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Nsa, Snowden: “Stati Uniti hanno fatto pressioni su Ue per favorire spionaggio”

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 7 marzo 2014 attualità
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Per la talpa del Datagate, la privacy dei cittadini europei è minacciata dalla National Security Agency che, con le sue pressioni nei confronti dei paesi membri, ha trasformato “l’Europa in un bazar”
a National Security Agency americana ha fatto pressioni sui paesi membri dell’Unione europea per modificare le loro leggi così da rendere possibile lo spionaggio di massa”. Parola della ‘talpa’ Edward Snowden, che ha rivelato questo e altri particolari in un dossier al Parlamento europeo di Bruxelles. Le rivelazioni del candidato premio Nobel per la pace, tuttavia, non finiscono qui e contribuiscono a mettere insieme gli ultimi tasselli mancanti dello scandalo Datagate e il modus operandi degli Stati Uniti d’America in tema di spionaggio digitale. Stando a quanto scrive Snowden nel rapporto all’Europarlamento, infatti, la Nsa “non solo permette e guida, ma condivide alcuni sistemi di sorveglianza di massa” con i paesi Ue, con gli Usa che avrebbero fatto pressioni sugli stati membri dell’Unione europea non concedergli l’asilo dopo l’esplosione mediatica della vicenda che lo vede coinvolto. Sempre in tema di pressioni, la ‘talpa’ del Datagate ha inoltre rivelato che alcuni parlamentari gli hanno detto che gli Stati Uniti “non permetteranno” ai partner europei di offrigli asilo.

Snowden, però, ha scritto anche altro, facendo intendere che la vicenda Nsa potrebbe regalare nuovi, clamorosi sviluppi. “Ci sono molti altri programmi di spionaggio non ancora rivelati che avrebbero un impatto sui diritti dei cittadini europei” ha aggiunto l’informatico statunitense, aggiungendo anche i nomi di altri enti o associazioni del Vecchio continente spiate dal grande fratello made in Usa. “Tutte le operazioni sospettate contro Belgacom, Swift, le istituzioni Ue, l’Onu, l’Unicef e altri basate su documenti che ho fornito sono realmente accadute e mi aspetto che operazioni simili saranno rivelate in futuro” ha detto Edward Snowden nel rapporto all’Europarlamento, assicurando di poter “confermare che tutti i documenti riportati finora sono autentici e non modificati”.

Da questo dato di fatto l’accusa più infamante nei confronti dei ‘suoi’ Stati Uniti. Per la talpa, infatti, la privacy dei cittadini europei è fortemente minacciata dai programmi di spionaggio della National Security Agency americana che, con le sue pressioni nei confronti dei paesi membri, ha trasformato “l’Europa in un bazar”. A sentire Snowden, quindi, il risultato degli accordi che l’Nsa ha preso, più o meno segretamente, con gli stati europei per permettere lo spionaggio di massa, è “un bazar europeo in cui ad esempio la Danimarca potrebbe concedere all’Agenzia americana l’accesso ad un centro raccolta dati ottenendo in cambio che i suoi cittadini non siano spiati. E lo stesso potrebbe fare la Germania“. Il punto però, sostiene Snowden, è che essendo i centri per la raccolta dei dati di Danimarca e Germania collegati, alla fine l’Nsa può ottenere tutte le informazioni che vuole.

Non solo. ”Una delle principali attività della Divisione affari esteri (Fad) della Nsa è fare pressione o incentivare gli stati membri dell’Ue per cambiare le loro leggi per permettere la sorveglianza di massa”, spiega Snowden nelle risposte fornite agli europarlamentari. In particolare, “avvocati della Nsa, così come quelli della corrispettiva britannica, la GCHQ, lavorano molto duramente per cercare ‘buchì nella legislazione e nelle garanzie costituzionali che loro possono usare per giustificare operazioni di sorveglianza indiscriminata e massiccia”. E “questi sforzi di interpretazione di leggi vaghe vaghe è una strategia intenzionale per evitare l’opposizione pubblica e l’insistenza dei legislatori per il rispetto dei limiti legali”, che la GCHQ descrive nei suoi documenti interni, ricorda Snowden, come “dannoso dibattito pubblico“.

IN PARADISO Maxi – evasione gli Usa a caccia in Svizzera

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BROKER IN AMERICA PER SPIEGARE COME PORTARE VIA 12 MILIARDI
Fatto Quotidiano del 27/02/2014 di Alessio Schiesari attualità
Credit Suisse ha aiutato 22 mila correntisti statunitensi a evadere le tasse su 12 miliardi di dollari. Sono cifre da capogiro quelle pubblicate dalla commissione d’inchiesta permanente del senato Usa che sta indagando su quattordici banche elvetiche. Tra queste la più grande è Credit Suisse che, per almeno cinque anni, avrebbe inviato i propri commerciali oltreoceano per convincere i contribuenti americani ad aprire conti secretati nel paradiso alpino. Gli emissari delle banche, che ingannava- no le dogane dichiaran- do che il loro era un viaggio turistico e non d’affari, fornivano ai ricchi correntisti statunitensi tutte le informazioni necessarie per eludere i controlli. Ad esempio, come inviare il denaro in tranche inferiori ai 10 mila dollari per evitare le dichiarazioni fiscali, o indicando dove ottenere carte prepagate anonime. Secondo i senatori Usa, la filiale di Credit Suisse all’aeroporto di Zurigo è dedicata proprio ai clienti stranieri che usavano l‘istituto di credito per eludere il fisco. Già venerdì scorso, la banca elvetica ha accettato di pagare a Sec, il corrispettivo usa della Consob, una multa di 196 milioni di dollari. Secondo la stampa Usa si tratterebbe però solo di un magro antipasto del menu preparato dal dipartimento di Giustizia che già nel 2009 ha comminato a Ubs, il principale istituto di credito elvetico, un’ammenda di 780 milioni di dollari. Nella relazione di ieri la commissione del senato critica anche la condotta del dipartimento di giustizia che, invece di utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per perseguire l’evasione, si sarebbe limitato a inol- trare delle rogatorie a Berna. Una strategia inefficiente (la legislazione svizzera tutela il segreto bancario) che avrebbe permesso di identificare solo 238 potenziali evasori sui 22 mila totali. Il senatore John McCain, ex candidato presidente per il Gop e membro della commissione, ha criticato “l’inefficienza del- la giustizia che ha permesso al problema dei conti offshore di trascinarsi nel tempo”. Da quando l’amministrazione Obama ha deciso di inasprire i controlli sui paradisi fiscali sono stati concessi due condoni: uno dedicato ai contribuenti infedeli cui hanno ader- tito in 44 mila e uno riservata un centinaio di banche svizzere (in cui, a fronte del paga- mento di una penale veniva offerta l’immu- nità penale).

Syrialeaks: come dare la colpa ad Assad

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Fonte megachip.globalist.it di Pino Cabras. 30/08/2013 attualità
Quando il Daily Mail parlava di «Piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche contro la Siria e dare la colpa al regime di Assad».
CON AGGIORNAMENTO IN CODA ALL’ARTICOLO

Un titolo netto sul Daily Mail, un quotidiano da due milioni di copie in edicola e da tre milioni di utenti online al giorno: «Piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche contro la Siria e dare la colpa al regime di Assad».

Il titolo in questione risale al 29 gennaio 2013. L’edizione online delDaily Mail ha pubblicato un’interessante storia – a firma di Louise Boyle – in grado di gettare la giusta luce investigativa sui tragici attacchi col gas verificatisi in Siria sette mesi dopo, ad agosto 2013.

Ogni tanto, la grande stampa riporta qualche fatto importante che suona totalmente diverso dal racconto di fondo, ma quando questo avviene è un fuoco di paglia che viene subito estinto.

