Archivi Blog

‘U Prufessuri (Marco Travaglio).

ilfatto_20131106
Da Il Fatto Quotidiano del 20/05/2014. Marco Travaglio attualità
Siccome, come ci informa La Stampa in prima pagina, Matteo Renzi sta per regalare a tutte le puerpere “parti senza dolore” (l’unico miracolo che non era venuto in mente neppure a B.), non avrà difficoltà a compiere un’impresa molto più modesta: svelare finalmente agli italiani che cosa pensa della trattativa Stato-mafia. Chi, infatti, dice di fare della legalità la bandiera della sua rivoluzione, non può non rispondere a un quesito semplice semplice: ritiene anche lui una buona idea combattere la mafia trattando con la mafia? Se sì, si comprende perché il Pd candidi in pole position nelle isole il prof. Giovanni Fiandaca, docente di chiara fame e fiero giustificazionista della trattativa. Se no, Renzi sarebbe ancora in tempo a dissociarsi dal candidato Fiandaca, magari a scusarsi di averlo candidato, forse persino a invitare gli elettori a votare qualcun altro.

Chi sia Fiandaca i nostri lettori lo sanno, ma molti elettori del Pd forse no: è il giurista che si diverte a pubblicare sul Foglio articolesse di 6 pagine dal titolo “Il processo alla trattativa è una boiata pazzesca”; e che se n’è appena uscito con un libro, La mafia non ha vinto (e, non avendo neppure perso, se ne deduce che ha pareggiato). Lì sostiene che fu cosa buona e giusta, nel 1992, che lo Stato mandasse i vertici del Ros a trattare con i mafiosi da Riina in giù che avevano appena assassinato Falcone, usando come tramite il mafioso Ciancimino: lo fecero – è la tesi di Fiandaca – “in stato di necessità” e “a fin di bene”. Il “bene” lo conosciamo: salvare alcuni politici collusi dalla vendetta di Cosa Nostra che li considerava traditori e sacrificare Borsellino (che si opponeva alla trattativa), la sua scorta, più altri 12 cittadini morti ammazzati (tra cui una bambina di 50 giorni) e decine di feriti nelle stragi del ’93 a Firenze, Milano e Roma. Effetti collaterali, dettagli. L’importante è assolvere preventivamente i servitori del doppio Stato imputati al processo di Palermo: Mannino, Mancino (col suo protettore sul Colle), Dell’Utri, Subranni, Mori e De Donno. Poveri martiri. Un tempo queste boiate pazzesche le dicevano i B., i Dell’Utri, i Ferrara. Ora le dice il fiore all’occhiello del Pd in Sicilia. E subito Piero Grasso, che le indagini sulla trattativa si guardò bene dal farle (infatti iniziarono quando se ne andò da Palermo), scioglie peana in suo onore: “Servono persone che abbiano competenze specifiche. L’identikit di Fiandaca è perfetto” (anche per le consulenze: leggere a pag. 8 per credere). L’altro giorno, contestato a Messina da alcuni attivisti 5Stelle che poveretti avevano letto il suo libro e dunque l’accusavano di screditare i pm di Palermo, ‘U Prufessuri li ha apostrofati con un “andate a studiare” (invito che dovrebbe rivolgere a se stesso, visti gli svarioni che lardellano il suo libercolo). Poi, sempre molto lucido, ha tenuto a precisare che “a Santa Caterina Villarmosa, dove sono le mie radici, dicono che i Fiandaca hanno cinque tumuli di cervello”. Però nelle famiglie c’è sempre la pecora nera: di solito è quella che si dà alla politica. Infatti, anziché confutare nel merito le obiezioni alle sue tesi scombiccherate (l’avevamo sfidato a un confronto pubblico, ma se l’è data a gambe), replica con le minacce. L’ex pm Ingroia, che l’inchiesta la conosce bene perché l’ha seguita dal principio alla fine, l’accusa di fare “raffinata disinformazione”, e lui risponde: “Se lo ripete, lo prendo a calci nel sedere, con affetto parlando”. E i pm che ancora indagano? “Sono gli ultimi giapponesi”, rappresentanti dell’“antimafia delle star”, usata “per fare politica e affari”, mentre lui è “l’antimafia dei fatti” (non dice quali, a parte l’appoggio dei pidini siciliani già ex alleati di Cuffaro e Lombardo). Lui è così disinteressato alla politica e ai soldi che, se tutto gli va bene, tra una settimana sarà a Bruxelles per la modica cifra di 12-15 mila euro al mese tra annessi e connessi. Intanto gli ultimi giapponesi, quelli dell’antimafia delle star, fanno vite da nababbi, tra una condanna a morte da Riina e un calcio nel sedere da Fiandaca.

