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Economista Borghi: “Italia fuori dall’euro? Fattibile”

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video d Claudio Borghi
di: WSI Wall Street Italia 21/03/2013 attualità
E’ gestibile secondo Claudio Borghi, che spiega le tappe e le conseguenze di un eventuale progetto drastico di questo tipo. “Timore di corsa agli sportelli”, certo, ma e’ un piano “gestibile e auspicabile“. Impatto gia’ scontato nello Spread: VIDEO
ROMA (WSI) – Italia fuori dall’euro? Uno scenario di questo tipo e’ a tutti gli effetti “gestibile” e senza dubbio “auspicabile” per la nostra economia. Spiega come il professore di economia Claudio Borghi, che ha elencato tappa per tappa queli sono le precauzioni da prendere per i risparmiatori e quali saranno le conseguenze di una eventuale uscita dall’area euro per l’economia zoppicante italiana.

“Chi ragiona sulla distruttivia’ di questo processo spesso e volentieri lo fa come se fosse una cosa imprevista e immediata”. In realta’, ha aggiunto il professore dell’Università Cattolica di Milano, “gran parte di questo processo e’ gia’ avvenuto”.

“E’ gia’ successo in passato che ci sono stati cambi di valuta, ma spaventa passare da una valuta debole a una forte”. Perche’, come si suol dire, “la moneta buona scaccia quella cattiva”.

“Per mettersi in salvo l’operazione e’ molto semplice. Io ho dei risparmi in una banca italiana. Se i titoli di stato diventano a rischio, perche’ tutto il debito e i contratti effettuati ritornano in lire, io posso invece comprare “un titolo di stato tedesco, nessuno me lo tocca”.

In questo modo gli effetti negativi saranno azzerati. Chi mastica la materia finanzaria “sa che questo fenomeno e’ gia’ avvenuto e si chiama Spread”.

“Se domani mi dicessero, ‘guarda non dirlo a nessuno ma tra una settimana usciamo dall’euro e torniamo alla lira’, posso prelevare i miei risparmi, ma non credo che venderei un titolo italiano a 70 per comprare un titolo tedesco a 130, pensando di fare non so quali guadagni”.

A lungo termine sarebbe un titolo italiano in lire che si svalutera’, ma che e’ gia’ svalutato. “In questo momento lo spread ha gia’ fatto arrivare la svalutazione sui titoli del debito. Quotano prezzi molto bassi rispetto ai titoli sicuri tedesci: cio’ significa che le cose sono gia’ state fatte”.

Starei invece attento alle scadenze a breve termine, quello si, prenderebbe la conversione. Se avessi un Bot che scade a 4 mesi e sapesi che tra due settimane torniamo alla Lira, quel titolo non vorrei averlo e mi comprerei un titolo di stato americano o qualsiasi cosa anche fuori dall’euro”.

” di Il Fatto QuotidianoL’italia puo’ uscire dall’euro? “Fattibile

Eurocrisi/Per Citigroup la Grecia resta l’anello debole, ma le parole di Draghi sollevano i pareri degli operatori( Cosa sta succedendo? l’analisi dell’economista Claudio Borghi sull’eurocrisi e sulle decisioni del Presidente della Bce)


preso da affari Italiani.it Giovedì, 26 luglio
di Luca Spoldi attualità

Le parole di Mario Draghi, che stamane ha detto che la Bce è pronta “a qualsiasi cosa per preservare l’euro” (pur rimanendo “all’interno del nostro mandato”) e che non è possibile immaginare “la possibilità che un Paese possa uscire dall’Eurozona”, aggiungendo che “negli ultimi sei mesi l’area dell’euro ha mostrato progressi straordinari”, sembrano aver convinto i mercati, col Btp decennale guida che vede il lo spread contro Bund calare di quasi mezzo punto sul 4,75% in finale di giornata e il Btp a due anni addirittura di 86 centesimi sul 4,15%.

La riprova, per Claudio Borghi, economista e docente di Economia degli Intermediari Finanziari, Economia delle Aziende di Credito ed Economia e Mercato dell’Arte presso l’Università Cattolica, “che eravamo a un millimetro dal collasso, proprio come prima delle Ltro”, come l’economista rilancia su Twitter. Di certo le parole di Draghi debbono essere suonate come un “altolà” a quella parte di mercato che finora è sembrata tifare per una “Grexit” che avrebbe potuto finire col coinvolgere anche la Spagna e l’Italia, i due “elefanti” nel negozio di cristallo da tempo tenuti d’occhio dagli operatori molto più di Atene, finendo col causare, nell’ipotesi più estrema, una prematura fine dell’euro.

Fine che non conviene a nessuno e certamente non alla Germania, come ricordava ancora ieri uno studio di Ubs rischierebbe fallimenti a catena di banche e aziende dato che l’esposizione complessiva agli altri sedici partner dell’Eurozona è per Berlino pari a 3.330 miliardi di euro, quasi 1,4 volte il Pil tedesco (che ammonta a 2.400 miliardi circa), di cui 1.500 miliardi di crediti detenuti da imprese e famiglie, crediti che rischierebbero quanto meno un “haircut” tra il 30% e il 40% in base agli attuali differenziali di rendimento espressi dai titoli di stato tedeschi rispetto a quelli italiani o spagnoli.

Eppure l’ipotesi continua a spaventare e c’è chi sembra crederci, come Citigroup, che in un report stamane (prima delle dichiarazioni del numero uno di Eurotower e del rimbalzo di listini e mercati obbligazionari) ha segnalato come la possibilità di un’uscita di Atene dall’euro entro i prossimi 12-18 mesi siano aumentate dal 50%-75% indicato finora al 90% e che per Spagna e Italia sembra sempre più probabile si dovrà ricorrere a una forma di “bailout” che non si limiti al sostegno alle banche spagnole.

Ipotesi che le parole di Draghi sembrano voler esplicitamente far riporre nel cassetto e non sarà un caso che proprio gli analisti di Citigroup in alcune dichiarazioni sempre in giornata avessero iniziato a mettere le mani avanti avessero ricordato come, mentre si avvicina il quinto anniversario dall’esplosione, nell’agosto del 2007, della bolla dei subprime che ha dato il via ad una serie di crisi economico-finanziarie tuttora in corso in America ed Europa, i vertici di Federal Reserve, Bank of England e Banca centrale europea potrebbero incontrarsi nell’arco della prossima settimana per cercare di elaborare una strategia comune in grado di far ripartire le maggiori economie occidentali.

Al di là delle parole di Draghi, che servono a spegnere gli eccessi della speculazione e far guadagnare tempo, è chiaro a tutti infatti che nonostante triliardi di dollari ed euro di aiuti, tassi prossimi allo zero e acquisti di titoli di stato sul mercato il problema di fondo dell’Eurozona (e dell’Occidente in genere, come confermano i dati macro della Gran Bretagna) resta l’assenza di crescita, un’assenza prolungata dalla doppia azione di contenimento del debito pubblico da un lato e dalla restrizione del credito e parallelo calo del debito privato dall’altro.

Non sarà facile, con banche che parcheggiano i propri capitali in strumenti monetari o titoli di stato prima che promuovere nuovi finanziamenti, imprese che usano gli utili per rimborsare il debito più che per espandere la produzione, famiglie che tagliano i consumi e aumentano i risparmi in parallelo al calo del reddito disponibile al netto del prelievo fiscale. Tanto più che Citigroup non è tenera neppure con i paesi “non euro” come Gran Bretagna e Stati Uniti, che rischiano un declassamento del proprio rating sovrano da qui a un paio d’anni, mentre l’ostilità dei paesi del Nord Europa a soluzioni che prevedano la mutualizzazione del debito resta elevata.

Alla fine comunque la Grecia rimaneva l’anello debole, con una recessione giunta ormai al quinto anno consecutivo che rischia di rivelarsi peggiore delle attese (inizialmente ci si attendeva un calo del Pil del 4,7% ormai si parla di un -5,7% o peggio) e con target (1% di deficit primario entro fine 2012 sempre più difficili da raggiungere. Per questo ieri sera Il ministero delle Finanze greco e la “troika” Ue-Bce-Fmi hanno concordato nuove misure sul budget ellenico del 2013 e del 2014 per complessivi 11,6 miliardi di euro.

Misure finora sempre rimandate per la loro impopolarità e che appena sono state definite hanno offerto a Draghi l’occasione che cercava: poter lanciare un salvagente prima che la situazione precipitasse, sperando che l’effetto duri abbastanza per dare tempo ai leader della Ue di trovare il necessario accordo politico per riformare l’Unione e ridare slancio all’economia del vecchio continente. Un accordo in cui Draghi sembra sperare sulla base dei “progressi straordinari” che l’area dell’euro ha già “mostrato negli ultimi sei mesi”.

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