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ROMA Acqua e scuola: “Basta privatizzare”

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Fatto Quotidiano del 18/05/2014 redazione attualità
Contro le privatizzazioni, a favore dei beni comuni; la manifestazione che si è tenuta ieri pomeriggio a Roma ha convogliato un fronte ampio, dalle aree antagoniste ai Forum per l’Acqua pubblica, dai sindacati di base – molte le bandiere di Cobas eUsb – alle associazioni contrarie alla Tav e al Muos; tanto da far dire agli organizzatori di aver radunato 50 mila persone. Il corteo si è snodato per le vie del centro sino a Piazza Navona senza incidenti. Diversi manifestanti portavano sul petto una pettorina riprendendo così la proposta di identificare le forze dell’ordine impegnate nell’ordine pubblico.Non sono mancati gli slogan contro il governo Renzi. “Il corteo segna un passaggio – ha detto Piero Bernocchi, leader dei Cobas – la novità è laspinta a stare insieme:in campo sono scesi tutti i movimenti che lottano per i beni comuni,dall’acqua alla casa, dalla scuola alla salute”. Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano e promotore del forum italiano per l’acqua: “Ci battiamo per l’acqua pubblica perchè dopo tre annida quando abbiamo vinto il referendum, il parlamento non ha ancora fatto nessun passaggio politico e nessun atto legislativo”.

Sanità in Piemonte: bene comune e interesse privato il tentativo di privatizzazione

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Fonte articolotre Vito D’Ambrosio- 13 maggio 2013-
Dopo le dismissioni prima dell’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte Ferrero che è sotto processo per collusioni con l’andrangheta. poi finito il mandato dell Assessore Monferrino ex dirigente Fiat che molti si son chiesti cosa c’entrasse con la sanità, adesso l’incarico è passato a Cavallera.

C’è da sottolineare un altra frottola che ci han sempre raccontato cioè che la Sanità Italiana avesse dei costi insostenibili in realtà costa di meno rispetto alla media europea”. Ed è un sentire comune che alcuni economisti anche d’oltre oceano stanno radicalmente denunciando come non veritiero. Restando in Italia,secondo uno studio del CEIS (Centre for Economic and International Studies) dell’Università di Tor Vergata a Roma, raccontato dal sito http://www.quotidianosanita.it,link file:///C:/Users/Administrator/Downloads/www.quotidianosanita.it apprendiamo che “A parità di potere d’acquisto, scopriamo che per la sanità lo Stato e le Regioni, spendono per ogni italiano un quarto in meno (esattamente – 25,9%) di quanto spendono la Germania e la Francia e gli altri tre Paesi dell’Europa a 6 (Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi)
Nonostante che si sia evitato il taglio degli immobili strategici della Sanità . e ci sia la possibilità di vendere quelli che non lo sono per recuperare soldi cmq che vanno ai servizi sanitari ci sono altri due problemi.
Ma sembra che attraverso altri escamotage la Sanità vada verso la privatizzazione.
per il fatto dei tagli alle manutenzioni straordinarie agli ospedali è l’altro grande problema”. Finirà che non funzioneranno più e che ci sarà una vera e propria emergenza a livello d’impiantistica e di struttura.
Poi c’è un secondo problema come sottolinea Il dottor Antonio Macrì, segretario del Circolo Salute PD, racconta che anche i studiosi della Bocconi confermano i dati precedenti. Nel loro rapporto si sottolinea che il rischio di una sanità fai da te è molto alto. “In Italia, cita Macrì, il numero delle ‘badanti’è superiore al numero degli addetti ospedalieri: 774 mila contro 646 mila e che i fondi destinati a coprire i costi dell’assistenanza privata da parte dei comuni è sempre minore.[/b
]E poi ci sono i [b]ticket sanitari alle stelle con la conseguente diminuzione delle prestazioni . Soldi, almeno per il Piemonte, non più richiesti in relazione al reddito “ma al tipo di prestazione” e anche questo è un passo verso la dismissione del sistema pubblico e “universalistico”.

[b]articolo completo [/b ] http://www.articolotre.com/2013/05/sani … ato/169471

Privatizzazioni , Telecom diventerà cinese

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Fonte Redazione contropiano Venerdì 12 Aprile 2013 attualità
L’ultima azienda di telecomunicazioni italiana – Telecom Italia, che contine al suo interno anche la “gallina dalle uova d’oro, Tim – diventerà, con molta probabailità, cinese.

Versione Hong Kong, si sarebbe detto una volta. Ma ormai non fa più molta differenza, visto il rientro dello staterello ex colonia tra le bracchia della grande Cina.

È questo il risultato delle “privatizzazioni” varate nella sconda metà degli anni ’90 dal governo Prodi, in cui brillava un brillante giovane ministro dello sviluppo economico che di privatizzazioni e liberalizzazioni ne fece a iosa. Anzi, a “lenzuolate”. Si chiamava Pierluigi Bersani.

In soli 15 anni, dunque, il nostro paese scompare dal panorama dei titolari di almeno un’azienda in un settore tecnologicamente strategico come le telecomunicazioni.

Di tutte le promesse fatte al tempo (maggiore efficienza, maggiore crescita, prezzi più bassi, più occupazione, ecc) ne è stata parzialmente realizzata soltanto una: i prezzi si sono effettivamente abbassati un po’, per effetto di una concorrenza spietata cui si è aggiunto il peso di un ivestimento eccessivamente oneroso per l’acquisto delle frequenze (la famosa asta “3G” gestita dal ministro Cardinale). Tutto il resto è finito a rotoli, complice un’imprenditoria italiana sveltissima ad afferrare l’occasione delle plusvalenze senza rischio, ma assolutamente inabile a gestire aziende di grandi dimensioni, per periodi lunghi, con strategie efficaci, con management efficiente.

Una debolezza strutturale e culturale che ha vanificato, e infine regalato, un patrimonio tecnologico e di conoscenze costruito in decenni, grazie alla proprietà statale; un patrimonio che produceva utili, o almeno li ha prodotti finché la “cagnotta” pretesa dalla “politica” non divenne troppo alta, ovvero fin quando il management era scelto tra i migliori “boiardi” di stato e non tra gli ex portaborse di qualche segretario di partito.

La storia infelice delle telecomunicazioni italiane, passate dal primato internazionale a terra di conquista, è la dimostrazione migliore di come l’ideologia che ritiene “il privato” comunque superiore al “pubblico” è fumo negli occhi per gli imbecilli. Non esiste infatti alcuna ragione perché un privato “faccia meglio”, se il “pubblico” fa le sue scelte puntando sulla competenza e l’onestà, invece che sull’obbedienza lecchina.

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Li Ka Shing e il lungo addio dell’Italia al settore della telefonia

articoli di Simone Filippetti, Antonella Olivieri e Stefano Carrer

Se Li Ka Shing entrerà in Telecom Italia, in quindici anni l’Italia avrà definitivamente perso tutte le sue aziende di tlc. Tutto è iniziato con l’allora Omnitel finita agli inglesi di Vodafone, poi è stata la volta della 3 Italia, venduta ai cinesi; e Wind, passata addirittura da uno straniero all’altro: dall’Enel all’egiziano Naguib Sawiris e da Sawiris all’oligarca russo Mikhail Fridman. Senza dimenticare Fastweb, regina della new economy ora nelle mani dei riservati e taciturni svizzeri di Swisscom.

Da fine anni 90, quando partì l’epoca delle liberalizzazioni e fu un fiorire di compagnie telefoniche, alla fine dell’ “indipendenza”, in un tempo record. L’ex monopolista telefonico è rimasto l’unica azienda tricolore. E ora, nel vuoto della politica, con un paese che – seppur in recessione rimane l’ottavo paese industrializzato al mondo – è senza un governo da un mese e mezzo, anche l’ex colosso pubblico potrebbe fare passaporto estero (cinese per l’appunto). Ovvio che il libero mercato non ha e non può avere bandiere nazionali, ma l’eventuale epilogo delle tlc in Italia è anche figlio della mancanza di una politica industriale. Che non ha mai definito gli interessi nazionali e creato dei poli di riferimento.

