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NON CHIAMATELO POPULISTA! NIGEL FARAGE VA PRESO SUL SERIO

corel
Fonte altrainformazione 6/05/2013 DI

MARCELLO FOA Il Cuore del Mondo attualità
Sarà perché sono cresciuto alla scuola di Indro Montanelli, ma a me quelli che parlano chiaro e hanno il coraggio di esporsi in persona piacciono; li ammiro anche quando non sono del tutto d’accordo con loro o lo sono solo in parte. Nigel Farage, il leader del Independence party (Ukip) che ha appena vinto alle elezioni britanniche, appartiene a questa stirpe. Lo seguo da tempo ammirandone l’eloquio, straordinario, e l’audacia dei suoi interventi all’Europarlamento contro le lobby e la nomenklatura che domina l’Europa. Ogni volta che l’ho ascoltato, ho pensato: questo ha una marcia in più.

Non mi sono però meravigliato nel vedere come i grandi media nazionali hanno dato la notizia del suo trionfo alle elezioni britanniche. Quasi nessuno l’ha data in prima pagina, ma solo all’interno con titoli nei quali è apparsa subito la parola magica: “populista”. L’aggettivo che da un paio di decenni serve a marchiare chiunque esca dall’ortodossia di destra o di sinistra. E’ un riflesso condizionato che ha un certa efficacia, in quanto riduce il pericolo di un contagio e di un effetto emulativo negli altri Paesi.

Ma Nigel Farage non è un populista. Non lo è nell’aspetto, inappuntabile, rassicurante, da uomo d’affari quale è stato in passato; non lo è nelle argomentazioni sempre puntuali, motivate, competenti e non lo è neppure nelle origini politiche considerato che si richiama e legittimamente può proporsi come l’erede della Thatcher. Con idee forti e non sempre condivisibili, ma sempre motivate.

Non è un Beppe Grillo inglese: è molto più solido, strutturato, preciso nella visione politica (vedi al riguardo la lucida analisi di Stefano Magni)

Claudio Messora, autore del blog Byoblu, aveva intervistato un anno fa.video qui sotto (vedi video qui sotto)

Ecco alcuni passaggi chiave:

La mia visione dell’evoluzione della societá umana é che se vogliamo avere scuole, ospedali e stato sociale, per avere tutte queste cose devi creare profitto! Perché é grazie al profitto che la gente paga le tasse. E ció che abbiamo adesso in questa unione europea é qualcosa che si definisce libero mercato ma che in realtá è totalmente controllato dagli stati, completamente nelle mani di grandi banche e multinazionali, che sta bloccando la genuina libera impresa e le piccole, medie imprese dal nascere e svilupparsi, e stiamo assistendo alla bassa crescita, a un disastroso indebitamento, un vero brutto affare per coloro per i quali, io credo, queste cose sono state pensate e realizzate: la parte debole della societá. Dobbiamo fare soldi, realizzare profitti, dobbiamo competere con il Brasile, con l’India, con la Cina e con tutto il mondo intero in via di sviluppo. Ma tutto ció che stiamo facendo é avvolgerci in un mantello che dice: “Oh, si puó lavorare meno, si deve guadagnare di piú,” “si puó andare in pensione prima.” Non funziona. Non paga. Una volta pensato attentamente a tutto questo, il mercato é ció che dà profitto, il profitto ci dá le tasse, le tasse ci danno il buono stato sociale in ogni stato libero.

E ancora:

Il mio partito non é anti-europeo affatto. Vogliamo un’Europa con cui fare affari, collaborare, saremo perfino ottimi vicini di casa. Personalmente ho un grande affetto per l’Italia e gli Italiani, e per 7 anni, quando facevo un lavoro diverso quando ero nel business, ho avuto un’agenzia a Milano ed ho speso un sacco di tempo a girare l’Italia, in affari con aziende italiane. E, come ho detto in precedenza, noi non siamo meglio, non siamo peggio, siamo certamente, peró, molto differenti da voi. Rimaniamo con le nostre proprie forme di governo, monete, lingue, culture. Saremo uniti, faremo affari, saremo amici e buoni vicini e ci siederemo attorno a un buon piatto di spaghetti con il vostro delizioso vino, e saremo amici. Ma non dovremmo essere forzati insieme nella stessa unione politica, e il mio partito continuerá a portare avanti questa politica, per un Regno Unito libero, indipendente e democratico, non governato da Herman Van Rompuy, Barroso o altri orribili insignificanti burocrati che adesso stanno comandando le vite di 500 milioni di persone, nei fusi orari europei.

Vi chiedo: queste sono parole di un pericoloso estremista o di un intellettuale coraggioso, di un liberale moderato, di un vero democratico?

Merita davvero di essere liquidato come “populista”? O forse sono le sue idee, così semplici eppure rivoluzionare, a far paura? E’ così scandaloso informarsi, riflettere, discutere?

Non su questo blog, che apre il dibattito su Farage. E che di Farage tornerà ad occuparsi, statene certi.

Marcello Foa
Fonte: http://blog.ilgiornale.it/
Link: http://blog.ilgiornale.it/foa/2013/05/05/non-chiamatelo-populista-nigel-farage-va-preso-sul-serio/

Gli stregoni del male (Byoblu Loretta Napoleoni)

corel
da Byoblu di Loretta Napoleoni 5/06/2013

I debiti delle banche li pagano i risparmiatori, ecco il nuovo mantra di Eurolandia. Peccato che in Italia i media tradizionali lo ignorino, nascondendo dietro le beghe politiche ed i tentativi di Bersani di formare un governo i pericoli che minacciano il paese da oltralpe. Esistono infatti alcune similitudini raccapriccianti tra Cipro ed il nostro paese che si vogliono nascondere.

