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Diversamente antimafia (Marco Travaglio).

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Fatto Quotidiano del 18/04/2014 Marco Travaglio attualità
I casi sono due: o il professor Giovanni Fiandaca, giurista di chiara fame candidato del Pd alle Europee, è molto furbo, oppure è molto ingenuo. Martedì, giorno in cui la Cassazione doveva decidere se confermare o annullare la condanna di Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Fiandaca pubblicava un articolo contro il concorso esterno sul Foglio di Ferrara&Berlusconi, da sempre colluso con Dell’Utri. E nel giugno 2013, vigilia della decisione della Corte d’assise di Palermo sulla richiesta degli imputati di spostare a Roma il processo sulla trattativa Stato-mafia, pubblicò sempre sul suo Foglio preferito un saggio intitolato “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca”, previo pagamento del copyright al suo maestro, il ragionier Ugo Fantozzi.

La tesi, naturalmente, era che il processo dovesse traslocare a Roma, infatti i giudici decisero che restasse a Palermo. Non appena partì, Fiandaca scrisse in fretta e furia un “saggio” con lo storico Salvatore Lupo in cui si rimangiava anni di negazionismo: dopo aver sempre definito la trattativa “cosiddetta” e “presunta”, ammise che “la trattativa c’è stata”, ma la assolse in quanto “insindacabile penalmente” e “giuridicamente legittima”, ispirata dallo “stato di necessità” e “a fin di bene”. Quel bene che costò la vita a 16 persone e la salute a una quarantina nelle stragi di via D’Amelio, via dei Georgofili e via Palestro. Effetti collaterali. E soprattutto nessun reato e nessun colpevole. Il fatto che Fiandaca scriva i suoi manuali di diritto a quattro mani con l’avvocato Enzo Musco, difensore del generale Mori, è solo una coincidenza. Del resto il Pd ha un’attrazione fatale per gli avvocati della trattativa: ha appena portato alla Camera e al governo Umberto Del Basso de Caro, difensore di Nicola Mancino (e a sua volta inquisito per Rimborsopoli). E poi – turibola Claudia Fusani sull’Unità, la pravdina del Pd – “Fiandaca ha avuto il coraggio e il merito di criticare il processo sulla trattativa”. In effetti c’è voluto un bel coraggio, anche perché non l’aveva criticato nessuno, a parte tutti i giornaloni, i tg, i partiti e il Quirinale. Ora, per quelle critiche, Fiandaca paga un prezzo altissimo: una poltrona ben pagata al Parlamento europeo (l’ennesima, dopo quelle di membro del Csm, consulente governativo e membro di commissioni ministeriali) e una raffica di interviste-soffietto sui quotidiani di destra, centro e sinistra. Non sappiamo come abbia accolto la notizia Riina, dopo aver condannato a morte i pm che – privi del coraggio di Fiandaca – hanno istruito il processo sulla trattativa e, come direbbe Andreotti, se la sono cercata (Fiandaca però giura di “voler bene a Ingroia” ed essere “vicino a Di Matteo”). Possiamo invece immaginare la soddisfazione di Napolitano, che ha fatto di tutto per screditarli e punirli. Già, perché quei pm sono i nemici pubblici sia del capo dello Stato sia del capo della mafia, in perfetta coerenza logica con la trattativa Stato-mafia. Ora però, nel momento stesso in cui Fiandaca sbarcherà a Bruxelles e Strasburgo, tutto si risolverà: l’eurogiurista, vincendo la naturale ritrosia per le cadreghe, ha accettato la candidatura non solo per l’“incoraggiamento del vicesegretario Guerini e del ministro Orlando” (che è già una bella soddisfazione), ma soprattutto “per dire basta al populismo giudiziario”, a “vent’anni d’intoccabilità dei magistrati” (è quel che dice anche Berlusconi) e all’“antimafia gridata”. Lui la preferisce sussurrata. E “affrontata su basi legislative innovative”, a partire da una legge sul concorso esterno, troppo “vago”, “divisivo” e “polemògeno” (divide i politici mafiosi da quelli onesti e, processando i primi, si creano polemiche; ma niente paura: la nuova legge li farebbe saltare tutti, compreso quello a Dell’Utri). Ora regalerà all’Italia e all’Europa “un’antimafia concreta, fondata sui fatti”. Perché “a me non interessa sapere se la trattativa ci sia stata o meno: non sono giustificazionista”. Vero: lui è fregazionista.

