Archivi Blog

Evasori ed evasivi (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 22/04/2014. Marco Travaglio attualità

Ha fatto il giro del web la foto dell’immigrato arrestato a Roma in piazza del Pantheon e trascinato in manette come un boss mafioso sotto gli occhi esterrefatti della gente impegnata nello shopping pasquale. Non aveva ucciso né picchiato né stuprato né scippato nessuno: vendeva borse taroccate. Naturalmente nessun garantista un tanto al chilo ha protestato contro la “gogna mediatica” e le “manette facili”, come avrebbe fatto se fosse toccato a qualche frequentatore di un palazzo lì vicino: Montecitorio. Intendiamoci: nessuno giustifica i contraffattori e i loro complici, che vanno perseguiti con severità, visto che sottraggono risorse non solo alle griffe della moda, ma anche al fisco e dunque alla collettività.

Ciò che stona non è l’arresto del venditore abusivo: è il mancato arresto di chi fa le stesse cose, frodando il fisco con i più svariati raggiri, ma resta a piede libero. C’è qualcosa di mostruosamente sbagliato in un paese che porta via in catene l’immigrato delle borse farlocche e intanto manda un frodatore incallito, condannato per 7,3 milioni evasi e miracolato dalla prescrizione per altri 300, a fare il volontario in un ospizio per 4 ore alla settimana per 10 mesi fra una campagna elettorale, un Italicum e una riforma costituzionale. Abbiamo dato volentieri atto a Matteo Renzi delle cose buone annunciate nel Def: gli 80 euro in più nelle buste paga più sottili, anche se escludono incapienti e pensionati, sono meglio di un calcio nel sedere; il tetto ai compensi dei manager pubblici e anche dei magistrati è sacrosanto; l’aumento delle tasse alle banche sul regalo miliardario delle quote Bankitalia è un’inversione di rotta dopo anni di bancocrazia (anche se era meglio evitare tout court quel pacco dono). Ma sulla lotta all’evasione la bocciatura è totale. L’altro giorno, intervistato da Repubblica , il premier ha dichiarato che l’evasione “non si combatte con nuove norme”, bensì con “la volontà politica di incrociare i dati” e “perseguire i colpevoli” con l’“uso massiccio della tecnologia”. La solita supercazzola. Per punire i colpevoli, occorrono pene severe e figure di reato efficaci che oggi non ci sono. Infatti il neocommissario anti-corruzione Raffaele Cantone le chiede eccome: prescrizione, falso in bilancio, autoriciclaggio e veri poteri alla sua Authority, oggi ridotta a ente inutile perché non può sanzionare le amministrazioni che non rispettano le regole. Si spera che Renzi sia così evasivo perché non conosce la materia e non perché teme di perdere voti alle prossime elezioni europee (i 10-11 milioni di evasori votano e fanno votare). Nel primo caso, può rimediare informandosi con qualcuno che ci capisca. Nel secondo, è in malafede e non c’è niente da fare. Come ricorda il pm milanese Francesco Greco, “il sommerso del Pil ammonta a 420 miliardi con mancate entrate fiscali per 180 all’anno”. Cifre spaventose che imporrebbero – dice Greco – “una spending review che riduca i costi della criminalità economica, anche con tagli lineari”. Ma nessuna delle slide delle televendite renziane dice niente sulla prima emergenza nazionale: basterebbe grattarne il 10% per far recuperare decine di miliardi, anziché elemosinare le briciole con le spending à la Cottarelli, le pochade delle auto blu su eBay e le false riforme del Senato e delle Province. Per farlo, occorrono proprio le “nuove norme” che Renzi non vuole. La prima è sull’autoriciclaggio, per punire finalmente chi reinveste in proprio il bottino dei suoi delitti e per garantire che il prossimo decreto sul rientro dei capitali dall’estero non diventi l’ennesimo scudo-condono. La seconda è sulla prescrizione, che garantisce l’impunità a qualunque colletto bianco che derubi la collettività. Ma, per approvarle, ci vuole una maggioranza diversa da quelle del governo (avete presente l’Ncd?) e delle riforme istituzionali (col partito dell’evasore e dell’evaso). I 5Stelle, anch’essi finora piuttosto evasivi, si facciano avanti e sfidino Renzi a presentarle, garantendo i loro voti. Tutto il resto è frottola.

Annunci

Servizio Pubblico del 10 Aprile 2014 , Marco Travaglio: “Nessuno ha fatto la guerra all’evasione fiscale’”

pppp
VIDEO TRAVAGLIO

Evasione, dalle Entrate la mappa italiana della “pericolosità fiscale”

mappa-evasione-entrate-640
di Redazione Il Fatto Quotidiano | 5 aprile 2014 attualità

Il Fisco ha calcolato che 11,2 milioni di italiani vivono in aree ad alto rischio. Roma, Milano e la zona battezzata “Niente da dichiarare” (che comprende 11 provincedel Mezzogiorno) sono responsabili della fetta più corposa dei 90 miliardi di ‘tax gap’

Dopo le mappe del rischio sismico e di quello idrogeologico, ecco pronta quella della “pericolosità fiscale“. A disegnarla è l’Agenzia delle Entrate, che divide l’Italia in otto aree a seconda del rischio di evasione e le battezza con nomi suggestivi, da “Pericolo totale” a “Stanno tutti bene” passando per “Niente da dichiarare” (aree, queste ultime, a basso sviluppo e alta evasione), “Rischiose abitudini” e “Non siamo angeli”, quest’ultima con un tasso di pericolosità fiscale intermedio ma non ottimale. Lo studio, che il Fisco ha condotto partendo da 245 variabili raccolte da fonti ufficiali e individuandone 36 poi utilizzate nel calcolo, non conta i residenti. Ma basta sovrapporre alla mappa i dati dell’Istat per scoprire che 11,2 milioni di italiani vivono in province ad alta pericolosità mentre 23,3 milioni abitano in zone dove il rischio evasione è contenuto. Seguono 9,4 milioni di cittadini a rischio medio alto, tra cui quelli delle aree metropolitane di Roma e Milano.
Sei in: Il Fatto Quotidiano > Economia > Evasione, dalle…
Evasione, dalle Entrate la mappa italiana della “pericolosità fiscale”
Il Fisco ha calcolato che 11,2 milioni di italiani vivono in aree ad alto rischio. Roma, Milano e la zona battezzata “Niente da dichiarare” (che comprende 11 provincedel Mezzogiorno) sono responsabili della fetta più corposa dei 90 miliardi di ‘tax gap’

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 5 aprile 2014Commenti (291)
Evasione, dalle Entrate la mappa italiana della “pericolosità fiscale”
Più informazioni su: Attilio Befera, Evasione Fiscale, Tasse.

Share on oknotizie Share on print Share on email More Sharing Services
116

Dopo le mappe del rischio sismico e di quello idrogeologico, ecco pronta quella della “pericolosità fiscale“. A disegnarla è l’Agenzia delle Entrate, che divide l’Italia in otto aree a seconda del rischio di evasione e le battezza con nomi suggestivi, da “Pericolo totale” a “Stanno tutti bene” passando per “Niente da dichiarare” (aree, queste ultime, a basso sviluppo e alta evasione), “Rischiose abitudini” e “Non siamo angeli”, quest’ultima con un tasso di pericolosità fiscale intermedio ma non ottimale. Lo studio, che il Fisco ha condotto partendo da 245 variabili raccolte da fonti ufficiali e individuandone 36 poi utilizzate nel calcolo, non conta i residenti. Ma basta sovrapporre alla mappa i dati dell’Istat per scoprire che 11,2 milioni di italiani vivono in province ad alta pericolosità mentre 23,3 milioni abitano in zone dove il rischio evasione è contenuto. Seguono 9,4 milioni di cittadini a rischio medio alto, tra cui quelli delle aree metropolitane di Roma e Milano.

Presentazione+2+aprile+maglio+e+pisani from ilfattoquotidiano
Sono i residenti di Roma e Milano (zona “Metropolis”) e quelli della zona “Niente da dichiarare” (province di Rieti, Avellino, Benevento, Isernia, Campobasso, Potenza, Matera, Enna, Nuoro e Oristano) quelli maggiormente nel mirino del fisco: queste due aree sono responsabili della fetta più ampia del famigerato “tax gap“, i 90 miliardi di divario tra quello che il fisco dovrebbe incassare e quello che raccoglie concretamente. Un buco che le attività di controllo e i blitz degli uomini di Attilio Befera non riescono a riempire: nel 2013, come ha ricordato pochi giorni fa in audizione al Senato lo stesso direttore dell’agenzia, le somme recuperate sono ammontate a “soli” 13,1 miliardi di euro.

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Ci sono 23,3 milioni di cittadini che abitano in province che il fisco considera tranquille: sono il gruppo “Industriale” e “Stanno tutti bene”, nelle quali la pericolosità fiscale è bassissima, così come il rischio sociale: in ordine alfabetico spaziano da Aosta a Udine e sono in gran parte città del centro nord lontane dai grandi centri.

Sono sette le dimensioni indagate dallo studio dell’agenzia: dalla pericolosità sociale al tenore di vita, dalla struttura produttiva all’accesso a servizi tecnologici, fino alla presenza di infrastrutture. La mappa, il cui obiettivo finale, naturalmente, è migliorare i risultati e l’efficienza del recupero fiscale, verrà utilizzata anche per dosare meglio le forze della lotta all’evasione e valutarne in modo più scientifico i risultati. Una delle slide, infatti, informa che nella valutazione dell’efficienza delle direzioni provinciali dell’Agenzia si terrà conto anche del confronto con le altre direzioni del ‘cluster’ (gruppo) di appartenenza.

Scusi Renzi: e gli evasori?

zxcvb
Da Il Fatto Quotidiano del 15/03/2014 Marco Travaglio attualità

Se vuole evitare che il suo secondo incontro a tu per tu (il primo da premier) con Angela Merkel diventi la solita passerella inutile e provinciale di un politico italiano in gita premio, Matteo Renzi dovrebbe chiedere alla Cancelliera qualche dettaglio sul caso di Uli Hoeness: l’ex campione del mondo di calcio e presidente del Bayern Monaco che si è appena dimesso da ogni incarico dopo la condanna in primo grado a 3 anni e mezzo di carcere per una frode fiscale da 27,2 milioni. Condanna che ha deciso di non appellare (“in linea con la mia idea di decenza, comportamento e responsabilità personale”), ammettendo in lacrime la sua colpa, evitando di intasare la Giustizia con ricorsi pretestuosi e preparandosi ad andare in galera, dove dalla prossima settimana sconterà la pena per intero (lì si usa così). Confrontando il caso Hoeness con il caso Berlusconi – condannato sette mesi fa per lo stesso reato in tre i gradi di giudizio a 4 anni, di cui 3 indultati, ancora a piede libero, anzi padre ricostituente e prossimo candidato alle elezioni europee – il premier potrebbe trarre utili spunti per le riforme del fisco e della giustizia, da lui annunciate per maggio e giugno (del 2014, pare). Se Hoeness fosse italiano, griderebbe al complotto ordito dagli avversari del Borussia e del Leverkusen, invocherebbe la presunzione d’innocenza fino alla Cassazione, si imbullonerebbe alla poltrona, ricorrerebbe in appello in attesa della sicura prescrizione e/o condono, che poi gabellerebbe per assoluzione, e si butterebbe in politica. Invece è tedesco e va in galera, anche perché condono, indulto, amnistia, concordato e scudo fiscale sono termini intraducibili nella sua lingua. Così come la parola prescrizione (almeno nella demenziale versione italiana, che non parte quando viene scoperto il delitto, ma quando viene commesso, e continua a galoppare per tutto il processo, anche dopo due condanne). Chissà se è un caso che la Germania sia la locomotiva d’Europa e l’Italia il fanalino di coda. Due mesi fa, come ha rivelato Gian Antonio Stella sul Corriere , è uscito il rapporto 2013 dell’Institut de criminologie et de droit penal, curato da due docenti dell’Università di Losanna, sulle carceri d’Europa e dintorni. I dati del 2011 dicono che nelle carceri italiane risiedono solo 156 detenuti per crimini economici e fiscali: un decimo della media europea (0,4 contro 4,1%) e un cinquantacinquesimo della Germania, che ne ha 8.601, più dei reclusi per rapina e per percosse, quasi quanti quelli per traffico o spaccio di droga.

Nessun paese ne ha meno di noi, anche se noi abbiamo il record europeo dell’evasione, anzi proprio per questo. “I colletti bianchi incarcerati in Italia – scrive Stella – sono un sesto degli olandesi, un decimo degli svedesi, degli inglesi e dei norvegesi, un undicesimo dei finlandesi, un quindicesimo degli spagnoli, un ventiduesimo dei turchi”. Ci umiliano persino paradisi fiscali come Montecarlo e Liechtenstein, rispettivamente col 23 e il 38,6% di detenuti per delitti finanziari. In Italia, com’è noto, un evasore fiscale non riesce a varcare il portone di un penitenziario neppure se insiste: evadere paga, infatti evadono circa 10 milioni di contribuenti su 40. Renzi è a caccia di coperture per le sue mirabolanti promesse. E ha appena ottenuto dalle Camere la Delega fiscale, praticamente una delega in bianco al governo. Per riempirla di cose utili, a cominciare dalle manette (vere) agli evasori, chieda alla Merkel come si fa. E magari si faccia raccontare di Klaus Zumwinkel, il top manager che aveva portato le Poste tedesche al successo mondiale: accusato di evasione aggravata, fu prelevato in manette all’alba di un mattino del 2008 da decine di agenti speciali della tributaria che avevano cinto d’assedio il suo villone a Colonia. Se lo spread fra Bund e Bot è calato, quello fra giustizia tedesca e impunità italiota rimane scandalosamente invariato. Prima di “sbattere i pugni in Europa”, ammesso che lo faccia davvero, Renzi trovi il modo di sbattere in galera qualche migliaio di evasori. Poi ne riparliamo.

Larghi brodini (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 03/12/2013. Marco Travaglio attualità
Chi non ha visto il tele-confronto su Sky dei tre candidati alla segreteria del Pd e ne ha saputo qualcosa soltanto dai resoconti della stampa, del web e dei tg, cioè la stragrandissima maggioranza degli italiani, s’è fatto l’idea che sia andato male per gli ascolti ma bene per i contenuti. Perché Renzi, Cuperlo e Civati avrebbero parlato di “programmi”. È vero, ne hanno parlato. Ma con l’aria di chi deve recuperare qualche miliarduccio qua e là, insomma di chi deve guidare il primo partito (almeno stando ai sondaggi) di un paese malaticcio, ma in via di guarigione. E allora patrimoniale sì o no, taglio delle province, o dei fondi pubblici ai partiti, o dei parlamentari, o del Senato tutto intero (per trasformarlo, fra l’altro, in un poltronificio per consiglieri regionali). Poi, naturalmente, tutti a ridere di Grillo che chiama Ocsa (o Oxa, come Anna) l’Ocse e vorrebbe addirittura un referendum sull’euro o la rinegoziazione del debito pubblico. Come a dire: quello è matto, mentre noi sappiamo quel che diciamo. Purtroppo, a giudicare dai sorrisetti, dagli ammiccamenti e dalle battute, non lo sanno neanche loro, quel che dicono. Perché dal 2014 gl’impegni assunti dai governi Berlusconi, Monti e Letta con l’Europa (in parte dovuti, in parte no) imporranno di recuperare non qualche miliarduccio, ma decine di miliardi all’anno. Cifre che nessun taglio fra quelli proposti dai candidati piddini, né tantomeno le baggianate governative sulle caserme o le spiagge o gli immobili pubblici o le partecipazioni statali da svendere, basterà neppure lontanamente a raggiungere. Ci vuole ben altro. Cure da cavallo, non brodini e pannicelli caldi. E la scelta di chi pagherà il conto non è tecnica: è politica. Deve dettarla il Parlamento, non Saccomanni e i suoi tecnici. E nemmeno Lurch, al secolo Carlo Cottarelli, ultimo commissario straordinario alla spending review. L’altro giorno il Corriere anticipava il rapporto 2013 sulle attività della Guardia di finanza: oltre 5 mila tra funzionari e impiegati pubblici denunciati per corruzione e truffa (dai falsi poveri ai finti consulenti), che nei primi 10 mesi dell’anno han provocato danni erariali da 2 miliardi e 22 milioni di euro, più truffe per 1 miliardo e 358 milioni. Cioè hanno rubato quasi 3,5 miliardi alla collettività: 350 milioni al mese. E questi sono soltanto quelli scoperti: immaginiamo a quanto ammonta il totale. Qualche mese fa, il ministero dell’Economia comunicò che i mancati incassi di evasione fiscale accertata dal 2000 al 2012, ma mai recuperata da Equitalia, ammonta a 545,5 miliardi di euro, su un totale di “ruoli” da riscuotere già emessi per 807,7 miliardi. Una parte dell’enorme buco (107,2 miliardi) è irrecuperabile perché riguarda soggetti in fallimento. Ma questo non basta per giustificare la bassissima capacità di riscossione di Equitalia, che non arriva al 5 per cento. In un paese serio (ipotetica del terzo tipo: un paese serio non avrebbe queste cifre di mancati introiti) si parlerebbe di questo, e solo di questo. E un governo e un Parlamento e dei partiti seri eviterebbero di perdere tempo appresso a corbellerie come la riforma costituzionale o l’ennesima legge contro la custodia cautelare e contro i giudici; ma concentrerebbero tutto il tempo e tutti gli sforzi disponibili a trovare il sistema per mettere le mani in questo immenso serbatoio di nero. Che non è numerologia astratta: sono somme accertate, con i nomi e i cognomi dei corrotti, dei truffatori e degli evasori. Basterebbe recuperarne il 5 o il 10 per cento in più, aumentando l’efficienza della macchina dello Stato, per avere a disposizione decine di miliardi per la mitica “ripresa”. Invece si continua a cincischiare dietro i falsi problemi e le false soluzioni. E a bollare chi chiede una seria lotta alla corruzione, all’evasione e al riciclaggio come giustizialista manettaro. Poi uno guarda chi sono i ministri e i politici che dovrebbero occuparsene, e capisce tutto.

Secondo l’Irish Sun Berlusconi sarebbe indagato in Irlanda per evasione fiscale

corel
La notizia arriva dall’Irish Sun: Silvio Berlusconi sarebbe sotto indagine del Garda Bureau of Fraud Investigation’s per un’evasione fiscale di 500 milioni di euro.

Redazione- 17 giugno 2013 – La notizia ha fatto scalpore, soprattutto in questi giorni che sull’Isola di Smeraldo si tiene il G8: secondo quanto riportato dall’Irish Sun, Silvio Berlusconi sarebbe sotto indagine del Garda Bureau of Fraud Investigation’s per evasione fiscale e riciclaggio di denaro.

La notizia ha evidenziato come nel mirino degli investigatori ci siano alcune società di Berlusconi che hanno compiuto operazioni con l’International Financial Service Centre di Dublino.

Tutto è partito a seguito di una segnalazione fatta dalla polizia italiana che avrebbe chiesto ai colleghi irlandesi di effettuare delle indagini su alcuni fatti accaduti nel periodo tra il 2005 e il 2007, per un ammontare complessivo di 500 milioni di euro.

Le autorità italiane temono che i movimenti effettuati siano stati fatti per trasferire denaro presso conti offshore.

Capitali italiani: verso la Svizzera 200 miliardi

corel
Fonte Wall Street Italia 29/04/2013 attualità
Capitali italiani: verso la Svizzera 200 miliardi
ROMA (WSI) – Potrebbero arrivare fino a 200 miliardi di euro i soldi depositati in Svizzera dagli italiani intimoriti da pressione fiscale e rischio di un prelievo forzoso oppure semplicemente alla ricerca di una protezione da eventuali reati
.

I capitali in fuga oltre le Alpi toccano i 120-200 miliardi, stando a quanto rilevato dai calcoli del Fatto Quotidiano. Per Il Sole 24 ore la cifra si aggira invece tra i 100 e i 120 miliardi.

Una cosa e’ certa: il peso dell’evasione fiscale sull’economia italiana e’ enorme. Le stime piu’ attendibili, come ha ricordato l’economista Alberto Quadro Curzio ai microfoni di RaiNews 24, “parlano di un ordine di grandezza intorno al 25-30% del Pil”.

La repubblica elvetica, racconta il Fatto nella sua inchiesta che porta la firma di Giorgio Meletti, “custodisce ingenti patrimoni”. Ma tutti i tentativi di conoscerne i titolari si scontrano con i potenti istituti di credito. E cosi’ i trattati bilaterali tra l’Italia e Berna sul rientro dei capitali diventano una mera illusione.

“La Svizzera ha 8 milioni di abitanti, l’Italia ne ha 60 milioni. Per avere un’idea delle proporzioni, le due maggiori banche svizzere, Ubs e Credit Suisse, gestiscono in tutto patrimoni pari a sei volte il Pil nazionale, le prime due italiane (Intesa Sanpaolo e Unicredit) arrivano all’incirca a un terzo del prodotto interno lordo”.

“La quota di patrimoni riferibili a cittadini europei è attorno agli 800 miliardi, 200 dei quali attribuiti a tedeschi, mentre i capitali italiani sono calcolati tra i 120 e i 200 miliardi”.

LO SCONTRO E’ TRA PARTITO DELL’ELUSIONE E PARTITO DELL’EVASIONE «

LO SCONTRO E’ TRA PARTITO DELL’ELUSIONE E PARTITO DELL’EVASIONE «.

La guerra alle mosche di Monti (BeppeGrillo.it)


Rigor Montis ha due preoccupazioni. La prima è l’evasione fiscale, la seconda sono le intercettazioni. Sulla prima è avvilito per il “grosso danno nella percezione del Paese all’estero”. Mi immagino il sarcasmo, per non dire il vero e proprio disprezzo, quando il Non Eletto incontra i capi di Stato europei (gli Eletti). Gli rinfacceranno sicuramente lo Scudo Fiscale che ha premiato gli evasori totali, tra i quali anche criminali e tesorieri di partito, con un miserabile 5% di sanzione. Lo faranno blu per la nostra legge sul falso in bilancio, una vera barzelletta. Lo distruggeranno per la mancanza di lotta alla corruzione che ci costa circa 100 miliardi di euro. Lo investiranno di insulti per l’inesistenza di una legge sul conflitto di interessi. Povero Monti, come deve vergognarsi. Figure così a livello internazionale nemmeno Bokassa. I partner europei vorrebbero dargli “assistenza finanziaria”, in sostanza comprare il debito pubblico italiano che cresce alla velocità della luce, ma l’evasione “contribuisce a indisporli” quando Monti si presenta con il piattino in mano.
Rigor Montis ha perciò dichiarato “lo stato di guerra” agli evasori, “una dura lotta all’evasione che può comportare la necessità di momenti di visibilità che possono essere antipatici. Ma che hanno un forte effetto preventivo nei confronti degli altri cittadini”. Non vedo l’ora!
Inizi dai bilanci dei partiti, da quelli delle cooperative di ogni colore, prenda in mano l’elenco degli scudati e gli faccia sputare ogni euro evaso con la stessa energia con la quale Equitalia si catapulta sui cittadini che non pagano, spesso per errore, qualche centinaio di euro, faccia per decreto leggi anti corruzione e per punire severamente il falso in bilancio, risolva gli intrecci incestuosi della Borsa. I suoi partner europei gli sorrideranno. Credo invece che Rigor Montis, più modestamente, voglia scatenare la guerra alle mosche. Ai pollivendoli, ai fiorai, ai venditori di miele millefiori, agli agriturismi della Lombardia (già fatto), ai venditori di souvenir a Venezia e a Firenze (già fatto sul Ponte Vecchio), ai ristoranti fuori porta che non rilasciano lo scontrino. Nel frattempo, mentre Rigor Montis è in guerra, le piccole e medie imprese aspettano circa centoventi miliardi di crediti dallo Stato, pagano le tasse più alte dell’Occidente (l’IRAP anche se l’azienda è in perdita), anticipano l’IVA senza spesso vedersi pagate le fatture. A centinaia di migliaia falliscono e chi può fugge all’estero, dalla Slovenia, all’Austria, alla Croazia, alla Svizzera. Paesi dove le aziende pagheranno ogni centesimo di tasse con il sorriso sulle labbra in cambio di assistenza e servizi senza uno Stato di polizia fiscale che bussi alla loro porta come se fossero dei delinquenti.
Ps: la seconda preoccupazione di Rigor Montis sono le intercettazioni. Prima obiezione: non sono affari suoi in quanto rappresenta un governo tecnico. Seconda obiezione: le intercettazioni servono alla magistratura per ascoltare Mancino in dolce colloquio con il Quirinale per il processo di Palermo sulle relazioni Stato mafia (ed è questo forse a turbare Monti), ma anche per combattere la corruzione (e quindi l’evasione fiscale).

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: