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CONTI IN TASCA 519.015,45 euro La pensione d’oro di un uomo di Senato

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MALASCHINI ENTRÒ A PALAZZO MADAMA NEL 1973VI USCÌ L’ANNO SCORSO DA SEGRETARIO GENERALE
Fatto Quotidiano del 12/10/2013 Eduardo di Biasi attualità
O ggi è l’esempio, assieme al “politico”Giuliano Amato, delle “pensioni d’oro”. Antonio Malaschini, classe 1947, denunciò all’epoca del governo Monti una pensione di 519.015,45 euro lordi (277.120,70 netti), 43 mi- la e rotti euro al mese, quasi 1.500 al giorno, cui cumulava, nei mesi in cui, fresco pensionato, finì ministro nel governo tecnico del Profes- sore, i 188.868,91 euro (netti 106.005,09) legati alla carica. Come si fa ad andare in pensione con mezzo milione di euro lordi l’anno lavorando per lo Stato? IN BUONA PARTE ciò è dipeso dalle retribu- zioni di Palazzo Madama, l’istituzione nella quale il nostro ha scalato negli anni i ruoli fino alla carica di segretario generale. Quando Malaschini entrò con concorso pub- b1973. Aveva 27 anni e due anni prima si era laureato in Giurisprudenza a Roma con una tesi in Diritto costituzionale. Apresiedere l’assem – blea c’era il Dc Giovanni Spagnolli. Al governo, invece, Mariano Rumor. Malaschini fu quindi consigliere parlamentare a Palazzo Madama con i presidenti Fanfani, Morlino, Colombo, Cossiga e Malagodi. Con la presidenza Spadolini, diventò prima responsabile dell’ufficio ricezione e assegnazione degli atti parlamentari poi direttore del servizio di segreteria e dell’Assemblea. Sempre su propo lico al Senato della Repubblica, era infatti il ta di Spadolini, l’anno è il 1992, divenne vice segretario d’aula, e poi “vicario”. UN ALTROPAIO di presidenti delSenato dopo (Scognamiglio e Mancino), Marcello Pera si- lura il gran ciambellano del Palazzo, Damiano Nocilla, e lui ascende a una delle maggiori cariche amministrative della Repubblica, seconda per importanza solo a quella del segretario generale del Quirinale. Siamo al novembre del 2002. Ambizioso e intelligente, per dieci anni Malaschini tiene in mano la “macchina”del Se- nato, fino al febbraio 2011. Nei dieci anni, calcolano, la spesa del Palazzo aumenta di quasi il 30%. Gli emolumenti del segretario generale, che nel 2007 l’Espressoo calcola in 475 mila euro annui, hanno uno scatto all’insù di altri 60 mila. Le cronache ce lo raccontano amico del presidente Renato Schifani, con cui, in una pausa natalizia dei lavori parlamentari, vola in vacanza alle Maldive. Infine, come è costume conso- lidato,uscito dairuoli delSena- to il nostro è “pensionato” al Consiglio di Stato. Nella propria dichiarazione patrimoniale Malaschini afferma di aver ri- nunciato per tutta la durata dell’incarico a quella retribuzione da Consigliere. Nell’ottobre passato, poi, con decisione ine- dita, addirittura si dimette. Nell’agosto passato, su richiesta della deputata Pdl Deborah Bergamini, il sottosegretario al Lavoro Carlo Dell’Aringa consegnò all’aula una risposta scritta sulle 10 “pensioni d’oro”erogate dall’Inps. Nella classifica, guidata dall’ex manager Telecom Mauro Sentinelli (che riceve mensilmente la bellezza di 91.337,18 euro lordi), figurano i circa 45 mila euro di Vito Gamberale, o i 52 mila di Mauro Gambaro, già direttore generale di Interbanca. Non ci sono però nè i 43 mila di Malaschini, nè i 31 mila di Giuliano Amato, nè i 40 mila di Lamberto Dini e nemmeno i 27.500 dell’ammiraglio Giampaolo Di Paola, che, ministro del governo Monti (era alla Difesa), denunciò una pensione lorda di 329.441,44 euro l’anno (cui aggiungeva una parte mobile di 29 mila euro per “servizi svolti all’estero”). Al conto manca poi sempre una pensione che per anzianità di servizio e ruoli ricoperti dovrebbe spettare a Gaetano Gifuni, predecessore di Nocilla alla segreteria generale di Palazzo Madama. Gifuni passò infatti dal Senato al Quirinale. E vi rimase, prima come segretario generale, poi nella veste inedita di “onorario”fino al gennaio passato.

