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Corte Ue invalida direttiva conservazione dati: “Ingerenza nella vita privata”

I giudici del Lussemburgo hanno così dato ragione ai firmatari del ricorso, sottoscritto da migliaia di cittadini austriaci, dal governo del Land della Carinzia e da un’associazione irlandese per la difesa dei diritti civili. Con questo verdetto d’ora non in poi non sarà più lecito superare quel sottile confine tra lo spiare e l’intercettare
Fatto Quotidiano di Tonino Bucci | 8 aprile 2014 attualità
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D’ora non in poi non sarà più lecito superare quel sottile confine tra lo spiare e l’intercettare. La normativa dell’Ue che fino a ieri ha reso possibile registrare informazioni sull’attività dei cittadini in Internet o al telefono, anche in assenza di ragionevoli sospetti, da oggi non è più valida. Lo ha stabilito una sentenza odierna della Corte europea di giustizia. L’archiviazione di banche dati dovrà in futuro essere “limitata all’assoluta necessità”.

I giudici della Corte dovevano rispondere al quesito se registrare a scopo investigativo, senza un motivo legittimo, le informazioni sul traffico in Internet dei cittadini o il contenuto delle loro conversazioni telefoniche, fosse compatibile col diritto europeo. Finora le forze di polizia si sono avvalse di questa direttiva che ha consentito di attingere alle banche dati dei provider. La direttiva, che risale al 2006, obbligava i fornitori di servizi di telefonia e sul web a registrare e archiviare tutto il traffico dati dei propri clienti per almeno sei mesi. I fornitori di servizi di telefonia, ad esempio, erano tenuti a registrare gli orari, la data e i numeri destinatari delle nostre chiamate, eccetto il contenuto della conversazione per la quale occorre comunque un mandato specifico. Nel caso delle telefonate al cellulare le informazioni comprendono anche il luogo della chiamata.

Attualmente una larga parte delle attività investigative utilizza queste informazioni contenute nelle banche dati dei provider e dalle quali si può risalire alle attività in rete o al telefono dei loro clienti. In passato, la corte costituzionale tedesca nel 2010 rifiutò di recepire la direttiva europea, proponendo di limitare la conservazione dei dati solo ai casi di palese coinvolgimento in reati. L’Ue avviò allora un procedimento contro la Germania per obbligarla ad applicare la direttiva. Sennonché oggi la Corte europea di giustizia ha stabilito che direttiva in questione, “imponendo la conservazione di tali dati e consentendovi l’accesso alle autorità nazionali competenti, ingerisca in modo particolarmente grave nei diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati di carattere personale”. L’altro punto controverso della direttiva riguarda la tutela dell’anonimato. In teoria, la direttiva autorizzerebbe soltanto la raccolta di dati non personali, vale a dire di informazioni neutre, come quelle riguardanti gli indirizzi dei siti durante la navigazione in Internet o i numeri delle chiamate effettuate. In realtà, la Corte nella sentenza odierna ha stabilito che la normativa esistente non è sufficiente a impedire che dalle informazioni raccolte, attraverso un controllo incrociato, si possa risalire all’identità delle persone. Motivo per cui la direttiva Ue sarebbe in contrasto con le norme europee sulla privacy dei cittadini.

I giudici del Lussemburgo hanno così dato ragione ai firmatari del ricorso, sottoscritto da migliaia di cittadini austriaci, dal governo del Land della Carinzia e da un’associazione irlandese per la difesa dei diritti civili. Per la verità, la Corte europea, a dicembre, aveva già chiesto un parere tecnico a una commissione di esperti. Nel documento finale la commissione concludeva che in nessun caso una normativa che autorizzi e obblighi a registrare banche dati sul conto dei cittadini sia “conciliabile” con la Carta dei diritti. Anche in questo caso, come in passato, la Corte europea ha seguito il parere degli esperti interpellati.

La sentenza, oltre alla gioia degli attivisti della rete e delle associazioni per i diritti civili, ha suscitato anche reazioni contrarie. Quella della magistratura tedesca, per esempio. In Germania i giudici ritengono di non poter fare a meno della registrazione preventiva di banche dati, dal momento che queste rappresentano uno strumento di lotta contro la criminalità.

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Ingroia accusa: “Messineo voleva fermare le indagini sulla trattativa Stato-mafia”

