Archivio mensile:maggio 2012

Servizio pubblico 31/05/2012 L’editoriale di Marco travaglio la paratina Michele Santoro – la copertina



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TERREMOTO EMILIA I DANNI LI PAGHIAMO NOI Le misure del governo per il sisma: aumento delle accise sui carburanti e (per ora) dell’Iva. Tasse e mutui rinviati


Fatto Quotidiano di Marco Palombi Attualità
di Trema la terra, crollano le case e un pezzo pregiato del mondo produttivo italiano, ma l’onda sismi-
ca non si ferma lì, anche quel regno astratto chiamato “conti p u bbl i c i ” rischia di rimanere sotto le macerie per due motivi: il costo della ricostruzione e la perdita di Pil conseguente alla distruzione delle fabbriche (e addio “cauta rip re s a ” nel secondo semestre 2012 su cui aveva fatto i conti il gover no).
IERI il Consiglio dei ministri ha comunque fatto quel che doveva, vale a dire un decreto per gestire l’emergenza e gettare le basi della ricostruzione: i versamenti fiscali sono rinviati al 30 settembre e i mutui a fine anno; è stabilita “la concessione di contributi a fondo perduto per la ricostruzione e riparazione delle abitazioni danneggiate dal sisma, per la ricostruzione e la messa in funzione dei servizi pubblici, per gli indennizzi alle imprese e per gli interventi su beni artistici e culturali” (è stato già creato un fondo da un miliardo l’anno per il 2013 e 2014); sempre per le imprese
ci saranno linee di credito agevolate sul fondo di rotazione della Cassa depositi e prestiti e su quello di garanzia del Mediocredito Centrale, mentre i comuni colpiti avranno una deroga – ancora da quantificare – ai vincoli di bilancio per le spese della ricostruzione. Roba che costa e, per racimolare i soldi, Monti & co. hanno finora indicato due strade. La prima è l’au-
mento di 2 centesimi dell’accisa sulla benzina, come previsto dal recente decreto sulla Protezione civile: se si fanno i conti sui consumi del 2011, il gettito dovrebbe essere superiore ai 550 milioni di euro. La seconda
è l’idea di devolvere all’emergenza sisma i risparmi della spending review: se le stime saranno confermate, si tratta di 4,2 miliardi da giugno a dicembre (7,2 miliardi su base annua). Insomma, ad oggi – quando non esistono ancora stime affidabili dei danni – lo stanziamento per il sisma in Emilia Romagna è di 4,7 miliardi di euro, cui vanno aggiunti le decine di milioni già impiegate per l’emergenza e i 90 che arriveranno dal dimezzamento dei rimborsi elettorali di giugno.