Il magnate di Hong Kong (si veda altro articolo in pagina) ha risorse apparentemente illimitate, ma 3 Italia, nata dalle ceneri di Andala (fondata da Renato Soru e Franco Bernabè) non si presenta con una dote propriamente invidiabile a un eventuale matrimonio con Telecom Italia, guidata da quello stesso Bernabè: circa 8 miliardi di perdite cumulate nel corso degli anni. Un solo bilancio in utile (quello del 2010, per appena 150 milioni) in undici anni (anche se la società non brucia più cassa da qualche anno ormai e ha un Mol in nero). Su 3 Italia pesa da sempre il peccato originale delle fatidiche licenze Umts, messe in vendita dallo stato a peso d’oro, strapagate dagli operatori e rivelatesi un flop. Il gruppo fa solo telefonia mobile e dopo aver tentato, senza troppo successo, la via delle video-chiamate, ha trovato un business model di successo con le chiavette internet. Ma il conto economico ancora arranca. E il magnate cinese da anni versa senza sosta soldi nell’azienda. L’ultimo assegno è stato staccato a inizio 2012: un maxi-prestito da un miliardo. Liquidità che si va ad aggiungere ai 4,4 miliardi versati nei soli ultimi cinque anni e che dovrà servire per ripianare le perdite e continuare a sostenere gli investimenti. 3 Italia conta 9,6 milioni di clienti (soprattutto in banda larga mobile, oggi il segmento di mercato più ricco): un portafoglio abbonati che proietterebbe Telecom a sfondare la soglia dei 40 milioni (dai 33 milioni), superando di slancio Vodafone (oggi quasi appaiata a quota 29 milioni). Il nodo è che ciascun di quei clienti ha una spesa media in continuo calo (18,44 euro l’Arpu totale del 2012 contro i quasi 20 dell’anno prima).

Il paese che ha inventato la telefonia mobile rischia di trovarsi nella paradossale situazione di non avere una compagnia telefonica nazionale (ci sarebbe Tiscali ma il gruppo di Soru è assolutamente troppo piccolo). A fine anni ’90 l’Italia era all’avanguardia nelle tlc: la Tim guidata da Vito Gamberale lanciò, prima al mondo, le carte sim. Fu l’allora giovane manager Roberto Colaninno a dare il via al valzer: la Olivetti vendette la Omnitel alla tedesca Mannesmann (e con il ricavato la Olivetti fece la provvista per la scalata alla Telecom Italia del “nocciolino duro” post-privatizzazione) che a sua volta fu comprata dalla Vodafone. Il famoso logo verde di Omnitel rimase in vita qualche anno per poi essere sostituito dal rosso Vodafone. Poi fu la volta di Wind quando l’Enel della gestione di Paolo Scaroni decise di abbandonare la strategia della multiutility. Spuntò Sawiris che ha tenuto Wind per sei anni e poi l’ha venduta ai russi di Vimpelcom (attuali proprietari). Nel frattempo anche Fastweb, la creatura di Silvio Scaglia e Francesco Michel, ha preso la via dell’estero: la svizzera Swisscom. La stessa sorte toccherà anche a Telecom?

da IlSole24Ore

Cosa succederà alla Sanità in Piemonte? Documento informativo e primi due appuntamenti il 16 e il 21 marzo

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fonte Fabionews Di giuliana Cupi 2/04/2013 attualità
Di seguito trovate un articolo sul futuro della Sanità in Piemonte – futuro imminente, come leggerete il processo di (s)vendita degli immobili del patrimonio edilizio è programmato cominci tra meno di un mese.