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Fstto Quotidiano 8/04/2014 di Giuseppe Lo Bianco 8/04/2014 attualità
e Sandra Rizza Messineo? “La principale moral suasion che ha esercitato è stata perché non si andasse avanti nell’indagine sulla Trattativa”. Lia Sava? “La sua dichiarazione di consonanza culturale con Napolitano mi lascia di stucco: spero che non sia stata dettata da motivi di opportunismo”. Tra Antonio Ingroia e i suoi colleghi è scontro al calor bianco: a poco più di un anno dal suo addio alla toga, l’ex pm prestato alla politica accusa il capo e alcuni magistrati della Dda di Palermo di aver rappresentato al Csm una procura che appare come la “caricatura dell’ufficio che fu di Fal- cone e Borsellino”. Dopo aver letto le deposizioni pubblicate ieri su Re p u b b l i ca e rese a Palazzo dei Marescialli tra il febbraio e il luglio 2013 dal procuratore Francesco Messineo, dall’aggiunto Teresa Principato e dal pm Lia Sava (oggi aggiunto a Caltanissetta), Ingroia che oggi è commissario di Sicilia e-Servizi, ma anche della provincia di Trapani, oltre a essere indicato tra mille polemiche per una no- mina di assessore da Crocetta, non risparmia le critiche contro gli ex colleghi che a Roma ver- balizzarono accuse roventi nei suoi confronti. E se Messineo, convocato un anno fa nell’ambito del procedimentodisciplinare chelo riguardava per le informazioni passate all’amico Francesco Maiolini (l’ex patron di Banca Nuova, indagato a Palermo per usura bancaria), racconta al Csm di aver tentato una moral suasion su Ingroia perché non condivideva “le sue scelte di vita”, il diretto interessato replica: “La principale moral suasion di Messineo è stata perché non si andasse avanti nell’indagine sulla trattativa. Era terrorizzato dalle polemiche, quando l’inchiesta è arrivata al giudizio, ed è cominciato il tiro incrociato degli attacchi, non ha mai aperto bocca”. TRA LE ACCUSE del capo rivolte a Ingroia, c’è anche quella di essere un “manovratore mediatico” con amicizie tra i giornalisti di tutta Italia. “Ma la mia esposizione mediatica – ribatte oggi Ingroia –fu una necessità dovuta proprio alla sua inerzia: Messineo non è mai intervenuto per di- fendere i pm di Palermo. Era una cosa insostenibile e per questo io, che ero il coordinatore del- l’indagine, ho dovuto assumere il ruolo di difensore del nostro lavoro”. Il procuratore è stato poi “assolto”dal Csm, ma a distanza di un anno ecco che i verbali dei magistrati della Dda sbarcano in cronaca, rivelando tutta la ferocia dello scontro che in quei mesi infiammava l’ufficio di Palermo. APalazzodeiMarescialli, Messineospiegacheil suo aggiuntoè colpevoledi aver“utilizzato spre- giudicatamente” l’indagine sulla Trattativa per i suoi “futuri programmi di politica”. E ora Ingroia sbotta: “Per molto meno ho querelato chi mi ha rivolto accuse così infamanti. Posso comprendere Messineo, che ha cercato di cavarsela dando in pasto al Csm gli stessi insulti che mi venivano rivolti da una certa politica, ma non lo giustifico: lui sa bene che l’indagine sulla Trattativa è nata molti anni prima che mi venisse in mente di candidarmi”. Tra i verbali, infine, quello di Lia Sava che si dice “molto legata per tradizione culturale a Napolitano”. E sulle telefonate tra il capo dello Stato e Mancino, puntualizza: “Io, appena uscita la prima intercettazione, avrei staccato immedia- tamente”. Anche qui Ingroia non trattiene l’amarezza: “Questa dichiarazione di consonanza cul- turale con Napolitano, e non invece con i colleghi, mi meraviglia. Ci saranno state ragioni di opportunità, spero non di opportunismo, che hanno consigliato questa rappresentazione dei fatti”. RISULTATO? “Molta malinconia per quello che fu l’ufficio di Falcone e Borsellino, e che oggi, dal- la lettura di questi verbali, appare come la caricatura della Procura di Palermo”. Sul tempismo della fuga di notizie, infine, Ingroia non risparmia una battuta: “Non bisogna essere laureati in dietrologia per collegare la pubblicazione di queste deposizioni all’ipotesi di una mia nomina nella giunta di Crocetta. Un’ipotesi che evidentemente non piace”.

Disgrazia e Ingiustizia (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 09/03/2014. Marco Travaglio attualità

Una notizia buona e una cattiva. Prima la cattiva: Renzi non ha le idee chiare sulla giustizia (o, se le ha, le nasconde benissimo). Nel discorso d’insediamento al Senato, ha riassunto la riforma che ha in mente con questa supercazzola: “Sulla giustizia non possono esserci solo derby ideologici. La giustizia è un asset reale”. Poi, rispondendo a Saviano su Repubblica , ha annunciato l’ennesimo “commissario anticorruzione” per combattere mafie e tangenti e recuperare il maltolto. Infine, per difendere i cinque membri inquisiti del governo, ha mandato la Boschi alla Camera a farfugliare di “presunzione di innocenza” e ha accusato Civati di incoerenza perché partecipò alle primarie del Pd essendo ancora indagato. Ora, nell’ordine. 1) Non sappiamo che diavolo sia un “asset reale”, ma sappiamo per certo che in questi 20 anni sulla giustizia non c’è stato alcun “derby ideologico” fra opposte fazioni: c’è stato un attacco sistematico alla legalità dal partito trasversale della corruzione, dell’evasione e della trattativa Stato-mafia, a cui si sono opposti pochi giuristi, magistrati, giornalisti, politici e movimenti della società civile, Costituzione alla mano. 2) Mafie e corruzione non si combattono con i commissari straordinari (ne abbiamo visti sfilare a decine e non sono serviti a un tubo), ma con armi efficaci in mano ai magistrati, alle forze dell’ordine e alla Pubblica amministrazione: dalla riforma della prescrizione al ripristino del falso in bilancio all’introduzione dell’autoriciclaggio (l’apposito emendamento Civati al decreto sui capitali all’estero attende ancora l’ok del governo e il voto della maggioranza e del M5S). 3) La presunzione di non colpevolezza (non di innocenza) riguarda i processi e non c’entra nulla con i requisiti richiesti a chi viene designato a una pubblica funzione (un conto sono le primarie del partito, un’associazione privata, un altro la selezione dei membri del governo). La buona notizia è che, nella confusione renziana, c’è un’eccezione: il No chiaro e netto ad amnistia e indulto. L’altro giorno, con cinque mesi di ritardo, i soliti quattro gatti hanno discusso alla Camera il messaggio di Napolitano sul sovraffollamento delle carceri e sull’urgenza di provvedere prima di maggio, quando scatteranno le prime multe europee (i decreti svuota-carceri Alfano, Severino e Cancellieri – come avevamo ampiamente previsto in beata solitudine – erano buffonate). La neoresponsabile Giustizia del Pd, la renziana Alessia Morani, ha sbaraccato la linea dell’indulgenza plenaria, lasciando soli Ncd, FI e Udc a ululare alla luna il “liberi tutti”. Era ora.

