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Matteo spiega ad Angela com’è Berlino

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LA LEADER TEDESCA SI DEFINISCE “IMPRESSIONATA”. MA LO DISSE GIÀ A PROPOSITO DI MARIO MONTI
Fatto Quotidiano del 18/03/2014 di Wanda Marra attualità
Potsdamer platz è la più incredibile esperienza dell’architettura degli ultimi 50 anni”. Gesticola Matteo Renzi. Parla in un inglese un po’ maccheronico, ma efficace. Affermazione forte. Accanto a lui Angela Merkel se lo guarda, tra il perplesso e l’incuriosito. “Non è tanto convinta”, commenta qualcuno della delegazione italiana che guarda la scenetta. I due prima del vertice intergovernativo sono alla finestra della Cancelleria. E Matteo (per l’occasione “Mat – thäus”)spiega alla Merkel com’è fatta Berlino.È ispirato, decisamente entusiasta: “La cosa mera- vigliosa di Berlino è che qui si mischiano le espe- rienze di 4 architetti”. Pausa. Stavolta non cerca solo le parole giuste in inglese. “Renzo Piano, Norman Forster”. Gli altri due non se li ricorda. Guarda la Merkel. Neanche lei colma la lacuna. Maè unattimo e lui ègià oltre:“Sto rifacendole scuole in Italia. E sai (in inglese non esiste il lei) a chi ho chiesto una mano? A Renzo Piano”, rac- conta. Poi, nel dubbio che lei si immaginasse l’ar – chistar sui cantieri con l’elmetto, chiarisce: “Ci darà una ideological supervision (supervisione ideologica, o giù di lì). Il Renzi’s style non cambia neanche a Berlino. Che poi non è la prima volta che lui va a trovare la Merkel: l’aveva già fatto, in gran segreto, l’11 luglio scorso, quando non era nean- che candidato segretario del Pd. Mandando Letta su tutte le furie: a lui l’aveva detto Angela. A po- steriori, furia comprensibile. ARRIVA con l’aereo di Stato il premier. Scende per primo. Seguito dai ministri Pinotti (Difesa), Poletti (Lavoro), Padoan (Economia), Guidi (Svi- luppo economico). La Mogherini (Esteri), invece, arriva da Bruxelles. Renzi fa strada. Stringe le ma- ni a tutti: “Buongiorno, buongiorno. Buon lavo- ro”. Italiano, voce squillante. Poi, eccolo salutare la Merkel di fronte alla Cancelleria. Si china a parlarle, posa confidenziale. Però, mentre si prepara all’esecuzione degli inni nazionali, si mette dalla parte sbagliata. Lei lo sposta, comprensiva, ma ferma. “Tu devi stare qui”. Mica l’unico errore. Sopra all’abito scuro d’ordinanza, Renzi sfoggia un cappotto grigio a doppio petto. Look inedito. Tanto inedito che un bottone abbottonato male viene immortalato in tutte le foto. Non sfugge a Grillo che ci fa un tormentone. Lui se ne accorge e rimette l’asola al posto giusto. Ma in ogni momento della giornata gli tocca imparare qualcosa. “Matteo qui”, gli dicono al tavolo ufficiale. E nella foto di gruppo: “Matteo sorridi, che ti fa bene”: Non manca il dono ad Angela: la maglia numero 33 di Mario Gomez, attaccante della Nazionale tedesca, che gioca nella Fiorentina. Ovviamente autografata. In conferenza stampa parla, parla. Niente rispostestringate dacerimoniale. Sesi dà il caso, non fa mancare la polemica. Angela lo asseconda. Benevola, a tratti un po’ basita. So- prattutto “impressio – nata”. Vocabolo abusa- to. Disse il 24 novembre 2011 davanti a Monti: “Fiducia nell’Italia e nelle sue impressionanti ri- forme strutturali”. Dice ieri: “Sono rimasta ve- ramente impressionata dai progetti del nuovo go- verno italiano”. Ma l’alieno Renzi prende e porta a casa. E durante il brindisi serale si lascia andare: “Nei prossimi mesi la politica italiana cambierà volto”. Perché “faremo ciò che ha fatto Michelangelo con il David: toglieremo ciò che è in eccesso”. E soprattutto: “Stiamo provando a fare una pacifica rivoluzione”. Ça va sans dire , con lui alla guida. Eccolo Matteo nel ruolo del rivolu- zionario europeo. Ci ha preso gusto.

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Mamma mia che impressione! (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 19/03/2014. Marco Travaglio attualità
La prima volta che Angela Merkel si disse “colpita” da un politico italiano fu il 4 luglio 2006, nello stadio di Dortmund, durante la semifinale dei Mondiali di calcio fra Italia e Germania (2-0). Il politico italiano era il premier Romano Prodi. “La Cancelliera – raccontò poi Napolitano a Repubblica – è simpaticissima: mi ha detto che a tre minuti dalla fine del match Prodi le ha confidato di odiare i rigori, e immediatamente l’Italia ha segnato: cosa che l’ha colpita moltissimo. È il famoso ‘fattore C’, come si dice. Prima di partire ho pregato Prodi di prestarmelo’…”. Quindi frau Angela era rimasta colpita dal culo di Prodi. Da allora, ogni volta che vede un politico italiano, rimane regolarmente “colpita” o “impressionata”. È come se avesse un modulo unico prestampato prêt-à-porter da usare negli incontri con i nostri statisti (tanto i giornali italiani si bevono tutto). Anche per una questione pratica, di comodità. Lei è lì dal 2005, mentre i nostri premier cambiano alla velocità della luce: in nove anni di Cancellierato, ha visto avvicendarsi a Roma Berlusconi, Prodi, ri-Berlusconi, Monti, Letta Nipote e Renzi. Nel marzo 2007 la Merkel viene a Roma e Prodi e Veltroni la portarono a spasso per musei. Alla fine indovinate cosa dice? “Sono rimasta molto colpita”. Nel 2008 riceve il Cainano a Berlino e lì fa un’eccezione: né impressionata né colpita, anche perché l’incontro va malissimo. L’italiano tenta di venderle il fondo salva-Stato di Tremonti e lei non ne vuole sapere. Alla fine parla solo lui, millantando uno strepitoso successo: “Con la Germania stiamo collaborando molto bene. Abbiamo il vantaggio di appartenere alla stessa famiglia della democrazia e della libertà del Ppe, con Angela siamo seduti spalla a spalla nel Consiglio europeo e finora non c’è stata decisione che io ricordi in cui le nostre posizioni sono state diverse”. Di lì a tre anni, dopo i cucù e le altre figurone, viene seppellito dalla famosa risata Merkel-Sarkozy. Nel novembre 2004 tocca a Monti, a Strasburgo: la Merkel si dice “molto impressionata dalle misure” ovviamente “strutturali” che il sobrio professore le ha appena illustrato.

