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DETROIT, LA NUOVA GRECIA

Detroit Bankruptcy
Fonte nytimes.com DI PAUL KRUGMAN 31/08/2013 attualità

Quando Detroit ha dichiarato fallimento, o quanto meno ha cercato di farlo – la situazione si è complicata dal punto di vista legale – , so di non essere stato l’unico economista ad avere avuto una sensazione sconfortante sul probabile impatto che ciò avrà sul nostro dibattito politico. Saremo di nuovo punto e daccapo come la Grecia? Naturalmente, ad alcuni piacerebbe che accadesse una cosa del genere. Quindi cerchiamo di orientare questa conversazione nella direzione giusta, prima che sia troppo tardi.
Di che cosa sto parlando?
Come forse ricorderete, alcuni anni fa la Grecia è precipitata nella crisi fiscale. Si è trattato di un evento negativo, ma avrebbe dovuto avere effetti limitati sul resto del mondo. L’economia greca, dopo tutto, è alquanto piccola (in effetti è una volta e mezzo circa quella dell’area metropolitana di Detroit). Purtroppo, molti politici e policy maker hanno sfruttato proprio la crisi greca per fare cambiare direzione al dibattito, cambiando l’oggetto dalla creazione di posti di lavoro all’integrità fiscale.
Beh, in verità quello della Grecia era un caso molto speciale, dal quale si potevano trarre pochi insegnamenti, forse nessuno, per la politica economica nel suo complesso. E perfino in Grecia i deficit di bilancio erano soltanto una parte del problema. Ciò nondimeno, per qualche tempo il dibattito politico in tutto il mondo occidentale è stato completamente “ellenizzato”: tutti erano la Grecia. Tutti stavano come minimo per trasformarsi nella Grecia. E questa errata convinzione ha inferto enormi danni alle prospettive di una ripresa economica.
Quindi ora gli irascibili del deficit hanno un nuovo caso da fraintendere. Non conta che la prevista crisi fiscale statunitense abbia ripetutamente mancato di materializzarsi; che il brusco calo nei previsti livelli di indebitamento degli Stati Uniti e il modo col quale buona parte della ricerca che gli irascibili utilizzavano per legittimare i loro rimproveri abbiano perso completamente credito… continuiamo pure a ossessionarci per i budget municipali e gli obblighi di spesa per le pensioni statali! Oppure, anzi, lasciamo perdere.
Le sventure di Detroit sono la soglia oltre la quale inizia la crisi nazionale delle pensioni pubbliche? No. Le pensioni statali e locali indubbiamente sono sotto-finanziate, e gli esperti del Boston College stimano che la carenza complessiva di finanziamenti sia nell’ordine dei mille miliardi. Ma molti governi stanno prendendo vari provvedimenti per far fronte a quelle carenze. Questi sforzi, tuttavia, non sono ancora sufficienti. Le stime del Boston College indicano che quest’anno i contributi complessivi per le pensioni saranno inferiori di circa 25 miliardi di dollari rispetto a quello che dovrebbero essere. In un’economia da 16mila miliardi di dollari, tuttavia, questa cifra non è esorbitante, e anche se si facessero stime ancora più pessimistiche, come alcuni contabili – ma non tutti – dicono che si dovrebbe fare, continuerebbe a non essere una cifra abnorme.
Ma allora, Detroit è stata soltanto irresponsabile? Ancora una volta no. Detroit sembra aver avuto una governance particolarmente cattiva, ma in linea di massima la stragrande maggioranza della città è stata soltanto vittima innocente delle forze del mercato.
Come? Le forze di mercato fanno vittime? Naturale. Certo. Dopo tutto, i fanatici del libero mercato adorano citare Joseph Schumpeter quando parla dell’inevitabilità della “distruzione creativa”, ma sia loro sia l’opinione pubblica che dà loro retta immutabilmente si dipingono come distruttori creativi, non come creativamente distrutti. Beh, indovinate un po’! C’è sempre qualcuno che finisce coll’essere l’equivalente moderno di un produttore di frustini per calessi, e quel qualcuno potreste essere voi.
Talvolta i perdenti di un cambiamento economico sono individui le cui competenze diventano superflue. Talaltra sono aziende che servono nicchie di mercato che vengono a sparire. E qualche altra volta ancora sono città intere, che hanno perso il posto che occupavano nell’ecosistema economico. Il declino può accadere. Certo, nel caso di Detroit la questione pare essere stata notevolmente aggravata dall’inefficienza politica e sociale. Una delle conseguenze di questa inefficienza è stato il grave caso di irregolarità nello sviluppo dei posti di lavoro nell’area metropolitana, con alcuni posti di lavoro che abbandonavano il cuore urbano anche quando l’occupazione cresceva nella Detroit più ampiamente intesa, e anche quando altre città assistevano a una sorta di rinascita del centro città. Meno di un quarto dei posti di lavoro disponibili si trovano nell’area metropolitana di Detroit in un raggio di sedici chilometri dal tradizionale quartiere centrale degli affari. Nell’intera area di Pittsburgh, altro colosso industriale del passato i cui giorni di gloria sono ormai alle spalle, il numero corrispondente di posti di lavoro in centro è di oltre il 50 per cento. E la relativa vitalità del nucleo centrale di Pittsburgh può contribuire a spiegare perché l’ex capitale dell’acciaio stia dando segni di rinascita, mentre Detroit continua a sprofondare.
Di conseguenza, cerchiamo in tutti i modi di discutere seriamente di come le città possono gestire la transizione quando le loro tradizionali forme di vantaggio concorrenziale vengono meno. Cerchiamo anche di discutere con altrettanta serietà dei nostri obblighi, come nazione, nei confronti dei nostri concittadini che hanno avuto la sfortuna di trovarsi a vivere e a lavorare nel posto sbagliato nel momento sbagliato, perché, come ho già detto, il declino può accadere, e alcune economie regionali finiranno col contrarsi, forse anche drasticamente, a prescindere da quello che faremo.
La cosa più importante è non lasciare che questa discussione sia dirottata, come nel caso della Grecia. Ci sono molte persone influenti e autorevoli che vorrebbero farvi credere che il tracollo di Detroit è in primo luogo dovuto all’irresponsabilità fiscale e/o all’avidità dei dipendenti pubblici. Non è così. In grandissima parte, è soltanto una delle cose che accadono, ogni tanto, in un’economia in costante cambiamento.
Versione originale:
Paul Krugman
Fonte: http://www.nytimes.com
Link: http://www.nytimes.com/2013/07/22/opinion/krugman-detroit-the-new-greece.html?_r=0

Versione italiana:
Fonte: http://www.repubblica.it

Traduzione a cura di Anna Bissan

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Krugman: fine della farsa, solo il deficit ci salva dall’incubo

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fonte libreide.org 30/04/2013 attualità
Sarebbe davvero tanto facile mettere fine alla piaga della disoccupazione? Ebbene sì. Basta aumentare la spesa pubblica a deficit per creare subito posti di lavoro. Problema: «Chi ha il potere in mano non ci vuole credere». Qualcuno di quei potenti, scandisce il Premio Nobel americano per l’economia, Paul Krugman, «ha una sensazione viscerale che la sofferenza sia un bene». Lo dicevano anche alcuni “padri” dell’Eurozona, come l’ex ministro prodiano Tommaso Padoa Schioppa, che auspicava «riforme che vi facciano soffrire». La mania delle élites? Far pagare (a noi) un prezzo per i “peccati” del passato, «anche se i peccatori di allora e chi soffre oggi sono dei gruppi sociali di persone completamente diverse». Qualcuno di quei potenti, accusa Krugman, vede nella crisi una magnifica opportunità per smantellare tutta la rete di sicurezza sociale. «E quasi tutti, nelle élites politiche, prendono le parti di una minoranza benestante che in realtà non sta sentendo molto dolore».
In un intervento sul “New York Times” ripreso da “Come Don Chisciotte”, Krugman indica nella clamorosa sconfessione pubblica dei guru di Harvard il possibile punto di arresto del cataclisma che ha falcidiato i diritti sociali, in tutto l’Occidente neoliberista e in particolare nell’Eurozona, dove la spesa pubblica è sostanzialmente “vietata” da norme inaudite come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio. Misure che paralizzano Stati già impoveriti e neutralizzati, nella loro capacità finanziaria, dalla perdita della facoltà sovrana di gestire la moneta per soccorrere la popolazione nei momenti di crisi, riattivando l’economia. «Quelli di noi che hanno passato anni a dibattere contro una austerità fiscale avventata hanno appena passato due belle settimane», ammette Krugman, riferendosi allo studio con il quale l’università del Massachusetts ha appena “smontato” il famosissimo studio di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, secondo cui i tagli al bilancio pubblico producono crescita.

I dati erano sbagliati, confessano gli stessi Reinhart e Rogoff, che arrivano a prendersela addirittura con “Excel”, il programma di calcolo utilizzato per monitorare lo scenario macroeconomico mondiale. Peccato che quei dati, più che “sbagliati”, fossero gravemente incompleti: mancavano quelli – decisivi – sui paesi che ribaltano le conclusioni e dimostrano il contrario. E cioè che i tagli producono solo crisi, mentre è proprio la spesa pubblica a deficit che risolleva l’economia reale. Il dramma, dice Paolo Barnard, è che quello studio così cinicamente manipolato è diventato la Bibbia dogmatica di tutti i “tagliatori di teste” del mondo, in particolare quelli di Bruxelles: sono stati proprio i falsari di Harvard a fornire ai “cannibali” europei il pretesto “scientifico” per organizzare la più devastante crisi sociale della storia moderna, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, creata proprio con la chiusura dei rubinetti pubblici in nome di un’ideologia che considera il denaro non uno strumento sociale pubblico, riproducibile all’infinito dallo Stato, ma un bene privato da tesaurizzare già al momento dell’emissione.

Se oggi stanno perdendo credibilità gli studi accademici che, con le loro teorie, giustificavano l’austerità, dice Krugman, «anche i più duri della Commissione Europea e di altre istituzioni stanno ammorbidendo la loro retorica». Segnali che indicano l’inizio di un possibile disgelo, in vista di una rivoluzione copernicana imposta dalla durezza della crisi. Ma a pesare in modo determinante è ancora la superstizione che ha guidato l’egemonia delle élites, impaurite dalle conquiste della democrazia: il welfare come strategia di stabilità sociale attraverso il benessere diffuso, i diritti democratici come fondamentale investimento collettivo. E’ tutto molto semplice, dice Barnard: il grande business ha bisogno di crisi per moltiplicare i suoi profitti, perché i veri affari nascono dal lavoro sottopagato che favorisce la concentrazione di immensi capitali per la speculazione finanziaria senza regole. Risolvere la crisi, quindi, va conto gli interessi di chi l’ha costruita a tavolino, per edificare un dominio egemonico totalitario e ricavare larghissimi margini di vantaggio in un mondo polverizzato dalla globalizzazione e condizionato dalla crescita esplosiva delle nuove potenze e dal boom demografico planetario che assottiglia la disponibilità di risorse vitali.

Per le élites, “smontare” lo Stato democratico è il primo passo fondamentale per affermare un nuovo potere di tipo oligarchico, che si richiama direttamente al feudalesimo medievale: la stagione dei diritti è finita, la paura del futuro comincia dal terremoto economico del presente e produrrà sudditi là dove c’erano cittadini. Com’è potuto avvenire? Il peccato originale, secondo gli economisti keynesiani, sta tutto nella colpevolizzazione disonesta dello Stato, temuto dalle élites in quanto detentore unico del potere supremo: l’emissione sovrana di moneta, per sostenere la spesa pubblica. La principale menzogna del neoliberismo: far credere che lo Stato si debba amministrare come un’azienda, o come una famiglia – due soggetti che, a differenza dello Stato, il denaro possono solo guadagnarlo, non certo crearlo dal nulla. E’ la cosa più importante da capire, insiste Krugman: «L’economia non è come gestire una famiglia». Elementare: «Le famiglie guadagnano quello che possono, e spendono tanto quanto pensano sia prudente spendere». Restano a valle della fonte: non sono loro a stabilire quanto denaro c’è in circolazione.

Le opportunità di spesa e di guadagno sono due cose ben diverse, sottolinea Krugman: per l’economia, intesa come sistema complessivo, «il reddito e la spesa sono interdipendenti tra di loro: la mia spesa è il tuo reddito, e la tua spesa è il mio reddito. Se tutti e due smettiamo di spendere contemporaneamente, ovviamente entrambi smetteremo di ricevere il nostro reddito. Ed è quello che è successo dopo la crisi finanziaria del 2008». Molte persone improvvisamente hanno ridotto la spesa, o per una loro scelta o perché a questo li hanno costretti i loro creditori. «Contemporaneamente, troppe persone non sono state più in grado di spendere o di spendere di più». Risultato: «Un crollo dei redditi, che ha causato uno sfascio anche nel mondo del lavoro, creando la depressione che continua ancora oggi». Perché è crollata la spesa? «Soprattutto a causa dello scoppio della bolla immobiliare e di una sovraesposizione del debito del settore privato». Disastri ai quali in Europa si aggiunge l’altra tragedia: l’impossibilità di dare ossigeno alla “ripresa” finanziando posti di lavoro con la spesa pubblica. “La tua spesa è il mio reddito”: vale anche per la spesa pubblica, che è il nostro vero guadagno – a patto che lo Stato sia libero, e il suo debito pubblico sia denominato in moneta sovrana, quindi sempre ripagabile.

E’ tempo di invertire completamente la rotta, dice Krugman, e fare esattamente il contrario di quello che si è fatto finora. «Cosa possiamo fare per diminuire la disoccupazione? La risposta è che questo è il tempo di una spesa pubblica superiore al normale, per sostenere l’economia fino a quando il settore privato sarà disposto a spendere di nuovo». Punto cruciale: nelle condizioni attuali, il governo non è in concorrenza con il settore privato, perché «la spesa pubblica non sottrae risorse destinate ad un uso privato» ma, all’opposto, «permette alle risorse disoccupate di lavorare». Quindi: «L’indebitamento pubblico non si sostituisce agli investimenti privati, ma mobilita fondi che altrimenti resterebbero inutilizzati». E’ semplicemente suicida tagliare i deficit per uscire dalla depressione: è il momento più sbagliato per le politiche di rigore. «Quello che è successo ora – conclude Krugman – è che chi finora ha sostenuto l’austerità, ha perso la sua foglia di fico intellettuale». Se il disastro del neoliberismo è sotto gli occhi di tutti, ora sono stati smascherati anche i suoi cantori di Harvard. Chi ha impugnato la scure «è rimasto nudo», e adesso «si vede tutto il suo pregiudizio, l’opportunismo e l’interesse di classe che ha sempre potuto tenere nascosto». Forse, questa rivelazione «ci darà la possibilità di cominciare a fare qualcosa per combattere veramente questa depressione che stiamo vivendo».

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