Il “salvataggio” di Cipro rappresenta un cambiamento radicale della strategia fino ad ora seguita dall’Unione Europea per arginare la crisi del credito. Per la prima volta il peso del debito viene spostato dalla banca ai clienti, che l’UE definisce investitori, ma che in realtà sono risparmiatori.
Dal crollo della Lehman Brothers la politica dei governi è stata sempre la stessa: sostenere le banche per evitare che si diffondesse sui mercati il panico. Tutti i salvataggi sono avvenuti dando fondo alle presse, e cioè stampando carta moneta. In Europa la BCE in meno di un anno ha elargito alle banche 2 mila miliardi di euro in cambio di obbligazioni di tutti i tipi. Faceva parte di questa strategia anche la riduzione progressiva del debito attraverso una serie di “rinegoziazioni” ad hoc. Alla Grecia il settore privato ha abbonato il 75 per cento del debito, che significa che per ogni euro questa nazione restituirà 25 centesimi. Alla fine del 2012 anche istituzioni sovranazionali quali la BCE e l’UE hanno scontato parte del debito greco. E molti in quell’occasione hanno pensato che la soluzione del problema fosse l’affrancamento di una parte del debito. Ebbene si sbagliavano.
Costringere il governo cipriota a prelevare dai conti superiori a 100 mila euro una percentuale, ancora non ben stabilita, che potrebbe essere anche il 40 o 50 per cento ci dice che la politica di Bruxelles è cambiata radicalmente. Ed infatti le quotazioni della Banca Intesa San Paolo e dell’UniCredit sono crollate del 6 per cento, lo stesso vale per quelle della Societe’ Generale francese. Senza le continue iniezioni di liquidità della BCE queste banche farebbero la fine della Laiki cipriota, sarebbero smembrate ed i depositi verrebbero usati per riempire i buchi neri del debito. Fino a quando la BCE pomperà denaro in queste banche? Domandiamocelo. La crisi cipriota è scoppiata perché la BCE improvvisamente ha chiuso i rubinetti della liquidità.

E veniamo alle similitudini tra Cipro e l’Italia. Il rapporto tra il PIL di Cipro e la ricchezza monetaria depositata nelle banche era il più alto in Europa, che significa? Che rispetto al PIL il sistema bancario era molto grande, o meglio, sproporzionalmente grande. In Italia il rapporto tra PIL e la ricchezza delle famiglie presenta una sproporzione simile. A Cipro tutti sappiamo c’erano i soldi dei russi e degli stranieri perché era un paradiso fiscale, e quindi si è voluto utilizzare quel denaro per coprire il buco del debito. Eticamente parlando si è detto: rubare ai ladri è giusto e quindi facciamolo. Nessuno ha obiettato che rubare è sbagliato a prescindere da chi si deruba. In Italia sarà più difficile attingere al patrimonio delle famiglie ma se questa è la nuova strategia è chiaro che la Troika imporrà una patrimoniale insieme ad un prelievo forzoso nel caso in cui il paese chieda aiuto o lo si voglia lasciar andare come Cipro. E di nuovo si userà la morale spicciola applicata a Cipro: rubare a chi si è arricchito negli ultimi 20 anni è giusto.

Queste politiche sono agghiaccianti perché non sono politiche ma imposizioni totalitarie da parte di istituzioni ed individui non eletti. In passato di fronte a queste crisi si optava per politiche socialiste: nazionalizzazioni, tassazioni, patrimoniali e così via. Si trattava di misure altrettanto drastiche che però erano giustificate dalla ragione di stato. Era questa che le legittimava. Ed anche se tra la popolazione non erano popolari, tutti ne intuivano la necessità. Oggi la parola socialista appartiene al dizionario dei termini obsoleti, chi la pronuncia viene paragonato agli untori del Manzoni, gente che porta jella si direbbe a Roma. Eppure ciò che l’UE ha fatto fino ad ora, la stessa politica della Troika nell’Eurozona, è un esempio moderno di politiche totalitarie dirette a salvare il cuore di questa costruzione monetaria a scapito della periferia. E qui sta la differenza con le politiche classiche socialiste: i sacrifici di una o piu’ nazioni servono a salvarne altre, evitano a queste di confrontarsi con i loro errori. Chi ha fatto entrare Cipro in Eurolandia nel 2008? I paesi forti dell’UE. Chi ha rifiutato la Turchia? Sempre loro. E chi ne paga le conseguenze? I cittadini della periferia. Ecco l’unione che abbiamo creato. Adesso il ladrocinio si è allargato agli stranieri, ai russi. La prossima mossa sarà attaccare i benestanti della periferia dopo aver dissanguato la classe media ed i poveri. Succedera’ in Spagna o in Italia. E’ inevitabile, dove le banche continuano a produrre bilanci in rosso frutto di un’alchimia finanziaria degna dei peggiori stregoni del male.

I talk show politici dovrebbero parlare di questo, invece di giocare al Bingo di chi comparirà nel nuovo governo.

Di quale futuro parliamo?(la scelta di Napolitano)

Fonte Byoblu 30/03/2013 attualità

Quando si critica il Movimento Cinque Stelle, accusandolo di irresponsabilità, lo si fa sempre parlando di “futuro”. Siccome non è possibile accusarlo con una qualche credibilità di essere responsabile della crisi economica, politica e istituzionale che ha colpito questo Paese (essendo una chiara responsabilità dei partiti), allora si dice che esiste anche una responsabilità sul futuro, di cui si può essere artefici oppure ostacoli.

