto”. Amen. Al trittico perfetto va aggiunto un altro elemento di forza: la capacità di relazionarsi con la neo first lady e con la primogenita Marina. “Ribadisco: non ho tutto questo po-te-re!”, scandisce. Ora c’è anche Toti: “È un valore aggiunto, si confronta con serenità e tranquillità”. E Renzi premier? “Non credo accetterà la presidenza senza il voto popolare”. Chiaro il messaggio.

Intanto chi la conosce la descrive come in grado di sedersi a cavalcioni sulla scrivania di Berlusconi, sorride ma non è un segnale di amicizia, guai a citare il suo evidente lato A, un tempo considerato un punto di interesse: “Ancora con questa storia? Allora è meglio il mio lato B o lo Z”. Scusi, qual è lo zeta? “Problemi vostri se non lo conoscete”. Il tempo svelerà l’arcano.

Mi scusi, cosa ne pensa della querelle con il presidente Boldrini? “Le do la mia solidarietà”. Nel frattempo la accreditano già come prossimo ministro, vittoria permettendo: “Vorrei amministrare bene casa mia, sarebbe un traguardo interessante”, impossibile farla sbottonare. È imputata nel processo Ruby Ter, l’accusa è falsa testimonianza a favore del capo rispetto alle cene eleganti di Arcore, argomento su cui lei offre la smentita di rito: “La vicenda si risolverà in un nulla di fatto. Vedrete. La sera siamo impegnati in altro”. Vedremo, questione di tempo e di barboncini.

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Il piano del Caimano per vincere con Renzi

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Da Il Fatto Quotidiano del 06/02/2014. Fabrizio d’Esposito attualità

Palazzo Grazioli. Su Roma, c’è finalmente un po’ di sole dopo giorni e giorni di acqua, solo acqua. Silvio Berlusconi riceve amici, fedelissimi, parlamentari, semplici cortigiani. E va a ruota libera su tutto e tutti. Renzi, Toti, le elezioni europee, Napolitano (sempre lui). Nello stesso momento, al Senato, i forzisti scatenano l’inferno contro la decisione del presidente Grasso di costituirsi parte civile nel processo napoletano sui parlamentari comprati (scandalo De Gregorio).

La paura di Angelino

A Palazzo Madama, per un giorno, si ricrea lo schema del centrodestra d’antan: Forza Italia con Ncd, Lega e Udc. Nei suoi ragionamenti, il Caro Condannato è convinto che la nuova federazione sarà battezzata già alle elezioni europee, complice lo sbarramento del 4 per cento. Il colpo grosso sarebbe il ritorno di Alfano: “I sondaggi veri danno il Nuovo Centrodestra a non più del 3,6 per cento. Non vanno da nessuna parte e Angelino sa meglio di ogni altro che io sui sondaggi non bluffo. Alla fine verrà con noi, se vuol portare i suoi a Strasburgo, non ha alternative, e vinceremo con il nostro rassemblement in modo schiacciante, raggiungeremo quota 37, sarà l’antipasto delle politiche. Sarà il nostro grande rilancio e mio personale. Dimostrerò che sono ancora vivo”. Sempre ieri, Fabrizio Cicchitto, tra gli alfieri di Ncd, ha ribadito: “Alle europee andremo da soli”. Questione di tempo e di sondaggi e qualcosa cambierà.

Il nome nel simbolo

Altra smentita, quasi in diretta, arriva da B. all’annuncio di Renato Brunetta al Financial Times: “Berlusconi si candiderà alle europee, se non glielo permettono farà ricorso”. Il Cavaliere, in cuor suo, già è rassegnato: “Questi ricorsi non portano da alcuna parte. Il mio nome non sarà in lista ma nel simbolo della federazione sì. Il mio vero problema sarà l’ultimo mese e mezzo di campagna elettorale. Dal 10 aprile sarò ai domiciliari o ai servizi sociali, come spero. I miei avvocati hanno presentato una lista di onlus al tribunale, spero di farli a Milano, abitando ad Arcore”. Per la precisione si tratta di onlus tutte ampiamente beneficiate dal munifico B.

I caveau ad Arcore e Grazioli

Sulle residenze di B. è in arrivo un’altra sorpresa. Per evitare “intrusioni giudiziarie” Palazzo Grazioli e Arcore diventeranno anche sede degli uffici di due senatori: Niccolò Ghedini, in Lombardia, e Mariarosaria Rossi, a Roma, peraltro nominata ieri capo dello staff della presidenza berlusconiana. Tutti i documenti, on line e cartacei, del Condannato saranno trasferiti in questi uffici. Come fossero caveau di una banca.

“Grasso prende ordini dal Quirinale”

Mentre parla, Berlusconi viene informato degli sviluppi roventi al Senato sulla costituzione di parte civile. Il Condannato quasi si accascia, “per l’ennesima ferita”, ma non è sorpreso: “Me l’aspettavo, Grasso prende ordini da quello lì, non fa un passo se non lo consulta”. “Quello lì” è Giorgio Napolitano. Dopo mesi di sfoghi in privato, solo qualche giorno fa B. si è lasciato andare in pubblico: “Non lo rieleggerei più”. Per la cronaca, quando il capo dello Stato si insediò per la seconda volta, il Condannato definì il discorso del re come “il più straordinario degli ultimi venti anni”.

“Toti? Non c’era di meglio”

Con Berlusconi ai servizi sociali e non candidato, dal 10 aprile sarà cruciale il ruolo di Giovanni Toti, per ora consigliere politico di B. Ai suoi interlocutori, scettici sulle qualità mostrate sinora dall’ex direttore della galassia Mediaset. il Condannato ha opposto le sue ragioni: “Voi mi dite che è moscio, che non sfonda, che è grasso. Tutto vero, ma dopo il tradimento di Angelino ho bisogno di una persona di fedeltà totale. Giovanni non ha ambizioni e non ha una forza politica alle spalle. Per me è l’ideale e per questo, vedrete, diventerà coordinatore nazionale di Forza Italia. E con tutta onestà vi dico anche che intorno a me non ho visto di meglio. Giovanni non farà il furbo”.

“Se quelli non fanno casini”

Tutto questo ragionamento ha come sfondo implicito una certezza di B.: il 25 maggio non si voterà anche per le politiche: “Le elezioni nazionali non ci saranno a meno che Renzi non combini casini. Ma io di lui mi fido, Matteo e Denis (Verdini, sherpa di B., ndr) si vedono da anni ogni lunedì a Firenze. Adesso la priorità è portare a casa la legge elettorale, su questo sono inflessibile, e fare la riforma del Senato. Vedrete non voteremo per le politiche”.

LETTA ASFALTA IL PD: “LEI RESTA

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INVIATO DA NAPOLITANO A PLACARE I DEMOCRATICI SUL CASO CANCELLIERI, IL PREMIER PRIMA CHIAMA RENZI E GLI RACCONTA DELLE PRESSIONI DEL COLLE, POI GRIDA: “È ATTACCO AL GOVERNO”.
Da Il Fatto Quotidiano del 20/11/2013. Fabrizio d’Esposito attualità
La monarchia del Napolitanistan salva la ministra della Famiglia Ligresti. Tutto accade molto prima della fatidica assemblea dei deputati del Pd, ieri sera alle nove. Vietato toccare Annamaria Cancellieri. Lei rimane rinchiusa al ministero della Giustizia, per limare il discorso di oggi alla Camera, quando si discuterà la mozione di sfiducia dei grillini. Il lavoro sporco, per la serie “mi chiamo Wolf e risolvo problemi”, lo fanno il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio.

Stavolta, però, per Giorgio Napolitano, “commissario” del Pd da un biennio dopo una vita trascorsa in minoranza nel Pci, lo sforzo è più impegnativo del solito. Dall’altra parte non ci sono Bersani o Epifani. C’è Matteo Renzi, vincitore del primo round per la leadership del partito. A lui, segretario in pectore del Pd, il premier Enrico Letta fa due telefonate. E tutte e due le volte fa la stessa premessa: “Caro Matteo è il presidente che lo chiede, sulla Cancellieri fate un passo indietro”. Lo scudo di Napolitano serve a Letta per fare a sua volta lo scudo della Cancellieri. Renzi obietta, resiste. Il premier, anche a nome del Colle, diventa giustizialista a sua insaputa: “Ma anche per la procura di Torino è innocente”. Per Renzi è l’ammissione, ennesima, che la politica è subordinata alla magistratura. Ribatte: “Enrico ma che c’entra? La questione è politica, io non aspetto i giudici per avere una linea”. Ed è in queste telefonate che matura l’esito del match. Renzi, che poi lo scriverà su Twitter, rilancia: “Caro Enrico allora mettici la faccia. Vai all’assemblea e spiega che questo è un voto di sfiducia contro di te. Fossi in te non lo farei, ma non vedo altre uscite”. Renzi chiede di poter partecipare all’assemblea, ma si sente rispondere che non è deputato. Su un fronte, il premier che supera un altro scoglio e richiude una falla che ha rischiato di far affondare tutto il governo, almeno secondo l’analisi del Colle. Sull’altro, Renzi si intesta la questione morale sulla ministra dei Ligresti e si piega solo di fronte ai numeri del gruppo a Montecitorio, in cui i renziani sono “appena” una cinquantina. Forza cospicua ma non sufficiente a ribaltare gli equilibri. Ma la lezione Cancellieri fa capire a Renzi quale sarà il principale problema nei prossimi mesi, quando guiderà il Pd da segretario con pieni poteri: l’interventismo di Napolitano, a tutto campo e ormai quotidiano, con telefonate a getto continuo. Si lascia scappare anche una battuta, il sindaco di Renzi, che dal Colle è già stato ripreso, in un passato recentissimo, su amnistia e legge elettorale: “Per me Napolitano può fare anche il presidente del Consiglio (qui la perfidia è rivolta soprattutto a Letta, ndr), ma il segretario del Pd sarò io”.

La tregua tra Letta e Renzi per salvare governo e partito si percepisce a Montecitorio che non è ancora buio. La fine ènota. Dopo il caos e le minacce di lunedì, il Pd viene asfaltato ancora una volta dalla dittatura delle larghe intese di Re Giorgio. I renziani, per bocca di Paolo Gentiloni, ex ministro, promettono un ordine del giorno anti-Cancellieri. La mozione di sfiducia di Civati, invece, non sfonda. Il senso di marcia è chiaro. Se anche si dovesse votare, nell’assemblea, oggi tutti si uniformeranno alla linea maggioritaria di Letta e Bersani e Franceschini e D’Alema: no alla sfiducia.

Il premier arriva all’assemblea direttamente dalla Sardegna. L’orario d’inizio viene posticipato, alle ventuno. È lui ad aprire la riunione. La salvezza della Cancellieri è una questione politica: “Questo è un passaggio politico a tutto tondo. Quello che viene chiesto è un voto di sfiducia al governo. Al Pd chiedo un atto di responsabilità”. Il problema non sono le telefonate. Anzi: “La mozione è frutto di una campagna aggressiva molto forte e slegata dal merito. Vi chiedo di considerare la cosa per quello che è: un attacco politico al governo. Mi appello al senso di responsabilità collettivo che è parte di noi. La nostra condivisione unitaria della responsabilità è il punto di tenuta del sistema politico”. La responsabilità rimbalza di intervento inintervento. Parla Cuperlo. “La Cancellieri avrebbe fatto meglio a dimettersi però noi siamo responsabili”. Gentiloni, renziano, prende atto “con rammarico” e responsabilità. Perfino Civati, il movimentista filogrillino, si arrende nel segno della responsabilità: “Sono in disaccordo, ma mi atterrò alla linea”. Il Pd che ha affondato Prodi per il Quirinale si ritrova compatto per salvare la Cancellieri. Contrappasso da unità.

A CHI FORZA ITALIA? A LUI

le-posizioniDa Il Fatto Quotidiano del 26/10/2013 Fabrizio d’Esposito attualità

BERLUSCONI SI RIPRENDE IL PARTITO. LE “COLOMBE” SONO PRONTE PER LA SCISSIONE.

