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CONFINDUSTRIA, BUROCRATI IN LOTTA PER SOPRAVVIVERE SQUINZI PESSIMISTA, CHIEDE INTERVENTI AL GOVERNO INCLUSO L ’ALLENTAMENTO DEI VINCOLI ALL ’ELUSIONE

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Fatto Quotidiano 24/05/2013 i Stefano Feltri attualità

L’unica nota disquillante ottimismo è la cravatta verde-nera di Giorgio Squinzi, a ri- cordare a tutta l’assemblea di Con- findustria che mentre le imprese italiane sprofondano la Mapei del presidente produce tanti utili da potersi permettere di mantenere il Sassuolo, portandolo addirittura in Serie A. Per il resto la relazione annuale ha i toni pessimistici del rap- porto dell’Istat presentato due giorni fa: il Nord è “sull’orlo del baratro”, la tenuta sociale del Paese “è messa a dura prova”, lo stallo politico combinato con la crisi sta “bruciando quanto di buono ab- biamo saputo costruire nei decenni passati”. E così via. IL DISCORSO DI SQUINZI e alcuni dettagli del cerimoniale tradiscono però che se l’Italia è in difficoltà, la Confindustria se la passa anche peggio. Nell’auditorium progettato da Renzo Piano, a Roma, il primo a parlare è il presidente del Consiglio Enrico Letta, che prova a rassicurare gli imprenditori: “Siamo dalla stessa parte: la politica, forse troppo tardi, ha capito la lezione”. Di solito, invece, il presidente del Consiglio interveniva soltanto dopo il presidente di Confindustria. Prima ascoltava le geremiadi, poi provava a rispondere. Quest’anno va diversamente: gli industriali sono troppo deboli per avanzare richieste peren- torie, si limitano ad ascoltare il capo di un governo che sostengono a prescindere (Squinzi chiama un lungo applauso anche per il capo dello Stato Giorgio Napolitano). E poi si limitano a sentire la replica del ministro dello Sviluppo, Flavio Zanonato, che non può promettere rivoluzioni. E l’unico annuncio concreto –la riconferma degli sgravi per le ristrutturazioni edilizie – già nel pomeriggio pare vacillare, per problemi di coperture. SQUINZI RINUNCIA alle ambiziose relazioni degli anni precedenti, quando Confindustria ambiva a fa- re come la Banca d’Italia, cioè a sug- gerire la linea politica al governo, a spiegare a politici paralizzati da interessi particolari quali erano le ri- cette per salvare il Paese. Il presi- dente della Mapei, esponente ormai raro di quel capitalismo familiare che si rinnova nel confronto con i mercati globali, lontano dalla Borsa e dallafinanza, sipermette qualche buffetto aLetta. “Intutta franchez- za non nascondo la mia contrarietà sul modo in cui il governo ha re- perito le risorse destinate a finan- ziare gli ammortizzatori in deroga” (i soldi arrivano da fondi per la for- mazione dei lavoratori). E sollecita l’approvazione della delega fiscale, legge in cui c’è una parte che sta molto a cuore agli industriali: la revisione della normativa sull’abuso di diritto (l’ammorbidimento delle norme anti-elusione che hanno permesso al fisco di recuperare cen- tinaia di milioni di euro). Per il resto il discorso di Squinzi è tutto a uso interno. Da anni il si- stema Confindustria è in disfaci- mento, ma la tendenza è accelerata dal perdurare della crisi: il gruppo Sole 24 Ore ha conti difficili, la per- dita dei soli primi tre mesi 2013 è di oltre 10 milioni di euro, l’associazione continua a perdere iscritti (e quindi quote), dalla Fiat di Sergio Marchionne ai piccoli costruttori, le tensioni tra i sempre più potenti produttori di energia e le declinanti imprese energivore strozzate dalle bollette è una problema incancre- nito, così pure come la parallela contrapposizione tra capitalismo pubblico e privato. “Qualcuno ha scritto che non facciamo che lamentarci. Considerando le condi- zioni in cui siamo costretti a lavorare, se siamo ancora il secondo Paese manifatturiero d’Europa, l’ottavo del mondo, forse lamentar- ci non è la principale attività”, dice Squinzi sulla difensiva. Che due giorni fa, da uomo del Vinavil, scherzava: “’Faccio collanti, sono abituato a tenere insieme i pezzi”. L’allusione è all’attacco di Guido Barilla, che chiede di mettere fuori da Confindustria i servizi (cioè i produttori di energia) per tutelare davvero la manifattura. IL VINAVIL PERÒ RISCHIA di non bastare: la recessione sta spingendo la politica a incentivare la flessibilità nei contratti, a spostare il dialogo tra parti sociali a livello delle singole aziende, riducendo quei “tavoli” che tanto piacciono a confindu- striali e sindacalisti. E la celebrazio- ne romana di primavera all’audito – rium diventa ogni anno meno im- prescindibile.

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Rivedere l’articolo 62 e i tempi di pagamento, chiede la Confindustria. Ma da che parte sta? Cosa pensano gli associati?(legge equa o una trappola per l’economia Italiana?)

Rivedere l’articolo 62 e i tempi di pagamento, chiede la Confindustria. Ma da che parte sta? Cosa pensano gli associati

La legge 62 che riguarda la tutela sul credito per i vari settori economici , sta creando molto fermento e discussioni tra gli economisti e operatori del settore commerciale e industriale sopratutto sul tempi dell’estizione del credito.
negli ultimi anni le imprese lamentano la forte mancanza di liquidità dovuta a un un giro economico rallentato, e dalla mancanza di credito da parte delle banche che concedono sempre meno prestiti per l’investimento lavorativo, e per quelli concessi i tassi sono molto alti.
La reazione delle Confidustra e della Confcomercio Squinzi e Sangalli che lamentano degli effetti che l’articolo 62 genererebbe sul comparto distributivo, in termini di disincentivo all’apertura di nuovi punti vendita e possibile chiusura di molti esercizi commerciali.delle imprese e anche delle Con pesanti ripercussioni sul mercato immobiliare e sulle imprese di costruzioni, e in generale sull’intero indotto.

Rivedere l’articolo 62 e i tempi di pagamento, chiede la Confindustria. Ma da che parte sta? Cosa pensano gli associati

Preso dal il sito iI fatto alimentare di Darrio Dongo
A pochi giorni dall’applicazione dell’articolo 62, che avrà luogo mercoledì 24 ottobre, il presidente di Confindustria si unisce a quello di Confcommercio per chiedere a Monti di rivedere i sistemi di pagamento. Senza contraddizione non c’è vita, insegnava il Grande Timoniere. Ma che succede? Il Fatto Alimentare indaga.
La notizia arriva venerdì pomeriggio da ‘Il Sole 24 Ore Radiocor’: “L’obbligo di pagamento entro 30 giorni per le merci deperibili e di 60 giorni per tutte le altre avrà pesanti e inevitabili conseguenze per le imprese del settore produttivo e distributivo incidendo sull’equilibrio finanziario a causa del venir meno importanti flussi di liquidità e determinando, di fatto, un sostanziale blocco degli investimenti in nuovi punti vendita. Tutto questo in un momento in cui le imprese registrano ancora forti difficoltà”.

È certo che le imprese hanno problemi di liquidità, proprio per questo il Governo ha introdotto un termine certo di pagamento dei prodotti agricoli e alimentari. Termine che tra l’altro decorre dalla fine del mese di ricevimento della fattura o di consegna delle merci, ed è quindi di fatto esteso ai 45-75 giorni effettivi, in media, rispetto alla fornitura delle merci. In linea peraltro con quanto stabilito in Francia da diversi anni, e con le prassi dei pagamenti nel resto d’Europa. Una regola semplice per tutelare centinaia di migliaia di imprese agricole e alimentari da intollerabili ritardi. E allora, quale sarebbe il problema?

I presidenti di Confindustria e Confcommercio, Giorgio Squinzi e Carlo Sangalli, hanno inviato al presidente del Consiglio Mario Monti e ai ministri Mario Catania (Politiche agricole) e Corrado Passera (Sviluppo economico) una lettera congiunta nella quale – secondo l’agenzia di Radiocor – si lamenterebbero gli effetti che l’articolo 62 genererebbe sul comparto distributivo, in termini di disincentivo all’apertura di nuovi punti vendita e possibile chiusura di molti esercizi commerciali. Con pesanti ripercussioni sul mercato immobiliare e sulle imprese di costruzioni, e in generale sull’intero indotto. Cosa?

Apertura di punti vendita, mercato immobiliare, imprese di costruzioni? Ma da che parte sta Confindustria? Qualcuno avrebbe creduto che la sua priorità fosse quella di proteggere il ‘Made in Italy’ alimentare, il secondo settore manifatturiero del Paese che acquista e trasforma il 72% della materia prima agricola nazionale. Ma forse non è così, si direbbe anzi che il cemento pesi più dello spaghetto nella ‘lobby’ di Viale dell’Astronomia.

Chissà cosa ne pensa la base associativa sul territorio: alle 70mila imprese alimentari italiane (delle quali 64mila ha meno di 9 dipendenti) interessa più venire pagate a 30/60 giorni o a 120/180? La speculazione immobiliare dei loro debitori ha davvero priorità sui loro conti economici? Boh!

La Confindustria dà il cartellino giallo a Forrest Gump DA SCARONI A BERNABÈ, TUTTI I BIG IN CAMPO CONTRO IL PRESIDENTE CHE FA DI TESTA SUA E NON MISURA LE PAROLE


Redazione del Fatto Quotidiano 10/07/2012
I grandi elettori di Giorgio Squinzi(Presidente Confindustria) , a partire da Emma Marcegaglia che
l’ha preceduto alla presidenza di Confindustria, erano convinti di aver scelto un uomo mite e disciplinato, obbediente alla ragion superiore del comune interesse degli industriali. Invece il settantatreenne proprietario della Mapei si è rivelato alla prova dei fatti un uomo che ama dire ciò che pensa. Che non è sempre una virtù, soprattutto se si dice esattamente ciò che si pensa nell’istante in cui si apre la bocca. Così domenica sera lo stato maggiore di ciò che resta della potente lobby degli industriali è stato scosso da un brivido. Il permaloso Mario Monti, inviperito dallo spettacolo del presidente degli industriali sorpreso a duettare con Susanna Camusso della Cgil a colpi di “macelleria sociale”, aveva lanciato da Aix en Provence (Francia) il suo anatema: “Dichiarazioni di questo tipo fanno aumentare lo spread e i tassi di interesse a carico non solo del debito pubblico, ma anche delle imprese”. E subito si è scatenato il tam tam. Alle 19,25 l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni (decisivi i suoi voti per far prevalere Squinzi su Alberto Bombassei), “raggiunto dall’Agi per un commento” (l’Agi è l’agenzia di stampa di proprietà dell’Eni), ha detto: “Credo che Giorgio Squinzi sia stato frainteso per toni, modalità e cont e nu t i ”. Pochi minuti dopo, “ra ggiunto per un commento” anche dall’Ansa, ha ripetuto esattamente le stesse parole, che aveva evidentemente imparato a memoria. Essere fraintesi capita,Le critiche dei colleghi centrano l’obiettivo del premier: gli imprenditori non hanno più voce ma essere fraintesi “per toni modalità e contenuti” è un po’ troppo. È un modo elegante per dire che Squinzi andrebbe interdetto, o quantomeno controllato. E infatti nel giro di pochi minuti, come se si fossero messi d’ac cordo, hanno mandato a quel Paese via agenzie di stampa il presidente di Confindustria Franco Bernabè di Telecom Italia (“La Confindustria deve interagire con il governo non con battute”); il presidente di Assolombarda Alberto Meomartini (“Ovviamente nessuno pensa che questo governo possa avere la volontà di fare macelleria sociale”); l’ex presidente di Confindustria Luca di Montezemolo (“Dichiarazioni come quelle di Squinzi, sia nel merito che nel linguaggio, non si addicono a un presidente di Confindustria”), Marco Tronchetti Provera della Pirelli. Risultato: alla Confindustria hanno eletto un presidente Forrest Gump, ricco, alla guida di una grande azienda
di successo, che dice quello che gli passa per la testa senza preoccuparsi delle conseguenze delle sue parole. Dopo il coretto di domenica sera, sintetizzabile in “questo è matto, non statelo a sentire”, Monti ha raggiunto lo scopo di zittire per sempre la Confindustria, visto che da oggi Squinzi non si sa più a nome di chi parla. E non è solo questione di spread. Il gruppo di potere che lo ha portato al vertice aveva promesso la direzione generale della Confindustria al segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo. Squinzi, al dunque, non lo ha neppure mai chiamato, e Massolo ha traslocato al Dipartimento sicurezza di palazzo Chigi. Poi, a sorpresa, la nomina di Marcella Panucci, capo della segreteria del ministro della Giustizia Paola Severino. Senza parlarne con nessuno. E queste sono le cose che fanno più male, in Confindustria.
G. Me.

Confindustria, allarme crescita e lavoro “Siamo nell’abisso, danni come in guerra”


La repubblica 29/06/2012 ROBERTO MANIA attualità
ROMA — «In questo momento siamo nell’abisso», dice il capo del Centro studi della Confindustria, Luca Paolazzi, presentando le ultime, bruttissime, previsioni sull’economia italiana. Dal 2008 la doppia recessione ha provocato un crollo complessivo del
Pil del 10 per cento. Nemmeno la Grande Depressione degli anni 30 fece così male. «I danni economici fin qui provocati dalla crisi — secondo gli economisti di Viale dell’Astronomia — sono equivalenti a quelli di un conflitto, e a essere colpite sono state
le parti più vitali e preziose del sistema Italia: l’industria manifatturiera e le giovani generazioni. Quelle da cui dipende il futuro del paese». In campo non possono esserci solo le misure improntate al rigore. Che, ovviamente, non va abbandonato ma alquale vanno collegate politiche espansive coordinate a livello europeo. Bisogna cambiare strategie. Di certo, proprio per gli effetti della recessione, slitterà l’obiettivo del pareggio di bilancio fissato per il prossimo anno, nonostante il miglioramento delle finanze pubbliche. Continua a farsi sentire la pressione fiscale: nel 2013 toccherà il 45,4 per cento, considerando anche l’incremento dell’Iva che potrebbe scattare dal primo ottobre prossimo. Gli industriali chiedono di essere «liberati dal piombo della burocrazia» che ogni anno costa loro oltre 26 miliardi di euro.
L’INTERMINABILE RECESSIONE La recessione, dunque, non ci abbandona. Viale dell’Astronomia ha
rivisto al ribasso tutte le previsioni sul Pil. Quest’anno il prodotto interno lordo scenderà del 2,4 per cento contro un meno 1,6 per cento stimato a dicembre. Il segno positivo non ci sarà nemmeno nel 2013, anno in cui il Pil scenderà ancora dello 0,3 per cento, mentre era previsto in crescita dello 0,6 per cento.
SI IMPENNA LA DISOCCUPAZIONE Un’economia che non cresce non crea nuova occupazione e fa fatica a difendere quella esistente. Le previsioni della Confindustria sono da shock: il 2013 terminerà con 1 milione e 482 mila posti di lavoro in meno rispetto al 2008, mentre il tasso di disoccupazione si appresta a schizzare al 12,4 per cento a fine 2013 con una punta del 13,5 per cento se si contabilizzassero anche gli attuali lavoratori in cassa integrazione.
NO AL RITORNO ALLA LIRA L’euro è una scelta ormai irreversibile. Gli imprenditori non rimpiangono più la lunga stagione delle svalutazioni competitive. In molti non sono stati capaci di comprendere cosa significava davvero il cambio di epoca con l’arrivo dell’euro. Hanno insistito nel cercare la competizione sui costi, perdendo quote di mercato, senza innovare. In ogni caso il ritorno alla lira «si tradurrebbe nella più colossale patrimoniale mai varata nel paese con cui le ricchezze private verrebbero inevitabilmente sottoposte ad una radicale tosatura di fronte all’impoverimento della maggioranza della popolazione». Vorrebbe dire un ritorno a dieci anni fa in termini di benessere.

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