Resta da capire quando arriverà la pars construens: edificare nuove carceri, riaprire Pianosa e Asinara, ristrutturare caserme in disuso per recludere detenuti meno pericolosi, abolire il reato di clandestinità, rivedere la Bossi-Fini e applicarla nella parte che prevede di far scontare agli stranieri gli ultimi tre anni nei loro paesi. Ma il fatto che il Pd cambi rotta, e che dunque la maggioranza dei due terzi richiesta per amnistie e indulti non esista più, è un’ottima novità. Soprattutto per le vittime dei reati, in continuo aumento a causa della crisi (l’Espresso parla di una casa svaligiata ogni due minuti). Finiscono così al museo di paleontologia i tromboni sinistri della decarcerazione, che han fatto danni per 20 anni. Ancora l’altro giorno l’Unità pubblicava un comico “saggio” di Luigi Manconi che tenta pietosamente di difendere l’indulto del 2006: quello che, per salvare Previti e B., mise fuori quasi 30 mila delinquenti e non ne fece più entrare almeno altrettanti. La tesi – tenetevi forte – è questa: chi viene scarcerato al momento giusto torna a delinquere per il 68%, mentre i detenuti liberati anzitempo nel 2006 ci sono ricascati (o meglio, sono stati beccati a ricascarci) “solo” per il 34%, dunque l’indulto conviene e bisogna farne altri. Saranno felici le 10 mila nuove vittime che non avrebbero subìto alcun danno se i loro 10 mila persecutori fossero rimasti dentro a scontare la pena per intero. Poi uno si domanda perché il centrosinistra non vince mai.

Scandalo sanità in Lombardia, Formigoni andrà a processo per corruzione

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L’ex governatore, attuale senatore Ncd che sostiene la maggioranza di governo, è accusato anche di associazione a delinquere. Avrebbe adottato provvedimenti favorevoli ad aziende private in cambio di vacanze dorate in ville e yacht. I legali: “Tutte le delibere prese dall’intera giunta
di Redazione Il Fatto Quotidiano | 3 marzo 2014 attualità
L’ex presidente della Regione Lombardia e attuale senatore di Ncd Roberto Formigoni è stato rinviato a giudizio con altri 9 imputati tra cui l’ex assessore regionale Antonio Simone e il faccendiere Pierangelo Daccò per il caso Maugeri, uno dei filoni d’inchiesta aperti sul funzionamento del sistema sanità nella regione. Lo ha deciso il gup di Milano Paolo Guidi. Formigoni è accusato di associazione per delinquere e corruzione. Per lui e per altre 9 persone il processo inizierà il 6 maggio davanti alla Decima sezione penale di Milano. Un’altra grana per il governo Renzi, oltre a cinque indagati tra i sottosegretari appena nominati. Formigoni, oltre a essere un uomo di punta del partito guidato da Angelino Alfano, è anche presidente della Commissione agricoltura in Senato.

Al processo saranno imputati anche l’ex direttore amministrativo della fondazione Costantino Passerino, l’ex direttore generale della Sanità lombarda Carlo Lucchina, lo storico amico dell’ex governatore nonché convivente nell’appartamento condiviso con altri ‘Memores domini’ Alberto Perego, l’ex segretario generale della Regione Lombardia Nicola Maria Sanese e altre tre persone. Le accuse a vario titolo sono associazione per delinquere, corruzione e riciclaggio.Prosciolto, invece, l’avvocato Mario Cannata, consulente della Fondazione Maugeri. Il giudice ha inoltre dichiarato il non luogo a procedere per prescrizione per alcuni fatti che riguardano le false fatturazioni avvenuti prima del luglio 2006.

Cuore del procedimento è lo scambio tra il senatore, allora presidente della Giunta della Lombardia, e gli undici altri imputati. Loro ottenevano provvedimenti ad hoc e una protezione totale nel campo della sanità; lui faceva la bella vita che la Procura di Milano definisce “altre utilità”. Ovvero viaggi e vacanze ai Caraibi, l’affitto della villa Resort ad Anguilla, “l’uso esclusivo” di uno yacht, il pagamento di spese di viaggi aerei per un totale di 18 mila euro e, tra l’altro, un maxi sconto per l’acquisto di una villa ad Arzachena, in Sardegna. Roberto Formigoni, accusato di associazione a delinquere e corruzione, era riuscito a godersi tutti questi benefits in cambio dei favori alla Fondazione Maugeri come rivelato dal Fatto Quotidiano il 19 luglio del 2012. Benefici, che per gli inquirenti, sarebbero iniziati dal giugno del 2007 e terminati nell’ottobre 2011 per un totale di circa 8 milioni di euro. Dopo il rinvio a giudizio, il Movimento Cinque Stelle è tornato a chiedere la cancellazione della cosiddetta “legge Daccò”, che regola le funzioni non tariffabili della sanità lombarda e che secondo il Movimento “ha consentito un uso discrezionale delle risorse pubbliche e generato un sistema di corruzione intollerabile”.

