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Stato Biscazziere così lo stato fa la cassa

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Fatto Quotidiano del 16/12/2013 di Emiliano Liuzzi
Fare cassa. Non importa come. Succede che, come sempre, a ri- metterci siano i di- sgraziati. Così lo Stato biscazziere – non cambia se al governo c’è D’Alema o Ber- lusconi o Letta – si rivolge a persone affette da una pato- logia che si chiama gioco d’azzardo. Come? Con l’au- mento delle Sale Bingo e, più pericoloso ancora, delle Vi- deolottery (o Vlt), macchi- nette mangiasoldi come le Slot Machine che sono col- legate in rete e hanno la possibilità di incassare, uniche nel loro genere, banconote da 500 euro. É tutto scritto, letto e controfirmato, nella legge di Sta- bilità, quella che dovrebbe far tornare i conti dello Stato e rilanciare l’economia dell’Italia. Quel Paese che, a detta di coloro che governano, vede la luce in fondo al tunnel, ma non risulta abbia agganciato nessuna ripresa con- creta. Così, Letta 145 milioni di euro conta di metterli in tasca grazie al gioco d’azzardo. Ripartiti in 40 milioni che dovrebbero rientrare tra il rinnovo delle concessioni ai soliti noti per nove anni, e 105, invece, dalle 7000 nuove videolottery che andranno ad aggiungersi alle 50.500 già esistenti. Letto, scritto e controfirmato, no- nostante nessuno se ne sia accorto. La notizia è passata inosservata, sommersa da un grande calderone di nor- me che abbracciano di tutto e di più. Le nuove slot online Il mercato delle slot online. I colossi del settore non si sono fatti sfuggire l’occasione e hanno già chiesto le concessioni per le slot. Già prima della scadenza del 29 novembre, data in cui scadeva per le 12 società (Cirsa, Codere, Cogetech, Gament, Gamtica, Gtech/Lottoma- tica, Hbg, Intralot, Nts Network, Net Win, Snai, Sisal a cui aggiungere Bplus –che opera in proroga della vecchi convezione del 2004) la possibilità di presentare le opzioni preliminari per i titoli delle Vlt, tra il 60 e l’80 per cento dei diritti a disposizione delle compagnie storiche, mentre i tre nuovi soggetti assegnatari puntavano al maggior numero possibile. In linea teorica ognuna delle società aveva la possibilità di acquisire un numero compreso di diritti tra il 7 e il 14% delle new slot collegate alla propria rete, al costo di 15 mila euro ciascuno. L’unico concessionario a fare l’en plein è stato Intralot Gaming Machines che ha rilevato i 770 diritti a propria disposizione. Segue un altro dei nuovi soggetti Nts Net- work, con 720 titoli su 910 disponibili, seguito da Sisal e Gmatica, che hanno entrambi rilevato 600 diritti (con il primo che poteva puntare a un massimo di circa 840 mentre il secondo a oltre 1100). Dopo di loro si posiziona Lottomatica Videolot con 500 diritti (su 720 circa a disposizione); l’ultima new entry NetWin Italia, con circa 400 diritti rispetto ai 725 a sua disposizione e infine Codere con 250 diritti (come Gmatica è il concessionario protagonista del maggiore incremento di new slot rispetto all’ultima gara). Non hanno esercitato la facoltà di acquisire titoli aggiuntivi Cogetech e Hbg, mentre Bplus, Gamenet, Cirsa e Snai, non avevano in- crementato le proprie reti. Il business delle sale Bingo in Italia non è mai decollato. Il primo a incentivare l’apertura delle sale fu il governo D’Alema. Spuntarono come funghi in tutte le città. A volte veri e propri villaggi del gioco. Molto america- nizzate, moquette, tabelloni e cartelle stile tombola. Ma dietro il boom iniziale il fenomeno è sempre andato in discesa. Anche perché in quel caso la possibile vincita è sempre direttamente proporzionale al numero di gio- catori. Il governo Letta, però, ha comunque colto la palla al balzo in tema di rinnovo delle concessioni. 200.000 euro da ogni società, altri 300 mila di anticipo come garanzia, più i canoni mensili. Per arrivare a cifra tonda, già che si trovavano a trattare la materia. “L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli procederà nel corso dell’anno 2014”, è scritto nella legge, “alla riattribuzione delle medesime concessioni attenendosi ai seguenti criteri direttivi fissazione nella somma di euro 200.000 la soglia minima per l’attribuzione di ciascuna concessione (da versare in due trance la prima alla presen- tazione della domanda, la seconda alla sottoscrizione della nuova concessione); durata delle concessioni pari a sei anni; 300.000 di garanzia bancaria ovvero assi- curativa dovuta dal conces- sionario, per tutta la durata della concessione, a tutela dell’Amministrazione stata- le; il mantenimento dei re- quisiti soggettivi ed oggettivi, dei livelli di servizio e di adempimento delle obbliga- zioni convenzionali pattui- te”. Gli unici ad accorgersene sono stati i parlamentari del Movimento 5 stelle, ma la questione è stata sollevata sul blog di Beppe Grillo e lì è rimasta. E solo quella delle sale bingo, non la parte che riguarda le macchinette che sono il vero business. Letta, sempre nel principio di fare cassa e portare in Eu- ropa dei conti almeno pre- sentabili, ha anche scelto la strada migliore per risolvere il contenzioso con le società che gestiscono il mercato. Secondo la Corte dei conti, come scritto nei giorni scorsi dal sito lanotizia.it , già nel 2008 la procura della Corte dei conti aveva stabilito un risarcimento nei confronti dello Stato da parte dei re delle slot, fissato in 98 miliardi di euro per non aver collegato le macchine ai sistemi informatici del mini- stero. Una cifra da capogiro. Ma dovuta al fatto, secondo i magistrati contabili, che avevano operato senza nessun controllo. Il procedimento è ancora pendente, ma il governo ha chiuso con una richiesta di 700 milioni, neanche l’uno per cento di quello che avrebbe dovuto entrare nelle casse statali. Una sorta di sanatoria letta da più parti come un favore – l’ennesimo – alle società che gestiscono l’azzardo ormai non solo legalizzato, ma pa- rastatale. Visto che gran parte delle entrate arrivano da lì. La terza azienda italiana, come Finmeccanica e la Fiat. La tassa sui disperati Per capire di cosa parliamo bisogna rifarci ai conti. E così si scopre che nelle scommesse legali gli italiani hanno speso 15,4 miliardi di euro nel 2003 e 79,8 mi- liardi nel 2011. Sedici volte il business che produce Las Vegas. In pratica parliamo di un incremento del 52% l’anno, per un fatturato che vale il 5% del Pil e mette il settore fra le prime industrie del Paese. In base ai dati dei Monopoli, in Italia la spesa media in scommesse per abitante maggiorenne è stata di 1.586 euro nel 2011: il 13,5% del reddito. Questo mentre crescono come funghi i nuovi casinò. Perché le sale bingo in realtà sono una semplice insegna: il business e tutto nelle macchinette mangiasoldi che, con le nuove concessioni, rischiano di aumentare ancora la spesa media. E ridurre sul lastrico le famiglie. Il tutto mentre i Comuni cercano di portare avanti la strategia contraria: disincentivare il gioco. In provincia di Reggio Emilia, nei mesi scorsi, è addirittura nata la struttura residenziale per curare i pazienti dall’azzardo compulsivo. Le Asl, a livello locale, investono perché ritengono la ludopatia una vera e propria malattia. Poi però arriva lo Stato a gamba tesa che scombina tutti i buoni propositi. Le regioni cosiddette virtuose, come l’Emilia Romagna, hanno aperto servizi per la cura da gioco in tutte le città. Non solo. Si sono spinti oltre. Le sale gestite dalle società dovrebbero esporre (il condizionale è obbligatorio) gli opuscoli su come ci si cura. La buona sostanza: entrate e giocate, è legale, lo Stato incassa e allo stesso però si lava la co- scienza offrendo la cu- ra. Una sorta di larghe intese prima ancora che learghe intese si mate- rializzassero sotto gli occhi di tutti. In prin- cipio fu il governo Ber- lusconi a comprendere che quello del gioco era un business da poter spremere. Ci si è tiffato dentro dD’Alema, ha proseguito ancora Ber- lòusconi: fu una legge del suo governo a stabilire che le concessioni avessero una durata di nove anni. Quello che il governo in loden di Mario Monti ha assunto a modello e che adesso prosegue con Enrico Letta, buon conoscente di Antonio Porsia che già nel 2004 finanziò con 15 mila euro la sua campagna elettorale. I signori del gioco d’azzardo si ritrovano anche tra gli sponsor della lobby che Letta guida da anni, Vedrò. Tutto naturalmente avviene per una serie di casualità. Il business è business. Anche se fatto alle spese dei poveracci che vengono riconosciuti come malati. Lo Stato si curerà di loro, prima però li svuota le tasche. E’la regola del gioco e non conta niente se il governo sia targato centrodestra, cen- trosinistra o abbracci tutto l’arco politico e di schieramenti.