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L’idea del governo: ridurre gli assegni ai pensionati (decisioni tecniche della grande banda del Loden )

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Fonte articolotre 17/05/2013 readazione attualità
Redazione18 maggio 2013- Prove di Elsa Fornero anche per il nuovo ministro del Welfare Enrico Giovannini.Rispondendo alle domande dei parlamentari, in un question time che altrimenti sarebbe passato inosservato come gli altri, l’ex presidente dell’Istat ha cominciato ad abbozzare le linee di intervento del suo governo.

Al centro del mirino di nuovo le pensioni. Stavolta, però, non dovrebbe essere nuovamente innalzata l’età pensionabile. Più di così infatti non si può fare.

Quindi bisogna facilitare l’uscita anticipata dal lavoro, ma in modo da risparmiare sui conti Inps.

La riforma Fornero, in proposito, aveva già introdotto il principio. Le donne, per esempio, possono ancora ritirarsi a 58 anni con 35 di contributi. La penalizzazione è però drammatica, perché in questo caso tutta l’intera carriere verrebbe rivisitata con il “metodo contributivo” (chi ha quell’età, invece, in molti casi rientra nella “riforma Dini”, che salvaguardava il calcolo col “retributivo” per chi aveva 18 anni di contributi del 1995). L’assegno pensionistico, nel migliore dei casi, verrebbe ridotto di oltre il 30%.

Una seconda modalità già esistente è invece quella della decurtazione percentuale per ogni anno in meno rispetto all’età limite (42 e 5 mesi di contributi per gli uomini, un anno in meno per le donne). Fin qui il 2% l’anno, che in qualche caso può essere considerato “accettabile” (specie per le retribuzioni – e quindi le pensioni – più alte).

L’idea di Giovannini – par di capire, perché di numeri non ne sono stati fatti – è amplificare al massimo questa possibilità, fino a prevedere il part time obbligatorio per gli anziani in aziende che invece assumono giovani (con contratti di apprendistato).

Il governo intende “risparmiare” anche sulla cassa integrazione “in deroga” (per le categorie d’impresa in cui non esiste l’istituto della cig perché aziende e lavoratori non devono versare i relativi contributi): i fondi per quest’anno sono stati lasciati a soli 800 milioni, pur sapendo perfettamente che non basteranno, anche perché i licenziamenti e le chiusure aziendali sono in aumento.

Ma per il governo è anche un modo di “anticipare” il passaggio a regime dell’Aspi (il “nuovo” assegno di disoccupazione previsto dalla “riforma Fornero” che andrà a sostituire sia la cig in deroga che quella straordinaria, oltre alla “mobilità”; ma per un periodo massimo molto più breve).

Nessun dubbio, nostre pensioni distrutte”

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Da Wall street italia 13/04/2013 attualità
Parola di Carmen Reinhart, economista dell’Università di Harvard. In una intervista a Der Spiegel: banche centrali si stanno inginocchiando per fare favore ai governi. Il prezzo sarà pagato dai risparmiatori, ogni giorno.
NEW YORK (WSI) – Lei è Carmen Reinhart, economista dell’Università di Harvard. “Nessun dubbio, le nostre pensioni sono distrutte”, dice senza mezzi termini a href=”http://www.spiegel.de/international/business/interview-with-harvard-economist-carmen-reinhart-on-financial-repression-a-893213.html”>in una intervista rilasciata a Der Spiegel

I governi sono incapaci di ridurre i loro debiti, e le banche centrali si stanno facendo avanti per risolvere la crisi. Alla fine, sentenzia, il prezzo sarà pagato ogni giorno dai risparmiatori.

“Questa crisi non è finita ancora – sottolinea – nè negli Stati Uniti nè in Europa” e il punto è che “nessuna banca centrale ammetterà di star mantenendo bassi i tassi di interesse per aiutare i governi a uscire dalla crisi dei debiti. Di fatto, (le banche centrali) si stanno inginocchiando per aiutare i governi a finanziare i loro deficit”.

E il punto è che non è neanche una cosa nuova, spiega, se si guarda alla storia. Dopo la Seconda guerra mondiale, tutti i paesi alle prese con alti debiti hanno fatto affidamento alla repressione finanziaria per evitare un default che sarebbe stato inevitabile.

Dopo la guerra, i governi imposero infatti tetti sui tassi di interesse ai titoli di stato; ma, ai tempi di oggi, “è la politica monetaria che sta facendo il lavoro. E in una situazione di elevata disoccupazione e bassa inflazione tutto ciò non desta neanche sospetti. Solo quando l’inflazione tornerà a crescere, fattore che prima o poi accadrà, diventerà ovvio che le banche centrali sono diventate sottomesse ai governi”.

E il drammatico verdetto. “Nessun dubbio, le pensioni sono distrutte”. E cira il caso della Francia, dove i fondi pensione pubblici hanno trasferito i loro soldi dai titoli azionari ai titoli di stato. “Non perchè i loro ritorni sono appetibili, ma perchè si tratta di un espediente per il governo”.

