Terremoto SICUREZZA FAI DA TE La catastrofe L’ipotesi: omicidio colposo dei capannoni: sono le stesse imprese a valutare per prime se i danni impediscono di tornare alla produzione


Fatto Quotidiano 31/05/2012 attualità di Ferruccio Sansa Paolo Tessadri

Cavezzo (Modena)
l capannone contro l’antico mulino. Erano distanti poche decine di metri fino a martedì mattina, a Cavezzo.
Oggi da una parte la strada è vuota, resta solo un ammasso alto tre metri di detriti: spuntano pezzi di auto contorte, mobili, relitti di condizionatori, di cartelli segnaletici. Nell’aria l’odo re del cemento, delle viscere della costruzione. Ecco che cosa resta di un capannone costruito dieci anni fa. Intanto l’antico mulino è ancora perfettamente intatto. Nemmeno una crepa.
11 lavoratori: una mattanza I terremoti lasciano macerie, proprio come a Cavezzo. Ma anche altro: il sisma dell’Emilia lascia a terra l’Italia di oggi, quella dei capannoni. Non è un caso se 11 dei 17 morti sono operai. Basta aggirarsi per le strade e i viali ordinati di Medolla, Mirandola e, appunto, Cavezzo, per rendersene conto. Nella stessa strada vedi sette edifici intatti, tre distrutti. Ha scelto il destino, verrebbe da dire, il fulmine sotterraneo del terremoto.
Il vecchio meglio del nuovo Forse. Ma anche un occhio inesperto si accorge che a crollare sono soprattutto gli edifici recenti. Che i capannoni sono venuti giù come castelli di carte. Almeno duemila sono crollati o danneggiati. Sarà l’inda gine condotta a Modena dal pm Lucia Musti a stabilire se ci sono responsabili. “È probabile che ci saranno presto indagati, per adesso nessuno è stato ancora iscr itto”, riferiscono fonti investigative. L’ipotesi di reato potrebbe essere omicidio colposo. Vito Zincani, procuratore di Modena, usa parole dure: “Questi terremoti non sono ancora classificati come distruttivi, perché le strutture costruite secondo le norme dovrebbero resistere a scosse di questa entità. Ma perché allora non hanno retto? La politica industriale a livello nazionale sulla costruzione di questi fabbricati è una politica suicida. Pensavo fossero robuste quelle costruzioni, anche se
brutte. Come sempre – conclu de Zincani – ha prevalso la logica del risparmio”. Ma l’inchiesta si occuperà anche di un altro nodo: le procedure richieste alle imprese per valutare se i capannoni abbiano subìto danni. Se possano di nuovo ospitare gli o p e ra i .
L’ag i b i l i t à Una valutazione che, si scopre adesso, la legge lascia alle stesse imprese. Spiega Demetrio Egidi, responsabile della Protezione civile in Emilia: “La prima valutazione è lasciata al tecnico dell’azienda che considera se ci siano danni. Se occorre una valutazione approfondita, chiede l’intervento dei Vigili del fuoco. L’ultima parola sull’agibilità spetta agli ingegneri del nucleo
L’anello debole delle certificazioni Il bilancio: 2 mila strutture danneggiate dal sisma
di valutazione regionale”. L’anello debole sembra quella valutazione in mano alla stessa impresa. Come emerge dalle parole di Paolo Preti, manager della Meta di San Felice, dove martedì sono morte tre persone: “Ave vamo fatto tutti gli interventi per tornare a lavorare nel massimo della sicurezza. Abbiamo l’a gibilità. Abbiamo una certificazione, ce l’ha fatta un tecnico iscritto all’albo”. Ma quanti capannoni sono stati danneggiati dalle scosse che tormentano l’Emilia? “Noi abbiamo messo in conto di dover compiere almeno ventimila verifiche a edifici pubblici e pr ivati”, sospira Egidi. I capannoni sarebbero duemila circa. Ecco, il terremoto che colpisce i capannoni, che punta il dito sulla cementificazione recente e in-
controllata. In Italia ci sono 701.978 capannoni (come ricorda l’Agenzia del Territorio), il record è al Nord e qui dove la terra continua a tremare: 31,9%. Soltanto in Lombardia sono 137.668. Poi il Veneto con 87.894 e quindi l’Emilia (83.465). Numeri, ma per renderci conto di che cosa significhino concretamente ascoltate Adriano Paolella, architetto, professore di Tecnologia delle costruzioni e direttore generale del Wwf: “I capannoni e le loro pertinenze occupano in Italia più di duemila chilometri quadrati. La città di Napoli non arriva a 117 chilometri quadrati, Milano tocca 180 chilometri. E molti capannoni hanno bisogno di interventi urgenti”. Insomma, è come se una città grande dieci
volte Milano avesse necessità immediata di lavori. Altrimenti? Arriva una scossa e i capannoni c ro l l a n o .
La bolla della Tremonti-bis Ma a finire in polvere sono anche quelli più recenti. Già, perché la vera e propria febbre da capannone è esplosa dopo il 2001. “La legge Tremonti bis assegnava incentivi fiscali alle imprese che reinvestivano gli utili in beni strumentali”, racconta Paolella. Risultato: la bolla del capannone. Basta percorrere l’autostrada Milano-Brescia per rendersene conto. O ancor di più attraversare quella che una volta era la pianura veneta: durante l’era del governatore Giancarlo Galan (Pdl) sono stati realizzati tanti capannoni che, mes-

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