Tra i due, politicamente, il nano è Alfano, non solo per la rima. Forza Italia risorge di venerdì e il Cavaliere Condannato umilia le colombe di governo, costrette a disertare l’ufficio di presidenza che liquida il Pdl, il partito nato sul predellino. Il dizionario della giornata è ricco di suggestioni, etichette e ostacoli: i lealisti, i governisti, la scissione, la legge di Stabilità, le poltrone della nuova formazione. Ma tutto ruota attorno ai guai giudiziari del Leader tornato padrone assoluto. La sostanza si riassume nell’interrogativo che per la prima volta B. ammette pubblicamente, dopo tanti sfoghi riportati dai suoi fedelissimi. Si presenta in conferenza stampa, da solo, per far capire meglio chi comanda, e proclama: “Se decado sarà difficile continuare a collaborare con il Pd”. È la variante appena più morbida della domanda ripetuta ossessivamente nelle settimane scorse: “Posso stare con i miei carnefici?”. Qui è Rodi e qui bisogna saltare o scindere. Il resto è teatrino, sceneggiata, caos.

UN LEALISTA presente alla riunione di ieri sintetizza così la mossa berlusconiana: “Ha azzerato, si è ripreso il partito, se loro si adeguano li ricandida, sennò buon viaggio”. Loro, sono i governisti, quelli che non hanno dormito per tutta la notte tra giovedì e venerdì, attaccati al telefono per capire cosa fare. A partire da Alfano. Il vicepremier, ormai ex segretario del Pdl, ha tentato in tutti di modi di far rinviare l’ufficio di presidenza convocato nella casa romana di B., palazzo Grazioli. Ha cercato anche la prova di forza. Un documento con tanto di firme per “sconvocare” la riunione. Non c’è riuscito. La mattinata se n’è andata così fino a quando, poi, i cinque ministri del Pdl (oltre ad Alfano: Quagliariello, Lupi, Lorenzin e De Girolamo) sono andati a pranzo a palazzo Grazioli. Berlusconi è stato per quattro ore con loro. Subito dopo, la versione delle colombe è stata quella di accreditare un pareggio: “Tutto rinviato all’8 dicembre nel consiglio nazionale. Il pranzo è andato molto bene. Berlusconi ha detto che il governo va avanti. Con l’ufficio politico restituisce ad Angelino lo schiaffo della fiducia, ma l’8 dicembre è pronto a riconfermarlo”. L’ultima frase contiene una trappola. L’umiliazione massima e definitiva per l’ex delfino senza quid: rinunciare alla scissione, almeno lui, e ritornare come il figliol prodigo. Ma senza il vitello grasso da ammazzare. Senza, cioè, un incarico operativo da numero uno. Una medaglia di latta da vicepresidente e basta. La finzione, meglio la sceneggiata, è che forse non si arriverà mai al consiglio nazionale del-l’8 dicembre, chiamato a ratificare la morte del Pdl e la rinascita di Forza Italia. La scissione, infatti, dovrebbe consumarsi prima. Sul voto per la decadenza di B. da senatore, nel mese di novembre. Se poi, in un modo o nell’altro, si dovesse arrivare al consiglio nazionale, il piano delle colombe prevede di tenersi il simbolo del Pdl. Nel senso che lo statuto stabilisce una maggioranza dei due terzi per una decisione del genere. Né falchi, né colombe ce l’hanno e a quel punto i governisti diranno al Cavaliere: “Sei tu che fai lo strappo e te ne vai”.

Convocato per le cinque del pomeriggio, l’ufficio di presidenza è iniziato con 25 minuti di ritardo. B. è stato il mattatore assoluto, piegando a suo uso e consumo le assenze polemiche degli innovatori (Alfano, Formigoni, Sacconi, Giovanardi, Schifani): “I 5 membri che non hanno partecipato hanno tutti convenuto con noi sul fatto che volevamo una deliberazione unanime e che dunque fosse meglio, avendo ancora cose da chiarire fra di noi, non partecipare e l’hanno fatto con il mio consenso”. È il concetto particolare di democrazia nella destra berlusconiana. A palazzo Grazioli si sono visti in meno di venti. In ordine sparso: Rotondi, Carfagna, Gelmini, Scajola (sì anche lui), Verdini, Fitto. Tutti attori non protagonisti nel giorno che in cui il Condannato si riprende tutto. A parole il sostegno al governo non manca. Ma nel documento finale della riunione un punto è chiarissimo: “I ministri dovranno rispondere a Forza Italia”. Che tradotto vuol dire: “Caro Letta, l’interlocutore sono io non Alfano e il mio ventennio non è chiuso”.

ALTRO DISCORSO in caso di scissione. A quel punto, si aprirà la crisi e Berlusconi dovrà decidere cosa fare, se partecipare o no al nuovo esecutivo. Lo strappo di ieri è propedeutico, nella testa dei falchi, alle elezioni anticipate. Che poi le ottengano, questo è da vedere. Il treno della guerriglia è comunque partito. Come dimostra lo show berlusconiano in conferenza stampa. Dopo aver parlato solo lui nell’ufficio di presidenza, ha concesso ai giornalisti un altro monologo. Comprensivo di grazia per la condanna Mediaset: “Spetta al capo dello Stato”. Alfano? “Gode della mia stima, della mia fiducia e della mia amicizia”. Intanto lo ha messo spalle al muro. Ritorna anche sulla ferita del 2 ottobre: “I ministri e alcuni parlamentari timorosi di non essere rieletti mi hanno costretto alla marcia indietro”. Adesso è arrivata la vendetta. In Forza Italia ci saranno tante “facce nuove”. Ma la sostanza è tutta in quella domanda: “Se il Pd mi fa decadere come faccio a stare con loro?”. Da ieri, è cambiato molto nelle larghe intese.

Voto segreto e Pd Così la scampai a Palazzo Madama

corelDa Il Fatto Quotidiano del 25/10/2013. Marco Palombi attualità
Sergio De Gregorio Il consiglio dell’esperto.