E alla domanda: “Dunque, sarebbe utile chiudere alcune banche?”, Reinhard risponde: “Cosa c’è di sacrosanto nei debiti delle banche?”.

COLLASSO INPS: SE NE ACCORGE – E LO NASCONDE – ANCHE REPUBBLICA

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FONTE: ILRIBELLE.COM 4/04/2013 attualità

La Repubblica mette ieri nelle pagine interne questa notizia, molto interne, il primo quotidiano on-line d’Italia per numero di accessi e diffusione. Il titolo è emblematico “L’INPS è quasi al collasso”, e le parole dello stringato articoletto, ripreso con un copia-incolla da Teleborsa, che la Repubblica inserisce all’interno della sezione “Economia & Finanza – con Bloomberg” sul suo sito, non possono essere fraintese.

Eccole:

L’INPS si avvicina al collasso, se non ora, potrebbe accadere nel giro di pochi anni, quando gli attuali lavoratori e futuri pensionati arriveranno a maturare legittimamente il proprio diritto. Che i giovani siano destinati a non percepire mai una pensione è cosa risaputa, ma questa volta non si tratta di un’affermazione pour parler.

Il Patrimonio dell’INPS, che a fine 2011 vantava ben 41 miliardi di euro di attivo, si porterà a fine 2013 ad appena 15 miliardi, secondo i dati forniti dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza.

Una situazione che riflette principalmente due eventi: la fusione INPS-Inpdap avvenuta nel 2012; i mancati pagamenti dei contributi in ambito pubblico. Insomma, i dati certificano che quel matrimonio non si doveva proprio fare…

Infatti, l’ammanco dell’INPS deriverebbe da maxi buco da 10 miliardi portato in dote dall’Inpdap e da circa 30 miliardi di pagamenti di contributi che la Pubblica Amministrazione non ha mai versato. Una situazione che, come conferma il Consiglio di indirizzo e vigilanza, è destinata ad aggravarsi e che testimonia ancora una volta la scelta pessima di unire il pubblico al privato. ( qui la pagina originale)

Al di là della definizione utilizzata, “pour parler”, che lasciamo commentare ai lettori, nell’articoletto si legge senza mezzi termini che il fatto che “giovani siano destinati a non percepire mai una pensione è cosa risaputa”. Risaputa da chi non è dato conoscere, visto che se veramente così fosse allora forse si vedrebbero davvero rivoluzioni di piazza. Ma ben oltre i meri dati, che avevamo dato giorni addietro qui sul Ribelle e che ci sono costati su vari siti, mediante i commenti, l’appellativo di “terroristi dell’informazione”, il dato che emerge da questa operazione, cioè il posizionamento molto interno e nascosto di una notizia del genere, conferma, ove ce ne fosse bisogno, l’assoluta inadeguatezza, incapacità e connivenza dei media di massa.

In altre parole, un tema enorme come questo, secondo la Repubblica, non merita la prima pagina. Almeno non ora, quando cioè ci sarebbe bisogno di parlarne e di prendere misure d’urgenza. Magari più in là, a bubbone esploso, ci si faranno paginate di indignazione e raccolte di firme. Ma per ora, a livello informativo, divulgativo ed esplicativo, così come dovrebbe essere, il nulla di nulla.

Eppure il fatto che la cosa sia stata pubblicata anche sull’autorevole quotidiano nazionale dimostra almeno due cose, se non tre. La prima è che la notizia è certa. La seconda è che a questo punto è chiaro che sono molto più autorevoli i siti indipendenti rispetto a quelli che “dipendono” dalla politica e dalla finanza. La terza, purtroppo, è che sperare di vedere prendere coscienza del reale stato di crollo del nostro Stato da parte dell’opinione pubblica che si informa su tali media è una illusione che almeno qui non possiamo minimamente coltivare. Con tutto quello che ne consegue.

Fonte: http://www.ilribelle.com
Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2013/4/3/collasso-inps-se-ne-accorge-e-lo-nasconde-anche-la-repubblic.html
3.04.2013

LEGGI ANCHE: INPS AL COLLASSO. ADDIO PENSIONI

“NON AVREMO PIU’ SOLDI PER PAGARE LE PENSIONI” HA DAVVERO TORTO GRILLO ?

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>DI di FEDETRADE rischiocalcolato.it 4/02/2013 attualità

Nuovo affondo di Beppe Grillo che dice: “presto finiremo i soldi per pagare le pensioni”. Ennesima trovata populista, oppure vi è un fondo di verità in ciò che dice?