USARE I PROVENTI della spending review, però, potrebbe avere un effetto davvero spiacevole: quei soldi dovevano servire a bloccare l’aumento di due punti delle aliquote Iva del 10 e 21 per cento in arrivo ad ottobre. Una botta da 400 euro a famiglia secondo le associazioni dei consumatori e il colpo forse definitivo all’a gonizzante domanda interna: “Credo che dovremmo evitarlo, ma vedremo”, ha glissato il ministro Andrea Riccardi. I soldi della spending review in realtà, spiega una fonte del governo, potrebbero essere solo una “copertura ponte” per finanziare subito emergenza e inizio
Il rincaro della benzina porterà 550 milioni, lo Stato pronto a spendere quasi 5 miliardi
ella ricostruzione: la revisione della spesa, infatti, dovrebbe alla fine alleggerire le uscite dello Stato di 20 miliardi strutturali entro il 2014, assai più di quanto si spenderà in Emilia una tantum. Una via d’uscita – la richiesta è già arrivata informalmente alla commissione Ue – è escludere questo esborso dai vincoli di bilancio: trattativa difficile, ma non impossibi-
Cgil, Cisl e Uil Rinviato il corteo per il lavoro
I
l corteo sindacale del 2 giugno (sui temi del lavoro, del fisco, della crescita e del welfare) è stato rinviato. Ad annunciarlo il leader Cisl, Raffaele Bonanni. I leader si recheranno, in quella data, a visitare le popolazioni colpite in segno di solidarietà. Cgil, Cisl e Uil hanno deciso anche di devolver e un’ora di lavoro alle popolazioni colpite.
le, magari sotto la forma di interventi per la messa in sicurezza del territorio. Il problema vero, però, è non lasciar morire i distretti produttivi della zona, tra i più importanti d’Italia: il biomedicale di Mirandola, la ceramica a Finale, la meccanica tra Modena e Ferrara, il tessile a Carpi e l’agroalimentare un po’ dovunque valgono un fatturato tra i 25 e i 30 miliardi di eurol’anno. Perderli vorrebbe dire impoverire una parte finora ricca del paese e, ovviamente, peggiorare i conti dello Stato ad ogni livello: entrate (meno tasse), uscite (disoccupati) e denominatore, vale a dire il Pil. Serve liquidità, e si vedrà quanto funzioneranno Cassa depositi e prestiti e Mediocredito, ma anche soluzioni per uno spostamento temporaneo e si potrebbe pure – Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, lo ha chiesto al ministro Corrado Passera – riservare alle imprese della zona una quota di appalti p u bbl i c i .
A LT R E T TA N TO impor tante, ovviamente, sarà avviare subito la ricostruzione: ci penserà Vasco Errani, nominato ieri commissario straordinario (“lavoreremo bene e in trasparenza”). Il suo progetto? Dire addio al “modello L’Aquila”, in cui il commissario fa e disfa in solitudine: “Staremo nell’ordinar ietà: costruiremo un progetto sulla base delle comunità e degli accordi con le forze economiche, sociali e del volontariato”. È il modello emiliano: concertare sempre, tutto, speriamo non troppo e coi soliti noti.

