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Renzinguer (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 24/05/2014.Marco Travaglio attualità

Nella sua esagitata campagna elettorale, Beppe Grillo almeno un risultato l’ha ottenuto: costringere Matteo Renzi a nominare – per la prima volta in vita sua, o quasi –Enrico Berlinguer. Il che dimostra uno dei tanti paradossi dei 5Stelle: volenti o nolenti (spesso a loro insaputa), svolgono la stessa funzione dei predatori in natura: migliorano le prede che vogliono cacciare, aiutandole dunque a sopravvivere. Come ricorda Scanzi nel suo blog, senza i 5Stelle in Parlamento col cavolo che il Pd avrebbe votato subito e col voto palese per la decadenza di B. e per l’arresto di Genovese (nel 1998-’99 avevano salvato persino Previti e Dell’Utri). Se poi Renzi fosse sincero fino in fondo, dovrebbe ammettere che, senza il terrore di Grillo, il Pd allora dalemian-lettian-bersaniano non gli avrebbe spianato la strada alla segreteria e poi al siluramento del governo Letta.

“Sciacquati la bocca quando parli di Berlinguer”, ha urlato giovedi il premier a Grillo da una piazza del Popolo semipiena o semivuota. E, se Grillo si fosse paragonato all’ultimo vero leader della sinistra italiana, da cui quasi tutto lo divide, si sarebbe meritato anche di peggio. La verita e che non l’ha fatto: anzi, ha precisato di avere tutt’altra storia, pero ha raccontato un fatto vero e facilmente verificabile. E cioe che l’avvocato Giuseppe Zupo, responsabile giustizia e legalita del Pci di Berlinguer (posto ora occupato dalla Morani e dalla Picierno, per dire l’evoluzione della specie), ha scritto una lettera a Grillo e rilasciato un’intervista a Micromega in cui riconosce ai 5Stelle il loro impegno sulla questione morale di Berlinguer abbandonata dai suoi presunti eredi. E allora chi dovrebbe sciacquarsi la bocca? Non abbiamo titoli per rispondere, ma per porre qualche domanda forse si. L’altro giorno abbiamo dato atto a Renzi di aver rinunciato, dimettendosi dall’azienda di famiglia, alla sua pensione privilegiata, nata da un trucchetto che e gia costato processi e condanne ad altri politici che l’avevano tentato e che il Fatto ha svelato in beata solitudine. Berlinguer si sarebbe fatto beccare con un simile sorcio in bocca? Berlinguer fu pubblicamente processato da Napolitano & miglioristi sfusi perche non voleva allearsi con Craxi (lo chiamava “il gangster”), e finche ebbe un respiro in gola denuncio l’inquinamento della P2: ve lo vedete mentre riceve il compare di Craxi, tessera P2 n. 1816, per concordare non solo la legge elettorale (mossa obbligata dopo il diniego di Grillo), ma anche la riforma della Costituzione? Ve l’immaginate che risponde a B. “del presidenzialismo se ne puo parlare?”. Ve lo figurate che governa col piduista Cicchitto? Che nomina un rinviato a giudizio vice-ministro dell’Interno e tre inquisiti sottosegretari? Che candida alle Europee imputati, inquisiti e (in Sicilia) il professor Fiandaca, noto giustificazionista della trattativa Stato-mafia? Che piazza Emma Marcegaglia, azionista e dirigente di un’azienda condannata per tangenti all’Eni, alla presidenza dell’Eni? Che si tiene nel partito Giancarlo Quagliotti, condannato con Greganti per una tangente Fiat sui rispettivi conti svizzeri, dunque braccio destro del sindaco renziano Fassino? Nel forum- intervista con il Fatto, abbiamo discusso con Renzi degli inquisiti in politica. La sua posizione, purtroppo, e la stessa di tutto il resto della vecchia casta: la presunzione di innocenza come scudo e alibi per non cacciare nessuno. Per Renzi non c’e alcuna differenza fra chi e indagato (o addirittura imputato) e chi non lo e: sono tutti gigli di campo, anche dopo il rinvio a giudizio, come se i magistrati si divertissero a inquisire e a mandare a processo la gente cosi, per sport, a casaccio. Per lui la differenza la fanno solo le condanne in Cassazione. Dunque, visti i tempi della giustizia, qualunque delinquente puo restare in politica e nelle istituzioni per dieci anni. Se, per dire, il suo vicino di casa fosse indagato o imputato o condannato (ma non definitivo) per pedofilia, Renzi gli affiderebbe serenamente i suoi figli quando si assenta da casa e attenderebbe la Cassazione per rivolgersi a qualcun altro. Ma qui non c’e neppure bisogno di scomodare la buonanima di Berlinguer, o di sciacquarsi la bocca: basta collegarla al cervello.

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Refugium canagliarum (Marco Travaglio).

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Da il Fatto Quotidiano.it Marco Travaglio 17/05/2013 attualità
“In Italia – diceva Flaiano – l’unica rivoluzione sarebbe una legge uguale per tutti”. Infatti è bastato che tornasse a esserlo per mezz’ora, con il via libera della Camera all’arresto del deputato Genovese, perché a palazzo scattasse l’allarme rosso. Onorevoli sotto choc, sguardi sgomenti, lacrime a fiumi, occhi pallati, svenimenti, ipossie, tornei di rosari, solenni promesse di non farlo mai più. Perché – sia chiaro – l’arresto di un parlamentare è e deve restare un’eccezione, come un gesto contro natura, un atto di cannibalismo (infatti, a parte l’ottimo Alfonso Papa, bisogna arretrare fino al 1984, con l’arresto per strage del missino Massimo Abbatangelo, per trovare un precedente). Anche Renzi, che pure ha avuto il merito di imporre ai recalcitranti compagni il voto favorevole e palese, tiene a precisare che sì, “la legge è uguale per tutti”, ma la mossa è finalizzata a “fermare Grillo”.