E’ vero: una volta che si viene eletti, si ha la chiara, ovvia responsabilità di permettere a un futuro migliore di realizzarsi, altrimenti non si capisce a quale scopo si dovrebbe sedere nelle aule del Parlamento. Tuttavia è necessario chiarirsi su una cosa di fondamentale importanza: di quale futuro parliamo? Se il futuro che avete in testa è quello che ha come orizzonte temporale i prossimi mesi, i prossimi giorni, addirittura le prossime ore, allora è vero: il Movimento Cinque Stelle è una spranga di ferro incastrata fra gli ingranaggi del potere, e non permette al meccanismo di girare come ha sempre fatto, silenziosamente, senza problemi. Tuttavia, se il vostro orizzonte degli eventi spazia in una dimensione temporale più ampia, scrutando la curvatura di una visione lucida, sulla quale traccia una rotta certamente più lunga, ma precisa e predeterminata, allora questo momento può essere visto come un passo intermedio, un momento necessario per consentire alla nave, al Paese di raggiungere mete che, senza un progetto di ampio respiro, resterebbero macchioline distanti, tenui ombre che tremolano in lonantanza, presenti su una cartina disegnata da chi ha avuto l’ardire di immaginarle e anche, coraggiosamente, di provare a raggiungere.

Nessuna visione a corto raggio può restituire all’Italia la speranza di cambiamento: il cambiamento o è totale, o è totalmente finto. Ma per cambiare davvero, occorre guardare lontano, così come per uscire da una gabbia dorata occorre prima rompere i cardini arruginiti su cui una porticina sprangata da troppo tempo non è più in grado di ruotare.

E allora, di quale futuro parlate, quando parlate di futuro?

L’inceneritore di Parma. La verità di Federico Pizzarotti


L’inceneritore di Parma è stato il pezzo forte della campagna elettorale di Federico Pizzarotti. Cosa ne è di quella promessa, a distanza di qualche mese dalle elezioni? Con il vostro aiuto (nei titoli di coda il ringraziamento a coloro che hanno scelto di comparire tra i contributori), sono andato direttamente al Comune di Parma, mercoledì scorso, a chiederlo al sindaco. Un documento che potrà fungere da base di discussione per tutti quelli che desiderano approfondire l’argomento. Qui il .video Sotto, la trascrizione.

LA MIA VERITA’ SULL’INCENERITORE DI PARMA intervista a Federico Pizzarotti
Claudio Messora: Federico Pizzarotti, il primo sindaco a 5 Stelle di un grande comune come Parma. Grandi onori, grande prestigio, grandi rogne.
Una campagna elettorale all’insegna di “col fischio che faremo l’inceneritore”, adesso però in giro si dice che questo inceneritore si farà, e quindi questo fatto ti viene addebitato: fai le promesse e elettorali e poi non le mantieni.

Federico Pizzarotti: È come viene anche posta no? Perché giustamente da tutta Italia non possono conoscere la problematica della nostra città e del nostro inceneritore, del suo percorso, che arriva da molto lontano, da molto prima che ci fossimo noi, perché parte dal 2005 tutto l’iter. Quindi se potessi riassumerla non è con il fischio che noi lo faremo, ma con il fischio che noi lo vogliamo, perché il punto era che la costruzione era già iniziata nel 2010. Quando siamo arrivati al governo di questa città l’inceneritore era già al 70%, quindi la nostra battaglia e il nostro intento è il fermarlo, non è il farlo partire, perché era già partito.

La cittadinanza di Parma aveva già cercato di volersi esprimere nel non volere un impianto di questo tipo, c’era stato un coordinamento che aveva creato una richiesta di referendum, che poi era stata bocciata dall’allora Affari Istituzionali del comune di Parma. Quindi destra e sinistra, insieme, avevano detto che quel referendum non poteva essere accolto: già al tempo era stata negata la possibilità di esprimersi, cioè se l’impianto fosse o meno voluto dalla cittadinanza.

Il punto è questo, quindi: che cosa fare con un impianto, come dire, in questo stato di avanzamento di costruzione? Noi abbiamo seguito diverse strade.

Inizialmente abbiamo verificato quale fosse il percorso di affidamento dello smaltimento rifiuti di Parma e provincia, con Iren, con l’impianto di incenerimento che veniva messo a valle di tutto quello che è la raccolta dei rifiuti. I nostri tecnici si sono documentati circa la scadenza di affidamento che, dal nostro punto di vista, non era del dicembre 2014, ma dell’ottobre 2012. Dico il nostro punto di vista perché tanti altri enti si sono espressi con date diverse: l’organismo che doveva decidere ha detto che era giusto dicembre 2014, la Regione ha detto un’altra data ancora. Adesso grazie alla nostra inchiesta, grazie al nostro lavoro, è iniziato il percorso che porterà tutto il sistema rifiuti della provincia di Parma ad andare a gara con un bando europeo, e lì si potranno inserire dei criteri anche di merito sulla gestione dei rifiuti.

Un altro punto è vedere quale è stato l’iter autorizzativo di costruzione di questo impianto, perché ricordiamoci sempre che la magistratura, che ha indagato e con con cui noi abbiamo collaborato fornendo indicazioni e informazioni, ha già stabilito che al di là del non avere ritenuto di sequestrare l’impianto, che era la richiesta fatta dalla procura e per cui adesso siamo al terzo grado di giudizio, in cassazione, per appoggiare la richiesta di sequestro, comunque ha già espresso il fatto che vi sono stati dei gravi atti di corruzione e delle mancanze per quanto riguarda le gare di appalto della costruzione e di altri parti dell’impianto. Tutto nasceva quindi sotto un cappello di non chiarezza e sicuramente non trasparenza. Abbiamo approcciato tutto l’iter autorizzativo della costruzione, delle richieste, per vagliare se fosse tutto corretto.

Il terzo punto era questo. Avevamo avuto contatti con una azienda olandese che si occupa, nel mondo, di smontare e recuperare parti di questi impianti, per poi rivenderli e riconvertirli in altri impianti. Serviva ovviamente una collaborazione tra l’azienda che doveva cedere e smontare l’impianto e questa azienda olandese. Questa collaborazione non c’è stata. La risposta è stata: “Se volete ci presentate un vostro piano e poi lo valuteremo”. Ma per costruire un piano di questa entità e che implichi questi costi serve un fitto lavoro di collaborazione. Evidentemente la disponibilità non c’era.

