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Servizio Pubblico del 17 Aprile 2014 L’Editoriale di Marco Travaglio : “Berlusconi: un (a)tipico detenuto”

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MARCO TRAVAGLIO

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Il palo (Marco Travaglio).

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Fonte Il Fatto Quotidiano del 17/04/2014.Marco Travaglio attualità
Perché il detenuto Berlusconi Silvio non è in galera a scontare la pena per frode fiscale? Secondo Massimo D’Alema, convertito in tarda età al giustizialismo, perché è ricco e potente: “In Italia c’è una giustizia a velocità variabile. Cittadini molto meno fortunati, meno ricchi e potenti, per reati molto minori, vanno in prigione”. Ora, che questi discorsi da bar li faccia la gente comune, è comprensibile. Ma che li faccia D’Alema, sette volte deputato e una europarlamentare, segretario del Pds, presidente della Bicamerale, presidente del Consiglio, vicepremier e ministro degli Esteri, è davvero troppo. L’inchiesta sui fondi neri Mediaset che ha portato alla prima condanna definitiva di B. nasce nel 2004: in origine le frodi fiscali ammontano a 360 milioni di dollari, con l’aggiunta di falsi in bilancio e appropriazioni indebite.

Reati commessi dal 1988 fino al 2004, prescrizione di 15 anni, cioè nel 2017, quanto basta per celebrare tutti e tre i gradi di giudizio. Ma nel 2005 il centrodestra approva la legge ex Cirielli, che dimezza la prescrizione a 7 anni e mezzo, consente di sostituire il carcere con i domiciliari per gli ultrasettantenni e interrompe la “continuazione” dei reati. Cioè costringe i giudici a valutarli anno per anno. Risultato: spariscono subito i fondi neri di B. per gli anni 1988-’99 (che prima erano agganciati a quelli successivi). E da allora, a ogni anno di processo, evapora un anno di reati (quelli relativi a 7 anni prima). Così i falsi in bilancio e le appropriazioni indebite, grazie anche alla controriforma berlusconiana dei reati societari del 2002, scompaiono tutti. E così, anche grazie al condono tombale del 2003, le frodi fiscali. Alla fine resteranno in piedi solo le ultime, relative agli ammortamenti sul biennio 2002-2003 (7,3 milioni), che costeranno a B. la condanna definitiva. Con tutti gli altri reati falcidiati dall’ex Cirielli, la pena sarebbe stata nettamente superiore. Senza contare quelle che si sarebbe beccato B. negli altri sette processi, per falsi in bilancio e corruzioni di giudici e di testimoni, mandati in prescrizione dalle sue leggi. Ma anche i 4 anni del caso Mediaset sarebbero bastati a spedirlo per almeno un anno in galera (o al massimo ai domiciliari). Di lì, dopo 12 mesi, avrebbe potuto chiedere di scontare i restanti 3 anni ai servizi sociali. Ma nel 2006 ecco l’ennesimo salva-Silvio, stavolta targato centrosinistra (e naturalmente votato da Forza Italia): l’indulto extra-large di 3 anni, esteso ai reati dei colletti bianchi. Il Caimano intasca un bonus triennale da detrarre dalla prima condanna definitiva. E il 1° agosto 2013 i 4 anni a cui lo condanna la Cassazione scendono a 1 solo. Per questo, in base alla legge italiana, B. non entra neppure in carcere e chiede, da libero, i servizi sociali. Solo in casi eccezionali i giudici possono negarli: a lui, come a qualunque altro condannato. L’altroieri il Tribunale di sorveglianza non gli ha usato alcun trattamento di favore: sono le norme fatte dalla destra e dalla sinistra che hanno allungato a dismisura i processi dei ricchi e dei potenti muniti di avvocati ben pagati, abbreviato i termini di prescrizione e indultato i delitti dei “signori” col pretesto di sfollare le carceri (peraltro mai viste dai “signori”). E alla fine hanno prodotto la pochade del frodatore pregiudicato che se la cava con 7 giorni di servizi sociali nell’ospizio di Cesano Boscone. D’Alema non faccia il furbo, scaricando sui giudici le colpe dei politici, lui compreso. Se il centrosinistra, nei suoi 9 anni di governo su 20, non avesse fatto da palo a B. conservando tutte le sue leggi vergogna e regalandogli l’indulto (che salvò anche i furbetti del quartierino amici di D’Alema), e avesse invece riformato la prescrizione (che salvò anche molti uomini del centrosinistra, incluso D’Alema per un finanziamento illecito da un imprenditore malavitoso), punito severamente la frode fiscale e mantenuto le promesse sulla certezza della pena, oggi Berlusconi sarebbe in galera da un pezzo. E in ottima compagnia.

Il ragazzo della via Pal (Marco Travaglio).