Manuale per sopravvivere al voto segreto (e salvarsi). Destinatario: il Cavaliere Condannato a rischio decadenza dal laticlavio. Autore: Sergio De Gregorio. L’uomo che ha inguaiato Silvio Berlusconi per la compravendita dei senatori anti-prodiani è una miniera inesauribile. Non solo per i magistrati. Questione di esperienza. Era il 6 giugno 2012 e De Gregorio si salvò dalle manette per un’altra inchiesta napoletana, quella sui fondi pubblici all’Avanti! di Valter Lavitola. Sulla carta, il 6 giugno, l’allora senatore era già ai domiciliari. A favore dell’arresto si pronunciarono Pd, Udc e Lega. Contro solamente il suo gruppo, il Pdl, 127 seggi. Ma il voto segreto fece il miracolo. De Gregorio rimase libero grazie a 169 voti. Un boom garantista. Bipartisan.
Le sue prime parole, riconoscenti, furono: “Ringrazio i tanti colleghi che non conosco”.

Infatti, ero fiducioso che sarebbero arrivati una ventina di voti in più, non così tanti.

Da dove?

Dal Pd e da dove se no? Ricordo la Finocchiaro (capogruppo all’epoca, ndr), era bianca in volto. Fu anche merito del mio intervento poco prima.

Molto accorato.

Quagliariello, che era vicecapogruppo, mi aveva scongiurato: “Non parlare, di solito in questi casi quando il protagonista interviene combina solo guai”.

Lei parlò.

E stimolai le coscienze.

Coscienze a parte?

Avevo fatto parecchie chiacchiere con tanti colleghi. Noi dobbiamo partire da una certezza.

Partiamo.

Al Senato non si consegna mai un senatore alle manette. È una logica ferrea, che accomuna tutti.

Quale fu il suo primo passo?

Andai da Gasparri (allora capogruppo del Pdl, ndr), una settimana prima. Gli chiesi: “Come siamo messi?”. Lui mi diede una risposta bruttissima: “Non è che possiamo salvare tutti”. Mi infuriai e mi rivolsi a Schifani.

Presidente del Senato nonché presidente supplente della Repubblica.

E comunque punto di riferimento del nostro schieramento. Lui mi ricevette e gli spiegai i miei dubbi. Vedevo alcuni ex An fare strani giochini giustizialisti. Dissi a Schifani anche di avvisare Berlusconi.

Risultato?

Il giorno dopo ricevetti una telefonata da Gasparri che mi rassicurò: “Siamo tutti con te. Il presidente Berlusconi ha datodisposizione di fare il massimo per te”.

Iniziò la strategia delle chiacchiere.

Vede, al Senato, sul voto segreto c’è una consolidata tradizione. Quella della diplomazia d’aula. Si va o si manda qualcuno dal collega di commissione, di missione o altro ancora.

Senatore non mangia senatore.

Esatto. Contattai almeno venti colleghi del Pd che mi garantirono il loro voto. E sono certo che alla fine, da lì, me ne arrivarono tra i 15 e i 20, non di meno.

I nomi dei contatti?

Non voglio mettere in difficoltà nessuno. Erano metà ex Margherita e metà ex Ds. Uno di loro, molto autorevole, propose anche un patto al Pdl.

Quello dello “scambio” tra lei e Lusi, l’ex tesoriere della Margherita. Il Senato non lo salvò.

Venne arrestato due settimane dopo.

Il Pd voleva far scorrere il sangue su Lusi e non voleva correre rischi in caso di voto segreto. Quell’autorevole senatore disse al Pdl: “Noi salviamo De Gregorio e voi non votate per salvare Lusi”.

Poi il Pd si salvò con il voto palese e fece scorrere il sangue di Lusi.

E Berlusconi rischia di fare la stessa fine.

Col voto palese.

Anche con quello segreto.

La diplomazia d’aula, le “chiacchiere” tra colleghi?

La salvezza di Berlusconi con il voto segreto significherebbe una sola cosa: la tomba del Pd. Perderebbero tutti i loro elettori.

Lei cosa pronostica?

Non mi interessa più di tanto. Berlusconi si può salvare dalla decadenza, non dalla Storia. È già condannato.

DECADE B. E ROTOLA IL GOVERNO

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Da Il Fatto Quotidiano del 14/09/2013. Fabrizio D’Esposito attualità

LA MINACCIA È PRONTA: APPENA LA GIUNTA AFFOSSERÀ LA RELAZIONE DI ANDREA AUGELLO IL PDL È PRONTO A BUTTARE GIÙ LETTA. L’OBIETTIVO: VOTARE PRIMA DELLA FINE DELL’ANNO.

Un’altra settimana di passione per il governo Letta, dopo quella che si è appena chiusa. Ancora una volta giorni decisivi per l’esecutivo delle larghe intese appeso alle sorti del Condannato di Arcore. E ancora una volta l’ultimatum più importante è affidato a Renato Schifani, uno delle guide spirituali e siciliane delle colombe del Pdl, l’altra è il corregionale Angelino Alfano. Dice Schifani: “È ormai tutto chiaro, il Pd vuole le elezioni e lavora per questo”. Il riferimento è al voto fatidico di mercoledì sera, alle 20 e 30, nella giunta delle immunità del Senato. Oggetto: la decadenza del Cavaliere in base alla legge Severino. L’accordo per contarsi, dopo le minacce e le tensioni di lunedì e martedì scorsi, è stato unanime ma la scontata bocciatura della relazione di Andrea Augello, ex An, contrario alla decadenza, ha innescato una nuova escalation.

Così i soliti falchi del Pdl annunciano tra mercoledì e venerdì l’atteso ritorno di B. in video, forse a un talk-show, che secondo i loro pronostici dovrebbe essere l’estrema unzione al governo di Enrico Letta. Un’invettiva cruenta contro i magistrati che non potrà lasciare indifferente il Pd, il bilancio sanguinoso di una guerra che dura da vent’anni. Dicono dal cerchio magico berlusconiano: “Se il presidente parlerà è per dire cosa pensa e cosa vuole, poi toccherà al Pd comportarsi di conseguenza”. Insomma, rullano di nuovo i tamburi di guerra. Un’agonia infinita, determinata dagli umori e dai ragionamenti del Condannato, che già si è autorecluso da agosto nella sua villa, ormai bunker, di Arcore. Aggiunge un commissario della giunta, quota centrodestra: “Giovedì mattina il governo non ci sarà più”. Minacce, minacce, minacce.

