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Vandana Shiva: i brevetti sui semi minacciano la libertà

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    «Vendete agli amici le sementi del pomodoro giallo salentino, che nessuno coltiva più da due secoli? Ronzate su Internet alla ricerca dell’introvabile seme di pera veneta rinascimentale per abbellire il vostro orto? Ebbene, siete da oggi tutti fuorilegge. Come i pirati che scaricano film coperti da copyright, come i ragazzini che trafficano con i Cd copiati dalla Rete». Così Debora Billi, all’indomani di una sentenza della Corte Europea che già nel 2012 prevedeva il divieto di vendere sementi non iscritte allo specifico albo certificato dell’Unione Europea, prima ancora che – nel 2013 – venisse formalmente proposto il “riordino” della materia, attraverso l’Agenzia delle Varietà Vegetali Europee, cui anche i piccoli produttori dovrebbero sottoporsi, per poter commercializzare i prodotti del loro orto. Super-burocrazia per scoraggiare le piccole coltivazioni? Di questo passo, avvertono l’inglese Ben Gabel del “Real Seed Catalogue” e lo scrittore Mike Adams, i divieti potrebbero insidiare persino gli orticoltori amatoriali.
    «Un’altra bella norma liberista che va a favore della libertà di impresa e di libero scambio, ne siamo certi», ironizzava Debora Billi un anno fa, segnalando i sospetti avanzati da “Net1News”: «Perchè non esiste un registro ufficiale dei bulloni e delle viti? Forse perchè non c’è una Monsanto della minuteria metallica». Perché mai regolamentare la produzione di ortaggi e vietare il libero commercio dei semi? «Sottomettere le sementi ad una procedura del genere, che esiste ed è giustificata per i medicinali e i pesticidi, ha evidentemente il solo scopo di eliminare alla lunga le varietà di dominio pubblico, e quindi liberamente riproducibili, per lasciare in campo solo quelle brevettabili». O forse, conclude la Billi, è solo un altro favore alle compagnie sementiere, «le uniche a godere delle norme protezioniste liberiste», su cui vigila il Wto. «Pensavate che tale libertà fosse, ancora, a vostro vantaggio?».

    Attenti: sottoporre anche i semi alla logica industriale è un pericolo per l’umanità. Lo afferma la fisica e ambientalista indiana Vandana Shiva, che a partire dalla storica conferenza mondiale sul clima svoltasi a Nairobi nel 2007 si è spesa per sostenere il “manifesto per il futuro delle sementi”. Primo caposaldo, la biodiversità: è la nostra più grande sicurezza, sostiene il “manifesto”. «La diversificazione è stata la strategia di innovazione agricola più diffusa e di successo negli ultimi 10.000 anni». Vantaggi evidenti: «Aumenta la scelta tra diverse opzioni e le probabilità di adattarsi con successo ai cambiamenti ambientali ed ai bisogni umani». Perciò, in contrasto con l’attuale tendenza verso la monocultura e l’erosione genetica, proprio la diversità «deve tornare ad essere la strategia di punta per lo sviluppo futuro delle sementi».

    Si tratta di preservare la diversità di semi, di sistemi agricoli, di culture e di innovazioni, ricorda Marco Pagani su “Ecoalfabeta”, analizzando il “manifesto” di Vandana Shiva. Diversità e, naturalmente, libertà dei semi: «Le sementi sono un dono della natura e delle diverse culture, non un’invenzione industriale. Trasferire questa antica eredità di generazione in generazione è un dovere ed una responsabilità. Le sementi sono una risorsa di proprietà comune, da condividere per il benessere di tutti e da conservare per il benessere delle generazioni future e per questo non possono essere privatizzate o brevettate», checché ne pensino il Wto e l’Unione Europea. In gioco, sottolinea Pagani, è quindi «la libertà dei contadini di conservare le sementi, di scambiarle e commerciarle, di sviluppare nuove varietà e di difendersi dalla privatizzazione, dalla biopirateria e dalle contaminazioni genetiche degli Ogm».

    Servono semi per il futuro, liberi da vincoli, per dare cibo alle comunità locali. Agricoltura pulita, riduzione dei gas serra: «Le sementi non devono richiedere input energetici esterni (attraverso i fertilizzanti, i pesticidi e il combustibile) oltre lo stretto necessario». E niente veleni: «Eliminazione di agenti chimici tossici nello sviluppo delle sementi». Il che significa salute, oltre che qualità del cibo, cioè sapore e valore nutrizionale. Vandana Shiva riconosce il protagonismo femminile nell’agricoltura libera: «Le donne rappresentano la maggioranza della forza lavoro agricola e sono le tradizionali custodi della sicurezza, diversità e qualità dei semi: il loro ruolo centrale nella protezione della biodiversità deve essere sostenuto». Insomma, le sementi non sono una faccenda tecnica per esperti agronomi, ma devono interessare tutti, perché ne va del futuro della nostra sovranità alimentare. «Democratizzare l’uso delle sementi – conclude Pagani – è uno dei pilastri per la difesa futura della democrazia sulla terra». Contro le lobby che dettano legge, imponendo sempre nuove dipendenze, fino a far “privatizzare”, con tanto di brevetto, anche i semi di pomodoro.

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ALLA RICERCA DELLA LIQUIDITA’ PERDUTA

corel
Fonte Comedonchisciotte DI MARCO DELLA LUNA da marcodellaluna.info 13/0/2013 attualità

Il sistema-paese soffre di arretratezza tecnologica e infrastrutturale, di inefficienza e dispendiosità della macchina amministrativa, di lentezza e corruzione di quella giudiziaria, di costi elevati di una politica e di una burocrazia ampiamente parassitarie, per non parlare dell’influenza istituzionale della criminalità organizzata e, ovviamente, della insostenibile pressione fiscale.
Il male di fondo, che toglie i mezzi anche per affrontare gli altri mali, e da cui direttamente dipendono insolvenze, fallimenti, licenziamenti, crollo di speranza, investimenti e consumi, è però un altro, ossia la carenza di mezzi monetari, il costo eccessivo (rispetto ai paesi competitori) del denaro, le difficoltà ad ottenere credito.

Una carenza crescente, sempre crescente, che, attraverso la deflazione, rende sempre più oneroso, difficile o impossibile, il pagamento degli interessi e dei debiti. E delle imposte. E dei contributi. Non dimenticate che la Corte dei Conti ha rilevato che molti enti pubblici sono morosi di parecchi miliardi di versamenti contributivi all’Inpdap-Inps. Corre voce, forse gonfiata, che questa mina esploderà presto.

Immaginiamo una pozza in cui l’acqua stia calando lentamente progressivamente. I pesci rossi, gialli e verdi boccheggiano. Perché cala l’acqua nella pozza? In parte evapora, in parte defluisce seguendo rigagnoli, in parte – la parte maggiore – si raccoglie in una cavità nascosta sotto il fondo dello stagno.

I pesci non hanno più lo strumento della creazione di liquido e non possono usarlo per compensare l’acqua che se ne va. Hanno ancora lo strumento fiscale, con cui possono distribuire l’acqua diversamente tra pesci rossi, gialli, verdi – ossia, tra settore pubblico e privato, tra nord e sud – ma non possono trattenerla né rabboccarla. Anzi, le misure fiscali tendono a far aumentare la fuga dei liquidi e scoraggiano gli investimenti stranieri. La gente comune non ha ben chiaro che i soldi che lo Stato prende con imposte e con la lotta all’evasione sono soldi che semplicemente si spostano all’interno della pozza, ma non aumentano la quantità di liquidi disponibile, quindi non alzano il livello dell’acqua nella pozza, ma semmai accelerano il suo deflusso.

L’acqua che evapora sono quei capitali – miliardi di Euro – che si spostano all’estero e vengono investiti in modi tali da sottrarsi al fisco nazionale (vedi scandalo Offshore-Leaks: 32.000 miliardi di dollari scoperti sinora, ovviamente in ambito globale). L’acqua che defluisce nei rigagnoli sono i liquidi che vanno all’estero come pagamenti di interessi e capitali (disavanzo commerciale), come rimesse degli immigrati (pensiamo particolarmente ai cinesi), come trasferimenti netti a favore di UE, MES, etc.

Su queste perdite di liquidi si può intervenire, ma solo marginalmente e non certo risolutivamente, anche perché per attrarre liquidità dall’estero mediante saldi attivi della bilancia commerciale, turismo e investimenti, dovremmo svalutare rispetto ai partners, ma questa opzione è preclusa dall’Euro, dalla cessione del controllo sui cambi. Il calo del livello dell’acqua continuerà inevitabilmente e mortalmente. Possiamo ritardare il calo, guadagnare qualche mese, ma non fermarlo, non cambiare l’esito, e l’esito è che i pesci moriranno uno dopo l’altro, sempre più velocemente. Lo stanno già facendo.

Diversamente dai pesci della pozza USA e della pozza del Sol Levante, noi non possiamo creare acqua per ristabilire il livello vitale, poiché anche questo potere l’abbiamo trasferito alla BCE, la quale, per statuto, non può fare interventi di questo tipo, che invece fanno la Fed con Obama e la BoJ con Shinzo Abe. La BCE e altri istituti internazionali ed esteri intervengono abbassando i tassi e dando denaro fresco alle banche e al settore finanziario, però questa liquidità non arriva, sostanzialmente alla pozza, ai pesci, all’economia reale – rimane dei circuiti finanziari, in impieghi che non pagano tasse nel Paese, perché le banche usano quei soldi non per prestiti all’economia reale, ma per chiudere buchi di bilancio (contenzioso sommerso) e per investimenti speculativi, più redditizi e sicuri in un’epoca di depressione con outlook sfavorevole. Anche i tassi rimangono alti e handicappanti nella competizione internazionale.

In conclusione, le possibilità di intervento sono scarse, marginali e nessuna è idonea a risanare la situazione e a rilanciare l’economia. Il dibattito attuale è quindi improduttivo.