Tre i “flussi finanziari” contestati dalla Procura: il primo riguarda i milioni di euro che nel corso degli anni sarebbero usciti illecitamente dalle casse dell’ente con sede a Pavia e dall’ospedale San Raffaele, per finire sui conti correnti, in particolare esteri, del faccendiere Pierangelo Daccò (già condannato per l’inchiesta San Raffaele) e l’ex assessore alla Sanità (non durante le giunte di Formigoni, ndr) Antonio Simone, i quali – questo è il secondo flusso finanziario descritto – avrebbero ‘ricompensato’ Formigoni sotto forma di “utilità” e benefits. Il terzo flusso finanziario è stato incasellato dal pm sotto la voce finanziamenti extra Drg (funzioni non tariffabili) erogati dalla Regione Lombardia nei confronti della Fondazione Maugeri e del San Raffaele. E proprio a causa del crack della Fondazione che fu creata da don Luigi Verzè che che i pm di Milano avevano scoperto un iniziale prosciugamento di 56 milioni di euro dalle casse della clinica pavese, attraverso contratti di consulenza fittizi per creare fondi neri e rimpolpare i conti esteri. C’era anche il pagamento per una consulenza per valutare la possibilità della vita su Marte tra i contratti scovati dagli investigatori della Guardia Finanza.

Il 13 aprile 2012 in manette, su disposizione del gip Vincenzo Tutinelli, era poi finiti Simone, Costantino Passerino, Gianfranco Mozzali e Claudio Massimo, rispettivamente direttore amministrativo e consulenti della Fondazione. Per il presidente dell’ente, Umberto Maugeri erano stati decisi gli arresti domiciliari, mentre Pierangelo Dacco’, già in carcere per il caso San Raffaele, era stato raggiunto da una nuova ordinanza di custodia cautelare nella sua cella, a Opera.

Le accuse nei confronti di Formigoni arrivarono dopo. Pochi giorni gli arresti però si comprese dove l’indagine andava a finire. ”In questo procedimento i presunti corruttori privati stanno dentro, il presunto corrotto sta fuori e non rende interrogatorio” disse il difensore di Costantino Passerino. Che fu il primo a mettere sulla strada dell’ex governatore gli inquirenti.

I legali di Formigoni si definiscono “amareggiati, ma non sorpresi”. L’esito dell’udienza preliminare, affermano in una nota gli avvocati Mario Brusa e Luigi Stortoni, “non ci toglie l’assoluta convinzione di un’accusa che non regge al vaglio critico, non solo e non tanto priva di fondamento quanto frutto di una forzatura del buon senso, delle prove e del diritto”. Si contesta una ipotesi di corruzione – sostengono gli avvocati dell’ex presidente della Lombardia – senza individuare un solo atto attribuibile personalmente al presidente Formigoni. Gli atti che si vorrebbero tacciare di illegittimità consistono in realtà in delibere della Giunta Regionale (17 membri) e addirittura in una legge regionale emanata dal Consiglio”. Rispetto a tali atti, secondo i legali, non solo non si prova, ma neppure si dice come il Presidente Formigoni sarebbe intervenuto per piegarne a fini illeciti la formazione. Non si considera, neppure, che tutti gli atti in materia sanitaria assunti dalla Regione Lombardia, quando sottoposti al vaglio del Tar sono sempre stati giudicati legittimi”. Inoltre, sempre secondo i legali Brusa e Stortoni, “si sono cercate invano le tracce di dazioni di danaro nei confronti del presidente Formigoni e, non trovandole perché non ci sono, si è dovuti ricorrere alla fumosa categoria delle ‘utilità”.

GRANE GIUDIZIARIE Concorso in abuso d’ufficio, Lupi indagato di nuovo

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LA PROCURA DI TEMPIO PAUSANIA INVESTIGA SULLA NOMINA DEL COMMISSARIO DELL’AUTHORITY
Fatto Quotidiano del 1/03/2014 di Valeria Pacelli attualità
N uova grana giudiziaria per il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi. La Procura di Tempio Pausania ha aperto una inchiesta sulla nomina del commissario dell’Authority del porto di Olbia.E così fraglii ndagatici è finito lo stesso Lupi e l’attuale responsabile dell’autorità portuale Fedele Sanciu per concorso in abuso in atti d’ufficio. L’indagine di cui è titolare il pm Riccardo Rossi, come ha rivelato il quotidiano Nuova Sardegna , è stata aperta dopo un esposto dell’ex consigliere provinciale del Pd Andrea Viola che ha chiesto di verificare la regolarità della nomina a commissario di Sanciu, ex senatore del Pdl. “Sanciu denuncia l’esponente del Pd –è in possesso della terza me- dia e con nessun altra qualifica che gli possa assegnare quei titoli richiesti dalla legge, che parla di massima quali- ficazione professionale nei settori dell’economia dei tra- sporti e portuale”. Per il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti peròsi trattadi una nomina regolare. Il nome – ha spiegato in una nota il Ministero riferendosi al commissario – è stato scelto all’interno della terna indicata dagli enti locali per la presidenza dell’Autorità portuale del Nord Sardegna. Anche il legale di Fedele Sanciu, l’avvocato Marco Pilia precisa che: “L’azione penale, in presenza di un esposto,è obbligatoria. La Procura ha l’obbligo di verificare la fondatezza della denuncia su cui ora i magistrati do- vranno fare chiarezza”. ED È QUESTA LA SECONDA indagine che coinvolge il ministro Lupi. Un fatto analogo è accaduto mesi fa, con una inchiesta della Procura di Cagliari, per la nomina dell’ex senatore del Pdl Piergiorgio Massidda, al vertice del porto del capoluogo. Anche stavolta Lupi è finito nel registro degli indagati,con l’accusa di abuso d’ufficio. Dopo la sua decadenza per carenza di titoli Massidda era stato rinominatocome commissario straordinario del Porto da Lupi dopo vari ricorsi al Tar. Il 29 gennaio il Consiglio di Stato aveva respinto la richiesta di sospensiva della sentenza che aveva estromesso Massidda dalla presidenza. Lupi lo aveva ricollocato commissario ed era scattata l’inchiesta. “Non è possibile vedere ancora ministri che nominano ex parlamentari ai vertici delle aziende pubbliche o di altri enti, senza che questi abbiano i titoli –ha detto il coordinatore di Cantiere Democratico Stefano PedicaSe ha sbagliato, si dimetta”.

