Archivi Blog

NON C’È UN PIANO SUL LAVORO” MA RENZI PERDE GIÀ PEZZI

renzi5
Da Il Fatto Quotidiano del 24/12/2013. Wanda Marra attualità

MARIA GRAZIA GATTI LASCIA IL RUOLO DI CAPOGRUPPO IN COMMISSIONE AL SENATO: “PREFERISCO LE MANI LIBERE PER LAVORARE IN MINORANZA”.

Non sono d’accordo con la proposta politica di Renzi. Non condivido la genericità delle posizioni sul lavoro”. Con queste parole Maria Grazia Gatti, senatrice Pd, provenienza Cgil, annuncia le sue dimissioni da capogruppo della commissione Lavoro a Palazzo Madama. I mugugni, i paletti, l’opposizione annunciate rispetto all’annunciata rivoluzione del mondo del lavoro da parte del segretario in questi giorni sono stati molti. Per ora però solo nell’ambito delle dichiarazioni di guerra: quello della Gatti è il primo gesto formale. D’altra parte un Job act ancora non esiste, almeno non in forma definitiva. Sono giorni però che circolano bozze e indiscrezioni che agitano le acque democratiche. Il tema è sensibile e affrontarlo può provocare conseguenze non calcolabili.

AD OGGI LE LINEE guida note sono sussidio di disoccupazione per tutti, legge sulla rappresentanza sindacale, centri per l’impiego e soprattutto un contratto unico. Ovvero, nelle intenzioni di Renzi, un contratto per i neo assunti con tutele crescenti, e flessibilità in uscita. Così la spiegava domenica sera da Fazio: “Fatto un periodo di prova, hai un contratto di lavoro a tempo indeterminato, quindi hai flessibilità in entrata. Ma ci vuole maggior flessibilità anche in uscita, nel caso un’azienda sia in difficoltà. Lo Stato però deve farsi carico della situazione, con un sussidio di disoccupazione per due anni”. Formulazione sufficientemente generica per permettere al segretario e a chi sta scrivendo il piano (Filippo Taddei, responsabile Economia del Pd, Marianna Madia, responsabile Lavoro e il consigliere economico, Yoram Gutgeld) di trattare dentro il partito e di capire fino a che punto si può andare allo scontro con la Cgil. Tra l’altro lo stesso Enrico Letta ha in mente un suo piano per il lavoro, e su questioni come contratto unico e indennità di disoccupazione per tutti ha idee non coincidenti con quella di Renzi. E l’idea di un contratto senza articolo 18 fa alzare barricate universali. “È solo creando lavoro che si rimettono in moto domanda interna, produzione e crescita”, spiega la Gatti. La quale poi chiarisce: “Renzi ha stravinto. Ed è giusto che chi ha vinto governi”. Perché, “il mio è un ruolo non tecnico, ma politico, e preferisco avere le mani libere per lavorare in minoranza”. Una tesi interessante, visto che a Montecitorio per esempio c’è un capogruppo Roberto Speranza, bersaniano doc, che alle dimissioni non sembra pensare affatto.

Sul tema all’ordine del giorno, il lavoro, una proposta però ancora non c’è. E soprattutto non è chiaro dove si possono prendere i soldi. Chi pagherà le politiche attive del lavoro? Risponde Gutgeld: “Le aziende già pagano molto per coprire Aspi e Cig”. Ma qui si parla di sussidio di disoccupazione per tutti. “Dobbiamo fare i conti”. La Madia taglia corto: “Non parlo di lavoro. Un piano ancora non c’è”. Lo stesso Renzi ha notevolmente aggiustato il tiro rispetto alle dichiarazioni di rottura della campagna congressuale, in cui invitava a non considerare un tabù l’articolo 18. In occasione della presentazione del libro di Vespa: “Non ci sto a star dietro al totem ideologico dell’articolo 18”. Ha chiaro che se si parte da qui non si arriva lontano. Matteo Orfini, il leader dei Giovani Turchi, ha già pronto una sorta di contro Job Act, al quale stanno lavorando le parlamentari Valentina Paris e Chiara Gribaudo. “Servono investimenti per creare lavoro nei settori a più alto tasso di occupazione: ricerca, turismo, cultura. Poi la messa in sicurezza del territorio, il welfare sociale”. Chi paga tutto questo? “O il Pil senza sforare il 3 per cento si fissa un po’ sopra il 2,5 oppure si agisce sulla leva fiscale, facendo pagare chi ha di più”. Orfini ha aperto una linea di dialogo con lo stesso Renzi e con Gutgeld, per provare a contribuire dall’interno, perché “il Pd è di tutti”. Bisognerà vedere quanto la mediazione è possibile.

Annunci

Soldi, ma come sono opache le primarie

porcellum_vignetta_di_bertelli
Da Il Fatto Quotidiano del 05/12/2013. Wanda Marra attualità

SPOSETTI: “CIVATI E RENZI SPENDONO TROPPO”. LA REPLICA: “NON È VERO”. PER ORA NESSUNA RENDICONTAZIONE.

