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Napo Orso Capo (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 22/11/2013. Marco Travaglio attualità

Ogni tanto qualche lettore ci scrive: “Quando la smetterete di criticare Napolitano?”. Risposta ovvia: quando la smetterà di meritarselo. Purtroppo non si riesce più a stargli dietro: ne combina una al giorno. Non bastandogli il superlavoro con straordinari forfettizzati di capo dello Stato, del Csm, del governo, del Parlamento, del Pd, del Nuovo Centrodestra e a tempo perso di molte altre cose, Napo Orso Capo ha deciso di subentrare anche al presidente della Corte d’assise di Palermo, Alfredo Montalto, nel processo sulla trattativa Stato- mafia. I giudici togati e popolari, com’è noto, avevano accolto la richiesta della Procura di ascoltarlo come testimone a domicilio, nel suo ufficio al Quirinale, come prevede il Codice. E lui, dopo vari tentennamenti e avvertimenti ai giudici tramite l’Avvocatura dello Stato e i soliti corazzieri sparsi nei palazzi e nei giornali, si era rassegnato a compiere il suo dovere. Cioè ad abbassarsi, bontà sua, almeno per qualche ora, al rango di un cittadino come gli altri. Ma l’illusione è durata poco. Ieri il presidente Montalto ha annunciato il deposito di una lettera del presidente Napolitano, spedita dal Quirinale il 31 ottobre, poi persa per strada dalle efficientissime Poste Italiane e giunta a destinazione il 7 novembre. Una lettera già di per sé piuttosto bizzarra: non s’è mai visto un testimone che scrive al giudice per comunicargli che ha poco da testimoniare. Da un apposito comunicato del Colle, infatti, si era appreso che il capo dello Stato era “ben lieto di dare, ove ne fosse in grado, un utile contributo all’accertamento della verità processuale”, ma precisava “alla Corte i limiti delle sue reali conoscenze in relazione al capitolo di prova”. Cioè a un’altra lettera: quella che gli scrisse il 18 giugno 2012 il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, poco prima di morire, per ricordargli di avergli confidato (“lei sa”) i suoi “timori” di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi” fra Stato e mafia nel 1992-’93, quando prestava servizio all’Alto commissariato antimafia e poi al ministero della Giustizia. Ora però, dal presidente Montalto, si apprende che il presidente Napolitano non s’è ancora rassegnato all’idea di compiere il suo dovere di teste. È, sì, “disponibile” a farlo. Ma “chiede che si valuti ulteriormente, anche in applicazione della previsione di cui all’art. 495 comma 4 del Codice di procedura penale, l’utilità del reale contributo che tale testimonianza potrebbe dare, tenuto conto delle limitate conoscenze sui fatti di cui al capitolato di prova, che nella medesima lettera vengono dettagliatamente riferite”. Il 495 comma 4 dice che “il giudice, sentite le parti, può revocare con ordinanza l’ammissione di prove che risultano superflue”. Cioè Napolitano ritiene, motu proprio, che la sua testimonianza è superflua perché non sa nulla (D’Ambrosio diceva le bugie?). E chiede alla Corte di rimangiarsi l’ordinanza in cui lo citava come teste e di allontanare da lui l’amaro calice. Una cosa mai vista in un processo, tant’è che il giudice ha depositato la lettera alle parti, cioè ai pm e agli avvocati dei 10 imputati e delle parti civili, “perché possano pronunciarsi sulla sua acquisizione ed utilizzabilità”. E così una decisione assunta dalla Corte dopo settimane di polemiche torna in dubbio perché il capo dello Stato, che dovrebbe dare il buon esempio a tutti i cittadini, anche a quelli che testimoniano nei processi di mafia rischiando la pelle, fa i capricci e non ne vuol sapere. Tra l’altro, siccome durante il mandato non può essere processato nemmeno per i reati commessi al di fuori dalle sue funzioni, se rifiutasse di ricevere i giudici al Quirinale, questi non potrebbero mandarlo a prendere dai carabinieri per l’accompagnamento coatto, come fanno con gli altri testimoni reticenti. A questo punto il diavoletto che è in noi ripete ossessivamente un ritornello: “Ecco perché s’è fatto rieleggere”. Ed è sempre più arduo scacciarlo e metterlo a tacere

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Borsellino ucciso perché indagava sulla trattativa, trovato il fascicolo. E spuntano nomi “pesanti”.

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fonte Altrainformazione.it 15 settembre, 2013 redazione attualità
La ricostruzione dei giornalisti del Fatto, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, mette i brividi: Borsellino è stato ucciso perché stava indagando, formalmente, sulla trattativa Stato-Mafia. La conferma arriva dal ritrovamento di un fascicolo assegnato a Borsellino in data 8 luglio 1992 (11 giorni prima di essere ucciso…) in cui viene fuori l’ufficialità dell’indagine e i nomi delle persone coinvolte. Nomi pesanti. Nomi di capimafia. Nomi di politici. Nomi di esponenti dei servizi segreti.

In piena stagione stragista, a metà giugno del ‘92, un anonimo di otto pagine scatenò fibrillazione e panico nei palazzi del potere politico-giudiziario: sosteneva che l’ex ministro dc Calogero Mannino aveva incontrato Totò Riina in una sacrestia di San Giuseppe Jato (Palermo). Una sorta di prologo della trattativa. Su quell’anonimo, si scopre oggi dai documenti prodotti dal pm Nino Di Matteo nell’aula del processo Mori, stava indagando formalmente Paolo Borsellino. Con un’indagine che il generale del Ros Antonio Subranni chiese ufficialmente di archiviare perché non meritava “l’attivazione della giustizia”.

IL DOCUMENTO dell’assegnazione del fascicolo a Borsellino e a Vittorio Aliquò, datato 8 luglio 1992, insieme alle altre note inviate tra luglio e ottobre di quell’anno, non è stato acquisito al fascicolo processuale perché il presidente del Tribunale Mario Fontana non vi ha riconosciuto una “valenza decisiva” ai fini della sentenza sulla mancata cattura di Provenzano nel ‘95, che sarà pronunciata mercoledì prossimo.

Ma le note sono state trasmesse alla Procura nissena impegnata nella ricostruzione dello scenario che fa da sfondo al movente della strage di via D’Amelio. In aula a Caltanissetta, infatti, nei giorni scorsi, Carmelo Canale ha raccontato che il 25 giugno 1992, Borsellino, “incuriosito dall’anonimo” volle incontrare il capitano del Ros Beppe De Donno, in un colloquio riservato alla caserma Carini, proprio per conoscere quel carabiniere che voci ricorrenti tra i suoi colleghi indicavano come il “Corvo due”, ovvero l’autore della missiva di otto pagine.

Quale fu il reale contenuto di quell’incontro? Per il pm, gli ufficiali del Ros, raccontando che con Borsellino quel giorno discussero solo della pista mafia-appalti , hanno sempre mentito: una bugia per negare l’esistenza della trattativa, come ha ribadito Di Matteo ieri in aula, nell’ultima replica. Tre giorni dopo, il 28 giugno, a Liliana Ferraro che gli parla dell’iniziativa avviata dal Ros con don Vito, Borsellino fa capire di sapere già tutto e dice: “Ci penso io”.

Il primo luglio ‘92, a Palermo il procuratore Pietro Giammanco firma una delega al dirigente dello Sco di Roma e al comandante del Ros dei Carabinieri per l’individuazione dell’anonimo. Il 2 luglio, Subranni gli risponde con un biglietto informale: “Caro Piero, ho piacere di darti copia del comunicato dell’Ansa sull’anonimo. La valutazione collima con quella espressa da altri organi qualificati. Buon lavoro, affettuosi saluti”.

NEL LANCIO Ansa, le “soffiate” del Corvo sono definite dai vertici investigativi “illazioni ed insinuazioni che possono solo favorire lo sviluppo di stagioni velenose e disgreganti”. Come ha spiegato in aula Di Matteo, “il comandante del Ros, il giorno stesso in cui avrebbe dovuto cominciare ad indagare, dice al procuratore della Repubblica: guardate che stanno infangando Mannino”.

Perché Subranni tiene a far sapere subito a Giammanco che l’indagine sul Corvo 2 va stoppata? Venerdì 10 luglio ‘92 Borsellino è a Roma e incontra proprio Subranni, che il giorno dopo lo accompagna in elicottero a Salerno. Borsellino (lo riferisce il collega Diego Cavaliero) quel giorno ha l’aria “assente”. Decisivo, per i pm, è proprio quell’incontro con Subranni, indicato come l’interlocutore diretto di Mannino. È a Subranni che, dopo l’uccisione di Salvo Lima, l’ex ministro Dc terrorizzato chiede aiuto per aprire un “contatto” con i boss.

È allo stesso Subranni che Borsellino chiede conto e ragione di quella trattativa avviata con i capi mafiosi? No, secondo Basilio Milio, il difensore di Mori, che ieri in aula ha rilanciato: “Quell’incontro romano con Subranni è la prova che Borsellino certamente non aveva alcun sospetto sul Ros”.

Il 17 luglio, però, Borsellino dice alla moglie Agnese che “Subranni è punciuto”. Poche ore dopo, in via D’Amelio, viene messo a tacere per sempre. Nell’autunno successivo, il 3 ottobre, il comandante del Ros torna a scrivere all’aggiunto Aliquò, rimasto solo ad indagare sull’anonimo: “Mi permetto di proporre – lo dico responsabilmente – che la signoria vostra archivi immediatamente il tutto ai sensi della normativa vigente

Perchè Totò Riina ha deciso di uscire dal silenzio?

corelarticolotre -R.C.- 5 luglio 2013- Totò Riina ha seguito in videoconferenza le udienze del processo sulla trattativa Stato-mafia, questo è un segnale importante da parte del capo dei capi, sta a significare che ci tiene a far sapere che lui continua a seguire e a interessarsi delle vicende di Cosa Nostra.

Poi addirittura è intervenuto, raccontando la sua verità, o forse proprio la verità. La sua latitanza indisturbata, il suo arresto causato dalle delazioni di Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano e, per la prima volta, ammette che lui la trattativa Stato-mafia la ricorda benissimo.

Ma qual’è il senso dell’improvvisa loquacità di Riina? Non certo il giudizio bizzarro del direttore del carcere di Opera “un deterioramento cognitivo dovuto all’età”, quando agenti penitenziari e magistrati tendono ad escludere che il boss confonda situazioni e date.

La verità è che zu Totò in perfetto stile mafioso ha scelto il momento più opportuno per uscire allo scoperto. Sapendo di poter essere contraddetto ha addirittura negato l’esistenza del papello, che è una delle prove documentali certe acquisite dall’accusa, ma ha ammesso il resto dell’impianto accusatorio.

Ha rivelazioni importanti e non vuole essere escluso dal dibattimento.

Un momento fondamentale e delicatissimo per il Paese, la possibilità finalmente di far luce sull’oscuro periodo di coabitazione tra Cosa Nostra e pezzi importanti delle Istituzioni malate.

Se il boss ha deciso di parlare bisognerà riscrivere la storia d’Italia degli ultimi 50 anni.

Tiro all’Ingroia sport nazionale (Gian Carlo Caselli).

286081-512x341Da Il Fatto Quotidiano del 15/06/2013. Gian Carlo Caselli attualità

Per anni e anni Antonio Ingroia è stato considerato l’erede professionale di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Di Borsellino era stato anche sostituto nella Procura di Marsala. Poi l’aveva seguito alla Procura di Palermo e se l’era visto uccidere da Cosa Nostra neanche due mesi dopo l’assassinio di Falcone.

Invece di scappare verso uffici più comodi, è rimasto a lavorare a Palermo in procura, divenendo titolare o contitolare di importantissime indagini antimafia che l’hanno esposto a rischi gravissimi: costringendolo a vivere perennemente circondato da militari, cani lupo, filo spinato e sacchetti di sabbia persino sul pianerottolo di casa. Grazie al suo sacrificio, al suo impegno e ai lusinghieri risultati ottenuti, Antonio Ingroia è anche diventato – per moltissimi italiani, non solo magistrati – unpunto di riferimento e un modello. Poi, di colpo, è finito nel punto d’incrocio della raffica di assalti furibondi scatenati ormai da anni contro la magistratura e in particolare contro l’antimafia che nella Procura di Palermo ha sempre avuto un suo epicentro.
Con un preciso obiettivo: una riforma che consegni alla “politica” il potere di aprire o chiudere il rubinetto delle indagini penali e di regolarne l’intensità in modo da circoscrivere il rischio che si scoprano verità sgradevoli. Ed è così che Ingroia – bombardato da accuse per lo più grottesche – è stato trasformato in una specie di monsieur Malaussène, quello che nei romanzi di Daniel Pennac fa di professione il “capro espiatorio”. Secondo un copione già collaudato con Falcone, ingiustamente accusato di nefandezze varie, con la conseguente, micidiale calunnia di svilire la ricerca della verità ad azione politica ispirata da una fazione ai danni di un’altra.

GLI ATTACCHI scagliati contro Ingroia si sono intensificati quando il bersaglio da affondare è diventato l’inchiesta rubricata come “trattative”: un’inchiesta obiettivamente molto difficile e tormentata, della quale è legittimo ragionare in termini anche piuttosto critici. Mentre non è consentito il linciaggio irrispettoso – di fatto praticato su scala industriale da un larghissimo spettro di “osservatori” – dei magistrati coordinati da Ingroia che l’hanno condotta con coraggio e fatica. Linciaggio che non è cessato (anzi, è paradossalmente aumentato) dopo che il Gip ha disposto il rinvio a giudizio degli imputati, riconoscendo così che il lavoro degli inquirenti non era per niente scritto sull’acqua. Il bombardamento di Ingroia è poi diventato guerra spietata, senza risparmio di colpi, quando lo sventurato ha deciso di scendere in politica. Non saltando sul carro di questo o quel partito come fanno gli altri magistrati (indifferentemente etichettati come toghe “rosse” o “azzurre”), sicuri di essere eletti grazie a una legge che notoriamente è una “porcata” . Ma rischiando anche questa volta di suo, creando cioè un nuovo movimento politico indipendente, con l’obiettivo ambizioso di rinnovare la classe dirigente. Gli elettori hanno deluso le sue aspettative e non l’hanno per nulla premiato. Anche perché si sono coalizzate e accanite contro di lui potenti forze trasversali, quasi si trattasse di fermare… Annibale.

Nel corso della campagna elettorale un seguito particolare (negativo per Ingroia) ha avuto l’imitazione che ne ha fatto Maurizio Crozza, tratteggiando un uomo piuttosto confuso, impacciato, sperso. Ora che il Csm vuol trasferire d’ufficio Francesco Messineo, già capo di Ingroia, io chiamerei come teste a discarico proprio Crozza. Perché a torto o a ragione (per me a torto, altro essendo il profilo di Ingroia) secondo molti italiani ormai Ingroia si identifica col personaggio di Crozza. E allora hai voglia a sostenere credibilmente (come vorrebbe fare il Csm) che Ingroia è un arrogante protervo, capace di condizionare il suo capo, facendogli perdere libertà e indipendenza, con agguati tesi e lusinghe pensate nei tristi anfratti del palazzo di giustizia. Impossibile cancellare la maschera tutt’affatto diversa che Crozza gli ha cucito addosso.

INFINE, non vorrei che Ingroia si consolasse (si fa per dire) constatando che il ruolo di Malaussène sembra trasferito a Messineo. Al centro dello squallido scenario che denunzia insofferenza per il controllo di legalità esercitato con “troppa” indipendenza, resta pur sempre anche lui. Con un ruolo di prim’attore. E forse non sbaglia chi pensa che i suoi guai – alla fine della storia – derivino soprattutto dall’aver sostenuto positivamente l’accusa contro il potente Marcello Dell’Utri.

A qualcuno questo dente continua a dolere, tant’è vero che è stata presentata qualche giorno fa (e solo per ora accantonata) una leggina che punta a dimezzare le pene per il concorso esterno in associazione mafiosa, subito ribattezzata “salva Dell’Utri”. Mentre in commissione Giustizia del Senato un magistrato prestato alla politica ha presentato un progetto di illeciti disciplinari a geometria variabile per colpire i magistrati “politicizzati”. Progetto che, se non è… autolesionismo masochistico, sembra pensato sui clichè che una instancabile propaganda continua ad appioppare a certi magistrati onesti e liberi. Come è stato Ingroia finché ha indossato la toga.

Incompatibile a chi? (Marco Travaglio).

corelDa Il Fatto Quotidiano del 13/06/2013. Marco Travaglio attualità

Proseguono le grandi manovre per rasserenare il clima intorno al processo sulla trattativa Stato-mafia. Il Pg della Cassazione ha avviato l’azione disciplinare contro l’ex pm che avviò l’indagine: Antonio Ingroia, reo di far politica senza lasciare la toga (come decine di magistrati eletti in Parlamento). Analoga azione ha già colpito l’altro pm titolare dell’inchiesta, Nino Di Matteo, e il procuratore Francesco Messineo. I due l’han fatta grossa. Il primo confermò in un’intervista ciò che avevano scritto tutti i giornali: le intercettazioni indirette di alcune telefonate fra Mancino e Napolitano. Il secondo non denunciò il pm al Csm per il grave delitto di intervista. Poi il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, per non restare con le mani in mano, ha rilasciato un’intervista (lui può) per bacchettare la Procura di Palermo che ha osato convocare Napolitano come teste a proposito delle confidenze del suo consigliere D’Ambrosio su “indicibili accordi” fra Stato e mafia. L’altroieri, casomai non si fosse ancora capita l’antifona, Napolitano ha ammonito i magistrati a tener conto “della portata degli effetti, talora assai rilevanti, che un loro atto può produrre anche al di là delle parti processuali”, specie “quando ci sono difficili equilibri politici”. Ora, in attesa di un bombardamento atomico sulla Procura, il Csm ha aperto una pratica per trasferire Messineo per “incompatibilità ambientale”. Le “incolpazioni” fanno scompisciare. 1) Per il “difetto di coordinamento” fra i suoi pm, Messineo avrebbe sulla coscienza “la mancata cattura del latitante Messina Denaro”, dopo un blitz della polizia da lui autorizzato che avrebbe bruciato un’indagine del Ros. Peccato che il Ros abbia già smentito la notizia. 2) Messineo sarebbe “condizionato” dal suo ex aggiunto Antonio Ingroia, con cui avrebbe “un rapporto privilegiato” che gli avrebbe fatto “perdere la piena indipendenza”. Ingroia ha lavorato all’antimafia di Palermo per 20 anni, dai tempi di Falcone e Borsellino: il Csm trova disdicevole che Messineo, arrivato in Procura nel 2005, ne sia stato influenzato. Il problema non sono le toghe condizionate dalla mafia, ma dall’antimafia. In ogni caso Ingroia ha lasciato Palermo 7 mesi fa: in che senso oggi Messineo sarebbe incompatibile con Palermo?

3) Ingroia avrebbe condizionato Messineo tenendo nel cassetto per 5 mesi intercettazioni su una possibile fuga di notizie fatta da Messineo a un amico banchiere indagato per usura. Naturalmente Ingroia non ha tenuto nel cassetto un bel niente: a fine indagine, ricevette le trascrizioni delle bobine fatte dalla Finanza e le inoltrò alla competente Procura di Caltanissetta. Che poi ha chiesto e ottenuto l’archiviazione per Messineo: perché mai oggi Messineo sarebbe incompatibile con Palermo? 4) Messineo sarebbe incompatibile anche perché da anni suo fratello e suo cognato sono imputati a Palermo con varie accuse. Forse lo era quando i due furono indagati da Ingroia (Messineo correttamente si astenne). Ma poi Ingroia ne ottenne i rinvii a giudizio e la loro sorte ora è in mano ai giudici: dove sta oggi l’incompatibilità di Messineo con Palermo? 5) Messineo sarebbe incompatibile con Palermo per le “spaccature” in Procura. Peccato che non le abbia create lui: le ha ereditate da Grasso, sempre contestato dalla gran parte dei suoi pm. Ma il Csm, anziché trasferire Grasso, se ne infischiò. Poi lo promosse Procuratore nazionale antimafia. Il che aiuta a capire perché il Csm si accorge solo ora delle spaccature. Finché rifiutò di vistare l’avviso di chiusura-indagini sulla trattativa (ma non era condizionato da Ingroia?), Messineo andava benissimo. Ora che ha firmato le richieste di rinvio a giudizio e affianca Di Matteo alle udienze, diventa improvvisamente incompatibile. E allora, cari sepolcri imbiancati, abbiate almeno il coraggio di dire la verità: non è Messineo che è incompatibile con Palermo, è lo Stato che è incompatibile con la Giustizia.

Disinformati sui fatti (Marco Travaglio).

STATO-MAFIA: PROCESSO RINVIATO AL 31 MAGGIO
Fatto Quotidiano 12/06/2013 Marco travaglio attualità

A furia di revisionismi e negazionismi sulla trattativa, finirà che dovremo dimostrare l’esistenza della mafia (su quella dello Stato è inutile perder tempo). È per questo che ci occupiamo spesso di alcuni minori del giornalismo, che parlano di tutto senza sapere nulla, come Claudio Cerasa: per dare un’idea di com’è ridotta l’informazione in Italia, e del perché. Ieri l’orecchiante del Foglio, non contento di essersi bevuto la scombiccherata autodifesa del generale Mori, è arrivato a scrivere che “la trattativa Stato-mafia è una boiata pazzesca”. E il guaio è che potrebbe persino essere in buona fede: gli hanno raccontato che la trattativa è “la versione di un pm” (Ingroia, che per giunta “si è candidato alle elezioni”) e “di un pataccaro” (Ciancimino jr.), fortunatamente “fatta a pezzi” da Giovanni Fiandaca, “uno dei più autorevoli studiosi di diritto penale”. Dunque, a seguire il suo ragionamento (si fa per dire), se un pm si candida alle elezioni, le sue indagini precedenti sono patacche. Cioè: siccome Ferdinando Imposimato indagò sul caso Moro e poi fu eletto senatore, allora le Br sono innocenti e Moro non fu rapito né ucciso: anzi, pare sia ancora vivo. Purtroppo, a giudicare la fondatezza di un’indagine non sono né i Cerasa né i Fiandaca: è il Gup. E il gup Morosini ha confermato la fondatezza dell’indagine sulla trattativa, rinviando a giudizio tutti gli imputati. Ma tutto questo Cerasa non lo sa. Il processo di Palermo non deve dimostrare la trattativa, già accertata da due sentenze definitive della Cassazione e da quella della Corte d’Assise di Firenze sul boss Tagliavia; bensì l’eventuale colpevolezza di 10 imputati. Ma tutto questo Cerasa non lo sa.

È così disinformato sui fatti da scrivere che, siccome Mori e De Caprio del Ros sono stati assolti dall’accusa di aver favorito la mafia, può darsi che il covo di Riina l’abbiano perquisito, o che la colpa sia di Caselli che non gliel’ordinò. Non sa che persino Mori ammette il mancato blitz, ma soprattutto lo dice il Tribunale. L’ordine Caselli lo diede, poi lo revocò perché Mori e De Caprio chiesero un rinvio: ma “sul presupposto indefettibile che fosse proseguito il servizio di video-sorveglianza”, che invece fu subito ritirato; e “l’omessa perquisizione e la disattivazione del dispositivo di controllo” all’insaputa dei pm è “elemento certamente idoneo all’insorgere di una responsabilità disciplinare” dei due ufficiali. Ma tutto questo Cerasa non lo sa. Quanto al papello – farfuglia – “è una fotocopia di cui non esistono accertamenti storici definitivi… portato da un testimone che si chiama Ciancimino”. E chi doveva portarlo, visto che il postino di Riina, Antonino Cinà, lo consegnò a lui? Il documento è una copia perché l’originale fu consegnato da don Vito agli uomini dello Stato, che lo fecero sparire. L’autenticità del documento non è una diceria di Ingroia e Ciancimino: è la conclusione cui è giunta la polizia Scientifica, che ha accertato la datazione della carta e del toner agli anni 90 e l’assenza di ogni possibilità di manomissione (tipo collage o Photoshop). Ma tutto questo Cerasa non lo sa: “La Scientifica ha sì periziato l’autenticità del papello ma senza riuscire a confermane l’autenticità”. Non è meraviglioso? C’è pure il “contropapello” scritto da Vito Ciancimino d’intesa con Provenzano per addolcire il papello di Riina (altra fotocopia autentica, con grafia di don Vito). Ma tutto questo Cerasa non lo sa. Resta poi da spiegare perché, quando Brusca parla per primo del papello nel ’96, Mori corra dai giudici a confermare “la trattativa” (la chiama proprio così). E perché, se Riina non scrisse il papello e don Vito non lo consegnò a chi di dovere, i governi dal ’93 a oggi lo realizzarono punto per punto, smantellando 41-bis, supercarceri, ergastolo, pentiti e depotenziando la custodia cautelare e il sequestro dei beni. Eppure, che si sappia, Riina, Provenzano e Ciancimino non hanno mai governato. Nostradamus, a quei tre, gli fa una pippa.