Quindi non mi sento di dire che sono state promesse disattese, perché il nostro impegno c’è, c’è tutti i giorni e ci sarà, perché quando partirà il punto è che ci sono sempre le emissioni da verificare, ricordiamocene. Questo sì che lo può fare il sindaco. Nel momento in cui c’è uno sforamento, quindi un pericolo per la salute, il sindaco, come massima autorità sanitaria comunale, può bloccare un impianto di questo tipo come è già avvenuto per altri impianti simili in Italia che hanno sforato le emissioni,. Però si può agire lì, non c’è adesso un’altra forma.

Arrivano molti attacchi, da qualsiasi testata nazionale di informazione, da esimi Onorevoli che smaniano per dare un’opinione, forse per ripulirsi da quello che hanno fatto loro negli anni. Perché ricordiamo che questo impianto è stato voluto sia dalla destra che dalla sinistra, che hanno mandato avanti l’iter di costruzione mentre c’erano già associazioni che dicevano: “Ripensiamoci, cerchiamo di fare un modello alternativo”. Queste associazioni presentavano proposte concrete su quale potesse essere un modo diverso di gestire i rifiuti. Inizialmente le risposte erano: “Non è applicabile, voi ci state vendendo il mondo dei sogni”. Ma il Comune e la Provincia di Reggio Emilia, per fare un esempio, hanno dismesso, perché a fine vita, il loro inceneritore, e stanno andando verso questo tipo di impianti di trattamento, quindi vuole dire che la possibilità c’è, è sempre una questione di volontà. Sentirmi dire che noi abbiamo disatteso le promesse, quando il nostro impegno è questo, cioè portare avanti una battaglia anche culturale per fare capire che impianti di trattamento di questo tipo sono sbagliati, perché non riusano, non riciclano correttamente le risorse che potrebbero essere riutilizzate, perché in un pianeta finito non possiamo pensare che bruciare materie prime sia qualche cosa che porti giovamento a qualcuno… Non regge dal punto di vista economico, perché si basa su tanti incentivi statali, senza i quali economicamente le tariffe aumenterebbero ancora di più: non dà vantaggi ai cittadini.

C’era stato venduto che avendo l’inceneritore si sarebbero abbassate le tariffe, mentre abbiamo già dimostrato più volte, e lo dimostra il piano economico finanziario, che il livello di costo alla tonnellata rimarrà lo stesso, quindi senza vantaggi. Ci sono altri inceneritori in Italia, fatti in precedenza, con la stessa logica di un grande tonnellaggio, che importano rifiuti perché non riescono a mantenersi in piedi dal punto di vista economico. Dal punto di vista della salute, l’Emilia Romagna è una delle regioni più inquinate al mondo. Tutti avrete visto le immagini in cui è in rosso tutta la Pianura Padana, a causa della sua conformazione geografica ma anche perché abbiamo 8 inceneritori in una regione così piccola e abbiamo la Via Emilia. Una serie di situazioni fortemente inquinanti, insomma: noi non vogliamo aggiungere qualche cosa a questo quadro. Penso che sarebbe fortemente sbagliato.
Perché non arrivano gli stessi attacchi per chi ha fatto cadere giunte, con persone arrestate, per chi non ha saputo gestire i soldi dei cittadini? Ci accusano solo perché combattiamo per una cosa che è ovviamente molto grande, perché sottende a dei poteri economici e anche a un modello di sviluppo, ma io penso che noi abbiamo veramente la coscienza pulita.

Claudio Messora: Ho letto la ricostruzione che voi state pubblicando in questi giorni, e si parla della Provincia. Era una materia cioè di competenza della provincia? Mi sembra di aver capito che la Provincia non è stata molto collaborativa nei vostri confronti.

Federico Pizzarotti: Il piano di gestione rifiuti, quando partì, era di ambito provinciale. E il Presidente della società che gestiva il piano dei rifiuti, in passato, era il sindaco del comune di Parma. Non il sindaco arrestato, ma quello prima, quindi di area centrodestra. Quindi avevamo l’area centrosinistra (la provincia, che voleva questo tipo di impianto) e il centrodestra, il sindaco passato, che lo avallava completamente. Si trattava di un sistema coeso nel volere fare questo tipo di impianto.

Claudio Messora: Però se non mi sbaglio, da questa ricostruzione emergerebbe che a gennaio dell’anno scorso la vecchia giunta comunale si era opposta alla riapertura del cantiere del termovalorizzatore, che era stato chiuso per via di alcuni esposti. Me lo confermi, vero?

Federico Pizzarotti: Sì perché secondo il Comune c’era un abuso nella costruzione dell’impianto. Quindi c’era stata una sospensione, una chiusura dei cantieri in conseguenza della quale erano tutti sollevati per la possibilità di poterlo ridiscutere. C’era solo la parte in cemento, non c’erano ancora gli impianti veri e propri, quindi tutto poteva essere ancora fatto. Nessuno vuole demonizzare l’azienda: noi vogliamo solo un impianto diverso. Il nostro messaggio è che noi vogliamo un trattamento che non bruci i rifiuti. Quindi in quel momento l’impianto era chiuso.

Poi cadde la giunta, ma nel frattempo il Comune non si era fatto parte diligente nel controbattere al successivo giudizio del Tar, che dava nuovamente il via ai lavori. Nella memoria che era stata depositata per giustificare la sospensione, dai documenti sparirono delle parti che potevano confermare la validità della decisione, ovvero che la richiesta non era stata fatta solo per mere ragioni di opposizione politica.

Claudio Messora: Un atto quindi, presumibilmente, di sabotaggio?

ByoBlu: Si può cambiare la legge elettorale anche senza Governo (le balle della Bindi)

corel
da http://www.risciocalcolato.it 11/03/2013 attualità
proposito delle balle del PD…

ByoBlu – Tutte le Bindi-Balle sulla Costituzione
di Paolo Becchi, venerdì 8 marzo 2013

(….) Il Pd continua a ripetere, ossessivamente, che il prossimo Governo dovrebbe anzitutto provvedere alla riforma della legge elettorale (Porcellum), la quale avrebbe portato all’ingovernabilità.