Pippo Civati? Non mi piace, è il tappetino di Renzi e dice solo cose che portano acqua al sindaco di Firenze. E poi ha speso troppo in questa campagna per le primarie. Come Renzi, peraltro, che solo per mettere un annuncio su Repubblica , ieri, per far sapere che era al Teatro Olimpico a Roma, ha speso 7.000 euro”. Ugo Sposetti, l’ex tesoriere dei Ds, uno dei grandi elettori di Gianni Cuperlo, va giù duro. E accusa: “C’è un’informazione di regime. Possibile che nessuno si chieda quanto spende Civati, il web costa, e quanto spende Renzi?”. La questione delle spese per le primarie è spinosa, ed è di quelle destinate a rimanere in una zona di parziale opacità. Il tetto è di 200 mila euro, ma per ora è praticamente impossibile capire quanto abbiano effettivamente speso i vari concorrenti. Le primarie non sono ancora chiuse e quindi ognuno di loro è legittimato a fornire cifre a spanne, pronto a giurare di essere pienamente nei limiti richiesti. Dice Alberto Bianchi, presidente della Fondazione Big Bang, da sempre delegato a far quadrare i conti del Sindaco di Firenze: “Abbiamo speso circa 85 mila euro, prevediamo di spenderne circa altri 25. Il Teatro Olimpico a Roma è costato 5 mila euro. A mia conoscenza su Repubblica non è apparsa nessuna propaganda elettorale. È apparsa la notizia di un incontro con Renzi, che è cosa ben diversa da un annuncio di sostegno o di propaganda”. E le iniziative in giro per l’Italia, a partire da Bari? I renziani garantiscono che tutto questo è pagato dai comitati locali e che comunque non si supererà il tetto di spesa. Duri anche i civatiani : “Non accettiamo lezioni di trasparenza da chi sostiene un candidato che non sta rendicontando agli elettori quanto raccoglie e come lo spende. Gianni Cuperlo è l’unico dei tre candidati a non aver reso queste informazioni disponibili on line”, dice Paolo Cosseddu, campaign manager per Civati. “La cifra raccolta da noi è pubblicata online sul sito civati.it   e attualmente si aggira attorno ai 90.000 euro”. In campo scende anche la tesoriera del comitato Cuperlo, Donata Lenzi: “Non so quanto abbiamo speso, alla fine tireremo le somme”. La polemica è di quelle destinate a tornare. Nel degttaglio chi ha finanziato le primarie dell’anno scorso di Renzi? Nel dettaglio non si sa. E la rendicontazione delle spese sostenute da Bersani per la sua corsa contro Renzi? Gli ultimi capitoli di spesa non sono mai stati resi noti. Cosa ne è stato del “tesoretto”, i 6 milioni ricavati dalle consultazioni dall’anno scorso? Ufficialmente non si sa come siano stati utilizzati. C’è poi il tallone d’Achille del Rottamatore, dal punto di vista dei soldi: la Leopolda. Dice Bianchi che costerà intorno agli 85mila euro, ma che non fa parte della campagna congressuale, e quindi non fa cifra per il tetto. Motivazione discutibile. E comunque, chi la finanzia? Lo scopriremo solo nella prossima primavera. Sono gli ultimi fuochi polemici di una campagna che si avvia alla conclusione. E intanto Matteo Renzi continua a ricevere endorsement dei più variegati. Da Pippo Baudo a Max Giusti, arrivando a Belen Rodriguez, che la mette così: “È il più bello tra i tre candidati alle primarie del Pd. Il suo accento fiorentino mi diverte molto, mi piace fisicamente, ha dei begli occhi chiari”. E dunque, per chi voterà alle primarie? “Non saprei, mi devo informare”. Rischi che si corrono.

SFIDUCIA ALLA CANCELLIERI CHE FARE? IL PD NON LO SA

epifani1
IL PARTITO NON HA ANCORA UNA POSIZIONE UFFICIALE. IL GUARDASIGILLI STAREBBE INVECE PENSANDO ALLE DIMISSIONI: “MI HANNO PRESO DI MIRA”.
Da Il Fatto Quotidiano del 15/11/2013. di WandA Marra attualità
Anna Maria Cancellieri in Parlamento il 5 novembre non ha raccontato tutto. C’è una nuova telefonata tra lei e Antonino Ligresti, della quale parla ieri Repubblica e della quale il ministro non ha fatto cenno nel suo discorso alle Camere. Poche ore prima dell’interrogatorio dello scorso agosto, con i pm torinesi che indagano sul caso Fonsai, il ministro della Giustizia sarebbe rimasta sette minuti e mezzo al telefono con il fratello di Salvatore, all’epoca da un mese agli arresti domiciliari. Ci sarebbero anche “numerose telefonate” tra Sebastiano Peluso, il marito della Cancellieri e i familiari di Salvatore Ligresti. Nuovi elementi che rendono la posizione del ministro sempre più delicata. Anche chi si è esposto contro le sue dimissioni, a partire dal Pd, può continuare a farlo?

DAL NAZARENO trapelano preoccupazione, cautela e imbarazzo. Silenzio da parte del governo. E silenzio, almeno ufficialmente, anche da parte del ministro. La situazione è complicata e destinata a surriscaldarsi. Mercoledì a Montecitorio è calendarizzata la mozione di sfiducia presentata dal Movimento 5 Stelle, nei confronti guardasigilli, accusata di favoritismi per Giulia Ligresti, arrestata e scarcerata perché affetta da anoressia. Dopo gli applausi tributati al ministro in occasione della sua relazione in Parlamento, la vicenda sembrava di quelle destinate ad esaurirsi, con un prevedibile voto contrario e lunga vita al governo Letta. Le nuove rivelazioni arrivano però dopo un dato politico non secondario. Matteo Renzi ha scelto la scorsa settimana la platea di Servizio pubblico per dire che la Cancellieri si sarebbe dovuta dimettere e Epifani avrebbe fatto bene a non difenderla.

