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Cassa integrazione, Cgil: “500 mila lavoratoti hanno perso 2.600 euro”

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Da gennaio ad aprile 2014 sono state autorizzate alle imprese oltre 350 milioni di ore di cig, svaniti in totale 1,3 miliardi di euro di reddito
Fonte di Redazione Il Fatto Quotidiano | 24 maggio 2014 attualità
Tra gennaio e aprile 2014 i lavoratori in cassa integrazione hanno perso nel complesso redditi per 1,3 miliardi. Se si scende nel dettaglio, significa che, in media, i 510 mila lavoratori in cassa a zero ore hanno perso 2.600 euro a testa. Il dato è riportato dalla Cgil, con riferimento ai 351 milioni di ore di cassa autorizzate dall’Inps nei primi quattro mesi del 2014.

Ad aprile sono stati autorizzati alle aziende 86,8 milioni di ore di cassa. Le ore di cassa nel mese sono diminuite del 13,3% rispetto a marzo, e del 13,2% rispetto ad aprile 2013. Ma mentre si è registrato un calo consistente della cassa ordinaria, sono aumentate le richieste della cig straordinaria. “La crescita esponenziale della cassa integrazione straordinaria – afferma il segretario confederale della Cgil Elena Lattuada – segnala la permanenza di un livello strutturale della crisi, economica e produttiva. Nello specifico preoccupa enormemente la situazione in cui versano alcuni settori e aree del paese, siderurgia ed edilizia in primis, realtà diverse tra loro ma accomunate da una generale sottovalutazione dello stato di crisi in cui versano”.

La Cgil – che torna a chiedere con urgenza il rifinanziamento della cassa in deroga – ricorda che ad aprile a fronte di 86,8 milioni di ore di cassa nel complesso, la cig ordinaria diminuisce del 17,71% su marzo (a 22,5 milioni di ore) mentre la straordinaria con 46,9 milioni di ore aumenta del 3,2%. Diminuisce anche la cassa in deroga (-36,33% su marzo con 17,3 milioni di ore).

Nel primo quadrimestre dell’anno sono stati autorizzati alle imprese oltre 351 milioni di ore di cassa (-4,44% sullo stesso periodo del 2013). Nel periodo è diminuita la cig ordinaria (-27,08%) mentre è aumentata la richiesta per la cassa straordinaria (+18,16%). La cassa integrazione in deroga tra gennaio e aprile è diminuita dell’8,3% sullo stesso periodo del 2013.

Ad aprile, considerando un ricorso medio alla cig, pari cioè al 50% del tempo lavorabile globale (9 settimane), sono coinvolti 1.022.078 lavoratori in cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga. Se invece si considerano i lavoratori equivalenti a zero ore, pari a 17 settimane lavorative, si determina un’assenza completa dall’attività produttiva per 511.039 lavoratori, di cui 250 mila in cassa integrazione straordinaria e 115 mila in quella ordinaria.

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VECCHI METODI Renzi lavora a tagli lineari per pagare gli 80 euro Sanità nel mirino e l’Italia rischia la deflazione

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Fatto Quotidiano del 5/04/2014 di Marco Palombi attualità
Non è corretto parlare di tagli lineari, bensì di corpose riorganizzazioni e ri- duzioni di acquisti a livello nazionale”. Questa è la tesi lasciata trapelare dal Tesoro sulle coperture strutturali del famoso taglio Irpef da 80 euro mensili e, va detto, assomiglia un po’ a quella forma del discorso che Ugo To- gnazzi ha immortalato nell’espressione “s u- percazzola”. Non sono tagli lineari, ma cor- pose riduzioni di spesa. Lineari, visto che l’obiettivo di risparmio è già deciso e non ve- rificato a consuntivo di eventuali buone pratiche messe in campo nella P.A. o nella gestione dei suoi appalti per beni e servizi. Niente di nuovo rispetto a quanto fatto da Giulio Tremonti, Mario Monti e, in parte, Enrico Letta. CHE DI TAGLI LINEARI si stia discutendo – e peraltro non solo nella spesa intermedia (acuisti) – è non solo una conseguenza logica di quanto detto, ma è confermato da una nota riassuntiva visionata dal Fatto Quotidiano : Consip ha praticamente chiuso quasi tutti i contratti sul 2014 e dunque dalla spesa per beni e servizi il governo si aspetta di ricavare 800 milioni bloccando tutto quel che resta da fare (in realtà per la Ragioneria generale al massimo si risparmieranno 700 milioni). An- che da capitoli di impatto mediatico come gli stipendi dei manager potranno arrivare pochi spiccioli: 500 milioni secondo il governo, 300 per la Ragioneria. I restanti 3,5 miliardi di coperture che dovrebbero arrivare da riduzioni di spesa sono tagli lineari – come i primi due, d’altronde – ai bilanci dei vari settori (Difesa e Esteri, poco, Sanità molto), che an- dranno a sommarsi a quelli ancora operativi sul 2014 e 2015 delle finanziarie dei tre precedenti esecutivi. Il settore della salute, come detto, è nelle intenzioni del Tesoro l’obiettivo più appetibile: 110 miliardi l’anno sembrano un’enormità eppure i tagli ci sono già stati, e non indolori. L’incidenza della spesa sanitaria sul Pil è pas- sata dal 9,2 per cento del 2011 al 7,1 dell’anno scorso, meno della media europea. Ormai ogni riduzione di spesa incide sulla carne viva dei cittadini. Tradotto: ogni taglio significa meno servizi o aumento del ticket. C’è sempre il modo di spendere meglio i soldi, ma il Sistema sanitario nazionale non può sopportare più tagli lineari: lo dice anche una Indagine conoscitiva disposta all’unanimità dal Parla- mento e le cui conclusioni dovrebbero essere pubblicate a breve, dopo sei mesi di audizioni di tutti i soggetti coinvolti a vario titolo col Ssn, dai medici ai pazienti, dai Centri di ricerca agli Osservatori. ANCHE SE FACESSE tutto questo, comunque, a Renzi mancherebbero comunque 2 miliardi sui 6,6 che gli servono per tagliare l’Irpef nel 2014 (l’anno prossimo, si spera nelle forbici di san Carlo Cottarelli) Un miliardo circa dovrebbe arrivare dai 2,5 totali di minori in- teressi sul debito (Tesoro e Ue hanno invece detto no ad un aumento del deficit), il resto dagli incassi Iva sul pagamento di 13-15 miliardi di debiti commerciali della P.A.: non quelli vecchi, però, ma quelli contratti in questi mesi, in modo che i pagamenti dell’imposta sul valore aggiunto siano entrate reali, non già scontate in qualche modo dalle aziende. Il problema vero è che non solo la sanità, ma l’intera economia del paese non può più reggere a una politica economica che l’ha già portata in recessione e ora quasi in deflazione. Avverte Francesco Boccia, presidente Pd della commissione Bilancio di Montecitorio: “Se noi in Italia, con tassi di interesse in calo, disinflazione, riduzione del Pil, dei salari e del valore dei beni, facciamo dei tagli indiscriminati della spesa pubblica passeremmo dalla disinflazione alla deflazione, innescando una spirale perversa che alla fine impazzirà con forti ripercussioni negative per l’economia”. E, ovviamente sui conti pubblici.