Rimane l’acqua nascosta nella caverna sotto il fondo dello stagno. E la falla attraverso cui quell’acqua è finita nella caverna. E’ una falla causata da principi contabili errati, cioè non corrispondenti alla realtà economica, in materia monetaria e creditizia. Il concetto è estremamente semplice – così semplice, da risultare sfuggente, ma è oggettivo e verificabile. Si tratta di riuscire a riflettere sull’ovvio. Se si chiude la falla, migliorano drasticamente i bilanci delle banche commerciali, sia come conto economico, sia come stato patrimoniale; inoltre la erogazione dei crediti diventa molto più leggera patrimonialmente. Do per scontato che tutti sia noto che il sistema bancario opera attraverso un moltiplicatore, che gli consente di prestare un multiplo della raccolta – le banche non sono soltanto intermediari del credito, non si limitano a prestare la raccolta applicando una forbice sui tassi, ma creano liquidità – ecco perché il credit crunch è anche un liquidity crunch.

La falla consiste nel mancato rilevamento contabile, in conto di ricavo della banca, di una realtà economica oggettiva e fondamentale, ossia dell’acquisizione di potere d’acquisto (valore) da parte dei mezzi monetari – denaro primario e denaro creditizio, come assegni circolari, bonifici, lettere di credito, saldi attivi di conti correnti. I mezzi monetari non hanno un valore intrinseco non essendo fatti di metalli pregiati, né sono convertibili in metalli pregiati. Il loro valore, cioè il potere d’acquisto, non è prodotto dalla banca, ovviamente, la quale non produce beni reali; esso deriva dalla loro accettazione da parte del mercato, dal fatto che il mercato è disponibile a dare beni o servizi reali in cambio di essi, sebbene essi non siano beni reali. Essi quindi, nel momento in cui la banca li emette sotto forma di erogazione di credito o di acquisto diretto di titoli finanziari, assorbono o ricevono dall’esterno il valore, il potere di acquisto, e cessano di essere meri pezzi di carta o impulsi elettronici per divenire moneta. La banca preleva dal mercato, dalla generalità dei soggetti, un potere d’acquisto che essa non crea, e lo presta a un soggetto determinato, percependo da questo soggetto un interesse.

Orbene, questa trasformazione, questa acquisizione di valore, è un fatto economico reale, esattamente un ricavo della banca che emette la moneta primaria o quella creditizia. Un ricavo che, con i principi contabili vigenti, non viene contabilizzato. Conseguentemente abbiamo che la banca, quando eroga 100, dovrebbe, nel conto economico, registrare, a scalare:

ricavo da acquisizione di potere d’acquisto: + 100

costo da erogazione di potere d’acquisto: – 100

ricavo da acquisizione di credito: + 100

SALDO OPERAZIONE: + 100

Sotto gli attuali principi contabili, la prima registrazione non avviene, quindi il ricavo di 100 “sparisce” nella caverna sotterranea, non viene tassato, non si traduce in attivo patrimoniale, in possibilità di credito. Le sorti di questi ricavi non contabilizzati dovrebbero essere indagati. Probabilmente prendono la via di paradisi fiscali, dove riaffiorano, carsicamente, e sono impiegabili in operazioni speculative o in vantaggiosi investimenti reali.

Con questo concludo, ritenendo di aver perlomeno indicato in linee generali dove bisogna metter mano, se non si vuole sprofondare domani o fra una settimana nel buco nero dell’indebitamento. E di aver anche dimostrato la sostanziale impotenza, o il valore meramente dilatorio, delle altre opzioni sul tavolo.

Un’ultima osservazione: nel mondo l’aggregato del debito soggetto a interesse è di almeno 2 milioni di miliardi di Dollari, e l’aggregato degli interessi da pagare sicuramente supera i 100.000 miliardi, mentre il prodotto lordo globale arriva a 74.000 miliardi. Il servizio del debito esistente viene quindi pagato contraendo nuovo debito. Il mondo è un grande schema Ponzi, e non vedo altre vie che la riforma contabile suddetta, per prevenire che lo schema Ponzi scoppi in un global meltdown.

Marco Della Luna
Fonte: http://marcodellaluna.info
Link: http://marcodellaluna.info/sito/2013/05/12/alla-ricerca-della-liquidita-perduta/Mm
13.05.2013

Eurogendfor. La super polizia europea su cui regna l’omertà

corel
Fonte articolotre 6/05/2013 attualità
G.C.- -6 maggio 2013- In questi giorni si parla molto dell’imminente scioglimento dell’Arma dei carabinieri e sono in tanti a domandarsi dove potranno finire dunque tutti coloro che hanno dedicato la propria vita alla forza militare italiana. Ebbene, la risposta è: polizia o Eurogendfor.

La Polizia non ha certo bisogno di presentazioni. La seconda, invece, sì, se non altro per il silenzio che su essa regna. L’Eurogendfor altro non è che l’European Gendarmerie Force, una sorta di esercito sovranazionale dotato di poteri straordinari, formato da 800 militari sempre pronti a intervenire in ogni luogo del pianeta e una riserva di di circa 2000 uomini attivabili entro trenta giorni.

Questa gendarmeria nacque nel 2004 su iniziativa di cinque Paesi Membri dell’Ue: Francia, Italia, Portogallo, Spagna e Paesi Bassi. Proprio quelli che, il 18 ottobre 2007 , firmarono a Noordwijk il Trattato di Velsen, il quale, formato da appena 42 articoli, ne disciplina compiti e poteri. Nel 2008, poi, ai cinque stati “padri” si aggiunse anche la Romania.

L’Egf, che ha sede a Vicenza, presso la caserma Chinotto, è a disposizione dell’Unione Europea, della Nato, dell’Onu e dell’Ocse, eppure non risponde a nessuno di essi, ma solo al Cimin (Comitato Interministeriale di Alto Livello), ossia a quel gruppo di ufficiali e rappresentanti del Ministero Esteri e Ministero Difesa. Rapidamente schierabile, composta da forze di polizia con status militare, interviene in scenari di crisi per riportare l’ordine pubblico.

Dalla sua nascita, ha -ufficialmente- operato in almeno tre scenari: in Bosnia Erzegovina dal 2007 al 2010, nell’ambito della Missione Eufo “Althea”; ad Haiti, nel 2010, a seguito del terremoto, rispondendo alla richiesta dell’Onu; in Afghanistan, sotto l’egida della Nato, dove tutt’ora addestra la Polizia locale. Eppure non sono in pochi a ritenere che sia stata schierata anche in altre località e contesti, come in Grecia durante le rivolte anti-austerity.

La cosa più preoccupante in assoluto di questa milizia, attualmente posta sotto il comando del colonello olandese Cornelis Kuijs, è la sua totale autonomia. L’Eurogendfor, infatti, non deve rispondere né ai Parlamenti delle nazioni che l’hanno creata, né, tanto meno, a quello europeo di Strasburgo. Soprattutto, parrebbe che i membri dell’Efg possano godere di una “totale immunità giudiziaria”.

Nel Trattato di Velsen, il documento firmato dai ministri dei paesi che l’hanno costituita, si possono trovare infatti elencati i diversi “super poteri” che questa milizia europea si è vista riconoscere. Nell’articolo 21, per esempio, si cita l’inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi della gendarmeria. In quello successivo, ecco comparire l’immunità delle proprietà e dei capitali dell’Egf da provvedimenti esecutivi dell’autorità giudiziaria dei singoli Stati. E ancora: l’articolo 23 prevede che tutte le comunicazioni degli ufficiali della forza in questione non possano essere intercettate da nessuna autorità giudiziaria, mentre il ventinovesimo, il più illuminante di tutti, spiega come il personale EGF non possa essere soggetto a “procedimenti di esecuzione di giudizi a loro carico relativi a situazioni derivanti dallo svolgimento dei loro compiti ufficiali emessi dello Stato ospite o di destinazione.” Una carta bianca che permette ai super militari di far quello che preferiscono, appena mitigata dall’articolo 13, che sottolinea come il personale EGF debba “rispettare la legge in vigore nel Paese ospite o nel Paese di destinazione”. Inoltre, nell’articolo 28 del Trattato si chiarisce che i paesi aderenti rinunciano a chiedere indennizzi per eventuali danni procurati dalla milizia.

Una lunga serie di protezioni, dunque, che, assieme al silenzio che regna su di essa, andrebbe a coprire la forza di polizia internazionale, la quale può operare in tutte le fasi di gestione di una crisi: quella iniziale, “attraverso la stabilizzazione e il ripristino delle condizioni di ordine, sicurezza pubblica, sostituendo o rafforzando le forze di polizia locali deboli o inesistenti”; quella di transizione, “continuando a svolgere la sua missione come parte della componente militare, facilitando il coordinamento e la cooperazione con unità di polizia locali o internazionali”; e nel disimpegno, “agevolando il trasferimento delle responsabilità dai militari alla catena di comando civile.”

Il Trattato di Velsen, inoltre, affida ad Eurogendfor una serie di impegni e compiti che sollevano numerose incognite. Oltre al garantire la pubblica sicurezza e svolgere attività di polizia giudiziaria, l’Egf può controllare, sostituirsi o istruire le polizie locali, dirigere la pubblica sorveglianza, operare alle frontiere, acquisire ogni genere di informazione e, infine, svolgere operazioni d’intelligence.

Ed è proprio quest’ultimo punto, quello che preoccupa i più: una superforza che tutto può, con la benedizione di stati e organizzazioni, una struttura militare sovranazionale in grado di operare in qualsiasi angolo del globo senza dover render conto a nessuno, che si configura anche come organo di spionaggio interno ed esterno. In poche parole, una bomba innescata in mano ai potenti, i quali, secondo alcuni, l’avrebbero già utilizzata a proprio piacimento per placare proteste e rivolte. E’ il caso, appunto, della Grecia. In questa direzione, non sono in pochi a domandarsi quanto tempo debba trascorrere prima che i supermilitari intervengano anche in Italia, considerata la crisi sia governativa che finanziaria in cui il nostro paese riversa e che lo spinge perennemente sull’orlo del baratro. Oltre il quale, ci sono pochi dubbi, ci attendono i manganelli dell’Egf.

Tour europeo finito, risultati (quasi) zero

corel
Fonte conropiano.org Giovedì 02 Maggio 2013 attualità
Il tour europeo di Enrico Letta ha sostanzialmente confermato quel che era chiaro da tempo. Le scelte di politica continentale restano di fatto bloccate fino alle elezioni tedesche, ma non è affatto detto che dopo possano esser diverse.