Naturalmente, pochi giorni dopo la pubblicazione, l’articolo era già sparito dagli archivi online del giornale, ma per fortuna non è così facile fare sparire l’informazione da internet una volta che vi abbia fatto capolino. Pertanto siamo in grado di riproporvi l’articolo ed esporre qui i tratti salienti.

Lo scrittore Roberto Quaglia parla di «Legge delle Prime Ventiquattrore. Nell’epoca dei mass media informazioni reali e significative vengono occasionalmente riferite al pubblico da giornalisti in buona fede durante le prime ore che seguono un evento. Poi una invisibile catena di comando evidentemente si attiva e le notizie vere, ma scomode, scompaiono in fretta e per sempre dal proscenio dei media. Solo le notizie comode – non importa se vere o se false – rimangono in circolazione. Per capire il mondo diventa quindi particolarmente interessante soffermarsi proprio sulle notizie soppresse.» Anche per il pezzo di Louise Boyle, è così. Fortuna che c’è Webarchive.

Il sottotitolo dell’articolo della Boyle recita così:

«E-mail trapelate da un fornitore della difesa trattano di armi chimiche dicendo che ‘l’idea è approvata da Washington’.»

Parte il racconto:

«Secondo Infowars.com, la e-mail del 25 dicembre è stata inviata dal direttore dell’area di sviluppo degli affari della Britam, David Goulding, al fondatore della società, Philip Doughty.

Vi si legge: “Phil … Abbiamo una nuova offerta. Si tratta di nuovo della Siria. I Qatarioti propongono un affare interessante e giuro che l’idea è approvata da Washington.

Dovremmo consegnare dell’armamento chimico (CW nell’originale, NdT) a Homs, una g-shell (bomba a gas, Ndt) di origine sovietica proveniente dalla Libia simile a quelle che Assad dovrebbe avere.

Vogliono farci dispiegare il nostro personale ucraino che dovrebbe parlare russo e realizzare una registrazione video.

Francamente, non credo che sia una buona idea, ma le somme proposte sono enormi. Qual è la tua opinione?

Cordiali saluti, David.”»

Come interpretare il messaggio? Nell’articolo si riassume così: «L’e-mail sarebbe stata inviata da un alto ufficiale a un appaltatore della Difesa britannica in merito a un attacco chimico “approvato da Washington” in Siria, da poter attribuire al regime di Assad.»

Insomma, il classico casus belli da scatenare con un atto spregevole “sotto falsa bandiera”, da attribuire al nemico. Una cosa impensabile per la stampa allineata, ma ben presente ai piani alti della pianificazione bellica. Abbiamo visto ad esempio con quanto candore uno dei frequentatori di questi piani alti, Patrick Lyell Clawson,dichiarava la necessità di un simile pretesto, in quel caso per attaccare l’Iran:

«Francamente, penso che sia molto difficile dare inizio ad una crisi. E faccio molta fatica a vedere come il presidente degli Stati Uniti possa davvero portarci in guerra contro l’Iran. Questo mi porta a concludere che se non si troverà un compromesso, il modo tradizionale con cui l’America entra in guerra sarebbe nel miglior interesse degli Stati Uniti.» Ossia con un casus belli generato da una provocazione.«Stiamo giocando una partita coperta con gli iraniani, e potremmo anche diventare più cattivi nel farlo», concludeva il falco di Washington.

Non sempre il potere si rivela in un modo così sfrontato ed esplicito. Nell’epoca di Wikileaks e di Edward Snowden le rivelazioni passano più spesso attraverso canali elettronici e contro il volere del governo. L’articolo del Daily Mail precisava che «le e-mail sono state diffuse da un hacker malese che ha anche ottenuto i curricula degli alti dirigenti e le copie dei passaporti attraverso un server aziendale non protetto, secondo quanto riferito da Cyber War News.»

E per far capire quanto i ribelli siriani alleati degli USA e del Qatar potessero essere spregiudicati (oltre che ben addestrati) nell’uso di armi chimiche, l’articolo incorporava anche un video nel quale questi provavano gli effetti delle armi chimiche sui conigli. Il video mostra immagini particolarmente crude, attenzione

Quando il Daily Mail parlava di «Piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche contro la Siria e dare la colpa al regime di Assad».

È quantomeno curioso, per non dire di peggio, che oggi la grande stampa non ritorni sulla notizia del quotidiano londinese per approfondirla. Invece succede che tutto venga stravolto dai tamburi della propaganda bellica.

Le pagine online del 28 e 29 agosto 2013 di tutti i principali quotidiani italiani, ad esempio, titolano che “la Siria minaccia di colpire l’Europa con le armi chimiche”, distorcendo in totale malafede una frase di un politico siriano che diceva tutt’altro. Il viceministro degli Esteri Faisal Maqdad criticava infatti i paesi che hanno aiutato «i terroristi» (ossia i ribelli jihadisti) ad usare le armi chimiche in Siria, ammonendo sul fatto che gli stessi gruppi nemici di Damasco «le useranno presto contro il popolo d’Europa». Tradotto: attenta Europa, ti stai allevando da sola le serpi in seno. La frase era correttamente riportata in mezzo all’articolo. Ma il lettore osservi qual è invece la cornice scelta da la Repubblica e da La Stampa (e tutti gli altri, compreso Il Fatto Quotidiano, fanno lo stesso):
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La Stampa attribuisce addirittura la frase ad Assad (giusto per fabbricare l’ennesimo Hitler da strapazzare). Proprio Assad, inun’intervista a un giornale russo ignorata dalle redazioni italiane, due giorni prima dichiarava: «A quei politici vorrei spiegare che il terrorismo non è una carta vincente che si possa estrarre e utilizzare in qualsiasi momento si voglia, per poi riporla in tasca come se niente fosse. Il terrorismo, come uno scorpione, può pungerti inaspettatamente in qualsiasi momento. Non si può essere per il terrorismo in Siria e contro di esso in Mali.»

Basta poco per capire che i giornali italiani danno una copertura della crisi siriana totalmente manipolata e inattendibile. In Italia è ormai impensabile che un giornalista mainstream possa produrre un’articolo controcorrente come quello del Daily Mail.

Ancora oggi, quel giornale britannico, pur in mezzo a omissioni e distorsioni, in uno dei suoi più recenti articoli manifesta comunque il sospetto fortissimo che l’attacco chimico non sia opera di chi vorrebbero farci credere i governi.

A Londra i giornali vogliono ancora vendere qualche copia fra chi non si accontenta della propaganda. Da noi i giornali non fanno nemmeno il minimo sindacale per essere comprati. E il lettore si trova in guerra senza nemmeno sapere perché.

AGGIORNAMENTO DEL 1° SETTEMBRE 2013:
La giornalista Maria Melania Barone mi segnala gentilmente che la ragione più importante che ha spinto il Daily Mail a ritirare l’articolo sta nella citazione in giudizio per diffamazione presentata da Britam, ilcontractor della Difesa menzionato nel pezzo di Louise Boyle. Le e-mail in questione, in base ala denuncia, sono state manipolate prima della divulgazione. Il Daily Mail ha pertanto rettificato la sua posizione ritirando l’articolo controverso.
E’ in ogni caso significativo che il sospetto di azioni “false flag” abbia raggiunto la prima pagina del secondo quotidiano britannico già molti mesi fa. La clamorosa bocciatura della mozione presentata dal primo ministro David Cameron alla Camera dei Comuni per l’attacco alla Siria è stata preceduta da un dibattito parlamentare in cui il vero convitato di pietra era proprio la possibilità che l’attacco chimico fosse un pretesto, tutte le volte che i parlamentari ponevano i loro dubbi sul suo vero autore. Ed è in ogni caso clamoroso il fatto che queste inchieste, e il risultato stesso della storica disfatta parlamentare di Cameron, siano stati praticamente ignorati dalla stampa italiana.

Terza Guerra Mondiale a un passo. L’Onu frena, ma Usa e Russia pronte a intervenire in Siria

corelFonte articolotre 6/06/3013 readazione attualità

G.C.- -5 giugno 2013- La denuncia arriva dalle Nazioni Unite, le quali hanno reso noto come esistano “motivi fondati” per ritenere che in Siria si stiano utilizzando armi chimiche, seppure in quantità limitata. Una conferma questa, che andrebbe ad avallare i timori che nei mesi sono stati esposti da più fronti. Tra chi incolpava dell’utilizzo di veleni i lealisti e chi invece puntava il dito contro i ribelli, anche il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama s’era messo in allarme, dichiarando che se l’utilizzo fosse stato provato, le forze americane sarebbero intervenute.

Per fare luce sull’avvenuto, l’Onu ha incaricato recentemente una Commissione ad hoc, la quale ha dovuto indagare sulle eventuali violazioni dei diritti umani e sull’utilizzo di armi tossiche nel conflitto che ormai da due anni si sta trascinando, provocando oltre 70mila morti. Sebbene si supponga che sia stato utilizzato il Sarin, il micidiale gas che agisce sul sistema nervoso, non è stato possibile determinare con esattezza quali siano le sostanze adoperate, così come chi, effettivamente, ne abbia fatto uso. Anche se, ovviamente, i sospetti ricadono sui militari in forza a Bashar al Assad, anche in relazione alle numerose denunce ricevute da parte dei ribelli.

Le indagini della Commissione, presieduta dal brasiliano Paulo Pinheiro si sono concentrate principalmente su quattro episodi d’attacco: quelli di Khan Al-Asal e di Oteiba, entrambi del 19 marzo, quello che ha visto colpire il quartiere di Aleppo, Sheikh Maqsud il 13 aprile e, infine, quello di Saraqeb del 29 dello stesso mese. Secondo i commissari, quasi sicuramente in queste occasioni sono state utilizzate armi chimiche, sebbene anche “altri incidenti rimangono sotto inchiesta”.

La difficoltà nel trovare risposte soddisfacenti e definitive nasce dal fatto che le Nazioni Unite non sono ancora in grado di poter effettuare analisi sui campioni di terra dei siti in cui si teme possano essere state utilizzate le armi chimiche, in quanto il regime ha fin’ora impedito agli ispettori dell’Onu di accedere nel Paese. Per adesso, dunque, le conferme hanno origine soltanto dalle dichiarazioni e dalle testimonianze dei rifugiati, dei medici e dei feriti siriani. Nonchè dal governo francese, che proprio ieri ha annunciato di possedere prove inconfutabili al riguardo. Il Ministro degli Esteri, Laurent Fabius, ha infatti dichiarato che la Francia ha effettuato alcune analisi su dei campioni raccolti in Siria ad aprile e, in essi, è stata riscontrata la presenza dell’agente chimico del sarin. Queste rivelazioni sono state inserite in un report, ora in mano all’Onu, nel quale vengono passati in rassagna anche diversi casi di tortura e massacri ai danni dei bambini, le vittime preferite di questa guerra.

Se tutto ciò risultasse vero, allora l’intervento delle grandi potenze sarebbe ad un passo. Gli Usa, infatti, partirebbero alla volta della Siria schierandosi con i ribelli, scontrandosi, di conseguenza, con la Russia che appoggia Assad. Un’eventualità, questa, che farebbe tremare il mondo e, proprio in virtù di ciò, ci si augura che l’incontro che si terrà prossimamente a Ginevra, tra le due superpotenze, possa in qualche modo sciogliere le tensioni che aleggiano, intensificatesi dalla richiesta d’embargo per l’opposizione, voluta da Putin.