L’editoriale di Marco travaglio – Servizio pubblico del 26/09/2013.

here: Home > News > Current ArticleDETROIT, LA NUOVA GRECIA

WALL STREET SFORNA IL SUO NUOVO MOSTRO DI FRANKENSTEIN NELL’IMMOBILIARE

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FONTE: TESTOSTERONENEPIT-COM redazione Domenica, 04 agosto attualità
L’ingegno di Wall Street si rituffa nel mercato immobiliare. Il suo ultimissimo prodotto è una vera diavoleria, un titolo sinteticamente strutturato del tipo di quelli che hanno contribuito a far saltare in aria l’intero sistema finanziario nel 2008. E’ simile a quei titoli ipotecari a tripla A che sono diventati rifiuto tossico nei portafogli titoli “equivalente mercato/denaro”, o nel vostro 401(k) o nel portafoglio di una città in Norvegia – ancora peggio.

Per concludere l’affare, il gigante dei titoli privati Blackstone Group si è messo in combutta con la Deutsche Bank (quel gigante impossibile da ammanettare), che è già sommersa in Germania da una valanga di questioni legali, scandali, svalutazioni e cancellazioni di ogni genere.

Blackstone è sempre stata in prima fila nel mercato immobiliare, trangugiandosi (1) fino a 32,000 unità abitative per un totale di 5,5 miliardi di dollari, ovunque gli fosse possibile, alle aste immobiliari organizzate praticamente sulle scalinate dei tribunali in tutto il paese, nella speranza di una rivalutazione sul mercato e di lucrosi affitti.
La Deutsche Bank è stata la prima fra tutte a finanziare questa cuccagna, emettendo prestiti fino a 3,6 miliardi di dollari.

C’erano anche altre parti in gioco: American Homes 4 Rent ha acquistato 19,000 unità abitative, Colony American Homes ne ha prese 18,000, Silber Bay Realty Trust 5,370, Waypoint Homes 4,620, American Residential Properties 2,530…. In totale, fondi privati, d’investimento immobiliare e speculativi hanno guadagnato dal 2011 più di 17 miliardi di $ (2) per acquistare più di 100,000 unità abitative vuote e sgomberate (chissà cosa succederà alle loro “sorellastre”, i fondi ipotecari…. Se scoppia la bolla grossa, salta tutto) (3).

Un numero infinito di piccole società, genitori desiderosi di fare investimenti per i figli ed altri investimenti privati, tutti si sono gettati nella mischia, tentando di accaparrarsi qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani alle aste immobiliari. Frenetici messaggi alla radio hanno promesso ancora una volta ricchezze da capogiro in campo immobiliare. Tentare la sorte è ritornato di moda. Tutte le follie di cui ci eravamo finalmente liberati dopo il crollo finanziario sono tornate, ma questa volta in pole position troviamo le grandi società con accesso al denaro gratuito della FED.

Tutti alla folle ricerca di case all’asta. Ogni volta che ne comprano una, questa passa silenziosamente dalla super osservata lista delle case all’asta a quella pietosamente ignorata delle case in affitto. E ora i prezzi immobiliari salgono vertiginosamente anno dopo anno, proprio come nel 2006, a rischio di crollare definitivamente.

Ma la seconda fase di questa straordinaria strategia compra-e-affitta – cioè mettere in affitto una casa – è diventato un bel grattacapo. In generale, le percentuali di unità abitative disponibili sono scese all’8,2% nel secondo trimestre (4), il livello più basso dal 2001. Ma questo dato è dominato dagli appartamenti. Le case indipendenti acquistate all’asta, spesso delle vere e proprie bettole, occupano una posizione ben diversa. Dal 30 Giugno è stato dato in affitto solo il 48% delle proprietà di American Homes 4 Rent, secondo dati riportati da Bloomberg (5). E altre società stavano più o meno nella stessa situazione. “Il numero delle unità occupate, del 50% circa, non è sufficiente per dare un segnale certo che questo modello di lavoro funzioni” ha detto Jade Rahmani, un analista di Keefe Bruyette & Woods Inc. Dunque, come riuscire a spremere ulteriormente questo limone?

Vendere case in un mercato in cui i nuovi compratori stanno diventando merce rara – 29% a Giugno (6) , il 40% in meno di un mercato in salute – proprio quando gli alti tassi ipotecari stanno iniziando a scontrarsi con spumeggianti prezzi immobiliari? Non è una buona idea. Invece, scarichiamo un po’ di carta. Con questo spirito, Blackstone ha in mente di convertire i pagamenti mensili degli affitti di 1500/1700 sue case in un prodotto strutturato sinteticamente che la Deutsche Bank affibbierà a suoi malcapitati clienti, “gente familiare con questo tipo di cose”, avrebbero detto al Wall Street Journal. (7)

Essendo questo un fenomeno nuovo, non ci sono dati che possano confermare che chi occupa la casa sia un buon pagatore e quanto intenda restarci prima di trasferirsi altrove, lasciandole nuovamente vuote. Blackstone, una società che normalmente gestisce titoli privati, è diventata un grande proprietario immobiliare, con 32.000 unità sparse in tutto il paese. Ora è impegnata a sistemare gli impianti di riscaldamento, rifare i tetti e le tubature e cercare di riscuotere affitti in ritardo. Se gli affittuari non sono soddisfatti con la manutenzione, o se sono senza soldi, smettono di pagare l’affitto, mentre altri si trasferiscono senza una ragione specifica. Gli inquilini sono molto più volubili dei proprietari.