Il “pupillo” del Guardasigilli

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NINNI SINESIO E LA CARRIERA PERFETTA, DAL RAPPORTO CON CONTRADA AL PIANO CARCERI
Fatto Quotiiano del 13/02/2014 di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza attualità
La sua carriera non ha mai subito interruzioni, neanche quando il pm Alessandra Camassa raccontò che Angelo Sinesio, detto Ninni , dopo la strage di via D’Amelio insiste- va per conoscere il contenuto delle indagini che avevano im- pegnato Paolo Borsellino negli ultimi giorni della sua vita. E neppure quando i pm di Cal- tanissetta, indagando sul ruolo del numero tre del Sisde, Bruno Contrada, nella strage del 19 luglio ’92, ipotizzarono che fosse stato proprio lui, il fun- zionario siciliano cresciuto tra le stanze felpate dell’Alto com- missariato Antimafia, a spifferare allo 007 che il pentito Gaspare Mutolo aveva comincia- to ad accusarlo. EPISODI che non sembrano aver mai impensierito Anna- maria Cancellieri che ha accolto Sinesio nel suo “cerchio magico”: prima al Vi- minale, dove nel 2011 lei era ministro de- gli Interni e lui capo della segreteria tec- nica; poi in via Arenula, dove l’anno scorso lei è diventata Guardasigilli, mentre lui era già stato promosso Commissario per l’edilizia carceraria. Oggi Sinesio è l’uomo al centro delle denunce dell’ex pm Alfonso Sabella sugli sprechi del Piano Carceri: appalti sospetti e consulenze pagate a peso d’oro per un giro d’affari di 470 milioni di euro. Ma chi è davvero il funzionario siciliano che viene indicato come il “pupillo” del ministro della Giustizia? Bril- lante, sveglio, riservato, Sinesio ha bru- ciato le tappe tra Viminale e via Are- nula, spinto anche da una raccoman- dazione di vent’an – ni fa, fatta da Paolo Borsellino, con cui aveva un “rapporto confidenziale”, che lo segnalò a Parisi e a Contrada, come ha raccontato la stessa Camassa. Entrato nel ’78 nella Pubblica ammi- nistrazione, il 10 gennaio 1988 Ninni Sinesio transita nei ruoli del Vimi- nale con l’incarico di viceconsigliere di prefettura ad Agrigento. In po- chi mesi è già il pre- diletto di France- sco Di Maggio, fu- turo vicecapo del Dap (scomparso nel ’96), oggi ritenuto dai pm di Palermo tra i promotori della trattativa Stato-ma- fia, che quell’anno è in servizio presso l’Alto commissariato Antimafia: Di Mag- gio lo incarica di preparare l’ispezione nel Comune di Palma di Montechiaro, poi sciolto per mafia. Subito dopo, nel ’90, è Domenico Sica a chiamarlo a Roma per vigilare sulle infiltrazioni mafiose nelle pubbliche amministrazioni. Nel ’93, dopo le stragi siciliane, arriva l’incarico riservato nel settore della “Sicurezza nazionale”, un ruolo che ha contribuito a etichettarlo come uomo “vicino ai servizi”. E, infine, dieci anni dopo, il ritorno a Ca- tania, la città della laurea, dove Sinesio si occupa di ordine pubblico e coordina l’os – servatorio sui rifiuti. A palazzo Minoriti, il viceprefetto è il più vicino alla Cancellieri, spedita a guidare la Prefettura. Così, quando lei sarà nominata presidente della speciale commissione regionale per i ri- fiuti varata in Sicilia dal governatore Raf- faele Lombardo (oggi sotto processo per mafia), Sinesio accetta la nomina di com- missario dell’Ato Simeto-Ambiente. L’INDAGINE che ipotizza il coinvolgimento di Contrada in via D’Amelio si con- clude nel 2002 con l’archiviazione dello 007 firmata dal gip di Caltanissetta Gio- van Battista Tona. Sinesio ha sempre ne- gato di aver fornito a Contrada le infor- mazioni riservate che aveva appreso dalla pm Camassa, ammettendo però di averle passate a Tonino De Luca, ex capo della Criminalpol a Palermo, ma soprattutto amico storico dello 007 inquisito, il quale le girò subito al diretto interessato, come sia Contrada che De Luca hanno candidamente ammesso. Qualche anno dopo è la stessa Camassa a tornare sull’episodio, davanti ai pm di Caltanissetta: “(Sinesio) insisteva per incontrarmi: mi chiese se Paolo si fosse interessato di un personag- gio agrigentino che pensai fosse Calogero Mannino (…) e io gli riferii delle antici- pazioni fatte da Mutolo su Contrada e Signorino. Mi colpì il fatto che Sinesio, subito dopo, si mise a tossire, come colto da un malore, e si allontanò ritornando dopo circa un quarto d’ora, sconvolto”. Un quarto d’ora: il tempo di una telefonata. Ma lui ha sempre negato: “È stata la Camassa a invitarmi nella sua casa di villeggiatura, a Pizzolungo. Allora non avevo un cellulare e per telefonare avrei dovuto utilizzare il telefono della dotto- ressa Camassa: ma quella casa non aveva utenza telefonica”.

Svuota carceri, nessun beneficio per boss e stupratori. Festeggiano ladri e corrotti

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Fatto Quotidiano di Giovanna Trinchella | 8 febbraio 2014 attualità

Il decreto approvato alla Camera tra scontri e polemiche dovrebbe far diminuire la popolazione carceraria ed evitarci una multa dall’Europa. In realtà dall’entrata in vigore le liberazioni sono state solo 200 a settimana su una popolazione di oltre 64mila detenuti. Molti allarmi sollevati in Parlamento sono infondati, ma alla fine a beneficiarne sono i (pochi) colletti bianchi dietro le sbarre

Boss, stupratori e terroristi non potranno uscire dal carcere. Non certo con il dl chiamato svuota carceri che ha scatenato tante polemiche, soprattutto da parte del M5S, e la solita bagarre nell’Aula della Camera, con il leghista Gianluca Buonanno che ha mostrato le manette. Ma per corrotti e i responsabili delle ruberie pubbliche – che rappresentano una parte davvero piccola della popolazione carceraria – invece le pene saranno decisamente alleggerite: un po’ grazie alla liberazione anticipata 75 giorni invece dei 45 ogni sei mesi, un po’ grazie alla possibilità di accedere più facilmente all’affidamento ai servizi sociali o di scontare la pena ai domiciliari quando la pena da scontare sarà inferiore ai 18 mesi. Paradossalmente più la condanna è pesante più sarà grande lo sconto.

Nel corso dell’esame in Commissione è stata introdotta una disposizione che esclude l’applicabilità dei benefici per i condannati per i reati di particolare allarme sociale definiti dall’articolo dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario. Tra questi ci sono i condannati per 416 bis ovvero l’associazione a delinquere di stampo mafioso, quelli per violenza sessuale e per sequestro di persona a scopo di estorsione, per terrorismo; ma non i reati contro la pubblica amministrazione come la concussione, il peculato, la corruzione: tutti “delitti” da colletti bianchi anche da quelli della politica. Un esempio per tutti perché citato durante la bagarre in Aula è quello di Totò Cuffaro, ex presidente della Sicilia, condannato a 7 anni. Essendo stato condannato per favoreggiamento aggravato e violazione del segreto istruttorio avrà uno sconto finale di 2 anni e qualche giorno: essendo entrato in carcere nel gennaio del 2011 fra sei mesi potrà chiedere di andare ai domiciliari. Poco più di un mese fa invece gli era per esempio stato negato l’affidamento ai servizi sociali. Se però l’ex governatore ha comunque scontato tre anni, altri politici – e il pensiero corre ai furbetti del rimborso facile o gonfiato – potrebbero anche starci davvero poco o comunque meno di Cuffaro.

Comunque in attesa che il decreto legge sia esaminato e passi al Senato, il testo, è la versione ufficiale, serve soprattutto a evitare una pesante multa: l’Italia è stata condannata da Strasburgo per “trattamento inumano”. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con il verdetto Torreggiani dell’8 gennaio 2013, infatti ha constatato la violazione dell’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’Uomo ovvero “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. L’Italia deve adeguarsi entro il 28 maggio 2014.

Al 30 novembre 2013 però erano presenti negli istituti penitenziari 64.047 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 47.649 posti. Al 30 settembre 2013 i detenuti in custodia cautelare quindi in attesa di giudizio erano 24.635. Il turn over è altissimo; nel 2011 per esempio un terzo dei detenuti in custodia cautelare era fuori dopo tre giorni e uno su sei entro il mese.

Gli effetti del decreto di dicembre hanno permesso l’uscita di soli 200 detenuti a settimana. Entro maggio, quando l’Europa ci farà un nuovo esame i detenuti liberati potrebbero superare di poco le 4000 unità. Eppure la “sintesi” del decreto dovrebbe essere quella di garantire più diritti ai detenuti ma soprattutto diminuirne la presenza. Invece sembra un favore ai soli noti.

Dal braccialetto elettronico alla liberazione anticipata, dal reato autonomo di piccolo spaccio al Garante per i detenuti ecco cosa prevede il testo.

“Più” braccialetti elettronici. Gli strumenti elettronici, che nel corso degli anni hanno scatenato più di una polemica per i costi esorbitanti rispetto all’applicazione, saranno la regola non più l’eccezione. Oggi il giudice li prescrive solo se necessari – uno dei casi più famosi è quello di Valter Lavitola – quando il decreto sarà definitivo dovrà prescriverli in ogni caso, a meno che, valutato il caso concreto, non ne escluda la necessità.

Il piccolo spaccio diventa “reato autonomo”. L’attenuante di lieve entità nel reato di detenzione e cessione di droga diventa reato autonomo. Per il piccolo spaccio, in altri termini, niente più bilanciamento delle circostanze, con il rischio che l’equivalenza con le aggravanti come la recidiva porti a pene troppo alte. Viene anche meno il divieto di disporre per più di due volte l’affidamento terapeutico al servizio sociale dei condannati tossico/alcool dipendenti. Ai minorenni tossicodipendenti accusati di piccolo spaccio saranno applicabili le misure cautelari con invio in comunità.

Affidamento in prova. Si spinge fino a 4 anni il limite di pena anche residua che consente l’affidamento in prova ai servizi sociali, ma su presupposti più gravosi (periodo di osservazione) rispetto all’ipotesi ordinaria che resta sui 3 anni. Si rafforzano inoltre i poteri d’urgenza del magistrato di sorveglianza.

Liberazione anticipata speciale. In via temporanea – dal 1 gennaio 2010 al 24 dicembre 2015 – sale da 45 a 75 giorni a semestre la detrazione di pena concessa con la liberazione anticipata. L’ulteriore sconto, che comunque non vale in caso di affidamento in prova e detenzione domiciliare, è tuttavia applicato in seguito a valutazione di quanto venga meritato il beneficio. Sono in ogni caso esclusi i condannati di mafia o per altri gravi delitti come omicidio, violenza sessuale, rapina aggravata, estorsione.

Detenzione domiciliare. Acquista carattere permanente la disposizione che consente di scontare a casa la pena detentiva – anche se residua – non superiore a 18 mesi. Restano ferme le esclusioni già previste per i delitti gravi o per altre particolari circostanze come la possibilità di fuga o comunque la tutela della persona offesa.

Espulsione detenuti stranieri. È ampliato il campo dell’espulsione come misura alternativa alla detenzione. Non solo vi rientra lo straniero che debba scontare 2 anni di pena, ma anche chi è condannato per un delitto previsto dal testo unico sull’immigrazione purché la pena prevista non sia superiore nel massimo a 2 anni o chi è condannato per rapina o estorsione aggravate. Oltre a meglio delineare i diversi ruoli del direttore del carcere, questore e magistrato di sorveglianza, viene velocizzata già dall’ingresso in carcere la procedura di identificazione per rendere effettiva l’esecuzione dell’espulsione.

Garante dei detenuti. Il Garante nazionale dei diritti dei detenuti sarà composto da un collegio di tre membri, scelti tra esperti indipendenti, che resteranno in carica per cinque anni non prorogabili. Compito del Garante nazionale è vigilare sul rispetto dei diritti umani nelle carceri e nei Cie. Potrà liberamente accedere in qualunque struttura, chiedere informazioni e documenti, formulare specifiche raccomandazioni all’amministrazione penitenziaria. Ogni anno il Garante trasmetterà al Parlamento una relazione sull’attività svolta.

Reclami e diritti. Si va dall’ampliamento della platea di destinatari dei reclami in via amministrativa a maggiori garanzie giurisdizionali nel reclamo davanti al giudice contro sanzioni disciplinari o inosservanze che pregiudichino diritti. In particolare, è prevista una procedura specifica a garanzia dell’ottemperanza alle decisioni del magistrato di sorveglianza da parte dell’amministrazione penitenziaria.

“I poliziotti del G8 risarciscano lo Stato”

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LA CORTE DEI CONTI CONTRO GLI AGENTI CHE PRESERO A CALCI UN RAGAZZO DI OSTIA E UN GIORNALISTA INGLESE
Fatto Quotidiano del 5/02/2014 di Ferruccio Sansa attualità
Una delle immagini simbolo del G8: il funzionario della Digos di Genova, Alessandro Perugini, in jeans e polo gialla, che colpisce con un calcio in faccia un ragazzo. “L’ho solo sfiorato”, raccon- terà. Le foto del volto del gio- vane, orrendamente tumefatto, dimostreranno il contrario. Per quel calcio, per quello che avvenne in quei momenti, ieri la Procura della Corte dei Conti di Genova ha chiesto mezzo milione di danni a Perugini e ad altri quattro agenti in servizio con lui a Genova. Una decisione clamorosa: Perugini e i suoi colleghi devono rispondere per il danno di immagine provocato allo Stato e al corpo di Polizia. Non solo: la terribile vicenda del calcio da un punto di vista penale si risolse in nulla. II ragazzo – risarcito privatamente – decise infatti di non sporgere denuncia. Perugini (nel frattempo promosso, come tanti poliziotti coinvolti nei processi del G8) è stato invece condannato in appello a un anno per il falso compiuto subito dopo le violenze: il ragazzo infatti, dopo essere stato pestato, era anche stato arrestato perché accusato di aver lanciato pietre contro gli agenti. Una versione smontata da testimonianze (tra le quali quella di Jovanotti) e da immaginati girate quel giorno. Ma adesso la Corte dei Conti bussa alla porta: mezzo milione per danno all’immagi- ne. La notizia arriva il giorno do- po quella rivelata ieri da Re- pubblica e dal Secolo XIX: la Procura della Corte dei Conti ha infatti chiesto 350mila eu- ro di danni agli agenti e ai funzionari di polizia responsabili della selvaggia aggres- sione al giornalista inglese Mark Covell durante l’irru- zione nella scuola Diaz. A quei poliziotti, quindi, scam- pati alla condanna penale grazia all’omertà di corpo, scambiata per spirito di corpo (i giudici dovettero prendere atto dell’impossibilità di individuarli). Ma sembra arrivata l’ora di saldare i conti. Almeno dal punto di vista patrimoniale. La cifra in questo caso è di 350.000 euro, quella che il ministero dell’Interno, a seguito di una transazione, aveva dato a Covell a titolo di risarcimento danni. Ma la vergogna G8 per la polizia non è ancora cancellata. Resta la paradossale vicenda di Michelangelo Fournier. Il vicequestore che, unico, intervenne per fermare il pe- staggio selvaggio della Diaz. Quello che cercò di fare un minimo di chiarezza al pro- cesso parlando di “macelleria messicana”. Tra tutte le azioni disciplinari avviate dopo il G8, quella contro Fournier è quella che è andata più avanti.

