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“LA SOLIDARIETÀ HA UN PREZZO” GERMANIA CONTRO TUTTI

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LA MERKEL RITIRA FUORI I ‘COMPITI A CASA’. SCHULZ CHIEDE IL VOTO PER P
ORTAREUN TEDESCO ALLA GUIDA DI BRUXELLES. ANCHE I CECHI DISERTANO LE URNE

Fatto Quotidiano del 25/05/2014 di Stefano Citati attualità
Il richiamo della patria potrebbe rivelarsi un boomerang per Martin Schulz, ex presidente dell’Europarlamento ora candidato socialdemocratico alla presidenza della Commissione Ue: il capò (per Berlusconi) o crapò (per Grillo) d’Europa. Nei manifesti del 59enne rena- no si ammonisce che “Solo se votate Schulz e la Spd (il partito socialdemocratico, ndr ) un tedesco potrà andare a capo della Commissione europea”. Non è solo Schulz a battere il tasto ‘nazionalista’. Durante la manife- stazione elettorale a Worms Renania), la cancelliera Angela Merkel ha ribadito la sua contrarietà agli aiuti incondizionati. “Noi siamo solidali, noi aiutiamo, ma chiediamo anche a quelli che hanno bisogno di aiuto che facciano i loro compiti a casa”, ha detto la leader cristiano-democratica. Merkel ha poi chiuso la campagna per le elezioni europee del suo par- tito Cdu con un appello alla so- luzione pacifica del conflitto in Ucraina e di altri conflitti. LA CANCELLIERA ha ricordato la nascita dell’Unione dopo la Seconda guerra mondiale e la disposizione alla pace serbata finora. “Il nostro compito ancora oggi – ha detto – è quello di continuare il lavoro per la pace e, proprio con lo sguardo rivolto all’Ucraina, continuare sempre a parlare con la Russia, ten- dere sempre la mano, anche se non siamo d’accordo su tutto”. Intanto i partiti europeisti sa- rebbero i vincitori delle elezioni europee nella Repubblica Ceca dove però si è registrata una bassa affluenza alle urne. È quanto è emerso dagli exit poll pubblicati dal giornale Dnes , dopo la chiusura nel primo po- meriggio dei seggi aperti ieri a mezzogiorno, secondo i quali il partito d’opposizione conservatore Top 09 sarebbe in testa con il 18%, incalzato dal partito socialdemocratico del premier Bohuslav Sobotka al 17%. Il partito anti-europeista e anti immigrati Usvit avrebbe ottenuto solo il 2%. Terzo si sarebbe piazzato il partito centrista del ministro delle Finanze Andrej Babis, anche questo europeista, con il 15,5%.Secondo l’ exit poll , l’affluenza alle urne sarebbe sta- ta appena del 20%, alle prece- denti elezioni europee, nel 2004 e nel 2009, l’affluenza era stata intorno al 28%. E in Gran Bretagna l’Ukip punta al “trionfo”,dopo esser divenuto primo partito nelle ammi- nistrative. Oggi il verdetto, dopo la chiusura dei seggi in tutti i 28 paesi Ue, quando verrà reso noto come il Regno Unito ha votato giovedì per il rinnovo dell’Europarlamento.

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Ue, via libera al regolamento su abusi di mercato. Carcere per i reati finanziari

Il Consiglio Ue ha approvato la proposta di un regolamento e di una direttiva che introducono sanzioni penali per l’insider trading e la manipolazione di indici. La pubblicazione in Gazzetta ufficiale è prevista per giugno
Fonte di Redazione Il Fatto Quotidiano | 14 aprile 2014 attualità
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L’Europa spunta le armi ai ‘furbetti’ dei mercati finanziari. Che, finora, hanno approfittato del vuoto legislativo per arricchirsi alle spalle dei cittadini europei. L’ultimo via libera formale del Consiglio Ue alla proposta di un regolamento sugli abusi di mercato e di una direttiva sulle sanzioni penali per chi commette reati di questo tipo apre la strada a una vera svolta. Chi, all’interno dell’Unione, commetterà reati finanziari gravi, come la manipolazione di indici (vedi il recente caso delle manipolazioni dei tassi Euribor e Libor) o lo sfruttamento di informazioni privilegiate per guadagnare in Borsa (in gergo insider trading) rischierà il carcere per almeno quattro anni. Un cambiamento “epocale”, lo ha definito l’Europarlamento, perché attualmente gli investitori senza scrupoli hanno molte vie di fuga: diversi Paesi Ue prevedono per questi reati sanzioni solo amministrative. Secondo Viviane Reding, commissario alla Giustizia, e Michel Barnier, responsabile del Mercato interno, “è un messaggio forte di ‘tolleranza zero‘ verso chi abusa delle informazioni privilegiate in suo possesso, cercando di manipolare il mercato”.

Le nuove norme serviranno per uniformare le leggi europee, eliminando differenze di trattamento come quelle che oggi, per esempio, esistono tra l’Italia – dove la pena per le frodi finanziarie è tra le più elevate, fino a dodici anni di carcere – e l’Estonia – dove è di appena trenta giorni. La direttiva stabilisce inoltre una definizione comune degli abusi del mercato e la durata minima delle sanzioni penali: quattro anni, appunto, per insider dealing e manipolazione, due anni per diffusione di informazioni privilegiate. Dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, prevista per giugno, la Commissione avrà 24 mesi per rendere effettivo il Regolamento e gli Stati altrettanto per introdurre nella legislazione nazionale i contenuti della Direttiva. Tra cui una regolazione più stringente delle piattaforme elettroniche
di negoziazione, finora escluse dalla normativa europea ma la cui diffusione è aumentata negli ultimi anni.