In fondo, persino il sindacato dei metalmeccanici, l’IgMetall, ritiene che i “paesi cicala” debbano fare tutti i sacrifici loro richiesti dalla Troika. Segno che l’”unità di classe”, sul continente, è tutto meno un dato “spontaneo”. Una peraltro improbabile vittorio dei socialdemocratici della Sod, insomma, potrebbe non cambiare molto nella gestine teutonica della crisi europea.

Nel frattempo, tutti gli altri paesi di grandi dimensioni e con problemi economici più o meno gravi, si incontrano e si dicono d’accordo sulla necessità di politiche “per la crescita”. Ma nonostante i “numeri” che possono vantare nelle istituzioni europee non hanno la potenza economica sufficiente a far cambiare l’orientamento della nave unitaria.

Resta quindi un parlottare convulso, un fiorire di ipotesi e “possibili soluzioni”, che si scontra puntualmente col “nein” di Berlino e degli altri paesi “virtuosi” (Olanda, Finlandia ben poco altro).

Anche il povero Letta, dunque, ha fatto il suo giro per infine ritrovarsi al punto di partenza: gli impegni sul contenimento del debito pubblico assunti davanti all’Europa devono essere confermati ma, «nei limiti dei target definiti», vanno individuati spazi per la crescita.

Botte piena e moglie ubriaca, frasi che si possono dire ma che indicano azioni in contrasto fra loro. Eppure il “programma” enunciato da Letta in Parlamento, quello su cui ha ottenuto la difucia e viene ricattato da Berlusconi, può fare qualche passo pratico soltanto se la “rigidità” degli impegni europei viene allentata in misura significativa. Perché il margine per trovare nuove risorse – a impegni confermati – appare decisamente inesistente. Una coperta corta, dove se togli l’Imu devi tagliare altre spese, se copri l’intera platea degli “esodati” o delle valanghe di nuovi cassintegrati saresti costretto ad aumentare un pressione fiscale oltre i limiti della tollerabilità, se “freni” i metodi brutali di Equitalia ti ritrovi con minori entrate, ecc.

Saranno sei mesi durissimi, insomma, quelli che ci separano dal prossimo governo tedesco. Sei mesi in cui appare raggiungibile qualche risultato sul fronte europeo solo sotto forma di “cancellazione della procedura di infrazione per deficit eccessivo”, che comporterebbe alcune rigidità in meno nel rispetto di altri parametri. Un minimo di margine operativo su cui – con una compagine così disomogenea e a tratti scgangherata – è facile prevedere uno scontro titanico.

Letta non ha ottenuto molto, dal suo tour. Barroso ha sorriso molto, ma concesso il minimo. «Positivamente impressionato per il forte impegno europeo di Letta. Entrambi siamo convinti necessità conti pubblici sani. Ridurre il debito per l’Italia è una necessità. Occorre accelerare le riforme strutturali», ha sottolineato. In cambio, si è detto «molto fiducioso sulla possibilità che l’Italia esca dalla procedura di infrazione». Ma tagliare il debito e fare le “riforme strutturali” è la condizione per ottenere l’assoluzione nel “processo” a carico dell’Italia.

Stesso ammoninento da parte del presidente del Consiglio Europeo, .Herman Van Rompuy Che ha sì assicurato a Letta che l’Ue é pronta a fare «pieno uso della flessibilità esistente», ma solo «conservando come obiettivo centrale la solidità delle finanze pubbliche».

Il maggior successo lo ha ottenuto con l’altro grande malato, la Francia di Hollande. Ma è quasi tutto sul piano della pura retorica. «Non possiamo avere un’Europa dove gran parte del continente affonda e 2-3 paesi vanno bene. È tutto il continente che deve andare bene».

Con una consapevolezza forte, peraltro sottaciuta quando parla in Italia: «Se la dimensione europea non c’è, se in Italia si compiono scelte che in Europa non si vogliono compiere, è come scavare una montagna e non ce la faremo». La tenaglia del Fiscal Compact, con i suoi 50 miliardi di spesa pubblica da tagliare ogni anno per i prossimi 20 anni, sta per scattare; ed è una catena recessiva da cui – ammette – non sarà possibile uscire vivi.

Per questo continua a rivolgersi all’”Europa tedesca” affinché cambi presto indirizzo: «Se l’Europa viene percepita come una matrigna che frustra le opportunità delle persone, le butta giù, l’elettorato le si rivolta contro e si trasforma in un disastro democratico».

Ci vogliono docili schiavi, se non ti sta bene diffondi queste informazioni

pd
Fonte altraifomazione.it 8/12/2013 attualità
PRIMO, SAPERE CHI CONTROLLA I POLITICI E MANDANDO A ROTOLI L’EUROPA
I tecnocrati che gestiscono l’unione Europea per conto dei banchieri e della finanza internazionale scelgono i politici, i capi di Governo, i direttori delle testate giornalistiche, dei telegiornali e gli alti ufficiali dell’esercito.
Hanno imposto misure di tassazione che stanno portando miseria e sfascio ai 17 paesi dell’Eurozona, arricchendo e conferendo un potere smisurato agli enti bancari da loro gestiti, espropriando e saccheggiando beni privati e pubblici per miliardi di euro
Hanno reso il nostro Paese servo della Banca Centrale Europea, alla quale, non potendo più battere moneta, lo stato deve chiedere il denaro in prestito, pagando 80 miliardi all’anno solo di interessi.
Hanno imposto il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità al quale l’Italia dovrà versare 125 miliardi di euro in 5 anni (25 miliardi all’anno) per far si che in caso di crisi, il MES ce li presti a interesse (!) Prestito che non potremo rifiutare.
[Qui si trova il testo integrale che regola il MES, approfondire in particolare L’ART.32 http://www.leggioggi.it/allegati/testo-del-trattato-mes-meccanismo-europeo-di-stabilita/ ]
Ci hanno imposto il Fiscal Compact, che, tramite altri tagli sanguinosi imporrà all’Italia di ridurre il debito di 45 miliardi all’anno, per 20 anni.
Hanno reso fuori legge tutte le sementi naturali e imposto a tutti i coltivatori l’utilizzo delle sementi brevettate dalle multinazionali, molte della quali OGM.
Questo significa anche che hanno imposto gli OGM di Monsanto nei nostri piatti, nei nostri ristoranti, nelle pappe dei nostri figli. [vedi la recente legge approvata da Obama http://www.dionidream.com/obama-ha-firmato-latto-di-protezione-monsanto-hr933-legalizzata-lassenza-di-controlli-sugli-ogm/%5D
Hanno imposto un redditometro mostro che scruta ogni nostro movimento, acquisto, spesa o transazione, 24 ore su 24. Il diritto alla privacy è finito giù dal cesso in una notte.
Stanno facendo la guerra al denaro contante per renderci totalmente servi nei confronti del sistema bancario, con l’intenzione di far scomparire completamente tutte le banconote dalla circolazione nel giro di un paio d’anni.
Hanno istituito un sistema in cui la maggior parte dalle leggi valide sul territorio italiano viene creata, discussa e approvata dalla Commissione Europea e non dal parlamento italiano, da individui totalmente estranei, ineletti e su cui non può esistere alcuna forma di controllo né di opposizione da parte di alcun ente nazionale
All’interno di questo meccanismo hanno approvato una serie di leggi che regolamentano la produzione, la lavorazione, la conservazione, l’additivazione e la distribuzione del cibo e di altri beni di uso comune, stravolgendo e facendo chiudere migliaia di antiche aziende basate su una prestigiosa tradizione secolare.
Hanno attuato lo stravolgimento delle regole che riguardano ogni settore: pesca, acquacoltura, produzione delle carni, etichettatura dei prodotti, produzione prodotti agricoli, trasporti pubblici, su strada e ferrovia. Tutto questo viene deciso a livello comunitario e diventa legge sul territorio italiano.
E’ sempre più evidente l’intenzione di sottoporre la popolazione all’impianto di microchip RFID con funzione di banca dati, controllo di tutte le operazioni finanziarie, tutti i beni, tutti i possedimenti e insieme sistema di localizzazione [vedi http://scienzamarcia.blogspot.it/2013/03/il-microchip-rfid-come-strumento-di.html%5D
Questo è un elenco incompleto e numerosi altri punti dell’agenda dei tecnocrati-banchieri sono a vari stadi di avanzamento.
E’ evidente che la grande maggioranza della popolazione non si rende conto di quello che sta accadendo e della reale portata perché, semplicemente, le informazioni cruciali non vengono fornite attraverso i normali organi di informazione (TV – Radio – Giornali)
Si rende necessaria una vasta operazione di auto-informazione da parte della popolazione per evitare il peggio. Questo meccanismo perverso deve essere interrotto o ci aspetteranno generazioni di servitù all’interno di uno stile di vita estremamente limitato e di scarsissima qualità
Usano una manciata di vocaboli, ripetuti all’infinito fino a conficcarli nei solchi dell’inconscio collettivo come guardiani e custodi delle loro azioni dissennate: spread, mercati, debito, “responsabilità”, default, integrazione, euro, Europa. Parole trattate come vocaboli sacri, intoccabili, indiscutibili come le mura di una prigione. Queste sono le lame dei coltelli con cui ci minacciano e ci tengono all’interno del labirinto per topi progettato per noi.
Siamo arrivati, attraverso il progressivo innalzamento delle imposte dirette e indirette, a versare “ad altri” il 70% del frutto del nostro lavoro. Questo è inaccettabile.
Attraverso un piano molto subdolo sano riusciti a farci assuefare alla condizione di schiavi docili e servili, per nulla in grado di mettere in discussione le scelte dei reggenti. Ci hanno resi dei molluschi striscianti capaci solo mettere la mano al portafoglio e versare tutto ai padroni.
E’ ora di organizzarsi e organizzarsi significa DIFFONDERE INFORMAZIONE VERA attraverso la rete e far capire a chi ancora vive di illusioni qual è la realtà e di che pasta sono fatti quelli che tengono le redini dell’Europa.
Occorre capire che questa gente non ha la minima intenzione di agire per il benessere, per la ripresa e il miglioramento, ne per la generazione e spartizione delle ricchezze. Nessuna delle loro leggi porterà prosperità. Nessuna!
Essere Europei sì, ma prima ancora che europei ITALIANI, con le nostre aziende, la nostra produzione artigianale rimasta fino a pochi anni fa fiore all’occhiello della produzione artigianale mondiale, con i nostri prodotti, la nostra lingua, i nostri gesti, LA NOSTRA SOVRANITA’, INDIVIDUALE, LEGISLATIVA E MONETARIA e non i servi di un’elite psicologicamente disturbata e predatoria. [vedi http://scienzamarcia.blogspot.com/2013/02/materiale-informativo-sul-signoraggio-e.html%5D
Padroni delle nostre leggi, del nostro territorio, dei nostri prodotti migliori e del loro frutto, della nostra moneta, della nostra libertà di cittadini, del nostro diritto di nascita alla prosperità

tratto da

http://www.facebook.com/pages/Abbattiamo-la-Frode-Bancaria-e-il-Signoraggio/208622872545749