Per capire la veridicità delle affermazioni non ci rimane altro che prendere i dati ufficiali Istat e provare ad interpretarli. Gli ultimi disponibili sono relativi al 2010, anno rispetto al quale alcune condizioni economiche sono mutate. Nel 2011 l’Ocse aveva emesso un “alert” nei confronti del nostro Paese, poiché le pensioni rappresentavano il 14,1% del Pil. Siamo i più alti al mondo, dato che la media degli altri Paesi era del 7%. L’invito era a sostenere l’occupazione per gli over 50. Diciamo che la Fornero ha interpretato un po’ a modo suo il monito: ha alzato l’età pensionistica, lasciando in braghe di tela migliaia di esodati; troppo vecchi per lavorare e troppo giovani ritirarsi.
Incentivi all’occupazione? Impossibili. Il mercato attuale è talmente contratto da non riuscire ad assorbire nemmeno i giovani: il 38,7% è disoccupato e quasi 3 milioni di quelli occupati sono precari. L’andamento generale della disoccupazione è in costante crescendo: abbiamo raggiunto il record dell’ 11,7%. Non c’è quindi strutturalmente spazio per dare una speranza agli over 50.

Dal 2010 a oggi, come dicevo, le cose sono peggiorate: il Pil si è contratto e sempre più disoccupati e precari, con stipendi da fame, fanno sì che la platea contributiva vada tendenzialmente ad abbassare l’importo versato. Ecco perché nell’ultimo anno sono aumentate le trattenute nelle buste di chi ancora ha un lavoro stabilmente retribuito. Morale, se assumiamo come “fissi” i costi pensionistici del 2010, il Pil in diminuzione fa sì che il rapporto Pensioni/Pil sia presumibilmente crescente.

Qual’era la situazione nel 2010?
corelDI di FEDETRADE rischiocalcolato.it 4/02/2013 attualità

Il primo dato interessante riguarda il peso delle pensioni in rapporto alla ricchezza prodotta: il valore più basso a Bolzano, mentre quello più alto in Liguria. In generale il peso pensionistico sul Pil regionale è del 15,6% al Nord-Ovest, del 14,9% al Nord-Est, del 16,5% al centro e del 19,6% al Sud. Un primo risultato: il costo di chi percepisce un reddito senza lavorare è decisamente più alto al Sud rispetto alla ricchezza prodotta. Ogni 100€ di ricchezza prodotta 20€ servono per pagare le pensioni. La media italiana è di 16,6€.

Secondo dato interessante (evidenziato in giallo): nel Mezzogiorno quasi 2 milioni di pensioni sono di carattere assistenziale, cioè le cosiddette pensioni sociali erogate a tutti coloro, sopra i 65 anni, senza un reddito sufficiente per poter sopravvivere (generalmente, quindi, chi non ha versato sufficienti contributi durante la sua età lavorativa). Ecco, dunque, che lo Stato si fa carico di loro. Nel Mezzogiorno sono, come numero, molto prossimi all’intero Centro-Nord messo insieme.

Guardiamo ora il rapporto per regione delle pensioni sul Pil.
20130303-224248

I rapporti si mantengono costanti fino al 2008, salvo poi incrementare nel 2009. Questo è molto probabilmente dovuto al fatto che nel 2009 il nostro Pil si è contratto drasticamente. ll numeratore, dunque, del rapporto è diminuito e il rapporto stesso è aumentato. Un movimento simile sarebbe molto verosimile nel 2012, dato che abbiamo registrato un calo di prodotto interno del 2,7%.

Con quale importo si va in pensione? Fatto 100 l’importo medio in Italia, registriamo le seguenti distribuzioni:

Nel Lazio si registrano gli importi più alti (+15% rispetto al valore medio), seguiti dalla Lombardia. Il Veneto è in perfetta media e il Molise è un 20% sotto.

Ed ora il dato senza dubbio più interessante, ovvero l’indice di beneficio relativo, cioè il rapporto percentuale tra l’importo medio della pensione e il Pil per abitante. In poche parole ci dice se un pensionato ha un reddito in linea, più alto o più basso della ricchezza della regione.
20130303-224325

Sorpresi ? Ai primi posti ci sono tutte regioni del Sud. Tradotto in soldoni: i pensionati del Sud hanno un reddito sproporzionato rispetto alla ricchezza prodotta dalle loro rispettive regioni.
20130303-224417

In testa la Campania, poi Sicilia, Puglia e Calabria. Agli ultimi posti Valle d’Aosta, Bolzano, Emilia e Lombardia.

La tabella sopra espressa e quella relativa all’importo medio pensionistico non sono in antitesi tra loro; ci offrono anzi un dato significativo: un pensionato al Nord ha una pensione più alta di un corrispettivo al Sud ma disallineata per difetto rispetto alla ricchezza prodotta nel suo territorio. In Lombardia chi lavora ha un reddito tendenzialmente superiore rispetto ad un pensionato lombardo, in Campania vale il contrario.