Alimentazione, allarme Gran Bretagna: “Ue vuole ridurre i controlli qualità della carne”

I sindacati e le associazioni di consumatori inglesi (ma anche la Beuc europea) avvertono: “Nuovo regole stanno per essere approvate a Bruxelles che danneggeranno le famiglie”. Il timore parte dal Paese dove è scoppiata la mucca pazza. Sotto accusa anche il premier David Cameron: “Fa lobbying per snellire le procedure”
Fonte di Daniele Guido Gessa | 9 aprile 2014 attualità
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Nel Paese dove scoppiò il morbo della mucca pazza, con decine di migliaia di animali infettati, un nuovo allarme coinvolge il comparto alimentare, dopo la diffusione delle statistiche sulle malattie causate da un’alimentazione a base di carne. I sindacati e le associazioni di consumatori – compresa la Beuc, quella europea – avvertono: “Le nuove regole che stanno per essere approvate a Bruxelles danneggeranno le famiglie di questo Paese”. Sotto accusa, appunto, la proposta proveniente dalla Commissione europea, che vuole snellire l’attuale legislazione sui controlli della qualità della carne, portando le norme da circa 70 a cinque o sei. A essere contestata in Gran Bretagna, soprattutto, è la regola che darebbe maggiori poteri di verifica e controllo alle aziende alimentari, riducendo di gran lunga il ruolo delle autorità sanitarie. Il sindacato Unison, uno dei più importanti nel Regno Unito, dà la colpa anche al governo guidato da David Cameron, accusato di “fare lobby” a Bruxelles per snellire le procedure e, quindi, renderle più economiche per le aziende.

Ogni anno, fra Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord, milioni di carcasse di animali vengono ritirate dal mercato. Negli ultimi due anni, nei maiali sono state registrate 560mila infezioni da larve. Oltre tre milioni di polli (su un totale comunque di oltre un miliardo macellati) sono stati esclusi dalla catena alimentare per contaminazione da feci, in tre milioni di animali è stata riscontrata la polmonite, mentre 28mila carcasse bovine sono state eliminate a causa della tubercolosi. Il tutto in un Paese, appunto, dove l’eco dell’encefalopatia spongiforme bovina (Bse o morbo della mucca pazza) è ancora forte, dopo il danno economico miliardario degli anni Ottanta e Novanta. E lo “scandalo” della carne di cavallo immessa in un mercato che considera l’equino come un animale da compagnia, scoppiato l’anno scorso, ha reso l’opinione pubblica molto più sensibile sul tema.

La Food standards agency (Fsa), l’agenzia che controlla la qualità del cibo prodotto e venduto ai britannici, comunque ha cercato di ridimensionare le polemiche, dicendo che “molti dei parassiti che vengono riscontrati non sono comunque pericolosi quando la carne è cotta”. Ma non farà di certo piacere ai sudditi di sua maestà sapere che rischiano veramente di trovare di tutto sulle loro tavole. Ora, appunto, in un movimento di opionione pubblica che odora di euroscetticismo, come molte cose qui a Londra, anche l’attacco all’Unione europea, colpevole secondo molti nel Regno Unito di voler privilegiare gli affari rispetto alla salute dei cittadini. Le aziende, del resto, non sembrerebbero in grado di autoregolarsi, come anche la vicenda della carne equina ha dimostrato. In Gran Bretagna la più comune causa di infezioni da cibo è il campylobacter, riscontrabile nei polli contaminati da feci. Ogni anno nel Paese si registrano 460mila casi, 22mila persone finiscono in ospedale e circa 110 persone muoiono per questo batterio, che tuttavia può essere eliminato tramite un’adeguata cottura. Ora, appunto, si teme che ulteriori tragedie umane possano essere causate dall’industria alimentare nel nome della modernizzazione. E, soprattutto, nel nome del business.

ULTIMA CONDANNA: PER L’ITALIA SARA’ LA FINE, E LETTA OBBEDIRA’

GERMANY-ITALY-DIPLOMACY-MERKEL-LETTAFONTE: LIBREIDEE.ORG redazione 22/08/2013 attualità

Siamo definitivamente spacciati, perché abbiamo accettato tutte le clausole-capestro dei trattati europei. Prima Maastricht, poi il Fiscal Compact, il Mes e l’Europact, cui ora si aggiungono le concessioni di spesa pubblica offerte il 3 luglio all’Italia dalla Commissione Europea e il futuro Rf, il trattato per la nascita del Redemption Fund per i debiti pubblici dell’Eurozona. Tutto questo, avverte Paolo Barnard, a patto che il paese aderente adotti “stringenti misure di aggiustamento della spesa pubblica”. E cioè: dovremo «tagliare la spesa pubblica in servizi, sanità, istruzione e infrastrutture», amputare ulteriormente salari e pensioni, «privatizzare tutto ciò che è rimasto pubblico, inclusa l’acqua e le infrastrutture vitali del paese».

Non solo: dovremo anche «licenziare fette d’impiego pubblico anche tra gli impieghi vitali come insegnanti, vigili del fuoco, polizia e sanitari», oltre a «liberalizzare ogni settore dell’economia, anche quelli strategici per l’interesse pubblico», nonché «ridurre al minimo il welfare e gli ammortizzatori sociali».

La verità, sostiene Barnard nel suo intervento, è che ormai «il governo dell’Italia intera risiede a Bruxelles presso la Commissione Europea e a Francoforte presso la Banca Centrale Europea, e non più a Roma, in virtù dei Trattati europei», tutti ratificati dal nostro paese. Trattati-capestro che «hanno privato il nostro governo di ogni reale potere (esecutivo, monetario e parlamentare) trasferendoli appunto a Bruxelles e a Francoforte». Di conseguenza, «il governo di Roma e il Parlamento italiano sono oggi istituzioni di facciata, con poteri risibili e nessun potere sovrano di sostanza». Devastante, quindi, il corollario dell’odierno funzionamento dell’Unione Europea e soprattutto dell’Eurozona, i cui trattati contengono tutti queste severissime imposizioni. «Ora – aggiunge Barnard – la cosa da capire è che esse sono il dogma, la Bibbia, la spina dorsale dell’ideologia neoliberista e neoclassica delle élite del Vero Potere, cioè degli speculatori finanziari, dei tecnocrati bancari e dei mega-industriali».