Al contempo, però, sostiene che, con il Governo dimissionario attuale in prorogatio, questa riforma non potrebbe, a norma della Costituzione, essere approvata dal Parlamento.

Il che è, come si è detto, palesemente falso.

La domanda, allora, è la seguente: non sarà forse che il Pd non ha alcuna intenzione di modificare la legge elettorale in questa situazione politica, perché, se si andasse alle urne nei prossimi mesi con una legge “maggioritaria”, che assicuri la “governabilità”, al Governo rischierebbe di finirci il MoVimento 5 Stelle?

Ed allora si fa questo gioco: si dice che priorità del Pd è riformare la legge elettorale, ma che l’unico modo per fare questo è che il Parlamento voti la fiducia ad un Governo Bersani.

Tutto ciò, dal punto di vista costituzionale, è falso, lo ripeto ancora. Il Parlamento può riunirsi ed approvare una modifica dell’attuale legge elettorale, senza bisogno di alcun nuovo Governo.

Non lasciamoci ingannare. Se davvero si volesse a tutti i costi eliminare il Porcellum, si potrebbe fare in un’ora. Se davvero si dicesse “dobbiamo essere responsabili, la priorità è non tornare a votare con questa legge elettorale”, allora si potrebbe arrivare ad un primo compromesso: far rivivere, con un semplice tratto di penna, la precedente legge, il Mattarellum, che certamente assicurava la governabilità, pur non essendo la legge elettorale “ideale”. Non sono certo il primo a dirlo e sostenerlo, ma è evidente che basterebbero pochi minuti, basterebbe che il Parlamento approvasse una legge di un solo articolo che dica: l’attuale legge elettorale è abrogata. Rivive la precedente.

Tutte le complicazioni, i se…, i ma… del Partito Democratico sono scuse, niente altro, manovre di tattica politica.

Un solo articolo di legge, ed avremmo eliminato il problema.
Un solo articolo di legge, ed avremmo eliminato il problema.

.. leggi tutto l’articolo su Byoblu http://www.byoblu.com/post/2013/03/08/Le-Bindi-balle-sulla-Costituzione.aspx

Due tedeschi su tre rivogliono il marco

corel
Fonte Byoblu del
4 marzo 2013 attualità
Gli
obiettivi di “Alternativa per la Germania” sono indicati molto chiaramente nel manifesto pubblicato sul suo sito:

1.La Germania non deve più garantire i debiti degli altri Stati, in conformità al Trattato di Mastricht.
2.La moneta unita deve essere abbandonata. Tutti gli Stati dovrebbero poter uscire dall’euro e organizzare delle unioni monetarie maggiormente convenienti per loro (“un euro del nord” e “un euro del sud”) oppure introdurre dei sistemi monetari paralleli.
3.Bisogna indire un referendum prima che la Germania consenta di cedere una parte considerevole di sovranità nazionale.
L’obiettivo che il nuovo partito anti-euro si pone è quello di superare il 5% alle elezioni nazionali di Settembre, soglia di sbarramento per l’entrata nel Bundestag. Ovviamente non sarà facile, visto anche il brevissimo lasso di tempo che avrà per presentare il progetto ai cittadini. Tuttavia, un significativo contributo al successo potrebbe venire dalle regioni più ricche, come ad esempio la Baviera, dove più forte è il risentimento contro le politiche di riequilibrio europee. Per ora i leader dei comitati cittadini bavaresi, che nelle scorse elezioni locali hanno ottenuto circa il 10% dei consensi proprio avanzando proposte anti-euro, hanno declinato l’offerta di alleanza da parte dei fondatori di “Alternativa”. Ma non è escluso che un accordo potrebbe arrivare in futuro. E in ogni caso, un altro obiettivo dichiarato di “Alternativa per la Germania” è quello delle elezioni europee 2014, dove non esiste alcuna soglia di sbarramento.

I dirigenti del nuovo partito sanno di potersi rivolgere, del resto, ad un elettorato piuttosto eterogeneo e composito, ma accomunato da un medesimo sentimento: unn crescente euroscetticismo. Come già da mesi accade in Gran Bretagna, infatti, anche in Germania sta aumentando il risentimento dei milioni di cittadini che non accettano di dover risanare, tramite le proprie tasse, i conti disastrati di altri Stati membri dell’UE (l’ultimo caso è quello del salvataggio di Cipro). I recenti sondaggi parlano chiaro: 2/3 dei Tedeschi preferirebbe il ritorno al marco, e quasi la metà di loro si mostra convinta del fatto che, se l’Unione Europea non esistesse, in Germania si vivrebbe ugualmente bene o addirittura meglio. Solamente un terzo dell’elettorato tedesco si dichiara favorevole ad un’eventuale accelerazione del processo di integrazione.

Il Giornalista Ruzzle (Claudio Messora)

da byoblu 5 marzo 2013 claudio Messora attualita

E’ dura la vita del Giornalista Ruzzle. Bisogna sforzarsi costantemente di ignorare il significato evidente di quello che viene detto. Bisogna avere fantasia e reinterpretare più e più volte le stesse parole, disponendole in ordine diverso, magari anche casuale, finché non assumono possibili significati originali. L’importante è segnare punti, tirare fuori le dichiarazioni più improbabili tra tutte quelle possibili, quelle più adatte a farci titoli o didascalie.