I vignettisti si scatenano a immaginare il Prof che spalanca il loden facendole strabuzzare gli occhi con le sue misure. I giornali si bevono tutto: “La Merkel promuove Monti”. Anche perché Monti ha appena incontrato il presidente francese Hollande e, a quel che scrive la stampa nostrana, ha stretto un “asse”, anzi “un patto italo-francese” per mettere all’angolo la Merkel, naturalmente “per la crescita”. Aprile 2013, è la volta di Letta. Angela si dice “colpita”, “rallegrata”, addirittura “gioiosa” per “la collaborazione che inizia: ogni Paese deve fare i propri compiti e l’Italia ha già compiuto un pezzo di strada”. Seguono le solite giaculatorie su “rigore e crescita”, “fiscal compact e lavoro”, “finanza solida e sviluppo”. Il Nipote però fa il duro: “Manterremo gli impegni, ma i modi e le forme con cui troveremo le risorse è roba nostra e non devo spiegarla a nessuno”. Si autoconvince di aver piegato la Cancelliera: “Mi è sembrata sensibile all’esigenza di crescita: o cresce l’Europa tutta, o nessuno si salva da solo”. La stampa italiana ci ricasca: “La Merkel promuove Letta”. Anche perché l’indomani Letta vede Hollande e – almeno a leggere i giornali italiani – è subito “asse franco-italiano” per gabbare la Cancelliera, oltreché naturalmente “per la crescita”. L’altroieri a Berlino sbarca Renzi, reduce dal vertice con Hollande per l’immancabile “patto”, anzi “asse italo-francese” per fregare la Merkel sulla “crescita”. E, sebbene al posto del loden sfoggi un cappottone siberiano modello Totò e Peppino divisi a Berlino, fa colpo anche Matteo. Come si sente, dopo, la Merkel? “Molto colpita e impressionata dalle riforme molto ambiziose”. Riforme come? “Strutturali”, ça va sans dire. Per far che? Coniugare “rigore e crescita”, mancherebbe. E i giornali (italiani) che dicono? “La Merkel promuove Renzi”. Allora è fatta.
Il fattoquotidiano.it ha avuto accesso al documento conclusivo dell’indagine che il Pd conta di far approvare in commissione Difesa anche con i voti degli altri partiti. Un testo che, rivendicando la valenza democratica del controllo parlamentare sulle spese militari, propone non solo il ripensamento del programma F35, lo stop al programma Forza-Nec di digitalizzazione dell’esercito e la vendita della portaerei Garibaldi, ma auspica anche la creazione di un organismo istituzionale che – come il Gao americano – eserciti un controllo sulle spese militari, sottraendole definitivamente alla opaca autoreferenzialità dei vertici militari.

Tra gli irriducibili anti-F35 permane una forte preoccupazione. Massimo Artini (M5S), vicepresidente della commissione Difesa: ”Il rischio è che l’iniziativa del Pd si risolva in una riedizione dell’inutile mozione Speranza-Brunetta (Pd, Pdl e Scelta Civica ndr) dello scorso giugno, che di fatto non è servita a fermare l’acquisto di nuovi cacciabombardieri da parte della Difesa. Noi come Cinquestelle abbiamo già depositato in commissione Difesa una risoluzione che impegna il governo a bloccare il programma F35; per ridimensionarlo veramente poi c’è solo una cosa da fare: tagliare gli impegni di spesa, gli stanziamenti complessivi per il programma JSF messi a bilancio per la Difesa da qui al 2025″. Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo: “Come campagna ‘Taglia le ali alle armi’ oggi abbiamo scritto al premier Renzi e alla ministra Pinotti chiedendo loro un incontro e ribadendo la necessità di una sospensione immediata di qualsiasi nuovo acquisto, non solo aerei ma pezzi di lunga produzione e supporti logistici, e di arrivare un percorso formale per la cancellazione della partecipazione italiana al programma JSF”. Su Avaaz.org intanto è stata lanciata una petizione popolare online per chiedere al governo di fermare subito l’acquisto dei caccia F35: in pochissimo tempo sono state raccolte oltre 450mila firme.

LA UE SI SVEGLIA TARDI: BERLINO HA SPREMUTO I PAESI DEBOLI

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LA COMMISSIONE EUROPEA: “LA POLITICA DI EXPORT DELLA GERMANIA HA AZZOPPATO I PARTNER DELL’UNIONE”. MA NON HA LA FORZA PER IMPORSI.
Da Il Fatto Quotidiano del 14/11/2013. Marco Palomb attualità
Buona ultima – dopo economisti d’ogni corrente ideologica, il Tesoro Usa e il Fmi – anche la Commissione Ue s’è accorta che gli squilibri regionali dell’eurozona sono un problema e che, in particolare, il surplus commerciale della Germania (oltre il limite del 6 per cento negli ultimi tre anni) ha finito per azzoppare i suoi presunti partner europei. Ha spiegato il governo americano: “La crescita anemica della domanda interna tedesca e la dipendenza dalle esportazioni hanno ostacolato un riequilibrio in un momento in cui altri paesi dall’area euro erano sotto forte pressione per rallentare la domanda e contenere le importazioni per promuovere aggiustamenti”. Tradotto: Berlino comprime i salari dei suoi lavoratori per abbassare il prezzo delle merci mandando così i suoi alleati dell’eurozona (coi quali il cambio è fisso, dunque non può fungere da fattore di riequilibrio) e il resto del mondo in costante deficit commerciale. Il risultato è stata l’esplosione del debito privato con l’estero nei cosiddetti Piigs e a Washington una crescente irritazione nei confronti degli alleati germanici che non vogliono cooperare alla ripresa globale (e, in particolare, alla loro). Curiosamente – va ricordato – solo di recente l’esecutivo europeo ha avuto il potere di lavorare sugli squilibri macroeconomici: prima era come se per Bruxelles non esistessero. Ieri, dunque, la Commissione ha finalmente avviato “un’indagine approfondita che si concluderà in primavera per verificare esistenza e qualità di quattro squilibri” nei numeri tedeschi: debito pubblico, perdita di quote di mercato e, quel che più ci interessa, surplus nei conti esteri e svalutazione reale del cambio.

PRIMA DI SPIEGARE, conviene tenere a mente una cosa: “Siccome c’è questo atteggiamento moralistico sulle questioni economiche, allora va chiarito questo: se sei bravo sei hai un surplus, allora sei bravo anche se hai un deficit, perché non esiste l’uno senza l’altro”, premette Alberto Bagnai, economista dell’università di Pescara che sull’insostenibilità di squilibri persistenti dei saldi esteri (e l’impossibilità di porvi rimedio oggi nell’eurozona) ha basato gran parte della sua critica alla moneta unica. Parlando di surplus estero e svalutazione reale, peraltro, la commissione va proprio nella direzione dei dati citati da Bagnai nel suo libro (Il tramonto del-l’euro): “Sintetizzando molto, forse troppo, significa in buona sostanza che la Germania comprime i salari dei suoi lavoratori, penalizzando la domanda interna, per poter esportare di più. In sostanza pratica una politica di deflazione finendo per imporre agli altri paesi le stesse politiche se non vogliono accumulare deficit insostenibili. Solo che non tutti possono arricchirsi vendendo all’estero: qualcuno dovrà pur comprare”. Più in generale, e qui viene fuori il professore che è in Bagnai, il problema è come “il capitalismo si è strutturato in questi anni: se liberalizzi i movimenti di capitale, e l’euro è una funzione di questa liberalizzazione, comprimi i salari. In classe faccio un esempio, diciamo , teatrale per illustrare il concetto. Personaggi: un imprenditore e un operaio. Prima scena: ‘Ti pago poco’, dice il primo; ‘No, sciopero’, risponde il secondo; ‘Allora delocalizzo’. Fine. Seconda scena: ‘Compra i miei bei prodotti’, dice l’imprenditore; ‘Non ho più una lira’, risponde l’operaio; ‘Allora facciamo un debito’. Ecco, nel-l’Italia degli anni Ottanta e dello Sme (l’antenato dell’euro, ndr) il debito fu pubblico, oggi è privato, ma il meccanismo è simile”.

TORNANDO alla Germania, se la Commissione europea certificherà la violazione su surplus e svalutazione interna (e pare difficile che non lo faccia) dovrà chiedere a Angela Merkel di adottare politiche espansive – più spesa pubblica, crescita degli stipendi, cose così – per riequilibrare la situazione. “E con quale potere politico? – reagisce Bagnai – Con quale se nemmeno quando per primi violarono la regola del 3 per cento sul deficit venne aperta una procedura d’infrazione? L’obiettivo esplicito dovrebbe essere proprio l’azzeramento dei saldi esteri, ma alla fine non riusciranno ad imporre niente alla Germania e gli americani saranno sempre più nervosi”. Se può valere come anticipo del prossimo futuro, Hermann Grohe, segretario generale della Cdu, il partito di Angela Merkel, ha già chiarito che a Berlino non ci pensano proprio: le esportazioni, ha detto, “sono la pietra miliare della nostra prosperità” e “non si può rafforzare l’Europa con una Germania debole”.

LE “INDAGINI approfondite” della commissione, peraltro, non riguardano solo i tedeschi: anche altri quindici paesi sono nel mirino dell’esecutivo europeo. Tra questi c’è anche l’Italia per il debito elevato, la disoccupazione, l’aumento della povertà e la perdita di quote globali sulle esportazioni. Enrico Letta, però, è fiducioso: “Ci sono segnali macroeconomici che non si vedono né si toccano, ma ci dicono che la ripresa nel 2014 è a portata di mano”. Il problema, chiosa un altro ottimista, il ministro Fabrizio Saccomanni, è l’instabilità politica e pure gli emendamenti alla manovra: “A Bruxelles sono preoccupati per il loro numero, ma noi abbiamo garantito sui saldi finali”.

Riotten und Battisten (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/09/2013. Marco Travaglio attualità

C’è una sola categoria che, sulle elezioni tedesche, riesce a essere più ridicola dei politici: i giornalisti. Siccome la legge elettorale tedesca è davvero democratica, dunque non prevede mostruosi premi di maggioranza come il Porcellum, alla Merkel non basta aver ottenuto il maggior trionfo dai tempi di Adenauer: mancandole un pugno di seggi, deve coalizzarsi coi Verdi o coi Socialdemocratici. Dunque, secondo i trombettieri italioti dell’inciucio – gli stessi che per vent’anni l’hanno menata con la “religione del maggioritario” (o di qua o di là) – questa sarebbe la prova che le larghe intese sono cosa buona e giusta in tutta Europa, e dunque in Italia. Ma i fautori di questa presunta “lezione tedesca” fingono di ignorare chi sono i protagonisti delle grandi coalizioni in Germania e altrove: partiti normali, guidati da politici normali, che prendono un sacco di voti e poi mettono insieme i punti comuni dei loro programmi in ampie discussioni, alla luce del sole, sotto gli occhi degli elettori. L’ultima volta che la Merkel governò con l’Spd, nel 2005, i due partiti – che mai avevano giurato agli elettori di non governare insieme – si riunirono in conclave per più di due mesi e ne uscirono solo con un programma comune e dettagliato, con tanto di firme e carte bollate. Poi, per una legislatura, lo realizzarono. Infine si presentarono al giudizio degli elettori. In Italia le larghe intese le han fatte due partiti che hanno sgovernato l’Italia per 20 anni e infatti hanno perso le elezioni (-10 milioni di voti) per emarginare il M5S che le aveva vinte (8,5 milioni da zero). Due partiti che in campagna elettorale si erano giurati eterna ostilità. Poi, dopo due mesi di melina, hanno rieletto un capo dello Stato di 88 anni che ha accolto in un nanosecondo la proposta di restare per altri 7, dopo aver giurato fino al giorno prima che non l’avrebbe mai fatto. Costui ha riunito in mezza giornata le delegazioni dei partiti, comunicando loro chi doveva entrare nel governo e chi no, dopo aver già fatto scrivere un programma fumoso da dieci presunti “saggi” amici suoi. L’indomani ha comunicato il nome del premier: il vicesegretario Pd, casualmente nipote del braccio destro del boss Pdl. E gli ha guidato pure la mano per la lista dei ministri: gente che non ha un’idea in comune con gli altri, se non l’amore per la cadrega e il terrore di nuove elezioni. Infatti, da allora, il governo non ha fatto una mazza, se non rinviare la prima rata dell’Imu, cambiandole nome per fingere di abolirla. E, per il resto, litigare. Anche perché il Pd è un partito nato morto che passa il tempo a discutere di cose incomprensibili anche a un bravo psichiatra. E il Pdl è proprietà di un pregiudicato che ha altro a cui pensare: i disastri delle sue aziende e come non finire in galera e conservare l’impunità (detta “agibilità” o “pacificazione”). Ma di tutto questo i giornaloni non parlano. Pigi Battista si illumina dinanzi alla Germania, che fa le grandi coalizioni senza chiamarle “inciuci”: forse perché inciuci non sono, mentre da noi sì. In Germania, se un politico finisce sotto inchiesta o in uno scandalo, anche per una fesseria, si dimette: da Kohl (fondi neri Cdu) a Guttenberg (tesi copiata) al presidente Wulff (prestito agevolato alla moglie). Anche perché a nessuno viene in mente di chiamare gli scandali e i processi “guerra civile”, né d’invocare ridicole “pacificazioni” fra guardie e ladri. In Italia ancora ieri il direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano sosteneva che la “malattia italiana” sono “vent’anni di conflitti fra poteri” (cioè fra un imputato e i suoi giudici). E Gianni Riotta, su La Stampa, sosteneva che i mali dell’Italia non sono i partiti che l’han rapinata per vent’anni, ma una fantomatica “sinistra populista” e un’immaginaria tentazione di “maggioranze rosse” e additava i nemici dell’euro sul “blog 5Stelle di Grillo”, come se la guerra all’Europa non l’avessero fatta per anni B. e la Lega. Il vero spread fra Germania e Italia è tutto qui: noi abbiamo i Napoletano, i Battista, i Riotta e i tedeschi no.

RIMINI: LA FAVO-LETTA CONQUISTA IL POPOLO DI CL (ANALISI CRITICA DELLE FALSE SPIEGAZIONI DI UN MERKELLIANO FEDELE)

Meeting: arriva Letta, al via 34/ma edizione

Fonte http://marcodellaluna.info/ 21/08/2013 attualità

Come sempre fanno le istituzioni e quasi sempre la politica, nei loro discorsi a Rimini ieri (uno registrato, l’altro dal vivo), Napolitano e Letta, contro il loro stesso motto “parlate il linguaggio della verità”, hanno spiegato al popolo di CL la crisi e “come uscirne” in termini emotivi, soggettivi, infantili, fasulli. E il popolo di CL, impreparato e irrazionale, ha bevuto, ha applaudito, anzi è stato conquistato.

Immaginate una città colpita da tassi elevatissimi di tumori, con la gente che emigra o manda via i figli per sfuggire al cancro. L’alta incidenza di tumori è causata dai pesticidi degli agricoltori che finiscono in falda, dall’asbesto emesso da una grande industria americana, dalla diossina emessa da una grande industria svizzera, dai metalli pesanti emessi da una grande fonderia tedesca, dal nanoparticolato emesso da un inceneritore di una municipalizzata gestita da mafia e politici corrotti.

Le autorità cittadine sanno che le cause sono quelle, non hanno fatto nulla per rimuoverle perché sono condizionate dai capitali americani, svizzeri, tedeschi, mafiosi e perché dipendono dal voto degli agricoltori per restare in carica. Quindi ai cittadini non menzioneranno nemmeno pesticidi, diossina, nanoparticolato, metalli pesanti – niente che possa nuocere al business; non diranno che le cause sono sempre lì, quindi la moria di cancro continuerà, salve normali fluttuazioni; ma taceranno le cause. Non diranno: “se l’inquinamento non cesserà, interverremo di forza per rimediare”; bensì diranno: “in passato sono stati fatti gravi errori e non siamo stati diligenti; ora la musica è cambiata; abbiamo sviluppato una consapevolezza igienica e ambientale e alimentare; nella logica del dialogo con i nostri partner stranieri e coi capitali internazionali stiamo elaborando nuove regole; l’uscita dal cancro è a iniziata; guai a chi interromperà il processo di uscita.” E la gente, rassicurata, applaude. E continua a riempire i cimiteri.

Analogamente, i discorsi di Napolitano e di Letta, in linea con Merkel, Barroso, Van Rompuy e i loro progetti, hanno taciuto al pubblico i meccanismi reali e tecnici che producono la presente incessante recessione economica. Meccanismi a livello globale e di Euro, ben noti a tutti gli economisti e ai giornalisti economici e a loro stessi, Napolitano e Letta. Meccanismi – ripeto – tecnici, che riguardano la moneta, il credito, la loro creazione, i difetti strutturali del Sistema Europeo delle Banche Centrali, gli sbilanci commerciali internazionali, la insostenibilità e non rimborsabilità dei debiti aggregati del mondo, la prospettiva di global meltdown, la deindustrializzazione e la fuga di capitali, aziende e lavoro qualificato da paesi come l’Italia.

Al posto dei meccanismi reali, tecnici, oggettivi, per distrarre la gente dalla comprensione della realtà, e per fornirle una spiegazione dei fatti in termini politicamente gestibili, i due hanno lanciato la solita profumata nube di concetti emotivi-soggettivi, di catch-words e parole ad effetto, per portare le menti del pubblico dal piano raazionale-empirico a quello irrazionale-emotivo: l’incontro, la solidarietà, i valori, i diritti, l’Europa, l’integrazione, il salmo ottavo, la centralità del cittadino, gli italiani ce la faranno – Letta non ne ha dubbi – perché hanno il culto del tempo, della terra, della bellezza, e i muretti a secco dei contadini sardi, costruiti anche per la bellezza (da decenni gli italiani hanno devastato e deturpato sia esteticamente che geologicamente il territorio, mentre lasciano crollare i monumenti – vedi Pompei). L’Europa deve aprirsi all’immigrazione giacché nacque essa stessa extracomunitaria perché il personaggio mitologico Europa, da cui il nostro continente prende il nome, era una principessa fenicia,

Ma siamo pazzi? Ma che serietà è questa? Ma quanto è intontito il pubblico? Un premier con queste tirate di fronte a 3,5 milioni di disoccupati, a un pil a – 2% e a un debito pubblico sempre crescente, andrebbe semplicemente accompagnato immediatamente alla porta, così come gli egiziani hanno recentemente scacciato Morsi (anche se Morsi, a differenza di Letta, era stato democraticamente eletto dal popolo).

L’Italia “sa che si può uscire dalla crisi” – dice Letta. Sì, ma, a parte il culto del bello, non dice come si esca, in termini operativi. Concretezza, zero. Descrizioni di come procedere, zero. Egli sa che l’uscita dalla crisi “è a portata di mano”, se si guarda avanti anziché indietro. Io so, e Letta sa, che ciò è falso, che non si esce dalla crisi, anzi che non c’è una “uscita”, perché non c’è un ‘di fuori’ della crisi, perché i fattori di crisi strutturali non sono stati nemmeno intaccati, ma permangono immutati, sia in ambito globale (buco nero del debito, squilibri delle bilance dei pagamenti, banche e credito in mano alla finanza predatrice delle maxi-bolle e mega-frodi), sia nell’Eurozona (erronea struttura dell’Eurosistema), sia nel contesto nazionale (altissimi livelli di parassitismo, spreco, inefficienza, arretratezza scientifico-tecnologico-infrastrutturale). Fattori che spingono non solo nella recessione ma verso punti di rottura sistemici. Ed è veramente un insulto ai disoccupati, ai precari e agli esodati prospettare come inizio della ripresa un lieve aumento dell’export ottenuto recuperando competitività con l’abbattimento dei salari e dei diritti dei lavoratori – quindi solo momentaneo.

Letta ha inoltre affermato che la crisi sarebbe iniziata negli USA coi mutui subprime e sarebbe essenzialmente dovuta a un sovraindebitamento delle famiglie e delle imprese, poi pure dello Stato. Un sovraindebitamento che si poteva evitare, e che è stato eseguito perché si credeva che avrebbe giovato a tutti e fatto crescere l’economia più del debito. Tutto ciò è falso. La crisi viene da lontano, è dovuta a molti fattori strutturali, in parte già accennati, e non è, in realtà, una crisi, un incidente di percorso. Vi sono state diverse crisi precedenti, come quella della e-economy del 2000, come manifestazioni visibili a tutti di processi destabilizzanti legati a molteplici fattori: la finanziarizzazione dell’economia, la competizione degli investimenti finanziari che hanno tolto liquidità a quelli produttivi, il processo di indebitamento globale – che non era e non è evitabile, non è un’opzione, ma è dovuto al fatto stesso che tutta la moneta che noi usiamo (quella delle banche centrali e quella delle banche commerciali) è ottenuta come prestito, quindi con pari generazione di debito gravato da interesse composto; e ciò comporta che il totale del debito aumenta continuamente rispetto al totale della moneta, e che quindi bisogna continuamente creare nuova moneta e nuovo debito per pagare gli interessi sul debito esistente, e che pertanto il pil deve continuare a crescere altrimenti si ha un meltdown finanziario.

Oggettivamente falsa è quindi pure l’altra affermazione di Letta, ossia che l’errore del passato sia stato di finanziarsi a deficit, indebitandosi. Falsa, innanzitutto perché tutto il denaro, tutta la liquidità è creata indebitandosi, da quando si è adottata nel mondo la moneta debito – dunque non è possibile non indebitarsi, se non cambiando tipo di moneta, senza debito, proprietaria – possibilità che Letta non menziona, né la menziona il Colle. Falsa anche perché non è vero che indebitarsi sia sempre sbagliato. Se un’azienda o uno stato si indebitano per dotarsi di un impianto, di un’infrastruttura, che producono un reddito superiore al costo di rimborso del debito, allora indebitarsi è bene. E’ ovvio! Si pensi al deficit spending del New Deal. Certo, se tutta la spesa pubblica viene gestita dal parassitismo incompetente della casta… Del resto, quasi tutte le imprese vengono costituite prendendo soldi a prestito da banche o soci o investitori azionari od obbligazionari. Falsa, ancora, perché, salvo mettersi a stampare denaro in proprio attraverso una zecca pubblica, come può lo Stato italiano finanziare investimenti se non a credito, trovandosi in una situazione in cui il Paese ha perso e sta perdendo la sua liquidità a causa della fuga dei capitali e dell’impoverimento dei redditi? L’alternativa, e probabile scopo di Letta, è far cassa col vendere o svendere al capitale straniero ciò che rimane dopo la stagione delle privatizzazioni di Prodi, l’altro discepolo del mai troppo lodato Beniamino Andreatta.

Spiegazioni economiche, quelle scodellate dal premier, tutte fasulle, quindi, come fasulla è persino la sua identità regionale: Letta si spaccia per toscano, ma è notoriamente siciliano, o sardo-siculo. Del resto, che cosa potrebbe fare, per reggere il suo posto di premier, se non raccontare continuamente un mito per mimetizzare la realtà?

Letta ha detto che la crisi, nata negli USA dai prestiti troppo facili, ed estesasi poi all’Europa, sarebbe stata rapidamente guarita negli USA, a differenza che in Europa, perché gli USA, a differenza dell’Europa, hanno un’unica autorità federale centrale prende le decisioni unitariamente e rapidamente; e una banca centrale, che assicura il finanziamento del debito pubblico impedendo il default e tenendo bassi i tassi di interessi. Orbene, innanzitutto è falso che la crisi negli USA sia stata guarita: c’è stata una modesta ripresa dell’economia reale e una forte ripresa degli indici di borsa, drogate da un’enorme spesa a deficit e da un’enorme iniezione di denaro da parte della banca centrale, entrambe a beneficio essenzialmente della finanza, quindi a costruzione di nuove bolle, e non dell’economia reale. Permane intanto e cresce il gigantesco scompenso del debito estero USA. Inoltre, Letta ha callidamente sottaciuto che, prima dell’adozione dell’Eurosistema, molti economisti avevano ammonito che questo avrebbe causato disastri ai paesi periferici, proprio perché, a differenza del sistema USA, mancava di elementi essenziali: a)una vera banca centrale che assicurasse sempre l’acquisto dei titoli del debito pubblico, così di prevenire assolutamente il default e contenere i rendimenti; b)l’unità del debito pubblico tra gli Stati, che prevenisse attacchi speculativi separati ai vari Stati; c)un bilancio e un fisco federali che redistribuissero gli avanzi commerciali tra i vari Stati, impedendo che i meno competitivi sprofondino nell’indebitamento, nella deindustrializzazione, nella fuga dei cervelli.

Un premier economista culturalmente onesto, fedele al motto del linguaggio della verità, e leale al paese che governa, avrebbe innanzitutto parlato di questo e spiegato come mai, se si sapeva che, dati quei difetti dell’Eurosistema, sarebbe successo quello che poi è successo, non si sono corretti e non si correggono nemmeno ora quei difetti. Avrebbe spiegato gli interessi che sono stati e restano dietro a queste scelte, a questa trappola. Avrebbe detto: “Prometto che se quei difetti non saranno corretti entro 6 mesi, farò questo e questo contro gli interessi che si oppongono.” Del resto, quando ha ricordato come Kohl, al tempo della riunificazione, a tutela della dignità di tutti i tedeschi, impose il cambio 1 a 1 tra il Marco della RFT e quello della RDT, contro i pareri tecnici che indicavano un cambio al massimo di 1 a 2, Letta si è dimenticato di dire che quel cambio politico, il costo della dignità di tutti i tedeschi, fu scaricato soprattutto sugli italiani, come gli ricorda La Stampa di oggi.

Altrettanto Letta si è dimenticato di dire che, nella presente crisi dei debiti pubblici, la BCE ha prestato soldi a tassi irrisori ai banchieri-speculatori franco-tedeschi per comperare titoli del debito greco ad alto rendimento (prezzo effettivo molto inferiore al nominale) e alto rischio, per poi ricomprarli dai medesimi banchieri sul mercato secondario al prezzo nominale! E che il governo italiano ha contratto debiti per 50 miliardi circa finanziare quel riacquisto a beneficio dei medesimi banchieri! Analogamente, Letta ha dimenticato di dire che i predetti difetti strutturali dell’Eurosistema hanno prodotto e ancora producono un ampliamento della divaricazione tra economie forti (tedesca) e deboli (italiana), in un loop che si alimenta da sé, e una maggiore contrapposizione di interessi, e che capitalisti ed elettori tedeschi sono quindi sempre più diffidenti verso l’Italia e gli altri paesi periferici, e che sia la Merkel che il suo antagonista socialdemocratico dichiarano, nelle loro campagne elettorali, di voler difendere gli interessi tedeschi imponendo la continuazione del “rigore” ai paesi eurodeboli.

Si è dimenticato di dire, il “nostro” premier, che, in questa situazione, è utopistico prospettare più Europa, più integrazione, più unione. Si prospetta invece più prevaricazione, più approfittamento, più impoverimento. Ha un bel dire che siano finiti austerità e compiti a casa: la Germania non è d’accordo, vuole imporre ulteriore rigore a noi e anche imporre alla BCE di alzare i tassi di interesse per sterilizzare una tendenza inflativa che, dovuta alla sovrabbondanza di denaro in Germania, minaccia i redditi e i risparmi dei tedeschi (la BCE comanda a Roma ma è condizionata dalla Bundesbank); perciò sta intimando alla BCE di alzare i tassi e stringere il rubinetto – cosa che già oggi affonda la nostra borsa e soprattutto le nostre banche, e in generale dimostra ad abundantiam il conflitto di interessi, le opposte esigenze, di Germania e Italia; e dimostra come le Germania impone le sue esigenze in danno dell’Italia e di altri paesi inferiori, con un senso del rispetto e della solidarietà degno del suo grande passato. E dato che anche la Fed pare voglia stringere i rubinetti, si profila un crollo del settore finanziario in quanto viene meno la domanda. Inoltre, il deficit italiano per quest’anno vola verso il 3%, forse oltre – quindi è ben possibile che la procedura pi infrazione si riapra, se non si stringono i cordoni. Il “basta austerità” è quindi una sparata velleitaria, propagandistica. O forse Letta si riferisce al fatto che ormai si parla di una sforbiciatura (haircut) anche al debito pubblico italiano, di una sua ristrutturazione. Questa sì, che darebbe un poco di possibilità di spesa pubblica aggiuntiva – ma possiamo ben immaginare dove finirebbe, quella spesa, tra le tante bocche politiche da sfamare per tenere unita la ampia maggioranza di governo, fatta di partiti che si reggono, oggi più che mai, sull’intercettazione clientelare della spesa pubblica, e che a questa sacrificano ogni altro obiettivo. E su questo sistema di parassitismo Letta non ha fatto alcun intervento, pur avendo promesso mari e monti, ed essendo stato messo su per quello (anche). E in effetti che può fare, dato che dipende da partiti e da una burocrazia che vivono proprio di quello?

Per finire, Letta, invocando il ritorno dell’”alta politica”, ha imputato gravi colpe nella crisi alla finanza sregolata che ordisce bolle e panic selling e rating strumentali… giustissimo, ma è proprio quella finanza che oggi tira i fili dei governi, delle istituzioni, che rovescia i governi eletti e manda i governi commissariali… che cosa potrà fare Letta contro di essa, per imbrigliarne gli appetiti e la rapacità? La sua promessa di imporle regole non è utopistica, è ridicola, o – peggio – una presa per i fondelli. altrimenti, perché non ha reintrodotto, tanto per cominciare, il Glass-Stegall Act, ovvero il suo equivalente italiano, abolito nel 1999 proprio per consentire le maxitruffe bancarie? Perché non ne parla nemmeno? Letta sa bene che può sparare a salve contro i padroni della finanza globale, ma se solo accennasse a qualcosa contrario ai loro interessi, lo farebbero cadere in men che non si dica.

Tirando le somme, la narrazione-spiegazione economica propinata da Letta si rivela una ben congegnata, ma facilmente smontabile, dissimulazione della realtà a scopo di ottenimento del consenso popolare, che in effetti egli ha ottenuto dal popolo presente, appunto perché è riuscito a manipolarlo, approfittando della sua impreparazione e disinformazione.

Per essere culturalmente e politicamente onesto, per essere leale al suo paese, un premier italiano, oggi, dovrebbe denunciare al popolo gli errori e le colpe nell’architettura monetaria e finanziaria europea, e chiedere il sostegno del popolo per esigere dai partners-avversari europei la loro correzione o, in mancanza, per togliere l’Italia da una condizione ingiusta e dannosa, con i passi e gli strumenti che ho indicato e sviluppato negli ultimi miei saggi: I signori della catastrofe, Traditori al governo e Cimit€uro.

Marco Della Luna
Fonte: http://marcodellaluna.info
Link: http://marcodellaluna.info/sito/2013/08/20/rimini-la-favo-letta-conquista-il-popolo-di-cl/
20.08.2013

Disoccupazione giovanile: peggio di noi solo Spagna, Portogallo e Grecia. Ma Letta festeggia twittando

disoccupazione-giovanileArticoltre Redazione- 3 luglio 2013- Mentre il premier Letta twitta “scommessa vinta”, Angela Merkel preoccupata dichiara. “L’emergenza più allarmante dell’Unione europea” ha spiegato la cancelliera tedesca “è la disoccupazione giovanile”.

Parole come macigni nel giorno del summit al quale parteciperanno venti capi di Stato e di Governo e, con loro, i ministri del lavoro e i tecnici delle agenzie per l’occupazione.

Obiettivo, fare il punto sulle strategie e gli strumenti “urgenti” da mettere in campo grazie ai fondi, circa 8 miliardi di euro nel prossimo biennio, che sono stati stanziati dal Consiglio europeo della scorsa settimana.

Ma prima di qualsiasi discussione sul tema, c’è una fotografia che i grandi d’Europa devono ben stamparsi in mente: quella composta dai numeri, freddi e spaventosi, della percentuale di giovani che non lavorano negli stati Ue.

In tutto, sono quasi sei milioni i giovani che non lavorano: una media europea di uno su quattro con punte di quasi 6 su 10 in Grecia, uno su due in Spagna e quasi 4 u 10 in Italia.

Paese – % disoccupazione – % disoccupazione giovanile

Belgio: 8,6 – 22,7
Germania: 5,3 – 7,6
Irlanda: 13,6 – 26,3
Spagna: 26,9 – 56,5
Francia: 10,4 – 24,6
Grecia: 26,8 – 58,3
ITALIA: 12,2 – 38,5
Cipro: 16,3 – n.p.
Lussemburgo: 5,7 – 19,4
Malta: 6,2 – 12,1
Olanda: 6,6 – 10,6
Austria: 4,7 – 8,7
Portogallo: 17,6 – 42,1
Slovenia: 11,2 – n.p.
Slovacchia: 14,2 – 34,6
Finlandia: 8,4 – 20,9

L’ex ministro Andrea Riccardi su Monti: “più castigava il Paese, più la Merkel era contenta e più lui era soddisatto”

andrea-riccardi-mario-monti
Redazione- 12 giugno 2013- Scelta civica come partito non è mai esistito. Chiunque, già durante le elezioni, avrebbe potuto accorgersi che il partito di Mario Monti era nient’altro che un comitato elettorale che raggruppava diversi interessi: Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo, i cattolici di Andrea Riccardi, le Acli di Andrea Oliviero, i finiani di Fli, noti imprenditori e qualche liberale sciolto.

Gli italiani, a dire il vero, sono stati i primi a radiografare la natura di scelta civica, premiandolo (si fa per dire) con un misero 10% o poco più. La conferma è arrivata invece dal giorno successivo al voto, quando molti, persino Pierferdinando Casini, ne presero le distanze in maniera brutale.

Tra i più delusi c’è il ciellino e ministro della Difesa Mario Mauro, che si sta organizzazndo un proprio movimento in diverse regioni.

Andrea Riccardi, come racconta Dagospia, non perde occasione per scagliare stilettate contro Mario Monti. L’aneddoto preferito dal fondatore della Comunità Sant’Egidio, scrive Dagospia, è questo: “Più Monti assumeva provvedimenti lacrime e sangue, più esodati la Fornero creava, più saliva la protesta e la sofferenza delle classi più deboli, più a Palazzo Chigi erano soddisfatti perché proprio quella era la dimostrazione lampante di credibilità verso la signora Merkel Angela. Cioè, più legnate riuscivano a dare al Paese più pensavano di essere forti in Europa”.

Meglio tardi che mai – Un atteggiamento, questo, che oggi l’ex-ministro Riccardi bolla come follia pura. Monti, avrebbe affermato Riccardi, era convinto che nel Paese ci fosse troppo benessere, per cui bisognava regredire. Sarebbe esagerato, ora, dire che non ce ne siamo accorti. Il fatto che le accuse giungano da un ex-ministro dal governo dei miracoli (miracoli al rovescio, evidentemente) guidato da Monti, seppur a distanza di mesi, conferma la convinzione già ben radicata negli italiani.

L’Economist ai leader europei: “Sonnambuli”

corelIl prestigioso settimanale mette in copertina i primi ministri (tra cui Letta) guidati da Merkel. E non risparmia critiche. Sottotitolo: “In attesa del disastro europeo”.
LONDRA (WSI) – La fase acuta della crisi è passata, non si parla più di dissoluzione dell’euro, ma i leader europei marciano come sonnambuli verso l’orlo del precipizio. E’ la tesi sostenuta fin dalla copertina dall’edizione di questa settimana dell’ Economist, che mostra Angela Merkel in testa ad un drappello con Hollande, Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla sua sinistra e Draghi, Letta e Samaras alla sua destra: tutti in marcia verso un precipizio. Titolo: ‘The sleepwalkers’ (‘i sonnambuli’, appunto). Sottotitolo: in attesa di un disastro europeo.

Nell’editoriale del settimanale economico britannico si osserva che in generale che “la somma dell’indebitamento di governi, privati e imprese è ancora eccessivo”, che “le banche sono sottocapitalizzate e gli investitori internazionali si preoccupano per le perdite ancora da determinare” e che se anche “gli interessi sono bassi, le aziende dell’Europa del sud soffrono per una crudele stretta creditizia”.

L’Economist scrive anche che “i mercati finanziari sono stati anestetizzati da quando Mario Draghi ha promesso ‘di fare qualsiasi cosa serva’ per proteggere l’euro del collasso” e che la mossa del presidente della Bce ha dato sia tempo che mezzi per combattere la speculazione. Ma al contrario i leader politici non riescono a trovare una via di uscita per “riforme ordinate”.

“E se i leader dell’eurozona inciampassero? Come il Giappone – conclude l’Economist – l’Europa sarà in ombra per gli anni a venire. Il costo sarà misurato in termini di disillusione, comunità sociali arrugginite e vite sprecate. Ma a differenza del Giappone, l’Eurozona non ha coesione. Per tutto il tempo che stagnazione e recessione stresseranno la democrazia, l’eurozona rischia un fatale rigetto popolare. Se i sonnambuli tengono alla loro valuta e alla loro gente, devono svegliarsi”. (RaiNews24)

Capitali italiani: verso la Svizzera 200 miliardi

corel
Fonte Wall Street Italia 29/04/2013 attualità
Capitali italiani: verso la Svizzera 200 miliardi
ROMA (WSI) – Potrebbero arrivare fino a 200 miliardi di euro i soldi depositati in Svizzera dagli italiani intimoriti da pressione fiscale e rischio di un prelievo forzoso oppure semplicemente alla ricerca di una protezione da eventuali reati
.

I capitali in fuga oltre le Alpi toccano i 120-200 miliardi, stando a quanto rilevato dai calcoli del Fatto Quotidiano. Per Il Sole 24 ore la cifra si aggira invece tra i 100 e i 120 miliardi.

Una cosa e’ certa: il peso dell’evasione fiscale sull’economia italiana e’ enorme. Le stime piu’ attendibili, come ha ricordato l’economista Alberto Quadro Curzio ai microfoni di RaiNews 24, “parlano di un ordine di grandezza intorno al 25-30% del Pil”.

La repubblica elvetica, racconta il Fatto nella sua inchiesta che porta la firma di Giorgio Meletti, “custodisce ingenti patrimoni”. Ma tutti i tentativi di conoscerne i titolari si scontrano con i potenti istituti di credito. E cosi’ i trattati bilaterali tra l’Italia e Berna sul rientro dei capitali diventano una mera illusione.

“La Svizzera ha 8 milioni di abitanti, l’Italia ne ha 60 milioni. Per avere un’idea delle proporzioni, le due maggiori banche svizzere, Ubs e Credit Suisse, gestiscono in tutto patrimoni pari a sei volte il Pil nazionale, le prime due italiane (Intesa Sanpaolo e Unicredit) arrivano all’incirca a un terzo del prodotto interno lordo”.

“La quota di patrimoni riferibili a cittadini europei è attorno agli 800 miliardi, 200 dei quali attribuiti a tedeschi, mentre i capitali italiani sono calcolati tra i 120 e i 200 miliardi”.