Il punto è che prima o poi alla decadenza del Cavaliere ci si arriverà e tanto vale, allora, sfasciare la maggioranza prima per tenere aperta, entro l’anno, la finestra elettorale d’autunno-inverno. Daniela Santanché alias la Pitonessa lo sostiene esplicitamente: “In un Paese dove ci sono due papi si può votare anche a Natale”. Continua la Santanché: “La ferita non è più rimarginabile, per me la giunta non esiste più”. Tutto questo restringe, se non annulla completamente, i margini per un’altra trattativa da qui a mercoledì, sotto lo sguardo vigile e preoccupato del Colle interventista. Pure una supercolomba come Gaetano Quagliariello ammette: “Sarebbe insopportabile trasformare il voto in giunta in una corrida contro Berlusconi”.

EPPURE I TERMINI della tregua sottoscritta martedì scorso tra Pd, Pdl e Quirinale avevano spostato a metà ottobre, al voto in aula sulla decadenza, la scadenza per la resa dei conti. Ma la chiusura del Pd a ogni tentativo di ricorso del Pdl contro condanna e legge Severino ha di fatto azzerato la tregua. Secondo le colombe più ottimiste si sarebbe arrivati a ottobre inoltrato, appunto, in coincidenza con la scelta di Berlusconi su servizi sociali o domiciliari e la rideterminazione del-l’interdizione in Appello. Ma ieri ad Arcore, lo stesso Berlusconi avrebbe giudicato inutile questa strategia del rinvio e dei tempi lunghi: “Io non mi dimetto mi cacciassero loro. Se il Pd vota contro la relazione di Augello meglio finirla subito, non ha senso aspettare”. Linea questa che è un ulteriore indizio contro lo schema del Quirinale sulla grazia da concedere dopo il passo indietro dalla politico e l’inizio dell’affidamento ai servizi sociali.

Ovviamente da oggi, i mediatori saranno di nuovo al lavoro e il finesettimana andrà via in convulse telefonate tra Letta Zio e Nipote poi tra i Letta e Napolitano. Il premier tenta di resistere e parla come se avesse vita lunga. Riforma del bicameralismo (“non stiamo sfasciando la costituzione, la riformiamo”). Attacco a Renzi che parla “per spot”. E difesa a oltranza di questa maggioranza. “Non bisogna vergognarsi delle larghe intese”. Ieri mattina si è anche sparsa la voce che Berlusconi sarebbe dovuto intervenire con una telefonata o un video dalla festa di Atreju, organizzata dai Fratelli d’Italia. Le colombe però lo avrebbero convinto a rinviare e a soprassedere ancora. Segno che comunque il momento del suo ritorno pubblico è molto vicino. Anche perché questa sarà anche la settimana del lancio della nuova Forza Italia.

Lacrime di Caimano: “Innocente, non mollo

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Da Il Fatto Quotidiano del 05/08/2013. di Fabrizio d’esposito attualità
La tentazione del balcone, proprio di fronte a Palazzo Venezia, dove c’era l’Altro. Ma Lui, il condannato, non cede. Al posto suo, da Palazzo Grazioli, quando mancano dieci minuti alle diciotto, si affacciano i cortigiani. In ordine sparso: Abrignani, Verdini, Cicchitto, Fitto, Bondi, la Santanchè, Capezzone, persino la Repetti, senatrice e compagna di Bondi, che si agita per salutare a lungo la folla, non si capisce chi e soprattutto perché. Mancano i ministri ma ci sono due sottosegretari, Biancofiore e Cirillo. Alla fine, sul balcone, resta solo Nitto Palma, l’ex guardasigilli. Per un motivo: fuma. Dentro non si può. Dalla folla riceve una telefonata, dall’ex camerata Amedeo La-boccetta: “Nitto sembri il Duce”. Nostalgia del presente. Il Duce pregiudicato del Pdl si presenta in total blu mezz’ora dopo, alle 18 e 20. È la prima ovazione della folla stretta tra i due palazzi, Grazioli e Venezia. Non un “fiume di libertà”, come dice la Pitonessa Santanché. Piuttosto una pozzanghera, ma sempre di libertà.
Silvio Berlusconi è scortato dalla fidanzata Francesca Pascale, vestita di nero. Dudù, l’adorato barboncino bianco non c’è. Il Cavaliere sale sul palco abusivo e la musica assordante degli inni silvieschi finalmente sfuma. Il caldo che si fonde con “Meno male che Silvio c’è” è micidiale. Roba da malore. Berlusconi fa il giro del palco, ringrazia con le mani giunte, si commuove e poi si piazza al centro davanti al microfono. Stavolta parte l’inno nazionale. Il suo comizio è un compromesso a uso e consumo di falchi e colombe, dopo ore di tensioni, telefonate e litigi. Attacca i magistrati ma dice che il “governo deve andare avanti”. Né “eversione”, né “irresponsabilità”. Non cita nemmeno Napolitano, ieri messo nel mirino dal Giornale per la questione del-l’agognata grazia al Condannato. La foto politica che subito viene scattata dai vertici del Pd è perfetta: “È il solito Berlusconi, con la solita doppiezza: da una parte rassicura e fa la vittima, e dall’altra minaccia e usa toni inaccettabili verso la magistratura. L’orizzonte è il suo interesse e non l’Italia. Mentre dice che il governo deve andare avanti, si comporta per logorarlo”.

DAVANTI al Cavaliere, ondeggiano teste e centinaia di cartelli fatti preparare dal Pdl. C’è anche una bandiera della Lega Nord. B. ha la consueta maschera di cerone, resistente persino ai 40 gradi. Resiste anche la tintura marrone dei capelli trapiantati. Il ghigno è sempre quello da Joker. Solamente più disperato: “Per me queste sono le giornate più dolorose della mia vita”. È il momento in cui scandisce, quasi gridando: “Sono i-nno-ce-nte. Non ci sono mai state fatture false in Mediaset. Voglio farvi una promessa: io sono qui, resto qui e non mollo”. La pozzanghera di libertà è in delirio. “Silvio, Silvio, Silvio”. Ma anche: “Duce, duce, duce”. La colpa, ovviamente, come accade ormai da vent’anni, è dei magistrati “politicizzati”. Rispetto al solito repertorio qualche variante nuova c’è: “Nella nostra Costituzione dovrebbe essere scritto che la sovranità appartiene alla magistratura che la esercita come vuole”. Magistratura che, al contrario di quello che teorizzò Montesquieu, non è un potere ma un ordine di impiegati statali. Leggere per credere: “I magistrati sono impiegati statali che hanno fatto un compitino e hanno vinto un concorso”. Il sogno è sempre lo stesso: sottometterli con una riforma della giustizia punitiva. Berlusconi parla per un quarto d’ora. Il finale è da sceneggiata napoletana. Lacrime di Caimano. “Grazie, grazie grazie, il vostro affetto mi fa commuovere”.