Funziona così. Entra il conferenziere e mostra il nuovo tabellone delle parole. Fa cioè il suo discorso di base, dove in gran parte è già tutto chiaro e, all’apparenza, non ci sono significati diversi da quelli lapalissiani. Il conferenziere cerca di essere il più chiaro possibile: il suo scopo è quello di non farsi fraintendere. Se ci riesce, vince il banco e si ha un Paese migliore. Quando il conferenziere termina di esporre i concetti chiave, è il turno del Giornalista Ruzzle, che deve scomporre e ricomporre all’infinito le stesse frasi. Può cambiarle a piacimento quante volte vuole, facendo e rifacendo domande simili, cui viene alternativamente invertita la punteggiatura, l’ordine degli avverbi, la sequenza delle intonazioni e così via. Se il Giornalista Ruzzle riesce a confondere il conferenziere e a fargli dire qualcosa che abbia anche solo una possibilità di essere interpretato in un senso millimetricamente diverso da quello iniziale, segna punti. Ci sono concetti che raddoppiano i punti guadagnati. Per esempio, se il Giornalista Ruzzle riesce a rendere malinterpretabile una dichiarazione del conferenziere riguardo ai temi della democrazia, )del fascismo (un evergreen)<, della fiducia e altre questioni sensibili, quando chiama in redazione per andare in stampa può anche triplicare il suo score.

I Giornalisti Ruzzle sono in competizione tra loro. Chi fa lo score più alto vende più giornali e non perde il suo lavoro precario. Il cittadino perde sempre.

Tutti i numeri della rivoluzione: 15 milioni di italiani hanno cambiato voto

da byoblu “/03/2013 di Bruno Poggi attualità

Hanno perso tutti. Il dato più evidente che emerge dalla competizione elettorale svoltasi il 24 e 25 Febbraio 2013 è che, ad eccezione naturalmente del Movimento 5 Stelle, corel

rispetto alle precedenti elezioni politiche. La tabella seguente seguente mostra il calo in termini percentuali:
Comparazione dei voti in valori assoluti dei partiti
Comparazione dei voti in percentuale dei partiti
alle elezioni politiche del 2008 e quelle del 2013-02-28
2008 2013 Diff %
PD 33,18 25,42 – 7,76
IdV + Sinistra Arcobaleno (*) 7,45 5,45 – 2,00
Sel + Rivoluzione Civile
PdL 37,38 21,56 – 15,82
Lega Nord 8,30 4,08 – 4,22
UdC 5,62 1,78 – 3,84
Destra 2,43 0,64 – 1,79

Ancora più significativa è la tabella seguente, che mostra la variazione (sia in valori assoluti che in percentuale) dei voti realmente espressi.

alle elezioni politiche del 2008 e quelle del 2013-02-28
2008 2013 Diff V.A. Diff.%
PD 12.095.306 8.644.523 – 3.450.783 – 28,5
IdV + Sinistra Arcobaleno (*) 2.718.322 1.854.597 – 863.725 – 31,8
Sel + Rivoluzione Civile
PdL 13.629.464 7.332.972 – 6.296.492 – 46,2
Lega Nord 3.024.543 1.390.014 – 1.634.529 – 54,0
UdC 2.050.569 608.210 – 1.442.359 – 70,3
Destra 884.961 219.769 – 665.192 – 75,1
Totale 34.403.165 20.050.085 -14.353.080 -41,7

(*) Nel 2008 Vendola faceva parte della Sinistra Arcobaleno mentre Di Pietro, che nel 2013 faceva parte di Rivoluzione Civile di Ingroia, aveva una propria lista apparentata con il PD. Abbiamo quindi ritenuto più realistico comparare i dati sommando IdV e Sinistra Arcobaleno per il 2008 e SeL e Rivoluzione Civile per il 2013 senza tenere conto che i primi erano apparentati col PD e i secondi no.

Come si vede, il partito che ha avuto il calo maggiore in termini di numero di voti è quello di Berlusconi, che ha perso oltre sei milioni di voti, cioè quasi la metà dell’elettorato. Risultato analogo ha avuto la Lega Nord (-54,0%), mentre i partiti di sinistra hanno un calo medio intorno al 30% (-28,5% il PD, -31,8% la sinistra radicale). Il calo maggiore in termini percentuali lo ha avuto l’UdC che ha perso 7 elettori su 10 e soprattutto La Destra di Storace (che, ricordiamolo, è rimasto fuori dal Parlamento), che ha perso i tre quarti del suo elettorato.

La portata rivoluzionaria di questa tornata elettorale è testimoniata dal fatto che oltre 4 elettori su 10 ha cambiato il proprio voto (alcuni magari rifugiandosi nell’astensione) pari a 14.353.080 persone. I partiti che non erano presenti nel 2008 e che hanno ottenuto un risultato significativo sono due: la Lista Civica di Monti (2.824.065 voti) e soprattutto il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo (8.689.458 voti). Se a questi due partiti si somma il dato di coloro che si sono astenuti a quest’ultima tornata elettorale, e che invece hanno votato nel 2008 (ovvero 2.603.028 elettori), otteniamo la somma di 14.116.551 persone.

Ma in che proporzione si sono distribuiti gli elettori? Per capirlo abbiamo effettuato un’analisi dei flussi elettorali nelle recenti elezioni operando un confronto fra le elezioni per la Camera dei deputati del 2008 e del 2013. Per chi vuole approfondire la metodologia di calcolo dei flussi elettorali rimandiamo all’Appendice statisticaal termine del presente articolo. La prossima tabella evidenzia graficamente i flussi di voto tra i partiti:
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Come appare evidente dal grafico il PD cede la quasi totalità dei suoi elettori in uscita al M5S di Grillo (il 95%) mentre il partito di Berlusconi ha uno spettro più ampio: il 49% degli ex elettori PdL vota M5S, il 15% Monti, il 4% altri e quasi un terzo (il 32%) si rifugia nell’astensione (la stragrande maggioranza di coloro che in questa tornata non si sono recati alle urne proviene dalle fila del centro-destra). Però il dato è ingannevole, per la buona ragione che il PdL ha perso numericamente molti più voti del PD. Se trasformiamo queste percentuali in valori assoluti, si scopre che il partito di Bersani ha ceduto al quello di Grillo circa 3.280.000 e quello di Berlusconi diecimila in meno: 3.270.000. Se a questi aggiungiamo quelli in uscita dalla Lega che, soprattutto in Veneto e Piemonte, hanno dato la preferenza al M5S, scopriamo che dei quasi 9 milioni di elettori del partito di Grillo oltre la metà proviene da elettori che alle precedenti elezioni avevano votato per partiti del centro-destra. Siamo sicuri che appoggerebbero un governo con il Partito Democratico?