Ma gli investitori assetati di guadagni sono stati portati all’esasperazione, e sono pronti a correre un rischio, qualsiasi rischio, pur di guadagnare, e sarebbero disposti persino a tapparsi il naso e a prendersi un po’ di questa roba nuova: sarebbe comunque il primo affare di questo genere, magari il guadagno è più alto del solito… E’ come l’irresistibile canto delle sirene. Ulisse, quando si trovò in una situazione simile, si riempì le orecchie di cera e chiese all’equipaggio della sua nave di legarlo all’albero maestro.

Per quanto riguarda poi le persone “familiari con queste cose”, l’impegno iniziale non è poi così grosso. forse 275milioni di $. La tranche maggiore può sperare al massimo in una “A” da parte delle agenzie di rating che ebbero l’ardire di affibbiare una “A” anche a quei titoli ipotecari spazzatura anche quando il mercato immobiliare stava sprofondando. La carta potrebbe anche essere sostenuta da 350 milioni di $ in titoli e proprietà immobiliari – alle attuali valutazioni ballerine. Anche i titoli ipotecari erano sostenuti da proprietà immobiliari. Sulle nostre teste pende la spada di Damocle della “Bolla Immobiliare n.2”. Stavolta con una piccola variante: ora c’e’ in ballo un sacco di denaro, che ha fatto impennare i prezzi e reso inaccessibile il mercato ai nuovi compratori.

Ora che si stanno accumulando i rischi, con il 50% di unità immobiliari vuote e con i tassi d’interesse che lievitano ovunque nel mondo, i grandi investitori iniziano a scalpitare. E’ tempo di scaricare i rischi su qualcun altro. E’ il tipo di mossa – suggerita dalla FED – che abbiamo visto fare dai cervelloni di Wall Street così tante volte, e sempre con impeccabile tempismo. Per un pò funzionerà, poi il sacco verrà lanciato a qualcun altro.

Uno degli altri grandi beneficiari della FED, Amazon, ha spostato il fulcro della sua macchina promozionale su un terreno più ambizioso, sfruttando al massimo la visita del Presidente Obama a uno dei suoi uffici, durante la quale il Presidente ha pronunciato le parole “dei migliori affari” per “la classe media”. La visita si è svolta in perfetta sincronia con la dichiarazione da parte di Amazon di voler creare 7,000 nuovi posti di lavoro. Crearli dal niente. Una delle peggiori menzogne che circolano nell’attuale crisi occupazionale statunitense. Si legga: The American Jobs Curse At Amazon (And Obama Stepped Right Into It)(8)

Fonte: http://www.testosteronepit.com
Link: http://www.testosteronepit.com/home/2013/7/31/wall-street-engineers-newest-frankensteins-monster-for-housi.html
2.08.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

NOTE

1) http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324170004578638093802889384.html
2) http://www.bloomberg.com/news/2013-07-31/american-homes-4-rent-tests-housing-reit-market-with-ipo.html
3) http://www.testosteronepit.com/home/2013/7/10/mother-of-all-bubbles-pops-mess-ensues.html
4) q213.press.pdf
5) http://www.bloomberg.com/news/2013-07-31/american-homes-4-rent-tests-housing-reit-market-with-ipo.html
6) http://www.realtor.org/news-releases/2013/07/june-existing-home-sales-slip-but-prices-continue-to-roll-at-double-digit-rates
7) http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324170004578638093802889384.html
8) http://www.testosteronepit.com/home/2013/7/30/the-american-jobs-curse-at-amazon-and-obama-stepped-into-it.html

MOBILITAZIONE DI COSTITUZIONALISTI E PERSONALITÀ POLITICHE PER IMPEDIRE LO SFREGIO DELLA CARTA: “IL PALAZZO VUOLE IGNORARE IL REFERENDUM DEL 2006”. Nel segreto di alcune stanze Pd, Pdl e Centro modificano l’articolo 138 per stravolgere l’intero impianto della Carta fondamentale su misura delle larghe intese. Grillo: “Colpo di Stato per distruggerla”. Da oggi sul sito del Fatto si firma l’appello dei costituzionalisti.

corelDa Il Fatto Quotidiano del 26/07/2013. redaziione attualità
MOBILITAZIONE DI COSTITUZIONALISTI E PERSONALITÀ POLITICHE PER IMPEDIRE LO SFREGIO DELLA CARTA: “IL PALAZZO VUOLE IGNORARE IL REFERENDUM DEL 2006”. Nel segreto di alcune stanze Pd, Pdl e Centro modificano l’articolo 138 per stravolgere l’intero impianto della Carta fondamentale su misura delle larghe intese. Grillo: “Colpo di Stato per distruggerla”. Da oggi sul sito del Fatto si firma l’appello dei costituzionalisti.

Pubblichiamo l’appello contro il ddl di riforma costituzionale firmato da Alessandro Pace, Alberto Lucarelli, Paolo Maddalena, Gianni Ferrara, Cesare Salvi, Massimo Villone, Silvio Gambino, Antonio Ingroia, Antonello Falomi, Domenico Gallo, Raffaele D’Agata, Raniero La Valle, Beppe Giulietti e Mario Serio.

Ignorando il risultato del referendum popolare del 2006 che bocciò a grande maggioranza la proposta di mettere tutto il potere nelle mani di un “premier assoluto”, è ripartito un nuovo e ancor più pericoloso tentativo di stravolgere in senso presidenzialista la nostra forma di governo, posponendo a questa la indilazionabile modifica del-l’attuale legge elettorale. In fretta e furia e nel pressoché unanime silenzio dei grandi mezzi d’informazione la Camera ha iniziato a esaminare il disegno di legge governativo, già approvato dal Senato, di revisione della Costituzione in plateale violazione della disciplina prevista dall’articolo 138, che costituisce la “valvola di sicurezza” pensata dai nostri Padri costituenti per impedire stravolgimenti della Costituzione.
CI APPELLIAMO a voi che avete il potere di decidere, perché il processo di revisione costituzionale in atto sia riportato nei binari della legalità costituzionale. Chiediamo che l’iter di discussione del disegno di legge costituzionale presentato dal governo Letta segua tempi e modi rispettosi del dettato costituzionale (…). Chiudere, a ridosso delle ferie estive, la prima lettura del disegno di legge, contrastando con le finalità dell’articolo 138 della Costituzione, impedisce un vero e serio coinvolgimento dell’opinione pubblica nel dibattito.

In secondo luogo vi chiediamo di restituire al Parlamento e ai parlamentari il ruolo loro spettante nel processo di revisione della nostra Carta. L’aver abbandonato la procedura normale di esame esplicitamente prevista dall’articolo 72 della Costituzione per l’esame delle leggi costituzionali, l’aver attribuito al governo un potere emendativo privilegiato, la proibizione di porre le questioni pregiudiziali, sospensive o di non passaggio agli articoli, l’impossibilità per i singoli parlamentari di sub-emendare le proposte del governo o del comitato , la proibizione per i parlamentari in dissenso con i propri gruppi di presentare propri emendamenti, le deroghe previste ai regolamenti di Camera e Senato, costituiscono altrettante scelte che umiliano e comprimono l’autonomia e la libertà dei parlamentari e quindi il ruolo e la funzione del Parlamento. Le conseguenze di tali scelte si riveleranno in tutta la loro gravità allorché, una volta approvato questo disegno di legge, l’istituendo comitato per le riforme costituzionali porrà mano alla riforma delle strutture portanti della nostra organizzazionecostituzionale (dal Parlamento al presidente della Repubblica, dal governo alle Regioni) sulla base delle norme che oggi la Camera sta approvando in flagrante violazione dell’art. 138. (…) Vi chiediamo ancora che le singole leggi costituzionali, omogenee nel loro contenuto, indichino con precisione le parti della Costituzione sottoposte a revisione. (…) Non si tratta, in definitiva, di un intervento di “manutenzione” ma di una riscrittura radicale della nostra Carta non consentita dalla Costituzione, che apre ampi spazi all’arbitrio delle contingenti maggioranze parlamentari.

CHIEDIAMO, infine, che nell’esprimere il vostro voto in seconda lettura del provvedimento di modifica dell’articolo 138, consideriate che la maggioranza parlamentare dei due terzi dei componenti le Camere per evitare il referendum confermativo, in ragione di una legge elettorale che distorce gravemente e incostituzionalmente la rappresentanza popolare, non coincide con la realtà politica del corpo elettorale del nostro Paese. Rispettare questa realtà, vuol dire esprimere in Parlamento un voto che consenta l’indizione di un referendum confermativo sulla revisione dell’articolo 138. È in gioco il futuro della nostra democrazia. Assumetevi la responsabilità di garantirlo.

“IL PIANO DIFENSIVO DELLA MONSANTO”: L’INGANNO DEGLI OGM MONSANTO IN EUROPA

Poca raccolta differenziata: la Corte dei Conti condanna gli examministratori al risarcimento

La «malattia» americana: il declino di un Impero

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fonte effedieffe Noam Chomsky 23 Febbraio 2013 attualità
Introduzione di TomDispatch

Ammettiamo pure che le Primavere Arabe e quanto ha fatto loro seguito nel Medio Oriente siano il frutto di numerosi contributi; ma come dimenticare l’«unilateralismo» americano? Se volete vedere all’opera la destabilizzazione, non c’è nulla che la incarni quanto un gruppo pesantemente armato che invoca Imperi Globali, dietro la porta di casa vostra.

Se le Primavere Arabe – dalla Tunisia all’Egitto, dalla Siria alla Libia – hanno rappresentato una serie di rivolte popolari, sono anche delle disfatte. Con due decenni di ritardo, il sistema di controllo delle grandi potenze creato dalla Guerra Fredda, che vedeva nel Medio Oriente un’America dominante ed una Russia in secondo piano, si è finalmente disintegrato. Quel mattatoio che è attualmente la Siria può essere determinato anche dal contributo della Russia al caos mediorientale. L’Egitto invece, con il suo presidente fondamentalista accerchiato, i tifosi del calcio irati per le strade di città confinanti con il Canale di Suez, ed il capo dell’esercito che parla di un possibile crollo dello Stato, deve essere invece considerato come il contributo, ben maggiore e devastante, dato dall’America (insieme ad Israele, l’Egitto era uno dei 3 pilastri del sistema USA nell’area; il terzo, tutt’ora in piedi nella sua gloria fondamentalista e con le sue vaste riserve di petrolio, è l’Arabia Saudita).

Ad ogni modo, quando si assiste agli accadimenti dei giorni nostri, bisogna prima di tutto ringraziare l’unilateralismo americano degli anni ’90, la nostra jihad finanziaria, che fantasticava l’asservimento del pianeta alla potenza finanziaria americana (fantasia terminata malamente, nel 2008). Un decennio dopo arrivava George W. Bush col suo seguito di neocon, che sognavano esattamente la stessa cosa, ma in termini militari. Raccolsero risultati ugualmente disastrosi. Ma se i neoliberal diedero una mano a creare un 1% di quell’oppressione presente in Medio Oriente che ha portato un giovane tunisino a darsi fuoco, i militari visionari di Bush – con l’invasione e l’occupazione dell’Iraq – hanno fatto danni ben peggiori, aprendo una voragine direttamente nel cuore della più importante area petrolifera del pianeta, appiccando il fuoco a quello che amavano chiamare «the arc of instability» – del quale capivano oltretutto ben poco. Poi, nel 2004, ci hanno fatto attraversare quelle le «porte dell’inferno» (per dirla con le parole di Amr Moussa, capo della Lega Araba), pensando fossero invece le porte per un «paradiso imperiale».

Ora Washington, dal Pakistan allo Yemen, dal Mali al Niger, con i droni ed i corpi per le operazioni speciali ed i suoi cyber guerrieri, sta proseguendo ciecamente il processo di destabilizzazione, pur correndo il rischio di minare lo stesso potere americano nell’area. Nell’estratto che segue, tratto dal libro di Noam Chomsky Power Systems, i temi trattai sono: il mondo del dopo-Primavere Arabe e l’assetto del potere USA.

La paranoia dei super-ricchi e super-potenti
Noam Chomsky

[Quanto segue è un adattamento del capitolo «Insurrezioni,» tratto dal libro-intervista rilasciata da Noanm Chomsky a David Barsamian, dal titolo Power Systems: Conversations on Global Democratic Uprisings and the New Challenges to U.S. Empire . Le domande sono di Barsamian, le risposte di Chomsky.]

Barsamian: Gli Stati Uniti hanno oggi il medesimo grado di controllo sulle risorse energetiche mediorientali che avevano una volta?

Chomsky: Le principali nazioni produttrici di petrolio sono tuttora sotto il controllo di dittature sostenute dall’Occidente. I risultati ottenuti dalle Primavere Arabe sono quindi, allo stato attuale, limitati. Ma non insignificanti. Il sistema dittatoriale a sostegno occidentale si sta erodendo. E la cosa va avanti da un po’ di tempo. Se torniamo indietro di 50 anni, le risorse energetiche – la principale preoccupazione dei pianificatori USA – per la maggior parte erano state nazionalizzate. Ed i continui tentativi di ribaltare la cosa non hanno avuto successo.

Consideriamo, ad esempio, l’invasione USA dell’Iraq: a parte qualche ideologo fanatico, era per tutti chiaro che invadevano il Paese non certo per il nostro amore per la democrazia ma perché si tratta del 2° o 3° maggior produttore di petrolio al mondo, per di più proprio nel centro delle più importante area petrolifera al mondo. Ma non lo si dovrebbe dire. Se lo fai sei un cospirazionista.

In Iraq gli americani sono stati pesantemente sconfitti dal nazionalismo iracheno, soprattutto dalla sua resistenza non-violenta. Gli USA possono massacrare gli insorti, ma non possono sconfiggere mezzo milione di persone che scendono per le strade a protestare. Un passo alla volta, gli iracheni sono riusciti a smantellare il sistema di controllo messo in campo dagli occupanti. Alla volta del novembre 2007, era abbastanza chiaro che per l’America sarebbe stato quasi impossibile raggiungere i propri obiettivi. Cosa curiosa, a quel punto gli obbiettivi sono stati espressi chiaramente. Nel novembre 2007 infatti, l’amministrazione di Bush 2 se ne salta fuori con una dichiarazione ufficiale su come intendeva un futuro accordo con gli iracheni. Le due principali condizioni erano: 1) che gli Stati Uniti fossero liberi di condurre operazioni di combattimento al di fuori delle proprie basi militari; 2) che qualsiasi accordo incoraggiasse il flusso di investimenti verso l’Iraq, soprattutto da parte americana. Nel gennaio 2008, Bush lo chiarì in una delle sue dichiarazioni scritte. Un paio di mesi dopo, davanti alla resistenza irachena, gli Stati Uniti dovettero arrendersi. Il controllo americano sull’Iraq ci è svanito sotto il naso.

Il tentativo di reinstallare con la forza qualcosa simile al vecchio sistema di controllo è stato battuto e respinto. In generale, ritengo che la politica estera USA dalla Seconda Guerra Mondiale in poi non sia cambiata, ma sia cambiata la sua capacità di realizzarla. Che è in declino.

Barsamian: In declino a causa della debolezza economica?

In parte perché il mondo sta cambiando, stanno cambiando i centri del potere, ce ne sono di più. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’America era indiscutibilmente all’apice della propria potenza. Deteneva la metà della ricchezza mondiale, ognuno dei suoi concorrenti era o seriamente danneggiato o distrutto. Godeva di una posizione di sicurezza inimmaginabile e portava avanti dei piani volti fondamentalmente a governare il mondo. Piani che all’epoca non erano irrealistici.

Barsamian: Era quello che chiamavano «Grande Area»?

Esatto. Proprio dopo la Seconda Guerra Mondiale, George Kennan, capo della squadra di pianificazione politica del Dipartimento di Stato USA – ed altri – definì i dettagli che furono poi messi in pratica. Quello che si sta verificando ora nel Medio Oriente ed in Nord Africa, e per certi versi in Sud America, origina sostanzialmente negli anni ’40. La principale resistenza all’egemonia USA, coronata da successo, si verifica nel 1949.

In quell’anno avvieneun evento particolare che viene indicato come la perdita della Cina. Parole veramente molto interessanti, una frase che non sarà mai messa in dubbio, anzi, si farà un gran parlare – in politica interna – su chi ne fosse stato il responsabile. Divenne un tema molto famigliare per gli americani e, lo ripeto, si tratta di una frase molto interessante anche perché puoi perdere qualcosa solo se la possiedi. Dunque qualcuno riteneva scontato che noi si possedesse la Cina e che muovendo verso l’indipendenza, l’avessimo persa. Poi vennero le preoccupazioni per la perdita dell’America Latina, poi per la perdita del Medio Oriente, poi per la perdita di questo o quel Paese, sempre ripetendosi la premessa che noi si possedesse il mondo e che qualsiasi cosa fosse capace di indebolire il nostro controllo, fosse un perdita che dovevamo e dobbiamo prodigarci a recuperare.

Oggi, se leggete la stampa che si occupa di politica estera o seguite i dibattiti dei Repubblicani – per quanto siano una farsa – vedrete che ci si domanda: «Cosa dobbiamo fare per prevenire ulteriori perdite?».

È comunque un fatto che la nostra capacità di mantenere il controllo è decisamente calata. Nel 1970 il mondo, a livello di economia, era tripolare: un centro industriale nord-americano negli USA, un centro industriale europeo di base in Germania (e più o meno delle stesse dimensioni ), ed un centro industriale dell’Asia dell’est, di base in Giappone. Che fu poi l’area del mondo dalla crescita più dinamica.

L’assetto dell’economia mondiale è molto cambiato da allora. Portare avanti la nostra politica è diventato più difficile, ma incredibilmente le direttive sottostanti non sono cambiate più di tanto.

Pensiamo alla dottrina Clinton: gli Stati Uniti hanno il diritto di ricorrere unilateralmente alla forza al fine di inibire agli altri l’accesso a mercati chiave, a forniture di energia, a risorse strategiche. Si va ben oltre qualsiasi cosa detta da George W. Bush. Ma è stato detto tranquillamente, non in modo arrogante od offensivo, così non ha sollevato nessun polverone. È una dichiarazione che vale ancora oggi E fa parte della nostra cultura intellettuale.

Proprio dopo l’assassinio di Osama bin Laden, nel bel mezzo delle congratulazioni e degli applausi, ci furono alcune, poche, critiche sulla legalità dell’azione condotta. Centinaia di anni fa esisteva un qualcosa che solevano chiamare presunzione di innocenza. Una persona sospetta rimane tale fino a colpevolezza dimostrata. Dovrebbe avere un processo. È parte del nucleo fondante della legge in America. Risale fino ai tempi della Magna Carta. Così si alzarono un paio di voci a dire che non dovevamo buttare nel cesso intere fondamenta della legge anglo-sassone. Ne partirono reazioni rabbiose ed infuriate, le più interessanti delle quali erano, come al solito, quelle provenienti dall’ala liberal di sinistra dell’arco politico.

Matthew Yglesias, noto e rispettato commentatore della sinistra liberal, scrisse un articolo nel quale ridicolizzava le opinioni che mettevano in dubbio la legalità dell’operato. E ne chiarì il motivo: «Una delle principali funzioni dell’ordine istituzionale internazionale è proprio quella di legittimare l’uso da parte dell’Occidente della forza militare, anche per portare la morte». Naturalmente non si riferiva alla Norvegia, ma agli USA. Dunque, il sistema internazionale avrebbe come principio fondante che gli USA possono usare la forza a proprio piacimento… Dire che gli Stati Uniti stanno violando il diritto internazionale o cose simili, è da ridicoli, ingenui e completi imbecilli. Per la cronaca, Yglesias prendeva di mira proprio me, ed io sono felice di dichiararmi colpevole. Io credo veramente che il diritto internazionale e la Magna Carta meritino una certa attenzione…

Ho citato questo fatto per illustrare che nella cultura intellettuale, anche in quel settore indicato come liberal di sinistra, il nucleo dei principi non è cambiato tanto. È la capacità di metterli in pratica che è calata vistosamente ed è per questo che c’è tutto questo parlare del declino dell’America. Prendiamo in esame il numero di fine anno di Foreign Affairs, mezzo stampa fondamentale per l’apparato governativo. Nella copertina ci si domanda a grandi lettere ed in grassetto: «L’America è finita?». Questa è la solita lamentela di quelli che credono di dover avere tutto. Se tu credi che dovresti avere tutto, è una tragedia, qualsiasi cosa perdi. Ed il tuo mondo crolla. L’America è finita? Molto tempo fa abbiamo perso la Cina, poi abbiamo perso il Sudest asiatico, poi abbiamo perso l’America del sud. Forse perderemo il Medio Oriente e le nazioni nordafricane. L’America è finita? Questa è un tipo di paranoia, la paranoia dei super-ricchi e dei super-potenti: se non possiedi tutto, è una sciagura.

Barsamian: Il New York Times descrive il «dilemma politico nella Primavera Araba: far quadrare fra loro elementi che generano contrasto negli americani, quali il sostegno al cambiamento democratico, il desiderio di stabilità e la volontà di guerra di islamisti che sono diventati una potente forza politica». Dunque il Times indica 3 obbiettivi politici. Che ne pensi?

Due sono interessanti. Gli Stati Uniti sono a favore della stabilità, ma forse andrebbe ricordato che cosa intendano per stabilità: attenersi agli ordini USA. Dunque, per esempio, una delle grandi accuse mosse all’Iran – la grande minaccia in politica estera – è che l’Iran destabilizzi Iraq ed Afghanistan. Ma come? Cercando di espandere la propria influenza su nazioni limitrofe. D’altra parte, noi stabilizziamo le nazioni invadendole e distruggendole.

In alcune occasioni ho illustrato uno dei miei esempi preferiti a riguardo, esempio che proviene da un ben noto analista liberal di politica estera – James Chace – ex editore proprio di Foreign Affairs. Scrivendo della deposizione del regime di Salvador Allende e della imposizione della dittatura di Augusto Pinochet nel 1973, Chace disse che dovevamo destabilizzare il Cile nell’interesse della stabilità. La cosa non fu percepita come una contraddizione. Per aumentare la stabilità, dovevamo distruggere il sistema parlamentare esistente, le cose significano proprio questo. È in questa prospettiva tecnica che noi siamo favorevoli alla stabilità.

Le preoccupazioni relative all’islam politicizzato, non sono diverse dalle preoccupazioni per qualsiasi evoluzione che non dipenda da noi. Devi preoccuparti di qualsia che sfugge al tuo controllo perché potrebbe minacciarti. La cosa è un po’ ironica, perché tradizionalmente USA ed Inghilterra hanno sostenuto il fondamentalismo radicale islamico per lungo tempo e con forza – ma non l’islamismo politicizzato – considerandolo una forza utile per bloccare il nazionalismo secolarista, che rappresentava il vero il problema.

A questo riguardo, l’Arabia Saudita ad esempio, è lo Stato più fondamentalista al mondo, uno Stato islamico radicale. Ha un impegno missionario: diffondere l’islamismo radicale e finanzia il terrorismo nel Pakistan. Eppure rimane un’importante baluardo della politica USA ed UK ed è stata finanziata abbondantemente contro la minaccia del nazionalismo secolare di Gamal Abdel Nasser in Egitto e di Abd al-Karim Qasim in Iraq (fra gli altri). Ma gli USA non amano l’islam politico perché potrebbe diventare indipendente.

Il primo dei 3 punti, il nostro desiderio struggente di democrazia, è sullo stesso piano di Peppe Stalin che parla dell’amore russo per la libertà, per la democrazia e le libertà del mondo intero. È quel tipo di dichiarazione che quando la senti dalla bocca di prelati od alti funzionari iraniani ti fa scoppiare a ridere, ma che ti fa annuire educatamente – provando forse anche un po’ di soggezione – quando viene pronunciata da una controparte occidentale.

Se presti attenzione agli effetti, questo desiderio struggente di democrazia è uno scherzo di cattivo gusto. La cosa è ammessa anche dai più quotati studiosi, anche se non lo dicono in questi termini. Uno dei principali studiosi della cosiddetta promozione della democrazia è Thomas Carothers, molto quotato e decisamente conservatore – più un neo-reaganiano che un acceso liberal.

Ha lavorato al Dipartimento di Stato al tempo di Reagan ed ha scritto parecchi testi sulla promozione della democrazia, argomento che prende molto sul serio. Lui sostiene che, in effetti, è un ideale radicato nel profondo degli americani, ma che porta con sé una storia divertente, legata al fatto che ogni amministrazione americana è schizofrenica a riguardo: ogni amministrazione appoggia la democrazia solo se è conforme ai suoi interessi strategici ed economici.

Carothers osserva che si tratta di una strana patologia, come se gli Stati Uniti avessero necessità di una cura psichiatrica o qualcosa simile. Naturalmente, c’è anche un’altra interpretazione, ma è una spiegazione che non ti viene in mente se sei un intellettuale ben-ammaestrato, intento a fare il tuo compitino.

Barsamian: Pochi mesi dopo il rovesciamento, l’ex Presidente egiziano Hosni Mubarak si è ritrovato a doversi difendere dall’accusa di aver commesso dei crimini. È ipotizzabile che i comandanti americani si ritrovino mai ad essere chiamati a render conto dei propri crimini in Iraq, come altrove? Succederà mai?

Fondamentalmente ricorre nuovamente il principio di Yglesias: le basi profonde dell’ordine internazionale risiedono nel fatto che gli Stati Uniti hanno il diritto di usare la forza a proprio piacimento. Stando così le cose, come possono essere accusati?

Barsamian: E nessun altro detiene questo diritto all’uso della forza…

Ovviamente nessuno. Beh, forse i nostri clienti. Se Israele invade il Libano, uccide migliaia di Libanesi e distrugge metà del Paese… beh, è tutto a posto. Riporto in aneddoto interessante a riguardo. Barack Obama, prima di diventare Presidente, era un senatore. Da senatore non ha fatto molto, ma ha fatto un paio di cose le ha fatte e di una di esse andava particolarmente orgoglioso. Infatti, dando un’occhiata al suo sito web prima delle primarie, avresti visto in bell’evidenza il fatto che – durante l’invasione israeliana del Libano nel 2006 – Obama era stato co-presentatore di una risoluzione del senato USA con la quale si chiedeva che gli Stati Uniti non facessero nulla per impedire le azioni militari di Israele, fino a che Israele non avesse conseguito i propri obbiettivi. Censurava anche Iran e Siria perché appoggiavano l’opposizione alla distruzione israeliana del Libano del sud – per la quinta volta in 25 anni, tra l’altro. Dunque è un diritto ereditabile. Ed anche altri clienti sono autorizzati.

Ma il titolare di questo diritto è Washington. Ecco cosa vuol dire essere proprietari del mondo. È come l’aria che respiriamo, non puoi metterla in discussione. È possibile considerarlo alla stregua di un intreccio religioso, difficilissimo da districare, perché in sostanza lo scopo dell’America è considerato trascendente: portare libertà e giustizia al resto del mondo. E come ha brillantemente scritto Hans Morgenthau – uno dei pochi scienziati della politica e specialista di affari internazionali che abbia mai criticato la Guerra nel Vietnam sul piano morale e non su quello tattico-politico – nel suo libro Lo scopo della politica americana:

«Criticare il nostro scopo trascendente è come cadere nell’errore dell’ateismo, che nega la validità della religione per motivi analoghi».
Inoltre, se qualcuno mette in discussione questa chiamata dell’America, scatena spesso una reazione isterica, tirandosi addosso l’accusa di anti-americanismo.

Concetti interessanti, che non esistono nelle società democratiche ma solo in quelle totalitarie; o qui da noi, perché fanno parte del nostro tessuto più profondo e fondante.

Noam Chomsky è Institute Professor Emeritus al MIT Department of Linguistics and Philosophy. Autore di numerosi successi editoriali nel campo della politica, fra i quali Hopes and Prospects e Making the Future.

Mamma, ho perso l’Udc di Marco Travaglio 24 novembre 2012

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