Archivi Blog

Russi in Pirelli, Mucchetti: “Rischio nazionalizzazione da parte di Mosca”

tronchetti-interna
Fonte Redazione Il Fatto Quotidiano | 18 marzo 2014 attualità
Il presidente della Commissione Industria del Senato: “Capisco che Tronchetti e le due banche italiane abbiano iniziato le trattative prima del precipitare della crisi in Ucraina, tuttavia l’annuncio avrebbe forse potuto aspettare”

“L’acquisizione di una posizione assai rilevante in Camfin, e dunque in Pirelli, da parte di Rosneft suscita interesse sul piano finanziario, curiosità sul piano industriale e un interrogativo sul piano della politica estera“. Lo ha dichiarato il presidente della Commissione Industria del Senato Massimo Mucchetti a proposito del riassetto azionario della Bicocca che vedrà l’ingresso del colosso petrolifero russo nel gruppo di pneumatici con una quota indiretta del 13% ottenuta con un investimento di 500 milioni che ha garantito un ricco guadagno ai venditori.

“Capisco che Tronchetti Provera e le due banche italiane (Intesa e Unicredit, ndr) abbiano iniziato le trattative con Rosneft prima del precipitare della crisi in Ucraina, e tuttavia, questo annuncio avrebbe forse potuto aspettare qualche settimana”, ha detto l’ex vicedirettore del Corriere della Sera ricordando che Rosneft è una società controllata dal governo russo ed esprimendo il timore che “non vorremmo che quando Tronchetti Provera deciderà il ritiro, la Pirelli fosse di fatto nazionalizzata da uno Stato straniero di dubbia democrazia”. Domandandosi se il Governo italiano sia stato informato di questa operazione, Mucchetti vede “sviluppi industriali assai più interessanti di quelli connessi a South Stream”. Il riassetto in Pirelli è finito anche nel mirino della Consob i cui uffici hanno in corso verifiche per chiarire vari aspetti della vicenda.

Nessun problema, invece, secondo il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi. “A fianco dei russi che entrano in Pirelli ci sono tante aziende italiane che vanno all’estero e acquisiscono quote di aziende in giro per il mondo – ha commentato – Quello che conta non è la nazionalità del capitale ma la nazionalità di chi concepisce i prodotti e poi li produce con le mani”.

Annunci

Il fondo americano Blackrock conquista Unicredit e diventa il primo azionista

unicredit-640
Fonre di Redazione Il Fatto Quotidiano | 14 marzo 2014 attualità

Dopo Intesa Sanpaolo e Telecom, la società di investimenti rafforza la presa su Piazza Cordusio, superando il fondo arabo Aabar. E’ solo l’ultimo trofeo italiano del colosso Usa, che ha già scommesso su Ubi, Atlantia e Azimut

L’Italia è sempre più nelle mani della finanza americana. Dopo Intesa Sanpaolo e Telecom, Blackrock rafforza la presa anche su Unicredit, diventando il primo azionista. Il fondo americano è salito lo scorso 7 marzo al 5,24% dell’istituto di Piazza Cordusio, superando il fondo arabo Aabar che si ferma al 5,089 per cento.

Blackrock, che a gennaio 2013 era diventato secondo azionista della banca guidata da Federico Ghizzoni conquistando il 5%, ha un patrimonio in gestione da 4mila miliardi, pari al doppio dell’intero debito pubblico italiano. La partecipazione in Unicredit è solo l’ultimo trofeo italiano del fondo americano, che il 13 febbraio scorso, mentre si consumava la fine del governo di Enrico Letta, ha acquistato il 5% di Intesa Sanpaolo diventando il secondo azionista subito dietro la torinese Compagnia Sanpaolo (9,71 per cento).

Blackrock, tra i protagonisti della finanza più influenti a Wall Street e Washington, ha infatti già scommesso su Ubi (4,9%), Prysmian (5%), Atlantia (5%) e Azimut (5%). Ma, soprattutto, su Telecom Italia, dove si è inserito in coda ai soci della holding Telco, nella quale è presente anche Intesa Sanpaolo oltre a Telefonica, Mediobanca e le Assicurazioni Generali. Proprio l’investimento nel gruppo di telecomunicazioni, pari al 7,79% del capitale, ha fatto a lungo discutere ed è anche oggetto di un approfondimento da parte della Consob.

Il mega-fondo americano, da tempo presente nell’azionariato di Unicredit (che ha chiuso il 2013 con una maxi perdita di 14 miliardi) era uscito dal ‘radar’ Consob con la discesa la scorsa primavera al 4,9%, sotto il 5%, avvalendosi dell’esenzione per la comunicazione delle quote inferiori a quella soglia. Blackrock, che agisce indipendentemente attraverso le divisioni di tutto il mondo e nel caso di Unicredit ha investito con 18 diverse aziende, è una delle più grandi società di investimento nel mondo.

Unicredit va in rosso di 14 miliardi nel 2013. Manderà a casa 8.500 dipendenti

Persi oltre 26mila euro al minuto. Sulla voragine pesano soprattutto le coperture per far fronte al continuo lievitare dei crediti a rischio. Previsto un maxi taglio del personale: 5.700 uscite in Italia entro il 2018. Ma ai soci andrà un dividendo
unicredit-640
Fatto Qiotidiano di Mauro Del Corno | 11 marzo 2014 attualità
Nel 2013 il gruppo Unicredit ha perso oltre 26mila euro al minuto. Se si preferisce un milione e 600mila euro ogni ora. Il risultato di fine anno è una perdita rosso fuoco da 14 miliardi di euro. A pagarne le conseguenze saranno innanzitutto i dipendenti del gruppo che verranno ridotti di 8.500 unità, per lo più tra le filiali italiane. Ad affossare i conti è stato fondamentalmente il quarto trimestre, quello in cui solitamente si fanno le pulizie dei bilanci. Qui si concentrano tutte le perdite che sono frutto di drastiche svalutazioni (9,2 miliardi) sul cosiddetto goodwill (quello che in italiano si chiama avviamento), e di nuovi massicci accantonamenti (7,2 miliardi) per far fronte al continuo lievitare dei crediti dubbi.

Il già pessimo bilancio avrebbe potuto essere persino peggiore se Unicredit non avesse beneficiato della rivalutazione della sua quota del 22% in Banca d’Italia che ha avuto un impatto sui conti da 1,4 miliardi di euro. Gli interventi sul bilancio non erano stati previsti da nessun analista, quanto meno non in questa misura. Questo indica che probabilmente qualche conto o stima della banca aveva peccato di ottimismo nei trimestri precedenti. Stando agli ultimi dati i crediti deteriorati del gruppo ammontavano a quasi 61 miliardi di euro su un valore complessivo di prestiti alla clientela di circa 290 miliardi. In pratica ogni 5 euro prestati uno risulta a rischio di mancato rimborso. Con i nuovi interventi annunciati oggi il tasso di copertura (ossia quanto ho già messo a bilancio delle possibili perdite) sale al 51%, un livello elevato anche nel confronto europeo.

In generale il tasso di copertura rimane sempre sotto al 100% perché ci sono sempre beni posti a garanzia di un prestito su cui la banca può almeno parzialmente rifarsi (come l’abitazione nel caso del mutuo). La maxi pulizia di bilancio permette a Unicredit di affrontare con meno patemi d’animo la revisione dei bilanci e gli stress test disposti dalla Banca centrale europea e dall’Autorità bancaria europea. Qualche preoccupazione in vista degli esami europei era legata in particolare al ‘Common Equity Tier 1’, un indicatore di solidità patrimoniale particolarmente rigoroso che ora sale al 9,36% avvicinandosi ai valori di Intesa Sanpaolo (10,6%). Non è un caso che fino ad ora Unicredit fosse la grande banca europea con i credit default swap più cari. Si tratta di prodotti finanziari che permettono di assicurarsi contro il rischio di un fallimento, più il rischio sale più la polizza è costosa. I cds su Unicredit venivano scambiati a 139 contro 130 della spagnola Santander, 106 della tedesca Commerzbank, 89 della francese Credit Agricole o 61 della statunitense Jp Morgan. Valori di per sé non elevati ma significativi del modo in cui i mercati guardano ai vari istituti di credito.

Tornando ai conti del gruppo i ricavi scendono del 4% a 23,9 miliardi di euro mentre i costi rimangono stabili a 14,8 miliardi. Il margine d’interesse (in pratica la differenza tra quanto fa pagare i soldi che presta e quanto paga lei stessa i soldi che le vengono prestati) si riduce del 6,4% a 12,9 miliardi (il calo è dovuto anche a un diverso metodo di conteggio tra i due esercizi). I guadagni da commissioni salgono invece dello 0,7% a 7,7 miliardi di euro. I restanti 3 miliardi provengono soprattutto dall’attività di compravendita di titoli. Con lo spread in costante calo i 45 miliardi di titoli di Stato italiani in portafoglio si sono evidentemente rivelati un buon investimento. Per acquistare una fetta di questi titoli sono stati probabilmente utilizzati parte dei 26 miliardi di euro presi a prestito dalla Bce nelle due operazioni Ltro. La restituzione di questi fondi su cui si pagano interessi irrisori procede ma a ritmo lento. A dicembre Unicredit aveva infatti ancora in cassa 21 miliardi ricevuti da Francoforte.

Contestualmente ai conti il gruppo guidato da Federico Ghizzoni ha presentato il nuovo piano industriale. Ha inoltre annunciato che distribuirà un dividendo in azioni da 10 centesimi e che non prevede nuovi aumenti di capitale (dal crack Lehman ad oggi la banca ha già chiesto ai suoi soci circa 14 miliardi di euro). Le risorse per rafforzarsi arriveranno eventualmente da emissioni obbligazionarie, dalla quotazione di una parte di Fineco (la banca on line controllata dal gruppo) e dalla vendita della divisione che gestisce i crediti. Il piatto forte, e più indigesto, del piano è il taglio di 8.500 posti da qui al 2018, 5.700 di questi in Italia. Già nel 2014 il gruppo dovrebbe tornare a guadagnare soldi: almeno 2 miliardi di euro secondo le previsioni. Tutti elementi che sono piaciuti al mercato facendo si che il titolo non risentisse in Borsa della gigantesca perdita ma finisse la seduta addirittura con un guadagno del 6%.

Unicredit. I vertici confermano: sì alla confisca dei risparmi dei clienti per salvare le banche

corel
-Redazione– 23 giugno 2013- Allarme rosso.

Ecco cosa ha dichiarato niente di meno che il numero uno di Unicredit: “I risparmi che non sono garantiti da alcuna tutela potrebbero essere usati in futuro per contribuire al salvataggio delle banche a rischio fallimento.
Lo ha detto Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit. “Far partecipare i risparmi non assicurati al piano di salvataggio delle banche e’ accettabile, posto che sia una soluzione comune in Europa”, ha dichiarato il manager del principale istituto di credito italiano.

“L’Unione Europea dovrà introdurre leggi identiche e condivise nei vari stati membri” – ha concluso.

20 aprile 2012 – 10.47Gli Specialisti del Debito

Se compri azioni di una società e questa società fallisce, sono problemi tuoi. Nessuno si riduce alla fame per rimediare ai tuoi errori e ricostituire il tuo capitale. Se invece compri titoli di stato e questo stato fallisce, tu non perdi niente: il tuo investimento è garantito dalla pelle di milioni di persone che non hanno mai investito un solo centesimo, perché non avevano i soldi, ma che saranno ridotte alla fame per rimediare alla tua scarsa oculatezza (o alla tua banale sfiga).

Ma chi sono questi ai quali, con l’austerity di Monti, stiamo ripagando investimenti sbagliati? Provate a scoprirlo, se siete bravi. Sul sito del tesoro ci sono i rapporti sulle aste dei titoli, ma sono riepilogativi: ti dicono quanti miliardi hanno piazzato e quale rendimento hanno garantito. Chi li abbia comprati, questi BOT o questi BTP, tuttavia non è dato sapere. Scrivetegli pure, rompete le balle anche a Maria Cannata se volete: per non tradire lo spirito di ogni buona amministrazione pubblica italiana, non vi rispondono. Forse non lo sanno neanche loro. Eppure anche questa sarebbe trasparenza: se io mi indebito voglio sapere con chi. Sapendolo, tra le altre cose, riesco anche a tutelarmi rispetto a possibili operazioni di speculazione, magari ottenute dando una spintarella allo spread prima dell’asta, così da alzare i rendimenti. Se so chi ci guadagna, ho uno strumento in più per tentare di risalire a eventuali comportamenti scorretti. Invece si sa solo che ci sono degli “specialisti”, selezionati mediante speciali graduatorie, che hanno diritto ad accaparrarsi il 10% garantito dei BOT ad ogni emissione. Gli specialisti del 2011, per esempio, erano nell’ordine: 1) Barclays Bank PLC; 2) Banca IMI S.P.A.; 3) Unicredit Bank A.G.; 4) JP Morgan Securities LTD; 5) Deutsche Bank A.G e via via fino a Morgan Stanley & Co.

Curioso che tra gli specialisti con diritto di acquisto sui nostri titoli di stato ci sia anche la Deutsche Bank, che è direttamente collegata ai tedeschi, quelli che da tutta questa storia ci guadagnano. Sì, perché una delle recenti aste di Bund è andata perfino deserta in quanto, dato l’ampio spread, avrebbe garantito rendimenti perfino negativi. Il che significa che in Germania arrivano soldi freschi ad ogni emissione praticamente gratis. Perché? Semplice: se lo spread è alto, succede che alla Merkel arrivano fiumi di denaro, per via della presunta affidabilità dell’investimento. Il che si traduce in ricchezza reale per il paese, in liquidità da usare per i prestiti alle aziende, quindi in prodotto interno lordo e conseguentemente in benessere. Il che, una volta di più, si traduce in un ulteriore impoverimento delle economie del sud Europa, che soffocano o vengono acquisite a prezzi stracciati: la massa monetaria è quella e la BCE non ne crea, senza ritirarne in altre forme. Di contro, chi vuole “osare” diversifica puntando una parte del gruzzoletto in titoli italiani (e ben il 48% del debito pubblico italiano è detenuto all’estero). Quindi la Deutsche Bank acquista i titoli italiani per le speculazioni più impavide e gli viene pure garantita una prelazione del 10% sulle emissioni. Vengono a fare caccia grossa da noi, insomma, come quel nonfatemidirecosa di Jaun Carlos fa con gli elefanti. E noi gli diamo pure una esclusiva “tessera gold”.

Lo stesso spread si determina mediante gli scambi dei titoli di stato sul mercato secondario (piazza affari e, soprattutto, la borsa londinese). Tu che hai comprato da un’asta di BOT, per esempio, ti rivendi le tue quote a chi se le vuole comprare, a un prezzo che è conseguenza diretta delle logiche di compravendita (viziate o meno). Anche qui: provate a capire chi vende cosa e a quanto. Cercate uno storico. Non lo sa nessuno. Forse le banche e magari la borsa. Cioè le élite finanziarie. E certo, gli “specialisti”. Il cittadino non ha modo di risalire a questi dati. Eppure sono soldi nostri, in fondo, e i movimenti che vengono fatti, come lo scambio delle figurine dei calciatori, determinano quanto saremo più poveri nel prossimo futuro: non avremmo forse diritto ad avere, anzi pretendere trasparenza assoluta? Non dovrebbe il Dipartimento del Tesoro pubblicare i volumi di titoli scambiati anche sul mercato secondario, magari con i dettagli relativi ai traffici più voluminosi, quelli che possono essere a rischio? Non se lo chiedi a loro, certo: sarebbe come chiedere a Gambadilegno se ritiene giusto consegnarci una mappa dettagliata dei suoi prossimi colpi. Ma secondo noi, che siamo quelli che viviamo sulla nostra pelle l’austerity che deriva da questi giochetti, dovrebbe? Dovrebbe, sì! La finanza controlla la democrazia: non è forse ora che la democrazia inizi a controllare la finanza?

Dobbiamo chiedere trasparenza totale sugli acquirenti del nostro debito e su tutti i movimenti successivi che, a partire dalle nostre emissioni di titoli, vengono fatti. Solo così potremo iniziare a controllare eventuali mosse speculative che sono ormai i più grandi crimini contro l’umanità. Se tecnicamente non si può fare, si stabiliscano nuove regole e nuovi strumenti per farlo, perché l’uomo deve essere al di sopra di qualsiasi altra cosa. Sempre.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: