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Pacco di coalizione (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 13/02/2014. Marco Travaglio attualità

Io sono qui, stradeterminato, concentrato e straimpegnato a non farmi bloccare da veti e a non galleggiare, ma ad attuare il nostro programma per dare una svolta” (E. L., 8-9-213). “Noi vogliamo che il governo arrivi alla fine del proprio percorso con convinzione e saremo i più leali a dare una mano al tentativo di Enrico Letta” (M. R. 24-11). “Senza Berlusconi, governo più forte e più coeso” (E. L., 27-11). “Da mesi leggo sui giornali che Renzi vuole il posto di Letta: se avessi ambizioni personali, avrei giocato un’altra partita, non mi sarei messo a candidarmi alla segreteria del Pd” (M. R., 3-12). “Voglio cambiare l’Italia, non cambiare il governo” (M. R., 8-12). “Col nuovo segretario del Pd lavoreremo con un fruttuoso spirito di squadra” (E. L., 8-12). “Punto a far lavorare il governo, non a farlo cadere. Enrico ci ha chiesto un patto di coalizione e io sono d’accordo” (M. R. 10-12). “Io e Matteo andremo d’accordo” (E. L., 13-12). “Renzi e il Pd possono diventare il motore del nuovo inizio del governo” (E. L., 15-12). “Tutto il Pd aiuterà Enrico nel semestre di presidenza europea” (M. R., 15-12). “L’attesa di tensioni nei rapporti fra Renzi e il sottoscritto è fuori luogo” (E. L., 20-12). “Per il 2014 il premier è e sarà Enrico Letta” (M. R., 22-12). “Nessuna intesa fra Letta, Alfano e me. Non voglio assolutamente essere accomunato a loro, integrato come in uno schema: io sono totalmente diverso, per tanti motivi. Ma non ho alcun interesse a mettere pedine e scambiare caselle” (M. R., 29-12). “La fase 2 del governo partirà entro il 20 gennaio” (E. L., 7-1-2013). “Mi ricandido a sindaco di Firenze, non voglio fare le scarpe a Letta. Il governo andrà avanti fino al 2015” (M. R., 7-1). “Io e Renzi abbiamo una gran voglia di applicarci. C’è il contratto di coalizione da costruire. Insieme aiuteremo il Paese. Con Matteo ce lo siamo ribadito, c’è moltissima sintonia” (E. L., 11-1). “Enrico non si fida di me, ma sbaglia: io sono leale” (M. R., 12-1). “Mi fido di Renzi, lavoreremo bene: sì alla svolta, il cambio di passo ci sarà” (E. L., 12-1). “Il governo Letta deve lavorare per tutto il 2014” (M. R., 13-1). “Il governo ha fatto poco, e uso un eufemismo” (M. R., 14-1). “Sono d’accordo con Renzi sulla necessità di un nuovo inizio, anche se dissento dal suo giudizio sul governo” (E. L., 16-1). “Creiamo un hashtag ‘enricostaisereno’, nessuno ti vuole prendere il posto, vai avanti, fai qual che devi fare, fallo” (M. R., 18-1). “Sono pronto a un nuovo governo, un Letta-bis” (E. L., 18-1). “Le riforme non devono essere a rischio, il governo è il governo Letta, io faccio un altro mestiere” (M. R., 23-1). “Mi pare che Renzi vada nella direzione giusta” (E. L., 3-2). “La staffetta Letta-Renzi non è assolutamente all’ordine del giorno. Se Enrico ha fretta di fare il rimpasto lo dirà e lo farà lui. Io, sia chiaro, sto fuori da tutto” (M. R., 5-2). “Dobbiamo aggredire i problemi con grande forza ed efficacia e anche rapidità. Non intendo certo galleggiare” (E. L., 6-2). “Se Letta ritiene che ci siano cambiamenti da apporre, affronti il problema nelle sedi politiche e istituzionali, indichi quali e giochiamo a carte scoperte” (M. R., 6-2). “Tanti dei nostri dicono: ma perché dobbiamo andare a Palazzo Chigi senza elezioni? Ma chi ce lo fa fare? E ci sono anch’io tra questi, nessuno di noi ha chiesto di andare al governo” (M. R., 10-2). “Napolitano blinda Letta” (La Stampa, 6-2). “Governo, la spinta di Napolitano” (Corriere della Sera, 8-2). “Il Quirinale: avanti con Letta” (Il Messaggero, 8-2).

Il Re Badante (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 11/02/2014. Marco Travaglio attulità