Piange, Berlusconi. La fidanzata e la scorta lo sorreggono mentre stringe mani. Dal palco il percorso per tornare a Palazzo Grazioli è un corridoio all’aperto coperto da un drappo nero. Ma lui risale sul palco, come una rockstar che vuole fare il bis. “Grazie, grazie, grazie”. Politicamente il suo discorso è un pareggio tra falchi e colombe. In ogni caso a vantaggio del governo, almeno a parole. Effetto degli scenari paventati dal Quirinale in caso di crisi. Un governo per fare la legge elettorale. Ed effetto anche delle presunte minacce di dimissioni del premier. “Non è necessario governare a tutti i costi”, dice Bersani. Alla fine, Letta si dice soddisfatto e i ministri, non presenti alla manifestazione, vanno a cena da B. Oggi Brunetta e Schifani, i due capigruppo, potrebbero andare al Colle per la richiesta di grazia. Rotondi osserva però che per B. serve solo una legge “nuova ed eccezionale”. L’estate non sta finendo

B. BLOCCA IL PARLAMENTO IL PD VOTA SÌ

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Da Il Fatto Quotidiano del 11/07/2013. Fabrizio d’Esposito attualità

Sospese le sedute di Camera e Senato Protesta Cinque Stelle: “Buffoni!”.

Il senso più feroce, ma vero, verissimo, del-l’incredibile giornata di ieri è nell’autocritica di un candidato alla segreteria democrat, Gianni Pittella: “Il Pd si è inginocchiato al diktat di Berlusconi”. Punto. Tutto il resto è caos, generato da un’estenuante trattativa andata avanti per tutta la notte e proseguita nella mattinata. Un lavorìo incessante che inchioda le larghe intese ai guai di Silvio Berlusconi. Per il Pdl il Trenta Luglio è la possibile nuova Apocalisse e i berlusconiani vogliono solo pensare a questo. Un ricatto che è partito alla mezzanotte di lunedì, quando è terminata l’assemblea dei deputati di B. L’Aventino totale per i prossimi venti giorni non passa. Ci si ferma a tre, in cui si chiede di bloccare i lavori di Camera e anche Senato. Un compromesso tra falchi e colombe e che Renato Brunetta, capogruppo a Montecitorio, annuncia ieri mattina.
MA A QUELL’ORA gli sminatori di governo erano già all’opera. Uno in particolare: Dario Franceschini, ministro dei Rapporti con il Parlamento. Il barbuto democratico Franceschini è lo sminatore più fidato del premier. I due, “Enrico” e “Dario”, già calmarono Angelino Alfano e Maurizio Lupi nel viaggio in auto all’abbazia di Spineto, dopo il comizio di B. a Brescia contro i pm. Stavolta il compito è più arduo, si può solo giocare sul brevissimo periodo, in attesa della Cassazione. Franceschini fa la spola con il Senato. Ufficialmente falchi e colombe del Pdl marciano insieme con il Cavaliere quasi condannato incandidabile e prossimo alla galera. Ma le colombe restano tali nel-l’anima. Il ministro di Letta parla soprattutto con Renato Schifani, capogruppo del Pdl a Palazzo Madama e sodale di Alfano, capo dei filogovernativi. Il risultato arriva. I giorni scendono da tre a uno. Anzi, mezza giornata. Un blocco simbolico. Alla Camera, infatti, la seduta viene chiusa alle 16 e 10.
È due ore prima, però, che si scatena la rissa nell’aula di Montecitorio. Il Pd vota a favore della sospensione dei lavori chiesta dal Pdl. I deputati berlusconiani vogliono tornare a riunirsi in assemblea. La richiesta passa con 171 voti di scarto. I grillini sono i più infuriati. Scendono verso il centro dell’emiciclo e insultano i democratici: “Buffoni, servi, pecoroni”. A un paio di deputati del Pd saltano i nervi. Il più minaccioso è Piero Martino, ex portavoce dello sminatore Franceschini. Si avvicina muso a muso con grillino e poi gli tira addosso un fascicolo. Poi c’è il fatale Stumpo che di nome fa Nico. Il rotondo bersaniano risponde a tono agli insulti del Movimento 5 Stelle. I grillini vanno fuori, in piazza, e si siedono per terra. Al Senato la scena, antecedente a quella di Montecitorio, è diversa. Qui il protagonista è l’ex capogruppo del M5S Vito Crimi. La protesta è contro l’austero regolamento che impone non solo la giacca ma anche la cravatta. Crimi e gli altri maschi grillini presenti si spogliano.
Sostiene l’ex capogruppo: “Signor presidente, ci ritroviamo per l’ennesima volta a discutere di un’espropriazione del ruolo di questo Parlamento a causa, dobbiamo dirlo, di una persona, dell’eterno assente da questo Parlamento. Ci chiediamo cosa ci stia a fare un senatore della Repubblica se non è mai presente in aula. Già questo fatto dovrebbe essere considerato grave: un senatore che non è mai presente in aula e che influenza l’attività dell’aula”. È un’altra immagine, questa, della giornata. Dopo quella del Pd inginocchiato davanti all’Eterno Assente. Crimi e gli altri escono dall’aula. Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, se la prende con “il disprezzo” del M5S. Il berlusconiano Nitto Palma, ex guardasigilli e specialista delle leggi ad personam, grida: “È una pagliacciata”. Ma è “una pagliacciata” togliersi giacca e cravatta o sospendere la discussione sul ddl costituzionale per le riforme, che doveva cominciare proprio ieri a Palazzo Madama? Questione di punti di vista. Il terrore berlusconiano sconvolge tutta l’agenda politica. Alle due salta pure una riunione di maggioranza. La famigerata cabina di regia tra ministri e capigruppo delle larghe intese.
ALLE QUATTRO DEL POMERIGGIO la giornata si ammoscia d’improvviso. Deputati e senatori di B. si riuniscono. Comincia così la Grande Attesa per il Trenta Luglio. Da qui ai prossimi venti giorni si formerà una gigantesca bolla che conterrà tutto e il contrario di tutto. In serata salgono al Quirinale sia il premier sia Gaetano Quagliariello, ministro delle Riforme in quota Pdl ma soprattutto il più filo-Napolitano del centrodestra. Il capo dello Stato invoca come al solito “il senso di responsabilità”. Ma da ieri, anzi da lunedì, quando si è saputo dell’udienza del Trenta Luglio, è possibile solo il senso dell’attesa.

Anche l’impresentabile Denis da Letta Verdini è la garanzia di B. per l’inciucio

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Da Il Fatto Quotidiano del 27/04/2013. Fabrizio D’Esposito attualità

Lo stupore è stato generale. Giovedì 25 aprile, Montecitorio. Enrico Letta festeggia la Liberazione con le consultazioni lampo per il nuovo inciucio. Qualche minuto dopo le sei di sera, la porta si apre ed esce la delegazione del Pdl. Una piccola processione fino al podio per riferire alla stampa. Apre Angelino Alfano, segretario del Pdl, seguono i due Renati capigruppo, Schifani e Brunetta, chiude Denis Verdini, che prima si mette appaiato agli altri, poi fa un passo indietro e nasconde le mani dietro schiena, con l’effetto di far tendere ancora di più la giacca blu sull’enorme pancia. Perché l’ultrasessantenne Verdini, dalla folta zazzera grigia, è uno che mangia, passa per simpatico e affabile, ama i soldi, la bella vita e le donne, come mormorano sui divanetti di Montecitorio alcune parlamentari del Pdl.

MA CHE COS’È Verdini, a che titolo ha partecipato all’incontro con il premier incaricato? Per farlo andare, tra la sorpresa di molti, è stato rispolverato il suo ruolo di coordinatore del partito. Un ruolo rimasto per sottrazione. Quando Alfano fu incoronato segretario da B., le faide interne tra berlusconiani tennero in vita il triumvirato Verdini, Bondi, La Russa. Il secondo si dimise, il terzo andò via e fece un altro partito. Verdini invece rimase immobile al suo posto, per volontà del Cavaliere. I suoi nemici, tutti alfaniani, raccontano che “Denis è la spia del presidente”. Del resto, che Berlusconi non si fidi più del suo ex delfino Angelino è cosa arcinota dalla scorsa estate, da quando il partito di Alfano (e Cicchitto, Quagliariello e tanti altri) tentò invano di liberarsi del suo Fondatore per buttarsi tra le braccia dei centristi di Monti. Acqua passata, ormai. Ma la diffidenza del Cavaliere non è tramontata e così oggi Verdini è il suo sherpa prediletto, nonché falco indomito che si contrappone al consigliere storico di B., il Gran Ciambellano Gianni Letta, capo delle colombe. Divisioni politiche, di strategia, ma quando il gioco si fa duro e gli affari vengono prima di tutto la solidarietà è un sentimento a parecchi zeri. Da una lettera di Gianni Letta (zio di Enrico, premier incaricato), dopo il terremoto dell’Aquila, all’allora capo della Protezione Civile Guido Bertolaso: “Caro Guido, come ho avuto modo di accennarti per telefono l’altro giorno, l’onorevole Denis Verdini mi ha presentato un gruppo di imprenditori aquilani che, insieme ad una grande impresa nazionale, hanno dato vita al consorzio Federico II, per la ricostruzione dell’Abruzzo. Adesso, a pochi giorni dall’incontro, lo stesso Verdini mi sollecita di nuovo il contatto con te (o con la tua struttura) e come potrai facilmente immaginare, non posso sottrarmi a tale richiesta”.

IL VALORE DELLA LETTERA , al di là di quello giudiziario, è crudamente immorale e spiega perché la rivoluzione liberale di B. è fallita, soffocata sin dalla nascita in una pura e semplice gestione del potere, con il solito vecchio metodo democristiano (Letta) che si intreccia agli interessi di altre lobby, massoniche e non. Il consorzio citato nella lettera fa capo a un socio di sventura di Verdini, Riccardo Fusi, che compare in altre inchieste che coinvolgono l’amico “Denis”, banchiere finito in bancarotta con il suo Credito Cooperativo Fiorentino. Verdini è un parlamentare plurindagato. Quasi sempre corruzione per appalti: dalla cricca del G8 all’eolico della P3 (oltre alle manovre attorno alla Consulta per salvare B.). Poi truffa per i fondi dell’editoria e bancarotta, appunto. Un parlamentare del Pdl, Antonio Angelucci, editore di Libero e ras della sanità privata, gli ha prestato 15 milioni di lire.

Toscano di Fivizzano, lo stesso paese di Bondi, Verdini è spuntato pure nello scandalo Mps di Siena. Deputato arrivato alla sua quarta legislatura, a Montecitorio ha un tasso di assenteismo tra i più alti, il 70 per cento. Così come è vertiginoso il suo grado di impresentabilità. A differenza di Dell’Utri e Cosentino, esclusi dal Parlamento come capri espiatori della “banda degli onesti” del Pdl, Verdini ha avuto l’enorme fortuna di compilare le liste berlusconiane alle politiche di febbraio. Impossibile immaginarlo a cancellare il suo nome, in un esercizio estremo di autotrombatura. Per l’inciucio che verrà, Verdini è la vera garanzia di B. Uno che parla con tutti. Qualche settimana fa è stato scovato in un bar di Roma con Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds. Ed è amico del futuro leader del Pd, Matteo Renzi. È un uomo per tutte le stagioni, anche le peggiori. Come quando trattava il passaggio di Scilipoti e Razzi nel centrodestra per neutralizzare Fini oppure parlava al telefono con Bisignani, il faccendiere pregiudicato e piduista amico di Gianni Letta e delle ex ministre Gelmini e Prestigiacomo. Uno come Verdini serve sempre, soprattutto se il consociativismo è alle porte.

MARINI, CHE “BELLA SORPRESA” (un altro virgulto della politica Italiana)

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Da Il Fatto Quotidiano del 18/04/2013 fabrizio d’Esposito attualità

Da Il Fatto Quotidiano del 18/04/
BERSANI PROVA A TENERE INSIEME IL PARTITO ACCORDANDOSI CON BERLUSCONI
La montagna del Pd, alla fine, non partorisce il topolino Amato ma la Repubblica di San Marini, nel senso di Franco, non Francesco come il nuovo pontefice, pilastro ottantenne della nomenklatura di partito, fatta di postcomunisti e postdemocristiani. A Montecitorio, l’annuncio arriva alle sette di sera, accompagnato dalla relativa Garanzia, con la maiuscola iniziale. Bersani ha appena detto, dopo una faticosa e convulsa giornata di trattative, che “farà un nome secco” all’assemblea dei parlamentari democratici e i deputati presenti ancora alla Camera confermano: “Il nome è Marini e ha già incontrato Berlusconi”. È questa, appunto, la Garanzia dell’inciucio edizione 2013. Marini non solo è un trombato eccellente delle ultime elezioni politiche, cui si è presentato grazie a una deroga alla rottamazione, ma entra Papa in conclave con ben 14 anni di ritardo, come ricorda un furibondo Matteo Renzi, che aveva lo aveva impallinato con una lettera a Repubblica. Era il 1999 e Marini fece un patto con D’Alema: “Tu a Palazzo Chigi io al Quirinale”. Invece l’intesa non fu rispettata e al Colle ci finì Ciampi.

La soluzione Marini è l’ultimo rigurgito dell’oligarchia del Pd, l’epilogo di un ventennio gestito sempre dalle stesse facce. Bersani sfonda e tritura ogni senso del ridicolo quando alle venti, poco prima della riunione dei gruppi democrat al teatro Capranica di Roma, spiazza i cronisti: “Sarà una bella sorpresa”. Suspence. Forse il nome di Marini è un depistaggio, labella sorpresa non può essere lui. Invece no. È proprio così. Il segretario sale sul podio e spiega ai parlamentari: “Siamo in mare mosso, insieme a una larga coesione servirà esperienza politica, capacità ed esperienza per questo avanzo la candidatura di Franco Marini. Sarà in grado di assicurare la convergenza delle forze politiche di centrodestra e centrosinistra,ha un profilo per essere percepito con un tratto sociale e popolare. È personalità di esperienza con carattere per reggere le onde e con radici nel mondo del lavoro, ed è persona limpida e generosa. Costruttore del centrosinistra”.

TRADOTTO VUOL DIRE: Marini è il male minore per tentare di non spaccare il partito, con D’Alema e Amato sarebbe stato peggio. È la vittoria degli ex dc come Beppe Fioroni. Ma i fatidici mal di pancia non si fanno attendere, grazie ai social network. I primi a sparare sono Renzi e i renziani, che chiedono un voto interno su Marini. Dice il sindaco di Firenze: “Preferisco Rodotà a Marini”. Anche i giovani turchi come Matteo Orfini non sono entusiasti della bella sorpresa che ha compiuto 80 anni il 9 aprile scorso e chiedono tempo: “Aggiorniamo la riunione”. I prodiani sono furiosi come i renziani. Minaccia Sandra Zampa: “Non voterò mai Marini”. Figuriamoci i filogrillini come Pippo Civati, quasi tentato di non andare all’assemblea per protesta. Dov’è il paravento dell’unità e della condivisione dietro cui Bersani nasconde il candidato Marini? Fuori il recinto del Pd non va tanto meglio. Vendola di Sel, che ha lavorato tutto il giorno per Rodotà, fa sapere che deciderà stamattina. La Lega di Maroni è possibilista ma ufficialmente voterà una propria parlamentare. Dubbi persino tra i centristi di Scelta Civica. Tutti indizi, questi, che portano in una sola direzione: l’accordo di Bersani e della ritrovata nomenklatura del Pd, che aveva sopportato senza fiatare gli schiaffi di Grillo, con l’impresentabile Berlusconi. Tra Bersani e il Cavaliere, tra voci di telefonate e incontri segreti tra i due, è rimbalzata una rosa di cinque nomi, di cui i primi tre veri candidati: Amato, D’Alema, Marini, Finocchiaro, Mattarella. B. avrebbe preferito Amato o D’Alema ma di fronte al diktat bersaniano sulla sopravvivenza del Pd e sulla necessità di isolare Renzi (sponsor di Amato e in seconda battuta di D’Alema) ha accettato l’anziano ex leader della Cisl, con una lunga militanza nella Democrazia cristiana. I due, Berlusconi e Marini, si sarebbero pure incontrati nella mattinata di ieri, presente anche Gianni Letta, abruzzese come il candidato del nuovo inciucio. In serata, il capo del centrodestra spiega così la scelta ai parlamentari del Pdl: “Marini è una persona che conosciamo da tempo, non ha militato nelle nostre file, ma viene dal popolo, lo conosciamo da tanto tempo come segretario della Cisl, sindacato legato alla Dc. Sindacato capace e di buone autonomie. È stato presidente del Senato e con lui Schifani ha avuto degli ottimi rapporti”.

Berlusconi, però, ai suoi fa anche un avvertimento: “Attenzione, non è detto che vada bene tutto al primo voto”. I sospetti sono concentrati sui franchi tiratori del centrosinistra che potrebbero sabotare l’intesa. Qualcuno, tra Pd e Pdl, pronostica pure l’ipotesi di bruciare Marini per far salire il vero candidato dell’inciucio: Massimo D’Alema. Tutto da vedere. Così come la seconda parte dell’intesa: cioè il tipo di governo che nascerà con Marini al Quirinale. Bersani, in assemblea, ha negato un intreccio tra Colle e Palazzo Chigi, ma circolano già le varie formule di esecutivo. La più gettonata è un governo di scopo, che duri da uno a due anni, magari guidato dallo stesso Bersani e senza un impegno diretto del Pdl nella compagine dei ministri. In ogni caso l’inciucio nasce oggi. Il resto verrà da sé.

Da Il Fatto Quotidiano del 18/04/

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