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La Thyssenkrupp ha licenziato 611 dipendenti Berco. L’ira della Fiom “è una ripicca”

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La Berco ha respinto la proposta di mediazione del ministro Giovannini e ha confermato i 611 esuberi e la chiusura dello stabilimento di Busano Canavese. Secondo la Fiom, questa decisione è una ripicca dopo la condanna della società il 28 febbraio scorso

articolotre Redazione- 2 agosto 2013 attualità – Non è stato raggiunta alcuna intesa al ministero del Lavoro tra la Berco, azienda del gruppo Thyssenkrupp e i sindacati. La Berco ha respinto la proposta di mediazione del ministro Giovannini e ha confermato i 611 esuberi e la chiusura dello stabilimento di Busano Canavese (Torino).
Il mancato accordo tra l’azienda guidata dall’ad Lucia Morselli, controllata dalla tedesca Thyssenkrupp, e i sindacati metalmeccanici, si è registrato nella sede del ministero del Lavoro a Roma, dove le parti avevano iniziato ad incontrarsi dal pomeriggio di ieri.

Sembra una ripicca della Thyssenkrupp dopo la condanna del 28 febbraio, l‘impressione è che vogliano depotenziare la loro presenza in Italia” ha dichiarato Fabrizio Bellino della Fiom di Torino, che ha partecipato alla trattativa con la Berco al ministero del Lavoro. “Non era mai accaduto un fatto così grave. È un macigno terribile, vergognoso, drammatico. Un problema palesemente politico. L’azienda non ha neanche preso in discussione la proposta del ministro, sembrava tutto già deciso nonostante i 75 giorni di trattativa. Auspichiamo un ripensamento e il ritiro dei licenziamenti”, è stata la sensazione di Bellino.

La proposta del ministro Giovannini prevedeva il ricorso a 12 mesi di cassa integrazione straordinaria per riorganizzazione con mobilità volontaria e incentivata, ricollocazione e formazione. Alla trattativa ha partecipato fino alla fine il presidente dell’Emilia Romagna Vasco Errani.

La Berco ha circa 3.000 dipendenti, di cui circa 2.600 a Copparo (Ferrara), 100 a Busano Canavese (Torino), gli altri a Castelfranco Veneto (Treviso). Da giovedì scorso gli stabilimenti sono fermi per lo sciopero ad oltranza proclamato dai sindacati.

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La Consulta: “Fiat limita la libertà”. Di un sindacato

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Da Il Fatto Quotidiano del 24/07/2013. di Salvatore Cannavò
MARCHIONNE: “TUTTO IL SETTORE AUTO IN OLANDA? È POSSIBILE”.

La Fiat è riuscita a escludere la Fiom dalle sue fabbriche, ma non l’ha spuntata contro la Costituzione. La sentenza con cui la Corte costituzionale ha accolto, tramite i ricorsi dei Tribunali di Modena, Vercelli e Torino, le ragioni del sindacato Cgil, segna un punto rilevante a favore di quest’ultima. Perché la “rappresentatività” in azienda deve essere riconosciuta “anche a quei sindacati che, pur non firmatari dei contratti, abbiamo comunque partecipato attivamente alle trattative”. Quindi anche alla Fiom che, invece, nell’ultimo anno e mezzo si è vista estromessa dai diritti sindacali fondamentali (assemblee, permessi, ritenute, bacheca, sala sindacale, etc.). Inoltre, il modo in cui è stato interpretato l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori (quello che regola la rappresentanza e di cui viene decretata “l’illegittimità costituzionale”) “viola la Costituzione” in almeno tre articoli, il 2, il 3 e il 39.
LA CORTE, quindi, indica chiaramente al Parlamento la necessità di una nuova legge per la quale suggerisce almeno quattro modalità. E forse anche per questo l’azienda torna a minacciare l’ipotesi di chiudere gli investimenti in Italia e, secondo una indiscrezione internazionale, a spostare la sede di Fiat Auto in Olanda. Quando la Fiat decise di applicare il nuovo contratto “modello Pomigliano” (più straordinari, meno pause, limitazioni al diritto di sciopero) la Fiom non firmò e quel contratto è poi diventato nazionale. Contemporaneamente, per non sottostare agli accordi tra i sindacati confederali e la Confindustria, la Fiat ne è uscita nel 2011 facendosi forte proprio dell’interpretazione dell’articolo 19 con cui ha garantito diritti solo ai sindacati “firmatari di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva”. Quella formulazione è il risultato della modifica prodotta nel 1995 dal referendum che abolì la formula “aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative”. In quel modo, spiega ancora la Corte, si è creato “un meccanismo di esclusione” in contrasto con lo spirito originario dello Statuto dei lavoratori.

QUANDO, poi, è invalsa la pratica degli accordi separati, l’articolo 19 si è di fatto capovolto: “Dalla mancata sottoscrizione del contratto collettivo è derivata la negazione di una rappresentatività che esiste, invece, nei fatti e nel consenso dei lavoratori”. La rappresentatività, quindi, non deriva dal firmare accordi con l’azienda, ma “dalla capacità (del sindacato) di imporsi come parte contrattuale”. Da qui, “il vulnus all’art. 39, primo e quarto comma della Costituzione, per il contrasto ai valori del pluralismo e della libertà sindacale”. Si è di fatto introdotta, rileva la Corte, “una forma impropria di sanzione del dissenso” che va eliminata. Per questo serve la legge e la Corte si spinge a suggerire quattro ipotesi: “Valorizzare” il numero degli iscritti; trattare con sindacati che superino una certa soglia di sbarramento; rinviare al sistema contrattuale nazionale; riconoscere a ciascun lavoratore il diritto a eleggere la rappresentanza in azienda. “Compete al legislatore l’opzione tra queste o altre soluzioni”.

La soddisfazione della Fiom è evidente: “La Costituzione si conferma garante della democrazia” afferma il segretario Maurizio Landini che chiede alla Fiat “di applicare la sentenza”, ripristinando in tutti gli stabilimenti “le libertà sindacali” ma anche di incontrare la Fiom. Anche la Fiat riconosce la sentenza riservandosi di “valutare se e in che misura il nuovo criterio di rappresentatività potrà modificare l’attuale assetto delle proprie relazioni sindacali e, in prospettiva, le sue strategie industriali in Italia”. Un modo per minacciare di nuovo il ritiro dal-l’Italia come confermano le parole di Marchionne all’agenzia Reuters che definiscono “possibile” l’ipotesi di trasferire la sede del gruppo in Olanda dopo la fusione con Chrysler. Al momento, però, anche la Fiat chiede una legge che garantisca “certezza del diritto e uniformità dell’interpretazione”. Un progetto è già assegnato alla Commissione Lavoro del Senato. Ma il primo firmatario è Giovanni Barozzino, già delegato sindacale a Melfi e licenziato Fiat.

Fiat, Sergio Marchionne indagato dai pm di Nola ’AMMINISTRATORE DELEGATO E IL CAPO DELLO STABILIMENTO DI POMIGLIANO SOTTO ACCUSA PER LE DISCRIMINAZIONI ALLA FIOM

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da Fatto Quotidiano 30/03/2013 di Salvatore Cannavò attualità

Lo scontro, questa volta, è di natura penale. Sergio Mar- chionne è stato indagato dalla Procura di Nola per il mancato riconoscimen- to in Fabbrica Italia Pomigliano dei diritti sindacali alla Fiom e per discrimazione verso gli iscritti a quel sindacato nelle procedure di assunzione. Insieme a lui, indagato anche il direttore dello stabilimento, Sebastiano Garofalo. Ed è la stessa azienda ad aver comu- nicato, ieri, la ricezione del provvedimento di “chiusura indagini” che precede il rinvio a giudizio. QUESTA VOLTA non si tratta di una diatriba di fronte al giu- dice del lavoro ma di un reato penale. Non vedremo mai Marchionne in manette, sia chiaro, però i reati possono configurare anche la condanna a una pena pesante, sia pure simbolica. I magistrati campa- ni, su denuncia dei legali della Fiom-Cgil, si sono mossi ad- debitando all’azienda torinese i reati di discriminazione (arti- coli 15 e 28 dello Statuto dei lavoratori) e di mancata ot- temperanza agli ordini dei giudici. Hanno ascoltato diversi testimoni, soprattutto i lavoratori dell’azienda ma, ancor di più, si sono letti le tante sentenze che nel corso degli ultimi due anni hanno scandito il conflitto tra la Fiat e la Fiom. In particolare la sentenza del Tribunale di Roma, in due gradi di giudizio, relativa ai 19 operai Fiom, fatti reintegrare dal giu- dice sulla base del principio della non discriminazione, poi estromessi dalla Fiat, poi di nuovo fatti rientrare e infine collocati nel calderone della cassa integrazione. Con quella sentenza, la storia dello stabilimento di Pomigliano è mutata in profondità. La Fiat, infatti, ha dapprima rein- tegrato i lavoratori, poi, però, è giunta all’ipotesi di licenziarne altrettanti. Infine, dopo le prociato l’esistenza di un piano aziendale che, all’interno della Fga, suddivide gli operai in tre fasce, A, B e C, dove i primi possono lavorare sempre e gli altri restano collocati in cassa integrazione, con un alleggeri- mento per la fascia B ma non per quella C. La fascia in cui si trovano tutti gli iscritti alla Fiom. SE LA DISCRIMINAZIONE esiste ancora o se invece sia stata rimossa lo deciderà il Tribunale, una volta stabilito il rinvio a giudizio. La Fiat, ieri si è detta “sconcertata” e ha ricondotto l’iniziativa giudiziaria “all’inusitata offensiva giudiziaria av- viata dalla Fiom nei confronti teste di tutti i sindacati, ha de- ciso di chiudere “Fabbrica Ita- lia Pomigliano” (Fip) per ritor- nare alla vecchia denomina- zione, Fiat Group Auotomobiles (Fga). In questo modo, rompendo la divisione tra nuovo stabilimento – in cui erano stati assunti operai privi della tessera Fiom – e vecchia azienda, in cui si trovavano tutti gli altri, l’accusa di discri- minazione veniva, secondo i piani dell’azienda, a cadere. In realtà, il sindacato ha denun- della Fiat”. Un’iniziativa di cui l’azienda torinese contesta i successi visto che su 62 ricorsi “45 sono stati decisi in favore dell’azienda, 7 in favore della Fiom, 7 con rinvio alla Corte Costituzionale e 3 non defini- ti”. “In realtà mescolano giudizi diversi – risponde il legale della Fiom, Lello Ferrara – i numeri non sono questi. Basti pensare che sull’articolo 19 [quello re- lativo alla rappresentanza sin- dacale, ndr] su 27 cause siamo 12 a 10 per la Fiat mentre sulle deleghe sindacali su 26 cause ne abbiamo persa solo una a Brescia”. Ma al di là dello scon- tro sui numeri, è palese l’insofferenza Fiat per l’iniziativa dei giudici. Nel comunicato, infat- ti, si parla di “interminabile, strumentale e infondato contenzioso”. Poi, si giudica “pa – radossale” che a essere destinatario del provvedimento sia lo stesso amministratore delegato che “nessuna parte ha mai avuto nella gestione delle rappresentanze sindacali e dei processi di assunzione in Fabbrica Italia Pomigliano”. LA FIOM “prende atto” dell’iniziativa dei giudici e annuncia che, se ci sarà il rinvio a giudizio, si costituirà “parte civile”. Per la Uilm, invece, si “tratta di un’ennesima mazzata per il Sud e per l’industria metalmeccanica” mentre l’Ugl parla di “errore della magistratura”.

Gli operai FIOM epurati dalla Fiat. Dalla Fornero neppure una lacrima.

Da byoblu (Claudio Messora)

articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com “Devotissimi della Chiesa, fedelissimi del pallone, nullapensanti della televisione. Siamo i ragazzi del coro, le casalinghe sempre d’accordo, e la classe operaia nemmeno me la ricordo”. Così cantava Ivano Fossati qualche anno fa, fotografando con estrema precisione una nociva tendenza sempre più diffusa nella politica italiana: relegare in un angolo il dibattito sul tema del lavoro in fabbrica. In tutt’altre faccende affaccendati, distratti da un Parlamento sempre più autoreferenziale che si occupa soltanto di autorizzazioni a procedere (ovviamente negate) e di nipoti di capi di stato stranieri (ovviamente fasulle), ogni volta che i problemi relativi a catene di montaggio e diritti sindacali irrompono nelle nostre discussioni, ci ritroviamo disorientati e inebetiti. Abbiamo dimenticato la grammatica relativa a questa materia, e anche il lessico. Parole come capitalista, proletariato e classe operaia sono cadute nel dimenticatoio, e chi si azzarda a rispolverarle viene stigmatizzato come un veteroKompagno nostalgico degli anni di piombo.
Invece farebbe bene alla politica tornare ad occuparsi di questi temi, soprattutto in una fase storica nella quale si attribuisce alla classe operaia la responsabilità di una crisi generata da banchieri e magnati della finanza, e in virtù di ciò si torna a mettere in discussione diritti conquistati con anni e anni di lotte e sacrifici.

Il caso più emblematico è quello della discriminazione attuata dai dirigenti della Fiat, i quali hanno “richiamato” oltre 660 persone – precedentemente in cassa integrazione – a lavorare nello stabilimento di Pomigliano. In questo modo i dipendenti impiegati nella fabbrica che produce la nuova Panda sono divenuti 1845, ma tra questi non c’è neppure un operaio iscritto alla FIOM. Poiché è fuori dalla grazia divina pensare che si tratti di una coincidenza, o che gli iscritti al sindacato di Landini siano tutti “sfigati”, allora vuol dire che siamo di fronte a un evidente caso di discriminazione sul lavoro. Discriminazione che è ancor più grave dal momento che viene esercitata nei confronti di singoli operai, umiliati e fatti oggetto di vere e proprie rappresaglie squadristiche da parte di capi e capetti, per colpire l’ultimo sindacato che osa alzare la testa di fronte a chi cerca di eliminare di ogni forma di democrazia in fabbrica. Ne colpiscono uno per educarne cento. Un vero e proprio razzismo sindacale, che calpesta non soltanto la Costituzione (art. 3 e art. 39), ma anche il rispetto della libertà degli individui.

Ora, di fronte a questo abominio, la politica cosa fa? Tace. Di tanto in tanto blatera e sussulta, ma poi subito si assopisce. Ed è un silenzio che fa male tanto quanto la prepotenza e la sbruffonaggine di un manager che parla sempre col dito alzato e scarica la colpa dei propri fallimenti su operai che devono lavorare almeno tre anni per guadagnare quello che lui s’intasca in un giorno. È un silenzio, quello dei politici, dei ministri e dei tecnici, che è criminale, perché di fatto non fa che avallare e consentire un atteggiamento di minaccia e di discriminazione perpetrato con mezzi meschini da chi ha la certezza dell’impunità. E in casi come questi il silenzio è complice. Non è diverso dal silenzio imbelle, della Monarchia e del Vaticano, che accompagnò la promulgazione delle leggi razziali e le deportazioni degli ebrei nei campi di sterminio. È una pratica fin troppo comoda, e tristemente diffusa tra i vari leader politici: quella di lavarsi le mani cercando di reggersi sull’equilibrio precario della loro incoerenza per non deludere né l’una né l’altra parte dell’elettorato. E così facendo, partecipano ad un’operazione di tremenda regressione sociale, che consegnerà ai bambini di oggi un Paese che garantirà loro meno diritti e meno tutele. Un Paese meno libero, con maggior disuguaglianza sociale e con molta più discriminazione tra ricchi e poveri, tra padroni e operai, e con una lotta fratricida tra precari e disoccupati, con generazioni messe l’una contro l’altra a rimproverarsi a vicenda le responsabilità di una povertà generale che invece è causata da una politica che per vent’anni ha ignorato i veri problemi e ha discusso d’altro.

Ogni volta che vanno in TV, gli esponenti di Pd, Pdl, Lega e Udc condannano aspramente il “mostro dell’antipolitica che si nutre di populismo e qualunquismo”. Eppure, se c’è una cosa realmente antipolitica, cioè contraria al tentativo di indicare delle direzioni da seguire per una comunità, è proprio il silenzio, il disinteresse, l’alzata di spalle.

Il ministro Fornero, tra una lacrima e un annuncio di voler incontrare Marchionne, potrebbe intanto dire come la pensa a proposito dell’assenza di un solo tesserato FIOM tra i 1845 dipendenti di Pomigliano. E il premier Monti ci dica se tra i tanti pregi dell’Italia e tra i tanti vanti del suo governo che ha appena illustrato a Obama, ha incluso anche questa insopportabile ingiustizia. E chieda ai suoi tanti ministri che condannano la logica del posto fisso e l’attaccamento a mamma e papà, se è più monotono avere un lavoro sicuro e tutelato oppure essere discriminati e lasciati a casa con la colpa di avere la tessera sindacale sbagliata. E Napolitano, ora che è anche laureato, potrà sicuramente spiegare agli Italiani se non sia possibile ravvisare gli estremi dell’anticostituzionalità in una simile vicenda.

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