Soltanto chi si ostina, a dispetto dell’evidenza dei fatti, a ritenere Giorgio Napolitano un presidente super partes devoto alla Costituzione può meravigliarsi per le rivelazioni del nuovo libro di Alan Friedman Ammazziamo il Gattopardo . E cioè del fatto, suffragato da numerose testimonianze, che Sua Maestà contattò Mario Monti per rimpiazzare Berlusconi a Palazzo Chigi fin dal giugno 2011, ben prima dell’impennata estiva dello spread e della conseguente fuga di parlamentari della maggioranza, che l’8 novembre si ritrovò minoranza alla Camera; l’indomani il Professore bocconiano fu nominato senatore a vita e il giorno 13, subito dopo le dimissioni del Cavaliere, fu incaricato di formare il nuovo governo. I lettori del Fatto sanno bene di che cosa è stato capace Napolitano in questi quasi otto anni di presidenza, dunque sono immuni almeno dallo stupore. Autoinvestitosi della missione di salvatore della Patria e autoassolvendosi di volta in volta in nome di “emergenze” reali o inventate, il capo dello stato di necessità non ha mai esitato a travolgere le regole costituzionali per il nostro bene, o almeno per quello che lui pensava esserlo e invece non lo era. Convinto che l’elettorato sia un bambino immaturo e un po’ scemo da rieducare e accompagnare per mano dove vuole lui, s’è autonominato Badante della Nazione e ha perseguito scientificamente il suo disegno politico a prescindere dal voto degli italiani, e sovente addirittura contro di esso. Ma gli alti lai che ora levano i berluscones suonano stonati e infondati: il bilancio delle interferenze e forzature presidenziali è largamente a loro vantaggio, non certo a loro discapito. Per diversi motivi. 1) La prima vittima dei traffici di Napolitano è il secondo governo Prodi, nato nel 2006 con una maggioranza risicatissima al Senato dalle prime elezioni del Porcellum. Il 21 febbraio 2007, dopo meno di un anno di vita, l’Unione di centrosinistra è già in crisi: bocciata in Senato una risoluzione sulla politica estera con appena 158 Sì (su un quorum di 160), 136 No e 24 astenuti. Prodi sale al Colle per dimettersi. Napolitano – come annota il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa nel suo diario, che il sottoscritto ha potuto consultare per il libro Viva il Re! – chiede al premier “numeri certi” al Senato, lasciando intendere che non può far conto sui voti dei senatori a vita. Poi respinge le dimissioni di Prodi e lo rinvia alle Camere per la fiducia, non prima di avergli confidato che sta lavorando con “esplorazioni” sue personali – non si sa a che titolo – a una “maggioranza diversa” da quella uscita dalle urne. Una maggioranza di “larghe intese” con la destra sconfitta. Padoa Schioppa parla di manovre “inquietanti”. Invece B. – che non sopporta di restare fuori dalla stanza dei bottoni, continua a gridare ai brogli e tenta di comprare altri senatori (dopo il già acquistato Sergio De Gregorio) per dare la “spallata” al governo – è entusiasta. “Napolitano detesta il bipolarismo e persegue il suo disegno politico”, annota il ministro dell’Economia, descrivendo il Presidente come un sabotatore del governo Prodi, “pompiere incendiario” che “soffia sul fuoco anziché spegnerlo” e vorrebbe tornare a un sistema malato da Unione sovietica o da partitocrazia modello Prima Repubblica, dove “il governo lo sceglie il partito (o i partiti) e non il popolo”. Un anno dopo, gennaio 2008, Prodi cade per l’uscita di Mastella. Ma, anziché sciogliere le Camere, Napolitano tenta un governo Marini, ovviamente di larghe intese. E solo quando fallisce anche quello si rassegna a sciogliere le Camere. 2) Dopo aver firmato tutte le leggi vergogna del terzo governo B., dallo scudo fiscale al lodo Alfano al legittimo impedimento, nel novembre 2010 Napolitano salva il Cavaliere da sicura débâcle. I finiani di FeL presentano una mozione di sfiducia in aggiunta a quelle delle altre opposizioni. La maggioranza non c’è più. Ma il capo dello Stato convince i presidenti delle Camere Fini e Schifani a rinviare il voto a dopo la Finanziaria: così regala al Caimano un mese di tempo per comprarsi una dozzina deputati: quanti bastano per strappare la fiducia il 15 dicembre. 3) Nell’estate 2011, quando Napolitano inizia a sondare Monti, il governo B. è già alla frutta ancor prima del boom dello spread, che ne è una delle conseguenze: B. e Brunetta vogliono tagliare le tasse, Tremonti – conti alla mano – si oppone, e fra Palazzo Chigi e l’Economia si scatena una guerra che prosegue per tutta l’estate, con gli appelli dell’Europa per una drastica manovra correttiva. Il 5 agosto B. annuncia che gliel’ha imposta la Bce con una lettera firmata da Trichet e Draghi: in realtà – si scoprirà più avanti – la missiva l’ha sollecitata lui stesso per salvare la cadrega. Ma sia lui sia Bossi si oppongono al taglio delle pensioni chiesto dalla Bce e la manovra, riscritta quattro volte, è una burletta. Il 23 ottobre Merkel e Sarkozy lo seppelliscono con la celebre risata di Bruxelles. Il 3-4 novembre, al G20 di Cannes, B. e Tremonti si presentano in ordine sparso, senza neppure parlarsi. Ma il Caimano suonato dice che va tutto bene, “siamo un Paese benestante, i ristoranti sono pieni e si fatica a prenotare un posto in aereo”. Inizia il fuggifuggi dal Pdl e l’8 novembre, al voto alla Camera sul rendiconto dello Stato, la maggioranza si ferma a 308 voti su un quorum di 316. Dunque il governo cade e arriva il Prof, coronando il vecchio pallino di Napolitano: le larghe intese. È vero che il Presidente tiene nella manica l’asso di Monti già da cinque mesi, ma B. fa tutto da solo: sarebbe caduto lo stesso, anche senza aiuti dall’alto. Il che non significa che Napolitano avesse il diritto di preparare un governo e una maggioranza alternativi 150 giorni prima (e chi ci dice che, nelle telefonate intercettate a novembre-dicembre con Mancino, non parlasse anche di quelle manovre e non le abbia fatte distruggere proprio per questo?). Però B. dovrebbe ringraziarlo: il governo Monti al posto delle elezioni fu per lui manna dal cielo: se si fosse votato allora, visti i sondaggi che lo davano intorno al 10%, ne sarebbe uscito asfaltato per sempre. Invece la politica dei tecnici – tasse, lacrime e sangue per i soliti noti – gli consentirà di risorgere nel giro di un anno. E di risultare decisivo alle elezioni di un anno fa, quando gli italiani votano in massa contro le larghe intese e poi, con i soliti traffici di Napolitano (rielezione compresa), se le ritrovano tali e quali con Letta Nipote: lo schema fisso del Presidente. È semplicemente comico che ora, a lamentarsene, non siano Prodi, Rodotà, gli elettori affezionati al bipolarismo, ma proprio l’utilizzatore finale di tutti quei traffici. Ecco, a ben guardare il peccato più imperdonabile di Napolitano è proprio questo: essere riuscito – prima con i minuetti sulla grazia e ora con l’emergere delle manovre del 2011 – nell’ardua impresa di far passare dalla parte della ragione un figuro che, da quando è nato, è sempre stato da quella del torto. Ps. Nella lettera di precisazioni al Corriere che nulla precisa, Napolitano si fa scudo della sentenza n. 1/2013 della Consulta per invocare “riservatezza assoluta” sulle sue “attività formali” e “informali”. Ma non sa quel che dice: quella sentenza, peraltro incredibile e tragicomica, si riferisce alle sue telefonate con Mancino e proibisce di intercettare, anche indirettamente, The Voice. Non gli permette di fare quel che gli pare al riparo dalla libera stampa. Né vieta le inchieste e le domande giornalistiche sull’attività del Presidente nella formazione dei governi. Né lo esime dal risponderne all’opinione pubblica. A meno che, si capisce, non si creda un dittatore o un monarca assoluto. Nel qual caso l’impeachment sarebbe uno strumento persino un po’ riduttivo per mandarlo a casa in tempo utile: prima che trascini davanti alla Consulta pure gli autori di libri non autorizzati da lui, per far bruciare anche quelli.

CSM, È STATO NAPOLITANO A VOLER PROCESSARE DI MATTEO (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 09/02/2014. attualità Marco Travaglio
PROCESSO A DI MATTEO PER UN’INTERVISTA : IL MANDANTE È IL COLLE UN DOCUMENTO UFFICIALE RIVELA CHE LA SEGNALAZIONE PER UNA AZIONE DISCIPLINARE CONTRO IL PM CHE INDAGA SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA PARTÌ DAL QUIRINALE.

Fu Donato Marra, cioè il braccio destro del Presidente, a “denunciare” al Pg della Cassazione il pm della Trattativa per un’intervista sulle telefonate con Mancino. La notizia delle intercettazioni era già uscita su tutti i giornali, eppure da 18 mesi il magistrato più odiato da Riina è sotto azione disciplinare, senza aver violato alcun segreto.