È tornata la crisi dello spread Telefonata tra Monti, Obama, Merkel e Hollande(Lo s p re a d a 470, le Borse giù, vertice telefonico d’urgenza Obama-Merkel-Hollande-Monti. E se fosse sbagliata la cura?)


Fatto Quotidiano 31/05/2012 di Stefano Feltri Attualità
Ieri sera Mario Monti è stato al telefono con Barak Obama, Angela Merkel e Francois
Hollande per parlare di crisi e crescita. Proprio nel giorno in cui è tornato l’incubo spread: dopo una giornata tormentata, la differenza tra titoli di Stato italiani a 10 anni e omologhi tedeschi è arrivata a 467 punti. In un’asta il Tesoro offrivno a 6,2 miliardi di titoli, ma ne ha collocati soltanto 5,74, al tasso preoccupante del 6,03 per cento. Sembra di essere tornati a un anno fa, quando prima dell’estate i mercati sono stati attraversati dal panico e, scatenandosi al ribasso, hanno disarcionato diversi governi. In un anno molte cose sono cambiate, da ieri, per esempio, è svanita l’ossessione per i bilaci: la Spagna è nel pieno di una crisi bancaria e, anche per questo, la Commissione europea le concede un anno aggiuntivo per provare a rispettare gli obiettivi di deficit (oggi è al 4,8 per cento del Pil, dovrebbe arrivare al 3). Bruxelles ha anche richiesto una manovra correttiva correttiva alla Francia di François Hollande, per ridurre il deficit, proprio a lui che nel frattempo si batte contro Angela Merkel per poter fare più spesa pubblica anticrisi. Un anno fa notizie come queste avrebbero fatto tremare, da sole, mercati e governi. Perché nell’estate 2011 gli investitori cercavano di fissare il giusto prezzo per il debito pubblico dei diversi Paesi, svanito l’effetto unifor-mante dell’euro. E se qualcuno (tipo l’Italia di allora) non dimostrava il giusto impegno a trovare un equilibrio sostenibile, lo spread e il costo del debito alle aste saliva, fino al limite del d e fa u l t . Oggi il clima è cambiato, dopo dodici mesi di rigore, nessuno si concentra più sulle cifre di debito e deficit (o meglio, nessuno tranne i tedeschi) e tutti sono in apprensione per la cre-scita del Pil, assente. Le raccomandazioni della Commissione, presentate ieri ai 27 membri dell’Unione , sono un passaggio fondamentale della politica di bilancio dei singoli Paesi. Ma l’ac cento, anche nelle parole del presidente José Barroso, era soprattutto sulla necesità di trovare strumenti comunitari per evitare il crac dell’euro (non ha nominato gli eurobond, però, per non indispettire Berlino). Una presa di consapevolezza che rassicura anche i mercati, oltre che i cittadini. Il guaio, come spesso accade, è la tempistica: mentre si perdeva tempo col rigore degli zero virgola, è maturata una nuova crisi bancaria. La Spagna deve trovare i 23 miliardi che le servono per salvare Bankia, quarto gruppo del Paese, dal crac. Pare che il fondo spagnolo di garanzia dei depositi emetterà delle obbligazioni per finanziare la ricapitalizzazione (ipotesi che non elettrizza i mercati, perché non risolve il problema ma gli mbia soltanto volto). Ieri il Financial Times ha scritto che la Banca centrale europea di Mario Draghi ha rifiutato di intervenire in soccorso. Francoforte ha subito smentito, ma è un fatto che la Bce in questo momento sia immobile, non compra titoli, non taglia i tassi e, dopo aver fornito 1.000 miliardi a tasso agevolato alle banche, è restia a muoversi di nuovo con quell’attivismo che aveva caratterizzato l’estate 2011. A Bruxelles circola l’idea di far intervenire il nuovo fondo salva Stati ESM direttamente nel capitale delle banche, ma bisognerebbe riscrivere da capo trattati già pronti per l’ap provazione. C’è il vertice di fine giugno tra i capi di governo, ma il veto della Germania su ogni condivisione di debito lascia poco da sperare. Riassumendo: gli Stati stanno per avere gli stessi problemi del 2011 ma, in contemporanea, le banche si preparano a rivivere il 2007-2008. Non per i derivati tossici legati ai mutui americani, questa volta, ma per le obbligazioni statali di cui si sono imbottite (ancor di più negli ultimi tempi, grazie alla liquidità della Bce). L’Italia è in una posizione ambigua: nessuno le impone più stringenti misure di bilancio, le raccomandazioni morbide di ieri erano frutto in gran parte della rispettabilità (e influenza) brussellese di Mario Monti. Poco più di una pacca sulla spalla e di un “non mollare”, ma la situazione delle banche è decisamente più critica di quella del 2007 (e del 2011). Se il premier non otterrà qualche apertura concreta dalla Germania, nei prossimi giorni, aver conquistato la benevolenza di Bruxelles e un po’ di indulgenza sui mercati servirà a poco.
Twitter @stefanofelt

Terremoto SICUREZZA FAI DA TE La catastrofe L’ipotesi: omicidio colposo dei capannoni: sono le stesse imprese a valutare per prime se i danni impediscono di tornare alla produzione