APPENDICE STATISTICA L’analisi statistica dei flussi elettorali è una disciplina che si è sviluppata a partire dagli studi del Goodman per poi giungere a modelli di elevata complessità statistica. Il problema tipico che ci si pone di fronte a questi studi è la possibilità di inferire il comportamento dei singoli individui dall’osservazione dei comportamenti dei gruppi, un problema, appunto, d’inferenza ecologica. Nel caso dei flussi elettorali l’intuizione di Goodman fu che essi possono essere descritti da una funzione lineare. Detto cioè Pi(a) il risultato del partito Pi nell’anno a, il risultato del medesimo partito, o di altri, nell’anno b può essere così descritto dal punto di vista matematico: Pi(b) = Gi1P1(a)+…..GinPn(a). Il problema quindi si risolve nella ricerca dei coefficienti Gij di una matrice i cui marginali di riga e di colonna non sono altro che i risultati dei partiti negli anni b e a. Dato quindi un qualsiasi territorio lo si suddivide in più parti e si raccolgono i dati a livello di queste celle di territorio, tipicamente le sezioni elettorali, per poi utilizzarli per un fit multilineare volto al calcolo dei coefficienti Gij. Questo modello, semplice e potente, si basa su due assunzioni. La prima è che la popolazione della cella osservata non vari tra gli anni a e b, l’altra è che i coefficienti Gij siano gli stessi in ogni cella del territorio.
Nel nostro caso vengono stimati per singole città sulla base dei risultati delle sezioni elettorali. Si tratta di stime statistiche, e quindi di misure affette da un certo margine di incertezza. In questa occasione il margine di incertezza è più elevato del solito, come si spiega nella nota in appendice. Si tenga quindi presente che i dati che seguono costituiscono delle mere stime di tendenza. Le nostre analisi sono effettuate «su elettori» e non «su voti validi», al fine di poter includere nel computo anche gli interscambi con l’area del non-voto (astenuti, voti non validi, schede bianche).

Indubbiamente il primo interrogativo che si pone in queste elezioni è quello relativo all’origine dei voti al Movimento 5 stelle. Naturalmente i contributi maggiori vengono dai partiti maggiori, per cui occorrerà essere molto cauti nell’interpretazione politica di questi dati. Nella maggioranza delle città considerate il principale tributario è rappresentato dal Partito democratico. Questo vale soprattutto nel Centro-nord: il flusso maggiore al M5s viene dal Pd a Torino, Brescia, Bologna, Firenze, Ancona (unica eccezione Padova col flusso dalla Lega); lo stesso vale per Napoli, ma non vale per le altre due città del Sud analizzate, Reggio Calabria e Catania. Il secondo contributo importante al M5s viene dalla Lega, soprattutto nelle zone “bianche”: a Brescia il 30 % di coloro che hanno votato M5s è rappresentato da persone che avevano votato LN nel 2008, e questa percentuale è ancora superiore a Padova (quasi la metà dei voti al M5s è di ex votanti Lega).

Un Parlamento senza Governo (Claudio Messora)


L’intervento di Claudio Messora, ieri su “La Cosa”, la tv di Beppe Grillo [click]

di Paolo Becchi

«Non capisco come una mano pura possa toccare un giornale senza una convulsione di disgusto», scriveva Baudelaire. Difficile dargli torto. Le prime pagine dei quotidiani italiani – con «La Repubblica» in testa – hanno dato ieri prova del ruolo servile della stampa nei confronti del Regime. Secondo quanto riportano i nostri giornali, infatti, la «base» del MoVimento 5 Stelle sarebbe «insorta» contro la chiusura di Grillo nei confronti di Bersani. Come fanno a non capire? Non capiscono che un movimento forte, di opposizione radicale all’immoralità ed alla disonestà di questo Regime, di questa “casta”, non scenderà mai a compromessi con essa? Non capiscono che deputati e senatori del MoVimento non passeranno mai dall’altra parte? Il MoVimento lo ha ripetuto fin dall’inizio, fin dal suo atto di nascita: è una forza di opposizione al Regime, è contro i vecchi partiti e la vecchia logica politica. Questa è l’essenza del MoVimento, non compromettibile.

Ora si sta cercando di farla “saltare”, di dividere il MoVimento all’interno in nome della «governabilità», parola d’ordine di questi giorni. Da Bersani a Napolitano, da Berlusconi a Monti, tutte le vecchie forze politiche invocano l’esigenza di garantire governabilità in questo Paese. Ma chi ha detto che serva un nuovo Governo per garantire “governabilità”?

Il MoVimento 5 stelle ha definito la sua linea:
1.non parteciperà ad un governo di coalizione;
2.non voterà la fiducia a Bersani o ad alti esponenti del Pd;
3.è disponibile soltanto a dialogare sulle singole proposte di legge.
Cosa significa? Come far stare questi tre aspetti insieme? I partiti non riescono a capire. Significa semplicemente: nessuna coalizione, nessuna fiducia, perché non ci sarà nessun nuovo Governo, ma soltanto un nuovo Parlamento. La mia è un’ipotesi, sia chiaro, un ragionamento personale. Eppure, forse, non così distante da quella che potrebbe essere la strategia per uscire dall’attuale situazione di stallo, senza dover ricorrere a “governissimi” o “inciuci”: mantenere l’attuale Governo Monti in prorogatio (ossia con limitatissimi poteri di ordinaria amministrazione, di disbrigo degli affari correnti), e concentrare tutta l’attività legislativa nel nuovo Parlamento, per almeno i prossimi 6-8 mesi. Tempo per una riforma elettorale, e per l’approvazione delle leggi più urgenti per il MoVimento: riduzione degli stipendi, trasparenza amministrativa, anticorruzione, taglio dei costi della politica, sgravi fiscali per le piccole e medie e imprese, reddito di cittadinanza. Forse si dimentica che, nel 1996, il governo Dini rimase in prorogatio per 127 giorni, e 126 giorni rimase in prorogatio il quinto Governo Andreotti nel 1979. Per non parlare di quanto accaduto nella recente storia del Belgio, il quale è rimasto “senza governo” per 540 giorni, ossia un anno e mezzo, fino al dicembre 2011.