E’ quindi chiaro che, soprattutto al Sud, la ricchezza prodotta non basta per reggere il peso delle pensioni erogate.

Sintetizzando i dati sopra discussi: nel 2010 ogni 100€ di Pil prodotti, 16,5 servivano per pagare le pensioni. Molti trattamenti pensionistici, soprattutto al Sud, sono di carattere assistenziale, quindi erogati a chi ha effettuato, o non ha effettuato del tutto, versamenti che gli garantiscano un reddito di sussistenza. Sempre al Sud i redditi pensionistici percepiti sono disallineati rispetto alla ricchezza prodotta nel territorio di appartenenza.

Il sistema è sbilanciato territorialmente e troppo costoso.

Ad oggi, visto il trend del Paese in degrado, il quadro potrebbe essere ancora peggiore.

Ha davvero torto Grillo?

Fonte: http://www.rischiocalcolato.it
Link: http://www.rischiocalcolato.it/2013/03/non-avremo-piu-soldi-per-pagare-le-pensioni-

Monti ti fa aprire il conto, il fisco ti blocca la pensione EQUITALIA SFRUTTA IL DIVIETO DI RICEVERE L’IMPORTO DELLA PREVIDENZA IN CONTANTI


Fatto Quotidiano 14/06/2012 di Marco Palombi Attualità
Non c’è un modo più gentile di metterla: Equitalia sta bloccando i conti correnti di
molti pensionati, anche per debiti abbastanza bassi, finendo per commettere una sostanziale violazione della legge. Lo denuncia in una interrogazione parlamentare il deputato pugliese del Pd, Dario Ginefra, ma lo conferma una storia raccontata un mese fa dall’agenzia Ansa e al Fatto Quotidiano da fonti interne dell’Inps. In sostanza, la società di riscossione – con la complicità di banche e uffici postali – impedisce a gente che ha l’unico introito di una pensione media (diciamo intorno ai mille euro) di accedere ai propri soldi finché non è definita la sua posizione col fisco, innescando così un circolo vizioso per cui il pensionato poi si indebita, ad esempio con una finanziaria, peggiorando ancora di più la sua posizione e subendo nuove richieste di pignoramento. C’è un problema: questo finisce per determinare una situazione sostanzialmente illegale. A stare all’ar ticolo 545 del codice di procedura civile, infatti, stipendi e pensioni non sono soggetti a sequestro e pignoramento, se non per il massimo di un quinto del totale e comunque facendo salvo il minimo
Inps (430 euro al mese). Così si è sempre fatto, che la richiesta venisse dall’erar io o da un privato, solo che adesso questa prassi viene violata dal combinato disposto tra due recenti provvedimenti: da una parte l’ampliamento dei poteri discrezionali di sequestro per gli enti riscossori, dall’altra il divieto di percepire in contanti emolumenti e pensioni sopra i mille euro lordi, che ha costretto quasi tutti i pensionati ad aprire un conto corrente o postale (anche solo il cumulo tra assegno di dicembre e pensione, infatti, quasi sempre supera i mille euro). Questi depositi, comunque, sono conti come tutti gli altri e i loro gestori privati – banche o Poste – non sono tenuti a tutelare la fonti che li alimentano. Così le richieste di pignoramento di Equitalia non arrivano più alla fonte (stipendio o pen-
Per la legge si può pignorare solo un quinto della somma I n t e r ro g a z i o n e p a r l a m e n t a re del Pd
sioni), ma a valle, sul conto, che è più facilmente attaccabile perché gli istituti di credito non hanno alcun interesse ad opporsi. Risultato: il correntista si trova di botto separato dai suoi soldi, anche da quelli che continuano a venirgli accreditati.
SAREBBE grave anche se si trattasse di un solo caso, ma non è così: le proteste continuano ad arrivare agli sportelli degli enti previdenziali – l’Inps come l’ex Inpdap – che, dal canto loro, sono assai preoccupati visto che sanno qual è la situazione. Loro stessi, infatti, stanno disponendo un gran numero di pignoramenti, ci raccontano, perché la crisi sta colpendo soprattutto i pensionati: s’indebitano in maniera massiccia e altrettanto massicciamente perdono la capacità di ridare i soldi a chi glieli presta. “Dal governo vorrei sa-pere – ci spiega Dario Ginefra – se è vero, come risulta a me, che Equitalia (approfittando di una legge che aveva tutt’altro intento) stia avviando procedure esecutive su quote impignorabili di pensioni e stipendi e cosa voglia fare l’esecutivo per impedirlo”. Che cosa vogliano fare Monti, Fornero e Befera non si sa ancora, che la cosa sia vera basti a dimostrarlo il primo caso divenuto pubblico, avvenuto a Catanzaro già un mese fa e denunciato dall’associazione dei consumatori Codici: “Equitalia è stata informata dagli interessati della situazione – raccontano – ma ha disatteso le loro richieste. I pensionati, inutilmente, hanno anche comunicato alla società che le pensioni erogate erano l’unico mezzo di sostentamento per i propri nuclei familiari”. Ricorrere al giudice? Mica facile: i soldi sono bloccati e non possono né pagare l’av vo c a to, né, per soprammercato, accedere al gratuito patrocinio. Perché? Ma perché hanno un reddito da pensione… Codici parla di “norme di dubbia costituzionalità” e ha avviato un’azione legale a sue spese, ma la decisione rischia comunque di arrivare troppo tardi. “Non manca molto – ci racconta un dirigente Inps – al partire della valanga e allora la situazione rischia di essere davvero d ra m m a t i c a ”.