Fatto Quotidiano 31/05/2012 attualità di Ferruccio Sansa Paolo Tessadri

Cavezzo (Modena)
l capannone contro l’antico mulino. Erano distanti poche decine di metri fino a martedì mattina, a Cavezzo.
Oggi da una parte la strada è vuota, resta solo un ammasso alto tre metri di detriti: spuntano pezzi di auto contorte, mobili, relitti di condizionatori, di cartelli segnaletici. Nell’aria l’odo re del cemento, delle viscere della costruzione. Ecco che cosa resta di un capannone costruito dieci anni fa. Intanto l’antico mulino è ancora perfettamente intatto. Nemmeno una crepa.
11 lavoratori: una mattanza I terremoti lasciano macerie, proprio come a Cavezzo. Ma anche altro: il sisma dell’Emilia lascia a terra l’Italia di oggi, quella dei capannoni. Non è un caso se 11 dei 17 morti sono operai. Basta aggirarsi per le strade e i viali ordinati di Medolla, Mirandola e, appunto, Cavezzo, per rendersene conto. Nella stessa strada vedi sette edifici intatti, tre distrutti. Ha scelto il destino, verrebbe da dire, il fulmine sotterraneo del terremoto.
Il vecchio meglio del nuovo Forse. Ma anche un occhio inesperto si accorge che a crollare sono soprattutto gli edifici recenti. Che i capannoni sono venuti giù come castelli di carte. Almeno duemila sono crollati o danneggiati. Sarà l’inda gine condotta a Modena dal pm Lucia Musti a stabilire se ci sono responsabili. “È probabile che ci saranno presto indagati, per adesso nessuno è stato ancora iscr itto”, riferiscono fonti investigative. L’ipotesi di reato potrebbe essere omicidio colposo. Vito Zincani, procuratore di Modena, usa parole dure: “Questi terremoti non sono ancora classificati come distruttivi, perché le strutture costruite secondo le norme dovrebbero resistere a scosse di questa entità. Ma perché allora non hanno retto? La politica industriale a livello nazionale sulla costruzione di questi fabbricati è una politica suicida. Pensavo fossero robuste quelle costruzioni, anche se
brutte. Come sempre – conclu de Zincani – ha prevalso la logica del risparmio”. Ma l’inchiesta si occuperà anche di un altro nodo: le procedure richieste alle imprese per valutare se i capannoni abbiano subìto danni. Se possano di nuovo ospitare gli o p e ra i .
L’ag i b i l i t à Una valutazione che, si scopre adesso, la legge lascia alle stesse imprese. Spiega Demetrio Egidi, responsabile della Protezione civile in Emilia: “La prima valutazione è lasciata al tecnico dell’azienda che considera se ci siano danni. Se occorre una valutazione approfondita, chiede l’intervento dei Vigili del fuoco. L’ultima parola sull’agibilità spetta agli ingegneri del nucleo
L’anello debole delle certificazioni Il bilancio: 2 mila strutture danneggiate dal sisma
di valutazione regionale”. L’anello debole sembra quella valutazione in mano alla stessa impresa. Come emerge dalle parole di Paolo Preti, manager della Meta di San Felice, dove martedì sono morte tre persone: “Ave vamo fatto tutti gli interventi per tornare a lavorare nel massimo della sicurezza. Abbiamo l’a gibilità. Abbiamo una certificazione, ce l’ha fatta un tecnico iscritto all’albo”. Ma quanti capannoni sono stati danneggiati dalle scosse che tormentano l’Emilia? “Noi abbiamo messo in conto di dover compiere almeno ventimila verifiche a edifici pubblici e pr ivati”, sospira Egidi. I capannoni sarebbero duemila circa. Ecco, il terremoto che colpisce i capannoni, che punta il dito sulla cementificazione recente e in-
controllata. In Italia ci sono 701.978 capannoni (come ricorda l’Agenzia del Territorio), il record è al Nord e qui dove la terra continua a tremare: 31,9%. Soltanto in Lombardia sono 137.668. Poi il Veneto con 87.894 e quindi l’Emilia (83.465). Numeri, ma per renderci conto di che cosa significhino concretamente ascoltate Adriano Paolella, architetto, professore di Tecnologia delle costruzioni e direttore generale del Wwf: “I capannoni e le loro pertinenze occupano in Italia più di duemila chilometri quadrati. La città di Napoli non arriva a 117 chilometri quadrati, Milano tocca 180 chilometri. E molti capannoni hanno bisogno di interventi urgenti”. Insomma, è come se una città grande dieci
volte Milano avesse necessità immediata di lavori. Altrimenti? Arriva una scossa e i capannoni c ro l l a n o .
La bolla della Tremonti-bis Ma a finire in polvere sono anche quelli più recenti. Già, perché la vera e propria febbre da capannone è esplosa dopo il 2001. “La legge Tremonti bis assegnava incentivi fiscali alle imprese che reinvestivano gli utili in beni strumentali”, racconta Paolella. Risultato: la bolla del capannone. Basta percorrere l’autostrada Milano-Brescia per rendersene conto. O ancor di più attraversare quella che una volta era la pianura veneta: durante l’era del governatore Giancarlo Galan (Pdl) sono stati realizzati tanti capannoni che, mes-

30 maggio 2012 – 16.59SI POSSONO PREVEDERE I TERREMOTI?