Annunci

Memento Mori (Marco Travaglio).

zxcvb
Da Il Fatto Quotidiano del 08/03/2014. Marco Travaglio attualità

Meno male che ci sono gli ex generali Subranni e Mori e l’ex capitano De Donno, altrimenti rischieremmo di dimenticare che: 1) a Palermo è in corso un processo che non s’ha da fare, quello sulla Trattativa; 2) sia gli imputati mafiosi sia quelli istituzionali non vedono l’ora di liberarsi del pm Di Matteo e dei suoi colleghi (sia pure con metodi diversi); 3) l’ordinamento italiano è ancora infestato da leggi-vergogna come la Cirami (imposta da B. nel 2002 per allargare i casi di “rimessione” dei processi in altra sede per “legittimo sospetto” e mai cancellata dai suoi presunti avversari). In questo senso l’istanza dei tre ex ufficiali del Ros alla Cassazione per trasferire il processo lontano da Palermo, come avvenne per il delitto Matteotti e per la strage di piazza Fontana, è un ottimo promemoria. Il documento più illuminante è quello del prefetto Mario Mori, che illustra in 45 pagine i motivi per cui il processo non può celebrarsi nella sede naturale di Palermo e va dunque strappato alla Corte d’assise che lo conduce da mesi. Il piatto forte sono i messaggi di morte pronunciati da Totò Riina contro Di Matteo e gli altri pm nei colloqui col compagno di ora d’aria, il mafioso pugliese Alberto Lorusso, intercettati l’estate scorsa. Con ampio corredo di articoli di stampa e dichiarazioni dei pm condannati a morte, dei procuratori di Palermo e Caltanissetta, del ministro dell’Interno Alfano e di svariati politici, Mori ritiene che l’ordine di eliminare Di Matteo & C. con una strage modello 1992 sia serissimo e dunque pericolosissimo, così come è attendibile l’analisi che vuole Riina tuttoggi al vertice di Cosa Nostra. Tanto basta per dimostrare “i pericoli per la sicurezza e l’incolumità pubblica”: “in qualunque momento potrebbe verificarsi un attentato” non solo contro i pm, ma anche contro i giudici, i giurati, le forze dell’ordine e tutto il pubblico (“circa un centinaio di persone”) che assiste a ogni udienza nellaula bunker. Di qui la richiesta di “sospendere il processo fino alla decisione della Cassazione”, che dovrà traslocarlo in un’altra città, con altri pm, giudici e giurati, a causa della “eccezionalità della situazione di ordine pubblico esistente a Palermo”.

E qui casca l’asino per la prima volta: se è vero – come dice Riina e come conferma Mori – che il Capo dei Capi non vuole saperne di questo processo, al punto da maturare un odio inestinguibile per il pm che (insieme a Ingroia) ha condotto le indagini fin dall’inizio, ne deriva che il pericolo di attentato esiste non solo a Palermo, ma in qualunque altra città ospitasse il dibattimento. Di Matteo è a rischio in quanto rappresenta l’accusa in quel processo: se a rappresentarla fosse un suo collega di Napoli o Milano o Vipiteno, questi finirebbe subito nel mirino al posto suo. Del resto, quando Lorusso domanda “Cosa farai se lo spostano?”, Riina risponde: “Tanto (Di Matteo, ndr) al processo deve venire”. Dunque l’attentato si può fare dappertutto. Ergo la rimessione del processo non farebbe venir meno i pericoli di ordine pubblico accampati da Mori & C.: semplicemente li trasferirebbe altrove, su altri pm, giudici e giurati. La norma del Codice sulla rimessione parla di “gravi situazioni locali non altrimenti eliminabili”: queste sono nazionali e ineliminabili. Con la differenza che i giudici di Palermo convivono da sempre col pericolo di morire ammazzati, diversamente da quelli di altre città, che risulterebbero molto più intimiditi. Ma c’è un altro motivo per cui i giudici e i giurati di Palermo non sarebbero imparziali. Mori elogia le manifestazioni di solidarietà ai pm condannati a morte (come quella promossa dal Fatto il 12 gennaio) e le eccezionali misure di sicurezza disposte a loro tutela. Poi però scrive che anche le manifestazioni e le misure di sicurezza “turbano la serenità dei giudici”, portandoli a parteggiare per l’accusa e a perdere l’imparzialità. Anche perché, all’incontro del Fatto , il pg Roberto Scarpinato avrebbe “legittimato l’inchiesta e condizionato il processo”.