UN INTERVENTO che in quel momento sembrava fuori tempo massimo. Invece non è così. Spiega la deputata fedelissima Maria Elena Boschi: “Matteo sapeva benissimo che ci sarebbe stata la mozione. Adesso discuteremo nel gruppo e poi decideremo. Io l’ho già detto che al posto della Cancellieri mi sarei dimessa, ma come ha detto Renzi, discuteremo e poi seguiremo la volontà del gruppo”. E dunque, il candidato segretario sfrutterà questa occasione per mettere il premier al-l’angolo? Le dimissioni della Cancellieri sono un colpo che il governo delle larghe intese potrebbe non essere in grado di reggere. Anche perché si tratta di un ministro scelto direttamente da Napolitano. Però ieri le voci si sono rincorse per tutta la giornata. Prima di tutto si raccontava di uno sfogo dello stesso guardasigilli: “Non ne posso più, mi hanno preso di mira”. E se si dimettesse lei prima di mercoledì? Da Letta pare che ieri non sia arrivata nessuna sollecitazione diversa da quelle delle scorse settimane. Però il tam tam delle voci raccontava pure che è in corso la ricerca di un eventuale sostituto. Ricerca difficile. E dunque, mettere in discussione lei potrebbe voler dire mettere in discussione il governo intero. A parte Grillo e i Cinque Stelle che le dimissioni le chiedono e insistono, l’unico che si esprime senza se e senza ma è Pippo Civati: “Chiedo che il gruppo del Pd voti questa decisione al suo interno”, scrive sul suo blog. Ovvero voti se dire sì alla mozione di sfiducia.

LUNEDÌ o martedì, ci sarà l’assemblea di gruppo, fanno sapere dalla segreteria democratica, e si voterà per decidere. Ma qual è la posizione ufficiale del partito e del segretario Epifani? Non è dato conoscerla. Dal Nazareno spiegano che la ufficializzeranno durante l’assemblea e invitano a concentrarsi sulle problematiche del Pdl. Un modo di prendere tempo evidentemente. Per quanto il capogruppo Roberto Speranza sembra rimanere sulla linea del no alla sfiducia. Tutti temono la posizione di Renzi. Civati lo incalza: “Siccome oltre a me anche lui ha fatto capire di volere le dimissioni del ministro, e siccome conta su una larga schiera di deputati (i “suoi” e i fassiniani, i veltroniani, i lettiani, i franceschiniani che lo sostengono ), è probabile che la decisione passi”. Renzi però è meno barricadero di quanto si potrebbe pensare. Almeno per ora. Parte dalla premessa che “le dimissioni si danno e non si chiedono” e fa sapere che al-l’assemblea del gruppo se Epifani arriverà con una posizione chiara lui non lo osteggerà, quale essa sia. Se invece ci sarà un dibattito, allora i renziani chiederanno di votare per le dimissioni della Cancellieri. E poi si atterranno alla maggioranza.

UNA POSIZIONE piuttosto contorta, spiegata in parte col fatto che il sindaco non vuole passare neanche stavolta per quello che mette la parola fine alle larghe intese. Ma la realtà è anche un’altra: i parlamentari che hanno firmato per appoggiare la candidatura di Matteo alla segreteria sono 200, però quelli che lui effettivamente controlla sono una sessantina. I franceschiniani, per dire, tutti renziani dell’ultima ora, voterebbero una decisione che rischia di affossare il governo? Renzi rischia di andare sotto alla prima prova di forza da segretario in pectore. Il tempo in questo caso evidentemente serve a tutti per arrivare a una mediazione e/o a una strategia: sarà per questo che quella di ieri è la giornata dei silenzi, non dei proclami roboanti.

Giachetti: “Digiuno perché sul Porcellum il Pd non fa nulla

giachetti
Da Il Fatto Quotidiano del 08/10/2013. Wanda Marra attualitàSulla legge elettorale è tutto fermo. In 4 mesi ci sono state tantissime parole e nessun fatto”: così Roberto Giachetti, vice presidente della Camera, renziano, motiva la sua decisione di riprendere lo sciopero della fame per dire no al Porcellum. L’ultimo era durato 123 giorni. “Era stata votata l’urgenza in Senato, il 4 agosto, il che vuol dire che dopo 30 giorni ci sarebbe dovuto essere un testo in Aula. Anche calcolando la pausa estiva, sono passati più di due mesi, e in Commissione sono ancora ai punti di convergenza. Ovvero, un accordo non c’è”. Giachetti 4 mesi fa aveva presentato una mozione per il Mattarellum: gli votarono contro tutti, compreso il Pd, tranne M5S e Sel. Così Giachetti è stato protagonista di un botta e risposta col presidente del Consiglio, da lui criticato per aver detto in tv da Fazio di essere fermamente per il Mattarellum. “Contano i fatti”, aveva replicato il deputato Pd. Per sentirsi rispondere in Aula dal premier: “Se ognuno pensa a piantare la sua bandierina, la legge elettorale non la faremo mai”. Lui ieri ha ribadito: “A questo punto a me non interessa neanche che sia il sistema sia per forza il Mattarellum. Ma serve una legge che consenta agli elettori di eleggere i loro eletti e di garantire la governabilità. Altrimenti, vuol dire che vogliono le larghe intese per i prossimi 15 anni”. Giachetti è stato bersagliato di critiche praticamente da tutte le componenti del suo partito, renziani esclusi, ovviamente. Per il bersaniano D’Attorre “è interessato a farsi pubblicità più che a trovare davvero il modo di superare il Porcellum”. E il senatore lettiano, Francesco Russo: “Non inizi uno sciopero che potrebbe creare confusione tra gli elettori. Facciamo lavorare i nostri senatori”. Dichiarazioni che non sono piaciute ai renziani Anzaldi e Marcucci: “Il governo Letta-Alfano val bene un Porcellum? Le dichiarazioni del collega Russo sono sorprendenti e se confermate sarebbero gravi. Sarebbe opportuna una smentita”. Intanto, Giachetti va avanti per la sua strada e per il 31 ottobre lancia il No Porcellum day: iniziative in tutta Italia, con una manifestazione a Roma da Eataly.

D’Alema assediato dai militanti: “Salvate Berlusconi?”

corel
Da Il Fatto Quotidiano del 29/08/2013. Wanda Marra attualità

NELLA CITTA’ DI MATTEO RENZI, L’EX PREMIER FA I CONTI CON L’INSOFFERENZA DELLA BASE. “LETTA? NON SO SE DURA”.

Per favore non mi chiedete di commentare quel che Renzi dirà. Non ho tempo. E neanche voglia”. Massimo D’Alema arriva nella tana del lupo, ma il lupo non c’è ad accoglierlo. Festa Democratica di Firenze, primo appuntamento importante del Lìder Maximo nei giorni in cui tutti parlano del voto in Giunta sulla decadenza di B. Ci vanno giù diritti tutti, dai cronisti ai militanti: “Lo salvate?”, è il ritornello, urlato o sussurato. Lui esordisce con un convinto e coriaceo: “Non diciamo sciocchezze”. Si lancia in qualche dettaglio cosiddetto tecnico: “Poi, a un certo punto arriverà la decisione sull’interdizione dai pubblici uffici”. Sminuisce le aperture di Violante degli scorsi giorni. Ma poi mentre fa il giro tra cucine e militanti il tono cambia.
SARÀ per l’attacco di un vecchio ex tesserato: “Sono 20 anni che il partito mi chiede il sangue e io l’ho dato. E adesso, che mi dite? Che fate? Io mi vergogno di stare al governo col Pdl e voi lo salverete. Ho anche restituito la tessera, ma il Pd non lo voto più”. Urla. “Il sangue vi ho dato, il sangue”. D’Alema s’allontana. È lo stand dei Giovani Democratici. “Facciamo una foto con Gramsci”. E lui: “Povero Gramsci”. E poi, mentre si mette in posa: “Ma qual è l’associazione tra i Giovani del Pd e la birra?”, chiede. Ogni riferimento a Pier Luigi Bersani non è puramente casuale. Il giro tra i volontari ha qualcosa di mesto. D’Alema fa le foto coi bambini e stringe mani. Dai tavolini dei ristoranti c’è chi lo guarda come una visione, qualcosa di inaspettato. Davanti a una cucina si ferma per 5 minuti a parlare di ribollita. E di minestra di cavolo nero. “Sono cose che ho imparato un po’ di tempo fa, circa una quarantina d’anni fa, quando facevo il segretario a Pisa”. Approfittando del momentaneo buonumore uno dei cuochi s’avvicina: “Ma insomma, lo salvate, eh?”, gli dice, mentre gli dà una pacca sulla spalla. “Io non c’entro, non c’entro niente”. L’aveva detto pure prima davanti ai giornalisti che lui in Giunta non ci sta, ma mentre allarga le braccia davanti a un interlocutore informale sembra davvero voler marcare una distanza. D’altra parte lo fa sull’Imu: “Penso che si sia arrivati a una soluzione equilibrata, nel senso che è stata cancellata la prima rata e poi subentrerà un’altra tassazione gestita dai Comuni”. E soprattutto: “Adesso il governo si può dedicare ad altre question più serie”. Ma insomma, il governo è salvo? “Non lo so”. Un pronostico? “Ragionevolmente durerà fino al 2015”. Distacco. Lo stesso che ribadisce rispetto a Matteo Renzi. “Quando si faranno le primarie per la premiership lui correrà. Ma poi serve un segretario”. Altra stoccata all’indirizzo di Bersani: “Come hanno dimostrato eventi recenti non è detto che chi fa bene un mestiere ne possa fare bene anche un altro”. Anche qui, lancia un sassolino: “Poi certo, se Renzi si dovrà preparare per tanto tempo, 3 – 4 anni, la questione è diversa”. Quindi il governo dura? “Non lo so”.

È UN MASSIMO D’Alema decisamente sotto tono quello di Firenze. Sembra quasi a disagio, nella parte dell’ospite d’onore senza un ruolo chiaro. Anch’io sono un leader fuori dal Parlamento”, dice, riferendosi ancora a B. E dell’ospite d’onore senza padrone di casa. “Da quanto non vede il Sindaco?”. Non risponde. Lui Renzi si è guardato bene da andare ad accoglierlo, ma i rapporti tra i due rimangono (tanto è vero che ha mandato il fedelissimo Dario Nardella). Dove porteranno le relazioni tra i due non si sa, visto che Max vuole Cuperlo segretario . Ad accogliere il Lìder Maximo c’è Patrizio Mecacci, segretario del partito fiorentino. Nato come dalemiano, poi “moderatamente bersaniano” (parole sue).

Non è facile barcamenarsi in questa fase, con D’Alema e Bersani che non si parlano e Renzi che ancora non si capisce che vuole fare. “Cuperlo è il mio candidato”, dice pure Mecacci. Ma in realtà il sindaco di Firenze è sempre più intenzionato a correre per la segreteria. E magari pure a fare il sindaco: “Lui ha molte più energie di me. Ma sono ruoli impegnativi. Renzipotrebbe impegnarsi per il nuovo centrosinistra”. Intanto, si fa sera. E D’Alema si prende qualche soddisfazione con l’intervista quasi tutta su temi esteri con Colin Crouch, politologo inglese.

Rinvio alla Consulta: il Pd dirà di no

corel

Da Il Fatto Quotidiano del 28/08/2013. Wanda Marra

Deputato democratico
Matteo Orfini.

La legge Severino è costituzionale e il Pd deve dire no all’ipotesi di sottoporla alla Consulta”. Matteo Orfini, esponente di spicco dei Democratici, da sempre all’ala sinistra del partito, è netto.
Onorevole Orfini, ma allora Berlusconi alla fine lo salvate?
No, non lo salveremo, perché abbiamo chiaro che ci sono principi che vengono prima di tutto. La legge è uguale per tutti. Noi abbiamo detto prima della condanna che si dovevano scindere le vicende di Berlusconi da quelle del governo. E lui una volta che la sua condanna è definitiva deve pagare il suo debito con la giustizia.
Sì, ma ormai le aperture e i distinguo si moltiplicano. Violante al Corriere della Sera ha detto che rimandare la legge alla Consulta non sarebbe dilazione, ma applicazione della Costituzione. Non è d’accordo?
Io ho grande rispetto dell’opinione di tutti, soprattutto di quella di Violante, ma non la condivido. Non penso che la Severino sia incostituzionale, nessuno aveva mai fatto quest’obiezione prima della vicenda Berlusconi. Nemmeno il Pdl.
E quindi?
Ci si deve limitare ad applicare la legge e votare la decadenza. Vedo anch’io la peculiarità di Berlusconi come leader politico sostenuto da milioni di italiani, ma penso che questo ruolo si possa svolgere fuori dal Parlamento.
Come ha detto D’Alema, mettendo insieme Grillo e Berlusconi, in quanto “pregiudicati amati dagli italiani”.
Come Grillo. Ma anche come leader che pregiudicati non sono: D’Alema medesimo , Veltroni, Renzi.
Quella di Violante dunque non è la posizione del Pd?
No, è quella espressa dal segretario in giù sulla decadenza.
Però la questione del rinvio alla Consulta potrebbe essere una scappatoia. Anche per il Pd.
Chiunque ne vede la strumentalità. Il giorno dopo la sentenza si è gridato al colpo di Stato. Poi si è parlato di guerra civile. E poi di grazia, amnistia, salvacondotto. Tutti strumenti tirati in ballo per salvare Berlusconi. Per arrivare al rinvio alla Corte. La posizione del Pd non può cambiare e non cambierà.
Tra i favorevoli a una soluzione come questa, però, ci sono alcuni degli uomini più vicini a Napolitano, a partire da Ranieri. Non sarà che sanno che per il Colle è una strada percorribile, come peraltro scrive anche il Foglio?
Credo che sarebbe sbagliato attribuire al Quirinale volontà di questa natura. Escludo che il Colle faccia pressione in un senso o nell’altro.
Anche se ci sono una serie di costituzionalisti interpellati ad hoc che dicono che si può fare?
Sono generalmente contrario alla dittatura dei costituzionalisti. Ho trovato surreale la vicenda dei saggi che dovrebbero insegnarci come scrivere la Costituzione. La nostra Carta è stata scritta da persone che fino a poco prima tenevano il fucile in mano per difendere l’Italia.
Monti intanto chiede la grazia per Berlusconi.
Monti è piuttosto confuso ultimamente. È preoccupato di trovare uno spazio politico e quindi guarda agli elettori di Berlusconi.
Insomma, il Pd se qualcuno chiederà in Giunta il rinvio della Severino alla Corte, voterà no?
Sì. In un paese normale il Pdl chiederebbe scusa agli italiani e cambierebbe la leadership. Alfano ci chiede di comportarci come se Berlusconi fosse un nostro senatore. Noi col nostro Statuto non l’avremmo nemmeno candidato.
Ma voi con questo Pdl ci governate.
Sì, stiamo riuscendo a fare anche cose positive, come la stabilizzazione dei precari della Pa. Ma il governo può andare avanti se il Pdl scinde i piani, cosa che non mi pare stia facendo. La richiesta di iniziative volte a tutelare Berlusconi è irricevibile.
I Democratici al governo sembrano intenzionati a restarci. Fino a che punto si può forzare?
Non credo sia così. Il primo che non ha questo atteggiamento è il presidente del Consiglio. Che sulla decadenza di B. è stato fermo e condivisibile. I ministri del Pd sono impegnati in un una battaglia difficile sull’Imu.
Il Pdl non demorde: vuole togliere l’Imu a tutti.
Io credo che anche da questo punto di vista sia bene non accettare il ricatto. Chi può, deve continuare a pagare. Noi abbiamo bisogno di ridurre le diseguaglianze, non di aumentarle. E non possiamo accettare bandierine ideologiche.
Si parla di nuove maggioranze, di un Letta bis. Scenari possibili?
Mi pare difficile. Ma se saltasse tutto si dovrebbe comunque cercare una maggioranza per fare legge elettorale. Ma il Pd è l’unico a volerla cambiare. Grillo ha detto che dobbiamo mantenere il Porcellum, perché favorisce loro. Questo dimostra la sua malafede. Spero che i 5 Stelle se ne accorgano.
Il Pd però ha votato contro la mozione Giachetti per il ritorno al Mattarellum.
Quella era una mozione. Ora dal Pd è venuta un’accelerazione

La legge Severino è costituzionale e il Pd deve dire no all’ipotesi di sottoporla alla Consulta”. Matteo Orfini, esponente di spicco dei Democratici, da sempre all’ala sinistra del partito, è netto.
Onorevole Orfini, ma allora Berlusconi alla fine lo salvate?
No, non lo salveremo, perché abbiamo chiaro che ci sono principi che vengono prima di tutto. La legge è uguale per tutti. Noi abbiamo detto prima della condanna che si dovevano scindere le vicende di Berlusconi da quelle del governo. E lui una volta che la sua condanna è definitiva deve pagare il suo debito con la giustizia.
Sì, ma ormai le aperture e i distinguo si moltiplicano. Violante al Corriere della Sera ha detto che rimandare la legge alla Consulta non sarebbe dilazione, ma applicazione della Costituzione. Non è d’accordo?
Io ho grande rispetto dell’opinione di tutti, soprattutto di quella di Violante, ma non la condivido. Non penso che la Severino sia incostituzionale, nessuno aveva mai fatto quest’obiezione prima della vicenda Berlusconi. Nemmeno il Pdl.
E quindi?
Ci si deve limitare ad applicare la legge e votare la decadenza. Vedo anch’io la peculiarità di Berlusconi come leader politico sostenuto da milioni di italiani, ma penso che questo ruolo si possa svolgere fuori dal Parlamento.
Come ha detto D’Alema, mettendo insieme Grillo e Berlusconi, in quanto “pregiudicati amati dagli italiani”.
Come Grillo. Ma anche come leader che pregiudicati non sono: D’Alema medesimo , Veltroni, Renzi.
Quella di Violante dunque non è la posizione del Pd?
No, è quella espressa dal segretario in giù sulla decadenza.
Però la questione del rinvio alla Consulta potrebbe essere una scappatoia. Anche per il Pd.
Chiunque ne vede la strumentalità. Il giorno dopo la sentenza si è gridato al colpo di Stato. Poi si è parlato di guerra civile. E poi di grazia, amnistia, salvacondotto. Tutti strumenti tirati in ballo per salvare Berlusconi. Per arrivare al rinvio alla Corte. La posizione del Pd non può cambiare e non cambierà.
Tra i favorevoli a una soluzione come questa, però, ci sono alcuni degli uomini più vicini a Napolitano, a partire da Ranieri. Non sarà che sanno che per il Colle è una strada percorribile, come peraltro scrive anche il Foglio?
Credo che sarebbe sbagliato attribuire al Quirinale volontà di questa natura. Escludo che il Colle faccia pressione in un senso o nell’altro.
Anche se ci sono una serie di costituzionalisti interpellati ad hoc che dicono che si può fare?
Sono generalmente contrario alla dittatura dei costituzionalisti. Ho trovato surreale la vicenda dei saggi che dovrebbero insegnarci come scrivere la Costituzione. La nostra Carta è stata scritta da persone che fino a poco prima tenevano il fucile in mano per difendere l’Italia.
Monti intanto chiede la grazia per Berlusconi.
Monti è piuttosto confuso ultimamente. È preoccupato di trovare uno spazio politico e quindi guarda agli elettori di Berlusconi.
Insomma, il Pd se qualcuno chiederà in Giunta il rinvio della Severino alla Corte, voterà no?
Sì. In un paese normale il Pdl chiederebbe scusa agli italiani e cambierebbe la leadership. Alfano ci chiede di comportarci come se Berlusconi fosse un nostro senatore. Noi col nostro Statuto non l’avremmo nemmeno candidato.
Ma voi con questo Pdl ci governate.
Sì, stiamo riuscendo a fare anche cose positive, come la stabilizzazione dei precari della Pa. Ma il governo può andare avanti se il Pdl scinde i piani, cosa che non mi pare stia facendo. La richiesta di iniziative volte a tutelare Berlusconi è irricevibile.
I Democratici al governo sembrano intenzionati a restarci. Fino a che punto si può forzare?
Non credo sia così. Il primo che non ha questo atteggiamento è il presidente del Consiglio. Che sulla decadenza di B. è stato fermo e condivisibile. I ministri del Pd sono impegnati in un una battaglia difficile sull’Imu.
Il Pdl non demorde: vuole togliere l’Imu a tutti.
Io credo che anche da questo punto di vista sia bene non accettare il ricatto. Chi può, deve continuare a pagare. Noi abbiamo bisogno di ridurre le diseguaglianze, non di aumentarle. E non possiamo accettare bandierine ideologiche.
Si parla di nuove maggioranze, di un Letta bis. Scenari possibili?
Mi pare difficile. Ma se saltasse tutto si dovrebbe comunque cercare una maggioranza per fare legge elettorale. Ma il Pd è l’unico a volerla cambiare. Grillo ha detto che dobbiamo mantenere il Porcellum, perché favorisce loro. Questo dimostra la sua malafede. Spero che i 5 Stelle se ne accorgano.
Il Pd però ha votato contro la mozione Giachetti per il ritorno al Mattarellum.
Quella era una mozione. Ora dal Pd è venuta un’accelerazione

Parla il Lìder Maximo le correnti Pd vanno in tilt

corel
LE RIVELAZIONI DEL “FATTO ” FANNO SALTARE I NERVI AI DEMOCRATICI: LETTA, LIQUIDATO, NON L’HA PRESA BENE. I BERSANIANI: VOTO SUBITO, NIENTE CONGRESSO.

Se dovesse precipitare tutto, il congresso non sarebbe più per eleggere un segretario ma un candidato premier e Letta sarebbe il profilo giusto”. Il velo delle reticenze si squarcia di mattina. E il responsabile organizzazione del Pd, Davide Zoggia, ospite ad Omnibus, dice quello che tutti i suoi colleghi di corrente bersaniani pensavano da tempo, ma finora si limitavano a far capire. Voto subito (“nessuna maggioranza alternativa”, anche perché “pensare di allearsi” con i grillini, dunque “con forze politiche che offendono il capo dello Stato è impensabile”) e Letta in campo.
NIENTE primarie, per la segreteria, ma (forse) per la premiership. Le parole di D’Alema riportate dal Fatto evidentemente arrivano come pietre nel dibattito congressuale del Pd. E in effetti, il Lìder Maximo propone il suo schema di gioco, allo stato puro e senza mezzi termini. “Letta è solo un leader di transizione, non sarà utile una seconda volta. Per il futuro io immagino Gianni Cuperlo alla segreteria del partito e Matteo Renzi a Palazzo Chigi”. Uno schema al quale lavora da tempo, accarezzando il progetto di tenersi il Pd e di essere lui quello che dà l’investitura al giovane Matteo (l’aveva detto qualche tempo fa a Otto e mezzo: se segue i miei consigli, se studia, sarà presidente del Consiglio). Adesso però lo schema si aggiorna, immaginando l’attuale premier se non proprio a casa, in un ruolo assolutamente marginale. Tant’è vero che una smentita che in realtà non smentisce nulla si fa attendere, ma alla fine arriva. Alle 15 e 52, l’Ansa batte le dichiarazioni di Daniela Reggiani, la portavoce dell’ex premier: “’Le dichiarazioni attribuite da Il Fatto a Massimo D’Alema sono il frutto di un resoconto parziale, talora distorto e forzato. Ne esce fuori una ricostruzione del suo incontro con i militanti del Pd alla festa di Taizzano che non è fedele ed è gratuitamente ed esageratamente polemica”. Sui contenuti e sulle posizioni sostanziali nessuna correzione. D’Alema costringe i Democratici a uscire allo scoperto. Provocando corti circuiti e reazioni scomposte. Nessuno sembra essere d’accordo con lui, ma al solito le correnti sono l’une contro l’altre armate. Se è per i bersaniani, loro Cuperlo non lo vogliono, preferiscono tenersi Epifani al partito e Letta al governo, nell’illusione di poter mantenere il controllo della situazione. Ecco Nico Stumpo: “D’Alema fa esperimenti. In laboratorio due corpi di peso diverso cadono alla stessa velocità, dal centesimo piano di un palazzo non è così. La politica non è la fisica”. Mentre spiega che se si va al voto le primarie per la premiership sono obbligate, quelle per la segreteria no. Bersani e D’Alema hanno litigato in occasione del voto per la presidenza della Repubblica e non si sono più ripresi. Anche le considerazioni su Letta qualcuno dei più maliziosi tra i Democratici le attribuisce almeno in parte a rancori personali: lui, Massimo, ci teneva a fare il ministro degli Esteri, ma è stato lasciato fuori. Sacrificato nel nome di larghe intese il più possibile rispettabili. I lettiani reagiscono in maniera gelida. Nello stile sobrio, abile e ostentatamente al di sopra delle parti del loro capofila non si lasciano andare ad attacchi frontali o a dichiarazioni urlate. “Ha smentito”, provano a dire. Nessuno vuole parlare. Sembra proprio un ordine di scuderia. Nessun commento neanche da Letta, ma chi lo conosce lo descrive come piuttosto irritato, anche perché finora ha detto in tutti i modi che vuole rimanere fuori dalle dinamiche congressuali. Però, se il governo dovesse cadere, è pronto a candidarsi contro Renzi. Una scelta che valuta quasi obbligata.

NESSUNA dichiarazione entusiasta nemmeno da Matteo Renzi (che peraltro sta in America) e dei suoi. La posizione del sindaco di Firenze è abbastanza chiara: non ci pensa proprio a passare per il prescelto da D’Alema (peraltro il suo primo rottamato). Senza contare che non ha rinunciato affatto a correre per la segreteria. Interessante a questo proposito il ragionamento di Alfredo d’Attorre (bersaniano): “Cuperlo segretario dovrebbe avere l’appoggio anche di Renzi”. Ma in base a cosa ? I renziani con Dario Nardella però attaccano frontalmente Zoggia: “Mi chiedo che senso abbia che un partito si chiami democratico se rifiuta un congresso ed esclude le primarie per la scelta del candidato premier”. Poi: “Queste dichiarazioni irresponsabili non fanno altro che danneggiare inutilmente Letta e il governo lasciando pensare che la crisi sia cosa già scontata”. Anche uno degli storici dalemiani come Latorre prende le distanze: “Massimo fa sempre riflettere, ma non la penso come lui. Segretario e candidato premier devono coincidere”.

PUGNO DURO: NON VOTANO LA FIDUCIA E ALLORA IL PD CHE FA? LI CACCIA (Wanda Marra).

corel
Da Il Fatto Quotidiano del 26/04/2013. Wanda Marra attualità

I (NUOVI) VERTICI DEL PARTITO MINACCIANO: FUORI DAL GRUPPO CHI DICE NO.
Chi non vota la fiducia è fuori dal Pd”. Francesco Boccia ci mette la faccia, davanti ai microfoni di SkyTg24. E dunque, se qualcuno non se la sente di dire sì al governo di Enrico Letta e alle larghe intese col Pdl, il Pd che fa, li caccia? Sì, li caccia. Per dirla alla democratica, però, con il capogruppo a Montecitorio, Roberto Speranza: “Il voto di fiducia a un governo non è un voto di coscienza, ma è una scelta identitaria che sancisce l’appartenenza a un partito. Quindi chi non la vota è automaticamente fuori”. Aveva messo il dito sulla piaga Laura Puppato: “Se ci fosse un governo di Letta con Alfano vice premier, alla Giustizia magari Brunetta, la Gelmini all’Istruzione, Schifani all’Interno allora davvero io ho un problema di coscienza… e non lo voto”. Pronta la replica di Boccia: “Nessuno può anteporre personalismi a interessi collettivi così importanti”. E lei: “Niente minacce: di minacce non si vive e non si lavora”. Allora, Boccia prova a metterla in un altro modo: “Mica stiamo parlando dell’eutanasia, del testamento biologico o dell’aborto: la fiducia si vota secondo le indicazioni del gruppo. Non è un voto di coscienza”. Non è esattamente d’accordo, Pippo Civati. “Io la fiducia non la voto. E mi fa piacere che Letta debba mandare il suo secondo, Boccia, a metterci la faccia per parlare di espulsioni. Non fa che accrescere il consenso intorno a me.E dimostra che non riesce a fare le larghe intese neanche nel Pd”.

PARLA di “clima da stronzi”, Civati. Sintesi efficace, visti i comportamenti che hanno guidato “i gruppetti di potere” (definizione di Marianna Madia che ha detto di no a Marini e però la fiducia la vota) nelle ultime settimane. Ancora Civati. “L’unità del Pd si ritrova solo se c’è una discussione”. Le facce stravolte dei Democratici che uscivano dal cinema Capranica dopo che si era annunciata la candidatura di Franco Marini al Quirinale, senza concedere neanche un supplemento di discussione, resteranno nella memoria collettiva. Così come gli insulti di tutti contro tutti volati fuori dall’Aula di Montecitorio, dopo i 101 voti mancati a Romano Prodi. Una caccia alle streghe che per ora non ha dato nessun volto ai “traditori” (copyright Bersani). “Noi nella direzione abbiamo dato il via a fare il governo che ci chiede Napolitano”, ancora Boccia. E non fa niente che i militanti occupino le sezioni, che la bistrattatissima base non capisca e che il sentimento di delusione collettiva sia enorme. “Non posso decidere ora cosa farò, ma non si può votare la fiducia a un governo che imbarca i rappresentanti degli ultimi esecutivi del Pdl e qualche vecchia gloria democratica”, dice pure il prodiano Sandro Gozi. Sul no esplicito alla fiducia per ora sono in pochi: oltre a Civati, Gozi e Puppato, Corradino Mineo, Walter Tocci. In grave difficoltà è Gianni Cuperlo, qualche dissenso lo mostra anche Sandra Zampa. Civati sostiene che sulle sue posizioni ci sono una decina di parlamentari “coperti”. I Giovani Turchi sono “prigionieri politici” ma diranno di sì. Visto com’è andata finora, sono le vendette incrociate quelle che fanno più paura: e se qualche big non riuscisse ad avere il dicastero che agogna e decidesse di fare uno sgambetto a chi non gliel’ha dato? Ieri a Montecitorio c’era chi parlava dell’eventualità di un direttorio all’interno dei gruppi parlamentari del Pd, con il compito di decidere le sanzioni. Bersani si era inventato la firma di una Carta d’intenti per garantire la fedeltà alle scelte di Italia Bene Comune. Vendola si è sfilato nel voto su Napolitano, la carta è straccia, l’alleanza è finita. “Il direttorio? Non c’è bisogno: chi non vota la fiducia è automaticamente fuori”, dice ancora Speranza. Mentre Franceschini spiegava che non ci si può mettere all’opposizione del governo restando nel principale partito di maggioranza. “Posso capire le ragioni di chi dissente, ma a quel punto dovrebbe trarre le sue conclusioni. Andandosene”, dice il suo braccio destro, Giacomelli. E la lettiana Paola De Micheli: “Siamo pronti ad ascoltare i problemi di tutti, ma sulle decisioni finali siamo fermissimi. Scattano i regolamenti dei gruppi e del partito”. Sulla linea della fermezza persino la Serracchiani.

A SCORRERE le dichiarazioni di ieri, si nota che le più affettuosamente vicine a Letta sono quelle di Renzi. “No a veti incrociati. Siamo al suo fianco con una forte condivisione”. Sul tema: “Spero che chi sta in Parlamento non faccia mancare la fiducia”. Chi non vota è fuori? “Non sono io a do-vermene occupare”, risponde. Per ora. Perché sono quasi spariti dai radar i bersaniani, a parte Speranza, che ha un ruolo istituzionale. Hanno fatto un passo indietro Orfini e Orlando, onnipresenti ospiti tv negli ultimi mesi. Ecco arrivare invece i lettiani, Boccia e Marco Meloni. Il più fedele collaboratore? Franceschini. L’interlocutore più affidabile? Renzi. Non saranno caminetti, ma forse conversazioni skype. Comunque la nuova cabina di regia democratica si è formata.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: