Archivi categoria: lavoro

Sua Castità (Marco Travaglio). la sceneggiata e il grande inciucio)

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Complimenti al regista, e anche allo sceneggiatore. Ieri, giorno III dell’Era Napolitana, l’Inciucio Day si è aperto di prima mattina nel supercarcere dell’Ucciardone (e dove se no?) con un sacrificio votivo sull’altare della Casta: un bel falò pirotecnico, non di agnelli o montoni o vergini inviolate, ma di nastri e bobine che immortalavano le quattro telefonate fra il capo dello Stato Giorgio Napolitano e l’indagato per falsa testimonianza Nicola Mancino, implicato nella trattativa Stato-mafia. Con mirabile devozione e scelta di tempo, la Cassazione partecipava festosa all’incoronazione di Re Giorgio rendendo note le motivazioni della sacra pira: intercettare l’indagato Mancino senza prevedere che avrebbe chiamato il Quirinale per ricattarlo e senza rassegnarsi all’idea che la legge non è uguale per tutti fu, da parte dei giudici di Palermo, “un vulnus costituzionalmente rilevante” Non contenti, i supremi cortigiani hanno disposto l’ennesimo rinvio della decisione sul trasloco dei processi a B. da Milano a Brescia, facendo slittare sine die il processo Ruby e allontanando così il giorno della sentenza, onde evitare che il noto puttaniere subisse un altro vulnus mentre s’appresta al trionfale ingresso nel governo di larghe intese. Illuminato e circonfuso da quel fuoco purificatore, il nuovo Re Sole si è recato in quel che resta del Parlamento per il tradizionale discorso della Corona. E lì ha abilmente scudisciato la Casta di cui fa parte dal 1953, raccogliendo applausi, standing ovation e ola dai frustati medesimi, ben consci che il gioco delle parti imponeva l’esercizio sadomaso per il bene supremo della sopravvivenza, all’ombra del Santo Patrono e Lord Protettore della banda larga. Copiose le lacrime sparse da Sua Castità, nella migliore tradizione del chiagni e fotti. All’incoronazione seguirà – come da cerimoniale della Real Casa – la grazia del Re, onde evitare che i sudditi scoprano l’“orrore” (men che meno in “piazza”) di larghe intese con un condannato per frode fiscale, rivelazione di segreti ed eventualmente concussione e prostituzione minorile. Il quale saggiamente prorompe in un liberatorio “Meno male che Giorgio c’è”. Qualche irriducibile frequentatore di piazze o (Dio non voglia) della Rete avrebbe preferito vedere, al posto di Sua Castità, un uomo libero come Stefano Rodotà. Ingenui. Mai un moralista di tal fatta avrebbe potuto raggiungere lo scranno più alto di Montecitorio senza essere abbattuto a pallettoni dagli unici autorizzati rappresentanti della volontà popolare. Basti pensare che l’incauto giurista, nel 1991 quand’era presidente del Pds, osò financo apporre la sua prefazione a un libro, Milano degli scandali di Barbacetto e Veltri, che anticipava le indagini di Mani Pulite sulla corruzione trasversale Dc-Psi-Pds. Fu ipso facto deferito ai probiviri del partito su richiesta di alcuni protagonisti del libro, essendo venuto meno al dovere di omertà mafiosa verso i compagni che rubano. La procedura fu poi – per così dire – superata dagli eventi: i protagonisti del libro erano quasi tutti in galera e certi viri erano tutt’altro che probi. Ma il reprobo fu comunque punito come meritava: candidato del Pds a presidente della Camera, fu battuto da Napolitano, già protagonista di epiche battaglie contro la “questione morale” di Berlinguer e comprensibilmente leader dei miglioristi filo-craxiani, ribattezzati a Milano “piglioristi” per le mirabili arti prensili di alcuni di essi (il loro giornale, Il Moderno, era finanziato da Berlusconi, Ligresti, Gavio e altri gentiluomini). Pochi mesi dopo i magistrati di Napoli arrestavano per tangenti il manager Fininvest Maurizio Iapicca, sequestrandogli un quadernetto con la lista dei politici “vicini” al gruppo B.: tra questi campeggiava il nome di Giorgio Napolitano. Il che rende gli applausi, le standing ovation, le ola e i “meno male che Giorgio c’è” di ieri vieppiù meritati.

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Paga Pantalone! (uomo si da fuoco a Bologna da BeppeGrillo.it)

“Ogni giorno rimango sempre più sbalordito. In Italia entro l’anno chiuderanno più o meno il 30% delle imprese ed un altro 30% nel 2013/14. Tra tutte le manovre fatte da questi tecnici non ce n’è una che sia risolutiva sul taglio della spesa pubblica. L’ossigeno invece che darlo alle imprese è stato dato alle banche. E così non ci sono più soldi per fare i lavori. Chiuderanno tutte. E l’Europa fatta da questi furbi come Prodi, ecc. è un pozzo nero: Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, Francia. Ma vogliamo cominciare a parlare di Estonia, Lettonia, Slovenia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria, Romania. Quanti saranno in grado di mantenersi a galla? Quando i primi cominceranno a saltare? Basta con questo stupido patto di solidarietà. Basta con questo stato sociale che non siamo più in grado di mantenere. Tutti questi giorni di ferie che non siamo in grado di fare e di pagare ai lavoratori. Basta con queste quote sociali, con questi enti inutili, con i CAF che prendono soldi. Tutti prendono soldi da pantalone perché i nostri grandi imprenditori hanno fatto solo questo. Agnelli, De Benedetti (questo NON imprenditore che ha distrutto l’Olivetti) e tanti altri. Abbiamo solo laureati in materie filosofiche. Più nessuno che sappia usare le mani. Dobbiamo far entrare questi emigrati che ogni due secondi ci rompono in spiaggia con prodotti inutili mentre la Capitaneria di Porto fa finta di impedirlo. Che teatrino! La gente non deve darsi fuoco davanti a Montecitorio. Dobbiamo invece andare là per cacciare via tutti questi parassiti che hanno rubato tutto costringendoci a lavorare come cretini per mantenerli ed ancora sono qui ed ancora non mollano! L’economia è ferma e non ripartirà, checché dica Mortis.” valerio m., Ravenna

Articolo 18: Colpire i giudici per educare i lavoratori (Silvia Niccolai).

Articolo 18: Colpire i giudici per educare i lavoratori (Silvia Niccolai)..

PRECARI RIFORMA DEL LAVORO COL TRUCCO

Redazione
Continua questa manovra economica arruffata la riforma lavorativa secondo Monti avrebbe dovuta essere elaborata per ultima, in mezzo doveva essere il piano di sviluppo che forse avrebbe impedito un ulteriore diaspora di aziende all’estero(dove aspettano a braccia aperte vedi la Svizzera organizzatissima per ospitare aziende in fuga ) e invece son andati avanti tre mesi tra diatribe tra la Fornero e i sindacati perdendo del tempo utile per andare sulle esigenze primarie.
Nel frattempo l’incredibile caso dei 350.000 esodati e degli altrettanto pensionati che si visti decurtare la pensione.
Nel caso dei precari la riforma prevede queste nuove regole che a parte la maggior facilità di assunzione in rapporto ai lavoratori specializzati non mi sembra che cambi granchè.
Le tre voci per il LICENZIAMENTO ECONOMICO
da Redazione del Fatto Quotidiano 7/04/2012
SENZA MOTIVO
Sparisce la “causa” per il contratto
I contratti a tempo determinato si vedono cancellare l’indicazione delle “esigenze di carattere tecnico, organizzativo, produttivo e sostitutivo” (il “causalone”) che giustificano il “termine”, nel caso del primo rapporto di durata non superiore a sei mesi. Per sei mesi, le imprese possono stipulare contratti a tempo determinato senza specificarne il motivo e questo rende più difficile la tutela dei lavoratori. Si allungano, poi, i termini trascorsi i quali oltre la scadenza (venti, che diventano 30, per contratti fino a 6 mesi e 30 che diventano 50 oltre i 6 mesi) in cui il contratto si considera td.
APPRENDISTI
Vincolo più leggero per le assunzioni
Finora le imprese che volevano assumere apprendisti potevano farlo in un rapporto di 1 a 1 tra questi ultimi e le maestranze specializzate. Logico, per ogni operaio specializzato posso assumerne uno, e beneficiare dei relativi vantaggi contributivi e fiscali, che va formato. Questo rapporto sale a 3 a 2 a favore degli apprendisti, rendendo più agevole il loro ingresso in azienda. Inoltre, nella prima bozza, l’assunzione era vincolata al mantenimento in azienda, nei 36 mesi precedenti, di almeno il 50% degli ex apprendisti. Ora, per tre anni, questo rapporto scende al 30 per cento.
GIUSTA CAUSA
Fine del rapporto prima del termine
Il lavoro a progetto ha limiti più rigidi ma il disegno di legge introduce la possibilità di cessare il rapporto “prima della scadenza del termine per giusta causa”. Il committente può recedere dal contratto anche “qualora siano emersi profili di inidoneità professionale del collaboratore tali da rendere impossibile la realizzazione del progetto”. La nuova norma sulle Partite Iva le equipara ai Co.co.co quando durino più di sei mesi con un fatturato con lo stesso committente superiore al 75% di quanto percepito e con una postazione di lavoro fissa. Però ci saranno 12 mesi per adeguarsi.

IL PUGNO DI FERRO DI MASTRAPASQUA il taglio della pensione e la richiesta del pregresso Per 350 mila pensionati

Redazione
Mastropasqua è il direttore dell’Inps noto alla cronache per essere il dirigente pubblico più pagato in Italia,(allal faccia dei limiti imposti dall’ Unione europea sui 300.000 euro e ovviamnte non rispettato) uomo dai multiicarichi essendo anche Vicepresidente di Equitalia(spesso si è fatto rilevare che viviamo in paese di politici con i multiincarichi anche se difatto non c’è una legge che lo vieta ,rimane sempre il problema di come un politico sopratutto ad alto livello possa gestirli).
Quello di Mastropasqua sembra un atteggiamento di un dirigente dell’agenzia delle entrate che impone non di uno che dirige un ente previdenziale come gli fa notare la corte dei conti.
Notare come quando lo stato deve prelevare addebiti pregressi non faccia sconti, ma quando deve restituire i soldi ai contribuente come nel caso dell’iva prelevata indebitamente nel caso della tassa dei rifiuti ( la Tia) bisogna sempre ricorrere agli avvocati col metodo delle cosiddette Class Action e e se la causa è vinta, aspettare degli anni per avere le trance dei rimborsi.
Forse sarebbe meglio cambiare i nomi di certi enti invece di chiamarli equitalia magari malaitalia
Fatto Quotidiano 5/04/2012 di Giorgio Meletti
Nunzia C., 78 anni, vedova di Gela, due giorni fa si è uccisa gettandosi dal quarto piano poco dopo
aver appreso che la sua pensione di reversibilità era stata ridotta dall’Inps da 800 a 600 euro. A Bari, il giorno di Capodanno, un pensionato di 73 anni si è buttato anche lui dal quarto piano dopo aver ricevuto la richiesta di 5 mila euro indebitamente percepiti negli anni precedenti. Un sindacalista di Bari, Franco Filieri della Cisl, protesta inascoltato contro la “vessatoria operazione operazione dei recuperi Inps, con assurde richieste di restituzione di somme servite per provvedere alle necessità primarie della vita”.
IL PROBLEMA è scottante, come dimostra il verbale di una tesa riunione svoltasi lo scorso 25 novembre. Intorno al tavolo il presidente-padrone dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, il direttore generale Mauro Nori, il magistrato della Corte dei Conti delegato al controllo dell’istituto, Antonio Ferrara, e il collegio dei sindaci revisori al completo. Un consesso un po’ strano, ma l’unico possibile, visto che l’istitu to previdenziale – che gestisce ogni anno centinaia di miliardi di euro e le pensioni di milioni di italiani – non ha un consiglio d’amministrazione. “Una follia protesta Guido Abbadessa, presidente del consiglio di vigilanza sull’Inps – non può esserci tanto potere concentrato in una sola per sona”. Nella riunione si discute delle nuove “modalità di gestione dei crediti derivanti da indebiti pensionistici nelle fasi antecedenti all’avviso di addebito”. Traduciamo dal burocratese. Negli assegni di pensione ci sono delle componenti (per esempio gli assegni familiari) dipendenti da eventuali altri redditi del pensionato. Perciò ogni anno chi percepisce un assegno dall’Inps deve comunicare i suoi redditi, e gli uffici verificano se per caso è venuto meno qualche diritto. Spesso si tratta di limare pensioni da fa m e . Mastrapasqua ha inventato una modalità severa. Una volta che gli uffici accertano che è venuto meno un diritto, e che sono state versate somme indebite, mandano una secca lettera (l’avviso di addebito) con cui si annuncia la riduzione dell’assegno mensile, e il recupero degli “indebiti pregre s s i ” con trattenute rateali sulle mensilità future. Il pensionato non può far altro che pagare, e nel frattempo fare ricorso senza però sapere su quali dati e con quale calcolo si è arrivati alla infausta diagnosi. Con questo nuovo sistema sono state mandate
350 mila lettere ad altrettanti pensionati.
NELLA RIUNIONE del 25 novembre è il magistrato della Corte dei Conti a sollevare più di un’obiezione. Intanto, ricorda, prima dell’avviso di addebito una modalità più attenta servirebbe a ridurre il contenzioso. Sull’Inps gravano quasi 900 mila cause in sospeso con i pensionati. Nel 2010 se ne sono definite 318 mila, secondo la Corte dei Conti, ma in 60 mila casi è stata risolutiva la morte del pensionato, mentre in caso di
In una lettera il taglio della pensione e la richiesta del pregresso Per 350 mila persone sentenza sulla materia previdenziale l’Istituto perde metà delle cause. Il magistrato Ferrara fa notare a Mastrapasqua anche un altro aspetto che dovrebbe essere “maggiormente ponderato”. Se un pensionato non comunica i suoi redditi all’Inps, l’omossione comporta in automatico la perdita di certi assegni accessori. Siccome stiamo parlando di anziani, in molti casi il pensionato ha l’Alzheimer, o comunque non è in gran forma. Dice Ferrara a Mastrapasqua: “È il dipendente dell’Inps che deve provvedere alla verifica del reddito entro l’anno in corso, non è l’as sicurato che deve farsene carico sempre e comunque. L’Inps non è l’Agenzia delle Entrate e quindi la pura logica di riscossione deve essere mediata dal ruolo che lo stes-
so Istituto ricopre come ente di tutela”. Ecco, la Corte dei Conti, custode del denaro pubblico, ricorda a Mastrapasqua che l’Inps esiste per accompagnare la vecchiaia dei nostri padri e nonni, non per vessarli come un esattore. Mastrapasqua va dritto come un treno:
Cantone (Cgil): “Per gli anziani il trauma di una comunicazione secca, senza possibilità di contraddittorio”
pur assicurando attenzione “alle osservazioni del Magistrato”, conferma che farà come ha deciso. Il presidente del Collegio dei sindaci, Maria Teresa Ferraro, fa un ultimo tentativo: “Discutiamone prima con i ministeri vigilanti”. Mastrapasqua chiude la discussione: il mio documento non giustifica “allarmismi di qualsivoglia natura”, dice, e va bene così. Partono le 350 mila lettere, e chi ne ha la forza e la capacità fa ricorso. Magari gli uffici hanno sbagliato. Ma la cosa non interessa al presidente dell’Inps. “In tre anni che sono alla guida dei pensionati Cgil sono riuscita a vederlo solo una volta”, dice Carla Cantone, “e così non so come spiegargli che i pensionati vivono nella paura di questa lettera senza preavviso e senza possibilità di contraddittorio”.

ESODATI E FREGATI In 350 mila si sono licenziati per raggiungere la pensione contando sugli incentivi. Lo “scalone” ha fatto saltare tutto


Fatto Quotidiano 27/03/2012 di Salvatore Cannavò
Mario Monti chiede al paese di “essere pronto” alle riforme che il suo governo sta por-tando avanti. Si riferisce in particolare alla polemica sull’articolo 18 e alla riforma del mercato del lavoro. Ma il discorso potrebbe valere anche per i cosiddetti esodati la cui situazione sintetizza come si possano creare veri e propri danni in nome del rigore. Un rigore, tra l’altro, a senso unico se è vero, come documenta la Cgia di Mestre che le nuove aliquote Imu per le seconde case penalizzano redditi intorno ai 25 mila euro e beneficiano, invece, redditi da 100 mila euro (con uno sconto di 14 euro ) .
LAVORATORI esodati è un nome terribile che la stampa ha scelto per descrivere la vicenda di quei dipendenti incentivati a uscire dalla propria azienda o fabbrica con la prospettiva di poter approdare alla pensione in un numero certo di anni. Licenziamenti concordati, dunque, in cui un certo numero di lavoratori ha scelto di rimanere disoccupato in cambio di una quota di reddito sufficiente ad accompagnarli alla condizione pensionistica. Solo che questo avveniva con le vecchie regole del sistema previdenziale, prima che, in un solo colpo, il governo Monti portasse l’età minima per la pensione a 66-67 anni. Uno “scalone” che ha imposto a molti di quei lavoratori una prospettiva di vita, non breve, da passare senza reddito. Gli incentivi erano infatti tarati per periodi di due-tre anni e non basterebbero per cinque-sei o addirittura nove anni come raccontano alcuni casi che abbiamo raccolto su i l fa t t o quotidiano.it che qui riassumiamo. Il problema è che non si tratta di pochi casi. Le stime oscillano tra 100 e 350 mila e la differenza è data dal conteggio o meno dei lavoratori “autor izzati ai contributi volontari” che costituiscono una parte cospicua. Per tutti i casi presi in considerazione dal governo al momento della riforma – lavoratori in mobilità, contributi volontari, in regime di Fondo di solidarietà – il “Salva Italia” aveva individuato deroghe e stabilito un finanziamento (dai 240 milioni del 2013 si saliva ai 1220 milioni nel 2016). Ma nell’elenco mancava la tipologia specifica dei lavoratori incentivati all’esodo. Questi sono poi stati aggiunti con il “millep ro ro g h e ” ma a saldo invariato. E ora le risorse non bastano e forse non bastano nemmeno per tutti gli altri. E così, al momento, ci sono centinaia di migliaia persone nel limbo in attesa di una soluzione che il mirealizzarsi “entro il 30 giugno”. Ma che soluzione? Intervistata dalla trasmissione Repor t di Milena Gabanelli, Elsa Fornero non si è mostrata particolarmente sensibile al tema dimostrando di avere più a cura il proprio ruolo di ministro rigorista. “Siamo stati chiamati a fare un lavoro sgradevole non a distribuire caramelle” ha spiegato a Bernardo Iovene che l’intervistava, contestando che la riforma pensionistica nel suo complesso sia solo “c o n t ro ”. “Io mi sforzo di far
Gli aiuti, tarati per 2-3 anni, non basteranno Beffa Imu: penalizzati i redditi bassi, vantaggi ai ricchi
capire – ha detto – che c’è molto per… molto a favore”. Certo, la “riforma della pensione è severa… sì, sì, severa, anzi di più, d u ra ”. Ma l’Italia, ricorda, rischiava di finire in fondo al baratro. E noi, i tecnici, l’abbiamo 66-67
PREVIDENZA: LA NUOVA ETÀ MINIMA DECISA
DAL GOVERNO
350 mila
LE PERSONE CHE ADESSO SONO
NEL LIMBO
18 mesi
IL MASSIMO DEL SUSSIDIO
DI DISOCCUPAZIONE PER GLI OVER 55
Ma torniamo al caso degli esodi rimasti senza pensione. Fornero vuole aggiustare la situazione, ma “non con il vecchio metodo delle promesse”. Non si può, “si perderebbe credibilità”. Un’ipotesi avanzata è chquei lavoratori ritornino al loro posto di lavoro. Eventualità accademica perché non esiste nessuna azienda disposta a tanto. Alle Poste, ad esempio, i sindacati raccontano che “l’azienda rifiuta di accogliere qualsiasi ripensamento di chi ha già firmato l’uscita incentivata e ha ultimamente chiesto di rimanere in servizio”. “Figurar si se aderirà a riammettere in servizio chi è già uscito” scrive una nota della Ugl. Il massimo che l’azienda postale è disposta a fare è firmare un Avviso comune con i sindacati per chiedere al governo di estendere da 24 a 36 mesi la copertura contributiva e di utilizzare il Fondo di solidarietà interno per un sostegno al reddito.
SE IL RIENTRO in azienda non è possibile, il ministro, sempre a Repor t, fa intravedere una seconda soluzione, il sussidio di disoccupazione. La nuova “Aspi”, del resto, è stata annunciata come in grado di arrivare dove la disoccupazione non è arrivata anche se i criteri sono gli stessi. Ma l’Aspi copre 12 mesi, 18 per gli over 55. Può bastare a chi rimane scoperto per un anno e mezzo, ma per gli altri avrebbe bisogno di una deroga. Senza contare che molti di questi lavoratori, come si legge dalle loro testimonianze, hanno appena concluso il periodo di disoccupazione seguente al licenziamento.

Lavoro e Pensioni Report raitre /(video)25/03/2012

Si scrive accordo, ma si legge ricatto(dal pulpito della Fornero)


articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com
Probabilmente il fatto di essere neofiti del potere politico deve aver dato alla testa ad alcuni tecnici. I quali denunciano un forte deficit di grammatica democratica. Il che non è affatto sconvolgente in Italia, soprattutto negli ultimi vent’anni: dopo aver avuto come ministri della repubblica ex showgirl e secessionisti, ormai non ci scandalizziamo più di niente. Tuttavia il punto è proprio questo: quello che doveva essere il governo della svolta, il simbolo di un Paese che cambia pagina, si è invece dimostrato solamente un’appendice dell’ammuffito sistema partitocratico (dal quale molti tecnici, o burocrati, provengono). Ed è anche più pericolosa, nella misura in cui nasconde la sua autocratica prepotenza sotto il velo della sobrietà e dell’efficienza.
Prendete il ministro Fornero, ad esempio, la quale deve essere convinta che ormai ogni legge o disposizione che ruoti intorno al tema del lavoro sia un giocattolo nelle sue mani e che i finanziamenti necessari per le riforme possano essere sbloccati in base ai suoi capricci. “Se uno comincia a dire no, perché dovremmo mettere una paccata (sic!) di miliardi?”. Sorvolando sullo sbraco linguistico di un Ministro della Repubblica – lo stesso ministro che pretende rigore dai giornalisti colpevoli di offendere la sua dignità di donna utilizzando l’articolo determinativo davanti al suo cognome – la domanda che mi sorge spontanea è questa: ma che razza di idea ha Elsa Fornero del concetto di “accordo”?

Sul vocabolario online della Treccani, alla voce “accordo” si legge: “Incontro di volontà per cui due o più persone convengono di seguire un determinato comportamento nel reciproco interesse, per raggiungere un fine comune o per compiere insieme un’azione o un’impresa”. Quello che ha in mente la Fornero (ops, m’è scappato l’articolo!) è un’altra cosa. La logica del “io ti do i soldi soltanto a patto che tu non dici no alle riforme che voglio io” si avvicina di più al concetto di ricatto che in effetti, sempre secondo il vocabolario Treccani, è ravvisabile nei casi in cui “si è messi nella condizione di non poter opporre un rifiuto a quanto ci vien chiesto”.

Tuttavia, le mie non vogliono essere affatto pedanterie lessicali. Il punto è che, confondendo i ricatti con gli accordi, o meglio spacciando i primi per i secondi, si rischia di far crollare le travi portanti di un patto sociale. Un ministro non è un donatore, per cui può arrogarsi il diritto di offrire i propri soldi solo alle condizioni che lui pone. Un ministro amministra soldi pubblici per conto e nell’interesse dei cittadini. Cittadini che dovrebbero veder tutelata la propria esistenza dai propri dipendenti pubblici (tecnici o politici che siano). Il che non significa che bisogna dar ragione per forza ai sindacati, ma che le decisioni, soprattutto quelle importanti, vanno prese avendo come fine principale quello di garantire un’esistenza migliore alle persone. Che invece, sempre più spesso, la propria esistenza la vedono subordinata alle decisioni di un governo non eletto da nessuno, ma imposto dai gruppi d’affari internazionali, che di certo non hanno mai dimostrato – men che meno in questi ultimi anni – di avere in cima alla lista delle proprie preoccupazioni le condizioni di vita e la felicità delle persone. Bisogna chiedere a loro, agli uomini e alle donne italiani, cosa ne pensino di questo benedetto articolo 18. I tavoli con le parti sociali, del resto, in questo Paese finiscono sempre con grosse abbuffate in cui tutti si dichiarano soddisfatti e fiduciosi, in cui “i ministri dei temporali, con un tripudio di tromboni, auspicano democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni”, ma gli unici che poi che ci rimettono sono puntualmente i lavoratori, cioè quelli per il cui interesse quel tavolo si indice. E gli unici, se ci pensate, che da quel tavolo sono davvero esclusi. Perché in effetti, se io non sono iscritto a nessun sindacato (e visti i sindacati che ci sono in giro – Fiom a parte – è una cosa ragionevole oltreché legittima) non sono rappresentato da nessuno di quelli che stanno riformando il cosiddetto mondo del lavoro. Certo non da un ministro che fino all’altro ieri era vicepresidente di una banca che ha evaso il fisco. E certamente neppure da Confindustria, diretta da una signora che ritiene che il problema dell’economia italiana sia l’impossibilità di licenziare i ladri e i fannulloni e che dirige un’azienda che paga tangenti e fa rientrare i soldi tenuti all’estero tramite lo scudo fiscale.

Allora chi è che sta decidendo per me, ragazzo di vent’anni, e per il mio futuro? Chi è che sta pensando di cancellare dall’oggi al domani quei pochi residui diritti di cui potrei godere da futuro lavoratore? Chi è che mi sta condannando non tanto a una minore ricchezza – di questo posso farmene una ragione – quanto a un’esistenza priva di tutele, in cui potrò essere licenziato seduta stante se il mio dirigente si sveglia con la luna storta o non sopporta i miei capelli lunghi? È questo che è in ballo: le condizioni di vita di milioni di uomini e di donne. Questa è la posta in gioco su quel “tavolo di trattative” su cui il Ministro Fornero pensa di poter fare ciò che vuole lei, di dare le paccate solo a chi dice “sì grazie”.

L’articolo 18 è una questione con la quale saranno i cittadini a dover fare i conti, e allore le “paccate” inizieranno a darle loro. E non saranno carezze.

Valerio Valentini

Interrogazione sullo scarso funzionamento dei CPI – 15/02/2012(video)

Il MoVimento 5 Stelle ha iniziato, con questa interrogazione, una serie di sondaggi sul metodo istituzionale della gestione del mercato del lavoro

L’EXPORT DEL LAVORO Delocalizzazione: in due anni bruciati 34 mila posti Il 13,5% delle aziende trasloca oltre confine


Redazione
L’alto livello di corruzzione, un tassazione e una burocrazia esasperata, delle infrastrutture pubbliche che non si sono adeguate ai canoni europei, le banche che non prestano soldi alle imprese nonostante le forti sovvenzioni della Bce fanno si che L’Italia non interessa agli investitori.
E dire che del decreto delle liberalizzazioni ci sono alcune azione sopratutto per agevolare l’economia ma a quanto pare si fa poco anche lì
decreto delle liberalizzazioni sveltimento-burocrazia-servizi-economici-e-commerciali
E inoltre ci sono paesi come la Svizzera che si sono atrezzate per accogliere le nostre imprese
perche molte pmi si trasferiscono in Svizzera

Dal Fatto Quotidiano 25/02/2012 di Salvatoe Cannavò
Sergio Marchionne ventila l’ipotesi di chiudere due stabilimenti Fiat in Italia che, evidentemente, sa-
rebbero sostituiti da produzioni all’estero. Non importa come e dove: non necessariamente negli Stati Uniti, ma magari in Serbia o in Cina. Pochi gli ricordano che negli ultimi dieci anni i posti di lavoro persi in Italia dal gruppo Fiat a causa del fenomeno delle delocalizzazioni sono stati ben 20 mi-
la. Cinquemila quelli dei call center altrettanti nella telefonia. Delocalizzazioni come quella della Omsa fanno perdere all’Italia 400 posti di lavoro, mentre la Dainese di Molveno, la casa delle tute sportive e motociclistiche che rifornisce anche Valentino Rossi, sposta tutto in Tunisia, dove impiega già 500 persone, salvando solo 80 lavoratori su 250. E poi, ancora, il caso di Bialetti, Omsa, Rossignol, Geox e la complessa situazione del nord-est dove il fenome-
no della delocalizzazione nei settori del tessile e abbigliamento e calzaturiero è stata devastante con le perdite, solo nel distretto tessile veneto (Verona, Vicenza, Padova e Treviso) di decine di migliaia di posti con un impatto sui piccoli laboratori artigiani che facevano da sub-fornitori alle imprese medio-grandi.
PRENDENDO come base della propria ricerca le imprese italiane dell’industria e dei servizi italiani con più di 50 addet-ti, l’Istat ha rilevato che nel periodo 2001-2006, circa 3.000 imprese, pari al 13,4 per cento delle grandi e medie imprese industriali e dei servizi, hanno avviato processi di questo tipo. L’internazionalizzazione ha interessato maggiormente le imprese industriali (17,9 per cento) rispetto a quelle operanti nel settore dei servizi (6,8). Ad attirare di più le imprese italiane nel periodo 2001-06 è stata l’Europa, verso la quale si è indirizzato il 55 per cento delle imprese internazionalizzate. Nel resto del mondo si distinguono Cina (16,8) e Usa e Canada (complessivamente 9,7), seguiti da Africa centro-meridionale (5) e India (3,7). Le previsioni per il periodo 2007-09 segnalano invece una forte crescita degli investimenti in India, Africa e nei paesi europei extra Ue. Secondo i dati dell’European Restructuring Monitorprogetto che monitora i processi di ristrutturazione aziendale nei 27 paese Ue più la Norvegia, la percentuale di incidenza dei paesi asiatici è al 25 per cento. La motivazione fondamentale di questa scelta è scontata, la riduzione del costo del lavoro e degli altri costi di impresa. Nelle brochure di consulenti aziendali come la Pricewaterhouse si può leggere che le opportunità della delocalizzazione sono date dalla crescita dei paesi emergenti, dal formarsi di una nuova classe media, dallo sviluppo delle infrastrutture e dall’emergere di sempre nuovi paesi (non solo est europeo ma anche Asia, Cina, Vietnam e Thailandia).
iguardo all’impatto sui posti di lavoro, secondo i dati dell’Erm, il 6,4 per cento dei posti di lavoro persi in seguito a ristrutturazioni aziendali è “imputabile a iniziative di delocalizzazione”. Numero che, per il 2009-10 significa circa 34 mila posti persi. All’Italia va un po’ meglio di altri paesi europei che soffrono perdite maggiori: il 6,6 per la Francia, il 6,9 per la Germania e, addirittura, l’8,9 per cento per la Gran Bretagna. I comparti maggiormente colpiti sono quello tessile, l’abbi-
gliamento e calzaturiero, la meccanica e le apparecchiature, industriali e per ufficio, la meccanica elettrica e il settore automobilistico (la Fiat in Serbia insegna).
UN ULTIMO sguardo sul fenomeno lo offrono i dati dell’Istituto per il commercio estero secondo i quali il numero di investitori italiani (gruppi industriali o imprese autonome) attivi sui mercati internazionali.
ammonta a quasi 5.800 unità, per un totale di 17.200 imprese estere partecipate a vario titolo con un numero di dipendenti totali all’estero pari a 1.120.550 unità per un fatturato realizzato dalle affiliate estere nel 2005 di quasi 322 miliardi di euro. Per contro, le imprese italiane partecipate da società estere sono circa 7.000, con l’intervento di quasi 4.000 imprese investitrici, un totale di dipendenti in Italia di quasi

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