Da un anno e mezzo, cioè da quando la Procura generale della Cassazione trascinò Nino Di Matteo, il pm più odiato da Totò Riina, sotto procedimento disciplinare dinanzi al Csm, si sospettava che l’incredibile iniziativa non fosse spontanea. Ma “spintanea”, suggerita dal Quirinale, visto che Di Matteo, dopo l’uscita di Antonio Ingroia dalla magistratura, è anche il magistrato più detestato da Giorgio Napolitano. Ora il sospetto diventa certezza grazie a un documento ufficiale: la richiesta di proscioglimento depositata a fine dicembre dal Pg Gianfranco Ciani e dal sostituto Antonio Gialanella. I due, ricostruendo la genesi del processo, che riguarda anche il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, rivelano che la segnalazione dei possibili illeciti disciplinari partì proprio dal Colle: “Al Procuratore generale presso la Cassazione perveniva, in data 11.7.2012, dal Segretario generale della Presidenza della Repubblica, una missiva datata al 9.7.2012”. In quella lettera, il segretario generale del Quirinale Donato Marra, braccio destro di Napolitano, trasmette un suo carteggio con l’Avvocatura dello Stato e fra questa e la Procura di Palermo a proposito di un’intervista di Nino Di Matteo a Repubblica . L’intervista si riferisce alle rivelazioni diffuse il 20 giugno 2013 dal sito di Panora ma : intercettando Nicola Mancino, i pm di Palermo sono incappati non solo in 9 sue conversazioni col consigliere Loris D’Ambrosio, ma anche in alcune con Napolitano in persona. Notizia rilanciata il 21 giugno dal Fatto e da altre testate. Il 22 giugno Repubblica intervista Di Matteo, il quale spiega che, negli atti appena depositati ai 12 indagati per la trattativa Stato-mafia, “non c’è traccia di conversazioni del capo dello Stato e questo significa che non sono minimamente rilevanti”. L’intervistatrice domanda se le intercettazioni non depositate saranno distrutte, Di Matteo risponde – riferendosi a tutto il materiale non depositato e non solo alle telefonate Mancino-Napolitano: “Noi applicheremo la legge in vigore. Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”. È OVVIO CHE, fra quelle da distruggere, ci siano anche le intercettazioni indirette del Presidente, visto che sono “irrilevanti” (almeno sul piano penale), mentre quelle ancora da approfondire riguardano altri soggetti. Ma, anzichè ringraziare Di Matteo per aver dissipato ogni possibile sospetto su sue condotte illecite, Napolitano scatena la guerra termonucleare alla Procura di Palermo, esternando a tutto spiano e mobilitando prima l’Avvocatura dello Stato, poi il Pg della Cassazione e infine la Corte costituzionale. L’Avvocato dello Stato, Ignazio Caramazza, viene attivato subito dopo l’intervista dal segretario generale Marra, perché chieda a Messineo “una conferma o una smentita di quanto risulta dall’intervista, acciocchè la Presidenza della Repubblica possa valutare la adozione delle iniziative del caso”. Il 27 giugno Caramazza scrive a Messineo per sapere come si sia permesso Di Matteo di svelare a Repubblica che sono “state intercettate conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, allo stato considerate irrilevanti, ma che la Procura si riserverebbe di utilizzare”. Il procuratore risponde con due lettere: una firmata da Di Matteo, l’altra da lui. Entrambe chiariscono ciò che è già chiarissimo dall’intervista: “La Procura, avendo già valutato come irrilevante ai fini del procedimento qualsivoglia eventuale comunicazione telefonica diretta al Capo dello Stato, non ne prevede alcuna utilizzazione investigativa o processuale, ma esclusivamente la distruzione da effettuare con l’osservanza delle formalità di legge”: cioè con richiesta al gip, previa udienza camerale con l’ascolto dei nastri – previsto espressamente dal Codice di procedura penale – da parte degli avvocati. Tutto chiaro? Sì, in condizioni normali. Ma qui c’è il Quirinale che preme, minacciando “le iniziative del caso”. Allora una normale intervista che spiega come la Procura abbia rispettato e intenda rispettare la legge diventa un caso di Stato. Il 16 luglio Napolitano solleva il conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato contro la Procura di Palermo, accusandola di aver attentato alle sue “prerogative”. A fine luglio Ciani apre su Messineo e Di Matteo un “procedimento paradisciplinare”, cioè un’istruttoria preliminare. È lo stesso Ciani che tre mesi prima, su richiesta scritta di Mancino e Napolitano (tramite il solito Marra), ha convocato il Pna Piero Grasso per parlare di come “avocare” da Palermo l’inchiesta sulla Trattativa o almeno di “coordinarla” con quelle sulle stragi a Firenze e Caltanissetta: ricevendo da Grasso un sonoro rifiuto. Il primo agosto un sostituto di Ciani scrive al Pg di Palermo per sapere se Messineo avesse autorizzato Di Matteo a rilasciare l’intervista e perchè non l’avesse denunciato al Csm per averla rilasciata. Il Fatto lancia una petizione e raccoglie 150 mila firme in un mese: lo vede anche un bambino che il processo disciplinare è fondato sul nulla. IL 10 AGOSTO il Pg di Palermo risponde a Ciani: l’intervista di Di Matteo non richiedeva alcuna autorizzazione e non violava alcuna norma deontologica perché non svelava alcun segreto, visto che la notizia delle telefonate Napolitano-Mancino l’avevano già diffusa Panorama e poi decine di testate. Tutto chiaro? Sì, in condizioni normali. Ma qui c’è il Quirinale che preme. Il Pg Ciani ci dorme su sette mesi. Poi il 19 marzo 2013 promuove l’azione disciplinare contro Messineo e Di Matteo. Il secondo è accusato di aver “mancato ai doveri di diligenza e riserbo” e “leso indebitamente il diritto di riservatezza del Presidente della Repubblica”; il primo, di non averlo denunciato al Csm. Messineo e Di Matteo vengono interrogati il 18 giugno e il 7 luglio, ripetendo quel che avevano sempre scritto e detto. La Procura generale ci dorme sopra altri cinque mesi e mezzo. Poi finalmente, alla vigilia di Natale, deposita le richieste di proscioglimento, scoprendo l’acqua calda: la notizia delle telefonate Mancino-Napolitano non la svelò Di Matteo, ma Panora ma , in un articolo “presente nella rassegna stampa del Csm del 21.6.2012”. Quindi “con apprezzabile probabilità occorre assumere che la notizia… fosse oggetto di diffusione da parte dei mass media in tempo antecedente” a quello dell’intervista incriminata” del giorno 22. Ma va? Ergo “è del tutto verosimile” che Di Matteo tenne “un atteggiamento di sostanziale cautela” e “non pare potersi dire consapevole autore di condotte intenzionalmente funzionali a ledere diritti dell’Istituzione Presidenza della Repubblica”, semmai “intenzionato a rappresentare la correttezza procedurale dell’indagine”. Quindi “la condotta del dr. Di Matteo non si è verosimilmente consumata nei termini illustrati nel capo d’incolpazione, tanto che nessun rimprovero disciplinare si ritiene di poter articolare nei suoi confronti”, né in quelli di Messineo. Così scrivono Galanella e Ciani il 16 e 19 dicembre 2013 nella richiesta di proscioglimento che ora dovrà essere esaminata dal Csm. Ma così avrebbero potuto scrivere – risparmiando a Di Matteo e Messineo un anno e mezzo di calvario – già nel giugno 2012, quando tutti sapevano già tutto. Compreso il Quirinale, che sciaguratamente innescò questo processo kafkiano al nemico pubblico numero uno del Capo dei Capi. E di tanti altri capi.

Parlachè? (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 02/02/2014. Marco Travaglio attualità
Giorgio Napolitano & Enrico Letta sono molto preoccupati per il Parlamento, profanato dalle squadracce pentastellate ansiose di trasformare quell’aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli. Tutte le forze democratiche, da Grasso alla Boldrini, da Renzi a De Luca a Farinetti, da Berlusconi a Verdini a Dell’Utri, da Alfano a Cicchitto a Giovanardi, da Monti a Piercasinando a Cesa, da Salvini a Maroni a Borghezio, senza dimenticare La Russa, la Cancellieri in Ligresti e tutto il cucuzzaro, sono precettate per stringersi a coorte in un nuovo arco costituzionale, pronte alla morte per difendere il sacro tempio del potere legislativo così orrendamente sfigurato dai nuovi lanzichenecchi.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che tre anni fa votava a gran maggioranza la mozione “Ruby nipote di Mubarak”. Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che ha approvato in vent’anni un centinaio di leggi vergogna, perlopiù incostituzionali, su misura per Berlusconi, i suoi reati, i suoi processi, le sue aziende, le sue tv, i suoi affari. Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che dal 1994 a oggi ha eseguito punto per punto il “papello” di Totò Riina, abolendo le supercarceri di Pianosa e Asinara, l’arresto obbligatorio per i mafiosi, l’ergastolo, i pentiti e ora completando l’opera dimezzando le pene ai boss per farli uscire prima.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che ha salvato dall’arresto una trentina di parlamentari, compresi Dell’Utri, Previti e Cosentino.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che in vent’anni ha votato tre scudi fiscali e una dozzina fra condoni tributari, edilizi e ambientali.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che ha regalato ai partiti 2,3 miliardi di rimborsi-truffa tradendo il referendum che abolì i finanziamenti pubblici. Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che l’anno scorso, in un empito di dignità, approvò una mozione M5S-Sel per sospendere l’acquisto dei caccia F-35, dopodiché Napolitano riunì il Consiglio di Difesa e decretò che il Parlamento non doveva impicciarsi.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che Napolitano tratta come il cortile del Quirinale, minacciando le dimissioni casomai non obbedisse ai suoi ordini. Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che un anno fa ricevette l’ordine di Napolitano & Letta di devastare la Costituzione, e pure con una certa urgenza, tant’è che doveva pure scassinarne l’art. 138 per fare alla svelta.

Napolitano e Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che è stata totalmente bypassata per la nuova legge elettorale prima da Napolitano, che convocò i gruppi di maggioranza per discuterne aumma aumma al Quirinale; poi da Renzi&Berlusconi che han fabbricato l’Italicum Pregiudicatum in luoghi privati col beneplacito di Napolitano & Letta.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che è stata ridotta da Napolitano e dai suoi governi a passacarte di Palazzo Chigi e del Quirinale: nel primo settennato, Napolitano ha firmato e il Parlamento ratificato (quasi sempre strozzato dalle fiducie) 168 decreti, in gran parte incostituzionali perché privi dei requisiti di necessità e urgenza: 47 del governo Prodi-2, 80 del governo Berlusconi-3, 41 del governo Monti. Senza contare quelli del NapoLetta.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che ha appena eseguito il diktat di Letta convertendo il decreto che, con la scusa dell’Imu, regala 4,5-7,5 miliardi alle banche con soldi nostri, rapinati dalle riserve di Bankitalia.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento: perché, c’è ancora un Parlamento?

Cossighitano (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 31/01/2014. Marco Travaglio attualità

Nel 1991-’92 Napolitano voleva sloggiare Cossiga: “Fa politica”.

La richiesta di mettere in stato di accusa Giorgio Napolitano per attentato alla Costituzione avanzata ieri dai 5Stelle, piuttosto ben scritta e tutt’altro che campata in aria, non ha alcuna speranza di essere accolta dal Parlamento per una banalissima questione di numeri. Va dunque presa per quello che è: un serio ed estremo atto politico di contestazione contro il supremo garante del sistema da parte della forza di opposizione anti-sistema. Del resto chi ne contesta l’utilità e financo la legittimità dimentica l’unico precedente: la richiesta di impeachment avanzata contro Francesco Cossiga il 5 dicembre 1991 proprio dal partito di Napolitano: il Pds, che accusava l’allora capo dello Stato di alto tradimento e attentato alla Costituzione (gli unici due reati di cui, in base all’art. 90 della Carta, il presidente è personalmente responsabile nell’esercizio delle sue funzioni). L’atto di accusa, 40 cartelle, era opera di un’équipe coordinata dal vicecapogruppo Luciano Violante. Tra i firmatari, il superstite più illustre oltre a Violante era Ugo Sposetti. Gli altri cinque partiti di sinistra (Rifondazione, Rete, Verdi, Sinistra indipendente e Radicali) si associarono con altrettante denunce, per un totale di 29 fattispecie di reato contestate. Nessuna di esse – secondo i suoi accusatori – configurava di per sé l’alto tradimento né l’attentato alla Costituzione: ma era la “concatenazione logica e temporale” di una serie di atti “volti intenzionalmente a modificare la forma di governo” in senso presidenziale, “estendendo le funzioni e prerogative” ben oltre il dettato costituzionale, a integrare i due delitti. Cossiga avrebbe, nell’ordine: “interferito illegalmente nelle attività del legislativo, dell’esecutivo e del giudiziario” e avviato così “l’esercizio di una propria funzione governante”, “altamente pericolosa perché non sostenuta da alcuna responsabilità politica”; “aperto un circuito incostituzionale tra partiti e presidente” comportandosi da “capo di un partito” e violando l’“inderogabile dovere di imparzialità”, anche con “la strumentalizzazione dei media per conquistarsi una parte dominante nei conflitti da lui stesso aperti”; “usurpato il potere politico che spetta in esclusiva al Parlamento”; “gravemente interferito nell’attività di governo”; “delegittimato magistrati che prendono decisioni a lui sgradite” anche quando “la decisione lo riguarda direttamente”. Infine si sarebbe “fatto portatore di un personale disegno per la soluzione della crisi italiana che prevede lo scavalcamento delle regole fissate dalla Costituzione per modificare la forma di governo e la stessa Costituzione”. Insomma non avrebbe perpetrato “un colpo di Stato nelle forme classiche”, ma una serie di “atti seriamente diretti non a compiere un ‘semplice’ abuso, ma ad alterare illegittimamente i rapporti tra i poteri dello Stato”. Pare il ritratto della presidenza Napolitano. Invece il Pds parlava di Cossiga.

Napolitano, nel ’91 “ministro degli Esteri” del Pds e capo della corrente filocraxiana dei “miglioristi”, concorda sull’analisi della presidenza Cossiga, ma non sullo strumento scelto dai vertici del partito – il segretario Achille Occhetto e il presidente Stefano Rodotà – per sloggiarlo dal Quirinale, perché in Parlamento le opposizioni di sinistra non hanno i numeri per far approvare l’impeachment. Molto meglio – dice – un pressing congiunto dei partiti ostili a Cossiga (tutti, tranne Psi ed Msi) per costringerlo alle dimissioni. Una posizione che gli vale le canzonature del presidente: il quale lo chiama “politico vegetariano”, “né carne né pesce”. Napolitano comunque è uno dei più implacabili censori di Cossiga, cui intima da mesi di smetterla di esternare e picconare e – testuale – di “tornare sul trono” e “rispettare i limiti entro cui la Costituzione colloca il ruolo del presidente della Repubblica”. Il 2 maggio l’Unità intervista il capogruppo Dc al Senato, Nicola Mancino, che spara a zero su Cossiga e sul suo difensore d’ufficio Giuliano Amato.

L’autore dell’intervista è Pasquale Cascella, che non è omonimo del futuro portavoce di Napolitano al Quirinale: è proprio lui. E chi scende in campo, nel 1991, in difesa di Mancino e contro Amato in nome del diritto sacrosanto di attaccare il Colle? Napolitano. “Cossiga – scrive sull’Unità il futuro presidente intoccabile – è purtroppo attivamente coinvolto in una spirale di quotidiane polemiche, difese e attacchi di carattere personale e politico, fino alla sconcertante e francamente inquietante distribuzione di etichette e di voti a giornali. Perché Amato non confuta nel merito le tesi di chiunque tra noi, come sarebbe legittimo, anziché emettere indistinte denunce, riferendosi a una campagna contro il capo dello Stato promossa non si sa bene da chi e per quali calcoli, e di cui sarebbe partecipe il Pds?”. Napolitano si fa beffe di chi vorrebbe tappare la bocca ai contestatori di Cossiga e ricorda che “la libertà di critica discende dal principio della responsabilità politica ‘diffusa’ del presidente”. Anche Scalfari, nel 1991, accusa Cossiga e i suoi supporter di “attentato alla libertà di stampa” per la loro intolleranza alle critiche: poi, come Napolitano, avrà modo di ricredersi vent’anni dopo, attaccando come eversore chiunque oserà criticare Re Giorgio.

Così, quando a dicembre il Pds rompe gli indugi e parte con la richiesta di impeachment, Napolitano – pur preferendo una richiesta corale di dimissioni – attacca: “Non ho dubbi sulla gravità dei comportamenti e interventi come quelli del capo dello Stato”. E nega che i suoi distinguo siano “una dissociazione” dalla linea del Pds. Anzi conferma che “l’esigenza di porre un limite ai comportamenti inammissibili del presidente Cossiga ci ha visti uniti”. Ed esorta “tutte le forze democratiche a giudicare inevitabile che Cossiga tragga le conseguenze della scelta di assumere un ruolo politico incompatibile con la funzione di presidente della Repubblica”. Perciò il Pds dovrà valutare “le molteplici iniziative che possono essere assunte al fine di fermare un processo di allarmante degrado istituzionale”. Nelle settimane seguenti Napolitano continua a denunciare i deragliamenti di Cossiga da quelli che per lui (allora ) sono i binari invalicabili dal capo dello Stato: “Occorre sollevare una questione di incompatibilità fra l’aggressivo ruolo politico di parte assunto dal presidente e la funzione attribuita dalla Costituzione al presidente della Repubblica, tra un esercizio esorbitante dei poteri presidenziali e la permanenza in quella carica…”. “Ciascuno eserciti le sue responsabilità, tuteli le sue prerogative senza lasciarsi intimidire, ponendo concretamente argini su diversi terreni in difesa di essenziali principi ed equilibri costituzionali”. Il 24 gennaio 1992 non esclude neppure più l’arma estrema dell’impeachment contro Cossiga: “Tre sono le vie che possono essere percorse: quella dell’impeachment avanzata dal Pds; quella di sollecitare l’atto delle dimissioni del capo dello Stato; e quella che Cossiga indica anche nella sua recente nota, vale a dire astenersi strettamente da interventi impropri: la situazione di estrema gravità si è ulteriormente deteriorata”, in quanto Cossiga ha continuato “a comportarsi in modo sempre più incompatibile con il ruolo di garanzia che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica. Se il capo dello Stato si considera ingiustamente accusato, nessuno gli contesta il diritto di confutare le accuse, nelle sedi e nelle forme più appropriate; ma altra cosa è ingiuriare coloro che hanno preso l’iniziativa della denuncia”.

Il comitato parlamentare se la prende comoda, nell’esame delle sei richieste delle sinistre: 15 mesi di melina. Infatti si pronuncia soltanto l’11 maggio 1993, quando Cossiga non è più presidente da un anno (e Napolitano è presidente della Camera). Ovviamente archiviando la pratica. Cossiga consumerà la vendetta sugli ex-comunisti a freddo, tredici anni dopo, commentando il discorso di insediamento di Napolitano appena eletto al Quirinale. È il 16 maggio 2006. “Se avessi parlato io – dice perfido l’ex Picconatore – di modifiche alla Costituzione, bipolarismo e altre cose di natura squisitamente politica, come ha fatto giustamente Napolitano (poiché, intelligente e sensibile politicamente com’è, ha ben compreso che il fatto che il presidente della Repubblica debba essere super partes è una enorme sciocchezza), i membri dei gruppi parlamentari del Pci, lui e Augusto Barbera esclusi, avrebbero raccolto le firme per sollevare l’impeachment nei miei confronti, come avevano già fatto per aver io detto molto di meno”. E non ha ancora visto di che cosa sarà capace Napolitano nei quasi otto anni di presidenza, e di ripresidenza.

Il Faraone del Katonga (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 09/01/2014. Marco Travaglio attualità

Era da mezzo secolo, da quando Totò si travestì da ambasciatore del Katonga col lucido da scarpe in faccia, l’anello al naso e la feluca di ordinanza nel film Totòtruffa ’62, che non si rideva tanto. Ai primi di quest’anno il Quirinale, non si sa nella persona di quale altissimo funzionario, ha protestato con l’ambasciata francese a Roma per una modesta critica mossagli sul suo blog dal corrispondente di Le Monde, Philippe Ridet. Dopo uno dei tanti moniti da Pizia di Delfi per una tregua nel presunto scontro fra politici e magistrati, Ridet aveva invitato Napolitano a uscire dall’ipocrisia e a chiamare i “politici” col loro nome: Berlusconi. Apriti cielo: “Il Colle – racconta Philippe a Beatrice Borromeo – ha chiamato l’ambasciata francese per lamentarsi del mio articolo. Mi è venuto da sorridere, tanto né l’ambasciata né il mio giornale hanno fatto una piega, ovviamente”. In quel “sorridere” e in quell’“ovviamente” c’è tutto l’abisso che separa il sultanato del Napolitanistan dal mondo libero. Immaginiamo la scena, e soprattutto la faccia dell’ambasciatore: “Pronto, è l’ambasciata di Francia? Signorina, è il Quirinale, mi passi l’ambasciatore. Pronto, signor ambasciatore, perdoni il disturbo, ma il fatto è davvero grave: un giornalista del vostro paese si è permesso di criticare Sua Altezza Reale. Non lo sapete che è severamente proibito? Non avete ricevuto le ultime disposizioni dell’Ufficio Stampa e Propaganda? Egli è intoccabile, inascoltabile e ineffabile per diritto divino. Prendete buona nota e diramate a tutti i vostri corrispondenti. Per questa volta, passi. Ma la prossima scatta il foglio di via”. Per vent’anni molti si erano illusi che l’anomalia italiana riguardasse solo B. e i suoi cari, così allergici alle critiche della libera stampa (quella straniera) da molestare le diplomazie di mezzo mondo perché facessero ciò che lui faceva in Italia.

Nel 2002 il governo B. ritirò la sua delegazione dal Salone del Libro di Parigi perché il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi era stato contestato da giovani italiani e francesi e snobbato dal ministro Catherine Tasca. E quando il canale tv franco-tedesco “Arte” trasmise un reportage su “L’irresistibile ascesa di S. Berlusconi”, il Caimano telefonò personalmente al premier Jean-Pierre Raffarin per protestare e chiedere di non replicarlo più. Raffarin rispose incredulo che in Francia il governo non fa i palinsesti televisivi, lì non si usa. Nel 2004 il documentario Citizen Berlusconi sui primi anni di regime berlusconiano fu selezionato all’European Documentary Festival di Oslo: B. ordinò all’ambasciatore italiano in Norvegia di intervenire per bloccarlo, e quello obbedì. Ma giornali e tv locali denunciarono la censura, il pubblico impose la proiezione in ben tre repliche, tanta era la folla interessata a vederlo. Nel 2010 il ministro della Cultura Sandro Bondi disertò il Festival di Cannes perché osava ospitare Draquila, il docufilm di Sabina Guzzanti sugli scandali del dopo-terremoto in Abruzzo. Thierry Frémaux, il direttore del Festival, ironizzò sul ministro che “boicottando il festival ha fatto un buon lavoro” e deplorò l’“inconcepibile atteggiamento contro la libertà di espressione”.

Ecco, qualcuno pensava che – archiviato B. – si potesse serenamente chiudere la parentesi dopo vent’anni e ricominciare. Non era, non è così. L’epatite “B.” ha contagiato tutta la politica e oggi chiunque eserciti una fetta di potere, dal Colle in giù, pretende l’adorazione dei sudditi e scambia ogni critica per lesa maestà. Napolitano – osserva Ridet – “fa politica attivamente, senza sosta” ed “è normale criticarlo sul piano politico”. Invece “ha sempre più l’aura del Re”, anzi del “Faraone” e “sembra che non si possa più giudicarlo, che vada lodato dalla mattina alla sera”. Manco fosse “la regina d’Inghilterra”. La quale peraltro non si sognerebbe mai di chiamare un’ambasciata straniera per protestare contro le critiche della stampa estera al suo ultimo cappellino. Queste sono cose che capitano solo nel Katonga, senza offesa per il Katonga.

Piranitano (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 07/01/2014.Marco Travaglio attualità
Non poteva cominciare meglio, il nuovo anno, per il Fatto Quotidiano. Anche nel 2014, anzi più che mai nel 2014, la banda delle larghe intese e la sua proiezione ortogonale nelle edicole ha scelto il nostro giornale come bersaglio fisso. Dimostrando – se mai ve ne fosse bisogno
– la necessità, nel panorama plumbeo della politica e della stampa di regime, di un quotidiano che dice le cose che gli altri non possono o non vogliono o non riescono a dire. Il direttore della fu Unità, Luca Landò, anziché ringraziarci per avergli rivelato chi sono i suoi nuovi editori (fra i quali un’ex senatrice di Forza Italia amica di Lavitola), ci imputa il “metodo Boffo”. Il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti mi accusa di avere “giustificato, appellandosi al diritto all’odio”, le “migliaia di cretini che esultarono su Internet” per l’attentato a Berlusconi nel dicembre 2009 (in realtà fu lui, la sera stessa dell’attentato, ad additarmi come “mandante morale” del lancio della statuetta, seguito a ruota da Cicchitto e Sgarbi). Francesco Merlo, su Repubblica , mi addita come istigatore dei “funzionari del fanatismo che Grillo ha mandato in Parlamento” e dei “digitanti incappucciati, truppe d’assalto della diffamazione impunita”, senza spiegare chi mai istighi i commentatori che augurano la morte a Bersani sul sito di Repubblica . Sempre su Repubblica , Mario Pirani vorrebbe tanto farci processare per vilipendio al capo dello Stato perché ci permettiamo di criticare Napolitano, anzi la sua “specchiata figura” che il 31 dicembre è stata ascoltata da “una maggioranza mai raggiunta” (falso: l’ascolto tv del discorso presidenziale è stato il più basso degli ultimi dieci anni, eccezion fatta per quello dell’anno scorso che era stato ancora più basso): a suo avviso, il presidente della Repubblica è infallibile e comunque intoccabile. Non tutti: solo l’attuale. Altrimenti qualcuno potrebbe incriminare Pirani e Repubblica per i suoi attacchi antirepubblicani e antistituzionali a Cossiga nel 1991-’92 (Pirani lo accusò di “attentare al valore simbolico” della funzione di capo dello Stato, di avere “scambiato il Quirinale con una parrocchia” e lo ribattezzò “picconatore”, mentre Scalfari chiedeva di sottoporlo a perizia psichiatrica).
Chi invece oggi dissente da Napolitano – scrive Pirani, restando serio – commette “deplorevoli e disgustose manifestazioni di spirito anti repubblicano e di disprezzo istituzionale”, “insulto assassino”, “compiaciute miasmatiche pulsioni estremiste di destra e di sinistra”, “intingolo pseudo-liberal sullo stampo del Tea Party americano”. Ed eccolo, l’insulto assassino tratto dal mio commento al Supermonito di Capodanno: “Molta tristezza (per) l’ottavo monito del Presidente Monarca. Triste il tentativo di recuperare uno straccio di rapporto con la gente comune…”. Parole gravi, sanguinolente, da Grand Guignol, che hanno fatto imbizzarrire il Pirani: “Una smodatezza e una continuità di attacchi al Capo dello Stato in cui si ravvisa un voluto attacco alla Costituzione” (quindi la Costituzione non è minacciata da Napolitano che abusa dei suoi poteri, lavora allo scassinamento dell’art. 138 e allo scardinamento dell’intera seconda parte, anziché rispettare la Carta del 1948 su cui ha giurato due volte: i nemici della Costituzione siamo noi che la difendiamo così com’è). “Frasi che potrebbero essere perseguite penalmente, ma che Giorgio Napolitano si è abituato a lasciar passare”. Bontà sua. “Il punto è che forse per procedere sarebbe necessaria la richiesta del ministro della Giustizia, che non viene quasi mai fatta per la reticenza del Presidente”. Com’è umano, lui. Insomma, Sua Maestà è magnanimo, al punto che qualche mese fa ipotizzò addirittura l’abrogazione del reato di vilipendio. Ma il popolo reclama punizioni esemplari. Prima o poi bisognerà che qualcuno provveda. E non si sa fino a quando la clemenza di Sua Altezza potrà resistere alla folla assetata di sangue che preme al portone del Quirinale.

Che aspettano dunque – sembra domandare impaziente il liberale Pirani – Napolitano e la sottostante Cancellieri (sempreché non sia al telefono con Ligresti) ad autorizzare l’incriminazione e magari la chiusura del Fatto per vilipendio? Il nostro – aggiunge l’equilibrato Pirani – è un quotidiano “ispirato da giornalisti che vantano curricula prestigiosi che sembrano smarriti, alla ricerca oggi di un estremismo di riferimento che in gioventù li repelleva”.

E che faceva in gioventù Mario Pirani? Nel 1945, prima di diventare dirigente dell’Eni, era un funzionario togliattiano del Pci e fu inviato alla federazione di Napoli, dove andò ad abitare a casa di Giorgio Napolitano. Membro della Commissione stampa e propaganda del partito, veniva ogni tanto inviato in missione nei paradisi staliniani dell’Est. Poi nel 2010 Pirani scrisse un’autobiografia, Poteva andare peggio, pubblicata ovviamente dalla berlusconiana Mondadori, in cui molto si scusò per non averci capito niente: “Non capivamo che stavamo diventando succubi di un nuovo credo globale, di una fede per noi inedita che, ingabbiandoci in uno schema di pensiero geometricamente razionale, ci toglieva la percezione di una realtà assai più duttile, imprevedibile, contraddittoria”.

Un “contrordine compagni” che ricorda quello di Napolitano, passato nel breve volgere di 50 anni dall’esaltazione dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 al mea culpa del 2006. Non sono cattivi, Mario & Giorgio: hanno solo i riflessi un po’ lenti. Perciò auguriamo a entrambi una lunghissima vita: chissà, magari nel 2064 riconosceranno che nel 2014 avevano di nuovo sbagliato tutto.

Colle Oppio (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 03/01/2014 Marco Travaglio

Siccome i sondaggi vanno maluccio, la stampa corazziera spaccia l’indice di ascolto del Supermonito di Capodanno per l’indice di gradimento del presidente. Come se il discorso di Napolitano fosse un varietà del sabato sera. Naturalmente l’ascolto dice soltanto quante persone erano davanti alla tv, non quante hanno condiviso le cose dette (e soprattutto non dette). I telespettatori sintonizzati sulle reti unificate erano 9,98 milioni contro i 9,8 del 2012, cioè 180 mila (2% circa) in più: un po’ per la curiosità di sentire come Napolitano avrebbe risposto alle critiche dei suoi oppositori (prima non ne aveva mai avuti), un po’ perché la crisi ha trattenuto in casa molta più gente dell’anno prima. Infatti lo share – calcolato sul totale dei telespettatori con la tv accesa – è calato: 53% contro il 55 del 2012 (-2%). Resta da capire dove mai l’Unità abbia tratto il dato degli “ascolti record (più 12,2%)”. È vero invece che il ridicolo boicottaggio di Forza Italia è fallito: ascoltare quel che ha da dire il capo dello Stato è comunque interessante, anche – anzi soprattutto – per chi lo critica: le critiche devono essere sempre motivate, non fatte a casaccio. Tutt’altra storia è il messaggio di Beppe Grillo, politicamente rilevante per i contenuti ma soprattutto per i toni, decisamente nuovi rispetto al recente passato. Non è vero che fosse la prima volta che i due messaggi si sovrapponevano la stessa sera: Grillo arringa gli italiani quasi a ogni Capodanno fin dal 1998, quando al Quirinale c’era ancora Scalfaro. In ogni caso il raffronto con Napolitano è impossibile: Grillo non ha lanciato alcun boicottaggio e soprattutto non ha a disposizione Rai, Mediaset, La7 e Sky, ma solo il suo blog per la diretta streaming (subito saltata per eccesso di contatti) e poi youtube: in tutto quasi 1 milione di spettatori.

Tutti questi numeri però rischiano di narcotizzare la gente oscurando la vera novità del Supermonito: la malcelata coda di paglia per i deragliamenti degli ultimi anni e per la versione ufficiale della rielezione, che continua a fare acqua da tutte le parti. Dopo aver mandato avanti la stampa corazziera a propinarcela in tutte le salse, Sua Maestà l’ha raccontata lui stesso l’altra sera. Ma, rivedendosi, dev’essersi reso conto che non funzionava. Così ieri s’è registrato il replay di dieci giorni fa, quando una lettera di Cossiga approdò sulle prime pagine di Stampa, Corriere e Messaggero dopo essere “uscita dall’archivio personale di Napolitano” (Marcello Sorgi dixit). Stavolta, aggirando un’altra volta i ferrei controlli dei corazzieri sull’uscio del Quirinale, è uscita a fare due passi e a prendere una boccata d’aria un’altra missiva, firmata da Sua Altezza in persona, datata 15 aprile 2013 e indirizzata a Bersani, Monti e Alfano. E si è autorecapitata al Corazziere della sera: “Cinque pagine – scrive Marzio Breda – per sgombrare ogni equivoco sulla rielezione che diversi emissari già gli avevano chiesto: sarebbe ‘una soluzione di comodo’, una non soluzione”. E questa sarebbe la “prova documentale delle sue volontà”. Infatti il Corriere titola: “Quella lettera per evitare il secondo mandato”. Purtroppo, come si dice in Veneto, l’è pezo el tacon del buso. Per evitare il secondo mandato non c’era bisogno di scrivere lettere: bastava rifiutare la proposta indecente di B., cui si associarono Bersani, Maroni e Monti, e rispedirli tutti a votare in Parlamento, dove c’era un candidato perfetto: Stefano Rodotà, che avrebbe potuto raggiungere il quorum di 504 voti con quelli sicuri di M5S (162) e di Sel (44) e con i due terzi dei grandi elettori Pd (ne bastavano 298 su 452, vanificando fino a 146 franchi tiratori, ben più dei 101 mancati a Prodi). Già, ma Rodotà presidente avrebbe escluso lo sconfitto B. dalla maggioranza, scongiurato l’inciucio appena bocciato dagli elettori e propiziato il “governo di cambiamento” – magari per pochi mesi – che Bersani sbandierava ma rendeva impossibile con la sua stessa presenza. Un governo che nessuno voleva: a parte la stragrande maggioranza degli italiani, si capisce.

Colle 22 (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 02/01/2014 Marco Travaglio attualità

Metteva tristezza, molta tristezza, l’ottavo monito di Capodanno del Presidente Monarca. Triste il tentativo disperato di recuperare uno straccio di rapporto con la gente comune dopo il crollo di popolarità nei sondaggi (dall’84% di due anni fa al 47-49 di oggi) inaugurando la rubrica “La posta del cuore”: Sua Maestà ha declamato alcune lettere di sudditi in difficoltà per la crisi, omettendo quelle critiche e senza rispondere a nessuna. Triste l’evocazione del dramma degli esodati e il silenzio su chi li ha condannati alla miseria: il governo Monti e la ministra Fornero, creati in laboratorio da lui stesso.Triste l’appello al cambiamento e al rinnovamento della classe politica lanciato da un veterano della Casta entrato in Parlamento nel lontano 1953 per non uscirne mai più. Triste l’encomio al governo Letta jr. per le “misure recenti all’esame del Parlamento in materia di province e di finanziamento pubblico dei partiti”, due maquillage gattopardeschi che non faranno risparmiare un solo euro alla collettività. Triste il successivo atteggiarsi ad arbitro imparziale: “Non tocca a me esprimere giudizi di merito sulle scelte compiute dall’attuale governo… il solo giudice è il Parlamento”, come se non avesse appena elogiato due scelte compiute dall’attuale governo. Triste la citazione con nomi e cognomi dei due marò imputati in India per aver accoppato due innocenti pescatori indiani e spacciati per eroi nazionali martirizzati per la guerra alla pirateria; e, al contempo, il silenzio sul pm Nino Di Matteo condannato a morte da Totò Riina e sui suoi colleghi palermitani minacciati dalla mafia. Tristemente beffardo l’accenno alla Terra dei Fuochi come un “disastro” contro l’“ambiente”, senza una sola parola sulle 150 mila cartoline con le foto dei bambini morti di cancro per un crimine perpetrato dalla camorra e insabbiato per quasi vent’anni dallo Stato, fin da quando lui, Napolitano, era ministro dell’Interno. Tristemente imbarazzante l’autoelogio per lo scrupoloso rispetto delle prerogative presidenziali: “Nessuno può credere alla ridicola storia delle mie pretese di strapotere personale”. Lo dice lui, dunque c’è da credergli: come all’oste che assicura che il vino è buono.

Triste l’excusatio non petita (accusatio manifesta) per la rielezione, sempre smentita e poi accettata dopo ben un quarto d’ora di tormento interiore: “Tutti sanno (a tutti è stato raccontato, ndr) – anche se qualcuno finge di non ricordare – che il 20 aprile, di fronte alla pressione esercitata su di me da diverse e opposte forze politiche perché dessi la mia disponibilità a una rielezione a Presidente, sentii di non potermi sottrarre a un’ulteriore assunzione di responsabilità verso la Nazione in un momento di allarmante paralisi istituzionale”. Peccato che il 20 aprile, dopo la quarta votazione a vuoto per il nuovo presidente, non ci fosse alcuna “paralisi istituzionale”: ben quattro presidenti non furono eletti nei primi quattro scrutini (Saragat passò al 21°, Leone al 23°; Pertini e Scalfaro al 16°), altri quattro passarono al quarto (Einaudi, Gronchi, Segni e Napolitano) e solo tre al primo colpo (De Nicola, Cossiga e Ciampi). E peccato che nessuno abbia ancora spiegato come fu che il mattino del 20 aprile, nel giro di due ore, Bersani, Berlusconi e Gianni Letta, Maroni, Monti e 17 governatori regionali su 20 abbiano avuto tutti insieme la stessa idea di salire in pellegrinaggio al Colle, sincronizzati disciplinatamente, per chiedergli di restare: furono colti tutti e 22 contemporaneamente da un attacco di telepatia o qualcuno suggerì loro quella scelta e dettò loro i tempi delle visite scaglionate? Triste, infine, la conferma del suo “mandato a tempo” e “a condizione”, espressamente vietato dalla Costituzione. Che, all’articolo 85, recita: “Il presidente della Repubblica è eletto per sette anni”. Non per la durata che decide lui, né tantomeno alle condizioni che impone lui.

Alla base di quella norma costituzionale tanto secca quanto perentoria c’è un motivo molto semplice: le istituzioni e i cittadini devono sapere quando scade il presidente e viene eletto il successore, affinché le elezioni presidenziali non condizionino permanentemente la normale vita democratica. Ma Napolitano se ne frega e conferma: “Resterò Presidente fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo farà ritenere necessario e possibile… e dunque di certo solo per un tempo non lungo”. Cioè soltanto finché durerà il presunto stato di necessità, che però non dipende da fattori oggettivi e da tutti verificabili, ma esclusivamente dal suo insindacabile capriccio. Se ne andrà quando non sarà più necessario, ma il necessario lo decide lui. Dal Comma 22 al Colle 22. Così ogni giorno, ogni minuto, il Parlamento rimarrà ricattato da questa spada di Damocle, e ogni volta che deciderà qualcosa su qualunque materia, dalla legge elettorale in giù, ogni parlamentare si domanderà se stia facendo il meglio non per gli elettori, ma per il capo dello Stato. Che sarà dunque il padrone assoluto del Parlamento, e quindi del governo: perché ha annunciato che si dimetterà certamente prima del 2020, ma non ha precisato quando. Insomma resterà una mina vagante in grado di condizionare governi, maggioranze e opposizioni, ma anche l’elezione del successore (che, se Napolitano se ne andrà prima delle prossime elezioni, rispecchierà verosimilmente l’attuale asse Pd-Udc-Sc-Ncd; se invece sloggerà dopo, ne rifletterà un’altra ancora tutta da immaginare). E meno male che dice di conoscere bene “i limiti dei miei poteri e delle mie possibilità”: deve averglieli spiegati, in sogno, il Re Sole.

Ops! (Marco Travaglio).

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Fatto Quotidiano del 28/12/2013 Marco Travaglio attualità

Citarsi non è mai un granché. Ma, siccome mi è capitato spesso di dovermi discolpare per aver usato una metafora funeraria il 22 aprile, giorno dei grandi festeggiamenti per la rielezione di Napolitano, la ripeto qui tale e quale: “Il cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie, tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi. Tenta la mission impossible di ricomporre la decomposizione. E sceglie un becchino a sua immagine e somiglianza”. Non occorreva particolare acume per anticipare quel che sarebbe accaduto. Eppure non fummo in molti (eufemismo) a prevederlo. Anzi, di lì a qualche giorno, un coro di Osanna, Exultet e Te Deum salutò con nuvole d’incenso e fiumi di saliva l’avvento del governo Letta, versione sfigata e bimbominkia del governo Monti. Otto mesi dopo, ecco il risultato. Un governo che non ha combinato una beneamata mazza, se non cambiare nome all’Imu, perché appena si muove cade. E chiama “stabilità” l’immobilità del cadavere. Siccome però le salme manifestano un filino di rigor mortis, ecco i soldi di fine stagione per rimpinzare le lobby che tengono in vita artificialmente il caro estinto: biscazzieri, palazzinari, banchieri, costruttori di grandi opere inutili e di cacciabombardieri che cappottano negli hangar, e naturalmente giornali (ingrassati con 170 milioni per seguitare a mandarli in edicola all’insaputa dei lettori). Se la cosa si è venuta a sapere, diversamente da quando il Milleproroghe&marchette serviva a tacitare i dissenzienti, è perché stavolta si aggira per le Camere un Ufo, oggetto non ancora identificato e addomesticato: l’opposizione. Erano anni che non se ne vedeva l’ombra, o se c’era era così minoritaria da sfuggire ai radar. Dopo mesi di apprendistato, i 5Stelle hanno imparato il mestiere. Anziché restare in aula per garantire il numero legale come fa Sel, l’opposizione di Sua Maestà, escono al momento giusto. Presenziano. Spulciano. Scovano porcate.

Vivamente sconsigliato avvicinarli con strizzatine d’occhio per offrire qualcosa in cambio del silenzio: si rischia di essere filmati e sputtanati in Rete. Il classico granello di sabbia che inceppa l’ingranaggio. Sono 160 fra Camera e Senato, eppure riescono a restringere le “larghe intese” fino a minacciare di mandar sotto il governo (quello che, alla dipartita di B., Napo & Letta definirono “più forte e coeso”). Appena i marchettari vengono beccati col sorcio in bocca, fanno la faccina contrita e prorompono in un “ops, scusate, ci siamo sbagliati, ora rimediamo subito”. Inventano scuse e simulano sviste per nascondere le cambiali da pagare ai potentati che tengono in piedi un premier che vanta una popolarità del 29% e conserva la maggioranza solo grazie al premio incostituzionale del Porcellum e ai voti di noti frequentatori di se stessi – gli Alfanidi – che senza B. non avrebbero un voto nemmeno nelle rispettive famiglie. L’ultima balla, avallata dal monitino sfuso di Sua Maestà, è che il decreto Salva-Roma, il solito salame con dentro di tutto, sarebbe colpa di Boldrini e Grasso che non han “vigilato” sugli emendamenti. Le pazze risate: se Letta non c’entra, perché ha chiesto la fiducia sul decreto-salame? Ora però la stampa governativa (praticamente tutta) annuncia un mirabolante “Patto del 2014” e il direttore del Corriere chiede un “contratto di governo” come “ultima occasione per non fallire” e non favorire “Grillo e i populismi di ogni risma”. Il titolo fa il paio con quello del Corriere del 3 dicembre: “Napolitano chiede un programma”. Ecco cosa mancava al governo: un programma! A pensarci prima, sai quante cose si potevano fare. Purtroppo ad aprile se l’erano scordato. E vabbè, càpita, con tutto quel che hanno da fare, è andata così. Forse eravamo troppo generosi, parlando del becchino. Al momento si vede solo il cadavere: chi gli darà degna sepoltura deve ancora nascere, o va all’asilo.

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