Don Scarano e gli affari con l’amante

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NUOVO ARRESTO PER MONSIGNOR “500” ACCUSATO DI RICICLAGGIO. LA GDF: SEQUESTRATI 6,5 MILIONI DI EURO
Fatto Quotidiano del 22/01/2014 di Valeria Pacelli attualità
Nunzio Scarano, o don “500”, arrestato nel giugno dello scorso anno per aver tentatodi far rientrare in Italia 20 milioni di euro, finisce di nuovo nei guai. La Procura di Salerno ha emesso nei suoi confronti una nuova ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari, accusandolo in concorso con altri, di aver riciclato milioni di euro. La lista degli indagati infatti contiene 52 persone, come il sacerdote Luigi Noli, finito anche lui ai domiciliari. Al centro dell’inchiesta il cospicuo patrimonio dell’ex titolare dell’Apsa, l’amministrazione del Patrimonio della Santa Sede, che, scrive il gip, è stato “quantificato in almeno 6,5 milionidi euro,accumulato in via pressoché esclusiva con risorse economico/finanziarie di provenienza illecita riconducibili alla famiglia di armatori D’Amico”. Somme di denaro che poi venivano trasferite sul conto Unicredit di Scarano e su quelli presso loIor e poi prelevati in contanti. A quel punto venivano utilizzati in investimenti immobiliari o societari – mediante la costituzione ela partecipazione a ben tre società –oanche perl’acquisto di quadri d’autore. Come i De Chirico, Labella e Guttuso che il monsignore possedeva in casa. O ANCHE IL “CROCIFISSO dell’altare di San Pietro del Bernini”. In un interrogatorio dell’11 giugno 2013, Scarano –difeso dall’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi –aveva ammesso che quei beni era- no “donazioni ricevute da nobili romani e dai D’Amico” esibendo una certificazione di donazione sottoscritta da Maria Cristina D’Amico. Versione questa smentita in un interrogatorio del 29 luglio 2013 dalla stessa Maria D’amico. Ma è proprio leg- gendo l’ordinanza che emergono anche alcuni dettagli della vita privata. Come quando distribuiva ai propri parenti i generi alimentari che riceveva in elemosina, come vino e olio. Ma emerge anche il rapporto con don Luigi Noli, che risulta “presente in molti affari illeciti”: oltre ad aver partecipato al tentativo di far rientrare 20 milioni di euro, “compare nell’affare delle false donazioni finalizzato a mascherare la provvista con cui Scarano estingue il mutuo di Prima Luce srl”, società di cui don “500” è stato titolare di quote fino all’agosto 2010. A raccontare del rapporto tra Scarano e don Noli è Massimiliano Marcianò: “Tra Nunzio e don Noli c’è un rapporto particolare che a mio avviso va ben oltre il normale rapporto di amicizia, sono di fatto la stessa persona e condividono praticamente tutto”. Il gip ricorda la conversazione del 9 febbraio 2013 tra il monsignore e Noli, durante la quale i due “ricordano un’esperienza particolare vissuta laddove ScArano parla della reazione di …omissis… che gli diceva: ‘a bello, allora vuoi dire che quello che ti ho dato quella sera non ti basta, ti devo dare il resto?’ E Luigi risponde: ‘Mamma mia quella sera indimenticabile, un animale è diventato! E a un puntoNunziodefinisce …omissis…possessivonei suoi confronti’e Noli risponde:‘Ti vuoletutto per sé, immaginati se sapesse che con me…’”. Intanto ieri le Fiamme gialle hanno sequestrato al monsignore, che a giugno doveva diventare arcivescovo, circa 6,5 milioni di euro tra beni immobili e denaro sui diversi conti corrente.

Niente carcere per gli over-70. Spunta (di nuovo) la norma salva Silvio

silvio-berlusconi
esto sula riforma della custodia cautelare; il capogruppo di FI in commissione Giustizia alla Camera presenta delle modifiche al ddl. Tra le proposte anche arresti più difficili con il 416-bis.

Articolotre Redazione– Mercoledì, Gennaio 08, 2014 attualità
Ciclicamente si ritorna a parlare delle norme salva-Silvio, quelle insomma che potrebbero permettere all’ex premier Silvio Berlusconi di non andare in carcere per i reati da lui commessi a causa dei sopraggiunti limiti di età.
L’occasione per fornire uno scudo giudiziario con cui Berlusconi potrebbe difendersi, è la discussione, in questi giorni, sulla riforma dell’istituto della custodia cautelare, affidata a un disegno di legge a firma Ferranti che oggi approda in aula.
A non farsi sfuggire l’occasione è Gianfranco Chiarelli capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia alla Camera che deposita tre emendamenti che in sostanza vorrebbero che non ci fosse il carcere per tutti coloro che hanno superato i settant’anni; anche se si sono macchiati di reati gravi come, ad esempio, la prostituzione minorile.
Equiparando gli ultra 70 alle donne incinte e alle madri con figli piccoli, Chiarelli conferma che “non può essere disposta la custodia in carcere, salvo che sussistano esigenze di eccezionale rilevanza”. Per essere certo di evitare trabocchetti, chiede di cambiare anche le regole per arrestare un mafioso o per chi ha commesso un reato grave, solitamente escluso da qualsivoglia agevolazione o attenuazione, come la riduzione e il mantenimento in schiavitù, la tratta di persone, la prostituzione minorile e la pornografia minorile.
Addirittura si vorrebbe modificare l’articolo 416-bis, l’associazione mafiosa. In questo caso, suggerisce, il carcere può essere evitato quando “siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari”. Quanto agli altri reati gravi “custodia cautelare in carcere soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata”. Non basta. Il giudice può decidere l’arresto preventivo “solo nei confronti dei delinquenti abituali, professionali o per tendenza” e solo dopo aver dimostrato di non poter dare i domiciliari “per l’assenza di un’idonea privata dimora”.
Le proposte difficilmente passeranno, trovando contrari innanzitutto Ncd – soprattutto per quanto riguarda il 416 bis – e Pd. E nel frattempo il ddl potrebbe però divenire un maxi emendamento al decreto sulle carceri, così da velocizzare l’iter.

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