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I 148 DEPUTATI DEL PORCELLUM

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DA GOZI A GIACHETTI, DA TABACCI A GUTGELD: TUTTI GLI ELETTI GRAZIE AL PREMIO DI MAGGIORANZA INCOSTITUZIONAL
Fonte il Fatto Quotidiano del 7/12/2013 di Carlo Tecce attualità
Senza il defunto Porcellum e il mostruoso premio di maggioranza, marchiato “incostituzionale” dai giudici, in 148 deputati (126 del Pd, 13 di Sel, 7 del Cd, 2 Svp) non sarebbero entrati a Montecitorio: con uno scarto decimale sul centrode- stra, il Partito Democratico ottenne il 55% dei seggi su 630. Il Quirinale e la Consulta, proprio ieri con il presidente Silvestri, ribadiscono all’unisono: il Parlamento è legittimo. Il Movimento Cinque Stelle e Forza Ita- lia, che desiderano votare subito, chiedono le dimissioni dei 148. La Giunta per le Elezioni di Montecitorio non ha ancora convalidato i 148 eletti contestati e gran parte dei 630. Pura forma. Come precisa il presi- dente Giuseppe D’Ambrosio, il Parlamento resta com’è, anche se i 148 “sono precari al pari dei cittadini”. Nel gruppo c’è pure Roberto Giachetti, che da sempre, e da mesi con uno sciopero della fame, contesta la porcata. E poi ci sono l’economista di Renzi, Gutgeld eil fondatore di Centro Democratico, Bruno Tabacci. Proprio il Cd permise al Pd di conquistare il premio. Nome per nome, divisi per circoscrizioni: ecco chi sono Piemonte 1 : Andrea Giorgis, Antonio Boccuzzi, Silvia Freglent, Umberto D’Ottavio, Davi- de Mattiello (Pd), Celeste Costantino (Sel). Piemonte 2 : Cri- stina Bargero, Franca Biondelli, Francesco Bonifazi, Gianluca Benamati, Chiara Gribaudo (Pd). Lombardia 1 : Eleonora Cimbro, Paolo Cova, Fabrizia Giuliani, Ezio Primo Casati, Roberto Rampi, Daniela Matilde Maria Gasperini, Ernesto Cabone, Pia Elda Locatelli, Simona Flavia Malpezzi (Pd), Daniele Farina (Sel). Lombardia 2 : Maria Chiara Gadda, Ermete Realacci, Marina Berlinghieri, Giuseppe Guerini, Sandro Go- zi, Mauro Guerra, Gian Mario Fragomeli, Angelo Senaldi, Guido Galperti (Pd), Luigi Lac- quaniti (Sel). Lombardia 3 : Rosa Maria Villecco Calipari, Chiara Scuvera, Giovanna Martelli (Pd), Franco Bordo (Sel). Tre ntino Altro Adige : Michele Nicoletti (Pd), Florian Kronbichler (Sel), Mauro Ottobre, Manfre
Schullian (Svp). Veneto 1 : Gian Pietro Dal Moro, Diego Crivellari, Daniela Sbrollini, Anna Margherita Miotto, Vincenzo D’Arienzo, Filippo Crimì, Ales- sia Rotta (Pd). Veneto 2 : Floriana Casellato, Roger De Menech, Oreste Pastorelli, Sara Moretto (Pd), Giulio Marcon (Sel). Fr i u l i Venezia Giulia : Tamara Blazi- na, Paolo Coppola (Pd), Serena Pellegrino (Sel). Liguria : Raf- faella Mariani, Marco Meloni, Mara Carocci, Luca Pastorino, Franco Vazio (Pd). Emilia Romagna : Maino Marchi, Sandra Zampa, Tiziano Arlotti, Giuditta Pini, Paolo Bolognesi, Paolo Gandolfi, Michele Anzaldi, Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni, Vanna Iori (Pd), Giovanni Paglia (Sel). To s c a n a : Maria Elena Boschi, Filippo Fossati, Luigi Dallai, David Er- mini, Paolo Beni, Silvia Velo, Edoardo Fanucci, Federico Gelli (Pd), Bruno Tabacci (Cd). Umbria : Anna Ascani, Walter Verini (Pd). Marche : Irene Manzi, Luciano Agostino, Piergiorgio Carrescia, Paolo Petrini, Alessia Morani (Pd). Lazio 1 : Renzo Carella, Roberto Giachetti, Marco Miccoli, Maria Coscia, Francesco Saverio Garofani, Lorenza Bonaccorsi, Monica Gregori, Marco Di Stefano, Andrea Ferro (Pd), Ileana Cathia Piazzoni (Sel). Lazio 2 : Fabio Melilli, Sesa Amici, Pier-domenico Martino, Alessandra Terrosi (Pd). Abruzzo : Itzhak Yoram Gutgeld, Vittoria D’In- cecco (Pd), Generoso Melilla (Sel). Molise : Laura Venittelli (Pd). Campania 1 : Leonardo Impegno, Guglielmo Vaccaro, Giovanna Palma, Massimo Paolucci, Massimiliano Manfredi, Giorgio Piccolo (Pd), Arturo Scotto (Sel), Aniello For- misano (Cd). Campania 2 : Picierno Pina, Tino Iannuzzi, Luigi Famiglietti, Sabrina Ca- pozzolo, Khalid Chaouki (Pd), Giancarlo Giordano (Sel). Puglia : Dario Ginefra, Gero Grassi, Alberto Losacco, Ivan Scalfarotto, Elisa Mariano, Colomba Mongiello (Pd), Donatella Du- ranti, Arcangelo Sannicandro (Sel), Pino Pisicchio (Cd). Basi – licata : Maria Antezza (Pd), Antonio Placido (Sel). Calabria : Er- nesto Magorno, Bruno Censore, Nicodemo Nazzareno Oliviero,tefania Covello (Pd), Franco Bruno (Cd). Sicilia 1 : Daniela Cardinale, Teresa Piccione, Francesco Ribaudo, Antonino Moscatt, Maria Iacono (Pd). Si cilia 2 : LuisellaAlbanella,Maria Tindara Gullo, Giovanni Mario Salvino Burtone, Sofia Amoddio (Pd), Carmelo Lo Monte (Cd). Sardegna : Caterina Pes, Gian Piero Scanu, Francesco Sanna, Siro Marrocu (Pd). (Ha collaborato Emmanuele Lentini)

Auto elettrica Italia in panne

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Fatto Quotidiano del 25/11/2013 Daniele Martini attualità
Non c’è prodotto al mondo più annunciato, atteso e meno venduto dell’auto elettrica. E’ almeno un ventennio che se ne parla con entusiasmo e speranza, salvo poi scoprire che gli acquirenti per ora latitano. Da Renault a Daimler, da Volkswagen a Ford, da Bmw a Nissan, dopo tante false partenze i grandi costrut- tori si stanno però convincendo che è arrivato davvero il momento buono. Perché, come dicono quasi all’unisono e in gergo, la «tecnologia è matura». Negli ultimi anni sono stati fatti passi da gigante grazie soprattutto all’introduzione delle batterie al litio che però sono molto costose a causa della materia prima usata, un minerale i cui giacimenti si trovano per più del 50 per cento nei laghi salati prosciugati delle Ande boliviane. Con que- ste nuove apparecchiature ogni auto è capace di percorrere con una carica da un minimo di 100 chilometri in media ad un massimo di 200. Che non sono pochi considerando che l’auto elettrica è pensata soprattutto per un uso cittadino e che il 60 per cento degli automobilisti eu- ropei non percorre più di 30 chilometri al giorno, mentre solo una minoranza del 10 per cento copre tragitti giornalieri di oltre 100 chilometri. Ma non sono nemmeno tantissimi se messi a confronto con l’autonomia di un’auto tradizionale che arriva anche a 1.000 chilometri e passa. Secondo uno studio recente di Abi, un centro ricerche di Singapore, il numero di auto elettriche consegnate ogni anno nel mondo passerà dalle attuali 150 mila, una quota praticamente trascurabile, a 2 milioni e 360 mila entro il 2020, con un tasso di crescita annuo di circa il 48 per cento. Mentre il centro Roland Berger stima che l’elettrico salirà al 12 per cento del mercato nel 2025. Nel gruppo di testa dei produttori la Fiat probabilmente non ci sarà pur avendo manifestato qualche anno fa una certa attenzione alla faccenda investendo in ricerca e tecnologia con risultati non disdicevoli a livello europeo. La cura Marchionne sta dando i suoi frutti anche a questo proposito. Come una mosca bianca tra i manager mondiali dell’automobile, l’amministratore delegato della grande casa torinese non crede né poco né punto all’auto elettrica tanto che una volta è arrivato addirittura a bollare di masochismo industriale i suoi colleghi che si incaponiscono a puntarci e a investirci. LA CONSEGUENZA è che grazie a queste tetragone convinzioni l’Italia perderà l’appuntamento tecnologico con quella che, almeno per il traffico cittadino e metropolitano, viene considerata l’auto pulita del futuro in forza soprattutto del suo quasi trascurabile effetto inquinante. Mentre gli automobilisti faranno più fatica dei colleghi di tutta Europa a inserirsi da acquirenti nell’alveo grande dell’elettri- ficazione automobilistica. Già da ora l’Italia non è tra i paesi dove l’auto elettrica è più venduta. Al primo posto c’è la Norvegia, al secondo il Giappone, poi vengono Stati Uniti e Francia. In termini assoluti il mercato più ricco è quello americano con 16 mila Nissan Leaf vendute da gennaio a settembre e circa 10 mila Tesla S, auto da amatori, con un prezzo che va da 72 mila euro a circa 100 mila. Dall’inizio dell’anno passato ad oggi in Italia sono stati venduti poco più di 5 mila veicoli elettrici, commerciali e minicar compresi. Leader del mercato con oltre il 40 per cento di vetture è Renault, unica casa automobilistica europea con auto elet- triche su ogni segmento della gamma, dalle cittadine alle berline. L’arretratezza italiana è destinata a crescere. Pochi altri si- stemi di trasporto richiedono al pari dell’auto elettrica una «logica di sistema», un modo di pensare e comportarsi in cui il nostro paese di solito non eccelle. Logica di sistema vuol dire che una serie di soggetti e di elementi devono integrarsi rendendo possibile lo sviluppo della nuova tecnologia e la sua affermazione nel mercato. Prima di tutto è necessario che le case produttrici continuino ad investire in ricerca

Eletti mai convalidati Parlamento di abusivi

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Fatto Quotidiano del 5/12/2013 di Sara Nicoli Attualità
ILLEGITTIMI anzi no. Del tutto abusivi. Se non fosse che per le questioni elettorali ci si basa sul principio di non retroattività (ma deve comunque essere un giudice a farlo valere) alla luce della sentenza dellaConsulta sul Porcellum, oraalla Camera ci sarebbero 148 deputati decaduti da un lato ma, di fatto, mai convalidati dall’altro. La storia affonda le sue radici nel rego- lamento di Montecitorio, in particolare in quello della Giunta per le elezioni. Che ha 18 mesi di tempo, dal momento delle elezioni stesse, per con- validare ciascuno dei 630 deputati eletti. Solo che fino ad oggi, si diceva, nessuno è statoconvalidatoperché laRegioneFriuli Venezia Giulia ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale sui risultati delle ultime politiche e così il lavoro dell’organismo si è bloccato in attesa del “verdetto” che dovrebbe arrivare a febbraio prossimo. Un dettaglio procedurale che non ha minimamente preoccupato né i deputati, né la Giunta, visto il precedente – clamoroso – della legislazione 2006-2008, quando nessuno (nessuno!) dei de- putati e dei senatori fu convalidato fino alla scadenza della le- gislatura. Ora, però, alla luce della sonora bocciatura del Por- cellum, la questione cambia. Cancellando il premio di maggioranza con cui sono entrati alla Camera 148 deputati, la Corte gli ha – di fatto – dichiarati illegittimi. Anche se, come si diceva, è probabile che in questo caso venga fatto valere il principio di non retroattività per non farimplodere l’intero sistema. Solo che, al momento, questi non risultano neppure convalidati. E allora? La questione andrà comunque risolta, anzi dovrà essere risolto il paradosso di chi potrebbe essere dichiarato illegittimo pur non essendo mai di fatto entrato nel pieno del suo mandato per mancanza di convalida. Un pasticcio, insomma, tutto italiano, dove la cancellazione, seppur parziale, di una legge, provoca conseguenze inattese. Per non dire grottesche. Perché tutti gli atti fin qui svolti dalle due Camere, nomine comprese, dovreb- bero essere bollati come illegittimi perché emanati da “illegit – timi”. A partire dall’elezionedel capodelloStato.Unoscenario che nessun costituzionalista commenta perché “impossibile da verificarsi ”. Il Porcellum, infatti non è “moto”, è solo ferito “gravemente ”sul premio di maggioranza, dunque la legge “c’è”, an- che se “monca”, ma non risolve la questione più delicata dei 148 possibili “abusivi”. Che lo sono, ma anche no…

PORCELLUM, FLOP DEI PARTITI ORA TOCCA ALLA CONSULTA

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LEGGE ELETTORALE, SALTA IL VOTO IN COMMISSIONE IN SENATO PER I VETI INCROCIATI
Fatto Quotidiano del 3/12/2013 di Luca De Carolis e Antonella Mascali attualità
Il giorno della Consulta, dopo l’ennesima figuracciadella politica.Og- gi la Corte costituzionale si riunirà per esaminare il ricor- so contro il Porcellum, la legge elettorale in vigore dal 2005. E lo farà senza aver ricevuto quel segnale che forse aspettava dai partiti. Ieri sera, dopo mesi di rinvii e veti incrociati, l’ipotesi di nuova legge elettorale si è nuova mente arenata inSenato, in commissione Affari costituzionali. Si doveva votare sulla proposta della Lega, che prevede il ritorno al Mattarellum (con correttivi), e su quella di Cinque Stelle, che vuole un mo- dello spagnolo-elvetico (collegi di dimensioni limitate e preferenze). Ma la riunione delle 20 è stata cancellata nel pomeriggio e rinviata a dopo l’otto dicem- bre, post primarie. Per il capogruppo dem Luigi Zanda “la formazione di nuovi gruppi nel centrodestra e il congresso del Pd ora non consentono un di- battito costruttivo”. Di fatto, è fallita la trattativa sul testo della Lega, basato sul maggioritario ma con un quota di proporzionale regionale (ad uso del Car- roccio). Gli alfaniani hanno chiesto altro tempo, ma lo stesso Pd era diviso sulla bozza. Contraria Forza Italia, a cui il Porcellum va sempre bene. E così è saltato tutto, per l’ira della Lega. Non certo un buon viatico verso la Consulta, che oggi non si riunirà in camera di con- siglio. Un rinvio che qualcuno, nella Corte,definisce un“gesto di galateo istituzionale” nei confronti del Parlamento. Molti dei giudici non vogliono af- frontare subito il merito del Porcellum per tenderela mano alla politica, cosa molto gradita al Quirinale. Sperano che i partiti, nei supplementari, si deci- dano a riformare le regole del gioco. LA CORTE potrebbe riunirsi di nuovo domani e cominciare una camera di consiglio per af- frontare la premessa del ricorso, cioè l’ammissibilità. Non ci sarà la sentenza, cioè il pronuncia- mento sul merito della legge. D’altronde un inizio di discussione con decisione a data da destinarsi è possibile (vedi il conflitto Berlusconi-giudici Mediaset). Tenendo conto delle vacanze natalizie, la Corte potrebbe riunirsi per il pronuncia- mento non prima del 13 gennaio. Oggi, a partire dalle 9.30, ci sarà la relazione del giudice Giuseppe Tesauro, poi parlerà il ricorrente, l’avvocato Aldo Bozzi, che insieme ad altri 25 firmatari ha vinto il ricorso in Cassazione ed è riuscito a por- tare davanti alla Consulta il Por- cellum. Non dovrebbero pre- sentarsi le parti “resistenti”, presidenza del Consiglio e mi- nistero dell’Interno, come se- gno di “buona volontà”. Sul- l’ammissibilità del ricorso non ci sono dubbi: la stragrande maggioranza dei giudici ritiene che lo sia. Ma sul merito le cose si complicano. C’è chi pensa che la Corte possa indicare le parti incostituzionali, come le liste bloccate e il premio di maggioranza previsto senza una soglia minima di voti, ma che non possa andare oltre, poiché le modifiche normative spettano al Parlamento. E proprio questo pare l’orientamento prevalente se la Consulta dovesse entrare nel merito. Secondo altri, anche dentro la Corte, si potrebbero invece abrogare le parti incostituzionali del Porcellum senza creare un vuoto normativo ma facendo rivivere la legge precedente, il Mattarellum. Intanto i renziani invocano lo sposta- mento della discussione sulla legge elettorale alla Camera, come già chiesto dal sindaco di Firenze. Concorde Loredana De Petris (Sel). Contrari Ncd e Fi, che di una nuova legge non hanno affatto voglia. Ma il trasloco a Montecitorio è probabile, e ha già incassato il sostegno della presidente Boldrini. Mentre il governo pensa a un ddl: il tem- po sta finendo.

Larghi brodini (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 03/12/2013. Marco Travaglio attualità
Chi non ha visto il tele-confronto su Sky dei tre candidati alla segreteria del Pd e ne ha saputo qualcosa soltanto dai resoconti della stampa, del web e dei tg, cioè la stragrandissima maggioranza degli italiani, s’è fatto l’idea che sia andato male per gli ascolti ma bene per i contenuti. Perché Renzi, Cuperlo e Civati avrebbero parlato di “programmi”. È vero, ne hanno parlato. Ma con l’aria di chi deve recuperare qualche miliarduccio qua e là, insomma di chi deve guidare il primo partito (almeno stando ai sondaggi) di un paese malaticcio, ma in via di guarigione. E allora patrimoniale sì o no, taglio delle province, o dei fondi pubblici ai partiti, o dei parlamentari, o del Senato tutto intero (per trasformarlo, fra l’altro, in un poltronificio per consiglieri regionali). Poi, naturalmente, tutti a ridere di Grillo che chiama Ocsa (o Oxa, come Anna) l’Ocse e vorrebbe addirittura un referendum sull’euro o la rinegoziazione del debito pubblico. Come a dire: quello è matto, mentre noi sappiamo quel che diciamo. Purtroppo, a giudicare dai sorrisetti, dagli ammiccamenti e dalle battute, non lo sanno neanche loro, quel che dicono. Perché dal 2014 gl’impegni assunti dai governi Berlusconi, Monti e Letta con l’Europa (in parte dovuti, in parte no) imporranno di recuperare non qualche miliarduccio, ma decine di miliardi all’anno. Cifre che nessun taglio fra quelli proposti dai candidati piddini, né tantomeno le baggianate governative sulle caserme o le spiagge o gli immobili pubblici o le partecipazioni statali da svendere, basterà neppure lontanamente a raggiungere. Ci vuole ben altro. Cure da cavallo, non brodini e pannicelli caldi. E la scelta di chi pagherà il conto non è tecnica: è politica. Deve dettarla il Parlamento, non Saccomanni e i suoi tecnici. E nemmeno Lurch, al secolo Carlo Cottarelli, ultimo commissario straordinario alla spending review. L’altro giorno il Corriere anticipava il rapporto 2013 sulle attività della Guardia di finanza: oltre 5 mila tra funzionari e impiegati pubblici denunciati per corruzione e truffa (dai falsi poveri ai finti consulenti), che nei primi 10 mesi dell’anno han provocato danni erariali da 2 miliardi e 22 milioni di euro, più truffe per 1 miliardo e 358 milioni. Cioè hanno rubato quasi 3,5 miliardi alla collettività: 350 milioni al mese. E questi sono soltanto quelli scoperti: immaginiamo a quanto ammonta il totale. Qualche mese fa, il ministero dell’Economia comunicò che i mancati incassi di evasione fiscale accertata dal 2000 al 2012, ma mai recuperata da Equitalia, ammonta a 545,5 miliardi di euro, su un totale di “ruoli” da riscuotere già emessi per 807,7 miliardi. Una parte dell’enorme buco (107,2 miliardi) è irrecuperabile perché riguarda soggetti in fallimento. Ma questo non basta per giustificare la bassissima capacità di riscossione di Equitalia, che non arriva al 5 per cento. In un paese serio (ipotetica del terzo tipo: un paese serio non avrebbe queste cifre di mancati introiti) si parlerebbe di questo, e solo di questo. E un governo e un Parlamento e dei partiti seri eviterebbero di perdere tempo appresso a corbellerie come la riforma costituzionale o l’ennesima legge contro la custodia cautelare e contro i giudici; ma concentrerebbero tutto il tempo e tutti gli sforzi disponibili a trovare il sistema per mettere le mani in questo immenso serbatoio di nero. Che non è numerologia astratta: sono somme accertate, con i nomi e i cognomi dei corrotti, dei truffatori e degli evasori. Basterebbe recuperarne il 5 o il 10 per cento in più, aumentando l’efficienza della macchina dello Stato, per avere a disposizione decine di miliardi per la mitica “ripresa”. Invece si continua a cincischiare dietro i falsi problemi e le false soluzioni. E a bollare chi chiede una seria lotta alla corruzione, all’evasione e al riciclaggio come giustizialista manettaro. Poi uno guarda chi sono i ministri e i politici che dovrebbero occuparsene, e capisce tutto.

Taglio delle Province, primi “no

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Da Il Fatto Quotidiano del 03/12/2013.Thomas Mackinson attualità
LA RELATRICE (DI FORZA ITALIA) SI DIMETTE, LA RAGIONERIA HA DUBBI E NCD STA VALUTANDO.

Doveva essere il primo spiraglio di luce sull’abolizione delle province. Rischia ancora la morte in culla, tra dubbi di incostituzionalità e di generare ulteriori costi anziché risparmi. Certo sarà il primo banco di prova dei nuovi squilibri che attraversano parlamento e governo. Comunque sia è iniziata in salita ieri alla Camera la discussione generale sul fantomatico “riordino” degli enti dopo che Forza Italia ha annunciato l’intenzione di votare contro, togliendo definitivamente il proprio appoggio al testo elaborato dal ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Graziano Delrio. Il relatore di maggioranza Elena Centemero (Fi) si è dimessa dall’incarico, celebrando di fatto il primo atto parlamentare di rottura tra ex alleati di larghe intese e il passaggio all’opposizione dei berlusconiani. A stretto giro arriva anche il no, scontato, della Lega e perfino qualche settore di Ncd mostra reticenze anche se diversi esponenti assicurano di tener fede all’impegno. Nessuna apertura dai Cinque Stelle che parlano apertamente di “farsa e di finta abolizione”. Parla di “requiem” della riforma del titolo V Arcangelo Sannicandro di Sel. Mercoledì la discussione va avanti ma visti gli ultimi sviluppi non è escluso che Pd e governo restino col cerino in mano e il voto, calendarizzato per giovedì, possa riservare ancora sorprese. Alla fine della discussione Delrio, che ci ha messo la faccia, non nasconde il rischio che, se salta tutto, tocca ripartire da zero. Di nuovo. Qualcuno, distratto, potrebbe restare sorpreso: ma come, se ne parla da anni e siamo ancora all’inizio della discussione e con la riforma ancora in mezzo alle onde? Così è, nonostante i fiumi d’inchiostro spesi e le promesse degli ultimi governi.

Vero è che il testo è molto lontano dall’abolizione auspicata per la quale servirà un disegno di legge costituzionale che è ancora ai blocchi di partenza, vista la bocciatura del “Salva Italia” attrezzato a suo tempo da Monti da parte della Consulta. La Corte aveva contestato la decretazione d’urgenza per questa materia (e Brunetta ieri ha rilanciato il bastone nell’ingrannaggio presentando una questione pregiuziale sul punto).

E così, tra veti incrociati e aporie costituzionali, ha preso quota la soluzione intermedia del ddl Delrio che demansiona le province ma non le cancella. Per il momento – se l’iter andrà avanti – la riforma riduce le loro funzioni, le rende enti di “area vasta” con funzioni di coordinamento. I consiglieri provinciali non verrano più eletti direttamente dai cittadini, ma fra i Comuni stessi. Di più, per ora, non si poteva. Raggiungere un testo condiviso in commissione, sostiene chi è intervenuto ieri, è stato già un calvario. Anche perché, va ricordato, il tempo stringe. Con un emendamento in Senato alla legge di stabilità è stata prorogata fino al 30 giugno la scadenza naurale di 54 province. Anche qui sta il nodo politico, difficile da confessare, che farà la differenza giovedì. Il vicepremier Angelino Alfano, per dire, da Padova aveva ammonito: “Non è che aboliamo le Province per creare degli enti di secondo livello in cui vince a tavolino la sinistra e non accetteremo mai di mandare a casa i presidenti di centrodestra nelle aree metropolitane per sostituirli con i sindaci dei relativi capoluoghi, tutti di sinistra”. Mentre Roberto Formigoni ieri ha ribadito: “Noi siamo per l’abolizione totale. Punto”. Il Pd che non si aspetta scherzi mette comunque le mani avanti: “Sarebbe ben strano se Ncd che con 5 ministri del governo ha approvato il testo ora si tirasse indietro”, dice Matteo Richetti. Resta da chiarire se la riforma porterà risparmi. Un sospetto che ha trovato addentellati importanti nella bocciatura della Corte dei Conti che ha manifestato dubbi sugli effetti determinati dal temporaneo passaggio di funzioni dalle province alle città metropolitane. Il ministro Delrio ha ribadito ieri che “certamente sulle funzioni generali di amministrazione e controllo che oggi valgono due miliardi e qualche decina di milioni di euro e che solo per 900 milioni di euro sono a carico del personale potremo fare grandi risparmi”. Ma dai banchi dell’opposizione le cifre vengono contestate. Dalila Nesci (M5S), sostiene che lo “svuota province” sia un pallido ricordo delle promesse di abolizione. L’Unione delle Province, il rischio che la misura-cuscinetto comporti addirittura più costi, rilevando come da tre città metropolitane si sia passati a 10 nel testo del governo e poi 15, con non precisate ricadute in termini di finanze pubbliche. Ieri , per dire, alla notizia che Catania poteva saltare Enzo Bianco è volato a Roma per perorare la causa e ricevere assicurazioni. Nelle stesse ore c’è stato anche il giallo sul parere che la Ragioneria Generale dello Stato ha fornito alla Commissione bilancio circa le necessarie coperture rispetto al patto di stabilità interno. Ma a stretto giro è arrivato il nullaosta dalla commissione Affari Costituzionali. E dunque si procede tra i dubbi.