Il Giro di Arcore (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150Da Il Fatto Quotidiano del 09/06/2013 Marco Travaglio.

Ci vorrebbe la buonanima di Adriano De Zan per raccontare col dovuto trasporto emotivo la gara in corso al Corriere per aggiudicarsi l’eredità dell’avvocato Ghedini, ormai appesantito e prossimo al ritiro dalle corse. In lizza ci sono le migliori lingue di Via Solferino, che si contendono la maglia azzurra in una corsa senza esclusione di colpi. L’ambìto trofeo pareva ormai appannaggio di Pigi Battista che, eccellente scalatore, aveva staccato il gruppone sullo Stelvio dei processi Ruby-1 e Ruby-2, contestando le requisitorie dei pm (in un processo per prostituzione si permettono financo di parlare di prostituzione) e conquistando il gran premio della montagna. Ma ecco, alla prima discesa, rimontare dalle retrovie un passista d’eccezione: Piero Ostellino. Che, profittando di una giornata di riposo del Battista e di un attimo di distrazione di De Bortoli, ha guadagnato varie posizioni piazzando addirittura due pezzi in un sol giorno. Pag. 60: “Quel giudizio espresso in tribunale che diventa accisa ideologica”. Pagina 61: “Maggiore controllo sulle libertà violate”. Il secondo, a causa dello sforzo profuso per il primo, è venuto così così: la solita difesa degli evasori italiani, minacciati dal noto “abuso della verifica fiscale”, insomma da uno “Stato di polizia” che “manco il fascismo”, diciamo pure da “forme più o meno occulte di totalitarismo” nel silenzio della stampa notoriamente dominata dai “manettari”. Molto meglio il primo, dedicato alle motivazioni della sentenza di condanna in appello per Paolo e Silvio B. per concorso in violazione del segreto, cioè per aver ricevuto la famosa intercettazione rubata tra Fassino-Consorte sul caso Unipol e averla fatta pubblicare dal loro Giornale in campagna elettorale sputtanando l’avversario politico. L’Ostellino in fuga giura di averle lette: visto il risultato, faceva meglio a evitare. Premessa: “Non intendo schierarmi fra innocentisti o colpevolisti”. Ma poi non riesce a tenersi e gli scappa: “pur di condannare Berlusconi si arriva a inventarsi un’accusa ideologica”. Cioè si schiera con gli innocentisti. Ma ciò che lo angustia, mentre l’auto civetta gli passa la borraccia, è “lo stato di salute”: non il suo, piuttosto cagionevole, ma “della giustizia in punta di logica e, se vogliamo, di filosofia del diritto”. Ecco: se vogliamo, lui è convinto che le sentenze debbano “aderire al senso comune”. E questa, perbacco, non aderisce. Almeno per chi, come lui, non ha la più pallida idea di cosa tratti.

L’accusa, confermata da gup, Tribunale e Corte d’appello, riguarda il furto della famosa bobina da parte di un funzionario della ditta privata che la incise, violando il segreto apposto dai pm che nemmeno la trascrissero perché era priva di rilevanza penale. Pubblicandola –scrivono i giudici- B. compì un’“efficace operazione mediatica”, dimostrando agli ignari lettori Ds “la capacità della sinistra di fare affari e mettersi a tavolino coi poteri forti”. È il movente del reato di violazione del segreto. E i giudici, com’è naturale, lo spiegano. Ma Ostellino è convinto che il reato sia la diffamazione a Fassino. Dunque si domanda perché mai i giudici abbiano scritto quella “sentenza surreale”, degna “dell’Inquisizione”, con un’“accusa ideologica” che “si concreta nei confronti di chiunque riveli le balle di chi le conta più grosse. E si chiede perché non abbiano condannato anche lui quando “dall’Urss scrivevo che il comunismo realizzato non era il ‘paradiso terrestre’ preconizzato da Marx, ma un inferno… diffamando oltre all’Urss anche il Pci”. La risposta sarebbe semplice: perché Ostellino non pubblicò intercettazioni segretate e rubate. Ma anche inutile: lui non sa nulla dei processi di cui scrive, ergo non capirebbe. In compenso sta insidiando la vittoria a Battista nel Giro di Arcore che si disputa nei corridoi di via Solferino. È il rush finale, siamo in dirittura d’arrivo. Dài Pigi, forza Piero, un ultimo sforzo, srotolate il vostro muscolo più sviluppato verso il traguardo! Pare proprio di vederle, le due superlingue protése sul filo di lana. Ci vorrà il fotofinish.

Agenda rossa. Il procuratore Lari: “Pazzesco, perchè la foto non è mai stata segnalata?”

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agenda-rossa1Fonte articolotre Redazione- 18 maggio 2013 attualità
– “Se fosse vero, sarebbe pazzesco”: cosi’ il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari ha commentato la foto, pubblicata dal quotidiano La Repubblica, tratta da un video girato dai vigili del fuoco dopo la strage di Via D’Amelio, che immortala l’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino accanto al corpo carbonizzato del magistrato.

Il diario, in cui Borsellino appuntava spunti investigativi e riflessioni, ritenuto un elemento chiave anche per ricostruire il movente reale del delitto, è scomparso dal giorno dell’eccidio.

“Si tratterebbe di immagini tratte da un video girato dopo l’esplosione dai vigili del fuoco: al 99 per cento è stato visionato dalla Scientifica che ha raccolto tutte i filmati girati dopo la strage – spiega – Noi accerteremo di averlo comunque agli atti, ma c’é da chiedersi per quale motivo non si stato segnalato come rilevante”.

“O gli investigatori che con probabilita” altissime l’hanno visionato – aggiunge – hanno escluso che potesse essere l’agenda di Borsellino, ritenendo che non si sarebbe mantenuta integra vista la temperatura provocata dall’esplosione, oppure è sfuggito all’osservazione”. “Certamente – aggiunge – c’é da capire cosa sia accaduto”.
Le indagini hanno sempre cercato l’agenda nella borsa del giudice, spostata dalla macchina e ritrovata vuota. Questa scoperta farebbe pensare che il magistrato avesse invece con sé il diario. “Borsellino aveva qualcosa sotto l’ascella – conclude Lari – ma – si chiede – dal corpo sono saltati via gli arti: questo è compatibile col ritrovamento dell’agenda integra come si vede dalla foto?

I pm: trattativa aperta con cadaveri ancora caldi (Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza).

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I pm: trattativa aperta con cadaveri ancora caldi (Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza)..

Trattativa Stato-mafia, la lettera premonitrice sull’addio al 41-bis FIRMATA DA UN ANONIMO, È STATA SCRITTA FORSE DA UOMINI DEL ROS NEL 1992


Fatto Quotidiano 1710/2012 i Dina Lauricella Attualità
C’ è una lettera anonima che è circolata nel 1992. Otto pagine inviate a 39 destinatari, tra istituzioni e organi d’i n f o r m a- zione, a cavallo tra la morte di Falcone e la morte di Borsellino, anche lui destinatario di questa missiva. Un cahier de doléance, co- me lo stesso misterioso autore la definisce, al quale oggi, dopo le stragi e anni d’i n- dagini sulla trattativa tra Stato e mafia, bi- sogna riconoscere un profondo valore pre- monitore. Nella fattispecie la lettera, già vent’anni fa, parlava del reinserimento dei latitanti nella società attraverso la dissocia- zione dell’abolizione del 41 bis e del blocco della confisca dei beni alla mafia. “Mio fratello Paolo mi aveva parlato del pa- pello”, affermava Rita Borsellino nel 2009. Una conversazione familiare nata dalla pubblicazione di quella lettera sulle pagine de La Sicilia, il primo luglio 1992. Lo stesso giorno in cui il giudice Borsellino incontrò l’ex Ministro dell’Interno Nicola Mancino. L’a n o n i- mo, ribattezzato “il corvo 2”, narra la rapidissima di- scesa dell’onorevole Giulio Andreotti facendo riferi- mento a personaggi di spic- co della DC siciliana, come Calogero Mannino e Pier- santi Mattarella che avreb- bero agito per scardinare quel potere. Da qui la morte di Salvo Lima e tutto ciò che ha poi portato alla stagione stragista. Il personaggio chiave intorno al quale, scri- ve il corvo, sarebbe ruotato l’intreccio tra mafia, politica e appalti è Piero Di Miceli. CLASSE 1938,il professore – così è conosciuto a Palermo – dopo una fulgida carriera al Banco di Sicilia e un pas- sato al consolato Usa, entra nelle confidenze dei miglio- ri salotti della città; quelli dove i buoni e i cattivi hanno la stessa faccia e la stessa tes- sera del Rotary Club. Cava- liere all’ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusa- lemme, comincia a frequen- tare il Palazzo di giustizia negli anni Ottanta. Ammi- nistra i beni sequestrati, per un periodo anche quelli di Vito Ciancimino. I pentiti lo descrivono come uomo vi- cino a Cosa Nostra e ai ser- vizi segreti. Finisce al centro di diverse inchieste su mafia e politica. La procura di Cal- tanissetta è convinta che Di Miceli approfitti del suo in- carico come consulente tec- nico del tribunale di Paler- mo per favorire pezzi grossi della mafia. Ne esce indenne nel 2006. Appena due anni dopo finisce nelle inter- cettazioni fiorentine sull’inchiesta “Grandi Eventi”. É al telefono con Riccardo Fusi, l’im – prenditore al centro del “sistema gelatinoso”. I magistrati ipotizzano che fosse lui a spartire i finanziamenti pubblici ben prima della pub- blicazione delle gare d’appalto; anche questa indagine finisce su un binario morto. Ad ogni modo un tipo eclettico e ben inserito Piero Di Miceli che, secondo il corvo 2, sa- rebbe stato il punto di contatto tra l’ono – revole Mannino, in prima linea nell’arrestare l’ascesa di Andreotti e i corleonesi, arruolati per far fuori Lima prima e Falcone poi. Se all’allora ministro Mancino, oggi imputato nell’inchiesta sulla trattativa, la lettera sem- bra legata ad ambienti mafiosi, altri ci vedono dietro la stessa mano che ha redatto le 900 pagine di rapporto che stava alla base del- l’inchiesta “mafia e appalti”: i Ros. “Ho deciso di rompere il muro di silenzio”, a parlare è un accorato senatore del partito comunista, Lucio Libertini, un siciliano tut- to d’un pezzo. È il 7 settembre del 1992, Libertini interviene a Palazzo Madama alla presenza del ministro Nicola Mancino. Il dibattito è interamente dedicato alla situa- zione siciliana e ai possibili collegamenti tra mafia, terrorismo e P2. L’Italia è ancora sconvolta dalle stragi, la notte precedente è stato arrestato il super latitante Giuseppe Madonia, considerato il numero due di Co- sa Nostra, ma in Senato ci si interroga sulle indagini riguardo la strage di Capaci, per capire se esistano legami con l’inchiesta Mani Pulite e se il tutto non sia parte di un unico sistema criminoso collegato anche all’omicidio Lima. IL SENATORE in aula, quella lettera la legge tutta, “vi so- no precise circostanze da chiarire, lei ministro può addirittura essere una voce dall’interno”. Mancino prende parola snocciolando dati e statistiche per dimo- strare quanto l’impegno del governo abbia messo al mu- ro Cosa Nostra. Dalla con- fisca dei beni, ai quintali di droga sequestrati, fino al- l’arresto del super latitante Madonia. In merito alla let- tera, si limita a dire che in- dagherà la Procura di Paler- mo. In quali rivoli della giustizia si sia persa l’indagine sul “corvo 2” non è dato sapere. Massimo riserbo dalle Pro- cure siciliane, da chi c’era e da chi c’è. All’ombra dei neon del tribunale di Paler- mo, qualcuno bisbiglia ad- dirittura che se si dovesse riaprire il processo sulla strage di Capaci, quella let- tera verrebbe tirata fuori. Di sicuro il Dipartimento Na- zionale Antimafia non ha mai indagato. Lo ha detto l’ex direttore della Dia, Gianni De Gennaro, ascol- tato di recente in commis- sione antimafia. C’è un particolare che infit- tisce la nebbia che avviluppa questa vicenda. Il maresciallo Carmelo Canale racconta che secondo quanto gli avrebbe riferito Borsellino, il Prefetto Finoc- chiaro, allora Alto Commissario per il coor- dinamento della lotta contro la mafia, so- spettava che l’autore dell’anonimo potesse essere Bruno Contrada e che proprio a lui erano state affidate le indagini. “É lo stesso Finocchiaro a smentire quanto affermato da Canale, i sospetti erano sui Ros”, ribatte Con- trada, ex numero due del Sisde condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e ormai giunto a fine pena. “Il Sisde mi chiese solo di effettuare le prime verifiche. Da un’analisi del testo emerse che la lettera proveniva da ambienti alti, istituzionali – ag – giunge Contrada – poi non me ne occupai più e non so che iter abbiano seguito le in- dagini”. A POCHI GIORNI dalla prima udienza sulla trattativa, gli interrogativi di Libertini re- stano ancora aperti. Chi siederà sul banco degli imputati, ricorderà il suo tumultuoso appello: “Ci attendiamo che lei, Ministro Mancino, affronti esplicitamente tali que- stioni, faccia luce sugli elementi di fatto, assuma impegni precisi. Così agendo, lei dimostrerà di essere indipendente rispetto alla trama presente all’interno del potere politico con la criminalità organizzata e capace di resistere alle pressioni di quelle parti del ceto politico che sono in collu- sione con la criminalità”. Si conclude così, fra applausi e strette di mano, l’intervento del senatore Lucio Libertini. Pace all’a n i- ma sua.

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