Ricordandovi che la Sanità è un patrimonio che interessa davvero tutti, vi chiedo di divulgare al massimo questo documento presso tutti i vostri contatti, reti e gruppi e vi segnalo i primi appuntamenti in cui sarà possibile approfondire l’argomento e partecipare all’organizzazione della mobilitazione:

– sabato 16 marzo durante l’assemblea sui beni comuni (esternalizzazione dei servizi e perdita di diritti dei lavoratori) che si terrà al Cinema Greenwich Village (via Po, 30 a Torino) a partire dalle ore 10

– giovedì 21 marzo durante l’incontro che si terrà presso il Centro Sereno Regis (via Garibaldi, 13 a Torino) a partire dalle ore 18 al quale partecipernno anche alcuni medici e infermieri dell’area torinese.

Il pericolo che corriamo è grave, occorre che ognuno faccia la sua parte.

Giuliana

Con questo articolo inauguriamo una serie di reportage sullo stato della Sanità e dei Servizi socio-assistenziali nella nostra Regione. La logica vorrebbe che le prospettive future venissero trattate come ultimo capitolo, dopo aver illustrato come vanno e soprattutto come non vanno le cose, per delineare magari piani di azioni a scopo migliorativo, invece noi faremo esattamente il contrario e cominceremo a raccontarvi cosa succederà. Il motivo è semplice: c’è pochissimo tempo per sapere e per agire, perché la Sanità pubblica piemontese stessa ha pochissimo tempo davanti a sé.

Cominciamo a presentare chi se ne occupa, ovvero l’Assessore alla Sanità: Paolo Monferino, ingegnere, ex Executive Vice President del Gruppo Fiat con la responsabilità gestionale delle società del Gruppo operanti nella componentistica e nelle attività industriali diversificate (Magneti Marelli, Teksid, Comau-Pico, FiatAvio, Fiat Ferroviaria, Centro Ricerche Fiat e Fiat Engineering). Nel 2000 assume la carica di Chief Executive Officer di CNH (Case New Holland), azienda con sede a Chicago, Illinois, e leader mondiale nel settore delle macchine per l’agricoltura e le costruzioni, nata dall’unione tra New Holland e Case Corporation.
Nel 2005 rientra in Italia per guidare in qualità di Amministratore Delegato la Iveco S.p.A., la divisione del Gruppo Fiat che progetta, costruisce e commercializza un’ampia gamma di veicoli commerciali leggeri, medi e pesanti. E’ membro dei Consigli di Amministrazione di CNH (Case New Holland), Ferrari S.p.A., Alleanza Toro S.p.A. e Indesit Company. Un uomo di fiducia del capitale subalpino per antonomasia, come si vede, nel cui cursus honorum c’è tanto business e niente pubblico: e, se già di qualsiasi impresa privata non si dovrebbe ignorare la ricaduta pubblica se non altro perché maneggia i destini di migliaia di persone che ci lavorano, la salute collettiva men che meno può essere considerata una mera questione di bilanci, ma al contrario responsabilità sociale allo stato puro. Come mai Monferino e la sua carriera esclusivamente aziendale si ritrovano a esserne responsabili?

Così come viene da chiedersi perché, con il D.G.R. 16 gennaio 2012, n.1-3267, è stato affidato un incarico di collaborazione esterna ad elevato contenuto professionale al dott. Ferruccio Luppi, per una spesa per l’anno 2012 di 100.000 euro annui, rinnovato di recente, a supporto della Giunta per ridurre l’attuale indebitamento, anche attraverso strumenti per “accelerare le politiche di riqualificazione della spesa corrente, dismissione di società partecipate, valorizzazione degli asset patrimoniali”, in relazione particolarmente al Fondo Comune di Investimento Immobiliare per l’attuazione del piano di alienazioni e di valorizzazioni del patrimonio immobiliare promosso dalla Giunta stessa.

Può contribuire a darsi una risposta sapere che il dott. Ferruccio Luppi dal 2010 è Presidente di Générale de Santé, gruppo ospedaliero che opera nel settore della sanità privata con 110 strutture di cura e oltre 23mila dipendenti in Francia. E’ inoltre membro del CdA di IDeA FIMIT, l’SGR (Società di Gestione del Risparmio, N.d.A.) immobiliare italiana leader in Europa con allo stato 9,5 miliardi di euro di masse in gestione e 24 fondi gestiti (di cui 5 quotati). Nel 2011 IDeA Fimit ha realizzato commissioni di gestione totali pari a Euro 58,4 milioni e si posiziona come uno dei principali interlocutori presso investitori istituzionali italiani e internazionali nella promozione, istituzione e gestione di fondi comuni di investimento immobiliare chiusi. In questo secondo curriculum la sanità appare, ma pericolosamente accostata alla finanza: si comincia a capire dove si vuole andare a parare, anche se, trattandosi appunto di cosa pubblica, per farlo ci vuole il conforto della legge.

Ed ecco infatti che con la L.R. 28 marzo 2012, n. 3, all’art.1, comma 3, riportante “Costituzione nuove aziende sanitarie”, vengono istituite le Federazioni Sovrazonali (forme di coordinamento sovrazonale e di integrazione funzionale dei servizi), sei nuove Società Consortili a Responsabilità Limitata di diritto privato (sic!) a cui devono aderire tutte le Aziende sanitarie regionali per svolgere funzioni di piani di acquisto annuali e pluriennali di approvvigionamento beni, gestione, dei magazzini, della logistica, sviluppo e gestione delle reti informative, programmazione degli investimenti, gestione delle tecnologie sanitarie, gestione e organizzazione dei centri di prenotazioni, gestione degli affari legali. Mentre con l’art. 7 della L.R. finanziaria 4 maggio 2012, n. 5 viene stabilito che gli immobili costituenti il patrimonio edilizio della Regione, diviso in due asset (FIR, patrimonio edilizio regionale, e FIS, patrimonio edilizio sanitario), rientrano nel Piano di alienazione e valorizzazione, per cui diventano patrimonio disponibile da conferire a Fondi Comuni di Investimento Immobiliari, promossi e partecipati dalla Giunta regionale (!) e da altri Enti Locali. Proprio la stessa valorizzazione e lo stesso Fondo Comune di Investimento Immobiliare per curare i quali è stato incaricato il suindicato Luppi.

Ormai anche il meno smaliziato degli osservatori sa che, quando si parla di “valorizzare” e di “investire” in relazione alle politiche pubbliche, si intende una sola cosa: vendere per – così si dice – alleggerirsi di strutture certo di onerosa manutenzione, per far cassa, per disporre dei soldi ormai introvabili da destinare, o così si lascia intendere, a tornare alla collettività (che ricordiamoci essere la proprietaria di ciò che viene destinato al mercato) sotto forma di un miglioramento delle prestazioni, attualmente sempre più manchevoli a causa di un ben preciso disegno di progressivo impoverimento di risorse umane e strumentali.

Non stupirà perciò di scoprire che il progetto di alienazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare della Regione Piemonte, con relativo cronoprogramma, viene illustrato dall’Assessore Monferino in una riunione a Venaria il 2 Novembre 2012, corredato da una relazione stabilita dall’Assessorato al Bilancio da cui si evince che l’unico interesse alla dismissione risiede nel valore immobiliare e nella potenziale redditività e per nulla affatto in quello che rappresenta il core della Sanità, e cioè le prestazioni sanitarie, cliniche e scientifiche, più o meno qualificate, che vi si fanno all’interno. Per precisare ulteriormente il focus principale, del patrimonio sanitario si illustrano unicamente i servizi di pulizia, manutenzione, custodia, posta interna, bar, etc.: il fatto che in quei posti l’attività principale sia curare e salvare vite umane non pare avere alcun rilievo.

La tempistica indicata è stringente, la ricognizione è già stata condotta mobilitando tutti i servizi e tecnici e patrimoniali delle ASL e delle AO, che hanno prodotto i seguenti dati macro: gli ospedali e le altre strutture sanitarie in senso stretto constano di 45 immobili, cioè 1,4 milioni di mq di fabbricati, cui si devono aggiungere 38 milioni di mq di terreni agricoli e 560 alloggi per un totale di oltre 54.000 mq.

L’alienazione di tutto ciò attraverso il conferimento a una SGR è prevista per la fine del mese di aprile 2013, cioè tra meno di un mese.

E’ evidente che l’immissione di un simile quantitativo di beni sul mercato non potrà che farne precipitare il prezzo con la conseguente SVENDITA DEL PATRIMONIO, che una volta alienato a favore di privati che lo avranno praticamente avuto in regalo, dovrà immediatamente essere riaffittato per continuare a svolgerci le attività sanitarie, laddove queste vengano ancora considerate core.

E questo condurrà ad un collasso economico la Regione, che infatti nella già citata L.R. finanziaria 4 maggio 2012, n. 5, all’art. 9 (“Riduzione delle locazioni passive”), precisa che :

“ E’ fatto divieto assoluto di dare corso alla stipulazione, ovvero al rinnovo anche tacito, di contratti di locazione passiva in assenza di previa verifica di indisponibilità, allo scopo, di beni demaniali o patrimoniali della Regione”.

Dunque è ben presente alla Regione quali oneri risultino dalle locazioni passive: che genere di affare si può quindi prospettare nel breve termine per i bilanci della Sanità una volta che ci si dovrà caricare degli affitti per continuare ad esercitarla nelle vecchie strutture che non saranno più di nostra proprietà.

In sintesi:

la strategica sequenza degli atti normativi;

l’oculata scelta di chi gestisce l’operazione immobiliare e addirittura ne stima il prezzo a nome del probabile/possibile futuro acquirente e la condivisione di appartenenza e affiliazioni lavorative con l’Assessore, che configurano un eclatante caso di conflitto di interessi multiplo e pervasivo;

la decisione di alienare tutto insieme un patrimonio, che in questa quantità non potrà che risolversi in un “regalo”;

l’aver, fin dalla sua iniziale concezione, reso di diritto privato le Federazioni Sovrazonali, a cui sarà affidata tutta la futura partita gestionale e degli acquisti (una anomalia contro cui si sono di recente pronunciati anche due Ministeri, senza tuttavia approdare per il momento ad alcun risultato concreto);

il carico di oneri passivi che deriverà successivamente quando gli immobili dovranno essere di nuovo riaffittati per poter svolgere l’attività sanitaria

sono indizi inequivocabili di una mostruosa distorsione delle finalità della Sanità pubblica, attraverso il passaggio immediato e non più reversibile ad una sanità privata, al di fuori di qualsiasi preventivo progetto, senza controlli o vigilanza di alcun tipo di parte pubblica.

Questa operazione appare come una efferata speculazione immobiliare, ben orchestrata da una quinta colonna all’interno delle istituzioni regionali, a doppio danno della collettività: da un lato, con l’esproprio forzoso di ingenti e preziosi beni pubblici, dall’altro con la completa scomparsa del Servizio Sanitario Regionale.

Un impoverimento colossale che pagheremo con i soldi delle nostre tasse e con la possibilità di ottenere prestazioni sanitarie, che si ridurrà drasticamente per chi non potrà permettersi di pagare le nuove tariffe o di sottoscrivere assicurazioni private – e sulla disponibilità generale di denaro in questi tempi non è necessario aggiungere nulla.