Tre anni fa L’Aquila era coperta di macerie e sinistramente silenziosa. In trecento non riuscirono a guadagnare la via della salvezza. Le polemiche infuriavano: molti avrebbero potuto essere salvati. In primo luogo, se le costruzioni avessero rispettato le più elementari norme antisismiche, o se la sabbia mescolata al cemento con il quale erano costruite molte abitazioni non fosse stata allungata eccessivamente con l’acqua. Ma altri avrebbero potuto essere ancora vivi se avessero avuto la fortuna, capitata a molti, di essere in contatto con un tecnico aquilano che da mesi, regolarmente, effettuava previsioni che erano consultate anche dal sindaco, Massimo Cialente, nonché dai Vigili del Fuoco e dalla Prefettura. Ma anche così, se almenofosse andata in onda quella maledetta intervista dove Giuliani, unica voce fuori dal coro delle rassicurazioni della Protezione Civile, avvertiva di un possibile forte sisma in arrivo, il numero di vittime avrebbe certamente potuto essere inferiore.

Quello che era mancato a L’Aquila, nei mesi precedenti alla catastrofe, si chiamava informazione. Così, insieme ai lettori di byoblu.com che volevano sapere, tentammo un esperimento: la realizzazione di un documentario che cercasse di spiegare chi era Giampaolo Giuliani e su cosa si basava effettivamente la sua tecnica di previsione dei terremoti. Migliaia di persone aderirono al progetto, e i loro nomi scorrono in un fiume ininterrotto che ancora oggi è capace di emozionarmi, in coda al dvd. Avevamo fatto rete. Un’altra informazione era possibile. Magari meno sfavillante, meno ricca di roboanti effetti grafici e più lineare, in linea con lo spirito di internet che bada al sodo più che ai fronzoli, ma sicuramente utile.

E poichè in rete le informazioni parziali non piacciono (qui si usa così), decisi che un documento informativo sulle nuove, supposte frontiere della prevedibilità dei terremoti non sarebbe stato completo se non fossi andato anche all’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, fiore all’occhiello della scienza sull’argomento. Ma feci anche di più: portai il direttore della Sezione di Tettonofisica e Sismologia, Antonio Piersanti, direttamente a L’Aquila, nei laboratori di Giuliani, e filmai il loro incontro senza tagli e senza censure. Senza tanto girarci intorno, avevo fatto incontrare due mondi, quello della scienza e quello della ricerca indipendente, lasciando che i lettori si facessero un’idea da soli, cercando di interferire il meno possibile nella discussione accesa che si era sviluppata.

Oggi, in conseguenza del terremoto che ancora ed ancora torna inesorabilmente a colpire le nostre terre, generando nuovi morti, nuovi cumuli di macerie e nuovi sfollati, credo sia giunto il momento di rendere disponibile a tutti, e non solo a coloro che parteciparono al progetto iniziale, il materiale girato. Con l’auspicio che possa servire da ulteriore stimolo alla discussione e all’avvio di una nuova fase di approfondimento.

Ecco il primo dei quattro episodi principali, nel quale Giampaolo Giuliani si presenta, racconta la sua storia, come è arrivato ad occuparsi di terremoti e ci accompagna per mano a L’Aquila, il 6 aprile 2009, a poche ore dal terremoto che avrebbe provocato morte, distruzione e un dolore infinito. Nei prossimi giorni, a seguire, arriveranno il secondo episodio, la visita all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per capire insieme cosa sono i terremoti, come vengono studiati e di quali sofisticate atrezzature dispone il centro di controllo di Roma. Poi ancora sarà la volta di una seduta approfondita nei laboratori di Giuliani, per capire come effettivamente funziona la sua tecnica e quali ne sono le premesse teoriche. Infine, vedremo insieme il confronto tra coloro che rappresentano due forze alternative e complementari che da sempre nella storia si sono contrapposte, a volte senza vincitori né vinti, a volte con la chiara prevalenza nel tempo dell’una o dell’altra: il sapere accademico e la spinta riformatrice, spesso considerata eretica.

Se è vero che non tutto ciò che promette nuovi sviluppi corrisponde a una verità foriera di vantaggi concreti, è anche fuor di dubbio che la storia è piena di idee dapprima giudicate frutto di blasfemia scientifica, poi accettate in parte o nella loro interezza grazie al tempo e al coraggio di chi ha saputo non darsi mai per vinto.

Quell’intreccio fatale tra potere sportivo e media (Tito Boeri).

Quell’intreccio fatale tra potere sportivo e media (Tito Boeri)..

Quegli infiniti secondi di terrore (Mario Tozzi).

Quegli infiniti secondi di terrore (Mario Tozzi)..

Un Paese a sua insaputa di Marco Travaglio 31 maggio 2012

CAPANNONI DI CARTA “SICUREZZA, GARA A CHI RISPARMIA ”11 corpi rimasti sotto le lamiere. Le aziende:“Avevamo i certificati”. Gli esperti: giù come i Lego


Fatto Qutidiano 39/05/2012 di Silvia Truzzi attualità
inviato a Mirandola (Modena)
to pregando”. La ragazza con il camice strappato ha un pacchetto di fazzolettini in mano, la faccia stro-
picciata dal pianto e dalla paura. All’una è arrivata la seconda scossa violenta. La prima, alle 9, aveva sbriciolato il capannone della Haemotronic di Medolla che produce apparecchiature biomedicali, come quasi tutti in questa zona: gli operai sono rimasti a contare le scosse, ad aspettare notizie dei loro compagni, in un’attesa esasperante di sole che spacca la testa e ansia che nessun abbraccio può sedare. Un operaio è stato trovato quasi subito dai cani del soccorso alpino, morto. Gli altri tre sono ancora dentro, sommersi in un groviglio di pareti e calcinacci: due corpi verranno estratti a tarda sera.
I SALVATI parlano sottovoce come se fossero in chiesa e un’unica parola si distingue nel mormorio mescolato di voci e terra che trema: “Ag ibilità”. Dopo il terremoto di nove giorni fa, le fabbriche erano state controllate dagli ingegneri: tutte erano sicure. “C’era appeso il foglio dell’a gibilità”, dice un operaio con la voce rotonda, un attimo prima di bestemmiare. Mattia Ravizza è il proprietario della Haemotronic, si aggira sperduto in quel che resta della sua azienda. Fa fatica a parlare e scuote la testa. Ma giura che i rilievi tecnici non avevano trovato quasi nulla e che l’attività era ripresa “per ché si poteva”. Qualche chilometro più in là, nella zona industriale di Mirandola c’è la Bbg, acronimo di tre ex operai che tanti anni fa si erano messi in proprio. La “g” sta per Grilli, Enea, morto insieme a due dipendenti: Eddi Borghi e Vincenzo Grilli. Gabriele Busoli, figlio di un altro socio, cammina su e giù di fronte al disastro, cercando di risponde all’u-nica domanda che da stamattina è sulla bocca di tutti: Perché avevate riaperto? “Era tutto a posto, tutto a posto. Ci avevano dato l’agibilità, ho depositato i documenti in Comune. Io ero lì dentro, vi giuro che era un inferno. E sembrava non finire mai. Voglio vedere se hanno il coraggio di fare la centrale a gas, adesso. Voglio vedere se Giovanardi ha il coraggio di venire qui a chiedere voti e a dire che bisogna fare la
centrale. Se qualcuno si azzarda a proporlo ancora lo aspettiamo con i fucili”. La geografia dei caduti sul lavoro è una mappa vasta e dolente: nel crollo dell’Aries Biomedicale è morto il titolare, Mario Mantovani, farmacista di 64 anni. Alla Metadi San Felice al Panaro, è morto l’ingegnere chiamato a fare rilievi sui danni subiti e due lavoratori stranieri: uno è Kumar Pawan, indiano di 31 anni, padre di due bimbi. L’altro, Mohamad Azaar, marocchino, era stato dato per morto il 20 maggio. Ma non era vero. Il destino l’ha inseguito fin qui e questa volta non aveva voglia di scherzare.
I LORO COMPAGNI, india ni e maghrebini, si sono radunati lì davanti, si sono inginocchiati per terra e hanno pregato. Un amico di Kumar racconta: “La vorava qua da 5 anni, il suo padrone aveva detto che era tutto a posto e gli ha chiesto di tornare a lavorare ma era un capannone molto vecchio e pericoloso, aveva paura. Dopo il primo terremoto un altro parente gli aveva proposto di andare per un po’ in India con lui, ma Kumar ha preferito restare qui”. Come lui tanti che non hanno saputo – o non hanno potuto – dire di no alla ripresa delle attività. Le inchieste della magistratura proveranno a chiarire, nei prossimi giorni. Intanto il segretario della Cgil Susanna Camusso enuncia
Camusso (Cgil): non si è provveduto alla messa a norma Confindustria: tutto a regola d’arte MA TANTI hanno dubbi su questi capannoni che hanno venti, trent’anni, qualcuno anche di più e sembrano fragili come il cristallo. Possibile che dopo le scosse di nove ci giorni fa non siano stati fatti rilievi più che accurati? Gli esperti si erano pronunciati con parole che ora suonano come un sinistro presagio: “Sicuramente qualcuno ha operato con leggerezza, facendo economia. Si è progettato in maniera non intelligente”, aveva detto il presidente dell’associazione di Ingegneria sismica italiana, Agostino Marioni. Per Marioni i costruttori di pre-abbricati “fanno a gara a chi appoggia le travi per due centimetri senza sostegno. Il buon senso, in una regione con rischio sismico, avrebbe consigliato altri provvedimenti. Provvedimenti che avrebbero avuto un costo superiore marginale. C’è stata un’esasperata tendenza al rispar mio”. Gian Michele Calvi, professore ordinario e direttore della Ume School Iuss Pavia e presidente della fondazione Eucentre, venerdì scorso a margine di un convegno sul ‘Recupero del costruito in zona sismica”, aveva praticamente previsto quello che è accaduto: “Le zone colpite non sono storicamente classificate come sismiche. Basterebbero pochi interventi, ma così come sono non resisterebbero a nessuna accelerazione. Un terremoto in Pianura padana o in zone non classificate provocherà sempre il crollo di strutture di questo tipo, compresi i supermercati. Quelli avvenuti non sono stati crolli legati a rotture di travi o pilastri. Ma sono strutture costruite come Lego, una parte ha perso l’appoggio e sono cadute”. L’ingegnere bolognese Guido Cacciari, 20 anni di esperienza in zona sismica, ha ribadito il concetto: “I capannoni in pre-abbricato ante 2006 sono a rischio eccezionale di crollo alla minima scossa. L’unica sollecitazione orizzontale per cui sono calcolati è il vento, a cui resistono per solo peso proprio. Proprio quel peso che è l’origine della sollecitazione sismica. I vincoli tra trave e pilastri sono cer niere”. Profezie e lacrime: ora l’Emilia è un impasto di rimpianti e terrore. Un’altra notte sta per cominciare e la terra non smette di essere nervosa.

C A S S I N T E G R AT I UN MILIARDO NON BASTA PIÙ Troppo pochi i soldi del governon Campania emergenza per 30 mila


Fatto Quotidiano 29/05/2012 attualità Salvatore Cannavò non rientrano nelle regole previste e per cui si procede a un provvedimento emergenziale. Può essere stabilita da un accordo a livello centrale, con la presenza delle regioni interessate oppure solo a livello regionale. Nel primo caso la copertura del ministero è del 70 per cento (il 30 è a carico della Regione), nel secondo caso è a carico di quest’ultima anche se a erogare la prestazione – pari all’80 per cento del salario – è l’Inps. Se generalmente viene
prevista per 12 mesi, le Regioni spesso autorizzano casse in deroga anche per 4-6 mesi, in modo da provvedere a situazioni urgenti. E questo può generare situazioni di instabilità.
CHE LA CRISI morda più di quanto appaia in superficie è desumibile dal bollettino settimanale che scandisce vertenze e tavoli di crisi aperti presso il ministero del Lavoro o le Regioni. Soltanto negli ultimi sette giorni, so-I ricordi dell’ex presidente Fiat nel libro con Madron, così diverso da quello storico con Pansa
no diverse migliaia i posti di lavoro messi a rischio e per cui occorrerà provvedere con gli ammortizzatori sociali. Si pensi alla vertenza della Sirti, l’azienda telefonica in cui solo dopo una durissima protesta da parte dei lavoratori si è arrivati alla concessione della cassa integrazione a rotazione per i mille esuberi. Sono invece 430 i lavoratori della Kss di Colleferro, in provincia di Roma, a non sapere quale sarà il loro destino dopo che l’azienda, che produce airbag, ha deciso di delocalizzare in Romania. Se invece l’Alcatel Lucent ha deciso di dimezzare gli esuberi da 490 a 245 – anche qui grazie agli scioperi – non è stato ancora definito il tema degli ammortizzatori sociali. Oppure, ancora, il caso della Partecipazioni Società Agricola srl, del gruppo Ciccolella, che ha chiesto la riduzione di 242 posti su 397 presenti in Puglia e Basilicata. Un gruppo che va segnalato perché nei mesi scorsi era stato individuato come uno di quelli in grado di rimpiazzare parte degli stabilimenti abbandonati dalla Fiat a Termini Imere s e .
PESANO ANCHE le grandi aziende: 5400 impiegati Fiat messi in Cassa integrazione il 21 maggio e che rischiano di finirci ancora presto. In Campania c’è anche la crisi dell’Eav, la holding che gestisce i trasporti della Circumvesuviana e altri servizi e che ha annunciato tagli per 500 persone. Sempre per restare ai grandi numeri va segnalata Finmeccanica che vorrebbe dismettere un gran numero di società entro l’anno tra cui Ansaldo Breda, Ansaldo Sts e Ansaldo Energia, il tutto per fare fronte ai forti debito della grande holding di Stato.
L’allarme è stato lanciato ieri dalle pagine del Mattino di Napoli dall’assessore regionale della Campania,
Severino Nappi: i fondi per la Cassa integrazione non sono arrivati e circa 30 mila lavoratori sono a rischio reddito.
UNA CIFRA enorme anche per una regione in cui la disoccupazione supera il 15 per cento con punte del 50 per cento tra i giovani. I lavoratori per cui è stata prorogata la Cassa integrazione fino al 30 giugno sono 11043 ma, dice l’assessore, con le nuove istanze di sussidio richieste recentemente potrebbero arrivare a 30 mila con 681 aziende in crisi. Del resto, già nel 2011, afferma ancora la Regione, i lavoratori interessati a politiche “a t t i ve ” sono stati 29.847, quindi il conto tornerebbe. La cifra necessaria è
di 150 milioni solo per il 2012 ma la giunta regionale mette le mani avanti anche per il 2013 quando, presumibilmente, entreranno in vigore le nuove regole del mercato del lavoro e la stessa cassa integrazione in deroga dovrebbe scomparire o rimanere in forma di semplice proroga. “Il problema, spiega al Fa t t o Clau dio Treves, responsabile del
La crisi peggiora, le risorse per il 2011 e il 2012 sono poche e non vengono distribuite alle Regioni
mercato del lavoro per la Cgil, è che i fondi stanziati dal governo non sono stati ancora ripartiti tra le Regioni. A volte dipende dall’effettivo adempimento da parte di quest’ultime degli obblighi di legge certificando l’esaurimento delle risorse a disposizione e i versamenti all’Inps della quota di propria pertinenza. “So lo che i ritardi amministrativi si scaricano sugli stessi lavoratori” aggiunge Treves, quindi non va escluso che la Regione Campania abbia anch’essa le sue responsabilità nel creare l’allarme. “In ogni caso abbiamo già fatto presente al governo che il miliardo stanziato per il 2011 e poi per il 2012 non basterà visto l’aggravamento della crisi”.
LA CASSA in deroga è, come si evince dal nome, una deroga rispetto alla Cig ordinaria e straordinaria e dunque viene autorizzata per quelle imprese che

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