IL PUGNO DI FERRO DI MASTRAPASQUA il taglio della pensione e la richiesta del pregresso Per 350 mila pensionati

Redazione
Mastropasqua è il direttore dell’Inps noto alla cronache per essere il dirigente pubblico più pagato in Italia,(allal faccia dei limiti imposti dall’ Unione europea sui 300.000 euro e ovviamnte non rispettato) uomo dai multiicarichi essendo anche Vicepresidente di Equitalia(spesso si è fatto rilevare che viviamo in paese di politici con i multiincarichi anche se difatto non c’è una legge che lo vieta ,rimane sempre il problema di come un politico sopratutto ad alto livello possa gestirli).
Quello di Mastropasqua sembra un atteggiamento di un dirigente dell’agenzia delle entrate che impone non di uno che dirige un ente previdenziale come gli fa notare la corte dei conti.
Notare come quando lo stato deve prelevare addebiti pregressi non faccia sconti, ma quando deve restituire i soldi ai contribuente come nel caso dell’iva prelevata indebitamente nel caso della tassa dei rifiuti ( la Tia) bisogna sempre ricorrere agli avvocati col metodo delle cosiddette Class Action e e se la causa è vinta, aspettare degli anni per avere le trance dei rimborsi.
Forse sarebbe meglio cambiare i nomi di certi enti invece di chiamarli equitalia magari malaitalia
Fatto Quotidiano 5/04/2012 di Giorgio Meletti
Nunzia C., 78 anni, vedova di Gela, due giorni fa si è uccisa gettandosi dal quarto piano poco dopo
aver appreso che la sua pensione di reversibilità era stata ridotta dall’Inps da 800 a 600 euro. A Bari, il giorno di Capodanno, un pensionato di 73 anni si è buttato anche lui dal quarto piano dopo aver ricevuto la richiesta di 5 mila euro indebitamente percepiti negli anni precedenti. Un sindacalista di Bari, Franco Filieri della Cisl, protesta inascoltato contro la “vessatoria operazione operazione dei recuperi Inps, con assurde richieste di restituzione di somme servite per provvedere alle necessità primarie della vita”.
IL PROBLEMA è scottante, come dimostra il verbale di una tesa riunione svoltasi lo scorso 25 novembre. Intorno al tavolo il presidente-padrone dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, il direttore generale Mauro Nori, il magistrato della Corte dei Conti delegato al controllo dell’istituto, Antonio Ferrara, e il collegio dei sindaci revisori al completo. Un consesso un po’ strano, ma l’unico possibile, visto che l’istitu to previdenziale – che gestisce ogni anno centinaia di miliardi di euro e le pensioni di milioni di italiani – non ha un consiglio d’amministrazione. “Una follia protesta Guido Abbadessa, presidente del consiglio di vigilanza sull’Inps – non può esserci tanto potere concentrato in una sola per sona”. Nella riunione si discute delle nuove “modalità di gestione dei crediti derivanti da indebiti pensionistici nelle fasi antecedenti all’avviso di addebito”. Traduciamo dal burocratese. Negli assegni di pensione ci sono delle componenti (per esempio gli assegni familiari) dipendenti da eventuali altri redditi del pensionato. Perciò ogni anno chi percepisce un assegno dall’Inps deve comunicare i suoi redditi, e gli uffici verificano se per caso è venuto meno qualche diritto. Spesso si tratta di limare pensioni da fa m e . Mastrapasqua ha inventato una modalità severa. Una volta che gli uffici accertano che è venuto meno un diritto, e che sono state versate somme indebite, mandano una secca lettera (l’avviso di addebito) con cui si annuncia la riduzione dell’assegno mensile, e il recupero degli “indebiti pregre s s i ” con trattenute rateali sulle mensilità future. Il pensionato non può far altro che pagare, e nel frattempo fare ricorso senza però sapere su quali dati e con quale calcolo si è arrivati alla infausta diagnosi. Con questo nuovo sistema sono state mandate
350 mila lettere ad altrettanti pensionati.
NELLA RIUNIONE del 25 novembre è il magistrato della Corte dei Conti a sollevare più di un’obiezione. Intanto, ricorda, prima dell’avviso di addebito una modalità più attenta servirebbe a ridurre il contenzioso. Sull’Inps gravano quasi 900 mila cause in sospeso con i pensionati. Nel 2010 se ne sono definite 318 mila, secondo la Corte dei Conti, ma in 60 mila casi è stata risolutiva la morte del pensionato, mentre in caso di
In una lettera il taglio della pensione e la richiesta del pregresso Per 350 mila persone sentenza sulla materia previdenziale l’Istituto perde metà delle cause. Il magistrato Ferrara fa notare a Mastrapasqua anche un altro aspetto che dovrebbe essere “maggiormente ponderato”. Se un pensionato non comunica i suoi redditi all’Inps, l’omossione comporta in automatico la perdita di certi assegni accessori. Siccome stiamo parlando di anziani, in molti casi il pensionato ha l’Alzheimer, o comunque non è in gran forma. Dice Ferrara a Mastrapasqua: “È il dipendente dell’Inps che deve provvedere alla verifica del reddito entro l’anno in corso, non è l’as sicurato che deve farsene carico sempre e comunque. L’Inps non è l’Agenzia delle Entrate e quindi la pura logica di riscossione deve essere mediata dal ruolo che lo stes-
so Istituto ricopre come ente di tutela”. Ecco, la Corte dei Conti, custode del denaro pubblico, ricorda a Mastrapasqua che l’Inps esiste per accompagnare la vecchiaia dei nostri padri e nonni, non per vessarli come un esattore. Mastrapasqua va dritto come un treno:
Cantone (Cgil): “Per gli anziani il trauma di una comunicazione secca, senza possibilità di contraddittorio”
pur assicurando attenzione “alle osservazioni del Magistrato”, conferma che farà come ha deciso. Il presidente del Collegio dei sindaci, Maria Teresa Ferraro, fa un ultimo tentativo: “Discutiamone prima con i ministeri vigilanti”. Mastrapasqua chiude la discussione: il mio documento non giustifica “allarmismi di qualsivoglia natura”, dice, e va bene così. Partono le 350 mila lettere, e chi ne ha la forza e la capacità fa ricorso. Magari gli uffici hanno sbagliato. Ma la cosa non interessa al presidente dell’Inps. “In tre anni che sono alla guida dei pensionati Cgil sono riuscita a vederlo solo una volta”, dice Carla Cantone, “e così non so come spiegargli che i pensionati vivono nella paura di questa lettera senza preavviso e senza possibilità di contraddittorio”.