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Fonte il Fatto Quotidiano del 16/04/2014 Marco Travaglio attualità

Se non sapessimo che l’affidamento in prova al servizio sociale fu pensato negli anni 70 per educare i reietti della società a inserirvisi, penseremmo che il provvedimento del Tribunale di sorveglianza di Milano per il “detenuto Berlusconi Silvio” sia opera di un fine umorista. Così come il commento rilasciato dai suoi legali Coppi e Ghedini, molto soddisfatti per la “decisione equilibrata anche in relazione alle esigenze dell’attività politica del presidente”. Cioè del frodatore pregiudicato detenuto appena ricevuto a Palazzo Chigi dal premier Renzi per discutere della riforma della Costituzione. Ricapitoliamo: il rieducando“è ancora persona socialmente pericolosa”, ma con buone speranze di recupero. Il fatto che abbia risarcito i danni e le spese processuali alla parte civile (10 milioni e rotti all’Agenzia delle Entrate, da lui frodata con reati “reiterati per anni” per 360 milioni di dollari, quasi tutti prescritti) è “indice di volontà di recupero dei valori morali perseguiti dall’ordinamento” ed “evidenzia la scemata pericolosità sociale” del soggetto a rischio.

Il settantottenne palazzinaro, tycoon, finanziere, editore, padrone del Milan e di un sacco di altre cose, il leader del centrodestra da 20 anni, il sette volte parlamentare e tre volte presidente del Consiglio (il più longevo della storia repubblicana) è descritto dai giudici come un ragazzo della via Pal, un teppistello di periferia senz’arte né parte, affetto da “insofferenza alle regole dello Stato poste a tutela dell’ordinamento e della civile convivenza”, che sbarca il lunario sulla strada tra furti, bravate e marachelle perché nessuno gli ha insegnato l’educazione ed è pure “stato capace di influenzare l’ambiente (specie quello politico e giornalistico, ndr) in direzione incompatibile con le regole del diritto e dell’ordinato vivere civile”. Ora però, data la tenera età, dà timidi segni di ravvedimento e promette di non farlo più: insomma merita un’altra chance. Purché, si capisce, d’ora in poi righi diritto e si renda utile al prossimo per “almeno 4 ore consecutive alla settimana”, cambiando il pannolone, il pappagallo e il pitale agli anziani, perlopiù malati di Alzheimer, della Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Un’attività, questa, che più del carcere “può svolgere funzione rieducativa e di recupero sociale della persona”, “sostenendo e aiutando il soggetto a portare a maturazione quel processo di revisione critica e di emenda oggi in fieri”. La scelta del luogo è tutt’altro che casuale: il richiamo alla Sacra Famiglia lo indurrà a tenere i pantaloni abbottonati, viste le difficoltà manifestate in tal senso nella sua difficile adolescenza, causa un’approssimativa educazione sentimentale. Nel frattempo, per la prima volta in vita sua, il minore dovrà tenere “concreti comportamenti nell’ambito delle regole della civile convivenza, del decoro e del rispetto delle istituzioni”, evitando di frequentare le cattive compagnie, in ciò parzialmente aiutato dalla lontananza dell’amichetto Marcello. E rispettare “regole e istituzioni”, munito di un buon manuale di educazione civica, astenendosi dall’insultare i magistrati con le consuete frasi ”offensive” in “spregio dell’ordine giudiziario” che, “se reiterate, ben potrebbero inficiare quegli indici di resipiscenza” mostrati dal deviante una volta preso con le mani nella marmellata. Il giovine avrebbe preferito fare il “motivatore di disabili” in un centro della Brianza, ma i giudici hanno preferito di no: anche perché quel centro non è stato ancora costruito, cioè non esiste proprio. Dargli retta avrebbe accresciuto uno dei tratti tipici della sua immaturità: quello che lo porta a vivere, e a far vivere gli altri, in mondi paralleli del tutto immaginari. Inoltre i disabili da lui motivati avrebbero poi dovuto essere a loro volta rieducati dalla sua rieducazione, complicando inutilmente le cose. Restano ora da convincere gli anziani di Cesano Boscone, apparsi piuttosto perplessi alla notizia: “Se il reato l’ha commesso lui, perché la pena dobbiamo scontarla noi?”.

L’evaso e l’evasore (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 12/04/2014 Marco Travaglio attualità

Non c’era miglior modo di celebrare il ventennale di Forza Italia dell’arresto dei due padrini fondatori. Il primo, SB detto l’Evasore, è ufficialmente detenuto ma resta a piede libero e non al gabbio, ma solo a patto che non parli male dei giudici e non frequenti pregiudicati: cioè che smetta di vivere (non può vedere Previti, né Dell’Utri, ma nemmeno il fratello Paolo e neppure i direttori dei suoi giornali). Il secondo, MDU detto l’Evaso, dovrebbe essere in galera (dove già soggiornò per un breve periodo nel 1995) da qualche giorno, ma si è dato latitante: chi dice in Libano, chi a Santo Domingo, chi in Guinea-Bissau. E solo grazie alla provvidenziale benevolenza della Corte d’appello di Palermo, che ha respinto un anno fa una richiesta della Procura generale di arrestarlo e poi due istanze per vietargli almeno l’espatrio, firmando il mandato di cattura soltanto il 7 aprile, una settimana prima della sentenza definitiva del suo processo per mafia, quando il galeotto era già uccel di bosco.

