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La Papessa Laura (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 11/03/2014. Marco Travaglio attualità
Chissà se madonna Laura Boldrini, papessa della Camera, ha letto di recente I promessi sposi e s’è dunque imbattuta in Donna Prassede, bigottissima moglie di Don Ferrante, convinta di rappresentare il Bene sulla terra e dunque affaccendatissima a “raddrizzare i cervelli” del prossimo suo e anche le gambe ai cani, sempre naturalmente con le migliori intenzioni, di cui però – com’è noto – è lastricata la via per l’Inferno. Noi tenderemmo a escluderlo, altrimenti si sarebbe specchiata in quel personaggio petulante e pestilenziale descritto con feroce ironia da Alessandro Manzoni, e avrebbe smesso di interpretarlo ogni giorno dal suo scranno, anzi piedistallo di terza carica dello Stato. Invece ha proseguito imperterrita fino all’altroieri, quando ha fatto sapere alla Nazione di non avere per nulla gradito l’imitazione “sessista” della ministra Boschi fatta a Ballarò da Virginia Raffaele, scambiando la satira per lesa maestà e l’umorismo su una donna potente per antifemminismo. E chissenefrega, risponderebbe in coro un altro paese, abituato alla democrazia, dunque impermeabile alla regola autoritaria dell’Ipse Dixit. Invece siamo in Italia, dove qualunque spostamento d’aria provocato dall’aprir bocca di un’Autorità suscita l’inevitabile dibattito. Era già capitato quando la Rottermeier di Montecitorio aveva severamente ammonito le giovani italiane contro la tentazione di sfilare a Miss Italia, redarguito gli autori di uno spot che osava financo mostrare una madre di famiglia che serve in tavola la cena al marito e ai figli, sguinzagliato la Polizia postale alle calcagna degli zuzzurelloni che avevano postato sul web un suo fotomontaggio in deshabillé e fare battutacce – sessiste, ça va sans dire – sul suo esimio conto (come se capitasse solo a lei), proibito le foto e i video dei lavori parlamentari in nome di un malinteso decoro delle istituzioni, fatto ristampare intere risme di carta intestata per sostituire la sconveniente dicitura “Il presidente della Camera” con la più decorosa “La presidente della Camera”. Il guaio è che questa occhiuta vestale della religione del Politicamente Corretto è incriticabile e intoccabile in quanto “buona”. E noi, tralasciando l’ampia letteratura esistente sulla cattiveria dei buoni, siamo d’accordo: Laura Boldrini, come volontaria nel Terzo Mondo e poi come alta commissaria Onu per i rifugiati, vanta un curriculum di bontà da santa subito. Poi però, poco più di un anno fa, entrò nel listino personale di Nichi Vendola e, non eletta da alcuno, anzi all’insaputa dei più, fu paracadutata a Montecitorio nelle file di un partito del 3 per cento e issata sullo scranno più alto da Bersani, in tandem con Grasso al Senato, nella speranza che i 5Stelle si contentassero di così poco e regalassero i loro voti al suo governo immaginario. Fu così che la donna che non ride mai e l’uomo che ride sempre (entrambi per motivi imperscrutabili) divennero presidenti della Camera e del Senato. La maestrina dalla penna rossa si mise subito a vento, atteggiandosi a rappresentante della “società civile” (ovviamente ignara di tutto) e sventolando un’allergia congenita per scorte, auto blu e voli di Stato. Salvo poi, si capisce, portare a spasso il suo monumento con tanto di scorte, auto blu e voli di Stato. Tipo quello che la aviotrasportò in Sudafrica ai funerali di Mandela, in-salutata e irriconosciuta ospite, in compagnia del compagno. Le polemiche che ne seguirono furono immancabilmente bollate di “sessismo” e morte lì. Sessista è anche chi fa timidamente notare che una presidente della Camera messa lì da un partito clandestino dovrebbe astenersi dal trattare il maggior movimento di opposizione come un branco di baluba da rieducare, dallo zittire chi dice “il Pd è peggio del Pdl” con un bizzarro “non offenda”, dal levare la parola a chi osi nominare Napolitano invano, dal dare di “potenziale stupratore” a “chi partecipa al blog di Grillo”, dal ghigliottinare l’ostruzionismo per agevolare regali miliardari alle banche.

Se ogni tanto si ghigliottinasse la lingua prima di parlare farebbe del bene soprattutto a se stessa, che ne è la più bisognosa. In fondo non chiediamo molto, signora Papessa. Vorremmo soltanto essere lasciati in pace, a vivere e a ridere come ci pare, magari a goderci quel po’ di satira che ancora è consentito in tv, senza vederle alzare ogni due per tre il ditino ammonitorio e la voce monocorde da navigatore satellitare inceppato non appena l’opposizione si oppone. Se qualcuno l’avesse mai eletta, siamo certi che non l’avrebbe fatto perché lei gli insegnasse a vivere: eventualmente perché difendesse laCostituzione da assalti tipo la controriforma del 138 (che la vide insolitamente silente) e il potere legislativo dalle infinite interferenze del Quirinale e dai continui decreti del governo con fiducia incorporata (che la vedono stranamente afona). Se poi volesse dare una ripassatina ai Promessi Sposi, le suggeriamo caldamente il capitolo XXVII: “Buon per lei (Lucia) che non era la sola a cui donna Prassede avesse a far del bene; sicché le baruffe non potevano esser così frequenti. Oltre il resto della servitù, tutti cervelli che avevan bisogno, più o meno, d’esser raddrizzati e guidati; oltre tutte l’altre occasioni di prestar lo stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era obbligata a niente: occasioni che cercava, se non s’offrivan da sé; aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, ma che le davan più da pensare, che se ci fossero state. Tre eran monache, due maritate; e donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due case a cui soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto più faticosa, che due mariti, spalleggiati da padri, da madri, da fratelli, e tre badesse, fiancheggiate da altre dignità e da molte monache, non volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra, anzi cinque guerre, coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e senza tregua: era in tutti que’ luoghi un’attenzione continua a scansare la sua premura, a chiuder l’adito a’ suoi pareri, a eludere le sue richieste, a far che fosse al buio, più che si poteva, d’ogni affare. Non parlo de’ contrasti, delle difficoltà che incontrava nel maneggio d’altri affari anche più estranei: si sa che agli uomini il bene bisogna, le più volte, farlo per forza”. Poco dopo, sventuratamente, la peste si portò via anche lei, ma la cosa fu così liquidata dal Manzoni: “Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto”. Amen.

Firenze abbandonata, tutti a Roma con Matteo

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COMUNE DECAPITATO E PER GARANTIRE L’ELEZIONE DI NARDELLA NCD CANDIDA A SINDACO TOCCAFONDI, OGGI SOTTOSEGRETARIO
Fatto Quotidiano del 4/03/2014 di Davide Vecchi attualità
inviato a Firenze Dodici secondi netti. Francesco Bonifazi, capogruppo del Pd fiorentino, consigliere co- munale, parlamentare toscano eletto nella circo- scrizione del Piemonte, da dicembre tesoriere dei democratici, ieri ha registrato il record di permanenza a Palazzo Vecchio: 12 secondi in aula, un minuto circa in Comune. Entrato e uscito. “Ultimamente vengo poco”, ammette correndo via. Dario Nardella si trattiene invece un’oretta prima di scappare per raggiungere Roma a registrare la puntata di Porta a Porta . “Mi aspetta Vespa, scusatemi”, dice interrompendo la discussione in au- la sull’aeroporto fiorentino e lasciando interdetti i 23 consiglieri presenti. Nardella, a oggi ancora parlamentare, è stato rispedito da Matteo Renzi a Firenze affinché prenda il suo posto come sin- daco. Al momento in Comune Nardella è vicesindaco,fa leveci delsindaco,ha le deleghe apo- lizia municipale, personale, casa, sociale, sport e sanità. Da Renzi, oltre alla candidatura a primo cittadino, ha ereditato anche gli ultimi due mesi di amministrazione, che coincidono con la campagna elettorale per la conferma asindaco.E ilpre- mier se li era preparati bene: nei prossimi 60 giorni ha in agenda circa 80 appuntamenti tra inaugurazioni, tagli dei nastri, convegni, iniziative benefiche.Senza contare interviste e comparsate in tv, che Nardella pare apprezzare molto. “CORRO altrimenti perdo il treno per Roma”. In- teso come Freccia Rossa, perché su quello di Renzi c’è salito in tempo. Insieme a molti, da Firenze. L’ultimo a prenderlo è stato ieri Eugenio Giani. L’ha agguantatoal volo. Assessore aPalazzo Vec- chio dal 1992, oggi consigliere regionale, presi- dente del Consiglio comunale e della Società dan- tesca, con un incarico al Coni, da ieri è anche consulente allo sport del presidente del Consiglio. Un incarico ad personam creato appositamente da Renzi per scongiurare la candidatura di Giani a sindaco: alle primarie del 23 marzo avrebbe sfidato Nardella e sconfitto a mani basse. Meglio portarlo a Roma dunque. A dire dello stesso Giani il sindaco (oggi premier e segretario del Pd) gli aveva promesso il sottosegretariato allo sport. Quando venerdì ha visto che lui tra i nominati non c’era ha cominciato a chiederne ragione a Renzi, il premier gli ha risposto domenica sera con un sms: “Fidati”. Che dopo l’ormai famoso “Enrico stai sereno” con cui rassicurò Letta, non prometteva nulla di buono. Così Giani ha fatto sapere che lui era pronto a fare le primarie: ha già le firme necessarie. Ieriè arrivatala proposta:una bellacon- sulenza allo sport. L’incarico è ancora da forma- lizzare, l’importante per Renzi è superare il 4 mar- zo: oggi scadono i termini per presentare le firme a sostegno delle candidature. Al momento l’unico certo è Nardella. Si presenterà forse il civatiano Iacopo Ghelli. Una sfida impari, per salvare le ap- parenze e mettere in scena delle “primarie fuffa”, dicono gli stessi consiglieri. Del resto basta dare uno sguardoalla paginafacebook diNardella per comprendere che l’uomo non è molto amato dai fiorentini. L’ascesa di Renzi e il conseguente tra- sferimento dei renziani a Roma, ha lasciato Pa- lazzo Vecchio sostanzialmente privo di ammini- stratori. E oltre alle campagne elettorali il Comune entro fine marzo deve approvare anche il bilancio, seppure in aula “non sia ancora arrivato alcun documento”, dicono i consiglieri Tommaso Grassi e Giovanni Galli, il primo di Sel l’altro ex candidato sindaco del centrodestra contro Renzi nel 2009. Col sindaco in Parlamento se n’è andato l’asses- sore Rosa Maria de Giorgi, il ca- pogabinettoLuca Lotti(orasot- tosegretario all’Editoria), i già ci- tati Bonifazi e Giani, presidente del consiglio comunale. Erasmo D’Angelis, da presidente di Pu- bliacqua a sottosegretario alle infrastrutture. Ai nastri di par- tenza ci sono ancora Antonella Manzione, direttore generale del Comune e comandante della polizia municipale, nonché sorella di Domenico Manzione sottosegretario dell’interno pri- ma con Letta e ora con Renzi; il vicedirettore generale Giacomo Parenti e Franco Bellacci, capo segreteria di Palazzo Vecchio, più noto per aver musicato gli appuntamenti di Renzi. Tutti sul treno per Roma. E i lavori a Pa- lazzo Vecchio sono fermi. Bilancio, piano urba- nistico, incompatibilità del sindaco e di Nardella. Che deve ancora comunicare alla presidenza della Camera le dimissioni da deputato. Escluso il pe- ricolo Giani, resta l’incognita dello sfidante del centrodestra. Ma Denis Verdini sta scegliendo il candidato ideale e Ncd punta su Gabriele Tocca- fondi, sottosegretario di Renzi.

“Mannheimer ideatore della frode”

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CHIUSA L’INDAGINE SUL SONDAGGISTA PER UN’EVASIONE DA 10 MILIONI DI EURO TRA IL 2005 E IL 2011
Fatto Quotidiano del 22/03/2014 di Carlo Di Foggia attualità
Due mesi fa, ai magistrati che lo interrogavano, aveva spiegato di “provare vivo dispiacere e sincero pentimento”: “Restituirò al fisco tutto quanto dovuto”. Ieri, il pm di Milano Adriano Scudieri ha chiuso le in- dagini sul fondatore e presidente dell’Ispo, Renato Mannheimer, per una presunta evasione fiscale da 10 milioni di euro e si appresta a chiederne il rinvio a giudizio insieme al consulente Francesco Merlo e altre otto per- sone. Al più famoso sondaggista italiano i magistrati contestano di essere stato “l’ideatore e beneficiario dell’attività fraudolenta” messa in atto tra il 2005 e il 2011. Un giro di false fatture per operazioni inesistenti (per lo più finti sondaggi mai realizzati), emesse da società “filtro” e “cartiere” create ad hoc , e di cui Merlo e Mannheimer era- no i gestori di fatto. I soldi evasi – secondo l’accusa – venivano poi girati su conti correnti aperti in Svizzera, Antigua e Lussemburgo, e riconducibili all’uomo delle per- centuali di Porta a Porta . Nelle 25 pagine del dispositivo, viene ricostruito il sistema in tre tempi: le società operative – amministrate dal sondaggista – simulavano le operazioni; quelle filtro emettevano fattura e a loro volta replicavano l’operazione con le società “cartiere”, intestate ad un referente dei due nel Paese africano, Hedi Kamoun. Da lì i soldi prendevano la via dell’estero. A Kamoun spettava una percentuale del 2,5 per cento, la stessa riservata ad un altro indagato, Carlo Gerosa, cittadino italo-svizzero già finito nell’inchiesta della Pro- cura di Busto Arsizio sul caso Finmeccanica – ossia la presunta tangente pagata a funzionari del governo indiano per la fornitura di 12 elicotteri Agusta-Westland – con l’accusa di essere stato uno degli intermediari dell’affare insieme all’italo-svizzero Guido Haschke e all’inglese Christian Michel. L’inchiesta su Mannheimer era nata da una segnalazione del 2010 dell’unità di informazione finanziaria di Bankitalia. Il 17 aprile 2013, Merlo era stato il destinatario di un’ispezione amministrativa anti-riciclaggio da cui era emerso che l’uomo operava come fiduciario del sondaggista in operazioni con fatture sospette per un totale di 30 milioni di euro. Secondo l’accusa, le imposte Ires e Iva evase ammontano a circa 10 milioni di euro di cui uno sarebbe però stato sottratto al fisco da una delle società “filtro” e finito, secondo i pm, nelle tasche di altri indagati. NEL CORSO dell’interrogatorio, Mannheimer aveva sottolineato anche come, “già da alcuni anni”, sia lui personalmente che le sue società “siano totalmente rispettose della normativa fiscale”. Dopo le prime notizie sull’indagine però, il Corriere della Sera , dove scriveva da tempo, gli ha preferito Nando Pagnoncelli, presidente dell’Istituto Ipsos, ospite fisso della trasmissione Ballarò . Derubricato da via Solferino, Mannheimer ha trovato ospitalità sul Fo g l i o di Giuliano Ferrara, dove è più volte intervenuto con i sondaggi realizzati dal suo Istituto. È continuata, invece, la collaborazione con Porta a Porta di Bruno Vespa.

Piemonte, Cota non è più presidente

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I GIUDICI DEL CONSIGLIO DI STATO HANNO CONFERMATO LA SENTENZA DEL TAR: ANNULLATE LE REGIONALI DEL 2010
Fatto Quotidiano del 12/02/2014 di Andrea Giambartolomei attualità
Roberto Cota non è più il presidente del Piemonte. Si dovrà tornare presto al voto. Ieri sera il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza del Tar del 10 gennaio con cui venivano annullate le elezioni del 2010 e ha respinto il ricorso del governatore leghista. Per il Partito democratico è “la fine di un’agonia, sotto molti punti di vista”, mentre per il capogruppo leghista Mario Carossa “è davvero assurdo”: “Ormai la magistratura in Italia comanda”, ha commentato. Non si conoscono ancora le motivazioni della decisione, ma è probabile che i giudici di Palazzo Spada ritengano sufficiente l’esistenza di una sola lista elettorale irregolare per invalidare le elezioni, lo stesso principio seguito dai colleghi del Tar del Piemonte. Nel caso specifico la lista è quella dei “Pensionati per Cota” di Michele Gione di una o più liste sono le elezioni nel complesso a risultare irrimediabilmente compromesse e come tali da rinnovarsi”. Per questa ragione hanno chiesto ai giudici di stabilire chi debba indire nuove elezioni e quando. L’intenzione di Bresso è votare alla fine di maggio in contemporanea con le elezioni europee, sia per l’urgenza, sia per “assicurare un notevolissimo risparmio di spesa”, si legge nel documento. Qualunque siano le motivazioni, la conferma della sentenza del Tar apre la strada alla campagna elettorale. Da una parte è già schierato Sergio Chiamparino, l’ex sindaco di Torino che ha ufficialmente lasciato la sua carica alla testa della Compagnia di San Paolo. Dall’altra parte c’è Guido Crosetto, cofondatore dei Fratelli d’Italia. Da tenere d’occhio Davide Bono, il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle: “Da quattro anni diciamo che queste elezioni erano truccate, non solo per la lista ‘Pensionati per Cota’, ma anche per la lista ‘Pensionati e invalidi per Bresso’. Ora si vada al voto insieme alle europee e si faccia piazza pulita di questa classe politica impresentabile”, ha dichiarato ieri. che fosse sospesa la sentenza del Tar perché – si legge nel suo ricorso – provocava un “pregiudizio gravissimo e non riparabile” alla Regione, la cui attività è limitata agli atti urgenti e improrogabili. “Una situazione di sostanziale inoperatività ed incertezza – scriveva – sia per ciò che concerne l’attività di ordinaria amministrazione e urgente, sia per le funzioni legislative”. IN SEGUITO CLARIZIA ha criticato alcune questioni formali della prima sentenza e poi ha chiesto un conteggio dei voti che tenesse conto non solo di quelli nulli andati ai “Pensionati per Cota”, ma pure di quelli andati a un’altra lista giudicata irregolare, i “Pensionati e invalidi per Bresso” di Luigina Staunovo Polacco. In questa maniera, togliendo i voti dei due partiti illegittimi, Cota sarebbe rimasto presidente con 6.085 voti di distacco sull’ex presidente Bresso. Invece nel contro-ricorso Gianluigi Pellegrino e Paolo Davico Bonino, avvocati di Mercedes Bresso e Luigina Staunovo Polacco, hanno sottolineato che “una volta accertata l’illegittima ammissiovine, ex consigliere regionale condannato dalla Cassazione il 18 novembre scorso per le firme false dei suoi candidati. Questo era il motivo alla base del ricorso fatto da Mercedes Bresso, ex governatrice uscita sconfitta dalle elezioni del 2010, sostenuta da Verdi e Radicali. I magistrati amministrativi hanno ritenuto di avere tutti gli elementi per affrontare la questione, sono entrati subito nel merito, hanno evitato la sospensione cautelare chiesta dal professore Angelo Clarizia, l’avvocato di Cota, e hanno evitato altre attese in questo clima di incertezza. Così ieri i giudici hanno chiesto agli avvocati di trattare approfonditamente la materia. Clarizia voleva che fosse sospesa la sentenza del Tar perché – si legge nel suo ricorso – provocava un “pregiudizio gravissimo e non riparabile” alla Regione, la cui attività è limitata agli atti urgenti e improrogabili. “Una situazione di sostanziale inoperatività ed incertezza – scriveva – sia per ciò che concerne l’attività di ordinaria amministrazione e urgente, sia per le funzioni legislative”. IN SEGUITO CLARIZIA ha criticato alcune questioni formali della prima sentenza e poi ha chiesto un conteggio dei voti che tenesse conto non solo di quelli nulli andati ai “Pensionati per Cota”, ma pure di quelli andati a un’altra lista giudicata irregolare, i “Pensionati e invalidi per Bresso” di Luigina Staunovo Polacco. In questa maniera, togliendo i voti dei due partiti illegittimi, Cota sarebbe rimasto presidente con 6.085 voti di distacco sull’ex presidente Bresso. Invece nel contro-ricorso Gianluigi Pellegrino e Paolo Davico Bonino, avvocati di Mercedes Bresso e Luigina Staunovo Polacco, hanno sottolineato che “una volta accertata l’illegittima ammissio Gione di una o più liste sono le elezioni nel complesso a risultare irrimediabilmente compromesse e come tali da rinnovarsi”. Per questa ragione hanno chiesto ai giudici di stabilire chi debba indire nuove elezioni e quando. L’intenzione di Bresso è votare alla fine di maggio in contemporanea con le elezioni europee, sia per l’urgenza, sia per “assicurare un notevolissimo risparmio di spesa”, si legge nel documento. Qualunque siano le motivazioni, la conferma della sentenza del Tar apre la strada alla campagna elettorale. Da una parte è già schierato Sergio Chiamparino, l’ex sindaco di Torino che ha ufficialmente lasciato la sua carica alla testa della Compagnia di San Paolo. Dall’altra parte c’è Guido Crosetto, cofondatore dei Fratelli d’Italia. Da tenere d’occhio Davide Bono, il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle: “Da quattro anni diciamo che queste elezioni erano truccate, non solo per la lista ‘Pensionati per Cota’, ma anche per la lista ‘Pensionati e invalidi per Bresso’. Ora si vada al voto insieme alle europee e si faccia piazza pulita di questa classe politica impresentabile”, ha dichiarato ieri

MALASANITÀ Siracusa, sospeso il medico che denunciò i casi di Tbc

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Fatto Quotidiano del 11/02/2014 di Veronica Tomassini attualità
Siracusa È una strana storia quella di Salvatore Rossitto, pneumologo, responsabile dell’ex dispensario tubercola- re di Siracusa, fino a un paio di anni fa. Poi trasferito in pneu- mologia, quindi sospeso dai vertici dell’Asp (Azienda sa- nitaria provinciale, ndr ). Quarto provvedimento disciplinare, eppure Rossitto è un’eccellenza, componente del gruppo di esperti del Centro Formazione Permanente Tubercolosi del Niguarda di Milano e unico referente per il Sud e le isole del Gruppo di Studio Tubercolosi dell’Aipo. Dell’emergenza tbc a Siracusa ne avevamo scritto, i dati si riferivano non solo a un’indagine condotta dal meetup 2.0 del M5s; ma anche a quan- to documentato proprio da Rossitto ai vertici dell’Asp. Lo faceva da anni. State attenti, c’è una pericolosa recrudescenza del batterio, dal 2004 al 2009, il trend è aumentato del 600%, avvertiva Rossitto in una delle relazioni redatte e spedite alla dirigenza dell’azienda sanitaria pubblica, oggi a riconferma aggiunge i 6 casi pediatrici accertati nel 2012 contro i 4 del 2009. I bambini non contagiano, ma vengono contagiati, dunque erano piccole epidemie fami- gliari, bisognava allora controllare i contatti, procedere con uno screening avanzato. Rossitto ne parlava già in quella relazione datata 2010, esortando l’Asp a intervenire velocemente, considerato che su Siracusa il dato stimato e di ricaduta, secondo le cifre fornite dall’Oms, era ed è di circa 40 mila positivi al bacillo, dunque potenzialmente malati. Rossitto è costretto a lascia- re il dispensario tubercolare, ribadendo tuttavia ai vertici l’allarme sanitario. C’è una commissione che deve valutare la condotta di Rossitto. Rossitto viene sospeso. Per cosa, perché? Su Siracusa non esistono sanatori, non sono praticabili indagini decisive come l’antibiogramma e l’esame colturale, capaci di individuare le forme di tbc farmacoresistenti, quel che insomma è prassi ministeriale. Dopo l’articolo pubblicato dal Fatto in cui si rendeva conto di quanto stava accadendo in- torno alla questione, Rossitto dunque viene sospeso. NO, NON C’È un allarme rientrato, al contrario. Siamo al settembre scorso, a Siracusa succede che una donna ospite del centro di accoglienza Umberto Primo, un’immigrata, si presenti in pronto soccorso: ha la tubercolosi in forma at- tiva, ma non le viene riconosciuta, deve tornare al centro. La donna peggiora, torna in ospedale, viene ricoverata: la diagnosi stavolta c’è. É tuberolosi. In malattie infettive non c’è un’ala apposita. Non è ancora finita. Soltanto un mese prima, sempre all’ospedale di Siracusa, il deputato del M5s Stefano Zito, durante un’ispezione a sorpresa, apprende della fuga di un immigrato affetto anche lui da tubercolosi in forma attiva. Siamo a due casi, nel giro di qualche settimana. L’escala – tion è abbastanza chiara: nel 2007 casi di tbc in una scuola elementare di Rosolini, in una scuola media di Noto; nel 2010 in una scuola materna di Bu- scemi. Ancora casi di tbc con- clamata nel 2008 negli ospedali di Noto e di Lentini, nel 2009, nella comunità di Solarino e sempre nel 2009 nel centro di accoglienza di Cassibile. Rossitto valuta gli impedimenti opposti dall’Asp, procedimenti oppositivi alle norme ministeriali. L’emergenza non è mai rientrata, Rossitto opera in condizioni di totale isolamento. Fino a oggi. Esonerato da tutto, persino da una qualche specie di dignità professionale, dice: “È soltanto il prolungamento di un calvario, che dura da anni. Mi chiedo perché le istituzioni avversino così tanto la verità”. Per i procedimenti disciplinari intentati dai vertici della Asp nei confronti del medico pneumologo sono ancora in atto i ricorsi giudiziari in fase di appello.

Svuota carceri, nessun beneficio per boss e stupratori. Festeggiano ladri e corrotti

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Fatto Quotidiano di Giovanna Trinchella | 8 febbraio 2014 attualità

Il decreto approvato alla Camera tra scontri e polemiche dovrebbe far diminuire la popolazione carceraria ed evitarci una multa dall’Europa. In realtà dall’entrata in vigore le liberazioni sono state solo 200 a settimana su una popolazione di oltre 64mila detenuti. Molti allarmi sollevati in Parlamento sono infondati, ma alla fine a beneficiarne sono i (pochi) colletti bianchi dietro le sbarre

Boss, stupratori e terroristi non potranno uscire dal carcere. Non certo con il dl chiamato svuota carceri che ha scatenato tante polemiche, soprattutto da parte del M5S, e la solita bagarre nell’Aula della Camera, con il leghista Gianluca Buonanno che ha mostrato le manette. Ma per corrotti e i responsabili delle ruberie pubbliche – che rappresentano una parte davvero piccola della popolazione carceraria – invece le pene saranno decisamente alleggerite: un po’ grazie alla liberazione anticipata 75 giorni invece dei 45 ogni sei mesi, un po’ grazie alla possibilità di accedere più facilmente all’affidamento ai servizi sociali o di scontare la pena ai domiciliari quando la pena da scontare sarà inferiore ai 18 mesi. Paradossalmente più la condanna è pesante più sarà grande lo sconto.

Nel corso dell’esame in Commissione è stata introdotta una disposizione che esclude l’applicabilità dei benefici per i condannati per i reati di particolare allarme sociale definiti dall’articolo dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario. Tra questi ci sono i condannati per 416 bis ovvero l’associazione a delinquere di stampo mafioso, quelli per violenza sessuale e per sequestro di persona a scopo di estorsione, per terrorismo; ma non i reati contro la pubblica amministrazione come la concussione, il peculato, la corruzione: tutti “delitti” da colletti bianchi anche da quelli della politica. Un esempio per tutti perché citato durante la bagarre in Aula è quello di Totò Cuffaro, ex presidente della Sicilia, condannato a 7 anni. Essendo stato condannato per favoreggiamento aggravato e violazione del segreto istruttorio avrà uno sconto finale di 2 anni e qualche giorno: essendo entrato in carcere nel gennaio del 2011 fra sei mesi potrà chiedere di andare ai domiciliari. Poco più di un mese fa invece gli era per esempio stato negato l’affidamento ai servizi sociali. Se però l’ex governatore ha comunque scontato tre anni, altri politici – e il pensiero corre ai furbetti del rimborso facile o gonfiato – potrebbero anche starci davvero poco o comunque meno di Cuffaro.

Comunque in attesa che il decreto legge sia esaminato e passi al Senato, il testo, è la versione ufficiale, serve soprattutto a evitare una pesante multa: l’Italia è stata condannata da Strasburgo per “trattamento inumano”. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con il verdetto Torreggiani dell’8 gennaio 2013, infatti ha constatato la violazione dell’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’Uomo ovvero “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. L’Italia deve adeguarsi entro il 28 maggio 2014.

Al 30 novembre 2013 però erano presenti negli istituti penitenziari 64.047 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 47.649 posti. Al 30 settembre 2013 i detenuti in custodia cautelare quindi in attesa di giudizio erano 24.635. Il turn over è altissimo; nel 2011 per esempio un terzo dei detenuti in custodia cautelare era fuori dopo tre giorni e uno su sei entro il mese.

Gli effetti del decreto di dicembre hanno permesso l’uscita di soli 200 detenuti a settimana. Entro maggio, quando l’Europa ci farà un nuovo esame i detenuti liberati potrebbero superare di poco le 4000 unità. Eppure la “sintesi” del decreto dovrebbe essere quella di garantire più diritti ai detenuti ma soprattutto diminuirne la presenza. Invece sembra un favore ai soli noti.

Dal braccialetto elettronico alla liberazione anticipata, dal reato autonomo di piccolo spaccio al Garante per i detenuti ecco cosa prevede il testo.

“Più” braccialetti elettronici. Gli strumenti elettronici, che nel corso degli anni hanno scatenato più di una polemica per i costi esorbitanti rispetto all’applicazione, saranno la regola non più l’eccezione. Oggi il giudice li prescrive solo se necessari – uno dei casi più famosi è quello di Valter Lavitola – quando il decreto sarà definitivo dovrà prescriverli in ogni caso, a meno che, valutato il caso concreto, non ne escluda la necessità.

Il piccolo spaccio diventa “reato autonomo”. L’attenuante di lieve entità nel reato di detenzione e cessione di droga diventa reato autonomo. Per il piccolo spaccio, in altri termini, niente più bilanciamento delle circostanze, con il rischio che l’equivalenza con le aggravanti come la recidiva porti a pene troppo alte. Viene anche meno il divieto di disporre per più di due volte l’affidamento terapeutico al servizio sociale dei condannati tossico/alcool dipendenti. Ai minorenni tossicodipendenti accusati di piccolo spaccio saranno applicabili le misure cautelari con invio in comunità.

Affidamento in prova. Si spinge fino a 4 anni il limite di pena anche residua che consente l’affidamento in prova ai servizi sociali, ma su presupposti più gravosi (periodo di osservazione) rispetto all’ipotesi ordinaria che resta sui 3 anni. Si rafforzano inoltre i poteri d’urgenza del magistrato di sorveglianza.

Liberazione anticipata speciale. In via temporanea – dal 1 gennaio 2010 al 24 dicembre 2015 – sale da 45 a 75 giorni a semestre la detrazione di pena concessa con la liberazione anticipata. L’ulteriore sconto, che comunque non vale in caso di affidamento in prova e detenzione domiciliare, è tuttavia applicato in seguito a valutazione di quanto venga meritato il beneficio. Sono in ogni caso esclusi i condannati di mafia o per altri gravi delitti come omicidio, violenza sessuale, rapina aggravata, estorsione.

Detenzione domiciliare. Acquista carattere permanente la disposizione che consente di scontare a casa la pena detentiva – anche se residua – non superiore a 18 mesi. Restano ferme le esclusioni già previste per i delitti gravi o per altre particolari circostanze come la possibilità di fuga o comunque la tutela della persona offesa.

Espulsione detenuti stranieri. È ampliato il campo dell’espulsione come misura alternativa alla detenzione. Non solo vi rientra lo straniero che debba scontare 2 anni di pena, ma anche chi è condannato per un delitto previsto dal testo unico sull’immigrazione purché la pena prevista non sia superiore nel massimo a 2 anni o chi è condannato per rapina o estorsione aggravate. Oltre a meglio delineare i diversi ruoli del direttore del carcere, questore e magistrato di sorveglianza, viene velocizzata già dall’ingresso in carcere la procedura di identificazione per rendere effettiva l’esecuzione dell’espulsione.

Garante dei detenuti. Il Garante nazionale dei diritti dei detenuti sarà composto da un collegio di tre membri, scelti tra esperti indipendenti, che resteranno in carica per cinque anni non prorogabili. Compito del Garante nazionale è vigilare sul rispetto dei diritti umani nelle carceri e nei Cie. Potrà liberamente accedere in qualunque struttura, chiedere informazioni e documenti, formulare specifiche raccomandazioni all’amministrazione penitenziaria. Ogni anno il Garante trasmetterà al Parlamento una relazione sull’attività svolta.

Reclami e diritti. Si va dall’ampliamento della platea di destinatari dei reclami in via amministrativa a maggiori garanzie giurisdizionali nel reclamo davanti al giudice contro sanzioni disciplinari o inosservanze che pregiudichino diritti. In particolare, è prevista una procedura specifica a garanzia dell’ottemperanza alle decisioni del magistrato di sorveglianza da parte dell’amministrazione penitenziaria.

Servizio Pubblico 6 Febbraio 2014 , L’editoriale di Marco Travaglio “Boldrini Santa subito”

Fonte Fattoquotidiano.it redazione 6/02/2014 attualità

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VIDEO L’EDITORIALE DI MARCO TRAVAGLIO

Alitalia, i sospetti sull’affare brasiliano

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NEI VERBALI INTERNI L’OMBRA DEI CONFLITTI DI INTERESSE DI COLANINNO NELL’ACQUISTO DI NUOVI AEREI
Fatto Quotidiano del 4/02/2014 di Daniele Martini attualità
La flotta Alitalia è una delle più giovani del mondo, ripete la pubblicità in tv. Vero. Quel che nessuno dice, però, è che per prendere in leasing 20 nuovi aerei brasiliani Embraer da trasporto regionale, i “patrioti” si sono scannati. La storia è cominciata nel 2010 e lo scontro si è lasciato dietro una scia di sospetti. Primo tra tutti, che la scelta sia stata effettuata per assecondare gli interessi brasiliani e personali di Roberto Colaninno, azionista e presidente di Alitalia e allo stes- so tempo azionista di maggioranza, amministra- tore e presidente della Piaggio. Il Sole 24 Ore aveva già allora messo in relazione Alitalia, Embraer e un interessamento carioca della Piaggio. Colaninno aveva smentito, ma il quotidiano aveva replicato che “Piaggio e Ducati sono interessate a iniziare la produzione a Manaus”precisando che questo orientamento era inserito in un accordo tra Silvio Berlusconi e il presidente del Brasile, Lula. Alla fine quell’investimento Piaggio in Brasile non fu fatto, forse anche in seguito alle polemiche che stavano montando. Gli aerei brasiliani furono però presi e tra il 2011 e il 2012 sono entrati a far parte della giovane flotta Alitalia. Il Fatto è in grado di ricostruire quella vicenda attraverso i verbali dei Comitati esecutivi e dei con- sigli di amministrazione, dal momento in cui i “patrioti”cominciano a parlare della necessità di ampliare la flotta regionale, fino a quando decidono con una piroetta di avviare una “negoziazione in esclusiva con Embraer”. NEL PRIMO COMITATO esecutivo dedicato alla faccenda il 17 dicembre 2009 l’amministratore delegato di quel tempo,Rocco Sabelli,informa che sono in lizza tre offerte: gli aerei della canadese Bombardier,quelli della brassliana Embraer e i Superjet della joint venture italo-russa tra Alenia-Finmeccanica (51 per cento) e Sukhoi (49). I Bombardier sono “più competitivi”, gli Embraer più comodi mentre per i Superjet c’è incertezza sui tempi di consegna. Undici mesi dopo, nel corso del cda del 28 ottobre 2010, Sabelli conferma che“Bombardier è risultatoessere l’ae- romobile più conveniente”. Passano sei settimane e il 16 dicembre 2010 viene servito il ribaltone. Negli uffici milanesi della Immsi di Colaninno, so- cietà proprietaria della Piaggio e azionista di Ali- talia, nel corso di un Comitato esecutivo Sabelli comunica a sorpresa che Bombardier non piace più, Superjet presenta “tempi di consegna incompatibili con le esigenze di Alitalia” e gli Embraer, invece, sono aerei strafichi. Colaninno, forse ram- mentando di essere il capo dei “patrioti”, si dispia- ce per la bocciatura di Superjet “azienda italiana”, ma si piega alla dura realtà: gli aerei brasiliani sono “il prodotto più adatto alle esigenze Alitalia”. La scelta pro brasiliani lascia di stucco proprio i manager di Alenia-Superjet che, per ovviare all’inconveniente lamentato sui tempi di consegna, nel corso degli incontri con Alitalia si erano detti disposti a fornire nel frattempo alla compagnia altri aerei in leasing di livello superiore come gli Airbus. Alenia ci teneva a chiudere quell’affare con i “patrioti”di Fiumicino e tuttora i capi della società aeronautica italiana restano convintiche i Superjet fossero più adatti degli Embreaer per la flotta regionaleAlitalia, essendopiùspaziosi degliaerei brasiliani, più larghi di mezzo metro e più alti, e con un consumo inferiore fino al 10 per cento a postosu una tratta di 1.500 chilometri.L’improvvisa virata di Alitalia a favore di Embraer stupisce anche Carlo Toto, il costruttore abruzzese azionista della compagnia, già introdotto da anni nel mercato aereo con la sua AirOne (poi confluita in Alitalia). Dovendo scegliere nuove macchine per ampliare la flotta, sei anni prima Toto aveva esaminato proprio gli Embraer e aveva concluso che in giro c’era di meglio a quel prezzo e con quelle prestazioni. Nelle riunioni in Alitalia dedicate alla flotta regionale Toto aveva raccontato la sua esperienza ricevendo la promessa che ne avrebbero fatto tesoro. Poi, d’improvviso, la piroetta carioca.

Corruzione, Ue all’Italia: “La vostra norma non basta. E stop leggi ad personam”

Fonte Fatto Quotidiano.it | Reazione 3 febbraio 2014 attualità

Rapporto della Commissione europea: “Nodi irrisolti: non modifica la prescrizione, il falso in bilancio e l’autoriciclaggio. Stop a norme ad personam”

Corruzione, Ue all’Italia: “La vostra norma non basta. E stop leggi ad personam”
Rapporto della Commissione europea: “Nodi irrisolti: non modifica la prescrizione, il falso in bilancio e l’autoriciclaggio. Stop a norme ad personam”
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Corruzione, Ue all’Italia: “La vostra norma non basta. E stop leggi ad personam”
Più informazioni su: Conflitto di interessi, Ddl Anticorruzione, Parlamento Europeo.

La nuova legge italiana contro la corruzione “lascia irrisolti” vari problemi perché “non modifica la disciplina della prescrizione, la legge sul falso in bilancio e l’autoriciclaggio e non introduce reati per il voto di scambio“. E poi basta con le leggi ad personam e bisogna mettere mano finalmente alla legge sul conflitto d’interesse, questione annosa e costantemente rimandata in Italia. A dirlo all’Italia è la Commissione europea nel Rapporto 2014 anticorruzione. Un’emergenza tale, secondo l’Ue, che il totale dei costi diretti della corruzione in Italia ammonta a 60 miliardi di euro ogni anno, pari al 4% del Pil italiano, cioè metà dei danni provocati in Europa, indicati dalla Commissione in 120 miliardi di euro l’anno. Il dato, derivato da una vecchia stima della Banca mondiale sull’incidenza della corruzione sul Pil a livello globale, è in realtà riduttivo. “Indica soltanto il probabile ordine di grandezza del puro costo monetario della corruzione, cioè delle risorse che dal bilancio pubblico finiscono in tasche private”, rileva Alberto Vannucci, coordinatore del master su corruzione e criminalità organizzata dell’Università di Pisa (e blogger di ilfattoquotidiano.it). “Uno studio della Corte dei conti stima per esempio che le tangenti comportino un costo aggiuntivo del 40% sugli appalti pubblici, che in Italia ammontano a 100 miliardi di euro l’anno. Ma il problema”, continua, “è che non si possono calcolare i costi che gravano sul sistema: le aziende costrette a investire in mazzette invece che in Ricerca e sviluppo, i fondi pubblici allocati secondo la convenienza delle cricche e in generale una minore efficienza del mercato”.

Secondo il rapporto presentato oggi, tre quarti dei cittadini europei e il 97% degli italiani, ritengono che la corruzione sia diffusa nel proprio Paese. E per due europei su tre, e per l’88% degli italiani, le mazzette e l’utilizzo di legami, sono il modo più semplice per ottenere alcuni servizi pubblici. Bruxelles suggerisce di perfezionare la legge sulla corruzione, anche perché tra l’altro “frammenta” le disposizioni su concussione e corruzione, “rischiando di dare adito ad ambiguità nella pratica e limitare ulteriormente la discrezionalità dell’azione penale”. Sono “ancora insufficienti le nuove disposizioni sulla corruzione nel settore privato e sulla tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti. La prescrizione è un problema “particolarmente serio per la lotta alla corruzione in Italia”, secondo Bruxelles, perché termini, regole e metodi di calcolo, sommati alla lunghezza dei processi, “determinano l’estinzione di un gran numero di procedimenti”.

Report anticorruzione Ue 2014 – Italia from ilfattoquotidiano
La relazione rileva come “negli ultimi anni sono state portate all’attenzione del pubblico numerose indagini per presunti casi di corruzione, finanziamento illecito ai partiti e rimborsi elettorali indebiti, che hanno visto coinvolte personalità politiche di spicco e titolari di cariche elettive a livello regionale”. Scandali che hanno portato ad una serie di dimissioni, anche di leader e di alte cariche di partito, a elezioni regionali anticipate in un caso, ed hanno spinto il governo a sciogliere alcuni consigli comunali per presunte infiltrazioni mafiose. Come caso “degno di nota” il report segnala quello di “un parlamentare indagato per collusione con il clan camorristico dei Casalesi (richiamando il caso di Nicola Cosentino, ma senza farne il nome). Il rapporto evidenzia inoltre come solo nel 2012 sono scattate indagini penali e ordinanze di custodia cautelare nei confronti di esponenti politici locali in circa metà delle 20 Regioni italiane, sono stati sciolti 201 consigli municipali, di cui 28 dal 2010 per<strong> presunte infiltrazioni criminali e più di 30 deputati della precedente legislatura sono stati indagati per reati collegati a corruzione o finanziamento illecito ai partiti.

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Come esempio si indica (pur senza fare nomi) il processo Mills, con l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi prosciolto “per scadenza dei termini di prescrizione”. L’Ue ribadisce la necessità di colmare le lacune e di dare priorità a procedimenti per corruzione a rischio prescrizione. La Commissione raccomanda inoltre di “estendere i poteri e sviluppare la capacità dell’autorità nazionale anticorruzione Civit in modo che possa reggere saldamente le redini del coordinamento e svolgere funzioni ispettive e di supervisione efficaci, anche in ambito regionale e locale”. Bruxelles evidenzia che la Civit “composta solo da tre membri e con un organico di supporto di appena 30 effettivi, soggetti a frequenti sostituzioni, sembra mancare della necessaria capacità per assolvere efficacemente” ai suoi compiti. E la stessa autorità – si legge nella relazione – “interpreta le proprie funzioni in modo piuttosto ristretto, limitandosi a svolgere un ruolo più reattivo che proattivo e concentrandosi in particolare sulla trasparenza, sulle funzioni consultive e sulla verifica formale dei documenti strategici predisposti dalle amministrazioni”.

Bruxelles suggerisce all’Italia di “bloccare l’adozione di leggi ad personam“. Dal lodo Alfano alla ex Cirielli; dalla depenalizzazione del falso in bilancio al legittimo impedimento: il report Ue sulla corruzione, rileva che “i tentativi” di darsi norme per garantire processi efficaci sono stati “più volte ostacolati da leggi ad personam“. Certo, la nuova legge anticorruzione ed il successivo decreto legislativo sull’incandidabilità ed il divieto di ricoprire cariche elettive o di governo in seguito a condanne definitive – continua il rapporto – segnano “un importante passo avanti” secondo la Commissione Ue, che segnala come la norma è stata applicata “nel caso della decadenza da senatore di un ex premier”.

PECCATI DI GIOVENTÙ Trenta e frode: quando comprava gli esami

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Fatto Quotidiano Stefano Feltri 2/02/2014 attualità

La prima laurea non era valida, perché due esami li aveva comprati. Della seconda non ricorda l’anno, ma assicura che ha dato tanti esami aggiuntivi che “mi sono laureato due volte”. Da mesi si sussurrava del caso della laurea di Antonio Mastrapasqua, da ieri ex presidente dell’In- ps, come il più imbarazzante dei peccati commes- si dal commercialista romano. Ieri il quotidiano L i b e ro ha pubblicato la sentenza della Corte di cas- sazione che nel 1997 ha inflitto a Mastrapasqua 10 mesi per falso ideologico (condanna poi spa- rita dal casellario giudiziale grazie alla riabilitazione, ci tiene a ricordare Mastrapasqua, svani- scono le conseguenze giudiziarie ma non la colpevolezza). NEL 1989 I GIORNALI lo chiamavano lo scandalo del “Trenta e frode”. All’Università La Sapienza di Roma erano parte del sistema bidelli, impiegati della segreteria e centinaia di studenti, le tariffe non sono mai state chiare (dalle 60 mila alle 400 mila lire a esame), ma il metodo sì: prima dei computer, basta una firma di comodo, di un bidello o di un impiegato, e si infila il foglio nell’elenco degli esami sostenuti. Unfinto attestatodicui, ameno dicontrolli mirati,nessunosisarebbe maiaccor- to. Quando si è imposta l’informatica, diventa tutto più semplice: bastava un amico generoso – o ben remunerato – in segreteria per segnare l’e- same più ostico tra quelli già sostenuti, al riparo da qualunque controllo. Quando il rettore dell’epo – ca, Ernesto Chiacchierini, decide di prendere sul serio le voci che circolano sulle lauree comprate e si rivolge alla magistratura, parte l’indagine e nel 1985 viene arrestato uno studente di Economia. TRA I BENEFICIATI DEL SISTEMA anche Anto- nio Mastrapasqua, aspirante laureando nella ses- sione autunnale del 1984 (quando aveva 25 anni): “Risulta incontrovertibilmente che l’appellante non ha sostenuto alcuni esami perché le firme sui verbali degli stessi non sono degli esaminatori. Nonostanteciò, Mastrapasquaha presentatodo- manda per sostenere l’e- same di laurea e ha con- seguito il relativo diploma”. Tra gli esami contestati all’ex presidente dell’Inps, Diritto della navigazione, ma soprattutto Diritto privato che per uno studente di Economia è quasi come Patologia a Medicina. Difficile ma fondamentale. Guarda caso, alcuni studenti perdevano sempre il libretto dopo aver dato Diritto privato, quando il libretto riappariva, nella nuova copia l’esame risultava superato. Lo fanno in tanti, centinaia di ragazzi che oggi sono stimati professionisti, “quando sono arrivate le sentenze, alcuni hanno dovuto rifare un esame o due e la laurea è rimasta valida, si può anche fare un errore da giovani, no?”, ricorda l’avvocato di uno degli imputati che chiede l’anonimato e l’oblio per i peccati del suo assistito. Anche la senatrice di Forza Italia, Alessandra Mussolini, giovane studentessa di Medicina, finisce nello scandalo degli esami truccati, “il giudice mi aveva con- vocata un anno fa. Ha fatto annullare i due esami. Credevo che fosse finita. Ho dato un altro esame due giorni fa, a Medicina. Ho preso trenta”, racconta al Corrie – re della Sera nel 1992. Oggi non vuole commentare, “ho rimos- so”, dice. Anche Mastrapasqua rimuove in fretta. A differenza di altri studenti che si limitano a ridare gli esami contestati,lui spiega a Libero di aver “dovuto eliminare tutti gli esami collegati al diritto” che in alcuni corsi di laurea di Economia non sono pochi. Poi, finalmente, si lau- rea. Non si sa quando, lui non lo ricorda (curioso, visto che la sua storia accademica, con tanto di condanna penale, pare abbastanza interessante da rimanere impressa), dall’Inps non forniscono dettagli. Dovrebbe saperlol’ordine dei Commer- cialisti di Roma, dove risulta iscritto dal 1993. Ma bisogna aspettare la riapertura degli uffici domani per sciogliere il mistero. Per il commercialista dalle 25 poltrone (9, dice lui) comunque è una storia irrilevante, perché ha ottenuto la riabilitazione dal Tribunale e quindi è come se la condanna per falso ideologico non ci fosse mai stata. MA LA STORIA di Mastrapasqua come manager pubblico sarà ricordata con un inizio al circolo Aniene, negli ovattati ambienti della Roma di Gianni Letta, e una fine tra gli attacchi pubblici di un primo ministro che usa toni grillini e il racconto degli esami comprati. La macchia della laurea non sarà stata decisiva, ma come direbbero quelli che l’esame di Diritto privato l’hanno preparato per davvero, è facile cedere alla scorciatoia logica del “ post hoc ergo propter hoc ”. Twitter @stefanofeltri

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