ESODATI E FREGATI In 350 mila si sono licenziati per raggiungere la pensione contando sugli incentivi. Lo “scalone” ha fatto saltare tutto


Fatto Quotidiano 27/03/2012 di Salvatore Cannavò
Mario Monti chiede al paese di “essere pronto” alle riforme che il suo governo sta por-tando avanti. Si riferisce in particolare alla polemica sull’articolo 18 e alla riforma del mercato del lavoro. Ma il discorso potrebbe valere anche per i cosiddetti esodati la cui situazione sintetizza come si possano creare veri e propri danni in nome del rigore. Un rigore, tra l’altro, a senso unico se è vero, come documenta la Cgia di Mestre che le nuove aliquote Imu per le seconde case penalizzano redditi intorno ai 25 mila euro e beneficiano, invece, redditi da 100 mila euro (con uno sconto di 14 euro ) .
LAVORATORI esodati è un nome terribile che la stampa ha scelto per descrivere la vicenda di quei dipendenti incentivati a uscire dalla propria azienda o fabbrica con la prospettiva di poter approdare alla pensione in un numero certo di anni. Licenziamenti concordati, dunque, in cui un certo numero di lavoratori ha scelto di rimanere disoccupato in cambio di una quota di reddito sufficiente ad accompagnarli alla condizione pensionistica. Solo che questo avveniva con le vecchie regole del sistema previdenziale, prima che, in un solo colpo, il governo Monti portasse l’età minima per la pensione a 66-67 anni. Uno “scalone” che ha imposto a molti di quei lavoratori una prospettiva di vita, non breve, da passare senza reddito. Gli incentivi erano infatti tarati per periodi di due-tre anni e non basterebbero per cinque-sei o addirittura nove anni come raccontano alcuni casi che abbiamo raccolto su i l fa t t o quotidiano.it che qui riassumiamo. Il problema è che non si tratta di pochi casi. Le stime oscillano tra 100 e 350 mila e la differenza è data dal conteggio o meno dei lavoratori “autor izzati ai contributi volontari” che costituiscono una parte cospicua. Per tutti i casi presi in considerazione dal governo al momento della riforma – lavoratori in mobilità, contributi volontari, in regime di Fondo di solidarietà – il “Salva Italia” aveva individuato deroghe e stabilito un finanziamento (dai 240 milioni del 2013 si saliva ai 1220 milioni nel 2016). Ma nell’elenco mancava la tipologia specifica dei lavoratori incentivati all’esodo. Questi sono poi stati aggiunti con il “millep ro ro g h e ” ma a saldo invariato. E ora le risorse non bastano e forse non bastano nemmeno per tutti gli altri. E così, al momento, ci sono centinaia di migliaia persone nel limbo in attesa di una soluzione che il mirealizzarsi “entro il 30 giugno”. Ma che soluzione? Intervistata dalla trasmissione Repor t di Milena Gabanelli, Elsa Fornero non si è mostrata particolarmente sensibile al tema dimostrando di avere più a cura il proprio ruolo di ministro rigorista. “Siamo stati chiamati a fare un lavoro sgradevole non a distribuire caramelle” ha spiegato a Bernardo Iovene che l’intervistava, contestando che la riforma pensionistica nel suo complesso sia solo “c o n t ro ”. “Io mi sforzo di far