Vengono così smentite tre leggende metropolitane che hanno dominato il dibattito politico nell’ultimo ventennio: che quella di Forza Italia sia una storia politica e non criminale; che B.&C non andassero combattuti “per via giudiziaria”; e che la giustizia italiana sia affetta da “manette facili” per i potenti. Ora i nodi vengono al pettine tutti insieme: quella di Forza Italia è una storia criminale (non bastando i due fondatori, spiccano Cosentino e Matacena, leader del partito in Campania e in Calabria, entrambi detenuti); senza la “via giudiziaria” B.&C sarebbero ancora al governo; le manette per i potenti non sono facili né difficili, sono impossibili. Nella sua lunga vita B. ha cambiato due mogli quasi tre, centinaia di donne, vari mestieri e stallieri, due squadre di calcio (da giovane era interista), diversi amici degli amici, ville, pelli e capelli, ma Marcello non si cambia: un Dell’Utri è per sempre. Malgrado le differenze anagrafiche (uno nato a Milano nel 1936, l’altro a Palermo nel 1941), i due sono legati indissolubilmente finché morte non li separi, nei secoli fedeli e soprattutto zitti, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Malattia che ora si manifesta in simultanea, come nelle coppie così affiatate da diventare una cosa sola, in singolare coincidenza con l’approssimarsi della galera: ginocchio infiammato per l’uno, guai cardiaci per l’altro. A volte si sono separati, come fra il 1978 e il 1982 quando Marcello lasciò la Fininvest per lavorare con un altro amico dei boss (Rapisarda), o come nel 1999 quando con prodigiosa precocità staccò Silvio e tutta la Banda B. patteggiando in Cassazione la sua prima condanna definitiva a 2 anni e 3 mesi, mentre gli altri, trafelati, erano ancora imputati in tribunale. “Per loro – disse Luttazzi – il codice penale è un catalogo di opzioni”. Marcello si specializzò in concorso esterno, estorsione, false fatture, abusivismo edilizio (per una casetta su un albero), minaccia a corpo politico, loggia P3, corruzione. Silvio rispose da par suo con corruzioni di giudici e di testimoni, finanziamenti illeciti ai partiti, falsi in bilancio, falsa testimonianza, prostituzione minorile, concussione e naturalmente frode fiscale: la specialità della casa che alfine li affratella in un solo destino. Marcello lasciò il Parlamento l’anno scorso. Silvio lo seguì a stretto giro: ricandidato, rieletto, ma quasi subito decaduto e ineleggibile. Ora l’uno rieducherà un gruppo di incolpevoli anziani e/o disabili, che andranno poi rieducati una seconda volta dalla sua rieducazione; intanto riforma la Costituzione col premier Renzi, noto rottamatore; e, da detenuto, fa campagna elettorale entro e non oltre le ore 23. L’altro peregrinerà ramingo per il Terzo mondo, senza peraltro notarvi soverchie differenze con l’Italia. Sempre-ché non lo acciuffino. Ma è altamente improbabile: le ricerche sono affidate al ministro dell’Interno Alfano, imbattibile nella cattura di donne e bambine kazake, ma piuttosto digiuno in fatto di siciliani.

Il rieducando rieducatore (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 11/04/2014. Marco Travaglio attualità

Dunque, addì 11 aprile 2014, siamo ancora qui a domandarci che ne sarà del “detenuto Berlusconi Silvio”. In un altro paese la risposta sarebbe scontata: dove sta un detenuto se non in galera? Trattandosi poi di un delinquente abituale fin da quando aveva i calzoni corti, l’unica meraviglia nel vederlo entrare in carcere riguarderebbe la tardività dell’approdo: possibile che uno così sia rimasto a piede libero fino a 78 anni suonati? Da noi invece non si sa. Tripla fissa: 1 (carcere), 2 (domiciliari), X (servizi sociali). Più probabile la X, considerate l’età, l’influenza politica, l’esiguità della pena scampata all’indulto (1 anno su 4, che poi si riduce a 10 mesi e mezzo, grazie alla “liberazione anticipata” di 45 giorni a semestre) e il risarcimento del danno (10 milioni all’Agenzia delle Entrate).

Resta il fatto che l’Italia è l’unico paese al mondo dove non è affatto detto che un pregiudicato in esecuzione pena finisca in galera, anzi è molto improbabile. Ma siccome non è escluso, lo Zelig di Arcore si produce nell’ultima formidabile metamorfosi: l’uomo che per 22 anni ha tuonato contro le toghe rosse comuniste, golpiste, eversive, antropologicamente estranee alla razza umana, come le Br e la banda della Uno Bianca, cancro della democrazia, sempre precisando che non ce l’aveva con tutti i magistrati in generale, ma con “alcuni” in particolare, cioè con quelli che si occupavano di lui, ora fa sapere che i suoi attacchi avevano motivazioni squisitamente politiche ed erano rivolti esclusivamente ai propri elettori per sollecitare la riforma della giustizia, ma mai e poi mai diretti alle persone di questo o quel magistrato, nutrendo lui sconfinata ammirazione per la categoria togata. Scherzava: ora non si può più nemmeno fare una battuta? Il fatto che, mentre i giudici di sorveglianza leggevano con gli occhi fuori dalle orbite la sua contrita memoria difensiva, lui comiziasse contro “la sinistra che, col suo braccio giudiziario, sta perpetrando il quinto colpo di Stato in vent’anni per impedirmi di fare campagna elettorale”, rientra nella simpatica esuberanza dell’uomo. Del resto è proprio lui a dire che, se proprio vogliono imporgli un programma riabilitativo senza limitarsi ad affidarlo all’assistente sociale, gradirebbe fare il “motivatore” di “disabili mentali e fisici”, fra i quali spera di incontrare qualche collega affetto da dissociazione e doppia o tripla personalità: il tutto in una struttura della Brianza che ancora non esiste. Come Bertoldo che, condannato all’impiccagione, ottenne di scegliersi l’albero e optò per una piantina di fragole. Comprensibilmente allarmati per le sorti dei disabili, cui non si vede perché infliggere pure le visite del molesto attaccabottoni ansioso di rieducarli, gli addetti all’Ufficio esecuzioni preferiscono invece che accudisca anziani non autosufficienti. Il fatto che l’Ufficio sia diretto dalla signora Panarello, che di nome fa Severina quasi come la Severino, la legge che l’ha dichiarato ineleggibile e decaduto, aggiunge un tocco di humour involontario alla triste storia. Triste non per B., si capisce, ma per i malcapitati anziani e/o disabili che dovranno sciropparselo per 10 mesi e passa e, diversamente da lui, non han fatto nulla di male per meritarsi una simile pena accessoria. Lui però, informa Repubblica , si lagna: “Se c’è una cosa che lo deprime è la vista e il contatto con persone in difficoltà”. E che dovrebbero dire allora le olgettine, che per 2-3 mila euro al mese accudivano il suo “culo flaccido” (Minetti dixit) e tutto il resto? Mica si sono depresse. Sopportavano stoicamente, come Dudù e Francesca. In ogni caso potrebbe organizzare gare di burlesque e cene eleganti con le vecchine di Villa Arzilla, per tirarsi su. L’importante è che rispetti le prescrizioni: rincasare entro le 23, non uscire prima delle 6, non lasciare la Lombardia senza permesso e soprattutto “non frequentare pregiudicati”. Il che gli terrà lontani per 10 mesi e mezzo i tre quarti di Forza Italia. E gli imporrà di eliminare o coprire tutti gli specchi di casa. Che sarà mai: nel mondo ci sono frodatori fiscali che stanno peggio di lui.

Ave, Matteo, morituri…(Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 08/04/2014 Marco Travaglio attualità

Vent’anni fa, estate ’94, mentre il Berlusconi I inondava l’Italia di promesse e annunci di riforme palingenetiche, seguite da spot con la chiusa perentoria “Fatto!”, Indro Montanelli scrisse un amaro editoriale su La Voce, con un pubblico (e sarcastico) atto di contrizione: “Nelle ultime due settimane i consensi al governo e al suo capo sono passati dal 48 a quasi il 54%… Bisogna dedurne che è stata proprio questa politica balneare con le sue scene da telenovela… diffuse in tutta Italia (e speriamo solo in Italia) da tv pubbliche e private in gara di zelo, a provocare questa impennata di popolarità. Se le cose stanno così… dobbiamo cospargerci il capo di cenere e chiedergli scusa. I problemi non li ha ancora affrontati né risolti. Ma è chiaro che gl’italiani sono sempre più convinti che lui è il solo uomo capace di farlo, e comunque quello in cui più e meglio si riconoscono”.

Gli italiani – aggiungeva Montanelli – non amano i “personaggi color fumodilondra”, tipo De Gasperi o Einaudi: “Vorreste mettere il gioioso e giocoso Cavaliere, con le sue risate, le sue barzellette, il suo ottimismo, la sua cordialità, le sue barche, le sue ville…”. Conclusione agrodolce: non resta che la resa. “Senza bisogno di sopprimerci come minacciano di fare certi suoi alleati e ministri, finiremo automaticamente confinati in una specie di Arcadia del buoncostume politico, quello che usava quando Berta filava… Non siamo pericolosi. La nostra audience si assottiglia di giorno in giorno nella stessa misura in cui s’infoltisce quella del Cavaliere. Ave, Silvio, morituri te salutant”. Quelle parole – al netto delle ville e delle barche, sostituendo B. con Renzi – sono perfette per descrivere l’attuale luna di miele fra il premier Pie’ Veloce e moltissimi italiani. Parecchi lettori, sui social network e nelle lettere al giornale ci rimproverano quasi ogni giorno di non “lasciarlo lavorare”, di stare “sempre lì a criticare”. Esattamente come nel ’94 dopo Tangentopoli con Berlusconi, poi nel 2012 dopo l’incubo berlusconiano con Monti, oggi c’è gente talmente disperata che si aggrappa a Renzi come all’ultima zattera e vuole fortissimamente sperare di aver trovato il nuovo uomo della Provvidenza: l’uomo solo al comando che ci porterà fuori dal guado e dal guano. L’ottimismo è obbligatorio e, ogni pur timida obiezione critica è vista come sabotaggio.

E pazienza se il compito del giornalismo indipendente è quello di smascherare le bugie del potere al servizio dei cittadini: di dire, per esempio, che l’abolizione delle province è finta, che il nuovo Senato è un obbrobrio mai visto al mondo, che la nuova legge elettorale ha gli stessi vizi del Porcellum (e comunque non è legge perché non è stata neppure incardinata al Senato e chissà quando lo sarà), che la promessa del ministro Poletti di 900 mila nuovi occupati ha tante possibilità di avverarsi quanto quella berlusconiana di un milione di posti di lavoro, che le ambasciate chiuse dal governo erano già chiuse, che la vendita su eBay di 100 autoblu è bassa propaganda elettorale, che regalare 80 euro in busta paga due giorni dopo le Europee ricorda le scarpe-omaggio di Achille Lauro e non produrrà l’annunciato “choc per la ripresa”. Non basta neppure – come facciamo – sottolineare le cose buone dette e fatte da Renzi; né valutarlo sul merito dei provvedimenti (pochi) e degli annunci (troppi); e nemmeno concedergli il beneficio della buona fede sul patto con B. per la legge elettorale (dopo averlo offerto, invano, ai 5Stelle). Ciò che molti non sopportano è proprio il lavoro di scavo e inchiesta che mette a nudo la propaganda: quasi che bastasse non smentire gli annunci perché questi, come per miracolo, si avverino. La tentazione di arrendersi all’ottimismo obbligatorio con un bell’“Ave, Matteo, morituri te salutant” è tanta. Ma poi basta ricordare che fine han fatto gli altri salvatori della Patria (Montanelli li chiamava “guappi di cartone”) per sapere che anche questo, se continuerà a colpi di chiacchiere e distintivo, durerà poco. E allora qualcuno magari si ricorderà: però, quelli del Fatto ci avevano avvertiti…

Candidato a sua insaputa (Marco Travaglio).

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Il Fatto Quotidiano del 18/06/2014.Marco Travaglio attualità

Non gliene va bene una. E stavolta mica per colpa dei giudici e degli avversari politici (peraltro inesistenti). Ma degli amici. Il Milan, da quando ci ha messo le mani la figlia Barbara, non vince più una partita, manco fosse allenato da uno del Pd: gli ultras meditano di marciare su Arcore. L’inchiesta sulle baby squillo alza il tiro, ma il nome di B. non salta fuori, rovinandogli la reputazione su piazza. La dama bianca Federica Gagliardi, già membro delle delegazioni internazionali con Lavitola e altri autorevoli consiglieri diplomatici, si fa beccare con 24 chili di coca nel trolley e ora vorrebbe pure cantare. La dama nera Daniela Santanchè lancia una petizione (hashtag #silviolibero) a Napolitano perché gli dia la grazia e lui – secondo il Corriere – s’incazza: “Io non l’ho autorizzata, s’è appropriata di un’iniziativa che spettava ai club. Ma secondo voi io avrei affidato un appello a una persona che è apertamente ostile al presidente della Repubblica?”. In effetti affidare alla Pitonessa l’appello al Colle per graziare B. è come spedire Yanukovich a convincere gli ucraini a regalare la Crimea a Putin. Però il Giornale del Pitone assicura che B. “benedice in silenzio la battaglia delle firme”. Ecco: in silenzio, a gesti. E “in privato si dice soddisfatto e commosso”. Ecco: piange in privato. Anche per la campagna di Sallusti, che raccoglie firme fra i lettori del Giornale per la “disobbedienza civile” di “candidare Berlusconi” e cita i precedenti di Gandhi, di don Milani e dei neri americani, che non c’entrano una mazza. Hanno già abboccato in 5 mila (tra i firmaioli più lesti c’è, Francesco Alberoni), anche perché non è ben chiaro che minchia debbano fare per “disobbedire” e “non tradire”. Gianfranco Rotondi, detto testa di kiwi, riunisce nella sede di piazza in Lucina un fantomatico “governo ombra del Pdl” con ministri talmente ombra da essere ignari di tutto, in vista della sua candidatura (di Rotondi) a Palazzo Chigi. Il deputato Fitto vuole candidarsi pure alle Europee per stracciare a suon di preferenze il povero Toti, seguito a ruota da Cosentino e Scajola, tanto per migliorare l’immagine del partito.

Toti, aizzato dalla Pascale, annuncia urbi et orbi la candidatura del pregiudicato decaduto interdetto alle Europee, ovviamente a sua insaputa. La cosa è proibita da una dozzina di leggi: la Severino (decadenza e incandidabilità per 6 anni), Codice penale (interdizione dai pubblici uffici per 3 anni, con divieto di votare ed essere eletto, definitiva oggi o domani) e qualche norma europea (citata ieri dal commissario Ue alla Giustizia); ma soprattutto un paio di manette che potrebbero impicciargli le mani nel suo status di detenuto dopo il 10 aprile, quando inizierà a scontare la pena, non si sa ancora se in carcere, ai domiciliari o ai servizi sociali. La terza ipotesi è definita “ridicola” dall’interessato – infatti l’ha chiesta lui – perché “è assurdo pensare di rieducare con gli assistenti sociali una persona della mia età, un uomo di impresa, di sport, di politica”: e qui ha ragione, rieducarlo è impossibile. Anziché dirgli di rassegnarsi, Ghedini gli fa balenare aspettative mirabolanti quanto infondate. Infatti il Cainano, prima di ufficializzare la candidatura, attende “una risposta positiva dalla Corte europea” di Strasburgo sul ricorso anti-Severino: speranze che sia accolto, zero. Aspetta pure la Corte d’appello di Brescia per la revisione della sentenza Mediaset: speranze che venga accolta, meno di zero. Poi si favoleggia di una road map ghediniana in quattro mosse: B. si candida, gli uffici elettorali lo scandidano, lui ricorre al Tar o in Cassazione, questi sollevano l’incostituzionalità della Severino alla Consulta. Speranze che lo facciano, zero. L’altroieri, in preda alla disperazione, il pover’ometto vaneggiava di “creare un partito delle vittime della giustizia”. Il Canaro della Magliana e il mostro di Marcinelle si sono subito detti disponibili. Alla peggio, se non lo salva il Pd, resta sempre l’arma segreta: com’è quella storia del Boeing invisibile ai satelliti e ai radar che sparisce nel nulla?

Il “metodo Esposito” (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 06/03/2014. Marco Travaglio attualità

Un giorno o l’altro qualcuno dovrà vergognarsi e chiedere scusa al giudice Antonio Esposito, presidente della II sezione della Cassazione. Bisogna tornare indietro agli anni d’oro di Mani Pulite per trovare una campagna di screditamento così forsennata contro un magistrato onesto. Una campagna talmente trasversale che, a spiegarla, non basta neppure la sentenza di condanna di B. nel processo Mediaset. Infatti c’è dell’altro: Esposito, oltre ad aver seguito con rigore e serietà una montagna di mafia e/o malaffare politico e finanziario, l’11 giugno 2013 ha presieduto il collegio che ha respinto la ricusazione presentata dall’ex capitano Giuseppe De Donno contro il gup di Palermo Piergiorgio Morosini, un altro giudice onesto e coraggioso che aveva rinviato a giudizio tutti gli imputati del processo sulla trattativa Stato-mafia.Su quella ricusazione i molti amici degli imputati politici, dal Quirinale in giù, avevano puntato tutte le speranze di far saltare il processo. Che invece, grazie a Esposito, riprese subito spedito davanti alla Corte d’Assise di Palermo. Un mese dopo, il 9 luglio, Esposito divenne assegnatario – come presidente di turno della sezione feriale della Cassazione – del processo Mediaset. E il 1° agosto lesse il dispositivo della condanna che ha terremotato la politica italiana tutta, mettendo in crisi le larghe intese che sorreggevano il governo Letta-Berlusconi-Napolitano. Poteva Esposito pensare di passarla liscia, dopo aver fatto il proprio dovere non una, ma due volte nel giro di un mese nei due processi più temuti dal sistema di potere che infesta l’Italia? No che non poteva. Aggredito per tutta l’estate da una campagna politico- giornalistica berlusconiana e mai difeso da chi avrebbe dovuto, cioè il centrosinistra e soprattutto il Quirinale e il Csm, Esposito finì addirittura alla sbarra a Palazzo dei Marescialli, con proposta di trasferimento d’ufficio, per un’intervista (manipolata) a Il Mattino. Era accusato di aver anticipato le motivazioni della sentenza Mediaset prima che fossero depositate. Accusa che tutti sapevano fin da subito essere falsa: nel testo concordato con il giornalista, l’intervista non conteneva alcun accenno – né nelle domande, né nelle risposte – a B. o al processo Mediaset. Il giudice, parlando in generale di questioni giuridiche, aveva soltanto spiegato che la formula “non poteva non sapere” non esiste in diritto: per condannare un imputato bisogna dimostrare che sapeva o che faceva. La domanda “Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora?”, fu aggiunta dal giornalista sul testo già concordato via fax e all’insaputa del giudice, così da poter sparare un bel titolo su B. “condannato perché sapeva”. A novembre, dopo tre mesi di graticola, il Csm dovette arrendersi a un’evidenza chiara fin da subito e archiviare il trasferimento di Esposito. Ma i consiglieri Pdl, per sfregiarlo ugualmente, proposero di inserire una nota di demerito nel suo fascicolo personale: proposta fatta propria a fine febbraio dalla IV commissione del Csm. Così lo sputtanamento continua alla vigilia della decisione del Consiglio giudiziario, che ogni quattro anni deve confermare o revocare gli incarichi direttivi ai giudici “apicali”. La speranza dei molti nemici di Esposito è che venga cacciato da presidente della II sezione. E non è detto che restino delusi: il Consiglio giudiziario doveva esprimersi il 3 marzo, ma ha stranamente rinviato il verdetto senza fissare la nuova data. Così l’assedio a Esposito prosegue, a tenaglia, da tre fronti: non solo la IV commissione del Csm e il Consiglio giudiziario, ma anche la Procura generale della Cassazione. Ieri infatti fonti del Csm, violando il segreto d’ufficio, hanno fatto trapelare ai giornali che il Pg Gianfranco Ciani ha avviato l’azione disciplinare contro Esposito, sempre per l’intervista al Mattino; e qualcun altro, in barba al segreto investigativo, ha spifferato al Corriere la notizia di un’indagine a Brescia sul figlio di Esposito, Ferdinando, pm a Milano. Naturalmente il Corriere ha fatto benissimo a pubblicare la notizia. Ma il fatto che quella su Esposito figlio sia uscita in contemporanea a quella, pure segreta, sull’azione disciplinare contro il padre autorizza qualche sospetto. L’inchiesta su Ferdinando, comunque si concluderà, non riguarda in alcun modo Antonio (si ipotizzano incontri del giovane pm con B. ad Arcore che, se anche fossero avvenuti, risalgono a mesi prima del 1° luglio, quando il processo Mediaset approdò in Cassazione, e del 9 luglio, quando fu assegnato al presidente Esposito). L’azione disciplinare contro Antonio invece si fonda (si fa per dire) su un capo d’incolpazione a dir poco lunare: Esposito è accusato di avere danneggiato gli altri quattro membri del collegio del caso Mediaset con l’intervista in cui non parla del processo Mediaset; di avere scavalcato un fantomatico “ufficio stampa della Cassazione”, che notoriamente non esiste; e di aver sollecitato l’intervista al Mattino, mentre l’intervistatore ha più volte dichiarato (al manifesto e a Tempi ) che fu lui a chiamare Esposito e non viceversa. Insomma, tre accuse palesemente e notoriamente farlocche. In attesa che lorsignori se ne accorgano, Esposito rosolerà sul girarrosto per qualche altro mese, così intanto magari verrà cacciato dalla II sezione e i mandanti della vergognosa campagna saranno soddisfatti. Naturalmente il “metodo Esposito” non si applica solo a Esposito, ma a chiunque altro disturbi i manovratori. Ne sa qualcosa il pm Nino Di Matteo, che sostiene l’accusa nel processo Trattativa e coordina le nuove indagini collegate: dal giugno 2012, quando il Quirinale lo “segnalò” al Pg Ciani perché lo sistemasse a dovere, è nel mirino del Csm, anche lui per un’intervista: aveva osato spiegare a Repubblica cosa prevede la legge nel caso di intercettazioni indirette penalmente irrilevanti. Siccome però si riferiva a quelle di Napolitano con Mancino, apriti cielo. Pazienza se la loro esistenza era già stata rivelata da Panora ma e poi da tutta la stampa: Di Matteo finì ugualmente sotto procedimento disciplinare e ci rimase per un anno e mezzo, finché nel dicembre 2013 Ciani scoprì finalmente l’acqua calda: Di Matteo non poteva rivelare una notizia già rivelata dai giornali. Dunque chiese l’archiviazione. Oggi la sezione disciplinare del Csm deciderà se accoglierla o meno. Ma state tranquilli che, se mai l’accoglierà, subito dopo scoprirà che Di Matteo ha sbagliato cravatta, o è mal pettinato, o ha la barba lunga. Come disse Piercamillo Davigo quando toccò al pool Mani Pulite, “non ce l’hanno con noi per quello che diciamo, ma per quello che facciamo”.

Renzusconi (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 02/03/2014. Marco Travaglio attualità

A gennaio, quando Renzi incontrò il pregiudicato interdetto decaduto Berlusconi nella sede Pd per discutere la nuova legge elettorale e le riforme collegate (Senato e Regioni), scrivemmo pur fra mille dubbi che non era proprio uno scandalo. Le leggi elettorali appartengono agli elettori, non agli eletti, dunque era impensabile tagliar fuori il maggior partito di centrodestra. Inoltre, stante l’indisponibilità dei 5Stelle persi nella Rete, per sbloccare l’impasse non restava che rivolgersi al terzo partito, Forza Italia: l’unico che poteva assicurare una maggioranza in Parlamento. Renzi, appena plebiscitato segretario del Pd, giurava che l’accordo con B. era per una legge che ci mettesse al riparo da altri governi con B. Intanto, mentre lui e B. si occupavano delle riforme, Letta poteva governare sereno. Non restava che prenderne atto e aspettarlo al varco, cioè alla prova dei fatti: per quanto inedita, l’ipotesi che un politico italiano dicesse la verità non andava scartata a priori. Ora, meno di due mesi dopo e alla luce dei fatti, possiamo tranquillamente affermare che Renzi mentiva. L’accordo con B., quasi sempre intermediato dal comune amico Denis Verdini, è ben più vasto e stringente di un’intesa tecnica per quelle tre riforme. È un patto d’acciaio le cui clausole restano occulte, anche se i risultati si manifestano ogni giorno più chiari. Il Caimano sa che il 10 aprile si riunisce il Tribunale di sorveglianza per decidere dove sconterà i 7 mesi di pena (quel che resta della condanna a 4 anni, detratti i 3 anni di indulto e i 5 mesi di liberazione anticipata extralarge sancita dallo svuotacarceri Cancellieri): in galera, o ai domiciliari, o ai servizi sociali. Forse, per non alimentare il suo vittimismo durante la campagna elettorale per le Europee, il verdetto slitterà di un paio di mesi. In ogni caso il pregiudicato sarà politicamente fuori gioco sino a fine anno: guiderà il partito per interposto Toti. Intanto tenterà il colpaccio: candidarsi ugualmente alle Europee in barba alla legge Severino e sfidare gli uffici elettorali della Corte d’appello a depennarlo, con una prova muscolare che mira a resuscitare il vecchio nemico, le toghe rosse; a incendiare una spenta campagna elettorale; e a mettere in difficoltà l’amico Matteo.

Per portare a termine il piano, B. ha bisogno di un governo che regga almeno un anno, dandogli modo di tornare come nuovo a Natale e di organizzare l’unica campagna che gli sta a cuore: quella delle politiche, che non fa mistero di auspicare per il 2015. Il governo Letta questa garanzia non gliel’assicurava: stava insieme con lo sputo, passava di gaffe in scandalo, non aveva più l’appoggio del Pd, poteva sfasciarsi da un momento all’altro. E, se anche fosse durato fino al 2015, avrebbe costretto il quasi ottantenne Caimano a sfidare un giovane come Renzi, che ha la metà dei suoi anni, per giunta intonso da esperienze governative e dunque molto più fresco e popolare di lui. Una partita persa in partenza. L’ideale era che Renzi subentrasse a Letta sputtanandosi con un colpo di palazzo senza passare dal voto, risputtanandosi con estenuanti trattative con i partiti e i partitini di una maggioranza Brancaleone, arcisputtanandosi con un governicchio impresentabile e ultrasputtanandosi con grandi promesse e pochi fatti. L’amico Matteo, con ammirevole abnegazione, l’ha puntualmente accontentato. Missione compiuta. Già che c’era, gli ha pure regalato il controllo militare sui ministeri della Giustizia (con i berlusconiani Costa & Ferri), delle Infrastrutture (con i diversamente berlusconiani Lupi & Gentile) e delle Attività produttive (con la berlusconiana Guidi che veglia anche sulle Comunicazioni). Così B. potrà seguitare a governare sui propri interessi e “gratis”, senza nemmeno il fastidio di entrare nella maggioranza, metterci la faccia e sporcarsi le mani. Resta da capire che cosa ci guadagni Renzi da questa catastrofe, e magari un giorno lo capiremo. Ma è una vecchia storia. Lo scienziato capace di isolare il virus che porta al suicidio tutti i leader del centrosinistra vince il Nobel.

Berlusconi ma quale complotto?

Fonte Vauro Sito ufficiale del 13/02/2014 attualitàNEWS_131148

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