I diktat che stanno per “terminare” definitivamente la nostra economia «sono la loro linfa vitale, la loro mira primaria, il loro tutto: sono in realtà questi dogmi, Bibbia, spina dorsale, raccolti in quella clausola, che devono essere imposti a milioni di cittadini e ai loro governi, e i trattati assieme alla Ue stessa e all’Eurozona sono solo il veicolo per imporli». In altre parole: «A noi hanno raccontato che i trattati, la Ue e l’Eurozona sono il cuore di tutto, sono il goal finale di un grande lavoro, le istituzioni-cardine del futuro europeo. Ma non è vero. Il cuore di tutto, il goal ultimo, l’istituzione-cardine del futuro europeo è quella clausola neoliberista e neoclassica socialmente distruttiva, che deve devastare intere società ed esautorare gli Stati per il profitto di pochi».

Tutto il resto, «cioè i trattati, la Ue stessa e l’Eurozona» sono solo «uno scivolo ben oliato con cui imporre quella distruzione del bene pubblico». Senza questo scopo, l’attuale Europa – compreso l’euro – perde significato. Sicché, oggi accade che «quell’impotente pupazzetto anemico di Letta deve in realtà obbedire all’adozione di “stringenti misure di aggiustamento della spesa pubblica”», e ovviamente lo farà. Tagliare l’Italia, o quel che ne resta, «per l’esclusivo profitto di un nugolo di grandi speculatori del Vero Potere, portando ulteriore distruzione all’ economia vitale per noi cittadini, che siamo milioni». Ebbene, «sta accadendo», mentre l’agenda politica nazionale si attarda ancora a divertirsi con Renzi e Berlusconi.

Fonte: http://www.libreidee.org
Link: http://www.libreidee.org/2013/08/ultima-condanna-per-litalia-sara-la-fine-e-letta-obbedira/

COSTI DA NON TAGLIARE (PER LEGGE): PERCHE’ L’EUROPA “BLINDA” LE TARIFFE DI ACCESSO ALLA RETE TELECOM

telecom
per La Repubblica Alessandro Penati 19/08/2013 attualità

La Commissione Europea ha bocciato il taglio delle tariffe di accesso alla rete per gli altri operatori: perché? – Per i capoccioni di Bruxelles, bisogna salvaguardare i margini dell’operatore dominante per consentire investimenti – E i benefici per gli utenti vanno a farsi benedire…

Concentrati sugli affari dell’italico cortile, in attesa di sapere se sarà scorporo della rete, cosa farà la Cassa Depositi e Prestiti e come finirà tra i soci in Telco, stiamo perdendo di vista un vero punto di svolta per il settore in Europa. Per l’ennesima volta, subiremo il cambiamento, invece di anticiparlo e gestirlo.

FRANCO BERNABE AD TELECOM Il mese scorso la Commissione Europea ha bocciato il taglio delle tariffe di accesso alla rete Telecom per gli altri operatori, proposto dalla nostra Autorità. Non interessa tanto il contrasto tra Italia e Europa, inevitabile in un sistema formato da 28 regolamentatori nazionali che recepiscono localmente le direttive di Bruxelles, cercando di coordinarsi attraverso un’Agenzia; e neppure l’impatto economico (100 milioni circa).

Ma le motivazioni, che segnano una svolta nella politica comunitaria: il taglio dei costi riduce i margini dell’operatore dominante, riducendo il rendimento sul capitale sotto il livello necessario a incentivare l’investimento nel rinnovo degli impianti e in nuove tecnologie.

Logo “Telecom”
È il vecchio dilemma del beneficio immediato del consumatore contro la necessità di incentivare investimenti rischiosi con ritorni diluiti nel tempo: senza il monopolio legale dei brevetti nessuno farebbe investimenti massicci per scoprire nuovi farmaci; né costruirebbe autostrade e ponti senza concessioni e pedaggi.

C’è chi crede che basti sostituire il privato con lo Stato per risolvere il dilemma: ma non è questa la strada scelta dall’Europa. Meglio adeguarsi. La svolta non rinnega la storia della regolamentazione europea, che è stata un caso di successo. Ma la regolamentazione si deve evolvere seguendo le dinamiche del settore. Quella europea era nata quando i mercati nazionali erano dominati da un monopolista integrato verticalmente, per favorire l‘ingresso di nuovi operatori e creare la concorrenza dal nulla.

3 Così è stato. Ma la tecnologia ha reso la rete obsoleta e la telefonia fissa un residuato ancestrale; e la telefonia mobile è diventato un mercato saturo dove le telecom hanno perso a favore dei produttori di smartphone e tablet. La concorrenza ha avuto successo, ma oggi i margini non remunerano a sufficienza i nuovi investimenti e pregiudicano la sopravvivenza di un numero elevato di operatori in ogni Paese.

È significativo che la redditività delle telecom europee sia oggi sostenuta dai loro investimenti extraeuropei. La strada obbligata per il settore è dunque il consolidamento: un’ondata di acquisizioni e fusioni per guadagnare le economie di scala, tagliare i costi, aumentare i margini e accedere agli ingenti finanziamenti necessari per gli investimenti.

E per convergere coi media, da sempre settore limitrofo. Ma il consolidamento può e deve avvenire solo a livello europeo, superando il concetto di concorrenza nei singoli Paesi, a favore di un vero mercato unico. Il modello americano, insomma.

Wind
Un vero mercato unico europeo richiede però di superare la frammentazione dei regolamentatori nazionali per passare a un regolamentatore unico. Ed è quello che l’Antritrust europeo ha appena proposto.

L’ovvia implicazione è l’abbattimento delle barriere nazionali ai diritti di proprietà. Barriere invece che i governi (quello italiano in prima fila) difendono strenuamente con la scusa dell’interesse nazionale. Ma, così, si proteggono aziende (e azionisti) deboli, resi ancora più deboli dalla “tutela”. Basta guardare allo stato in cui versano i nostri “campioni” del settore: Telecom, Rai e Mediaset.

Carlos Slim
Nonostante le barriere, però il consolidamento è già avviato: America Movil offre 7 miliardi per l’olandese Kpn, che a sua volta vende per 8 la tedesca E-Plus a Telefonica. Vodafone lancia un’opa da 8 miliardi su Kabel Deutschland per entrare nei cavi. Liberty compra il terzo operatore cavi in Germania per fonderlo con il secondo, che già controlla; e nel Regno Unito ha acquisito Virgin Media per 16 miliardi, per competere con BSkyB di Murdoch. In Italia, fallita la fusione con Telecom, Hg3 deve sperare in quella con Wind, dei russi di Vinpelcom.

La miopia dei governi europei, ostacolando una ristrutturazione e un consolidamento inevitabili, riesce solo a indebolire il settore. Con il risultato di lasciare ad americani e asiatici i benefici dell’effetto traino che le telecomunicazioni esercitano su tecnologia e media.

Consumi fasulli e l’auto ci svena

corelFatto Quotidiano 16/06/2013 Thomas Mackinson Milano attualità

O a che ce l’hai non resta che avvolgerla nello scotch e buttarti nel traf- fico. Pensi d’aver compratola soluzione ai tuoi problemi ma presto scopri d’aver parcheg- giato nel box un piccolo grande im- broglio, che non farà risparmiare la famiglia come promesso dallo spot ma costerà più caro a te, alla collettività e perfino all’ambiente. Può anche essere l’ultimo prodigioso modello – ibrido, con dispositivo start&stop, l’alternatore intelligente – ma il risultato sarà sempre lo stesso: a bordo salgono due terzi di verità e un terzo di balle. Lo sospettiamo tutti da tempo, ci abbiamo fatto anche il callo. Ma l’ingannocosta sempre più caro ein tempodicrisi, anchegli automobilisti (nel loro piccolo) s’arrabbiano. Succede in Germania, dove il caso è riesploso poche settimane fa,conuna e come di aticasu vasta scala ed esplicitea ccusedi truffa ai produttori. Anche in Italia la questione preme da tempo tra denunce inascoltate. I due terzi di verità sono i dati dichiarati dai costruttori su consumi ed emissioni. Il resto è semplicemente falso. Lo si scopre sempre troppo tardi, una volta girata la chiave. “C’è la crisi dell’auto”, lamentano i produttori. Ma le vittime, a quanto pare, siamo noi. Sul banco degli imputati ancora il ciclo diomologazione, sempre più lon- tano dall’uso reale del mezzo, e tutta una serie di trucchi ap – pena scoperti per manipolare i dati d’efficienza di un buon 25-30%. E drogare così anche l’economia delle nostre vite, facendoci spendere di più. Ecco come fanno. 1.Risparmi benzina. Anzi no, ne consumi dal 10 al 34% più del dichiarato “I consumatori hanno il diritto di sapere la verità”. Inizia così un rapporto-denuncia della Deutsche Umwelhilfe, potente as- sociazione ambientalista tedesca che già aveva fatto parlar di sé per la battaglia su filtri antiparticolato dei Diesel. Nelle scorse settimane la Duh ha lanciato una nuova campagna, ripresa dai tg nazionali tedeschi, per chiedere all’Europa di cambiare marcia, dotandosi finalmente di un sistema di omologa più realistico e sanzioni per chi dichiara dati falsi. Si torna sempre lì, a quella normativa europea che prescrive un “ciclo di riferimento”figlio del secolo scorso, quando prestazioni e tecnologie erano preistoria dell’auto e sembrava verosimile farla correre su rulli e vedere l’effetto che fa. Col diffondersi di motori ibridi, dispositivi start&stop, alternatori di ultima ge- nerazione la procedura ha prodotto valori sempre più lontani dalla realtà e dai consumi riscontrati nella vita di tutti giorni dagli automobilisti. Quanto lontani, ha provato a misurarlo l’Ada c , il più grande club automobilistico d’Europa con oltre 18 milioni di membri. Dal 2003 l’associazione ha messo a punto un sistema di eco-test certificato basato su percorsi e condizioni di misura il più possibile realistici ed omogenei, utili a fornire parametri di scelta ai consumatori e controllare ilsistema diincentivietasse legatoalleemissionidi Co2.In- tegrano ai test d’omologazione del ciclo Ue anche quelli del futuro Wltp, compreso un ciclo in autostrada con velocità fino a 130 km/h e a pieno carico. Incredibili i risultati: su 144 modelli oltre la metà, 84 per la precisione, registrano valori superiori del 10% al dichiarato, con punte fino al 34%(la tabella afianco riporta i differenziali più alti perdiversemarchema l’elenco è sul sito http://www.adac.de). Solo otto consumano quanto è riportato nel libretto. Secondo l’Istituto indipendente International Council on Clean Transportation (Icct) questa diffe- renza nelle vetture nuove è mediamente del 25% (con punte fino al 47%) e comporta ogni anno una spesa di 300 euro in più per ogni automobilista. A ben vedere sono dati molto simili a quelli pubblicati in passato da autorevoli testate, dalla tedesca Bild nel 2005 e a più riprese da Quattroruote in Italia. La domanda però è sempre la stessa: come diavolo è possibile? Una spiegazione, per quanto sorprendente, arriva diretta- mente da Bruxelles. 2. Come ti ritocco l’auto in 20 mosse Nell’ambito del lecito si sa da tempo che il percorso di prova che simula l’uso medio dell’auto è molto lontano dalla realtà. E che lanormativa concede ai costruttori alcuni accorgimenti, come la mappatura della centralina motore a misura del ciclo di omologazione o lo spegni- mento delle dotazioni elettriche di bordo, così da ridurre i con- sumi il più possibile. Ma c’è chi sispinge oltree lavoce ègiunta anchea Bruxelles.Lo scorso di- cembre la Commissione Europea ha acquisito i risultatidi un rapporto dal titolo emblematico: “L’impatto della flessibilità delle proceduredi omologazione dei veicoli leggeri sulle emissioni di Co2”. Dallo studio, 148 pagine e 17 rapporti, emergono tutta una serie di espedienti attraverso i quali i costruttori riescono a manipolare i test di efficienza sfruttando le falle della legislazione europea. La ong belga Transpor t&Enviroment (T&E) li ha divulgati alcuni mesi dopo, indicandoli più chiaramente come i venti “trucchi”, tutti molto “creativi” ma perfettemente legali (vedi grafico superiore). Si va dal sigillare l’auto con del nastro adesivo per minimizzare la resistenza all’aria all’uso di lubrificanti e pneu – matici speciali. C’è perfino chi si premura di regolare il f re n o per ridurre l’attrito tra disco e pastiglia. Diversi gli accorgimenti per ridurre il peso: l’eliminazione di tutti gli accessori dell’autodi seriepuòfar calareil consumo dal 2 all’11%. Anche sulle tollerenze d’errore si può marciare, approfittando del fatto che i test non avvengono su un unico banco di prova, come negli Usa o in Giappone, ma direttamente in quello della singola Casa, certificato e alla presenza delle istituzioni (magari solo distratte). E allora “la variabilità degli strumenti di misura rende necessarie soglie di tolleranza all’errore più alte”. Gratta qui, gratta là e alla fine il prototipo taroccato consente di dichiarare consumi ed emissioni mediamentein – feriori del 25%. Le repliche per il mercato avranno una sola differenza, che non si vede ma si sente: nel loro ciclo di vita costeranno fino a 2mila euro in più di carburante. “Non è solo un problema di portafoglio – puntualizza Marco Ponti, esper- to di economia dei trasporti – ma di inquinamento occulto, perché non calcolato, ma pur sempre superiore fino a un ter- zo”. E visti gli ecoincentivi statali piovuti sul settore, potrebbe anche suonare come una truffa. 3. In Germania c’è chi dice “n o”. Ma in Italia l’automobilista deve subire All’estero inchieste e denunce fanno scalpore, diventano tor- mentoni, a volte sortiscono effetti. In Germania particolar- mente, perché il motore muove davvero l’economia con 800mila occupati e perché la legge tedesca permette al pro- prietario di restituire la vettura che riveli consumi maggiori del10%. Nessunocorreperò: civoglionoanniprima disbri- gare le pratiche e 3mila euro per il test. In Italia le possibilità di rivalsa sono praticamente zero in par- tenza. Il Codice del Consu- mo in teoria prevede il di- ritto a riavere un mezzo conforme ai parametri in- dicati (tramite riparazio- ne, sostituzione o alla peg- gio la risoluzione del con- tratto). Ma è una strada tutta in salita che può sfo- ciare in una causa tra il gigante e la formica, e quin- di scoraggia i più. E questo induce le case automoblistiche a far leva su dati d’omologa come fossero reali per attrarre il cliente. Il Garante per la concorren- za (Agcm) ha ricevuto negli anni diverse segnalzioni di privati e associazioni ma non è abbastanza per aprire una pratica che tiri in ballo la regolamentazione comunitaria, investa un settore strategico e le potenze industriali dell’auto. Loro, del resto, si sono ampiamente tutelate precisando sul materiale promo- zionale che i dati di consumo dichiarati “non sono vincolanti e non fanno parte dell’offerta”. E a questo punto, se l’auto nuova beve troppo, non resta che lo scotch.

PROTESTE POPOLARI DIFFUSE ? ARRIVA L’ESERCITO SOVRANAZIONALE

Polish riot police shoot rubber bullets during clashes with soccer fans before Euro 2012 soccer match between Poland and Russia in Warsaw
Fontecontropiano.org DI CARLO SCALZOTTO 34/03/2013 attualità
Non capita spesso che un sito finanziario si occupi (criticamente, per di più) di repressione sociale. Ma questo articolo dal sito Finanza No Stop incuriosisce davvero.

Austerità crescente… l’ultima Follia UE: l’Esercito Comune contro i DISPERATIL’Esercito Comune contro i Disperati. Intanto in Polonia si reclutano i gorilla, stessa cosa nelle vie della moda milanesi e romane (abbiamo appena iniziato). Il Coinvolgimento del Gruppo Visegrad e gli incontri particolari di Merkel e Hollande.

Bruxelles, Varsavia – La situazione di crisi ha messo in luce, anche in questi giorni, importanti segnali d’allarme.

Le popolazioni, esasperate dal debito pubblico e dalla mancanza di lavoro…protestano quotidianamente contro l’ignobile sistema che li costringe alla miseria.

Gli imperi centrali, sia politici che finanziari, insistono sull’esigenza immediata di sedare ogni possibile iniziativa di rivolta. Per questo motivo i principali esponenti delle nazioni centroeuropee, proprio in questi giorni, hanno discusso in merito alla necessità di instaurare un , che controlli efficacemente le popolazioni in protesta, che combatta aspramente i sentimenti ostili a questa bieca società. Evidentemente le forze dell’ordine nazionali non sono più in grado di combattere con decisione le manifestazioni di dissenso – malgrado la presenza dei dittatoriali : la polizia speciale Ue con poteri praticamente illimitati, alle dipendenze della stessa Nato e con sede a Vicenza – avendo più volte palesato loro stessi lo scontento generale che avrebbero dovuto contrastare.

L’ira dei popoli europei contro l’eurocasta
Ormai quando il giovane universitario ed il poliziotto si trovano uno di fronte all’altro, si corre troppo spesso il rischio che i due rintraccino nelle proprie coscienze un sentimento comune di esasperazione, essendo nati e cresciuti nella stessa nazione e condividendo più d’una preoccupazione.

Come ben sappiamo, però, gli strateghi della del mondo capitalistico internazionale, fomentano lo scontro da decenni e vogliono che le due categorie continuino a darsele di santa ragione.

Proprio per questo motivo occorre delegare una nuova forza militare per la gestione dei disordini interni ai paesi, magari delle nuove facce, con usi costumi e lingue diverse, ricreando lo scenario di guerra tipico dei tempi andati. source
Il quesito a questo punto è d’obbligo: dove reperire queste massicce quantità di persone disposte a scagliarsi contro i poveri paesi del sud europeo? Semplice! In Polonia!

Follia Ue – Pronto il Battaglione Speciale del Gruppo Visegrad.Centinaia di soldati polacchi sono già pronti per essere schierati negli scenari di crisi.

Appena due giorni fa il presidente francese Francois Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno incontrato i membri del gruppo Visegrad, composto da Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e, per l’appunto, Polonia. Sulla falsa riga dell’esempio americano ed europeo, anche i paesi ti tradizione slava si sono dati da fare per mettere su in quattro e quattr’otto una loro congrega internazionale d’interessi politici ed economici. Così dopo aver ricevuto i complimenti dei due leader d’oltralpe per aver affrontato al meglio la crisi, a differenza nostra, i membri del V4 hanno proposto l’intervento di un ”battaglione speciale del gruppo Visegrad”.

Tremila mercenari pronti ad essere sguinzagliati entro il 2016.Circa tremila soldati, entro il 2016 sulle strade europee, tutti addestrati a manganellare disperati in rovina, vittime della bank-usura. Il quotidiano slovacco ”Pravda” rivela i particolari del piano, chiaramente sconcertanti: ”La Polonia fornirebbe la maggior parte della forza militare dell’unità, fino a 1.600 soldati, mentre la Repubblica Ceca contribuirebbe principalmente con medici e strutture logistiche, l’Ungheria con ingegneri militari e la Slovacchia con esperti sulle armi di distruzione di massa”. Purtroppo, nella storia passata, abbiamo vissuto più volte momenti come questo e, se qualcosa abbiamo imparato, è proprio che l’ultilizzo di mezzi coercitivi come questo non possono essere tollerati. Pertanto intendiamo manifestare la nostra indignazione, tenendo ben a mente i principi sui quali si fonda la civiltà. Lao Tzu, filosofo cinese del quinto secolo avanti Cristo, disse: ‘‘Dove s’accampano gli eserciti crescono sterpi e rovi; al seguito di grandi guerre ci sono anni di carestia”. Questa frase, oggi, sembra attuale più che mai.

* dal sito FinanzaNoStop, che si presenta così:

FinanzaNoStop è un Blog finanziario indipendente on-line che si rivolge a tutte le categorie di investitori (professionisti e non) e fa parte dei blog di Finanzaonline, Finanza.com e Borse.it, fornendo un servizio di informazione finanziaria che consenta anche a coloro che non possono seguire l’andamento borsistico in tempo reale, di investire nel mercato finanziario attraverso strategie pianificate con semplici segnali di ingresso ed uscita.

Carlo Scalzotto

tratto da http://www.contropiano.org

18 marzo 2013

Carlo Scalzotto

tratto da http://www.contropiano.org

18 marzo 2013

NR: Sul vertice tra Germania, Francia e paesi del Gruppo di Visegrad Contropiano ha già scritto. Vedi:
http://www.contropiano.org/news-politica/item/15019-la-germania-arruola-l’europa-dell’est-?

Crisi Europa, Stiglitz: “E’ un disastro creato dall’euro”

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Fonte wall street Italia 3/02/2013 attualità
Per il Premio Nobel, i problemi dell’Europa sono stati provocati dalla moneta unica. “Ha creato disparità”. Adesso serve solidarietà, altrimenti ristrutturazione Ue. George Soros: caos politicamente inaccettabile.
Roma (WSI) – La crisi dell’euro è colpa dell’euro. Per il professore della Columbia University, Joseph Stiglitz, i problemi economici dell’Europa sono tutti racchiusi lì: nella moneta unica. L’agonia che alcuni Paesi continentali più di altri stanno vivendo è “un disastro provocato dall’uomo e soprattutto dall’euro”, ha denunciato il premio Nobel. Ma forse “abbiamo abbastanza solidarietà per cercare di dare vita davvero al progetto dell’euro.”

La soluzione che suggerisce è quella di sacrificare l’euro e riformare il “quadro europeo”. Una tesi basata sulla realtà dei fatti. L’analisi di Stiglitz parte infatti riconoscendo lo stato di recessione in cui si trovano oggi molti paesi europei. Stiglitz definisce questa situazione una depressione, che sta comportando una perdita enorme di capitale umano.

Mentre in questi anni è stato cavalcata la politica dell’austerity come strategia di crescita, adesso sarebbe più opportuno valutare una completa ristrutturazione dell’Unione europea, piuttosto che degli Stati che la compongono. Una tesi condivisa dal guru di Wall Street, George Soros, convinto che “l’euro abbia fatto nascere a una situazione viziata fin dall’inizio”.

Per l’esperto di investimenti è palese che la moneta unica abbia fatto emergere divisioni fra i Paesi europei che sono diventati col passare del tempo sempre più evidenti a causa di Paesi in surplus e in deficit. Una situazione a suo avviso politicamente inaccettabile

Tra ‘skills’ e disoccupazione giovanile: come l’Europa privatizza l’istruzione

mancino
Fonte Altrainformazione il corsaro Scritto da Daniele Di Mitri -attualità
board member Obessu on 31 Gennaio 2013. Postato in nel palazzo

L’idea della scuola-azienda che si nasconde dietro il progetto di legge Aprea, che tenta di delegittimare il ruolo delle rappresentanze studentesche, trasformare i consigli d’istituto in consigli di amministrazione e permetterne l’accesso ai privati, è solo una delle tante forme con cui si declina il processo europeo di privatizzazione dell’istruzione.

A più di dieci anni dall’avvio del processo di Bologna, che ha riordinato la formazione universitaria, le istituzioni europee, in una situazione di recessione provocata dalla crisi economica con ripercussioni in tutti settori in termini di occupazione e diffusa contrazione, si è rafforzata sempre più la necessità del libero mercato di controllare i processi di creazione e trasmissione del sapere. Le istituzioni europee, portavoci delle istanze neoliberiste, hanno ben chiara la strategia su come concludere il processo di assoggettamento a trecentosessanta gradi dell’istruzione e della formazione ai fini della produzione.

L’arma del ricatto utilizzata astutamente nella strategia “Ripensare l’Educazione” presentata dalla Commissione europea è quella della disoccupazione giovanile. Tutti i giovani europei hanno sperimentato sulla propria pelle come la crisi del mercato del lavoro abbia comportato un innalzamento vertiginoso del tasso della disoccupazione. Tale tasso, soprattutto nell’area dei paesi PIIGS, è infatti molto drammatico.

È unanimemente comprovato che i giovani inoccupati o NEET hanno un fortissimo costo sociale, che si ripercuote negativamente sull’economia comunitaria e nazionale e funge anche da ostacolo alla ripresa e alla crescita economica. Sulla base di questo ragionamento, l’Unione europea, che si pone come chiaro obiettivo la crescita economica e l’aumento della produttività – sebbene celi questi obiettivi dietro l’aggettivo sostenibile – si serve astutamente del problema della disoccupazione giovanile e dei costi gravosi che da essa derivano, per appropriarsi definitivamente dell’istruzione, modellandola in modo tale da ottenerne il massimo dei benefici.

La tesi di “Ripensare l’Educazione” e delle politiche europee in materia d’istruzione punta tutto sul ruolo fondamentale delle skills (in italiano qualifiche, capacità, competenze, abilità) e su come esse diventino gli elementi unitari e compositivi dell’istruzione. Cosi come un fotografia digitalizzata si esprime in pixel, allo stesso modo l’istruzione e la formazione vengono definite in skills. Così avviene che avere un titolo di studio, come un diploma di maturità, non rappresenti più il termine di un percorso di formazione e di appropriazione di sapere e saper fare continuo, bensì un complesso di competenze discreto, enumerabile, quantificabile, scomponibile e soprattutto mercificabile.

Avviene inoltre che la disoccupazione non venga vista come distribuzione iniqua del lavoro, ma come mancata corrispondenza fra le skills di chi termina percorsi di formazione e le skills richieste dal mondo del lavoro e dalle imprese. Lo skills mismatch (disparità di qualifiche), dunque, diventa allora il problema principale da risolvere secondo la logica delle politiche europee dell’istruzione per le quali i sistemi formativi dovrebbero tutti essere ripensati sulla base del conseguimento di tali skills.

“L’istruzione e la formazione possono contribuire alla crescita e alla creazione di posti di lavoro solo se l’apprendimento è incentrato sulle conoscenze, sulle abilità e sulle competenze che gli studenti devono acquisire (risultati dell’apprendimento) attraverso il processo di apprendimento invece che sul completamento di un determinato ciclo o sul tempo trascorso a scuola.” – da Ripensare l’Educazione

La certificazione delle skills, intesa come validità nel curriculum vitae ed il loro riconoscimento, inteso come spendibilità di queste in maniera flessibile nel mondo del lavoro, costituisce per la Commissione europea la vera posta in gioco. Le skills riconosciute dall’Unione europea hanno inoltre una struttura gerarchica resa possibile dalla loro quantizzazione: si comincia dalle skills di base, come le abilità di lettura e scrittura, l’alfabetizzazione matematica e scientifica, competenze spesso oggetto di valutazione dei test OCSE-INVALSI; le skills STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica); le skills professionali, relative all’istruzione e la formazione professionale, le quali devono essere sempre più reattive al mercato del lavoro; le skills IT (abilità informatiche) e le conoscenze dell’inglese e delle altre lingue straniere; le skills imprenditoriali, o anche dette trasversali, come la capacità di risolvere problemi, lo spirito d’iniziativa e persino il pensiero critico.

Il risultato è una topografia preoccupante di tutto lo scibile umano, che tenta di mettere a valore ogni singola conoscenza o competenza. Tale processo di appropriazione indebita della conoscenza avviene per mezzo di tante misure chiave annunciate dalla Commissione. Esse sono dirette non solo alla “catalogazione delle skills” degli studenti, ma anche quelle degli stessi insegnanti, i quali devono modellare e aggiornare i loro metodi di insegnamento per renderli skills-oriented. Per questo motivo, secondo i parametri europei, sono necessari nuovi e forti partenariati delle scuole con le imprese, che non avverranno solo più per i periodi di alternanza scuola-lavoro nell’istruzione professionale. Addirittura fin dalla scuola primaria, si legge, “è necessario che tutti gli studenti possano fare esperienza imprenditoriale”.

La retorica utilizzata dall’Unione europea e dai suoi tecnici altamente specializzati sottende un vero e proprio ricatto per l’intero mondo della formazione. Con la trasposizione dei saperi in skills si colpevolizzano di fatto i giovani che, invece di essere considerati come vittime della crisi, diventano il problema da risolvere. Non si mettono in discussione i modelli di produzione, la finanziarizzazione dell’economia o tutte le altre speculazioni operate dall’alta finanza, bensì si attacca l’istruzione e si imputa la colpa a studenti ed insegnanti di non aver acquisito o impartito skills a sufficienza.

Come può un giovane diventare esperto e competente se non riesce a sviluppare le proprie competenze lavorando? Come si fa a pensare che la scuola e l’università possano far sviluppare delle capacità che per secoli sono state fornite dalla diretta esperienza lavorativa? La risposta dubbia a questi quesiti lascia spazio ad una certezza: se non ci si accorge dell’abile tiro mancino messo in campo dall’Unione europea nei confronti dell’istruzione si rischierà di non riuscire a salvare quell’ultimo spazio libero che è la scuola dagli artigli del libero mercato. Gli studenti e le loro famiglie spenderanno fortune in master, corsi di specializzazione e di certificazioni sperando invano di diventare più competitivi nel mercato del lavoro, finendo per impoverirsi sempre più ed arricchire invece chi si è già da tempo arricchito.

La burla del premio Nobel per la pace all’U.E e se gli dassimo il premio Nobel per l’austerità?


Redazione
Le prime pagine dei giornali mettono in evidenza l’assegnazione del premio Nobel per la pace all’Unione Europea con un Ciampi elogia il lavoro fatto in questi anni come istituzione che ha aggregato i popoli ma visto la situazione attuale non farebbe a andare nascondersi in qualche altra parte della terra ?
In questo ultimo ventennio non e mai stato un mistero che l’alta finanza ha quasi sempre avuto il soppravento sulla politica questa istituzione iInternazionale.
La reazione di un Associazione Internazionale l’Attac
(Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l’Aiuto ai Cittadini)che effettivamente ha lavorato a fondo per il bene comune ed è stato una delle promotrici del referendum per l’acqua pubblica.

Unione europea: Attac assegna il premio Nobel dei sacrifici

Numerosi capi di stato e di governo e rappresentanti delle istituzioni europee si congratulano per il premio Nobel per la pace assegnato all’Unione europea.

Ma Attac non si congratula: è del tutto fuori luogo ricompensare l’Unione europea nel momento stesso in cui le sue istituzioni impongono grandi piani di austerità sociale sulle spalle dei popoli, potenziano l’apparato militare della UE e la caccia ai migranti, e conducono una politica commerciale aggressiva.

M. Barroso, presidente della Commissione europea, giustifica il premio dichiarando che l’Unione europea è portatrice di valori di “ libertà, democrazia, dello stato di diritto e di rispetto dei diritti dell’uomo”. Valori che sono però mille miglia lontani dagli orientamenti dei trattati europei.

Come si può dare il premio Nobel per la pace a un’Unione europea fortezza, che pratica una politica di chiusura delle frontiere causando milioni di vittime? Un’Unione impegnata a “migliorare progressivamente le proprie capacità militari (art. 42.3 del TUE) e che riconosce la supremazia della NATO?

Quale messaggio per i popoli che subiscono la sua strategia di esportazione commerciale aggressiva con la firma di accordi di partenariato economico che distruggono, con la liberalizzazione dei mercati, interi settori economici nei paesi del Sud?

E infine, quale messaggio per i milioni di cittadini che si mobilitano da due anni sulle pubbliche piazze di Grecia, Spagna o Portogallo contro la distruzione dei loro diritti sociali e le decisioni della Troika, Commissione e Banca Centrale per prime. Attac Norvegia ricorda che attualmente “coloro che manifestano contri le politiche neoliberali dell’Unione europea e i piani di austerità, subiscono una repressione poliziesca brutale”.

Invece del premio Nobel per la pace, proponiamo di assegnare all’Unione Europea il premio Nobel dell’austerità. Le politiche di austerità attuate in questi due anni hanno solo aggravata la situazione nei paesi che le subiscono. Approfondiscono in questo modo il divario tra i paesi “del centro” e quelli “della periferia”. Fanno crescere i nazionalismi e accentuano la guerra economica mettendo in grave pericolo la costruzione di un’Europa di solidarietà e cooperazione, che Attac Francia difende con tutti gli altri Attac d’Europa.

Unione europea: Attac assegna il premio Nobel dei sacrifici

Numerosi capi di stato e di governo e rappresentanti delle istituzioni europee si congratulano per il premio Nobel per la pace assegnato all’Unione europea.

Ma Attac non si congratula: è del tutto fuori luogo ricompensare l’Unione europea nel momento stesso in cui le sue istituzioni impongono grandi piani di austerità sociale sulle spalle dei popoli, potenziano l’apparato militare della UE e la caccia ai migranti, e conducono una politica commerciale aggressiva.

M. Barroso, presidente della Commissione europea, giustifica il premio dichiarando che l’Unione europea è portatrice di valori di “ libertà, democrazia, dello stato di diritto e di rispetto dei diritti dell’uomo”. Valori che sono però mille miglia lontani dagli orientamenti dei trattati europei.

Come si può dare il premio Nobel per la pace a un’Unione europea fortezza, che pratica una politica di chiusura delle frontiere causando milioni di vittime? Un’Unione impegnata a “migliorare progressivamente le proprie capacità militari (art. 42.3 del TUE) e che riconosce la supremazia della NATO?

Quale messaggio per i popoli che subiscono la sua strategia di esportazione commerciale aggressiva con la firma di accordi di partenariato economico che distruggono, con la liberalizzazione dei mercati, interi settori economici nei paesi del Sud?

E infine, quale messaggio per i milioni di cittadini che si mobilitano da due anni sulle pubbliche piazze di Grecia, Spagna o Portogallo contro la distruzione dei loro diritti sociali e le decisioni della Troika, Commissione e Banca Centrale per prime. Attac Norvegia ricorda che attualmente “coloro che manifestano contri le politiche neoliberali dell’Unione europea e i piani di austerità, subiscono una repressione poliziesca brutale”.

Invece del premio Nobel per la pace, proponiamo di assegnare all’Unione Europea il premio Nobel dell’austerità. Le politiche di austerità attuate in questi due anni hanno solo aggravata la situazione nei paesi che le subiscono. Approfondiscono in questo modo il divario tra i paesi “del centro” e quelli “della periferia”. Fanno crescere i nazionalismi e accentuano la guerra economica mettendo in grave pericolo la costruzione di un’Europa di solidarietà e cooperazione, che Attac Francia difende con tutti gli altri Attac d’Europa.

Unione europea: Attac assegna il premio Nobel dei sacrifici

Numerosi capi di stato e di governo e rappresentanti delle istituzioni europee si congratulano per il premio Nobel per la pace assegnato all’Unione europea.

Ma Attac non si congratula: è del tutto fuori luogo ricompensare l’Unione europea nel momento stesso in cui le sue istituzioni impongono grandi piani di austerità sociale sulle spalle dei popoli, potenziano l’apparato militare della UE e la caccia ai migranti, e conducono una politica commerciale aggressiva.

M. Barroso, presidente della Commissione europea, giustifica il premio dichiarando che l’Unione europea è portatrice di valori di “ libertà, democrazia, dello stato di diritto e di rispetto dei diritti dell’uomo”. Valori che sono però mille miglia lontani dagli orientamenti dei trattati europei.

Come si può dare il premio Nobel per la pace a un’Unione europea fortezza, che pratica una politica di chiusura delle frontiere causando milioni di vittime? Un’Unione impegnata a “migliorare progressivamente le proprie capacità militari (art. 42.3 del TUE) e che riconosce la supremazia della NATO?

Quale messaggio per i popoli che subiscono la sua strategia di esportazione commerciale aggressiva con la firma di accordi di partenariato economico che distruggono, con la liberalizzazione dei mercati, interi settori economici nei paesi del Sud?

E infine, quale messaggio per i milioni di cittadini che si mobilitano da due anni sulle pubbliche piazze di Grecia, Spagna o Portogallo contro la distruzione dei loro diritti sociali e le decisioni della Troika, Commissione e Banca Centrale per prime. Attac Norvegia ricorda che attualmente “coloro che manifestano contri le politiche neoliberali dell’Unione europea e i piani di austerità, subiscono una repressione poliziesca brutale”.

Invece del premio Nobel per la pace, proponiamo di assegnare all’Unione Europea il premio Nobel dell’austerità. Le politiche di austerità attuate in questi due anni hanno solo aggravata la situazione nei paesi che le subiscono. Approfondiscono in questo modo il divario tra i paesi “del centro” e quelli “della periferia”. Fanno crescere i nazionalismi e accentuano la guerra economica mettendo in grave pericolo la costruzione di un’Europa di solidarietà e cooperazione, che Attac Francia difende con tutti gli altri Attac d’Europa.

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