Gli aiuti, tarati per 2-3 anni, non basteranno Beffa Imu: penalizzati i redditi bassi, vantaggi ai ricchi
capire – ha detto – che c’è molto per… molto a favore”. Certo, la “riforma della pensione è severa… sì, sì, severa, anzi di più, d u ra ”. Ma l’Italia, ricorda, rischiava di finire in fondo al baratro. E noi, i tecnici, l’abbiamo 66-67
PREVIDENZA: LA NUOVA ETÀ MINIMA DECISA
DAL GOVERNO
350 mila
LE PERSONE CHE ADESSO SONO
NEL LIMBO
18 mesi
IL MASSIMO DEL SUSSIDIO
DI DISOCCUPAZIONE PER GLI OVER 55
Ma torniamo al caso degli esodi rimasti senza pensione. Fornero vuole aggiustare la situazione, ma “non con il vecchio metodo delle promesse”. Non si può, “si perderebbe credibilità”. Un’ipotesi avanzata è chquei lavoratori ritornino al loro posto di lavoro. Eventualità accademica perché non esiste nessuna azienda disposta a tanto. Alle Poste, ad esempio, i sindacati raccontano che “l’azienda rifiuta di accogliere qualsiasi ripensamento di chi ha già firmato l’uscita incentivata e ha ultimamente chiesto di rimanere in servizio”. “Figurar si se aderirà a riammettere in servizio chi è già uscito” scrive una nota della Ugl. Il massimo che l’azienda postale è disposta a fare è firmare un Avviso comune con i sindacati per chiedere al governo di estendere da 24 a 36 mesi la copertura contributiva e di utilizzare il Fondo di solidarietà interno per un sostegno al reddito.
SE IL RIENTRO in azienda non è possibile, il ministro, sempre a Repor t, fa intravedere una seconda soluzione, il sussidio di disoccupazione. La nuova “Aspi”, del resto, è stata annunciata come in grado di arrivare dove la disoccupazione non è arrivata anche se i criteri sono gli stessi. Ma l’Aspi copre 12 mesi, 18 per gli over 55. Può bastare a chi rimane scoperto per un anno e mezzo, ma per gli altri avrebbe bisogno di una deroga. Senza contare che molti di questi lavoratori, come si legge dalle loro testimonianze, hanno appena concluso il periodo di disoccupazione seguente al licenziamento.

Dieci flessioni, sacco di merda! (di Claudio Messora)


I pensionati sbarcano il lunario privandosi del latte. Gli imprenditori si suicidano. Tutti faticano ad essere ascoltati dalla politica, che si occupa di altro. Tutti, tranne i padroni di casa: le banche. Non si è mai visto che una norma di un decreto legge venisse definita da qualcuno “un incidente che non si deve più ripetere”. Eppure Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit, ha definito l’azzeramento delle commissioni bancarie (voluto dal PD e non da Monti) esattamente in questo modo.

Immediatamente Pd, Pdl e Governo si sono messi “a disposizione”. Non sanno ancora come (non vogliono fare una figura di merda con i cittadini) ma devono rimediare. Quando l’ABI chiama, il Parlamento scatta in posizione eretta. Forse l’unico caso in cui hanno la schiena dritta.

Governo – Lesti contro i pensionati Lenti contro i corrotti (Paolo Flores d’Arcais).

Governo – Lesti contro i pensionati Lenti contro i corrotti (Paolo Flores d’Arcais)..

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