Hostess, ricercatori, architetti: nessuno è al riparo dalla crisi

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Fatto Quotidiano del 31/03/2014 di Elisabetta Ambrosi attualità
È giovane e curata, ti serve il caffé con un sorriso. E tu sorridi di rimando, come se la cabina di un aereo consentisse, almeno per un po’, di lasciare a terra gli incubi di poveri e sfruttati che popolano le nostre città. Ma Sonia , hostess di 28 anni, non lavora per la nota com- pagnia di volo low cost di cui indossa la divisa, ma per un’agenzia interinale che fornisce “materiale umano” alle compagnie aeree. Come racconta il sindacato FamilyWay, Sonia ha speso 3.000 euro per il corso di formazione, 325 euro per la divisa. Oggi non ha un contratto ed è pagata a ore: 15,33 euro per ora di volo, per uno stipendio di 1100 euro. Se è malata non guadagna e in più paga le tasse – dal maggio del 2012 – in due paesi. Provate a distrarvi, leggendo le notizie sull’Ipad. Aprendo un importante sito di informazione, potreste incappare nell’articolo di Francesca , giovane neomamma. Scrive per diversi siti che fanno capo a un’unica società,concui hauncontrat- to di collaborazione occasio- nale. Guadagna 20 euro per 7 pezzi (4 ore), 40 per 14 (8 ore): 2,85 euro a pezzo, calcola, mentre “la signora delle pulizie di mia madre prende otto volte tanto”. Quando, infine, atterrate all’aeroporto, magari progettato da un’archistar milionaria, potreste pensare alla storia di Alessa n d ra , architetta entrata nel 2009 in un prestigioso studio di progettazione internazionale. Oggi pratica la “libera”professione con partiva Iva, ma in realtà ha orari stabiliti (10 ore, sabato compreso), postazione fissa, assenze detratte dallo stipendio, obbligo morale di non lavorare con altri committenti, per 1700 euro al mese. Tante? “Provate a togliere 366 euro di Iva non scaricabile, 300 euro di inarcassa, 500 euro di affitto, spese per l’assicurazione, la formazione, il commercialista e l’ordine. Cosa rimane?”. Se è il pubblico a sfruttare Hostess, giornalista, architetto: tre lavori che vent’anni fa erano considerati prestigiosi e remunerativi.Oggi chi rientra in queste categorie, specie se giovane, è entrato nella fascia sempre più popolosa dei working poor . Quelli che un lavoro ce l’hanno, e quindi dovrebbero ritenersi fortunati rispetto ai colleghi Neet che non studiano né lavorano. E invece riescono a malapena a sopravvivere, persi in un girone infernale e ormai incontrollato di sfruttamento, lavoro dipendente mascherato da partita Iva, contratti parcellizzati. Dove il compenso arriva come un osso spolpato, senza più intorno contributi, tutele per malattia e maternità. Più che precari, come la politica continua genericamente a chiamarli, veri neo-schiavi. Paola è una delle migliaia di precari della scuola. “Lo stipendio varia a seconda dei giorni lavorati: se lavoro un giorno, guadagno 40 euro, se non lavoro per una settimana consecutiva non ho la disoccupazione”. Tutte le mattine dell’anno Paola deve re- stare nella sua città, reperibile al telefono alle otto, per sostituire nel giro di dieci minuti un’insegnante che si assenta. “Se non rispondo, precipito in fondo alla graduatoria. L’altra mattina mi hanno chiamato alle 11.45 per un ingresso alle 12.30 in una scuola a 50 km da casa: come si può vivere così?”. La storia di Paola racconta di un ulteriore e inquietante tassello,e cioèil fattoche ormai il pubblico assomiglia sempre più al peggior privato. Vale per la scuola, vale soprattutto per l’università, oggi un terreno desertificato da tagli e blocco delle assunzioni. Francesca , ricercatrice sociale da dieci anni, sopravvive con un contratto di collaborazione con l’Università di Milano di poche centinaia di euro e deve continuare a pubblicare per avere chances di lavoro, “anche se ormai ai concorsi si presentano persone di 45 anni già abilitate come professori associati”. Monica , 900 ore di insegnamento agli stranieri alle spalle tra università, accademie e studenti Erasmus, continua a guadagnare dieci euro l’ora. E oggi si trova a competere con un girone di disperati costretti al volontariato coatto presso sociazioni che si spartiscono il mercato dell’italiano agli immigrati, nell’indifferenza del ministero. Anche nel settore sanitario specializzandi e medici sono costretti a lavorare sempre più ore e sempre per meno, tanto che spesso il privato è l’unico sbocco. “Ho 35 anni, sono un me- dico specialista con dottorato emaster”, dice Filippo :“Come ricercatore prendo 1200 euro dall’Università, poi lavoro come patologo clinico in una clinica privata con partita Iva (tra i 700 e i 1200 euro): almeno dieci ore al giorno, più sera, e a volte notte e weekend”. Ancora peggio se la passa chi, da privato, con il pubblico ci lavora. Come Laura , che ha una piccola società di ricerca: “I bandi pubblici prevedono budget sempre più leggeri, qui siamo ipercompetenti eppure guadagniamo 800 euro al mese, senza tredicesima ferie, tfr”. “Sono un’archivista specializ- zata, emetto fatture anche per cinquanta euro”, aggiunge Sara, “ma lavorare con un pubblico che ti paga in ritardo perché crede che la cultura sia un privilegio è umiliante”. Dipendenti e non, tutti sottopagati L’altro fenomeno di questa Italia dove il ceto medio lavorativo sta scomparendo è che dipendenti e autonomi fini- scono ormai per assomigliarsi, sovrapporsi, confondersi. Il gap tra tutelati e non, che le famose riforme avrebbero dovuto avvicinare, si sta assottigliando: perché le protezioni stanno sparendo per tutti. I primi con stipendi che non crescono, oppure cassintegrati e “solidarizzati” – è la storia di Katia , impiegata di Alitalia Cai, oggi in cassa in deroga al 40% con uno stipendio di 500 euro al mese, quando arriva – oppure messi nei più bizzarri part time: come Francesco , che per 18 mesi ha lavorato in un’azienda nel settore delle rinnovabili con part time al 30% per 400 euro al mese. I secondi precipitati dai contratti a progetto al lavoro occasionale o a partita Iva, oppure a pigione. “Dopo anni di contratti di collaborazione”, racconta Chiara , traduttrice specializzata due bimbe di 3 e 5 anni, “oggi lavoro con diritto d’autore: guadagno poco, e i soldi arrivano sessanta giorni dopo”.“Lavoravo in una rivista specializzata di architettura”, racconta Luigi :“base di 300 euro più un tot per ogni abbonamento chiuso, un incubo”. Così, molti sono costretti a tornare al lavoro nero, magari a fare lavori di pulizia o babysitteraggio. “Sono laureata in scienze sociali”, spiega Marta ,“ma oggi l’unico reddito certo è fare la family helper , per 500 euro al mese”. Anche Margherita , 44 anni, dipendente partime di una farmacia, si è messa a fare le pulizie. “Non voglio essere messa in regola, altrimenti tolte tasse e contributi cosa resta per me e mia figlia?” All’impoverimento materiale si sta aggiungendo, ancora più doloroso, quello affettivo. Così, mentre è sempre più difficile fare figli, quasi tutti raccontano di giovani amici e parenti volati via: “Non è giusto”, commenta Sabrina , “che la mia famiglia sia sventrata per colpa del lavoro che non c’è”. “Il Quinto Stato”, l’hanno battezzato Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri, autori dell’omonimo libro e del blog “La furia dei cervelli”. “Avvocati, medici, insegnanti, lavoratori dell’intrattenimento e dell’arte: tutti si sono proletarizzati”, spiega Ciccarelli. “Tornare indietro non si può, ma servirebbero riforme radicali: salario minimo, reddito minimo, riforma delle tutele, riforma radicale dell’Inps, riforma del diritto del lavoro. Di certo non se ne esce con il Job Act. Semmai, ci vorrebbe la rivoluzione”. (Ha collaborato Elena Ribera)

Unicredit va in rosso di 14 miliardi nel 2013. Manderà a casa 8.500 dipendenti

Persi oltre 26mila euro al minuto. Sulla voragine pesano soprattutto le coperture per far fronte al continuo lievitare dei crediti a rischio. Previsto un maxi taglio del personale: 5.700 uscite in Italia entro il 2018. Ma ai soci andrà un dividendo
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Fatto Qiotidiano di Mauro Del Corno | 11 marzo 2014 attualità
Nel 2013 il gruppo Unicredit ha perso oltre 26mila euro al minuto. Se si preferisce un milione e 600mila euro ogni ora. Il risultato di fine anno è una perdita rosso fuoco da 14 miliardi di euro. A pagarne le conseguenze saranno innanzitutto i dipendenti del gruppo che verranno ridotti di 8.500 unità, per lo più tra le filiali italiane. Ad affossare i conti è stato fondamentalmente il quarto trimestre, quello in cui solitamente si fanno le pulizie dei bilanci. Qui si concentrano tutte le perdite che sono frutto di drastiche svalutazioni (9,2 miliardi) sul cosiddetto goodwill (quello che in italiano si chiama avviamento), e di nuovi massicci accantonamenti (7,2 miliardi) per far fronte al continuo lievitare dei crediti dubbi.

Il già pessimo bilancio avrebbe potuto essere persino peggiore se Unicredit non avesse beneficiato della rivalutazione della sua quota del 22% in Banca d’Italia che ha avuto un impatto sui conti da 1,4 miliardi di euro. Gli interventi sul bilancio non erano stati previsti da nessun analista, quanto meno non in questa misura. Questo indica che probabilmente qualche conto o stima della banca aveva peccato di ottimismo nei trimestri precedenti. Stando agli ultimi dati i crediti deteriorati del gruppo ammontavano a quasi 61 miliardi di euro su un valore complessivo di prestiti alla clientela di circa 290 miliardi. In pratica ogni 5 euro prestati uno risulta a rischio di mancato rimborso. Con i nuovi interventi annunciati oggi il tasso di copertura (ossia quanto ho già messo a bilancio delle possibili perdite) sale al 51%, un livello elevato anche nel confronto europeo.

In generale il tasso di copertura rimane sempre sotto al 100% perché ci sono sempre beni posti a garanzia di un prestito su cui la banca può almeno parzialmente rifarsi (come l’abitazione nel caso del mutuo). La maxi pulizia di bilancio permette a Unicredit di affrontare con meno patemi d’animo la revisione dei bilanci e gli stress test disposti dalla Banca centrale europea e dall’Autorità bancaria europea. Qualche preoccupazione in vista degli esami europei era legata in particolare al ‘Common Equity Tier 1’, un indicatore di solidità patrimoniale particolarmente rigoroso che ora sale al 9,36% avvicinandosi ai valori di Intesa Sanpaolo (10,6%). Non è un caso che fino ad ora Unicredit fosse la grande banca europea con i credit default swap più cari. Si tratta di prodotti finanziari che permettono di assicurarsi contro il rischio di un fallimento, più il rischio sale più la polizza è costosa. I cds su Unicredit venivano scambiati a 139 contro 130 della spagnola Santander, 106 della tedesca Commerzbank, 89 della francese Credit Agricole o 61 della statunitense Jp Morgan. Valori di per sé non elevati ma significativi del modo in cui i mercati guardano ai vari istituti di credito.

Tornando ai conti del gruppo i ricavi scendono del 4% a 23,9 miliardi di euro mentre i costi rimangono stabili a 14,8 miliardi. Il margine d’interesse (in pratica la differenza tra quanto fa pagare i soldi che presta e quanto paga lei stessa i soldi che le vengono prestati) si riduce del 6,4% a 12,9 miliardi (il calo è dovuto anche a un diverso metodo di conteggio tra i due esercizi). I guadagni da commissioni salgono invece dello 0,7% a 7,7 miliardi di euro. I restanti 3 miliardi provengono soprattutto dall’attività di compravendita di titoli. Con lo spread in costante calo i 45 miliardi di titoli di Stato italiani in portafoglio si sono evidentemente rivelati un buon investimento. Per acquistare una fetta di questi titoli sono stati probabilmente utilizzati parte dei 26 miliardi di euro presi a prestito dalla Bce nelle due operazioni Ltro. La restituzione di questi fondi su cui si pagano interessi irrisori procede ma a ritmo lento. A dicembre Unicredit aveva infatti ancora in cassa 21 miliardi ricevuti da Francoforte.

Contestualmente ai conti il gruppo guidato da Federico Ghizzoni ha presentato il nuovo piano industriale. Ha inoltre annunciato che distribuirà un dividendo in azioni da 10 centesimi e che non prevede nuovi aumenti di capitale (dal crack Lehman ad oggi la banca ha già chiesto ai suoi soci circa 14 miliardi di euro). Le risorse per rafforzarsi arriveranno eventualmente da emissioni obbligazionarie, dalla quotazione di una parte di Fineco (la banca on line controllata dal gruppo) e dalla vendita della divisione che gestisce i crediti. Il piatto forte, e più indigesto, del piano è il taglio di 8.500 posti da qui al 2018, 5.700 di questi in Italia. Già nel 2014 il gruppo dovrebbe tornare a guadagnare soldi: almeno 2 miliardi di euro secondo le previsioni. Tutti elementi che sono piaciuti al mercato facendo si che il titolo non risentisse in Borsa della gigantesca perdita ma finisse la seduta addirittura con un guadagno del 6%.

Il sociologo Luciano Gallino “Vecchie idee: la disoccupazione rimane”

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Fatto Quotidiano Salvatore Cannavò del 8/03/2014 attualità

M entre lo raggiungiamo al telefono, il professor Luciano Gallino sta leggendo un rapporto sul sistema sanitario in Grecia: “Un disastro assoluto, il prodotto di politiche di au- sterità che produce risultati terrificanti”. Quanto si vede finora con il nuovo governo sembra andare in quella direzione. “Finora si è parlato molto, gli impegni sono tutti da vedere, ma mi sembra che ci muova sulla linea degli ultimi 20-25 anni. E che hanno solo aumentato la flessibilità e la precarietà del lavoro”. Nessuna speranza su Renzi? Direi che la sua domanda è una buona metafora del mio stato d’animo. Cosa non la convince del piano del lavoro per come lo si conosce finora? Sono passati 20 anni dalle prime proposte Ocse sulla flessibilizzazione del lavoro. Il risultato è che i precari sono aumentati a dismisura. La riforma del “mercato del lavoro” non può servire a ridurre la precarietà? È uscita una gran quantità di saggi che dimostrano come le riforme dei con- tratti di lavoro non modificano, se non in peggio, la creazione di posti di lavoro. La tendenza che lei vede in atto, quindi, è la stessa dei precedenti governi? Mi sembra proprio di sì. In realtà non si è mai voluto analizzare in profondità il motivo per cui le imprese chiedono maggiore flessibilità. E qual è? Non solo evitare la grana dei licen- ziamenti, ma anche trasformare il lavoro in un’appendice dei movimenti di capita- le. La catena del valore si è ormai internazionalizzata e la forza lavoro viene collocata in uno stato di peren- ne transizione. Si pen- si ai contratti a zero ore. Contratti a zero ore? Sì, in Gran Bretagna ne sono stati stipulati circa un milione. Zero ore per zero soldi. Il lavoratore firma un contratto che lo mette a disposizione dell’impresa che lo può chiamare con un sms anche per poche ore. Il lavoro diventa una sorta di rubinetto da apri- re e chiudere a piacimento. Cosa pensa dei minijob tedeschi? Parliamo di contratti da 15 ore alla settimana a 450 euro al mese. Se ne collezioni almeno due riesci a raggiungere un reddito che si colloca sulla soglia di povertà. L’obiezione ricorrente è che è sempre meglio di niente. È una brutta obiezione, perché sarebbe come dire che se hai contratto una brutta malattia in realtà potresti stare peggio. La forza della Germania, il suo export, si fonda sull’impennata della produttività senza aumenti retributivi. Il successo tedesco si fonda sulla pelle dei lavoratori. La sua idea per contrastare la precarietà e creare lavoro? Riportare la finanza al servizio dell’economia produttiva, creare occupazione assumendo direttamente su progetti ad hoc . Con investimenti pubblici si possono ristrutturare ospedali, interventi idrogeologici, etc. Un modello keynesiano classico? Abbiamo l’acqua non più alla gola, ma sopra gli occhi. Occore fare qualcosa urgente- mente.

Lavoro, Istat: “8,5 milioni di dipendenti in attesa di rinnovo contrattuale”

D’altro canto le retribuzioni contrattuali orarie a gennaio segnano un balzo dello 0,6% su dicembre, mentre sono salite dell’1,4% su base annua. Si allarga ancora la forbice con l’inflazione, ferma nello stesso mese allo 0,7%. In pratica i salari crescono il doppio dei prezzi, ma il divario è quasi esclusivamente dovuto alla frenata dei listini
di Redazione Il Fatto Quotidiano | 26 febbraio 2014 attualità
Oltre 8 milioni di lavoratori in attesa che il loro contratto siano rinnovato ma retribuzioni in aumento. Si allarga la forbice dell’inflazione. Mostrano luci e ombre i dati sul lavoro diffusi dall’Istat.
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contratti in attesa di rinnovo a gennaio sono 51 e riguardano circa 8,5 milioni di dipendenti, corrispondenti al 66,2% del totale. L’istituto per le Statistiche spiega che si tratta della quota più alta dal gennaio del 2008. In pratica due dipendenti su tre stanno aspettando. Solo il pubblico impiego, d’altraparte, pesa per 2,9 milioni di lavoratori e 15 contratti.

Guardando nel dettaglio quanto accaduto a gennaio, alla fine del mese a fronte del recepimento di un accordo (gomma e materie plastiche) ne sono scaduti ben cinque (agricoltura operai, servizio smaltimento rifiuti privati, servizio smaltimento rifiuti municipalizzati, commercio e Rai). Quel che ha fatto balzare il numero dei dipendenti in attesa si rinnovo, spiega l’Istat, è il contratto del commercio, che include ad esempio i commessi e tocca circa due milioni di dipendenti. Comunque a febbraio già sono state ratificate delle ipotesi di accordo, che toccano quattro dei 51 contratti scaduti, per un totale di circa 500 mila dipendenti (tessili, pelli e cuoio, gas e acqua e turismo-strutture ricettive).