L’ipotesi è dunque questa: un governo in prorogatio, con poteri di mera amministrazione, ed un Parlamento con pieni poteri legislativi, in cui gli accordi e le convergenze potranno trovarsi solo sulle singole leggi, volta per volta. Mi spiego. La nostra Costituzione prevede, sulla base del principio di continuità delle istituzioni, che il Governo dimissionario (quale è, allo stato, quello di Monti), a partire dall’accettazione delle dimissioni da parte del Presidente della Repubblica, entri in regime di prorogatio, sino alla formazione del nuovo Governo. Per tutto questo periodo, il Governo ha poteri limitati agli “affari correnti”, nel senso che la sua attività sarebbe limitata all’ordinaria amministrazione mentre gli sarebbe preclusa la sfera del cosiddetto «indirizzo politico». In particolare, nel nostro sistema politico si sono sempre emanate circolare dirette a precisare e specificare i compiti ed i poteri del Governo in prorogatio (le più recenti e rilevanti: la circolare Ciampi, quella Amato e la circolare Prodi). Credo che, in questa situazione, occorrerebbe così limitare i poteri del Governo dimissionario:
1.Convocazione del Consiglio dei Ministri solo per adempimenti costituzionali, internazionali e comunitari o casi particolari di necessità e urgenza;
2.Esclusione dell’iniziativa legislativa del Governo (se non nei casi di disegni di legge imposti da obblighi comunitari e internazionali);
3.Esclusione dell’ammissibilità dei decreti-legge;
4.Astensione del Governo nelle questioni concernenti i poteri di nomina di funzionari, salve le nomine, designazioni e proposte ritenute indispensabili per assicurare la piena operatività dell’azione amministrativa.
In questo modo, di tutta l’attività legislativa diviene esclusivo responsabile il Parlamento. Un Parlamento, pertanto, dotato di pieni poteri legislativi e di una piena responsabilità politica. Dal punto di vista costituzionale, è dunque possibile un Parlamento senza Governo. E forse, questo è proprio quello che ci vuole in questo momento al Paese, come in fondo sembrano ammettere gli stessi leader di partito: ciascuno si assuma, in Parlamento, la propria responsabilità.

SCACCO MATTO – Il giorno che iniziò la democrazia

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da byo blu di Paolo Becchi 26 febbraio 2013 – 13.55

Non hanno capito niente! Vengono sconfitti, umiliati, e continuano a non capire. È un fenomeno che non ha precedenti, e che rivela la forza del MoVimento 5 Stelle, la sua novità assoluta. Ci vediamo in Parlamento!, ha sempre ripetuto Grillo: ed in Parlamento, ora, il MoVimento l’ha conquistato, imponendosi alla Camera ed al Senato. Ma loro continuano a non capire.

Basta leggere le recenti dichiarazioni di Vendola: «Interlocuzione con Grillo è un dovere»; o di Moretti (Pd): «Dialogo possibile con loro». E pensano alla “responsabilità nazionale”, alle larghe intese, alle maggioranze trasversali. Possibile che non abbiano capito? Possibile che continuino a ragionare come se il MoVimento fosse un partito della Prima Repubblica? Possibile che non riescano a capire che siamo al tramonto, al collasso non della Prima, ma della Terza Repubblica?

Ormai lo sappiamo quello che è avvenuto. Nei miei Nuovi Scritti Corsari l’ho ripetuto per un anno, seguendo i fatti che hanno portato ”dal colpo di Stato “sobrio di Mario Monti fino al tentativo di Re Giorgio Napolitano di consolidare gli “equilibri” disegnati dall’esperienza del Governo dei tecnici. Ora, finalmente, è tutto finito. Sono finiti, non hanno più possibilità di salvarsi. Ma loro continuano a non capire. : Ha ragione Grillo, quando scrive«Non riescono a capire, non riescono a concepire. Bisogna che li analizzi psichiatricamente. Sono falliti». Non capiscono: continuano a parlare di coalizioni, di intese, di dialogo (ossia: di trattative, negoziati e compromessi tra i corridoi e le segreterie di partito). Pensano, ormai, che il MoVimento sia diventato un partito, come i loro, la cui forza sarebbero i seggi che ha conquistato in Parlamento. Pensano, come scrive Grillo, ad un «governissimo pdmenoelle – pdelle. Noi siamo l’ostacolo. Contro di noi non ce la possono più fare, che si mettano il cuore in pace». Ma perché non avete capito? Eppure Grillo, ancora oggi, ve lo ha detto: «Saremo 150 dentro e qualche milione fuori». Sono i milioni fuori dal Parlamento la forza del MoVimento.

Il MoVimento 5 Stelle è e resterà una forza antiparlamentare (*), ora entrata in Parlamento per metterlo in scacco dall’interno. Una forza democratica, che non crede nei fallimenti e nelle illusioni della rappresentanza, ma nella partecipazione diretta di tutti i cittadini alla politica del Paese. È così semplice: i 150 sono dentro per trasformare la democrazia rappresentativa in democrazia diretta. Nessuna “intesa”, nessun “governissimo”: i partiti sono finiti, perché è iniziata la democrazia.

(*) Paolo Becchi si riferisce evidentemente ai componenti di “questo Parlamento”, che hanno reso la democrazia un concetto vuoto, e non all’istituzione in sè.

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