EUROCRISI Cipro, assalto alle banche mentre la Slovenia trema (continua l’attacco dell’U.e-Bce-Fmi all’economia Europea)

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Fatto Quotidiano di Stefano Feltri del 29/03/2013 attualità

L’ immagine che resterà della crisi di Cipro è quella del convoglio di tir che, nella notte, scortati da auto della polizia ed elicotteri, portano ver- so le banche cinque miliardi di euro freschi di stampa dalla Bce. Banconote che servivano ad affrontare la riapertura, il momento temuto in cui, dopo quasi due settimane di incertezze e paure, ai cittadini dell’isola mediterranea è stato restituito l’accesso ai propri risparmi. Se il sistema ha tenuto, evitando il temuto collasso, è soltanto perché sono stati posti limiti alla circolazione di capitale: non si possono ritirare più di 300 euro dal bancomat, non si possono portare all’estero più di mille euro in contanti, vietato incassare assegni. Quasi tutto il resto, bonifici e pagamenti soprattutto verso l’estero, sono bloccati o sottposti a rigida approvazione preventiva. I paletti ai capitali, spiega il ministro delle Finanze Ioannis Kasoulides, verranno gradualmente rimossi. Ma ci vorrà almeno un mese. Poi la crisi di Cipro potrà, forse, essere archiviata. Gli strascichi, ovviamente, saranno tantissimi. A Cipro ci sarà una commissione di inchiesta sul disastro della Cyprus Bank e della Laiki, che costerà al Paese 16 miliardi di euro (10 dal fondo Salva Stati e Fmi, 5,8 dai prelievi sui depositi della Cyprus bank, la cui entità ancora non è nota, potrebbero arrivare addirittura all’80 per cento) e un crollo del 20 per cento del Pil. Ma l’effetto contagio dovrebbe fermarsi. ALMENO IN TEORIA. Perché da quando il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha fatto capire che il “modello Cipro” (salvataggi bancari a carico di azionisti e creditori della banca invece che dello Stato) potrebbe essere esportato, gli investitori cercano di indovinare chi sarà il prossimo. E ormai tutti puntano sulla Slovenia che, per la verità, è considerata sull’orlo del crac da oltre un anno. Ma il 18 marzo, nel suo rapporto annuale sul Paese, il Fondo monetario internazionale ha presentato l’economia di Lubiana come avvitata in un “circolo vizioso tra ten- sioni finanziarie, risanamento fiscale e fragilità delle imprese” che sta “pro – lungando la recessione”. Semplificando: le banche hanno finanziato ope- razioni di fusioni e acquisizioni delle imprese le quali, causa recessione, tagli e tasse, ora hanno ben poche prospettive e vacillano, minacciando di far crollare anche i finanziatori. La Slovenia è entrata nell’euro nel 2008, ma già ora comincia a scoprire gli effetti negativi, che passano per lo spread e il costo del debito: nelle ultime settimane il tasso di interesse imposto dal mercato ai titoli di Stato decennali di Lubiana si è impennato arrivando al 6,2 per cento (l’Italia è al 4,72). E questo è un guaio, visto che lo Stato dovrebbe raccogliere sul mercato 3 miliardi di euro. Le banche hanno crediti in sofferenza pe r il 14 per cento del totale, avrebbero bisogno di un miliardo di ricapitalizzazione che al momento non si trova. Le imprese slovene sono tra le più indebitate d’Europa. Il deficit è troppo alto, 5,1 per cento del Pil (ma anche quello strut- turale, corretto per gli effetti della recessione, è sopra il 3,2) e questo è il preludio per una sta- gione di rigore per ridurlo. La Slovenia è il candidato ideale per l’effetto domino. E secondo il Sole 24 Ore, le nostre banche sono esposte verso la Slovenia per 7,6 mi- liardi, mentre per Cipro erano solo 1,3. La Germania, protagonista della gestione della crisi, invece era esposta verso Nicosia per 7,6 miliardi e quindi si è data molto da fare per trovare una soluzione. Chissà se i 3,1 miliardi che rischia a Lubiana sono sufficienti per garantire una pronta soluzione. Lo si vedrà presto, a meno che il vuoto di potere in Italia non riporti gli inve- stitori a occuparsi più di Roma che di Slovenia. Ieri il nostro spread ha chiuso a 347 punti.

COLOSSALE RAPINA IN BANCA A CIPRO

cyprus banks
Fonte ComedonChisciotte DI GIOVANNI ZIBORDI Icobraf.com 17/03/2013 attualità

Colpo di scena sabato a Cipro. Colossale rapina in banca. Il governo aveva annunciato giovedì congiuntamente alla UE e alla Troika un salvataggio delle banche da 17 miliardi, una cifra pari al PIL dell’isola (ma le passività totali delle banche cipriote sono 8 volte tanto). Sembrava quindi un salvataggio con soldi della UE, a dispetto delle proteste in Germania contro le banche cipriote, note per il riciclaggio di denaro e i traffici degli oligarchi dell’Est Europa.
v Ma nel frattempo la Germania aveva dato un ultimatum: o fate un prelievo forzoso dai conti correnti pesantissimo o uscite dall’Euro. Il governo di Cipro ha scelto l’eurozona e l’euro.

Oggi annuncia, a banche chiuse, che all’apertura di lunedì mattina avranno già prelevato (1) su tutti i depositi bancari detenuti in banche a Cipro : un 6.75% su quelli sotto 100mile euro (che sono assicurati per legge nella UE contro la bancarotta) e del 10% per quelli sopra 100mila euro. E fino ad allora i bancomat sono bloccati nel weekend a Cipro e agli istituti e’ stato inoltre imposto di bloccare durante questo fine settimana la possibilita’ di effettuare trasferimenti di denaro via internet.

Dal prelievo sui depositi bancari sono attesi introiti per circa 5,8 miliardi di euro (quindi in un paese con PIL di 17 miliardi si tenevano nei conti correnti qualcosa come 60 miliardi !). Per la precisione però i depositanti vengono compensati con azioni nelle banche in cui avevano i soldi, con l’unico problema che sono banche quasi fallite le azioni in pratica non trattano quasi e il valore che il governo vi attribuisce nel calcolare quante darne in cambio del prelievo è un poco arbitrario.

Nota Bene: solamente tre giorni fa, il 14 marzo, il presidente di Cipro aveva dichiarato, sul Financial Times, che non avrebbe MAI accettato un prelievo forzo sui conti correnti ” Nicos Anastasiades, the president, says it will “never” accept a haircut of depositors…” (2) Ricordatevelo bene questo: mentono fino al giorno prima…

E’ ovvio che si è voluto colpire in questo modo russi, ukraini e altri del medio oriente che tenevano soldi in nero a Cipro, ma poi hanno colpito anche tutta la popolazione. Ci sono stime che solo i russi subiscano almeno metà di questo prelievo forzoso, ma i numeri ballano. Quello che è certo è che in nessun paese al mondo i saldi dei conti correnti sono cinque volte il PIL, in Italia ad esempio sono la metà del PIL. In Svizzera però sono tre volte il PIL. A Cipro c’era una situazione anomala, ma non hanno colpito come si fa sempre prima gli azionisti delle banche e poi gli obbligazionisti, ma solo i depositanti inclusi quelli con piccole somme.

Ovvio che qui hanno voluto fare di tutto per compiacere la Merkel che deve assolutamente vincere l’elezione di settembre: per cui da una parte non hanno voluto un default seppure di un piccolo paese come Cipro e dall’altra hanno violato ogni principio e prassi per fare sì che il salvataggio fosse però sopportato per 1/3 da altri (in maggioranza stranieri, specie russi e parte anche ciprioti). In questo modo hanno creato il panico totale del pubblico di Cipro che sta assediano le banche e violato il principio base del funzionamento delle banche, che ci metti i soldi perchè, perlomeno nel conto corrente, sono sicuri.

Le indiscrezioni sono che la Germania però non voleva che i depositi sotto 100mila euro fossero colpiti e invece quelli sopra 100mila fossero colpiti molto di più, dell’ordine anche del 40% dei depositi (!!!), ma è stato il governo cipriota che per non scontrarsi troppo con i russi che ha insistito perchè si colpisse tutta la popolazione (3) locale!

E’ una mossa a sorpresa, senza precedenti e che può diventare un boomerang. Dimostra che sarà molto molto difficile uscire dall’Euro…sono disposti a tutto pur di non uscire. Dimostra che la Merkel è disposta a tutto per non perdere le elezioni, anche a sconquassare i mercati (a differenza dei nostri politici che li venerano in ginocchio).

L’unica cosa certa al momento è che è un segnale di acquisto per l’Oro (da tenere in cassetta di sicurezza)

Giovanni Zibordi
Fonte: http://www.cobraf.com/
17.03.2017

1) http://www.tgcom24.mediaset.it/economia/articoli/1086371/per-salvare-cipro-prelievi-da-conti-correnti.shtml
2) http://www.ft.com/intl/cms/s/0/8eee4e24-8b0f-11e2-8fcf-00144feabdc0.html
3) http://coppolacomment.blogspot.co.uk/2013/03/sowing-wind.html

TRE GENERAZIONI NELLA CATASTROFE GRECA

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Fonte altrainfornazione.11 marzo, 2013 it DI JAMES PETRAS dissidentvoice.org attualità

Mentre la Grecia entra nel sesto anno della peggiore depressione economica d’Europa, con il 30% della sua forza lavoro e oltre il 52% dei suoi giovani senza occupazione, l’intera industria sociale è in disfacimento; il tasso dei suicidi sale alle stelle e l’80% della popolazione va verso il basso. Le relazioni familiari e interregionali sono profondamente intaccate. Incertezza, paura e rabbia provocano ogni giorno proteste di massa. Oltre una dozzina di scioperi generali hanno trascinato i greci, dagli alunni di scuola media fino agli ottantenni, in una lotta disperata per conservare gli ultimi brandelli di dignità e di sopravvivenza materiale.
L’Unione Europea e i suoi collaboratori greci saccheggiano il tesoro, tagliano l’occupazione, i salari e le pensioni, pignorano i mutui sulle case e alzano le tasse. I bilanci domestici oscillano tra la metà e un terzo dei loro livelli precedenti.
In un numero sempre crescente di famiglie, tre generazioni vivono sotto lo stesso tetto, sopravvivendo a malapena sulle pensioni traballanti dei nonni; alcuni sono sull’orlo dell’indigenza. La depressione capitalista prolungata – infinita e in aggravamento – ha causato una profonda rottura nel ciclo vitale e nelle esperienze di vita di nonni, genitori e figli. Questo saggio si concentrerà su di loro per via della loro maggiore familiarità con le loro esperienze di vita.
La frattura tra le generazioni si può capire meglio nel contesto delle “esperienze” contrastanti di tre generazioni: l’accento cadrà sul lavoro, la politica, la famiglia e lo svago.
L’esperienza lavorativa: i nonni Nella maggior parte dei casi, le famiglie dei nonni sono migrate dalle zone rurali o dalle piccole città nel periodo dopo la guerra civile (1946-49) e molti si sono stabiliti nei sobborghi poveri di Atene. La maggior parte hanno a malapena concluso la scuola secondaria e hanno trovato impieghi con paghe basse nelle imprese tessili, edili e pubbliche. I sindacati erano inesistenti, “semi-clandestini” e soggetti a dura repressione da parte dei regimi di destra appoggiati dagli USA all’inizio degli anni ’60. Nel corso di quel decennio, i nonni propendevano verso i partiti di “centro-sinistra” e alla rinascita dell’attività sindacale. Questo fu in particolare il caso tra i lavoratori delle fabbriche con catene di montaggio e del settore pubblico nelle industrie elettriche, di telecomunicazioni, dei porti marittimi e dei trasporti. Il colpo di Stato del 1967, sostenuto dagli Usa, e la giunta militare risultante (1967-73) ebbero un duplice impatto: mettere fuori legge i sindacati e il contratto collettivo, da un lato, e stimolare un’economia basata sull’investimento estero e sul clientelismo aziendale, dall’altro.
La lotta clandestina anti- dittatoriale, le ribellioni studentesche e il poco noto massacro all’Università Politecnico (1973) e il collasso della dittatura militare in seguito al fallimento del colpo tentato a Cipro, ha radicalizzato i nonni. La legalizzazione dei partiti politici e dei sindacati ha portato a un’ondata di organizzazioni sindacali, lotte e progressi sociali. L’aumento dei salari ha accompagnato la caduta della giunta. L’ingresso nell’Unione Europea e il flusso su larga scala dei “fondi di coesione sociale” hanno portato a un’espansione dell’occupazione nel settore pubblico e all’estensione dell’incrementato clientelismo dei partiti politici ben oltre i regimi tradizionali di destra.
La sicurezza d’impiego, le pensioni e gli aumenti delle liquidazioni hanno creato una forza lavoro relativamente sicura e stabile, eccezion fatta per il settore manifatturiero, che venne colpito dalle importazioni dai “partner” europei più industrializzati.
Con l’elezione nel 1981 del PASOK, il Partito Socialista Pan-ellenico, la legislazione populista sul welfare e gli aumenti dei salari sono serviti come sostituti per la successiva socializzazione dell’economia. La crescita in sicurezza economica e sociale erano stabili, cumulativi e portarono a un aumento degli standard di vita. I nonni hanno aderito ai sindacati, i loro leader negoziavano miglioramento dei salari e dei luoghi di lavoro e affrontavano il futuro con relativo ottimismo: una pensione confortevole, una migliore educazione per i figli, un modesto appartamento pagato e una piccola automobile. Erano desiderosi di godere del tempo libero con le famiglie,gli amici e i vicini. O almeno così era sembrato nella corsa alla catastrofe greca del 2008.
Come vedremo, il progresso economico della Grecia poggiava su fondamenta marce: i prestiti dell’UE, che erano garantiti da conti fraudolenti; il tesoro pubblico saccheggiato da cleptocrati bipartisan; e “investimenti” pubblici su larga scala in attività clientelari improduttive con “partner” d’affari corrotti. In una parola. Gli “anni d’oro” della confortevole pensione dei nonni erano basati sull’illusione che una cinquantina d’anni di progressi nel lavoro e nel sociale si sarebbero tradotti in una vita degna e rispettosa.
I padri: lavorare, giocare e ancora giocare I padri sono nati in città, con un’educazione migliore dei nonni e altamente influenzati dall’etica del consumatore che ha permeato la Grecia. Sono entrati nel mercato del lavoro all’inizio degli anni ’90. Si vedevano come più “europei”, meno nazionalisti, meno sensibili alle differenze di classe e meno coinvolti nelle lotte sociali rispetto alla generazione precedente. L’interesse per lo sport e le celebrità e il loro personale progresso nel sociale hanno precluso qualsiasi impegno nelle grandi lotte sociali dei nonni. Hanno assistito ad aumenti dei salari tramite negoziazioni dall’alto. Non hanno badato all’arricchimento grottesco dell’élite politica socialista dei cleptocrati e hanno ignorato i crescenti debiti, sia personali sia pubblici, che hanno “finanziato” le loro vacanze al mare, la loro seconda casa e le loro macchine importate dalla Germania. Hanno pagato profumatamente dei tutor per preparare i loro figli per l’esame di ammissione all’università. Il loro futuro era assicurato dai sempre più ottimisti dati (falsificati) del governo e dalle dichiarazioni positive degli esperti comunitari. I sindacati e le camere di commercio si sono concentrati esclusivamente sull’aumento dei salari, sulle entrate, su crediti a basso tasso d’interesse e sull’accesso agli ultimi giocattoli tecnologici.
I padri parlavano inglese, hanno salutato una maggiore integrazione europea e hanno abbandonato i dubbi e le critiche che i nonni rivolgevano alla NATO e alle guerre israeliane, alle diseguaglianze in seno all’Unione e agli effetti della liberalizzazione economica. Hanno ignorato le critiche sugli stretti legami tra i cleptocrati del PASOK, i banchieri locali e stranieri, i proprietari di barche e i plutocrati milionari.
Il cinismo era la loro “risposta modernista” alla corruzione dilagante e al debito in aumento. Finché si prendevano la loro parte, perché sfidare lo status quo? Con l’inizio della catastrofe greca, i padri hanno perso tutto: lavoro, sicurezza sociale, case, macchine e vacanze.
D’improvviso, gli “europeisti” tra loro sono diventati critici virulenti dei banchieri dell’euro (la “Troika”), che hanno fatto si che i padri sacrificassero tutto ciò che possedevano per poter salvare i governanti cleptocrati, gli evasori fiscali milionari ed i banchieri indebitati. La catastrofe economica ha gradualmente eroso e infine abbattuto la moderna coscienza consumista europea della classe media operaia dei padri, che era capace di muoversi verso l’alto.
Prima hanno sofferto continui tagli ai salari, poi hanno perso la sicurezza del posto di lavoro, per poi subire licenziamenti di massa con e senza liquidazione.
Sgomento, paura e incertezza sono stati seguiti dall’atto di ammettere che stavano affrontando il plotone d’esecuzione finanziario. Si sono resi conto d’essere intrappolati in un’infinita caduta libera. Sono scesi in strada ed hanno scoperto che un’intera generazione e che tutta la loro classe erano state estirpate ed abbandonate. I padri hanno scoperto che non valevano nulla e che dovevano marciare e lottare per riaffermare il loro valore.
I figli: “Chi lavora?” La stragrande maggioranza dei figli è senza lavoro: più del 55%, all’inizio del 2013, non ha mai avuto un impiego. Ogni giorno e ogni settimana il loro numero cresce, mentre intere famiglie s’impoveriscono e si disintegrano. La frequenza scolastica è crollata, dal momento che la prospettiva lavorativa scompare e che lo spettro dell’occupazione a lungo termine e su vasta scala incombe sulla vita di tutti i giorni. Le prospettive per nuove coppie stabili e nuovi nuclei familiari tra i giovani sono inesistenti.
La “cultura di strada” si è moltiplicata e le sale giochi sono sempre più luoghi d’incontro che di svago. La presenza ai “concerti pop” è crollata, mentre i figli ora si danno in gran numero alle marce di protesta. La politicizzazione crescente e la radicalizzazione dei figli ora inizia alla scuola media e si approfondisce al liceo, agli istituti tecnici e nelle università.
Molti, quasi trentenni, non hanno mai avuto un lavoro, non sono mai andati via di casa e non riescono a prevedere un matrimonio o una famiglia nel futuro. La mancanza di esperienza professionale coincide con una mancanza di cameratismo sul posto di lavoro e di partecipazione sindacale. Al loro posto, c’è la centralità della solidarietà informale di gruppo. Le prospettive per il lavoro si concentrano sull’emigrazione, arrabattarsi per un lavoro miserabile o unirsi alla lotta. Oggi vagano per le strade, arrabbiati, disperati e profondamente frustrati. Col passare degli anni, i figli votano sempre più a sinistra (siriani), ma sono studi dell’inefficacia dell’opposizione parlamentare, delle marce rituali e dei forum social sconclusionati, ai quali partecipano professori locali e stranieri che rifilano teorie sulla crisi, ma cui non è mai mancato un lavoro ed uno stipendio. La maggior parte dei giovani disoccupati avverte che “le parole non valgono niente”. Gli intellettuali, i politici della nuova sinistra e i greci all’estero non capiscono la loro esperienza quotidiana e non offrono soluzioni concrete. I figli si sono messi con combattenti di strada anarchici. Finora, pochi dei figli con un lavoro hanno risposto in maniera favorevole all’appello dei neo-nazisti di Alba Dorata. Tuttavia, sono difficilmente entusiasti dall’abbraccio della sinistra nei confronti degli immigrati in cerca di lavoro, specialmente quando i loro quartieri sono soggetti a protettori e spacciatori di droga provenienti dall’Albania, dai Balcani e dal Medio Oriente.
L’esperienza politica: i nonni e il lascito radicale La traiettoria politica dei nonni è nettamente diversa da quella della loro progenie. Molti dei loro genitori erano partigiani dell’ELAS-EAM, il movimento di liberazione nazionale di un milione di membri a guida comunista. Hanno combattuto il fascio italiano e l’esercito d’occupazione nazista tedesco e hanno partecipato attivamente nella guerra civile. Dopo l’intervento anglo-americano e la sconfitta degli insorti, centinaia di migliaia di greci furono spediti ai campi di concentramento/lavoro forzato, dove molti morirono. Paesani e contadini vennero selvaggiamente repressi e cacciati dalle loro terre. Le proprietà vennero confiscate e in milioni si spostarono nelle città in cerca di anonimato e lavoro. Quando il Partito Comunista fu messo fuori legge, molti membri ed ex-membri si unirono a “partiti progressisti”, la sinistra Democratica Unita (EDA) in cerca di un’alternativa.
I nonni giunsero all’età politica con la rinascita del “populismo” all’inizio degli anni ’60, promossa dal Partito dell’Unione di Centro. Dopo il colpo di Stato del 1967, hanno affrontato sei anni di governo militare appoggiato dagli USA (1967-73). Sotto la giunta, la maggior parte dei nonni si sono uniti al nuovo Partito Socialista guidato da un radicalizzato Andreas Papandreou. Il periodo dopo la giunta degli anni ’70 fu uno d’intenso dibattito politico e di proliferazione di libri, giornali, forum ed eventi culturali marxisti precedentemente soppressi. Mikis Theodorakis, il grande compositore comunista, attirava decine di migliaia di persone ai suoi concerti, molte delle quali lavoratori, evocando scene simili a quelle delle migliaia di operai e contadini che in Cile assistevano alle letture di Pablo Neruda. Alle elezioni del 1981, i nonni votarono quasi all’unanimità per la sinistra: il PASOK vinse con il 50% dei voti e i comunisti ricevettero il 15%. Quasi due terzi dei greci, e più dell’80% dei lavoratori, votò per il socialismo (o almeno così pensavano!). I nonni festeggiarono la sconfitta dell’estrema destra dopo cinquant’anni di governo militare, Stati Uniti e nazisti. I nonni speravano davvero che Papandreou avrebbe mantenuto la sua promessa di “socializzare” l’economia. Videro l’ascesa elettorale della sinistra come un preludio alla rottura con la NATO e come una transizione verso uno Stato di welfare socialista e indipendente.
Nonostante numerose conferenze tra socialisti e sindacalisti su “l’auto-gestione del lavoratore di un’economia socializzata” e la bancarotta di una serie di aziende private, Papandreou sosteneva che “la crisi” impediva una “immediata transizione verso il socialismo”. Sosteneva la ripresa della destra capitalista e solo in un secondo momento la possibilità di implementare le politiche “socialiste”. Ignorava che fosse proprio la crisi capitalista che aveva portato alla sua elezione! Molti nonni ne furono delusi, ma Papandreou, con l’abilità oratoria di un demagogo populista al balcone, propose una serie di notevoli aumenti di salario, diritti del lavoro legalizzati ed espansi, l’implementazione e l’aumento della previdenza sociale e il pagamento delle pensioni. I nonni si accontentarono delle riforme populiste e della de-radicalizzazione del processo politico. Dalla metà degli anni ’80 in poi, i nonni hanno continuato a votare per i socialisti, ma col solo obiettivo di guadagnarci economicamente e di espandere la copertura sociale alla sanità e ai benefici della pensione.
Sotto Papandreou, il PASOK degenerò in un’insignificante “mosca” all’interno della NATO. La sua entusiasta entrata nella CEE e il mantenimento delle basi militari statunitensi erosero le ultime vestigia di un’attività anti-imperialista tra i nonni. Assottigliarono il loro obiettivo e guardarono al PASOK come una macchina di clientelismo politico, necessaria per assicurare lavoro e garantire le loro pensioni.
Con l’inizio della catastrofe economica del 2008 e i tagli selvaggi al sociale adottati da George Papandreou junior, completamente inetto, corrotto e reazionario, i nonni hanno avvertito le prime scosse di instabilità e la minaccia di perdere le loro pensioni sicure. Prima del 2010, i nonni hanno abbandonato completamente il loro sostegno al PASOK. La corruzione e i tagli del 35% alle pensioni, hanno portato i nonni a protestare in massa nelle strade. Poi, una maggioranza ha votato per la neo-sinistra del partito SYRIZA.
I nonni hanno fatto il ciclo completo: la re-radicalizzazione ha accompagnato il ritorno della destra autoritaria sotto i dettami coloniali della Troika europea.
Però, ora le pensioni dei nonni devono sfamare tre generazioni. Ancora una volta, è urgente la ricerca di un nuovo partito politico, come lo fu nel periodo immediatamente successivo alla caduta della giunta.
I padri: la politica della mobilità verso il basso I padri sono giunti all’età politica all’apice del clientelismo elettorale. Nel corso degli anni ’90, hanno votato il PASOK, senza nessuno degli ideali o delle illusioni dei nonni; non si sono neanche impegnati in nessuna lotta storica. Hanno votato i candidati e i partiti che consentivano di accedere ai crediti e a prestiti a basso interesse e che offrivano concessioni lucrative o promozioni all’interno di un’amministrazione pubblica altamente politicizzata. Raramente i padri si sono occupati di problematiche ideologiche maggiori. Vedevano il dibattito “capitalista contro socialista” come un anacronismo del passato. Hanno studiato inglese e hanno inglesizzato il loro modo di parlare e di scrivere. Non hanno più fatto attenzione alle conseguenze negative dell’affiliazione della Grecia alla NATO o all’Unione Europea. Il grande problema era la sponsorizzazione delle Olimpiadi e di come guadagnare sulla spesa compulsiva e sui costi eccessivi. I leader del PASOK diedero l’esempio prendendosi la loro parte su ogni contratto di costruzione, truccando i registri, evadendo le tasse e consultandosi con Goldman Sachs su come accumulare debiti e convertire i deficit in surplus. Quando è arrivata la crisi economica, i padri furono colti alla sprovvista. All’inizio, se ne sono fatti una ragione, sperando che la “crisi” fosse passeggera, che sarebbero stati erogati nuovi prestiti, che loro – specialmente quelli nel settore pubblico – non ne sarebbero stati toccati. Mentre la catastrofe continuava, i padri hanno abbandonato la loro apatia e indifferenza: ora, le decisioni politiche interessavano i loro salari, le loro paghe, i loro benefici sociali e la loro possibilità di pagare i mutui e i debiti della carta di credito. Il conformismo cinico è stato dapprima sostituito da incertezza e ansia. Mentre il PASOK abbassava i livelli del boom e firmava i licenziamenti di massa nel settore pubblico e le riduzioni di salario, i padri prima hanno protestato invano contro i “loro” leader e poi li hanno puniti con le elezioni. Molti si sono rivolti alla sinistra, unendosi al SYRIZA, nella speranza tanto di riprendersi il passato, quanto di costruire un nuovo futuro socialista.
I figli: una politica senza futuro I figli sono giunti all’età politica senza nessuna esperienza pregressa di lotte o mobilità verso l’alto. Sono fermi sul fondo oppure sono in continua discesa. Non hanno mai avuto un lavoro o nessuna opportunità, agiscono per affermare la loro esistenza, la loro presenza e la loro capacità di reagire contro ogni ondata degli assalti promossi dall’UE alla loro vita quotidiana. Ma solo loro portano il peso di non essere mai stati membri di un partito politico o di un sindacato e non hanno mai vissuto “la bella vita”. Non hanno mai ricevuto prestiti o favori politici, ma ora ci si aspetta che sacrifichino il loro futuro per arricchire i creditori, gli evasori fiscali e i cleptocrati. La loro saggezza politica ha le radici nella loro viscerale ammissione che l’intera classe politica è marcia; hanno i loro dubbi su questi politici che hanno abbandonato il PASOK, si sono uniti al SYRIZA e ora dichiarano di essere i loro salvatori. Hanno lasciato stare quei filosofi e giornalisti politici d’accademia che parlano un linguaggio ed elaborano un discorso completamente sconnesso dalla loro esperienza quotidiana. Dubitano sinceramente che il linguaggio esopico di un filosofo italiano morto (Gramsci) possa farli uscire da questa catastrofe. I teorici stranieri possono andare e venire, ma la vita si fa sempre più disperata. Alcuni figli credono che solo chi lancia una molotov può portare un po’ di luce nel buio tunnel della loro vita di tutti i giorni. I più combattivi tra i figli si dedicano alla lotta nelle strade ed entrano nei black bloc. I meno audaci scandagliano la rete per emigrare: sostengono che sarebbe meglio andarsene nei centri dell’impero, piuttosto che soffrire una vita intera in questa colonia devastata e saccheggiata.
La famiglia: i nonni e il ritorno alla famiglia allargata Il pranzo della domenica era un elemento caratteristico del tempo dei nonni: una riunione familiare con agnello arrosto e patate, un’insalata contadina con feta e olive, un dolce per dessert.
I nonni hanno mantenuto la pratica finché la catastrofe non ha messo fine a un’altra “buona tradizione di famiglia”, come a ogni altra cosa piacevole. Tre generazioni che vivono insieme, sotto un solo tetto, con una sola fonte di guadagno (la pensione traballante dei nonni): una situazione che non porta a sostenere buone relazioni. I risparmi diminuiscono, i debiti si accumulano e la frustrazione porta al conflitto e al risentimento. A volte la rabbia viene sfogata contro chi ci è più caro. La mancanza d’indipendenza porta a litigi; i prestiti di famiglia non sono mai ripagati. I pasti diventano momenti per affrontare le difficoltà. Le chiacchierate, il buon umore e il raccontare le storie spariscono in un miasma di preoccupazioni sul prossimo pasto, il bilancio familiare precario e la ricerca di lavoro senza risultato.
I pasti sono diventati il momento per rimuginare sullo stress della sopravvivenza quotidiana.
I padri nella precaria rete di sicurezza della famiglia I padri chiedono: “Che cosa succederà quando mio padre morirà e la sua pensione svanirà?” “Come facciamo a sopravvivere in cinque mentre il regime, sotto il comando della Troika, ha dimezzato la pensione di mio padre?” “Come possono due famiglie vivere con 500 euro al mese?” Per molti padri, l’ultima barriera alla povertà totale è la famiglia allargata, dal momento che i tagli riducono i sussidi di disoccupazione e i risparmi sono esauriti.
Prima della catastrofe, i padri portavano le mogli a cena fuori il venerdì o il sabato sera insieme con altre coppie per sentire il bouzouki e godersi un intero pasto con mezedes, una caraffa di buon vino e un sacco di risate. Diversamente dai nonni, che erano clienti abituali del fornaio e del macellaio di quartiere, i padri hanno fatto acquisti nei supermercati e centri commerciali delle multinazionali, segni della modernità europea e della “convenienza”, pagando con le carte di credito.
Le vacanze a Londra sono diventate un lontano ricordo. La casa di famiglia sull’Egeo è stata venduta da tempo, il cui ricavato è stato usato per pagare i debiti. Al massimo possono sperare di fare una gita sulle spiagge affollate e inquinate di Attica per sfuggire da un weekend afoso di agosto.
I figli: la famiglia è dove la trovi La famiglia è diventata un argomento triste, non un sollievo dal disperato mondo di fuori: a casa, è sempre “tempo di lutto”. I figli vanno e vengono. Ascoltano da soli la musica. Chi mai vorrebbe portare la propria ragazza in una camera da letto risicata, con lo sguardo di disapprovazione della madre e facce acide ovunque. Camminano fino all’angolo, fanno un giro al centro a Erachia e indugiano sui portoni, nelle sale giochi o imbracciano una bandiera nera nelle marce contro il marciume, contro i ladri, i banchieri e i creditori. Se i loro insegnanti si azzardano a parlare di “democrazia e doveri civili” – e sono in pochi a farlo, poiché anche i loro impieghi sono a rischio – una sola risatina si tramuta in uno tsunami di risate e insulti; le classi si separano e i compagni s’incontrano per condividere pochi momenti di amicizia intima che tanto manca nella mesta austerità delle loro famiglie disintegrate.
Chi fa il tifo per la squadra di calcio? Chi prende in giro il fasullo Papandreou, la faccia da maiale di Venizelos, i succhia sangue Stournaras e Samaras… I politici puzzano come il pesce putrido che nemmeno un gatto affamato toccherebbe. I figli vanno agli incontri del SYRIZA. Girano tutti intorno a nobili sentimenti e denuncie feroci con incitazioni all’azione – ma cosa, un’altra marcia? Un altro invito per “impegnare i giovani”? Ma i figli pensano: Stiamo qui seduti, non stiamo mai in prima fila, li ascoltiamo, sembra che si conoscano, parlano in un codice che capiscono solo loro … Quindi vaghiamo e fumiamo canne o elemosiniamo una birra o incontriamo gli amici e parliamo il nostro linguaggio.
Il paternalismo, il patriarcato e la devozione filiale sono morti. Le relazioni casuali senza prospettive a lungo termine sono la nuova realtà.
Lo svago dei nonni: il Caffè come rifugio
I nonni hanno i loro caffè di quartiere preferiti. Parlano degli argomenti sul tavolo – più di 160.000 bancarotte dall’inizio della catastrofe. Oggi, una tazza di caffè è il biglietto per un tavolo, un mazzo di carte sbiadite che mostrano ancora un po’ dei colori dei re e delle regine. C’era un tempo in cui, nel pomeriggio, un nonno poteva ordinare bicchieri di ouzo e piatti di mezedes (formaggio kasseri e olive) per i suoi compagni di gioco. Poi il rumore del domino e del rapido movimento delle pedine del backgammon sarebbe echeggiato nel caffè rumoroso e pieno di fumo. Oggi, un cameriere si muove tra la clientela in ceca di una mancia vagante. Persino i camerieri professionisti fanno difficoltà a sopravvivere in una stanza piana di sopravvissuti. Dov’è la generazione che sostituirà i nonni? I padri non avranno nessuna pensione per pagarsi una tazza di caffè e un posto nel caffè.
I padri: la fine dello svago europeo Una volta, i padri passavano infinite ore su internet, leggendo annunci pubblicitari sullo sfondo di musica pop con testi in inglese mentre pianificavano escursioni per il fine settimana. Guardavano la partita di calcio in tv la domenica per poi discuterne il lunedì a pranzo con i colleghi. Non era una vita di lusso, ma era una confortevole routine. Il tempo libero, passato con gli amici o la famiglia, con i colleghi o con i vicini, era una pausa gradevole dallo stress del lavoro quotidiano, una gita al mare o una passeggiata in una taverna di campagna per una cena fuori nel weekend.
Con la catastrofe, il tempo libero è ormai forzato e in abbondanza: non ci sono lavori stressanti, non ci sono lavori e non ci sono soldi. Le monete tintinnano nella tasca, forse abbastanza per comprare un litro o due di benzina per andare a bussare a porte chiuse che non si aprono – o che hanno appeso un avviso di bancarotta. Quindi, chi incontrare e dove andare?
C’è un’altra riunione politica, dove si possono salutare gli amici, invidiosi di chi ha ancora un lavoro o di quelli che distribuiscono volantini per mangiare. Ci sono marce di protesta e il calore e la solidarietà del momento. Ci sono esplosioni di prese in giro contro i cleptocrati ben vestiti, rintanati al Congresso o che se la svignano dalla porta di servizio dopo aver firmato un altro atto di morte – detto Ordine di Austerità – condannando un’altra dozzina di persone al suicidio nella prossima settimana. Lo svago ora non è piacere, è preoccupazione: chi pagherà le spese mediche dei nonni, le iniezioni d’insulina, le tasse scolastiche dei figli, le rate della macchina? Già, le rate del mutuo non sono più un problema: l’appartamento è stato pignorato. Il padre è “libero” da quest’obbligo, che è il perché ora dorme con sua moglie nella camera degli ospiti a casa dei nonni. Le notti d’amore adesso sono notti insonni di profonda ansia. Il sonno agitato evoca incubi di fughe paranoiche – o reali – attraverso labirinti oscuri, correndo senza direzione o senza riconoscere le strade, gli edifici o la gente! Non c’è più uno scopo nella vita, insieme ai ricordi delle escursioni felici e dei progetti per il futuro. Ora la realtà preponderante è trovare un lavoro: questa è la cosa principale. I padri affrontano la fine dei sussidi di disoccupazione. Lui e la sua famiglia adotteranno la linea della zuppa: sarà SYRIZA o l’Alba Dorata? Quale partito offrirà un pezzo di pollo nella zuppa?
Lo svago dei figli: luce, degrado e lotte di strada Era divertente uscire dopo la scuola: gli scherzi, le canne, gli abbracci e i baci in pubblico. Le gite in traghetto con gli zaini e il tempo passato a studiare con gli amici… Gli esami, i corsi difficili e l’ansia di dover scegliere una carriera in pochi anni. Queste “preoccupazioni” sono scomparse: la catastrofe ha eliminato il “problema del corso”, la difficoltà della scelta di una carriera… ora persino gli insegnanti hanno lasciato le aule – involontariamente – i licenziamenti hanno assottigliato l’offerta. I figli affrontano un futuro deteriorato… qualsiasi “carriera” andrà bene.
“I ladri peggiori non rapinano una banca, ne possiedono una”, ha detto uno studente di filosofia a una folla di figli mentre mostrava come fabbricare una molotov. Uno studente di matematica ha calcolato il numero di volte in un’ora in cui gli studenti locali e stranieri hanno menzionato le “crisi” e ne ha derivato un’equazione, con zero risultati positivi. La perdita delle prospettive per il futuro e il fardello di una vita domestica triste stanno erodendo tutto il rispetto per un sistema politico e legale che impone povertà, sdegno e umiliazione per pagare i creditori esteri. “Li paghiamo, così possono sdraiarsi sulle nostre spiagge, comprare le nostre case, mangiare il nostro cibo, nuotare a culo nudo nel nostro mare e poi dirci che siamo pigri e che ci meritiamo la miseria che ci spetta”.
I figli, timidi, allegri o impauriti, crescono in fretta. L’età matura comincia a quindici anni. Le marce iniziano prima. Segue il radicalismo politico. E poi, “piccolo uomo”?
I figli sono un’armata crescente di disoccupati che maturano rapidamente. Oggi sono dispersi. Alcuni vogliono andarsene – lasciare la Grecia… Ma la maggior parte resteranno… si organizzeranno e andranno oltre l’attuale opposizione elettorale e modelleranno un nuovo movimento radicale che romperà con il sistema elettorale marcio e repressivo? Potranno diventare i militanti di un nuovo eroico movimento di resistenza? Quale nipote scalerà le mura del Parlamento per sconfiggere i collaboratori coloniali e i padroni della Troika? Chi innalzerà la bandiera di una Grecia libera, indipendente e socialista?

James Petras
Fonte: http://dissidentvoice.org
Link: http://dissidentvoice.org/2013/03/the-greek-catastrophe-three-generations-of-greek-workers/
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

Le fabbriche asfissianti che avvelenano l’Europa Il rapporto Ue: l’inquinamento ci costa 169 miliardi di euro all’anno


La Stampa 13/08/2012 ROBERTO GIOVANNINI Attualità
ROMA
Ci costa fino a 169 miliardi annui, a noi cittadini europei, l’inquinamento atmosferico prodotto dalle 10.000 industrie
più «sporche» dell’Unione Europea. Lo spaventoso costo dell’inquinamento dell’aria prodotto dalle attività industriali – e scaricato, sotto forma di costi per la salute e per l’ambiente sulle tasche dei cittadini – è rivelato da un rapporto dello scorso novembre dell’Agenzia Europea dell’Ambiente. Per la precisione, a seconda delle metodologie adoperate per calcolare gli onerche vengono esternalizzati dalle imprese sull’ambiente circostante (e sui sistemi pubblici e privati, che devono provvedere a fronteggiare le spese, ad esempio, per le malattie causate) le emissioni di agenti inquinanti nel 2009 pesavano tra i 102 e i 169 miliardi l’anno, ovvero da200 ai 330 euro a persona. Quel che colpisce di più è che ben il 50 per cento dei costi aggiuntivi (tra 51 e 85 miliardi) sono generati da soltanto 191 impianti. È il 2% del totale di quelli censiti, quelli più «sporchi» in assoluto. Il 75% del totale delle emissioni è prodotto da soli 622 siti industriali.
Aguidare la classifica – che è calco-lata sui dati del 2009 – sono le centrali termoelettriche, in particolare a carbone o a olio combustibile; il discutibile primato di industria più inquinante in assoluto d’Europa se lo aggiudica la famigerata centrale elettrica di Belchatow, in Po-lonia, una «bestia» alimentata a lignite (un carbone di particolare bassa qualità) da 5.000 Megawatt nei pressi della città di Lodz. Tra le prime venti però troviamo anche la centrale termoelettrica Enel Federico II di Brindisi, che da sola genera costi connessi ad inquinamento tra i 536 e i 707 milioni di euro l’anno. Eal 52esimo posto c’è l’acciaieria Ilva di Taranto, che ci costa dai 283 ai 463 milioni l’anno. Insomma, quando si valutano i be-
nefici economici di un’attività industriale – i dipendenti, i profitti, la produzione, le imposte generate – sarebbe il caso forse anche di computare quei costi che «magicamente» quelle
GRECIA
industrie riescono a non inserire nei propri bilanci. E a scaricare sull’ambiente o sul contribuente, che dovrà pagare di tasca sua i costi delle morti, delle malattie, o delle bonifiche da realizzare. Un po’ quello che sta succedendo all’Ilva, dove – sempre che i forni non vengano spenti una volta per tutte – si utilizzeranno fondi pubblici per cercare di rendere meno pericolosa per l’ambiente e le popolazioni l’acciaieria ex Finsider.
Il rapporto dell’AEA utilizza gli ufficialissimi dati del registro europeo delle emissioni (E-PRTR) che registra 10.000 impianti industriali, e si basa su strumenti e metodi certificati. I dati, talvolta incompleti per colpa di dichiarazioni «parziali» –
sono aggiornati al 2009. Sulla base di diverse metodologie statistiche – è per questa ragione che i costi evidenziati prevedono una «forchetta», tra un valore più basso e uno più elevato – i ricercatori hanno preso in esame il costo esternalizzato dalle emissioni di sostanze inquinanti nell’aria. Tra queste, oltre al CO2 (l’anidride carbonica, massima responsabile del riscaldamento globale dell’atmosfera), sono considerati tutti gli inquinanti atmosferici piu diffusi: NH3 (ammoniaca), NOx (ossidi di azoto), PM10 (poveri sottili), SO2 (anidride solforosa). Ma an-che i composti organici volatili (benzene e butadiene), i metalli pesanti (arsenico, cadmio, cromo, piombo, mercurio e nichel), i microinquinanti organici (idrocarburi policiclici aromatici, diossine e furani). Le industrie esaminate sono quelle di produzione di energia, le raffinerie, tutti i processi produttivi e manufatturieri e alcune attività agricole. Un’analisi complessiva mostra chiaramente che le emissioni delle grandi centrali elettriche sono quelle più costose, tra 66 e 112 miliardi. In secondo luogo, i paesi dove i costi ambientali «nascosti» sono in assoluto più elevati sono quelli a industrializzazione «storica»: nell’ordine, Germania, Polonia, Gran Bretagna, Francia e Italia. Per l’Italia si stimano costi aggiuntivi tra gli 8 e i 12,2 miliardi. Pesando però le emissioni rispetto alla grandezza delle economie (il Pil), in testa ci sono i paesi dell’ex Europa socialista: Bulgaria, Romania, Estonia, Polonia e Repubblica Ceca. Il paese più virtuoso in assoluto è la Lettonia. Per quanto riguarda il nostro paese, le Regioni più «aggravate» dal costo dell’inquinamento sono Puglia e Sardegna. Non è un caso, perché proprio in queste Regioni durante il boom economico si pianificò un modello di sviluppo basato su grandi centrali elettriche e industrie pesanti. Ai tempi di proprietà delle partecipazioni statali, e oggi talvolta finite in
mano a privati. Alle spalle della centrale Enel a carbone di Brindisi (18esima) e all’Ilva di Taranto (52esima), troviamo così al 69esimo posto le raffinerie Saras di Sarroch (in Sardegna, della famiglia Moratti); la centrale termoelettrica Eni di Tarantall’80esimo posto; la centrale termoelettrica E.on di Fiume Santo (Sassari), all’87esimo posto; l’impianto termoelettrico Enel di Fusina al 108esimo posto; la centrale di Vado Ligure di TirrenoPower al 118esimo posto. Seguono la centrale di San Filippo del Mela (128esimo posto), la raffineria Esso di Augusta in Sicilia (145esimo posto), quella Eni di Sannazzaro de’ Burgondi (Pavia) al 148esimo posto.

21 MILIARDI FONDI PER IL SUD DA SPENDERE SUBITO (O TORNANO ALL’UE) una serie di appuntamenti mancati perchè?


redazione
La Comunità Europea negli ultimi anni ha staziato dei soldi per vari progetti Europei tra cui
quelli dello sviluppo dell’economia e del miglioramento delle infrastrutture.
Le tematiche dello sviluppo riguardano sia il sud che il Nord, un paese che in questo momento
dovrebbe recuperare terreno rispetto ad altri in vari settori dovrebbe essere stimolato ad usare
tutte le possibilità che vengono offerte dalla Comunità Europea.
E’ bene ricordare che non sono soldi dati a fondo perduto , ma spesso sono contribuiti presi dal
pil di tutti i paesi della U.E (perciò soldi presi dai contribuenti) per dirottarli a favore di
regioni e aree ai quali si richiede alle loro strutture amministrative dei programmi pe
l’utilizzo di questi fondi tipo lo sviluppo di alcune prioritacome istruzione, occupazione,
banda larga e ferrovie. La U.E negli ultimi anni è diventata più severa mandano i loro
commissari e se questi constatano quello viene fatto sia a livello progettuale che di attuazzione dopo i richiami i soldi vengono ritirati.
Perciò questo denaro in certi casi non viene sfruttato.
Anche il nord non è da ritenersi fuori dalla questione sono stati fatti degli stanziamenti programma competitività dove è statà usato solo il 22% dei fondi.
D’accordo che elaborare progetti non è sempre facile perchè devono essere scritti vagliati e
credibili e poi applicati ma le questioni riguardanti lo sviluppo oramai da qualche anno sono
sempre le stesse e sono i servizi pubblici sul Web Banda Larga, sull miglioramento del servizio
ferroviarioche ormai in tanti comunicano il disagio oltre al mancato risparmio che si ha evitanto di prendere la macchina, l’occupazione non parliamone,e l’istruzione che rischia di
arrivare agli stili americani di stipulare un mutuo per mandare i figli a scuola.

Dal Fatto Quotidiano 29/12/2011 Autore Andrea Managò
Alle Regioni italiane l’Europa, tanto cara al professor
Mario Monti, non piace. Mentre si attardano a difesa di vecchi campanilismi e dei loro privilegi di casta, rischiano di perdere miliardi di euro di fondi europei. Oltre al danno la beffa: le maggiori indiziate sono quelle del Mezzogiorno, che più di tutte necessitano di occupazione e sviluppo. A fine luglio il Commissario europeo alla Politica regionale, Johannes Hahn, ha già richiamato Sardegna, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia: entro il 31 dicembre devono programmare le loro quote del Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale relative al 2007-2009, pena il disimpegno di quei fondi. In totale per il periodo 2007-2013 Bruxelles ha messo sul piatto 347 miliardi, all’Italia ne spettano poco più di 21 solo di Fesr, una montagna di denaro che rischia di tornare al mittente. Dati interni al gabinetto del commissario Hahn, aggiornati a fine ottobre, rivelano che le Regioni italiane hanno speso appena il 16,6% dei fondi Fesr a loro disposizione, una performance al di sotto della media europea. Nel programma Convergenza, 17 miliardi e 883 milioni, Sicilia, Calabria, Campania, Puglia e Basilicata hanno utilizzato 2 miliardi e 765 milioni: il 15,5%. Fanalino di coda sotto al Vesuvio, con l’11% di risorse impegnate. Non va meglio col programma Competitività, che include le Regioni del Centro-Nord: su 3 miliardi e 144 milioni è stato utilizzato il 22,9%.
POCHI GIORNI prima di cadere il governo Berlusconi è corso ai ripari per salvare 8 miliardi di fondi a rischio disimpegno. Un accordo siglato con la Ue li ha orientati su quattro assi prioritari: istruzione, occupazione, banda larga e ferrovie. Di fatto un commissariamento per alcune Regioni del Sud, parte delle loro risorse.
verrà gestita dal ministero dell’Istruzione. L’intesa prevede anche la revisione dal 50 al 25% della quota di cofinanziamento italiana. Ma non basta. Il nuovo ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca, in una relazione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, è stato chiaro: “Non possono escludersi perdite a fine del 2011 ed esistono forti rischi di perdita per la fine del 2012”. La difficoltà italiana adaccedere alle risorse comunitarie dipende da vari fattori. Su tutti: scarsa capacità di programmazione degli enti locali e instabilità delle strutture amministrative, che rallenta i progetti. Anche la qualità della spesa talvolta lascia a desiderare. È il caso dei fondi ex Obiettivo 1, spesso assegnati a pioggia: difficilmente creano sviluppo. Lo testimoniano quelli stanziati in Sicilia a beneficio di carrozzerie, idraulici, gelaterie o biscottifici. Le Regioni si trincerano dietrola difficoltà nel reperire le risorse necessarie per cofinanziare i progetti. Di certo quelle del Mezzogiorno non hanno potuto attingere a dovere al Fas, Tremonti ha utilizzato oltre metà di quei 64 miliardi come bancomat per finanziare interventi di tutt’altra natura. Inoltre, per aumentare il ritmo di spesa, i finanziamenti dovrebbero essere liberati dai vincoli del patto di stabilità. Il governo Berlusconi non l’hamai fatto, ora l’esecutivo Monti è chiamato al cambio di passo.

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