In questa panoramica, e in previsione di un’eventuale terza guerra mondiale, il Palazzo di Vetro cerca di frenare e prender tempo, ricordando che è necessario, prima di tutto, che “il gruppo di esperti Onu, guidato dal professor Sellstrom, possa condurre indagini sulle armi chimiche e biologiche, avendo possibilità di entrare liberamente in Siria”, procrastinando dunque le strategie degli stati esteri a una volta che saranno ottenuti riscontri definitivi.

Nessun dubbio, nostre pensioni distrutte”

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Da Wall street italia 13/04/2013 attualità
Parola di Carmen Reinhart, economista dell’Università di Harvard. In una intervista a Der Spiegel: banche centrali si stanno inginocchiando per fare favore ai governi. Il prezzo sarà pagato dai risparmiatori, ogni giorno.
NEW YORK (WSI) – Lei è Carmen Reinhart, economista dell’Università di Harvard. “Nessun dubbio, le nostre pensioni sono distrutte”, dice senza mezzi termini a href=”http://www.spiegel.de/international/business/interview-with-harvard-economist-carmen-reinhart-on-financial-repression-a-893213.html”>in una intervista rilasciata a Der Spiegel

I governi sono incapaci di ridurre i loro debiti, e le banche centrali si stanno facendo avanti per risolvere la crisi. Alla fine, sentenzia, il prezzo sarà pagato ogni giorno dai risparmiatori.

“Questa crisi non è finita ancora – sottolinea – nè negli Stati Uniti nè in Europa” e il punto è che “nessuna banca centrale ammetterà di star mantenendo bassi i tassi di interesse per aiutare i governi a uscire dalla crisi dei debiti. Di fatto, (le banche centrali) si stanno inginocchiando per aiutare i governi a finanziare i loro deficit”.

E il punto è che non è neanche una cosa nuova, spiega, se si guarda alla storia. Dopo la Seconda guerra mondiale, tutti i paesi alle prese con alti debiti hanno fatto affidamento alla repressione finanziaria per evitare un default che sarebbe stato inevitabile.

Dopo la guerra, i governi imposero infatti tetti sui tassi di interesse ai titoli di stato; ma, ai tempi di oggi, “è la politica monetaria che sta facendo il lavoro. E in una situazione di elevata disoccupazione e bassa inflazione tutto ciò non desta neanche sospetti. Solo quando l’inflazione tornerà a crescere, fattore che prima o poi accadrà, diventerà ovvio che le banche centrali sono diventate sottomesse ai governi”.

E il drammatico verdetto. “Nessun dubbio, le pensioni sono distrutte”. E cira il caso della Francia, dove i fondi pensione pubblici hanno trasferito i loro soldi dai titoli azionari ai titoli di stato. “Non perchè i loro ritorni sono appetibili, ma perchè si tratta di un espediente per il governo”.

E alla domanda: “Dunque, sarebbe utile chiudere alcune banche?”, Reinhard risponde: “Cosa c’è di sacrosanto nei debiti delle banche?”.

Usa, con Obama corporation più ricche.

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fonte disinnformazione.it di Marco Quarantelli – 7 marzo 2013 attualità

La forbice tra i profitti delle industrie e le retribuzioni non è mai stata così ampia. E più le aziende guadagnano, meno investono. Anzi, tagliano posti di lavoro e guadagnano in borsa. In più gli americani devono fare i conti con i tagli a sanità, edilizia popolare e assistenza agli studenti disabili

Lo attaccano da ogni parte, accusandolo di fare la guerra alle corporation. Temono la riforma fiscale: “Tasse più alte e un diluvio di nuove norme danneggeranno un’economia già ferma”, tuonava poche settimane fa Tom Donohue, presidente della Camera di Commercio degli Stati Uniti, contro Barack Obama. “Stiamo tornando indietro”, chiosava amaro. Ma le cifre raccontano di un’altra realtà: sotto Obama le multinazionali stanno conoscendo una prosperità senza precedenti. Gli americani, invece, se la passano sempre peggio: più i fatturati delle corporation crescono, più si assottigliano gli stipendi dei loro dipendenti. La forbice tra i profitti delle industrie e le retribuzioni non è mai stata così ampia.

“Dalla fine del 2008 – ha spiegato al New York Times Dean Maki, capo economista per gli Usa di Barclays – gli utili delle imprese sono aumentati al ritmo del 20,1% ogni anno, mentre il reddito disponibile non è andato oltre l’1,4%, al netto dell’inflazione”. Non solo: più le aziende guadagnano, meno investono e meno assumono. Anzi, tagliano posti di lavoro e guadagnano in borsa. Dal 2008, anno in cui Obama arrivò al governo, dicono i dati del gross domestic product (il Pil statunitense) riportati dell’agenzia Bloomberg.com – gli utili delle multinazionali sono cresciuti del 171%, più di quanto sia mai avvenuto sotto ogni suo predecessore a partire dalla Seconda guerra mondiale: il doppio di quanto guadagnato sotto Ronald Reagan e il 50% in più di quanto fossero riuscite a totalizzare con il boom di internet negli anni ’90. Un crescendo trionfale che ha toccato il proprio apice lo scorso anno: il 2012 è stato da record, con 1,75 trilioni di dollari incassati solo tra settembre e dicembre (+18,6% rispetto al 2011), il risultato migliore dal 1950. Man mano, però, che le aziende si sono arricchite, gli americani sono diventati sempre più poveri.

Nel 2012, ha calcolato Cnn Money, le retribuzioni hanno toccato il loro minimo storico: nel 2012 i salari hanno rappresentato il 43,5% del gdp, quando nel 2011 ne costituivano il 49%. “Non c’è mai stato negli ultimi 60 anni – chiosa Maki – un periodo in cui questo trend è stato così pronunciato”. La parola chiave è sempre la stessa: crisi. “Finora, in questo inizio di ripresa – ha spiegato al Nyt Ethan Harris, tra i responsabili del board Global Economics di Bank of America – il settore delle corporate è quello che è gode di maggior salute nell’economia statunitense. E finché il mercato del lavoro non si riprenderà, i loro guadagni continueranno ad aumentare”. Ma a questo boom di introiti non corrispondono investimenti in grado di far crescere l’occupazione. I dati ufficiali saranno diffusi venerdì: gli analisti si attendono un tasso di disoccupazione stabile al 7,9%. Questo perché le aziende non hanno remore a licenziare. Un caso su tutti, quello della United Technologies. La conglomerata, una delle 30 companies del Dow Jones, ha visto crescere il proprio fatturato dai 42,7 miliardi del 2005 ai 57,7 del 2012. Non solo in questi anni la sua forza lavoro è rimasta la stessa (218.300 mila dipendenti), ma l’azienda ha già annunciato di voler tagliare altri 3.000 dipendenti, dopo i 4.000 licenziati nel 2012. Il tentativo di mantenere elevati i margini di guadagno non conosce soste.

Non è un caso che United Technologies abbia varato l’ultima ondata di licenziamenti il mese scorso, 4 giorni dopo che il suo titolo aveva toccato il record di 90 dollari in Borsa. Gli sforzi fatti dalla Federal Reserve per tenere bassi i tassi d’interesse, stimolare l’economia e incoraggiare gli investitori hanno fatto sì che Wall Street stia premiando le multinazionali, grazie anche alla crescita dei mercati asiatici e ad un’Europa più stabile: nei giorni scorsi il Dow Jones, l’indice dei 30 titoli principali, è volato a 14.207,94 punti, quota record dal punto massimo di 14.164,53 fatto segnare prima della grande crisi, il 9 ottobre del 2007. Un rally ‘Made in Fed’ con la complicità proprio dei profitti societari, migliori delle attese. Dal marzo 2009, quando ha toccato il minimo storico a 6.547,05 punti, il Dow Jones è più che raddoppiato, guadagnando oltre 7.500 punti. Così lì dove le industrie si arricchiscono, gli americani vedono peggiorare le loro condizioni: oltre che con gli stipendi che non crescono, dovranno fare i conti con gli 85 miliardi di tagli previsti dal sequester, perché ad essere tagliati saranno in primo luogo i programmi di assistenza alle fasce deboli. Secondo il piano presentato dal presidente della Camera dei Rappresentanti, John Boenher, all’Office of Management and Budget, sotto la scure finiranno la sanità (200 i milioni tolti soltanto all’Obamacare), l’edilizia popolare, i fondi stanziati per le emergenze naturali e l’istruzione: solo all’assistenza agli studenti disabili verranno sottratti 633 milioni.

Usa, allarme perdita scorie radioattive

USA, L’ODORE DELLE ARMI (Furio Colombo).

USA, L’ODORE DELLE ARMI (Furio Colombo)..

Mario Monti Troppo entusiasmo sul professore americano?(articolo di Giampiero Gramaglia Fatto Quotidiano)

Fatto Quotidiano 11/02/2012 di Giampiero Gramaglia
Fu vera gloria, il successo della visita a Washington di Mario Monti? O è
la solita solfa: la stampa di casa nostra impegnata a incensare il leader in missione all’estero? Fu vera gloria, pur sapendo che Monti ha avuto un doppio vantaggio al suo esordio nello Studio Ovale: l’effetto ‘luna di miele’; e l’ef fetto ‘c o n f ro n t o ’. Luna di miele perché era la prima volta: come lui, nel dopoguerra, decine di presidenti del Consiglio italiani hanno goduto d’un idillio virginale all’ingresso alla Casa Bianca. ‘C o n f ro n t o ’ perché il paragone con chi c’era prima è inevitabile. E Mr B. era (molto) peggio, anzi era divenuto impresentabile . Poi c’è la comune consapevolezza che Stati Uniti e Italia sono ‘condannati’ a essere amici e alleati, quali che siano i leader e i partiti al potere: l’atlantismo, insieme con l’europeismo, è una delle due stelle polari di ormai quasi 70 anni di politica estera repubblicana. Monti è proprio il leader di cui gli Stati Uniti e la Casa Bianca hanno bisogno, oggi, in Italia e in Europa: uno che può barattare la sua credibilità, bene raro in genere fra gli italiani e non diffusissimo fra gli europei, con la fiducia, prodotto di cui invece gli americani, dispensatori d’ot –
timismo, sono ricchi. Il professore ha misura e autorevolezza: doti che avrebbero turbato Bush jr e, magari, messo un po’ a disagio il più spontaneo Clinton, ma che s’addicono allo stile e ai gusti di Obama. Inoltre, Monti ha qualcosa in più della Merkel per essere interlocutore ideale nel dialogo economico Europa-America: non si contenta di predicare il rigore; picchia sul tasto della crescita, che fa vibrare le corde di Obama (il presidente ha bisogno di vedere ripartire economia e occupazione per blindare la rielezione il 6 novembre). E siccome Cameron è troppo poco europeo per fare da ponte tra Ue e Usa e Sarkozy è troppo sotto elezioni per essere sicuramente affidabile nel medio termine, ecco che Monti si trova in prima fila. E l’avallo di Obama ne aumenta l’influenza nell’Unione: se Mario porta a Barack
un messaggio di Angela, avrà pure una risposta da recapitarle, “bene il rigore, ma ora la crescita”. La prova? Di solito, la visita di un premier nostrano alla Casa Bianca fa versare fiumi d’inchiostro alla stampa italiana ed emoziona poco l’americana. Stavolta, il trionfo mediatico è stato americano: copertina di Time, interviste alla tv pubblica Pbs e al WSJ, articoli positivi su NYT e WP. Difficile fare meglio.
NO, È GIUSTO
OBAMA HA BISOGNO
DI LUI

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