Il che dimostra due cose. 1) Siccome, nelle leggi della natura, i predatori tendono a migliorare la specie predata, i 5Stelle stanno costringendo il Pd a fare qualcosa di giusto (il che accresce il rammarico per quel che di buono poteva accadere un anno fa, se la miopia di Bersani e la rigidità di Grillo non ci avessero riappioppato Napolitano e le larghe intese). 2) La vecchia guardia del Pd è così assuefatta al berlusconismo che, quando è costretta dalla concorrenza grillina a comportarsi bene, non se ne capacita e subito se ne pente. “Asciugatevi la bava alla bocca”, dice piangente Alessia Morani, responsabile giustizia del Pd ai pentastellati colpevoli di imporre il rispetto della Costituzione. Il suo precedessore Danilo Leva straparla di “tribunale dell’Inquisizione”. Il piccolo Speranza farfuglia di “scalpo elettorale” e “sangue che scorre”. I socialisti di Nencini abbandonano l’aula in segno di lutto. Il fico Fioroni vota orgogliosamente contro, vaneggiando di “ordalia di sangue” e “spettacolarizzazione” e spiegando che “dopo aver letto le carte ritengo ci siano gli estremi per un processo con rito immediato, ma non quelli della custodia cautelare”: come se toccasse al Parlamento sostituirsi al giudice e valutare non il fumus persecutionis (escluso persino da Fioroni), ma le esigenze cautelari, con tanti saluti alla divisione dei poteri. Altri 5 Pd votano No all’arresto, uno si astiene e 33 se la danno a gambe (tra cui Bersani e Letta jr.): a riprova del fatto che il Pd ha scelto il voto palese per paura non di fantomatiche “trappole grilline” (Pd e Sel han la maggioranza assoluta a Montecitorio), ma di imboscate interne. Sullo sfondo, le solite giaculatorie sul “garantismo” che – parafrasando Samuel Johnson sul patriottismo – è l’ultimo rifugio delle canaglie. Garantismo significa assicurare agli imputati tutti i diritti di difendersi nel processo. Non dal processo, e neppure dall’arresto, proprio a partire dall’art. 3 della Costituzione che vuole “tutti i cittadini uguali davanti alla legge”. Impedire l’arresto, già disposto dal giudice, di un indagato per le presunte ruberie sulla formazione professionale siciliana soltanto per il suo status di parlamentare, mentre i supposti complici sono in carcere da due mesi, sarebbe stata una violazione e non un’affermazione del garantismo. Invece qui è tutto un precisare e sottilizzare con linguaggio da reduci di guerra: “Premesso che io sono garantista”, “Vengo da una famiglia di garantisti”, “Sono garantista da sei generazioni”. Il Cainano, da Cesano Boscone, spiega che che FI è contro l’arresto di Genovese perché “siamo garantisti da sempre”. Il suo servo Ferrara lo lecca per aver “salvato la faccia al garantismo giuridico”. Il solito Bordin delira di “tribunale giacobino” e “reazionario”. E il piacente Alfano, per dimostrarsi diversamente berlusconiano, copia B. Lui, del resto, è “garantista” anche coi pregiudicati (che, finito il processo, non hanno più diritto ad alcuna garanzia): infatti ha imbarcato il bicondannato Previti, a riprova del fatto che non solo ignora il sostantivo “garantista”, ma pure l’avverbio “diversamente”, e soprattutto non sa ancora di essere ministro dell’Interno. Cioè il capo delle forze dell’ordine che i pregiudicati non li devono arruolare, ma arrestare. Garantisticamente, s’intende.

Presunzione di delinquenza (Marco Travaglio)

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Da Il Fatto Quotidiano del 16/05/2014 Marco Travaglio attualità

Alla fine, dopo quasi due mesi dall’arresto disposto dal giudice per il deputato Pd Francantonio Genovese, la Camera si è decisa ad autorizzarne l’esecuzione. La maggioranza schiacciante si deve al voto palese, chiesto dai 5Stelle e a ruota dal Pd. Se ci si fermasse alla notizia secca, verrebbe da congratularsi con Renzi: pressato da Grillo e molto più sintonizzato con gli umori dell’opinione pubblica dei suoi predecessori, il segretario-premier ha raddrizzato in extremis la vecchia linea del partito, che tentava come sempre di traccheggiare fino a dopo le elezioni.

I moventi della melina erano tre: la speranza che il Tribunale del Riesame annullasse l’ordine di custodia del gip, levando le castagne dal fuoco ai deputati; il timore che i 5Stelle, nel segreto dell’urna, votassero con il centrodestra per salvare Genovese e dare poi la colpa al Pd; l’illusione che il Pd perdesse meno voti col rinvio dell’arresto che con la scena del suo potente deputato in manette. Tre sragionamenti che la dicono lunga sull’ottundimento mentale della classe politica. Una volta escluso il fumus persecutionis da parte della Giunta, il deputato va trattato come ogni altro cittadino, quindi bisognava votare subito il via libera all’arresto di Genovese, che avrebbe atteso il Riesame dalla cella. La presunta trappola grillina, anche se fosse scattata, non avrebbe salvato nessuno: Pd e Sel alla Camera hanno la maggioranza assoluta (o si temeva un’imboscata dei nemici interni di Renzi?). Quanto alle conseguenze elettorali della sua cattura, bisognava pensarci prima: Genovese era indagato già prima della sua candidatura e dunque della sua elezione di un anno fa. Il Fatto Quotidiano segnalò più volte il suo caso (come pure una memorabile puntata di Report), ma invano: la Commissione di garanzia del Pd, ancora capitanato da Bersani, lo lasciò in lista e gli stese il tappeto rosso verso Montecitorio. Dove, di lì a pochi mesi, appena salito sul carro di Renzi, Genovese fu raggiunto dal mandato di cattura. Se lorsignori ci avessero dato retta lasciandolo a casa, si sarebbero risparmiati ogni imbarazzo: Genovese sarebbe finito dentro a metà marzo assieme ai suoi presunti complici e il suo arresto non avrebbe sortito alcuna conseguenza politica, anzi il Pd avrebbe fatto un figurone con la propria scelta di trasparenza. Invece prevalse la solita ridicola interpretazione della “presunzione d’innocenza” fino a condanna definitiva (in realtà la Costituzione parla di “non colpevolezza”): un principio che vale all’interno dei processi, ma non ha nulla a che vedere con le regole interne che dovrebbero darsi i partiti, allontanando chiunque sia al centro di sospetti e riammettendolo solo se e quando ogni ombra è stata dissipata. Così i giudici processerebbero degli “ex”, lavorerebbero sereni e nessuna sentenza influenzerebbe la vita politica. L’altro giorno in Germania è stato assolto l’ex presidente Wulff, che s’era dimesso per una storia di prestiti agevolati e vacanze a scrocco. Intanto in Israele veniva condannato a 6 anni l’ex premier Olmert, che si era dimesso per uno scandalo di finanziamenti illeciti. I rispettivi processi si sono celebrati a carico di due “ex”: l’uno si è poi scoperto innocente e l’altro colpevole, ma a nessuno è venuto in mente di sostenere che non dovessero dimettersi, restando ai loro posti da imputati fino alla sentenza definitiva. Il sindaco di New York Rudolph Giuliani stroncò la corruzione negli appalti comunali, specie nel business dei rifiuti, con un sistema molto semplice: impose agli aspiranti dirigenti comunali e ai manager delle imprese concorrenti alle gare d’appalto di firmare una dichiarazione scritta in cui accettavano di subire intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali a sorpresa. Chi non firmava aveva qualcosa da nascondere, ergo era escluso da uffici e contratti comunali. Le mazzette scomparvero. Anche in America la presunzione di non colpevolezza è sacra (anche se la sentenza definitiva è quasi sempre quella di primo grado), ma nella Pubblica amministrazione ci si regola diversamente. A mali estremi,si ribalta addirittura l’onere della prova e si chiede a chi maneggia denaro pubblico di dimostrare di essere onesto. Sono pazzi questi americani.

Il palo (Marco Travaglio).

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Fonte Il Fatto Quotidiano del 17/04/2014.Marco Travaglio attualità
Perché il detenuto Berlusconi Silvio non è in galera a scontare la pena per frode fiscale? Secondo Massimo D’Alema, convertito in tarda età al giustizialismo, perché è ricco e potente: “In Italia c’è una giustizia a velocità variabile. Cittadini molto meno fortunati, meno ricchi e potenti, per reati molto minori, vanno in prigione”. Ora, che questi discorsi da bar li faccia la gente comune, è comprensibile. Ma che li faccia D’Alema, sette volte deputato e una europarlamentare, segretario del Pds, presidente della Bicamerale, presidente del Consiglio, vicepremier e ministro degli Esteri, è davvero troppo. L’inchiesta sui fondi neri Mediaset che ha portato alla prima condanna definitiva di B. nasce nel 2004: in origine le frodi fiscali ammontano a 360 milioni di dollari, con l’aggiunta di falsi in bilancio e appropriazioni indebite.

Reati commessi dal 1988 fino al 2004, prescrizione di 15 anni, cioè nel 2017, quanto basta per celebrare tutti e tre i gradi di giudizio. Ma nel 2005 il centrodestra approva la legge ex Cirielli, che dimezza la prescrizione a 7 anni e mezzo, consente di sostituire il carcere con i domiciliari per gli ultrasettantenni e interrompe la “continuazione” dei reati. Cioè costringe i giudici a valutarli anno per anno. Risultato: spariscono subito i fondi neri di B. per gli anni 1988-’99 (che prima erano agganciati a quelli successivi). E da allora, a ogni anno di processo, evapora un anno di reati (quelli relativi a 7 anni prima). Così i falsi in bilancio e le appropriazioni indebite, grazie anche alla controriforma berlusconiana dei reati societari del 2002, scompaiono tutti. E così, anche grazie al condono tombale del 2003, le frodi fiscali. Alla fine resteranno in piedi solo le ultime, relative agli ammortamenti sul biennio 2002-2003 (7,3 milioni), che costeranno a B. la condanna definitiva. Con tutti gli altri reati falcidiati dall’ex Cirielli, la pena sarebbe stata nettamente superiore. Senza contare quelle che si sarebbe beccato B. negli altri sette processi, per falsi in bilancio e corruzioni di giudici e di testimoni, mandati in prescrizione dalle sue leggi. Ma anche i 4 anni del caso Mediaset sarebbero bastati a spedirlo per almeno un anno in galera (o al massimo ai domiciliari). Di lì, dopo 12 mesi, avrebbe potuto chiedere di scontare i restanti 3 anni ai servizi sociali. Ma nel 2006 ecco l’ennesimo salva-Silvio, stavolta targato centrosinistra (e naturalmente votato da Forza Italia): l’indulto extra-large di 3 anni, esteso ai reati dei colletti bianchi. Il Caimano intasca un bonus triennale da detrarre dalla prima condanna definitiva. E il 1° agosto 2013 i 4 anni a cui lo condanna la Cassazione scendono a 1 solo. Per questo, in base alla legge italiana, B. non entra neppure in carcere e chiede, da libero, i servizi sociali. Solo in casi eccezionali i giudici possono negarli: a lui, come a qualunque altro condannato. L’altroieri il Tribunale di sorveglianza non gli ha usato alcun trattamento di favore: sono le norme fatte dalla destra e dalla sinistra che hanno allungato a dismisura i processi dei ricchi e dei potenti muniti di avvocati ben pagati, abbreviato i termini di prescrizione e indultato i delitti dei “signori” col pretesto di sfollare le carceri (peraltro mai viste dai “signori”). E alla fine hanno prodotto la pochade del frodatore pregiudicato che se la cava con 7 giorni di servizi sociali nell’ospizio di Cesano Boscone. D’Alema non faccia il furbo, scaricando sui giudici le colpe dei politici, lui compreso. Se il centrosinistra, nei suoi 9 anni di governo su 20, non avesse fatto da palo a B. conservando tutte le sue leggi vergogna e regalandogli l’indulto (che salvò anche i furbetti del quartierino amici di D’Alema), e avesse invece riformato la prescrizione (che salvò anche molti uomini del centrosinistra, incluso D’Alema per un finanziamento illecito da un imprenditore malavitoso), punito severamente la frode fiscale e mantenuto le promesse sulla certezza della pena, oggi Berlusconi sarebbe in galera da un pezzo. E in ottima compagnia.

Giusi Nicolini Il sindaco di Lampedusa “Il leader del Pd ha ceduto a logiche di apparato”

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Fatto Quotidiano del 10/04/2014 i Sandra Amurri Giusi Nicolini,attualità
la sindaca di Lampedusa, la rivoluzione –da non confondersi con quella “rosa”fiore all’occhiello del premier –la fa ogni giorno, affrontando i mille problemi della sua isola. Lei, che non ha diritto a un segretario comunale, che ha affrontato a testa alta e con il cuore la carneficina di 366 immigrati, aveva accettato di essere capolista per il Pd alle Europee su richiesta pressante dei vertici del Nazareno. Lo aveva fatto per garantire a Lampedusa quella forza di cui avrebbe bisogno per contare di più in Europa. Ma il Pd, rimangiandosi la parola da- ta, le ha preferito Caterina Chinnici, figlia del magistrato del pool antimafia assassinato dalla mafia, ex assessore della giunta Lombardo, braccio destro della ministra Cancellieri. E Giusi Nicolini ha detto: no, grazie. Ci spiega perché essere capolista era così importante? A candidarsi alle Europee non era Giusi Nicolini, ma Lampe- dusa. Lo avevo spiegato forte e chiaro, tant’è che nel caso in cui fossi stata eletta avrei continua- to a fare il sindaco. Ma visto che Lampedusa, evidentemente, non è stata ritenuta degna di es- sere capolista, scelta che avreb- be avuto un alto significato sim- bolico, ho rinunciato. Non teme che questa scelta pos- sa essere letta come la paura di non farcela non essendo più ca- polista visto che nelle isole si eleggono due parlamentari e il Pd in Sardegna gioca la carta di Renato Soru? Non ho fatto tutti questi calcoli. Ho solo preso atto che la richiesta fatta mie reiterata mi dal deputato del Pd Faraone per conto di Renzi, era venuta meno. Giusi Nicolini non ha ambizioni personali, dedica tutte le sue energie ad affrontare fatiche di- sumane per amministrare e tentare di dare dignità alla sua isola. Qui tutto è più complicato di altrove. Qui la normalità è emergenza. Lei scrive “evidentemente nel Pd sono prevalse altre logiche”. Quali sarebbero queste logiche? Non sono una maga. Non faccio parte delladirezione nazionale, non sono neppure iscritta al Pd. Dico questo intuendo che Renzi non sia riuscito a difendere quella sua volontà rappresenta- tami con insistenza da Faraone di correre da capolista e a conti fatti non è stato così. La mia parola vale quanto me e mi piacerebbe che fosse così anche in politica, anzi soprattutto in po- litica. Non ero certamente alla ricerca di una poltrona, mi era sembrata una opportunità per Lampedusa: il mio amore visce- rale, la mia dannazione. Non teme che questo suo rifiuto potrà far venire meno o che pos- sa indebolire l’attenzione del governo verso Lampedusa? Non voglio neppure pensarlo. Lampedusa è carne viva, è or- goglio di questo Paese e dell’Eu- ropa non merce di scambio, di rivalse. Sono certa che durante la presidenza italiana del pros- simo semestre europeo, il go- verno terrà fede agli impegni assunti a ottobre di fronte alle 366 bare allineate nel piccolo aeroporto. Così come sono certa che non dimenticherà i tanti bisogni della mia comunità e non abbandonerà mai più le Isole Pelagie alla solitudine alla quale sono state relegate per troppo tempo. Altrimenti, come sempre, farà sentire la sua voce? Su questo non ci sono dubbi: chi combatte per una causa giusta lo fa sempre non a corrente al- ternata.

Lasciatemi lavorare/2 (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 01/04/2014. Marco Travaglio attualità

Dice Matteo Renzi ad Aldo Cazzullo del Corriere: “Io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o su Zagrebelsky”. Dirà il lettore del Corriere : perché, che c’entrano Rodotà e Zagrebelsky? Il Corriere infatti, come tutti i giornaloni, si è dimenticato di informare i cittadini che da una settimana Rodotà, Zagrebelsky e altri intellettuali hanno firmato un appello di Libertà e Giustizia” contro la “svolta autoritaria” delle riforme costituzionali targate Renzusconi. Stampa e tv ne hanno parlato solo ieri, e solo perché Grillo e Casaleggio (molto opportunamente) hanno aderito all’appello. In ogni caso Renzi, che è pure laureato in Legge, dovrebbe sapere che la Costituzione su cui ha giurato non prevede la dittatura del premier: cioè il modello mostruoso che esce dal combinato disposto dell’Italicum, della controriforma del Senato e del premierato forte chiesto a gran voce dal suo partner ricostituente privilegiato (Forza Italia).

All’autorevole parere dei “professoroni o presunti tali”, Renzi oppone “il Paese” che “ha voglia di cambiare”, dunque è con lui. Quindi, per favore, lasciamolo lavorare. Grasso dissente dalla riforma del Senato? “Si ricordi che è stato eletto dal Pd”, rammenta la Serracchiani con un messaggio mafiosetto che presuppone un inesistente vincolo di mandato (o il Pd lo contesta solo se lo invoca Grillo?). Grasso tradisce la sua “terzietà”, rincara Renzi, confondendo terzietà con ignavia: come se il presidente del Senato non avesse il diritto di commentare la riforma del Senato. E aggiunge: “Se Pera o Schifani avessero fatto così, avremmo i girotondi della sinistra contro il ruolo non più imparziale del presidente del Senato”. Ora, i girotondi nacquero per difendere la Costituzione dagli assalti berlusconiani: dunque è più probabile che oggi sarebbero in piazza se B. facesse da solo quel che fa Renzi con lui. Ma, visto che c’è di mezzo il Pd, anche i giornali de sinistra tacciono e acconsentono. E gli elettori restano ignari di tutto. Quanto poi al “Paese”: Renzi dimentica che nessuno l’ha mai eletto (se non a presidente di provincia e a sindaco) e il suo governo si regge su un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta e su una maggioranza finta, drogata dal premio incostituzionale del Porcellum. Altrimenti non avrebbe la fiducia né alla Camera né al Senato. Eppure pretende di arrivare a fine legislatura e financo di cambiare la Costituzione: ma con quale mandato popolare, visto che nel 2013 nessun partito della maggioranza aveva nel programma elettorale queste “riforme”?

Su un punto il premier ha ragione: la gente vuole cambiare. Ma cosa? E per fare cosa? Davvero Renzi incontra per strada milioni di persone ansiose di trasformare il Senato nell’ennesimo ente inutile, un dopolavoro per consiglieri regionali e sindaci (perlopiù inquisiti)? Davvero la “gente” gli chiede a gran voce di sostituire il Porcellum con l’Italicum, che consentirà ai partiti di continuare a nominarsi i parlamentari come prima? Se la “gente” sapesse cosa c’è nelle “riforme”, le passerebbe la voglia di cambiare.

Prendiamo l’Italicum, approvato a Montecitorio e già rinnegato dai partiti che l’hanno votato (peraltro solo per la Camera). Pare scritto da uno squilibrato. A parte le liste bloccate, le variopinte soglie di accesso (4,5, 8 e 12%), e i candidati presentabili in 8 collegi, c’è il delirio del premio di maggioranza: chi vince al primo turno col 37% dei voti prende 340 deputati; chi vince al ballottaggio col 51% o più, ne prende solo 327 e governa con uno scarto di 6 voti. Cioè non governa. Ma levàtegli il vino.

Prendiamo il nuovo “Senato delle autonomie”. Sarà composto da 148 membri non elettivi e non pagati: i presidenti di regione, i sindaci dei capoluoghi di regione, due consiglieri regionali e due sindaci per regione (senza distinzioni fra Val d’Aosta e Lombardia, Molise ed Emilia Romagna, regioni ordinarie e a statuto speciale), più 21 personaggi nominati dal Quirinale.

Con quali poteri? Niente più fiducia ai governi né seconda lettura sulle leggi: il Senato però voterà ancora sulle leggi costituzionali, sul capo dello Stato, sui membri del Csm e della Consulta (ma con quale legittimità democratica, visto che non sarà eletto?), ed esprimerà un parere non vincolante su ogni legge ordinaria votata dalla Camera. Ma come faranno i governatori, i sindaci e i consiglieri a fare il proprio lavoro nelle regioni e nelle città e contemporaneamente a esaminare a Roma ogni legge della Camera? Renzi racconta che la riforma farà risparmiare tempo e denaro. Mah. Sul tempo: le peggiori porcate, come il lodo Alfano, sono passate in meno di un mese. E chi l’ha detto che all’Italia servono più leggi? Ne abbiamo almeno 350 mila, spesso pessime o in contraddizione fra loro. Andrebbero ridotte e accorpate, non aumentate. Quanto al denaro, lo strombazzato risparmio di 1 miliardo all’anno in realtà non arriva a 100 milioni: la struttura resterà in piedi, spariranno solo i 315 stipendi (ma bisognerà rimborsare le trasferte dei nuovi membri). Perché non dimezzare il numero e le indennità dei parlamentari, conservando due Camere elettive con compiti diversi (tipo Usa) e con 315 deputati e 117 senatori pagati la metà, risparmiando più di 1 miliardo (vero)? Da qualunque parte la si prenda, anche questa “riforma” non ha senso, se non quello di raccontare che “le cose cambiano”. Cavalcando il discredito delle istituzioni, Renzi ne approfitta per distruggerle definitivamente. Forse era meglio giurare su Zagrebelsky e Rodotà, anziché su Berlusconi e Verdini.
PS. Napolitano fa sapere di essere “da tempo contrario al bicameralismo paritario”. E quando, di grazia? Quando presiedeva la Camera? Quando fu nominato da Ciampi senatore a vita? Quando fu eletto e rieletto al Colle da Camera e Senato? O quando nominò 5 senatori a vita? Ci dica, ci dica

È già ieri (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 30/03/2014. Marco Travaglio attualità

Nel film È già ieri del 2004, Antonio Albanese interpreta un divulgatore televisivo condannato a svegliarsi ogni mattina e a rivivere esattamente ciò che aveva vissuto il giorno prima. Stesso destino tocca agli italiani che leggono i giornali o guardano i telegiornali attivando la funzione “memoria”. Qualunque notizia o annuncio lascia addosso la fastidiosa sensazione di averlo già visto, letto o sentito. Il Corriere titola: “Stretta sui manager pubblici. Dal 1° aprile taglio agli stipendi”. E Repubblica : “Da aprile tetto agli stipendi dei manager”. E La Stampa: “Arriva la stretta sui manager di Stato”. E l’Unità: “Ecco il ‘tetto’ agli stipendi dei manager pubblici”. Retrogusto di déjà vu. Infatti il 31-21-2012, regnante Monti, Repubblica avvertiva: “Manager pubblici, tetto agli stipendi senza deroghe.

Retribuzioni non oltre i 310 mila euro”. E il 29-2-2012 il Corriere comunicava: “Maxi stipendi dei manager, tetto sui contratti futuri”. Quale sarebbe dunque il tetto di Renzi ai manager già sottoposti al tetto di Monti? Un tetto sul tetto? Un sottotetto mansardato? Un soppalco? Mistero. Intanto La Stampa anticipa il “piano di Alfano per recuperare 400 agenti” (infatti vuole tagliare 200 presìdi di polizia): “Giro di vite al Viminale. La scorta sarà data solo a chi rischia davvero”. Ma Alfano era ministro dell’Interno anche nel governo Letta, partito 11 mesi fa. Dunque ci sta dicendo che per quasi un anno ha dato la scorta a gente che rischiava per finta? E a chi, e con quali criteri, e perché? Il libro La Casta di Stella e Rizzo, che fra l’altro segnalava gli sperperi di denaro pubblico per auto blindate usate come status symbol dai papaveri e dalle loro signore per fare la spesa col lampeggiante e accompagnare i figli a scuola senza cercare parcheggio, è uscito nel 2007: quindi, dopo sette anni di solenni promesse di tagli, il Viminale si sveglia nel 2014? Può darsi, come dice Renzi, che l’Italia sia infestata da “un esercito di gufi e rosiconi che spera che l’Italia vada male”: ma non sarà che, più semplicemente, qualcuno ha conservato un pizzico di memoria e, come San Tommaso, crede solo se vede? Prendiamo la riforma del mercato del lavoro: a parte il nome pittoresco (“Jobs Act), si parla di svuotare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per aumentare la “flessibilità” e dunque il precariato in vista dell’auspicato calo della disoccupazione. Oh bella, ma l’articolo 18 non l’aveva già cambiato la Fornero? E la flessibilità non è la parola d’ordine degli ultimi cinque governi, dalla legge Treu del ’97 alla Maroni (detta abusivamente “Biagi”) del 2002 alla Fornero del 2012? I risultati si sono visti: disoccupazione ai massimi storici e zero nuovi posti di lavoro. Andiamo avanti così? Prendiamo gli F-35, che l’Italia scelse di acquistare dall’americana Lockheed grazie ai governi D’Alema e Berlusconi (che ora si dice “contrario da sempre”). Due anni fa Renzi, ancora sindaco di Firenze, tuonava: “Non capisco perché buttare via così una dozzina di miliardi per gli F-35” (6-7-2012). Gliel’ha poi spiegato Obama l’altro giorno. L’attuale ministra degli Esteri Mogherini invocava “la consistente riduzione del numero di F-35 da ordinare” (15-2-2012). E Bersani: “Vanno assolutamente riviste e limitate le spese militari degli F-35, le nostre priorità sono altre: non i caccia ma il lavoro” (22-1-2013). Il 19-3-2014 la ministra della Difesa Pinotti annunciava: “Abbiamo sospeso i pagamenti, facciamo una moratoria, di fronte alle preoccupazioni si può vedere se è il caso di ridimensionare”. L’altroieri, ricevuti gli ordini da Obama, riecco la Pinotti: “I militari stiano sereni, non ci saranno passi indietro”. Chi ricorda queste cosucce è un gufo, un rosicone, o una persona sensata? Per completare il déjà vu, ci sarebbe poi l’arresto di Previti: ma come, non l’avevano già arrestato nel 2006, salvo poi salvarlo con l’indulto? Sì, ma quello era Cesare, lo zio di Umberto. È l’unica novità di giornata, peraltro in linea con la “staffetta generazionale” auspicata dalla ministra Madia: prepensionare i vecchi per liberare le celle ai nipoti.

inquisitostaisereno (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 07/03/2014. Marco Travaglio attaulità