Cosa possiamo fare?

far circolare questo documento tra i nostri contatti, sui luoghi di lavoro e in tutti i gruppi e associazioni di cui facciamo parte;

prendere parte alle occasioni informative su cui vi ragguaglieremo tempestivamente e, come con il documento, invitare quante più persone a prendervi parte;

impegnarci in prima persona a migliorare la Sanità e i Servizi, segnalando ciò che funziona e ciò che non funziona prima di tutto a chi eroga le prestazioni e in un prossimo futuro a noi, che abbiamo in animo di realizzare un monitoraggio delle stesse: lamentarsi in privato costituisce un comprensibile, ma sterile sfogo, puntualizzare le cose nella sede opportuna può influire anche in modo decisivo su eventuali cambiamenti. La Sanità, come ogni bene comune, appartiene a tutti noi, il che comporta il diritto di esigere trattamenti appropriati, ma anche il dovere di assumersi la responsabilità del suo andamento in prima persona

18 giugno 2012 – 10.57 CATASTROIKA – La privatizzazioni che ci attendono


Era l’inizio del 1989 quando l’accademico francese Jaques Rupnik si sedette alla scrivania, per preparare un report sullo stato delle riforme economiche nell’Unione Sovietica di Mikhail Gorbaciov. Il termine che usò per descrivere il rantolo dell’impero fu “Catastroika”.

Ai tempi di Yeltsin, quando la Russia istituì forse il più grosso e fallimentare esperimento di privatizzazione in tutta la storia dell’umanità, il Guardian diede al termine inventato da Rupnik un significato diverso. Catastroika divenno sinonimo della completa distruzione del Paese per mano delle forze che governano il mercato, della svendita dei beni pubblici e del rapido deterioramento degli standard di vita dei cittadini. Ora, l’unità per misurare la “catastroika” era diventata la disoccupazione, l’impoverimento sociale, il declino delle aspettative di vita, così come la nascita di una nuova casta di oligarchi che prende le redini di una nazione.

Qualche anno dopo, la produzione di uno sforzo analogo nella privatizzazione massiccia delle proprietà pubbliche nella Germania riunificata (presentato ora come modello per la Grecia) creò milioni di disoccupati e alcuni dei più grossi scandali nella storia dell’Europa.

E’ questa “Catastroika”(*) che si sta abbattendo sulla Grecia, e che dobbiamo evitare si abbatta anche sull’Italia.

La battaglia continua contro le privatizzazioni dell’acqua continua ,Torino Servizi pubblici locali, comitati contro tutti (due parole sul Comitato Biellese )

TAGLIO MEDIO – Mariangela Rosolen Presidentessa regionale acqua pubblica
redazione
Nonostante le promesse di un mese fa del ministro Clini a Torino il centrosinistra oltretutto che è stato anche se alla fine del referendum uno dei partecipanti per l’abrogazione dell’articolo sulla privatizzazione, invece hanno approvato le privatizzazioni.
Nel Comitato Biellese io ho personalmente partecipato a parecchie riunione con quasi la completa assenza dei partiti compreso uno dei promotori L’Idv che con l’Attac avevvano fato partire la campagna referendaria da quello si nota la assoluta incoerenza di certe forze
che ha portato per il momento a avere pochissime persone all’interno del comitato malgrado fossero iscritti tutti i partiti di sinistra e di centro e molte associazioni.

Il centrosinistra ha votato la delibera che liberalizza tutto, e i referendari provano a bloccarla
Solo chi non conosce il torinese pensa che bogia nen stia per passivo, pavido, rinunciatario. È esattamente il contrario: nella battaglia dell’Assietta (1747) i soldati piemontesi obbedirono all’ordine bogia nen : non si mossero, resistendo per cinque ore all’invasore francese, costringendolo alla ritirata con gravi perdite e creando così le condizioni per la formazione dello Stato sabaudo. Con analoga determinazione il movimento per l’acqua pubblica di Torino – che più lontano di così non potrebbe essere da una formazione militare – tiene testa alla privatizzazione dei servizi pubblici locali in un contesto economico-politico di puro liberismo: non solo due ministri e un sottosegretario del governo Monti provenienti dalla maggiore banca torinese, IntesaSanpaolo, non solo il Comune di Torino prima grande città italiana ad applicare l’art 4 cancella-referendum della manovra di ferragosto, ma anche un Consiglio comunale privo di una sia pur minima voce di sinistra che non siano i due eletti del Movimento 5 Stelle.
Eppure indietro non si torna, hanno detto i 386.099 Bogia nen torinesi con il loro 95,88% di sì. Noi ci sentiamo custodi di quei voti e per questo abbiamo tentato di contrastare in tutti i modi l’ approvazione della delibera comunale che avvia la privatizzazione di Amiat-Igiene Urbana, Trm-Inceneritore e Gtt-trasporti locali. E dopo il voto favorevole di tutto il centrosinistra (Pd, Idv, Moderati, Sel) non ci è rimasto che il ricorso al Tar. In poche settimane ci siamo ritrovati con ben 1.385 letterine che sotto le feste un Babbo Natale su apposita slitta ha consegnato in Municipio. La campagna di Obbedienza civile è partita prima ancora che il nostro Comitato la lanciasse ufficialmente. Fin dal dicembre scorso alcuni amministratori di immobili hanno inviato le raccomandate di diffida e reclamo al gestore idrico e all’AATO, facendone avere copia anche a noi. Ora 13 sportelli a Torino e provincia sono a disposizione degli utenti, mentre su http://www.acquapubblicatorino.org un programma conduce per mano l’utente a praticare l’Obbedienza civile: dal calcolo dell’importo da detrarre dalla bolletta alla compilazione della raccomandata da inviare al gestore, alla disdetta della domiciliazione in banca del pagamento della bolletta stessa. L’altra risposta non può che essere la campagna per la trasformazione di Smat in Ente di diritto pubblico.
* Comitato Acqua Pubblica Torino

L’elenco delle privatizzazioni e liberalizzazioni per ora non appare il tormentato servizio idrico (oggetto del referendum di giugno)

BANCHE E ASSICURAZIONI
Redazione
In questa manovra sicuramente molto dura metto un primo elenco di liberalizzazioni e privatizzazioni.
Dalla redazione Del Fatto Quotidiano del 19/01/2012
Fine delle polizze vendute con i mutui
Il decreto dovrebbe contenere il divieto per le banche di vendere obbligatoriamente a chi chiede un mutuo anche una polizza assicurativa. Niente da fare, invece, per lo scorporo di Banco Posta da Poste Spa. Tra le ipotesi la possibilità per il governo di abbattere il costo di carte di credito, di pagamento e simili. Previste norme dure contro le frodi assicurative e l’aumento delle pene per i periti che vi si prestano. Il governo vuole anche incentivare l’attività degli agenti plurimandatari e razionalizzare il sistema delle compensazioni tra compagnie per i risarcimenti diretti.

BENZINAI E TRASPORTI
Più distributori no-logo
La nuova Autorità dei trasporti si occuperà non solo di taxi, ma anche di concessioni autostradali (la missione: diminuirne la durata e garantirne la messa a gara) e dovrà valutare lo scorpordella rete ferroviaria dall’ex monopolista pubblico Trenitalia e garantirne un uso non penalizzante ai privati. Si salva Snam Rete Gas, che resta nella struttura dell’Eni. Sulla benzina si incentivano i distributori no logo e/o completamente automatizzati, si permette ai gestori di rifornirsi da chiunque senza esclusiva e di vendere la benzina assieme ad altri prodotti. Le grandi compagnie dovranno vendere il 30% dei loro impianti.

SERVIZI PUBBLICI
Privatizzazioni delle municipalizzate
Il decreto intende rendere più esplicita la normativa in materia di liberalizzazione dei servizi pubblici locali anche estendendo i poteri dell’Autorità Antitrust: eliminazione delle società piccolissime attraverso accorpamenti territoriali e messa a gara dei servizi. Incentivata anche la privatizzazione delle municipalizzate, in particolare per i Comuni indebitati. I vincoli del patto di stabilità vengono estesi anche a questo tipo di società, divieti di nuove assunzioni compresi. Nelle bozze finora visionate questi provvedimenti riguardano anche il trasporto pubblico locale, ma non il servizio idrico.

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