ENRICO LETTA E IL GOVERNO BILDERMERKEL

913016 Quirinale - Giuramento del Governo Letta
Fonte altrainformazione.it DI

MARCO DELLA LUNA
marcodellaluna.info 1/05/2013 attualità
Tanto rumore per il solito governo commissariale
Si dà grande risalto mediatico al fatto che PD e PDL si mettano insieme nel governo, per nascondere il fatto veramente importante, ossia che lo fanno per portare avanti decisioni che sono prese da altri e da fuori dai confini italiani, e che sono imposte, e che vengono mantenute sebbene si dimostrino rovinose. La contraddizione, lo scontro di interessi, non è tra PD e PDL, ma tra chi impone quelle decisioni e la gente che ne subisce gli effetti.
Il potere politico è nelle mani di chi ha le leve macroeconomiche, soprattutto di decidere quanta moneta mettere in circolazione, a chi darla, a che tassi, a che condizioni, e di decidere se e quanto lo Stato possa investire, anche a deficit, per indurre l’attivazione dei fattori di produzione, l’occupazione, la crescita. E decidere sulla regolazione dei cambi valutari, regolamentare le importazioni di beni, servizi e capitali. Uno Stato che non detenga questo potere, può tirare un po’ in su o un po’ in giù la coperta, e poc’altro. Cioè può spostare un po’ di soldi da un capitolo all’altro della spesa pubblica, può spostare un po’ di peso fiscale da una categoria a un’altra di soggetti, può riconoscere i matrimoni omosessuali e le coppie di fatto, ma non può intervenire sulla recessione strutturale.
I paesi dell’Eurozona hanno devoluto questi poteri, interamente, ad organismi esterni. Alla BCE in quanto alla moneta, imponendo insieme vincoli rigidissimi di pareggio di bilancio. Inoltre, la BCE notoriamente ha il fine prioritario di proteggere il potere d’acquisto dell’Euro senza curarsi della recessione, e non può comprare titoli pubblici dai governi, cioè non può finanziarli direttamente, diversamente da altre banche centrali, come la Fed. Essa, programmaticamente, non può intervenire per invertire una recessione strutturale, né per riequilibrare le disponibilità monetarie e creditizie nei vari paesi dell’Eurozona; e invero non lo fa, lascia andare avanti le cose. Al più, lancia allarmi e interviene comprando titoli, sui mercati secondari, di quei paesi che sono a rischio di lasciare il tavolo dell’Euro per default.
Il suddetto insieme di scelte presuppone una precisa decisione, ossia che, da un lato, il settore pubblico non sia in grado di usare le leve macroeconomiche (investimenti produttivi e infrastrutturali) per indurre crescita e piena occupazione, nonché di prevenire o risolvere le recessioni; e che, dall’altro lato, i mercati, lasciati sa se stessi, siano in grado di raggiungere quegli obiettivi, e per giunta, assieme ai vincoli di bilancio e al controllo monetario (fissazione dei tassi, soprattutto) da parte della BCE, siano in grado di operare anche la convergenza tra i vari sistemi economici dei paesi dell’Eurozona, senza bisogno di un budget federale e di un governo federale che intervengano per redistribuire le risorse finanziarie che, per varie ragioni, si concentrino in modo squilibrato e squilibrante in certi paesi, sguarnendo altri paesi.
Si noti che questa fondamentale ed epocale decisione è stata presa senza proporne i termini all’opinione pubblica, senza coinvolgimento democratico,e viene realizzata attraverso una lunga, pluridecennale serie di trattati, leggi e riforme, i cui effetti non vengono spiegati se non falsamente, rimangono latenti per alcuni anni, in modo che la gente si abitui, e poi esplodono quando è troppo tardi per tornare indietro. Questa medesima decisione non viene mai posta nel dibattito pubblico, a cui si offre, invece, il dilemma se ci si possa alleare con Berlusconi oppure no.
La predetta decisione si traduce nell’adozione di una concezione generale di come di fatto l’economia funziona e di come la si possa guidare, e dovrebbe essere oggetto di revisione, ossia di controllo empirico della sua correttezza. Cioè si dovrebbe controllare se produca i risultati predetti e desiderati, oppure no; nel secondo caso, andrebbe revocata siccome confutata dai fatti – così come avviene con qualsiasi teoria applicata alla realtà, con qualsiasi diagnosi, con qualsiasi ricetta.
Orbene, noi abbiamo che i fatti la confutano – la presente crisi recessiva, col suo perdurare, la confuta, assieme al crescente divario tra i paesi dell’Euro – però essa viene mantenuta; quindi questa decisione di mantenerla nonostante si dimostri errata e dannosa, va interpretata. Le ipotesi interpretative che mi vengono in mente sono che essa produca risultati diversi da quelli promessi, anzi contrari ad essi, ma sia conforme agli interessi di coloro che la mantengono, che hanno la forza di imporla. Interessi in termini di profitto (aumento dei redditi, concentrazione della ricchezza nelle loro mani) e/o in termini di ristrutturazione sociale e politica (concentrazione del potere nelle loro mani, in un modello sociale ove il vertice della piramide detiene un potere non contendibile e non sindacabile, mentre una minoranza di tecnici e funzionari gode di vari gradi di benessere e privilegio, e il grosso della popolazione è povero sia di denaro che di diritti e politici e civili, e sta sostanzialmente e passivamente a disposizione “del mercato”, privo di qualsiasi strumento per influenzare l’andamento della storia). Per meglio portare avanti questo piano, si fa in modo che esso dia un vantaggio concreto, per un certo tempo, ai paesi più forti (Germania in testa), permettendo loro di risucchiare capitali, aziende e tecnici dai paesi più deboli, abbattendo la loro competitività industriale. Così i paesi più forti stanno al gioco. Il vecchio divide et impera funziona sempre.
Complotto? No, applicazione alla società dello schema gestionale della zootecnia, stabile e sicuro. E, nei circoli che hanno preso quella decisione, che hanno formulato quell’insieme di scelte che producono questo insieme di effetti (Aspen, Trilateral, Bilderberg, etc.), troviamo, almeno dal 1995, anche Enrico Letta, che quindi è parte e origine di quei mali che, al popolo, si racconta che dovrebbe risolvere attraverso la tormentosa unione con Berlusconi combinata dalla saggezza di Napolitano nello spirito del patriottismo, rinegoziando anche il patto di Maastricht con i poteri forti. Si potrebbe immaginare una balla più grossa?
In ogni caso, Stati ed istituzioni politiche elettive, c.d. democratiche, conservano, nei paesi dell’Eurozona diversi dal paese creditore egemone, poteri marginali; quindi sono giuridicamente declassate ad autonomie locali, tanto più che la maggioranza dei provvedimenti legislativi adottati in tali paesi è in realtà un recepimento di norme decise dall’Unione Europea.
Marginali sono anche le scelte di politica interna, sicché è risibile presentare come importante la scelta di fare un governo con Berlusconi. Cambia ben poco. I governi Berlusconi, esattamente come quelli Prodi e D’Alema, hanno seguito la linea dettata da Berlino e Bruxelles, e il modello economico prescritto da Washington. Il governo Letta farà la medesima cosa, anche perché Enrico Letta, come pure suo zio Gianni, è uomo della finanza internazionale, esecutore dei suoi piani “europeisti”, difensore dei suoi dogmi, come ha messo nero su bianco nel suo libro Euroi sì: morire per Maastricht. Abbiamo quindi la prova scritta dei suoi obiettivi.
Ma enfatizzare l’inciucio PD-PDL o la novità del governissimo è risibile anche perché l’inciucio destra-sinistra, DC-PCI, è in atto dalla fine degli anni ’40, col ben noto sistema di spartizione dei territori, delle poltrone, della spesa pubblica, dei ruoli morali e politici – sistema in cui, di fatti, il PCI votava oltre l’80% delle leggi di spesa. Il governissimo è sempre stato il vero sistema di gestione del Paese.
La novità è semmai che i due maggiori partiti si accordano per mettere insieme la faccia nella gestione di un periodo pessimo, che genera scontento crescente nella base, e in cui si adotteranno provvedimenti ancora più impopolari. Il fatto di metterci la faccia insieme consentirà loro di fare porcate ancora più grosse di quelle passate, perché nessuno dei partiti della coalizione dovrà temere che altri partiti si avvantaggino delle misure impopolari e recessive che esso approverà, per conto di terzi. Porcate e, temo, violenze, perché la recessione continua e continuerà a peggiorare, e bisognerà ricorrere alla violenza e all’intimidazione per mantenere la gente nell’obbedienza al sistema, lasciandole come unica via di sfogo l’emigrazione, oltre al suicidio.
Il fattore di instabilità di un simile governo marionetta di coalizione non è nella fittizia e recitata contrapposizione morale e ideologica o programmatica delle forze che lo compongono, bensì nella reale contrapposizione tra gli interessi della casta nazionale e dei suoi burattinai stranieri, che questo governo porta avanti, e quelli della popolazione generale. E questa contrapposizione reale continuerà a generare e a gonfiare forze rappresentative della protesta dei delusi e degli oppressi di ieri e di oggi, anche se questa volta si riesce a integrare la Lega e a inertizzare provvisoriamente Grillo.
L’opportunità che governi come gli ultimi due offrono e sempre più offriranno, è che con essi non si riesce più ad evitare che l’opinione pubblica percepisca e discuta il dato di fatto centrale, ossia che i governi italiani sono tutti e inevitabilmente governi Bildermerkel commissariali e che i loro programmi effettivi sono imposti da burattinai stranieri per gli interessi loro e a danno di un Paese e di un elettorato ormai svuotati di ogni autonomia, ridotti a colonia, e i cui riti elettorali e parlamentari non hanno alcun effetto o utilità.

Marco Della Luna
Fonte: http://marcodellaluna.info
Link: http://marcodellaluna.info/sito/2013/04/28/enrico-letta-e-il-governo-bildermerkel

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