D’altro canto le retribuzioni contrattuali orarie a gennaio segnano un balzo dello 0,6% su dicembre, mentre sono salite dell’1,4% su base annua. Il rialzo mensile sia dovuto allo scatto di miglioramenti economici previsti per alcuni contratti in vigore. Aumenti che di solito partono proprio a inizio anno. Si allarga ancora la forbice con l’inflazione, ferma nello stesso mese allo 0,7%. In pratica i salari crescono il doppio dei prezzi, ma il divario è quasi esclusivamente dovuto alla frenata dei listini. Il rialzo mensile di gennaio è il più alto da due anni e in lieve recupero rispetto a dicembre è anche il dato annuo (a +1,4% da +1,3%). Sempre in termini tendenziali, l’Istat registra gli aumenti maggiori per i settori energia e petroli (4,6%), estrazione minerali (4,3%), telecomunicazioni (4,0%). Invece, l’Istituto continua a segnare variazioni nulle per tutti i comparti della pubblica amministrazione, che subiscono il blocco contrattuale.

NON C’È UN PIANO SUL LAVORO” MA RENZI PERDE GIÀ PEZZI

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Da Il Fatto Quotidiano del 24/12/2013. Wanda Marra attualità

MARIA GRAZIA GATTI LASCIA IL RUOLO DI CAPOGRUPPO IN COMMISSIONE AL SENATO: “PREFERISCO LE MANI LIBERE PER LAVORARE IN MINORANZA”.

Non sono d’accordo con la proposta politica di Renzi. Non condivido la genericità delle posizioni sul lavoro”. Con queste parole Maria Grazia Gatti, senatrice Pd, provenienza Cgil, annuncia le sue dimissioni da capogruppo della commissione Lavoro a Palazzo Madama. I mugugni, i paletti, l’opposizione annunciate rispetto all’annunciata rivoluzione del mondo del lavoro da parte del segretario in questi giorni sono stati molti. Per ora però solo nell’ambito delle dichiarazioni di guerra: quello della Gatti è il primo gesto formale. D’altra parte un Job act ancora non esiste, almeno non in forma definitiva. Sono giorni però che circolano bozze e indiscrezioni che agitano le acque democratiche. Il tema è sensibile e affrontarlo può provocare conseguenze non calcolabili.

AD OGGI LE LINEE guida note sono sussidio di disoccupazione per tutti, legge sulla rappresentanza sindacale, centri per l’impiego e soprattutto un contratto unico. Ovvero, nelle intenzioni di Renzi, un contratto per i neo assunti con tutele crescenti, e flessibilità in uscita. Così la spiegava domenica sera da Fazio: “Fatto un periodo di prova, hai un contratto di lavoro a tempo indeterminato, quindi hai flessibilità in entrata. Ma ci vuole maggior flessibilità anche in uscita, nel caso un’azienda sia in difficoltà. Lo Stato però deve farsi carico della situazione, con un sussidio di disoccupazione per due anni”. Formulazione sufficientemente generica per permettere al segretario e a chi sta scrivendo il piano (Filippo Taddei, responsabile Economia del Pd, Marianna Madia, responsabile Lavoro e il consigliere economico, Yoram Gutgeld) di trattare dentro il partito e di capire fino a che punto si può andare allo scontro con la Cgil. Tra l’altro lo stesso Enrico Letta ha in mente un suo piano per il lavoro, e su questioni come contratto unico e indennità di disoccupazione per tutti ha idee non coincidenti con quella di Renzi. E l’idea di un contratto senza articolo 18 fa alzare barricate universali. “È solo creando lavoro che si rimettono in moto domanda interna, produzione e crescita”, spiega la Gatti. La quale poi chiarisce: “Renzi ha stravinto. Ed è giusto che chi ha vinto governi”. Perché, “il mio è un ruolo non tecnico, ma politico, e preferisco avere le mani libere per lavorare in minoranza”. Una tesi interessante, visto che a Montecitorio per esempio c’è un capogruppo Roberto Speranza, bersaniano doc, che alle dimissioni non sembra pensare affatto.

Sul tema all’ordine del giorno, il lavoro, una proposta però ancora non c’è. E soprattutto non è chiaro dove si possono prendere i soldi. Chi pagherà le politiche attive del lavoro? Risponde Gutgeld: “Le aziende già pagano molto per coprire Aspi e Cig”. Ma qui si parla di sussidio di disoccupazione per tutti. “Dobbiamo fare i conti”. La Madia taglia corto: “Non parlo di lavoro. Un piano ancora non c’è”. Lo stesso Renzi ha notevolmente aggiustato il tiro rispetto alle dichiarazioni di rottura della campagna congressuale, in cui invitava a non considerare un tabù l’articolo 18. In occasione della presentazione del libro di Vespa: “Non ci sto a star dietro al totem ideologico dell’articolo 18”. Ha chiaro che se si parte da qui non si arriva lontano. Matteo Orfini, il leader dei Giovani Turchi, ha già pronto una sorta di contro Job Act, al quale stanno lavorando le parlamentari Valentina Paris e Chiara Gribaudo. “Servono investimenti per creare lavoro nei settori a più alto tasso di occupazione: ricerca, turismo, cultura. Poi la messa in sicurezza del territorio, il welfare sociale”. Chi paga tutto questo? “O il Pil senza sforare il 3 per cento si fissa un po’ sopra il 2,5 oppure si agisce sulla leva fiscale, facendo pagare chi ha di più”. Orfini ha aperto una linea di dialogo con lo stesso Renzi e con Gutgeld, per provare a contribuire dall’interno, perché “il Pd è di tutti”. Bisognerà vedere quanto la mediazione è possibile.

C’era una volta il collocamento

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Da Il Fatto Quotidiano del 09/12/2013.Thomas Mackinson, Lucio Musolino e Vincenzo Iurill attualità

’è chi fissa le bacheche degli annunci come muri del pianto. Altri sono in coda da ore per compilare moduli, consegnare documenti, fare colloqui di orientamento e magari il “bilancio delle compentenze”. Tutti sospettano di partecipare, uno dopo l’altro, a un singolare rito collettivo di fronte all’altare della burocrazia. Lo dicono i numeri: solo il 2-3% delle assunzioni arrivano tramite i 556 centri per l’impiego sparsi da Bolzano a Palermo. E tuttavia milioni di italiani senza lavoro passano di lì. Non tanto perché sperano di trovarlo. Piuttosto perché senza tre lettere su un foglio, la “dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro” (DDL), il sussidio per la disoccupazione non arriva. La disperazione ne spinge tanti a cercare le briciole perché l’iscrizione alle liste permette riduzioni sul ticket sanitario, sconti sull’abbonamento del bus o un punto in più nella graduatoria sulla casa popolare. Se poi allo sportello fanno resistenze, questioni burocratiche o il sistema informatico fa le bizze, la tensione sale alle stelle. A Milano come a Napoli c’è chi ha rotto il naso all’impiegato di turno. E allora benvenuti nei centri per l’ìmpiego, le isole per naufraghi del lavoro che non portano da nessuna parte.
Milano “Qui non trovi il tuo futuro” “Qui non trovi lavoro”. A scanso d’equivoci è pure scritto sul cartello di benvenuto della “Città dei mestieri”, il servizio di orientamento lavoro e formazione al primo piano del centro per l’impiego di via Soderini, il più grande della Provincia di Milano. Dice che non troverai neanche un contatto diretto con le aziende, qualcuno che ti faccia un cv o lo spedisca e neppure la possibilità di stampare, fotocopiare e scannerizzare. Per tutto questo c’è, in teoria, l’ufficio al piano di sotto, il centro per l’impiego. Uno strano scherzo del destino ha collocato il tutto al Lorenteggio, in un edificio che sembra piombato dalla luna a svegliare un quartiere dormitorio dell’estrema periferia sud della città. Le fondamenta nel 2004, sulla scia della grandeuer della Milano pre-crisi, quando gli amministratori della metropoli pensavano di fare innovazione col vetrocemento ed elevavano al loro ego colossali monumenti. Formigoni, il palazzo di Regione Lombardia, Penati questa cittadella che ai milanesi costerà 50 milioni di euro. Doveva diventare un polo dell’innovazione, ospitare convention, grandi mostre, eventi ma non è mai nato. Così la Provincia ci ha messo la sede dell’agenzia di formazione e lavoro (Afol) col suo centro per l’impiego.
I disoccupati che entrano sono straniti dagli arredi e dal-l’ampiezza dei volumi, sembrano formiche in aeroporto. Scendono le scale da un conchiglione attorcigliato che voleva essere l’elemento di pregio del polo mancato. “Quanti soldi buttati”, sbotta il marito di una coppia non più giovane che si mette in coda all’ufficio informazioni. Ogni giorno di lì entrano ed escono 400-600 persone. Giovani, anziani, donne, uomini, italiani, immigrati. Sotto braccio cartelle zeppe di fogli e documenti ma nessuna speranza d’impiego, come suggerirebbe il nome sull’insegna. Nel 2012 gli utenti sono stati circa 75mila, 95.779 i cv depositati ma le persone ricollocate sono state poco più di mille (di cui 440 a seguito di tirocinio). Il tutto a fronte di numeri ormai drammatici: le dichiarazioni dello stato di disoccupazione sono triplicate rispetto al 2008 (erano 13.615 e nei primi dieci mesi di quest’anno sono state già 33mila) così come le iscrizioni alle liste di mobilità, passate negli stessi anni da 2.258 a 6.209 (2012). Hai voglia con questi numeri a dare una speranza di lavoro a quell’8% di disoccupati dell’area metropolitana. “Questo è più un posto dove si producono certificati”, spiega Giampaolo, 57 anni calabrese e 156 numeri prima del suo turno. Tanti che alla fine, per ammazzare il tempo, si racconta. È appena stato di sopra, alla Città dei mestieri, a litigare con un’incolpevole impiegata. “Ah, se gliele ho cantate! gli ho detto che sono disoccupato, che faccio l’imbianchino e il manovale, tutto. E quella mi fa vedere un cartello che dice “Qui non si trova lavoro”. E mi rifila la stampata delle Pagine Gialle con le aziende da chiamare. Non so se cercano mi dice, telefoni. Ma siamo o no al collocamento?”. Tuttavia è rimasto Giampaolo. “Sono in coda per avere il certificato di disoccupazione. Devi andare all’Inps e portar qui la dichiarazione del licenziamento, ti iscrivi alle liste e prendi il sussidio. Mica tanto, 600 euro. Ma meglio di niente”. Alla peggio l’esenzione dal ticket, lo sconto sull’abbonamento Atm o un punteggio in più per la casa popolare. E il lavoro allora? “Nessuno ti chiama”.
E infatti c’è chi come Sabrina, 25 anni laureata di fresco , bazzica qui perché “puoi leggere i giornali e navigare gratis”. E i colloqui? “Li ho fatti, non servono a nulla, sono iscritta alle liste da 17 mesi e non ho più avuto notizie. E sì che farei anche la baby sitter, segretaria, cameriera”.
Troppa burocrazia, poca tecnologia, personale insufficiente e precario, lamentano i dipendenti. “Dovremmo farci carico del disoccupato, cercare rispondenze tra offerte e candidati e indirizzarli verso un percorso di lavoro, ma non lo facciamo. Ci limitiamo all’adempimento burocratico e tanti saluti ai discorsi sulle politiche attive. Alla fine il lavoro se lo cercano da soli, noi ricollochiamo il 2-3%”. Ma ogni giorno i 15 impiegati del front-office devono parare un’orda di disperati che arrivano e si accodano, perché il servizio non funziona su appuntamento. Aspettano fino a 4-5 ore, anche per segnalare un semplice cambio di residenza e altre pratiche “che potrebbero fare online o autocertificare, ma la Provincia non è attrezzata”. Il clima a volte si fa pesante, volano insulti. Qualcuno perde il controllo. A inizio anno un operatore è finito in ospedale con prognosi di un mese. Ma la guerra dell’impiego è tra poveri. Perché molti tra i 239 dipendenti han fatto vita da precari e altri ancora lo sono. “I contratti che dovremmo proporre al disoccupato spesso sono migliori del nostro”, spiegano. “Dopo anni, grazie a una causa collettiva, siamo riusciti a ottenere la stabilizzazione di 60 persone che il centro per l’impiego, amministrazione pubblica, costringeva a lavorare con contratti a progetto illegali e sottopagati”. Il tutto mentre l’ex dg veniva indagato per truffa e sprechi e l’attuale presidente finiva nell’occhio del ciclone per consulenze e una mala gestione certificata dai revisori contabili. Restano in bilico una quarantina di tutor e docenti della formazione professionale, molti laureati, alcuni psicologi, che guadagnano mille euro al mese per 36 ore di lavoro la settimana. Così disoccupato e precario stan l’un di fronte all’altro armati (e rassegnati) sotto l’insegna del centro per l’impiego. “Sono 20 anni che sono iscritta all’ufficio collocamento ma non sono mai stata chiamata per un lavoro”. Una guerra che si consuma anche a 1200 km di distanza. Francesca è in fila e attende il suo turno allo sportello del Centro dell’impiego di Reggio Calabria, il più grosso della provincia. Gli elenchi dei disoccupati superano i 50mila nomi, ognuno con la sua storia, i suoi problemi e con la consapevolezza che, a queste latidudini, la percentuale di chi non ha un lavoro è di oltre il 40%.
Reggio Calabria In attesa da 20 anni
I numeri scorrono nel display della sala d’attesa e prima che arrivi il suo turno Francesca confessa di non avere aspettative: “Non ho alcuna speranza di essere assunta. Perché sono qui allora? Perché devo presentarmi in un’azienda e mi hanno chiesto il certificato di disoccupazione”. Le storie sono tutte uguali. Così come l’espressione dei giovani, e meno giovani, che la mattina passano da quello che, una volta, chiamavano l’ufficio di collocamento.
“Siamo iscritte da diversi anni, ma nessuno ci ha mai chiamato”. Sonia e Francesca sono consapevoli che “a Reggio funziona così”. “Compiuti i 18 anni, iscriversi a questi elenchi è più una tradizione. – dicono – Un po’ come l’esame della patente”.
Non è difficile parlare con il direttore del Centro, Demetrio Sorgonà, secondo cui occore capire il concetto di orientamento. In sostanza, “chi non viene a dichiarare la propria disponibilità a lavorare, non si potrà mai incrociare con un eventuale offerta di lavoro. Noi orientiamo i ragazzi in modo da consentirgli di manifestare le proprie attitudini sempre nell’ottica dell’incrocio offerta-domanda di lavoro”.
Questo non significa che il disoccupato deve sperare in una telefonata dal Centro per l’Impiego con cui gli viene comunicato che, finalmente, ha trovato un posto. Piuttosto “se un datore vuole rendere pubblica un’offerta di lavoro, noi la mettiamo in bacheca. – aggiunge il direttore – Spontaneamente i disoccupati potrebbero candidarsi. Se, per esempio, un datore chiede un elenco di lavoratori che hanno determinate caratteristiche, noi gli forniamo una lista di nomi perché si effettui una selezione”. Anche questa procedura non comporta che chi ha le competenze richieste dall’azienda lavorerà o, quantomeno, sarà convocato per la selezione. Una volta iscritto, il lavoratore non verrà chiamato dal Centro per l’Impiego ma, in caso, dal datore che ci ha richiesto un elenco con un target preciso. Se c’è un avviso pubblico o un bando, non possiamo contattare migliaia e migliaia di disoccupati. Per le categorie protette ci sono degli avvisi per i quali tutta la procedura la seguiamo noi perché c’è il collocamento obbligatorio. Lì sono occasioni di lavoro sicure. Con il collocamento ordinario, invece, il datore di lavoro è libero”.
“Ho 22 anni e sono iscritta al Centro per l’Impiego da quando ne avevo 18”. Prima di salire sullo scooter, Giusy confessa di non avere alcuna speranza di essere assunta a Reggio: “In questa città ho lavorato solo in nero. Se continua così, penso di andare via e trasferirmi al nord”.
Fino al 2011 Domina, 35 anni, aveva invece un regolare contratto di lavoro. Era commessa in un centro commerciale che ora, però, ha chiuso: “Quando si abbassano le saracinesche, mandano via anche noi. Dopo due anni di cassa integrazione senza esito, adesso sono in disoccupazione”.
Due figli e un marito che fortunatamente lavora non le consentono di vivere serenamente. “Mi serve – aggiunge – il certificato di disoccupazione per chiedere alla banca di usufruire dell’assicurazione stipulata quando ho acceso un mutuo. Senza un lavoro non posso pagare le rate, ma non posso neanche andare sul Corso Garibaldi a fare la commessa a 300 euro al mese. Tra poco, con la mia famiglia, ritornerò a Mantova dove ho lavorato in passato”.
Napoli L’unico passatempo rimasto.
C’è un signore di mezza età che quasi tutte le mattine si reca al Centro per l’Impiego di Calata Capodichino a Napoli. Non perché speri di trovare un lavoro che cerca dal secolo scorso, ma perché ormai non sa come trascorrere le giornate. Ti prende sotto braccio e racconta: “Alle 7 di mattina qui vengono manovali con le maglie sporche di pittura. Non sono disoccupati veri, lavorano in nero. Hanno fretta, chiedono qualche carta, il certificato di iscrizione da dare al ‘mastro’ per gli sgravi contributivi, quando e se verranno messi in regola, poi vanno subito via, al cantiere. Il disoccupato autentico arriva verso le 10 e mezza, le 11. Lo riconosci perché ha i movimenti lenti, si trattiene, parla, cerca offerte sulle bacheche, resta almeno un’ora”. Ecco la plastica dimostrazione di un dato: tra gli 852.000 iscritti alle “liste di collocamento” tra Napoli e provincia si annida una buona percentuale di persone che un lavoretto seminascosto ce l’ha e con quello sbarcano il lunario. Altrimenti ci sarebbe la rivoluzione.
Vincenzo Di Ruocco dirige questo Cpi con quieta competenza e attenzione minuziosa a statistiche e dati. “Oggi sono venute 79 persone. Una giornata leggera, un mese leggero: a novembre, quasi finito, siamo a 1838 visite. A luglio, quando c’è l’assalto delle insegnanti precarie, superiamo i 2000 utenti al giorno. Il nostro compito dovrebbe essere quello di produrre politiche di occupabilità per limare lo squilibrio tra domanda e offerta. Ma finiamo per svolgere ‘politiche sociali’, perché raccogliamo i lavoratori espulsi dal mercato e li accompagniamo ad affrontare il problema, quando invece i Cpi dovrebbero essere dotati degli strumenti per prevenire questo”.
Poi ti esplode il caso umano tra le mani e cerchi di affrontarlo con le giuste dosi di comprensione e distacco. “Per alcuni posti in imprese di pulizia si sono candidati laureati in Economia e commercio. Un ingegnere elettronico di lunga esperienza si propose per fare il custode in uno stabile”. Che si fa in quei casi? Un Cpi attento e sensibile – e quelli di Napoli, a parere dello scrivente, lo sono – li reindirizza verso opportunità più consone alle loro qualifiche. Spiegando loro che l’ascensore sociale viaggia soltanto verso i piani inferiori: se premi il pulsante della discesa, non risali più.
Non deve essere semplice avere ruoli di responsabilità in materia lavoro nella ‘polveriera’ Napoli che viaggia a tassi di disoccupazione al 16% ufficiale e al 25% effettivo, e ha a che fare con agguerrite liste di disoccupati organizzati e cooperative di ex detenuti che contano 870 persone. Massimo Ragosta, da 13 anni dirigente del settore per la Provincia di Napoli, ricorda la meraviglia suscitata nei colleghi romani per una riunione alla quale dovette presentarsi con la scorta. Minacce, porte sfondate, pistole sventolate sotto gli occhi dal camorrista che vuole far ‘retrodatare’ qualche anzianità di disoccupazione a un parente o un sodale. Di Ruocco annuisce con flemma.
Oggi però non si sente volare una mosca. Un signore anziano compila un modulo. Una coppia dialoga in rumeno. Un cuoco viene a ritirare un certificato storico. Stanzoni vuoti, calma piatta. Uno chiede informazioni sui 6 posti disponibili per mansioni di bassa qualifica all’Università di Napoli: sono pervenute 3000 domande. Auguri.

Le 500 professioni “verdi” che nessuno prepara

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/11/2013. Thomas Mackinson attualità

Si fa presto a dire green, ma l’Italia che ha toccato il record della disoccupazione giovanile siede su 500 profili professionali che il mercato del lavoro cerca e il sistema scolastico non forma, fino al paradosso di dieci nuovi mestieri addirittura “irreperibili”. Mobilità sostenibile, rinnovabili, bioedilizia, economia del riciclo, ecotessile: molte sono le declinazioni del-l’economia verde su cui il nostro Paese sembra poter marciare come un treno. E’ un verde-prezzemolo: non c’è telegiornale o magazine senza una storiella edificante sulle magnifiche sorti della green economy, mentre i siti abbondano di start-up di successo e di giovani che – grazie ai nuovi “mestieri verdi” – si avviano a un futuro radioso di occupazione e benessere. Il tutto sullo sfondo di un ritrovato equilibrio, finalmente, nel rapporto uomo-ambiente. Una favola che ci raccontiamo o un’opportunità reale? L’occasione irripetibile di salvare il Belpaese o l’ennesima speranza tradita? A leggere certi numeri l’entusiasmo che ha contagiato tutti è giustificato. A leggerli tutti, però, si scopre anche che l’Italia fa l’Italia: siede su una miniera d’oro e non l’afferra proprio come accade con agricoltura, arte e turismo.

CHI VUOL CAPIRE davvero cosa siano i cosiddetti green jobs può leggersi le 287 pagine del nuovo rapporto annuale di Union Camere e Fondazione Symbola “Green Italy 2013”. Tutte le pagine. Quando è stato presentato, ai primi di novembre, i dati della sintesi – nel grigiore della crisi – hanno fatto notizia: in Italia sono 3 milioni i lavoratori “verdi”, 328mila le aziende (il 22%) dell’industria e dei servizi con almeno un dipendente che dal 2008 hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale e risparmiare energia. Da queste aziende arriverà nel 2013 il 38% di tutte le assunzioni programmate nell’industria e nei servizi.

Questa è la green economy italiana, cui si devono 100,8 miliardi di valore aggiunto prodotto, in termini nominali, nel 2012 pari al10,6% del totale dell’economia nazionale. Di più, quella verde, secondo il rapporto, ne è addirittura la parte propulsiva: il 42% delle imprese manifatturiere che fanno eco-investimenti esporta i propri prodotti, contro il 25,4% di quelle che non lo fanno. Evviva l’onda verde, dunque. Ma si farebbe un torto alla ricerca se non si buttasse l’occhio alle pagine che raccontano l’altra parte della verità: senza una politica specifica e coerente, l’Italia che ha infierito sul suo suolo e sull’ambiente rischia di farsi sfuggire di mano un paradigma produttivo e professionale da cui ripartire, su cui fondare un nuovo made in Italy. Ma come è fatto?

INTANTO va chiarito che i 3,3 milioni di green jobs non sono agronomi, forestali e giardinieri. Sono figure appartenenti a una griglia definita da una specifica classificazione Istat che comprende ormai 90 profili professionali specifici e altri 406 “attivabili”, cioè non strettamente green ma suscettibili di una qualche evoluzione di competenza e lavoro nell’ambito dello sviluppo sostenibile: si va dai classici come l’ingegnere energetico o il bioarchitetto fino ai più curiosi come il carpentiere sostenibile, che nell’industria del legno seleziona e lavora materiali naturali o eco-compatibili , all’eco-carrozziere che tra i lastroferratori riusa le lamiere per scopi diversi.

Classificazione alla mano, si possono estrapolare i dati sul-l’occupazione Excelsior e scoprire le 20 figure green più ricercate e quelle addirittura “introvabili” (nel grafico). E qui torna in campo l’Italia che fa l’Italia. Le figure non si trovano perché nessuno le cerca o nessuno le forma. Se si guarda alle mappe delle assunzioni con criterio geografico si scopre che lo stock occupazionale “green” abita in gran parte al Nord, mentre il centro-sud è quasi un non pervenuto nella grande rivoluzione verde: la sola Lombardia, prima in classifica con 11mila assunzioni, vale quanto Emilia, Lazio e Piemonte o come tutte le regioni del centro-sud. Un’Italia a due velocità che riflette il diverso tasso di radicamento delle imprese verdi. Per contro esistono anche le 10 figure “introvabili” e sono il frutto dell’incapacità del sistema scolastico di orientare istruzione e formazione verso le professionalità che il mercato cerca. Nel caso dei green jobs il mis-matching tra professionalità immesse sul mercato e competenze richieste è fortissimo. Del resto la scelta green, dice il rapporto 2013, andrebbe fatta prima. Ma noi abbiamo smantellato gli istituti tecnici superiori (Its), i soli che possono immettere prima i giovani su un percorso “green”. Erano nati dalla compartecipazione dei diversi attori istituzionali, imprenditoriali e della formazione proprio per misurare i fabbisogni lavorativi e formativi del territorio ed erogare i necessari percorsi di studio. Di queste scuole oggi se ne contano appena 65 in tutta Italia, nonostante il 60% dei primi 825 diplomati 2013 abbia già trovato occupazione. Ma solo 25 istituti fanno riferimento a percorsi in qualche modo collegati al mestiere del futuro.

PEGGIO all’università. Proprio in questi giorni negli atenei sono attivi i corner di orientamento di Italia Lavoro. Sono lì per spiegare a chi si iscrive dove tira il vento del lavoro in un Paese che in un anno laurea 21.677 avvocati, 43.170 dottori in economia, 33.125 in medicina e soltanto 119 chimici industriali, 11 dottori in scienze del farmaco per l’ambiente e la salute e 49 in scienze ambientali. E poco importa se per queste categorie il tasso di occupazione a un anno dal titolo oscilla tra il 57 e l’80%. Qualcuno al green preferisce ancora il rischio di restare al verde. E magari neppure lo sa.

Si fa presto a dire green, ma l’Italia che ha toccato il record della disoccupazione giovanile siede su 500 profili professionali che il mercato del lavoro cerca e il sistema scolastico non forma, fino al paradosso di dieci nuovi mestieri addirittura “irreperibili”. Mobilità sostenibile, rinnovabili, bioedilizia, economia del riciclo, ecotessile: molte sono le declinazioni del-l’economia verde su cui il nostro Paese sembra poter marciare come un treno. E’ un verde-prezzemolo: non c’è telegiornale o magazine senza una storiella edificante sulle magnifiche sorti della green economy, mentre i siti abbondano di start-up di successo e di giovani che – grazie ai nuovi “mestieri verdi” – si avviano a un futuro radioso di occupazione e benessere. Il tutto sullo sfondo di un ritrovato equilibrio, finalmente, nel rapporto uomo-ambiente. Una favola che ci raccontiamo o un’opportunità reale? L’occasione irripetibile di salvare il Belpaese o l’ennesima speranza tradita? A leggere certi numeri l’entusiasmo che ha contagiato tutti è giustificato. A leggerli tutti, però, si scopre anche che l’Italia fa l’Italia: siede su una miniera d’oro e non l’afferra proprio come accade con agricoltura, arte e turismo.

CHI VUOL CAPIRE davvero cosa siano i cosiddetti green jobs può leggersi le 287 pagine del nuovo rapporto annuale di Union Camere e Fondazione Symbola “Green Italy 2013”. Tutte le pagine. Quando è stato presentato, ai primi di novembre, i dati della sintesi – nel grigiore della crisi – hanno fatto notizia: in Italia sono 3 milioni i lavoratori “verdi”, 328mila le aziende (il 22%) dell’industria e dei servizi con almeno un dipendente che dal 2008 hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale e risparmiare energia. Da queste aziende arriverà nel 2013 il 38% di tutte le assunzioni programmate nell’industria e nei servizi.

Questa è la green economy italiana, cui si devono 100,8 miliardi di valore aggiunto prodotto, in termini nominali, nel 2012 pari al10,6% del totale dell’economia nazionale. Di più, quella verde, secondo il rapporto, ne è addirittura la parte propulsiva: il 42% delle imprese manifatturiere che fanno eco-investimenti esporta i propri prodotti, contro il 25,4% di quelle che non lo fanno. Evviva l’onda verde, dunque. Ma si farebbe un torto alla ricerca se non si buttasse l’occhio alle pagine che raccontano l’altra parte della verità: senza una politica specifica e coerente, l’Italia che ha infierito sul suo suolo e sull’ambiente rischia di farsi sfuggire di mano un paradigma produttivo e professionale da cui ripartire, su cui fondare un nuovo made in Italy. Ma come è fatto?

INTANTO va chiarito che i 3,3 milioni di green jobs non sono agronomi, forestali e giardinieri. Sono figure appartenenti a una griglia definita da una specifica classificazione Istat che comprende ormai 90 profili professionali specifici e altri 406 “attivabili”, cioè non strettamente green ma suscettibili di una qualche evoluzione di competenza e lavoro nell’ambito dello sviluppo sostenibile: si va dai classici come l’ingegnere energetico o il bioarchitetto fino ai più curiosi come il carpentiere sostenibile, che nell’industria del legno seleziona e lavora materiali naturali o eco-compatibili , all’eco-carrozziere che tra i lastroferratori riusa le lamiere per scopi diversi.

Classificazione alla mano, si possono estrapolare i dati sul-l’occupazione Excelsior e scoprire le 20 figure green più ricercate e quelle addirittura “introvabili” (nel grafico). E qui torna in campo l’Italia che fa l’Italia. Le figure non si trovano perché nessuno le cerca o nessuno le forma. Se si guarda alle mappe delle assunzioni con criterio geografico si scopre che lo stock occupazionale “green” abita in gran parte al Nord, mentre il centro-sud è quasi un non pervenuto nella grande rivoluzione verde: la sola Lombardia, prima in classifica con 11mila assunzioni, vale quanto Emilia, Lazio e Piemonte o come tutte le regioni del centro-sud. Un’Italia a due velocità che riflette il diverso tasso di radicamento delle imprese verdi. Per contro esistono anche le 10 figure “introvabili” e sono il frutto dell’incapacità del sistema scolastico di orientare istruzione e formazione verso le professionalità che il mercato cerca. Nel caso dei green jobs il mis-matching tra professionalità immesse sul mercato e competenze richieste è fortissimo. Del resto la scelta green, dice il rapporto 2013, andrebbe fatta prima. Ma noi abbiamo smantellato gli istituti tecnici superiori (Its), i soli che possono immettere prima i giovani su un percorso “green”. Erano nati dalla compartecipazione dei diversi attori istituzionali, imprenditoriali e della formazione proprio per misurare i fabbisogni lavorativi e formativi del territorio ed erogare i necessari percorsi di studio. Di queste scuole oggi se ne contano appena 65 in tutta Italia, nonostante il 60% dei primi 825 diplomati 2013 abbia già trovato occupazione. Ma solo 25 istituti fanno riferimento a percorsi in qualche modo collegati al mestiere del futuro.

PEGGIO all’università. Proprio in questi giorni negli atenei sono attivi i corner di orientamento di Italia Lavoro. Sono lì per spiegare a chi si iscrive dove tira il vento del lavoro in un Paese che in un anno laurea 21.677 avvocati, 43.170 dottori in economia, 33.125 in medicina e soltanto 119 chimici industriali, 11 dottori in scienze del farmaco per l’ambiente e la salute e 49 in scienze ambientali. E poco importa se per queste categorie il tasso di occupazione a un anno dal titolo oscilla tra il 57 e l’80%. Qualcuno al green preferisce ancora il rischio di restare al verde. E magari neppure lo sa.

Si fa presto a dire green, ma l’Italia che ha toccato il record della disoccupazione giovanile siede su 500 profili professionali che il mercato del lavoro cerca e il sistema scolastico non forma, fino al paradosso di dieci nuovi mestieri addirittura “irreperibili”. Mobilità sostenibile, rinnovabili, bioedilizia, economia del riciclo, ecotessile: molte sono le declinazioni del-l’economia verde su cui il nostro Paese sembra poter marciare come un treno. E’ un verde-prezzemolo: non c’è telegiornale o magazine senza una storiella edificante sulle magnifiche sorti della green economy, mentre i siti abbondano di start-up di successo e di giovani che – grazie ai nuovi “mestieri verdi” – si avviano a un futuro radioso di occupazione e benessere. Il tutto sullo sfondo di un ritrovato equilibrio, finalmente, nel rapporto uomo-ambiente. Una favola che ci raccontiamo o un’opportunità reale? L’occasione irripetibile di salvare il Belpaese o l’ennesima speranza tradita? A leggere certi numeri l’entusiasmo che ha contagiato tutti è giustificato. A leggerli tutti, però, si scopre anche che l’Italia fa l’Italia: siede su una miniera d’oro e non l’afferra proprio come accade con agricoltura, arte e turismo.

CHI VUOL CAPIRE davvero cosa siano i cosiddetti green jobs può leggersi le 287 pagine del nuovo rapporto annuale di Union Camere e Fondazione Symbola “Green Italy 2013”. Tutte le pagine. Quando è stato presentato, ai primi di novembre, i dati della sintesi – nel grigiore della crisi – hanno fatto notizia: in Italia sono 3 milioni i lavoratori “verdi”, 328mila le aziende (il 22%) dell’industria e dei servizi con almeno un dipendente che dal 2008 hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale e risparmiare energia. Da queste aziende arriverà nel 2013 il 38% di tutte le assunzioni programmate nell’industria e nei servizi.

Questa è la green economy italiana, cui si devono 100,8 miliardi di valore aggiunto prodotto, in termini nominali, nel 2012 pari al10,6% del totale dell’economia nazionale. Di più, quella verde, secondo il rapporto, ne è addirittura la parte propulsiva: il 42% delle imprese manifatturiere che fanno eco-investimenti esporta i propri prodotti, contro il 25,4% di quelle che non lo fanno. Evviva l’onda verde, dunque. Ma si farebbe un torto alla ricerca se non si buttasse l’occhio alle pagine che raccontano l’altra parte della verità: senza una politica specifica e coerente, l’Italia che ha infierito sul suo suolo e sull’ambiente rischia di farsi sfuggire di mano un paradigma produttivo e professionale da cui ripartire, su cui fondare un nuovo made in Italy. Ma come è fatto?

INTANTO va chiarito che i 3,3 milioni di green jobs non sono agronomi, forestali e giardinieri. Sono figure appartenenti a una griglia definita da una specifica classificazione Istat che comprende ormai 90 profili professionali specifici e altri 406 “attivabili”, cioè non strettamente green ma suscettibili di una qualche evoluzione di competenza e lavoro nell’ambito dello sviluppo sostenibile: si va dai classici come l’ingegnere energetico o il bioarchitetto fino ai più curiosi come il carpentiere sostenibile, che nell’industria del legno seleziona e lavora materiali naturali o eco-compatibili , all’eco-carrozziere che tra i lastroferratori riusa le lamiere per scopi diversi.

Classificazione alla mano, si possono estrapolare i dati sul-l’occupazione Excelsior e scoprire le 20 figure green più ricercate e quelle addirittura “introvabili” (nel grafico). E qui torna in campo l’Italia che fa l’Italia. Le figure non si trovano perché nessuno le cerca o nessuno le forma. Se si guarda alle mappe delle assunzioni con criterio geografico si scopre che lo stock occupazionale “green” abita in gran parte al Nord, mentre il centro-sud è quasi un non pervenuto nella grande rivoluzione verde: la sola Lombardia, prima in classifica con 11mila assunzioni, vale quanto Emilia, Lazio e Piemonte o come tutte le regioni del centro-sud. Un’Italia a due velocità che riflette il diverso tasso di radicamento delle imprese verdi. Per contro esistono anche le 10 figure “introvabili” e sono il frutto dell’incapacità del sistema scolastico di orientare istruzione e formazione verso le professionalità che il mercato cerca. Nel caso dei green jobs il mis-matching tra professionalità immesse sul mercato e competenze richieste è fortissimo. Del resto la scelta green, dice il rapporto 2013, andrebbe fatta prima. Ma noi abbiamo smantellato gli istituti tecnici superiori (Its), i soli che possono immettere prima i giovani su un percorso “green”. Erano nati dalla compartecipazione dei diversi attori istituzionali, imprenditoriali e della formazione proprio per misurare i fabbisogni lavorativi e formativi del territorio ed erogare i necessari percorsi di studio. Di queste scuole oggi se ne contano appena 65 in tutta Italia, nonostante il 60% dei primi 825 diplomati 2013 abbia già trovato occupazione. Ma solo 25 istituti fanno riferimento a percorsi in qualche modo collegati al mestiere del futuro.

PEGGIO all’università. Proprio in questi giorni negli atenei sono attivi i corner di orientamento di Italia Lavoro. Sono lì per spiegare a chi si iscrive dove tira il vento del lavoro in un Paese che in un anno laurea 21.677 avvocati, 43.170 dottori in economia, 33.125 in medicina e soltanto 119 chimici industriali, 11 dottori in scienze del farmaco per l’ambiente e la salute e 49 in scienze ambientali. E poco importa se per queste categorie il tasso di occupazione a un anno dal titolo oscilla tra il 57 e l’80%. Qualcuno al green preferisce ancora il rischio di restare al verde. E magari neppure lo sa.

Piemonte/Bankitalia: la disoccupazione giovanile allunga il passo (-1 punto dalla Media Nazionale)

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Fonte (ASCA) – Torino, 11 nov attualità
L’indagine congiunturale di Bankitalia, relativa al primo semestre 2013 del Piemonte
secondo cui il fenomeno della disoccupazione giovanile ha toccato nel primo semestre di quest’anno il 39%, avvicinandosi a un solo punto dalla media del Paese (certamente per una Regione del nord d’Italia mi pare un dato pesantissimo).
Rispetto al 2012 dove il distacco , il distacco era piu’ consistente: i giovani senza lavoro in Piemonte erano il 31,9%, sette punti in meno, mentre in Italia erano il 35,3%.
L’analisi del direttore della sede di Torino della Banca d’Italia Luigi Capra ,’parla ‘ segnali di ripresa deboli e variegati –
poi commenta Capra-: qualcosa si sta muovendo, potrebbe esserci una ripresa in atto, ma non siamo in grado di definirne entita’ e portata (su questo metto una nota personale , l’impressione che si ha attualmente e anche da quello che si può ricavare parlando con gente lavora nel ramo del commercio in Piemonte, è che alcuni tra gli imprenditori o gruppi imprenditoriali rimasti in questa Regione Italiani o stranieri, avevano e hanno tutt’ora la possibiltà economica di fare ulteriori investimenti in tecnologie sia di rafforzamentio sia di adeguamento rispetto ai concorrenti mondiali , e oltre a questo sembra abbiano rafforzato i rapporti già molto consolidati con l’estero per poter resistere e competere con il mondo, la conseguenza siano stati costretti ad enorme o sforzo di riorganizzazione ,invece per le pmi sotto i 50 dipendenti come conferma il rapporto che gli investimenti e le produzioni appaiono in ulteriore calo )
Dai dati rilasciati da Bankitalia dal punto di vista dimensionale se le Pmi non prevedono una ripresa degli investimenti, quelle piu’ grandi, oltre i 50 dipendenti, indicano invece un aumento nel 2014. In crisi piu’ profonda il settore delle costruzioni, -9,7% le compravendite, -3,4% i prezzi, mentre il commercio sconta ancora la debolezza dei consumi.
Oltre a questo BankItalia precisa che non e’ una previsione omogenea e soprattutto e’ in diretta corrispondenza con il grado di internazionalizzazione delle imprese.
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– La disoccupazione giovanile e’ cresciuta in Piemonte piu’ della media nazionale. E’ quanto si rileva dall’indagine congiunturale di Bankitalia, relativa al primo semestre 2013 del Piemonte, secondo cui il fenomeno ha toccato nella regione il 39%, avvicinandosi a un solo punto dalla media del Paese.
. L’analisi della Banca d’Italia illustrata oggi dal direttore della sede di Torino, Luigi Capra, e dal team dell’ufficio studi Roberto Cullino, Luciana Aimone Gigio e Cristina Fabrizi, conferma pero’ un graduale miglioramento, pur in presenza di un’incertezza molto elevata. ”Ci sono segnali deboli e variegati – commenta Capra – ma qualcosa si sta muovendo, potrebbe esserci una ripresa in atto, ma non siamo in grado di definirne entita’ e portata”. Per la prima volta dopo diverso tempo c’e’ un ottimsmo prevalente per quanto riguarda gli ordini e ancora piu’ marcato per gli ordini esteri, e una aspettativa di crescita della produzione. Non e’ una previsione omogenea, avverte Bankitalia, e soprattutto e’ in diretta corrispondenza con il grado di internazionalizzazione delle imprese. Del resto anche se la produzione e’ ulteriormente calata, l’export nel semestre e’ cresciuto del 2,1% piu’ che nella media del Nord ovest e dell’Italia, e’ piu’ marcatamente nei paesi Extra Ue, circa il 10%, ma nel secondo trimestre rialzano la testa anche le vendite in Europa. Per la prima volta entra nell’analisi dei dati, e in modo sensibile, l’apporto dello stabilimento Maserati di Grugliasco, che, conquistando in particolare il favore dei mercati cinese, giapponese e statunitense, contribuisce a un aumento dell’export di autoveicoli di quasi il 30%. E dal punto di vista dimensionale se le Pmi non prevedono una ripresa degli investimenti, quelle piu’ grandi, oltre i 50 dipendenti, indicano invece un aumento nel 2014. In crisi piu’ profonda il settore delle costruzioni, -9,7% le compravendite, -3,4% i prezzi, mentre il commercio sconta ancora la debolezza dei consumi. Tornando all’occupazione, nel complesso e’ calata del 3,2%, anche in questo caso come per la fascia giovanile, con una performance peggiore della media, italiana (-2,2%) e del Nord Ovest (-0,8%). Il tasso di disoccupazione e’ salito al 10,9%. Tra i dati meno negativi, una diminuzione della cig, e una ripresa, molto limitata, pari a circa il 2%, delle assunzioni nell’industria, in gran parte con contratti temporanei, e a volte di pochi giorni, a dimostrazione di segnali di recupero ancora molto timidi. Dal punto di vista del credito infine, aumenta la raccolta dalle famiglie (+2,7%) e i tassi sono lievemente scesi – al 4% sul medio lungo termine e al 6,1% sul breve- ma l’offerta resta rigida, in relazione all’aumento della rischiosita’ dei crediti, le cui sofferenze sono cresciute del 4% (quattro volte il livello del 2007) con punte del doppio nelle costruzioni. Cala comunque la quota delle imprese che denunciano un peggioramento nelle loro condizioni di indebitamento (costi accessori e tassi di interesse): dopo un 27% registrato a fine 2012, nel primo semestre 2013 l’inasprimento ha riguardato il 25% delle imprese e a fine anno dovrebbe scendere ulteriormente al 22%.

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