Ma chi li scrive i testi a Maria Elena Boschi? Si potrebbe capirla se fosse stata colta alla sprovvista dalla domanda volante di un cronista da strada. Ma l’altroieri rispondeva alla Camera a un’interrogazione del M5S sui cinque membri del governo inquisiti, dunque si era preparata la risposta per tempo e per iscritto, ufficialmente, a nome del governo e del premier Renzi. E se n’è uscita con queste testuali parole: “Non è intenzione di questo governo chiedere dimissioni di ministri o sottosegretari solo sulla base di un avviso di garanzia, ma solo per problemi di opportunità politica”. E questo si era capito, anche perché tutti e cinque gli inquisiti lo erano già prima di essere nominati ministri o sottosegretari (uno, Bubbico, è già stato rinviato a giudizio e il suo processo per abuso d’ufficio è in corso da tempo) e Renzi li ha voluti con sé ciò malgrado, o forse proprio per questo. “L’avviso di garanzia – prosegue la ministra – è un atto dovuto, non un’anticipazione di condanna”. Detta così, pare che ogni cittadino abbia diritto a ricevere almeno un avviso di garanzia. Qualcuno dovrebbe spiegare alla ministra delle Riforme che quell’atto è dovuto agli indagati, non a tutti i cittadini: per quanto possa apparirle strano, milioni di italiani non hanno mai visto un avviso di garanzia e vivono benissimo senza. Sono gli indagati che, quando il pm deve compiere atti (interrogatori, perquisizioni, sequestri) alla presenza del loro difensore, “avvisano” l’indagato perché ne nomini uno. E, per essere indagati, occorre essere sospettati di aver commesso un reato: altrimenti niente atto dovuto. “All’esito del procedimento – conclude la Boschi – il governo valuterà se chiedere le dimissioni del sottosegretario”. Ora, è comprensibile che la giovane Boschi auguri lunga vita al suo governo: ma per quanto lunga sia la durata del Renzi I, sarà sempre inferiore a quella di un processo. Dunque non sarà questo governo a valutare l’esito dei processi ai suoi membri. Però l’equivoco sotteso al lodo Boschi è più ampio e allarmante, visto che accomuna nella stessa cultura malata i rottamatori trentenni e i rottamati ottuagenari. Nessuno vuole abolire la presunzione di non colpevolezza fino a condanna definitiva. Ma qui non si tratta di stabilire se Lupi, Barracciu, Bubbico, De Filippo e Del Basso de Caro siano colpevoli o innocenti: solo se sia opportuno che amministrino il Paese. Nessuno vuol buttarli in galera: ma fuori dal governo sì. Così come in tutte le democrazie, dove basta un sospetto (neppure un’indagine) perché l’interessato si dimetta da qualunque carica pubblica. Salvo rientrare in politica una volta assolti. Lunedì Formigoni sghignazzava in tv sul suo processo per associazione a delinquere, corruzione e favoreggiamento, e spiegava – spalleggiato dagli autorevoli Velardi e Rondolino – che in Italia gli inquisiti non devono dimettersi perché poi alcuni vengono assolti. Come se all’estero tutti gli indagati venissero regolarmente condannati, per legge. Forse questi gaglioffi non sanno che il presidente tedesco si dimise per un sospetto prestito agevolato e l’altro giorno è stato assolto. In Francia De Villepin rinunciò alle presidenziali perché imputato nel caso Clearstream, poi fu assolto. Idem Strauss-Kahn (violenza sessuale) e Sarkozy (l’affaire Bettencourt). In più in Italia c’è un libello chiamato Costituzione che all’art. 54 prescrive a chi svolge pubbliche funzioni di esercitarle “con disciplina e onore”. Che onore può vantare chi deve rispondere di un reato? Dice bene la Boschi (capita persino a lei): le dimissioni si danno per “opportunità politica”. Ma era politicamente opportuno infilare nel governo 5 indagati? Con quali criteri vengono selezionati i ministri e i loro vice? E da quali elenchi vengono scelti: dai registri degl’indagati delle procure? Davvero Renzi e i partiti che l’appoggiano (soprattutto il suo, con 4 indagati su 5) non conoscono 62 incensurati tutti insieme? Ma che razza di gente frequentano? E soprattutto: dove sarebbe la novità di Renzi rispetto agli altri?

Il governo La Qualunque (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 04/03/2014. Marco Travaglio attualità

Tonino Gentile aveva ragione: “Io sono trasparente”. Tutto nella sua storia era chiaro e lampante: chi è Gentile, che cos’ha fatto a L’Ora della Calabria, perché Alfano l’ha voluto sottosegretario e perché Renzi non poteva cacciarlo. Il nostro eroe è un ex craxiano poi berlusconiano ora alfaniano che controlla pacchetti di voti con i soliti metodi e ha sistemato l’intera famiglia nei posti pubblici che contano: il fratello Pino è assessore regionale ai Lavori pubblici; il fratello Raffaele è segretario della Uil; il fratello Claudio è alla Camera di commercio; il figlio Andrea è revisore dell’aeroporto di Lamezia e superconsulente dell’Asl (ora indagato per truffa, falso, abuso e associazione a delinquere: la notizia che non doveva uscire); la figlia Katya era vicesindaca di Cosenza, cacciata per una struttura affidata all’ex marito; la figlia Lory è stata assunta senza bando alla Fincalabra dallo stampatore che poi non ha stampato il giornale. Per tacere di nipoti e cugini, tutti piazzati fra l’Asl, la Camera di commercio e Sviluppo Italia. Al confronto Cetto La Qualunque è un dilettante. Se Epifani sedesse ancora in Largo del Nazareno e Letta a Palazzo Chigi, Renzi li avrebbe cannoneggiati come quando voleva cacciare Alfano e la Cancellieri (“Siamo su Scherzi a parte?”, “Come si fa a governare con Alfano?”, “Cambiamo verso”). Invece ora il segretario e il premier è lui, dunque ha mandato avanti il portavoce Guerini a dire che “Gentile l’ha indicato Alfano”: come se i sottosegretari non li nominasse il premier. Il guaio è che le pressioni di Tonino il Cinghiale per bloccare la notizia del figlio indagato erano proprio finalizzate a non pregiudicare la nomina a sottosegretario. Poi Renzi l’ha nominato lo stesso: non un plissè sullo scandalo del figlio indagato, né su quello del giornale silenziato. Tonino La Qualunque doveva diventare sottosegretario a ogni costo perché porta voti al governatore Scopelliti, che porta voti ad Alfano, che porta voti a Renzi. È tutto trasparente: un ricatto bello e buono che non finisce con la fuga del Cinghiale.