SOTTO IL PALCO Eletti star in piazza: “Ecco come lavoriamo”

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Fatto Quotidiano del 2/12/2013 Martina Castigliani attualità
Genova Quando la confusione ha cominciato ad essere troppa, il deputato Alessandro Di Battista ha preso in mano il megafono: “Usciamo dal gazebo e sediamoci tutti per terra in piazza. Vi spiegheremo a turno che cosa fac- ciamo in Parlamento”. Gli eletti del Movimento 5 Stelle sul palco del terzo V Day a Genova non sono stati invitati. E così si sono autorganizzati. Alle 14 il discorso di Beppe, alle 11 i parlamentari tra gli attivisti a raccontare della loro attività in Parlamento. A passarsi il megafono sono Federica Dieni, Massimo De Rosa, Roberto Cotti e Manlio Di Stefano, poi Giulia Sarti, Roberto Fico e Vito Crimi. Parlano della politica di Roma, ma soprattutto della loro più grande vittoria: “Se Berlusconi non è più in Parlamento – dice Di Battista – Quello è solo merito nostro. Lo abbiamo sconfitto con la nostra onestà e proponendo semplicemente il voto palese in Senato”. Seduti per terra ad ascol- tare ci sono pensionati e studenti universitari, famiglie con i bambini in gita e tanti operai. Sfidano il freddo con le sciarpe e le cuffie, in quella che almeno per un giorno è diventata la piazza più gelida d’Italia. Hanno le calze spesse di lana e lo zainetto con i panini. Hanno fatto i chilometri e se li sono pagati uno ad uno di tasca propria. “Noi siamo la rivoluzione di questo Paese”, conclude Di Battista, “Vi rendete conto che giriamo senza scorta e incontriamo gli elettori parlandogli uno ad uno? Quale altra forza politica og- gi in Italia è in grado di organizzare un evento simile? Sappiamo che le sfide che ci aspettano sono molto dure, ma noi siamo pronti. C’è da lavorare, ma è quello che facciamo. Io se alle Europee prendiamo meno del 25% sarò deluso”. In prima fila ci sono anche Maurizio Buccarella e Andrea Cioffi. Sono i senatori “scomunicati”da Grillo per aver proposto l’emendamento sull’abolizione del reato di clandestinità: “Ma quale scomunica – dicono entrambi – solo una divergenza di vedute. Se gli elettori non sono d’accordo, seguiremo quello che chiedono. Anche se un po’ a malincuore”. Qualcuno dalla folla li ferma per abbracciarli. “Io credo – continua Cioffi – in quella che definisco una ‘sana incazzatura’che possa cambiare le cose in questo Paese. Utopia è la parola che preferisco. Ce l’hanno fatta but- tare nel cesso, e invece è l’unico modo per poter agire e lasciare in eredità ai nostri figli un’Italia migliore”. Buccarella è anche stato membro della Giunta per le elezioni, quella che ha dato il parere favorevole alla decadenza di Silvio Berlusconi. Per questo la gente lo ferma e lo tratta da testimone di un pezzo di storia: “Un’emozione unica – dice – poter far valere finalmente le istituzioni e le leggi. Un onore per me essere là a farle applicare”. Le persone li fotografano e li abbracciano. Li toccano. Sono i 156 eletti che hanno rotto “il muro di gomma”, cittadini prestati alla politica che secondo gli attivisti “fanno il lavoro sporco”. “Siamo qui a dimostrare – dice Vito Crimi – che non siamo eterodiretti e non lo siamo mai stati. Grillo non ci comanda e non lo ha mai fatto”. Poco prima dell’inizio arriva anche Luis Alberto Orellana, il senatore tra i più critici e che si è guadagnato dello “Scilipoti” da Grillo. “Non potevo man- care. questa è la mia casa”. Qualcuno si avvicina all’agorà improvvisata. Chiede qualche spiegazione sulle decisioni interne e domanda più efficacia. Ma il V Day è una festa e nessuno ha voglia di rovinarla. Anche perché i veri critici a Genova non sono neppure arrivati.

PREVISIONI I sondaggisti: “Lo zoccolo duro c’è, tutto è possibile

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Fatto Quotidiano del 1/12/2013 di Marcello Longo attualità
Decade, ma il suo blocco elettorale non lo abbandona. Finita l’esperienza in Parlamento di Silvio Berlu- sconi, Forza Italia cresce nei sondaggi: dal 16 al 20,3 per cento secondo Ispo, con in- crementi del 3,3 e dell’1,6 per- cento secondo Ixé ed Euromedia. “Più sale la conflittualità, più l’opinione pubblica sente la necessità di identificarsi. La vicenda della decadenza, seppur negativa, ha rafforzato l’identità di Forza Italia e Berlusconi”spiega Carlo Buttaroni, presidente di Tecné. Per Renato Mannheimer (Ispo) il Cavaliere conferma di avere un “seguito affezionato che rappresenta il 10-20 percento”, mentre per Roberto We- ber (Ixé) la popolarità di Berlusconi in questa fase è dovuta a un fatto: “Tutti i fantasmi che agita da tempo, i giudici e la sinistra, sono diventati real- tà”. Sui numeri di Forza Italia molta prudenza: “Se in questo momento fosse sovrastima- ta?”, si chiede Weber. È troppo presto per giudicare: “I sondaggi in questa fase – spiega il politologo della Luiss Roberto D’Alimonte – hanno pochissimo valore: l’unica indicazione attendibile che si può ricavare è che il nocciolo duro del blocco elettorale di Berlusconi non si è ancora sgretolato”. Il “nocciolo duro” è la base di partenza, un patrimonio elet- torale che il Cavaliere cerche rà di far lievitare nei prossimi mesi. Quanti consensi in più riscuoterà un Berlusconi di lotta? Torniamo a dicembre 2012, quando decise di chiudere in anticipo l’esperienza del governo Monti. Allora il Pdl volava basso: fra il 15 e il 18 per cento. Pochi ci avrebbero scommesso, ma alle elezioni politiche di febbraio – dopo la campagna “restituiremo l’Imu” – il Popolo delle libertà raggiunse il 21,6 per cento alla Camera e il 22,3 al Senato. Con la decadenza, Berlusconi torna a fare l’oppositore. A MAGGIO 2014 si vota per le elezioni europee. E se il Cava- liere rimontasse di nuovo? “Bisogna capire se Forza Italia regge, se Berlusconi ha la capacità di sostenere una campagna elettorale”, nota Weber. “Le variabili sono tante: il Pd che si rinnova, Berlusconi leader extra-parlamentare, Grillo che non è più una novità”, av- verte Buttaroni. Nei prossimi mesi la partita di Berlusconi si gioca sul terreno economico: le tasse, l’Europa, l’austerità. “Berlusconi – sostiene Weber – dovrà a fare affidamento sui temi anti-europei, ma ha mol- te meno chance di una volta. È uno spazio occupato da Grillo, penso che radicalizzerà le sue posizioni sulle tasse”. La peformance di Forza Italia dovrà tenere conto degli ex compagni di partito ora confluiti in Nuovo Centrodestra (stimato tra il 3,7 e 7,5 per cento nei son- daggi). “L’insieme di Forza Italia e Ncd sembra avere più voti di quelli che aveva il Pdl”, spiega Mannheimer. Almeno su un dato tutti gli analisti sono d’accordo: “A partire dal 18 aprile 1948 l’area di centrodestra in Italia è stata sempre maggioritaria, anche quando ha vinto il centro sinistra”, dice Nicola Piepoli, decano dei sondaggisti italiani, invitando però anon ignorare i “nuovi leader”:“Spuntano a sinistra, ma di bravi ce ne sono anche a destra, Alfano non è da sottovalutare”. Di più, al momento, non è dato sapere: “Tutti questi sondaggi valgono poco: le elezioni sono lontane e i cittadini per ora hanno ben altro a cui pensare” conclude Mannheimer.

V day Genova, Grillo: “Impeachment per Napolitano. Tradirai da solo l’Italia”

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 1 dicembre 2013 ATTUALITA

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di Redazione Il Fatto Quotidiano | 1 dicembre 2013 ATTUALITà

VIDEO Referendum per votare se rimanere dentro l’Euro..

Il leader del Movimento ricorda che Sandro Pertini “è stato l’ultimo a parlare qui in piazza della Vittoria. Se fosse vivo verrebbe qui a parlare anche lui”. Poi rivendica: “Sono fiero di essere un populista insieme a voi. Siamo populisti arrabbiati”. Casaleggio: “La partitocrazia deve finire”

Contro Napolitano e contro la politica. È un “populista arrabbiato” il Beppe Grillo che sale sul palco del terzo V-day 2013 a Genova per annunciare la volontà di un referendum sull’Euro e per profetizzare una vittoria alle prossime elezioni europee. Il leader del Movimento 5 Stelle vuole il reddito di cittadinanza e grida contro le aziende italiane svendute come Telecom. Sul palco salgono poi un esponente di Occupy Wall Street, il professor Paul Connet, Gianroberto Casaleggio (“La partitocrazia deve finire”) e Dario Fo con la sua ‘lectio sulla cultura’.

“Sandro Pertini verrebbe qui a parlare con noi”. “Siamo in un piazza che si chiama Vittoria. Non è un caso”. Beppe Grillo inizia così il suo intervento al V-day. Il comico genovese ricorda l’ex presidente della Repubblica Sandro Pertini ”è stato l’ultimo a parlare qui in piazza della Vittoria a Genova. Se fosse vivo verrebbe qui a parlare anche lui. Pertini parlò qui contro il governo Tambroni … Sono fiero di essere un populista insieme a voi. Siamo populisti arrabbiati“.

“Non esiste che ci siano 8 milioni di poveri”. Il leader del Movimento 5 Stelle ricorda che quella piazza, che contiene 35mila persone, è stata riempita di più solo da Papa Ratzinger: “Un amministratore delegato tedesco che se ne va dal Vaticano e arriva un prete. Così noi abbiamo disintegrato la finta sacralità del Parlamento … Deve partire da qui la più grande straordinaria rivoluzione della storia. Siamo oltre, dobbiamo andare oltre. Non siamo più un sogno, scopriamo un mondo diverso che parla di solidarietà. Un mondo fatto di redditto di cittadinanza. Non esiste che ci siano 8 milioni di poveri. Ai partiti daremo estrema unzione”. “Da qui deve partire una rivoluzione culturale e politica. Qui a Genova abbiamo inventato tutto. Tutti a casa i politici? Il problema è che son pieni di case. I sindacati sono esattamente come i partiti, bisogna andare oltre”.

“Napolitano via. Rimarrai da solo a tradire l’Italia”. Contro il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli strali più forti: “Non ti vogliamo, abbiamo preparato l’impeachment” urla Grillo che ricorda il caso delle intercettazione con Mancino, distrutte su ordine della Consulta. Il leader del M5S critica il ruolo del capo dello Stato nella formazione del governo. “Si sono messi in tre a fare un governo in una notte, abbiamo pronto l’impeachment per Napolitano, se ne deve andare. Rimarrai da solo, la tradirai da solo l’Italia. Dobbiamo rifarlo questo paese“.

Referendum per votare se rimanere dentro l’Euro. Grillo ritorna sui temi cari al suo pensiero: “Vogliamo un referendum per votare se rimanere dentro l’Euro. Perché ci hanno truffato, ci siamo trovati dentro l’euro senza poter dire nulla. Io non sono contro l’Europa. Ma voglio che il popolo sia informato. Vogliamo gli eurobond, ma non accetterà nessuno”. E poi il leader ringrazia gli eletti: “Ringrazio i parlamentari del Movimento per tutto quello che fanno, ormai mi hanno superato. Io non ho più l’età. Abbiamo mandato in Parlamento donne senza silicone o culi di plastica, donne che lavorano, che sanno cosa vuol dire lavorare”.

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