Il premier che vuole “cambiare l’Italia” s’è messo nelle mani dei “diversamente berlusconiani” che in realtà sono come i berlusconiani, se non peggio (solo Scalfari può nobilitarli come “nuova destra repubblicana”). Quagliariello difendeva il Cinghiale dalla “barbarie” perché “non è neanche indagato”. Cicchitto alludeva alle “pagliuzze e travi”, cioè agli indagati del Pd nel governo Renzi: Barracciu, Del Basso de Caro, Bubbico e De Filippo. Così l’Ncd, che di indagati non ne ha, dava pure lezioni di legalità a Renzi. Renzi è spregiudicato, ma non stupido: sapeva benissimo che Gentile non poteva restare e l’ha fatto sapere all’Ncd. Ma ha preferito che lo licenziasse Alfano, il quale adesso ha il coltello dalla parte del manico: come potrà Renzi tenersi la Barracciu e gli altri tre? L’effetto-domino innescato dall’uscita di Gentile non può che essere benefico. Ma non per Renzi: a meno che non decida di prendere in mano la situazione anziché subirla. Gli basterebbe fare un discorso onesto agli italiani: “Nell’esordio convulso del mio governo, ho gravemente sottovalutato la questione morale, aprendo le porte a gente che doveva restare fuori. Chi vuole cambiare l’Italia non può lasciare che il Sud sia rappresentato da personaggi accusati di abusare del loro potere con rimborsi gonfiati, familismi e clientele”. E accompagnare alla porta Lupi, i quattro inquisiti del Pd e gli imbarazzanti vice della Giustizia, Costa e Ferri. Se non lo farà, invierà al Paese un micidiale messaggio di gattopardismo, simile alla cinica e disperante metafora giolittiana: “Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo deve fare la gobba anche all’abito”. Ieri fra l’altro s’è scoperto che negli anni 80 Gentile era stato arrestato (e poi assolto) per una storia di fidi facili miliardari; e che il giudice che fece scattare le manette era Nicola Gratteri. Renzi ha rischiato di trovarseli tutti e due nel suo governo. Poi Napolitano ha levato tutti dall’imbarazzo: ubi inquisitus, magistratus cessat.

Il pm no, gli inquisiti sì (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 01/03/2014. Marco Travaglio attualità

Un giorno, forse, scopriremo che cos’abbia indotto il giovane Renzi a bruciarsi la carriera e a giocarsi la faccia con il colpo di palazzo che ha detronizzato il bollito Letta senza passare dal voto, poi con la nomina di un governicchio di riciclati, lottizzati, lobbisti e mezze tacche, infine ieri con una lista di 44 fra viceministri e sottosegretari che c’è da sporcarsi soltanto a sollevarla con una canna da pesca. Per intanto, è caduta la maschera: la rottamazione era un bluff, una trovata propagandistica per prendere il potere, raggiunto il quale il rottamatore si comporta come il più decrepito dei partitocrati Ancien Regime. Magari – chissà, speriamo – farà qualcosa di buono, ma se il buongiorno si vede dal mattino c’è poco da stare allegri. E, se la lista dei ministri l’ha sbianchettata Napolitano, quella dei sottosegretari è tutta roba sua.

Gli inquisiti sono addirittura quattro: il 10 per cento, un’ottima media che fa impallidire quella di Letta. Tutti e quattro sono targati Pd: Francesca Barracciu, Umberto del Basso de Caro, Vito De Filippo e Filippo Bubbico. I primi tre rispondono di peculato per le ruberie sui rimborsi regionali. La sarda Barracciu, in quanto indagata, non poteva essere candidata a governatore di Sardegna, ma fare il sottosegretario può eccome. Alla Cultura, ovviamente. Il campano del Basso de Caro, che è pure l’avvocato di Mancino al processo Trattativa, gestirà le Infrastrutture con l’ottimo ministro Lupi (anche lui inquisito da ieri per abuso a Tempio Pausania) e altri due vice scelti con sopraffina meritocratizia: il sottosegretario Ncd Antonio Gentile, celebre per aver candidato B. al Nobel per la Pace e per aver bloccato le rotative de L’Ora della Calabria per occultare la notizia del figlio indagato; e il viceministro socialista Riccardo Nencini, amicone di Riccardo Fusi asso pigliatutto della cricca della Protezione civile. L’ex governatore lucano De Filippo dovette dimettersi l’anno scorso con tutta la giunta indagata in blocco, dunque ora si divide fra l’inchiesta per peculato e il ministero della Salute. Il quarto indagato, anzi imputato è il suo predecessore Filippo Bubbico: essendo sotto processo a Potenza per abuso d’ufficio, rimane a pie’ fermo viceministro dell’Interno.

Poi c’è il ministero della Giustizia (si fa per dire), che segna anche ufficialmente il ritorno di Silvio Berlusconi al governo per interposti viceministro Enrico Costa (ora Ncd) e sottosegretario Cosimo Ferri. Quest’ultimo, detto spiritosamente “tecnico”, è il magistrato, ras di Magistratura Indipendente, che entrò al governo con Letta in quota Forza Italia, poi all’uscita del Caimano s’imbullonò alla poltrona fischiettando come nulla fosse. Il suo nome salta fuori dalle intercettazioni di alcuni fra gli scandali più vergognosi degli ultimi anni: Calciopoli, loggia P3 e caso Agcom-Annozero. Nessun reato, nessun avviso, ma quanto basterebbe almeno per tenerlo lontano dalla Giustizia. Invece rieccolo sottosegretario al fianco del ministro Orlando (a cui va la nostra piena solidarietà) e al neo-viceministro Costa, che nella scorsa legislatura, da capogruppo Pdl in commissione Giustizia, firmò come autore o promotore o addirittura relatore tutte le peggiori leggi vergogna approvate o tentate dalla banda B: lodo Alfano 1 e 2, legittimo impedimento, processo breve, processo lungo, prescrizione breve, bavaglio-intercettazioni e altre porcate. Insomma: due nomi, una garanzia. Soprattutto per il Cainano.

Saranno contenti quei gran geni dell’Anm che, per coprire le spalle a Re Giorgio, avevano storto il naso all’idea di magistrato come Nicola Gratteri ministro della Giustizia (invece il generale Rossi sottosegretario alla Difesa, come nelle repubbliche delle banane, va benissimo). Ma in fondo è stata una fortuna che Gratteri sia stato stoppato dal Colle proprio sull’uscio di Via Arenula: vista la compagnia, avrebbe dovuto dimettersi nel giro di una settimana. O, in alternativa, fare una retata.

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