Sparlacchi (Marco Travaglio).

download
Arlacchi disse ai pm: “Mori e Contrada trattavano con i boss”
NEI VERBALI DEL 2009 L’EURODEPUTATO CONFERMAVA LE TESI DEI PM DI PALERMO. ORA (SU PANORAMA) HA CAMBIATO IDEA.

Da Il Fatto Quotidiano del 28/02/2014. Marco Travaglio attualità
È ora di finirla di “costruire carriere immeritate” processando la trattativa Stato-mafia, che è solo un’“allucinazione” senza “una sola prova seria” e “si concluderà con il totale flop dell’inchiesta di Antonio Ingroia & soci”. Parola di Pino Arlacchi, sociologo ed europarlamentare eletto con l’Idv poi passato al Pd. In un’intervista a Panorama, colui che viene definito “tra i massimi esperti internazionali di criminalità organizzata” propone di “rottamare una certa idea della mafia”, ma anche chi “ha voluto costruirsi una carriera”. E non parla di se stesso, ma dei pm che indagano sulla trattativa, “ammalati di protagonismo e venditori di paura”. Tipo Nino Di Matteo, che pur di fare carriera s’è addirittura fatto condannare a morte da Totò Riina. Ma questa condanna a morte non vale, perché ormai “Riina è un capomafia di 84 anni, in galera da 21, solo e abbandonato” e “la credibilità delle sue farneticazioni è zero”. Nulla a che vedere con il Riina che, dalla gabbia di un processo nel ’94, attaccò Caselli, Violante e Arlacchi: allora la sua credibilità era mille, tant’è che da quel momento – ricorda Panorama – Arlacchi “ha vissuto per 13 anni sotto scorta”. Strano, perché a sentire Arlacchi “la Cosa Nostra di Riina è stata fatta a pezzi dal maxiprocesso del 1987”, ergo non si comprende come abbia potuto mettere a ferro e a fuoco lo Stato fra il 1992 e il ’94, ma soprattutto come Riina potesse minacciare sul serio Arlacchi nel 1994, al punto da costringerlo – obtorto collo, si capisce – a vivere scortato.

Dopo la cura. In ogni caso Arlacchi ha il pregio delle idee chiare: la trattativa è un’“allucinazione” perché “basata su un’ipotesi grottesca”: quella di una connection fra Stato e Cosa Nostra ai tempi delle stragi del 1992-’94 “attraverso il Ros e i servizi segreti che negoziano un armistizio”. Una panzana sfornita di qualunque “prova seria a sostegno”, a parte “le vanterie di un killer, Gaspare Spatuzza” (così inaffidabile da aver smontato una sentenza definitiva su via D’Amelio) e “le bufale di un calunniatore patentato come Massimo Ciancimino” (che però, purtroppo, conservava una cinquantina di documenti del padre, “papello” compreso, poi autenticati dalla Scientifica). Ci sarebbero pure le deposizioni dei vertici del Ros, dall’ex colonnello Mario Mori all’ex capitano Giuseppe De Donno, che parlano esplicitamente di “trattativa” con Vito Ciancimino, trait d’union verso Riina, ma lasciamo andare. Arlacchi non può tollerare “il fango gettato su persone perbene come Mancino e Conso, accusati senza il più piccolo indizio o prova di aver tradito il loro mandato” (in realtà sono imputati di falsa testimonianza), mentre furono “coraggiosi e inflessibili contro Cosa Nostra” (il secondo revocò il 41-bis a 334 mafiosi detenuti e il primo non mosse un dito, ma fa niente). Discorso chiuso, non ne parliamo più.

Però c’è un però: un verbale di otto pagine fitte fitte, firmato poco più di quattro anni fa da tale Arlacchi Giuseppe detto Pino, sentito l’11 settembre 2009 come testimone dai pm di Caltanissetta Amedeo Bertone, Domenico Gozzo, Nicolò Marino e Stefano Luciani, nell’inchiesta Borsellino-quater. Lì l’Arlacchi mostra non solo di credere all’allucinazione della trattativa, anzi delle trattative (“addirittura tre o quattro”) fra Stato e mafia, ma anche di saperla lunga, molto lunga in materia, nella sua veste di “consulente dell’Alto commissariato antimafia” dal 1990 al ’94 “in rapporti diretti con il ministero dell’Interno per redigere il progetto della Dia”. Prima della cura. Arlacchi racconta del famoso incontro del 1° luglio 1992 fra Paolo Borsellino e il neoministro dell’Interno Mancino: “Borsellino venne a trovarmi… nel tardo pomeriggio e mi disse di essere stato in precedenza a trovare l’on. Mancino con il quale aveva avuto un breve colloquio”, a cui “aveva presenziato il prefetto Parisi (Vincenzo, capo della Polizia, ndr)”.

Ora, Mancino ha sempre negato di aver parlato quel giorno con Borsellino, ammettendo al massimo una fugace “stretta di mano” e “senza riconoscerlo”. Domandano i pm: è vero quel che dice l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, e cioè che nel passaggio dal governo Andreotti al governo Amato il ministro dell’Interno Scotti e lo stesso Martelli – autori del durissimo decreto antimafia sul 41-bis dopo Capaci – dovevano saltare (come avvenne con Scotti, sostituito con Mancino) per “allentare la morsa” antimafia in nome di un “tacito accordo col nemico”? Arlacchi conferma: “Quel che ha dichiarato Martelli corrisponde al clima politico del tempo… Discussi della situazione di ‘opacità’ con Scotti, il quale soleva ripetere che ‘gliel’avrebbero fatta pagare cara’”.

Tre o quattro trattative. I pm leggono ad Arlacchi una sua intervista a La Stampa, in cui rivela: “Trattative fra Stato e mafia ce ne sono sempre state. In quegli anni cruciali ce n’erano in piedi più d’una, addirittura tre o quattro, intrattenute da centri marginali dello Stato… Marginali non vuol dire ininfluenti: era gente che stava nei servizi, nei Ros e negli apparati investigativi d’eccellenza”. Ma guarda un po’: anche dal Ros. Proprio come affermano i pm carrieristi della Trattativa. “Perché trattavano?”, si domanda Arlacchi. E si risponde: “Un po’ per cercare pentiti, molto per arginare i successi della Polizia”, guidata da Parisi e Gianni De Gennaro. Ma tu pensa: Ros, servizi e apparati volevano arginare i successi della Polizia contro la mafia. E non è un’allucinazione dei pm acchiappanuvole: è una convinzione di Arlacchi. Tant’è che – spiega il luminare ai pm –“ sul luogo della strage di via D’Amelio, almeno così credo, venne trovato un biglietto con un numero di telefono di un dirigente del Sisde” (verissimo, era di Lorenzo Narracci, fedelissimo del numero 3 del Sisde Bruno Contrada, ma era a Capaci, non in via D’Amelio). La cosa non meravigliò affatto Arlacchi: “Era mia convinzione che Cosa Nostra, nell’eseguire le stragi di Capaci e via D’Amelio, avesse agito in sinergia con ambienti deviati delle istituzioni, soprattutto del Sisde” che avevano “cavalcato la reazione autonoma di Cosa Nostra, pilotandola per asservirla allo scopo di riacquistare la centralità che avevano avuto nel passato” dopo “la perdita di potere della parte politica che li aveva sempre garantiti”. Una tesi “condivisa anche dai dottori Falcone e Borsellino”. Perbacco.

Mori&Contrada. “Faccio riferimento – spiega Arlacchi – soprattutto al gruppo Sisde che aveva come punto di riferimento Contrada e anche qualche gruppo appartenente all’Arma dei Carabinieri, che aveva nel col. Mori il punto di riferimento. Mori e Contrada mi risulta che fossero ambedue in forte contrapposizione con il dottor De Gennaro”. E non basta: “Io non condividevo il metodo col quale operava il col. Mori in quel periodo, contrassegnato da un ricorso a confidenti e da un’azione che definirei poco trasparente”. Ma c’era pure qualcuno peggio di Mori: “Ritenevamo Contrada davvero pericoloso e capace anche di compiere omicidi”. Quindi c’erano trattative, gestite per lo Stato da Mori e i Contrada, l’uno “poco trasparente” e l’altro un potenziale ”assassino”. Mica male, come allucinazione.

Andreotti capomafia. Già “nel 1985 – rivela Arlacchi – il dottor Falcone mi chiese se sapessi chi fosse ‘il vero capo della mafia’, facendomi il nome del presidente Andreotti e precisandomi che l’aveva saputo da Tommaso Buscetta”: anche lui “era in possesso di elementi certi”, ma “non avrebbe proceduto in questa direzione finché i tempi non fossero maturi”. Dopodiché“un ex agente Cia a Roma tra il 1978 e il 1982, Phil Girardi, mi disse che loro spiavano tutti gli uomini politici italiani, compreso Andreotti, e sapevano, per via delle microspie che avevano installato in quel periodo, dei rapporti fra Andreotti e i capi mafia. Girardi mi ha detto di essere disponibile a confermare ufficialmente quanto mi ha riferito”. Nel 1989, poi, ci fu il fallito attentato all’Addaura, anch’esso in “collegamento con il gruppo andreottiano”: “Falcone mi disse scherzando che era stato contattato per primo dal presidente Andreotti e, cambiando espressione e diventando serio, mi disse pure che gli era corso un brivido lungo la schiena”.

Le stragi per trattare. E la trattativa del 1992-‘93? “Dopo le stragi del 1993 si consolidò presso i vertici della Dia l’idea che le stragi avevano una valenza politica precisa, cioè erano finalizzate a costringere lo Stato a venire a patti e instaurare una trattativa”. Quindi la mafia fa le stragi per trattare con lo Stato e lo Stato tratta con la mafia. Attraverso chi? “Sul punto formulammo insieme a De Gennaro delle ipotesi, ritenendo che il gruppo andreottiano, tramite il gruppo Contrada, fosse uno dei terminali della trattativa… Quando faccio riferimento per le trattative allora in corso al Ros intendo riferirmi al col. Mori; sospettavamo infatti che vi fosse in atto un’azione di depotenziamento delle indagini della Procura di Palermo, anche tramitecontatticonappartenenti a Cosa Nostra che convincevano l’associazione della possibilità di uscire in qualche modo indenne dalla fase delle indagini compiute dal pool di Palermo. Parisi era certamente a conoscenza di questa situazione, ma il suo atteggiamento è sempre stato quello di cercare una mediazione con questi ambienti, intendo riferirmi al gruppo Contrada, perché era a conoscenza di quanto potessero essere pericolosi e cercava pertantodicontenernel’azione”.Ma quante cose sa questo Arlacchi. Tutte collimanti con le allucinazioni dei pm di Palermo.

C’è pure Dell’Utri. All’appello degli imputati eccellenti per la Trattativa manca soltanto Marcello Dell’Utri. Anzi no, nel verbale nisseno di Arlacchi c’è anche lui: “In tale contesto, ricordo che il dott. De Gennaro già all’epoca mi parlava di contatti ‘ambigui’ tra appartenenti a Cosa Nostra e Marcello Dell’Utri, che fungeva da anello di congiunzione tra la mafia e il mondo dell’economia e della politica”. Infatti stava creando Forza Italia, che sarebbe uscita allo scoperto a fine ’93. Proprio come raccontano diversi pentiti nel processo Trattativa, ma anche quel peracottaro calunniatore di Massimo Ciancimino sulla scorta dei colloqui col padre Vito. E così l’Arlacchi prima della cura diventa il miglior alleato dei pm visionari da rottamare.

Gli scheletri al Ministero. “Le stragi del ’93 – conclude Arlacchi – furono il proseguimento coerente del disegno. E proprio le cosiddette trattative, i contatti anomali aprirono la strada all’eversione mafiosa, ancora una volta protetta da false analisi e depistaggi come quello – sostenuto da Sismi e Sisde– che, nell’immediatezza degli attentati di Roma, Firenze e Milano, invitavano a indagare sulla criminalità colombiana, balcanica o sul terrorismo internazionale. Solo la Dia indicò la pista inconfondibile del terrorismo mafioso”. Lo stesso “Scotti fu oggetto di ripetuti depistaggi e attacchi da parte dei servizi, ne era convinto anche Parisi, con cui parlai del fatto”. La miglior prova che si voleva eliminarlo dal Vi-minale: la sua linea dura era incompatibile con la trattativa, di cui infatti fu tenuto all’oscuro. Ma di quell’immondo negoziato “ci dev’essere certamente traccia negli archivi del ministero dell’Interno, delle forze dell’ordine e dei corpi a cui appartenevano i protagonisti di queste trattative. Probabilmente la terminologia non sarà proprio questa, non si parlerà di trattativa ma di contatti, ma una traccia deve esservi. Anche perché queste attività comportano spesso l’uso di fondi riservati. Ciò significa che, dunque, il ministro dell’Interno avrebbe dovuto sapere di queste ‘trattative’, pur se diversamente chiamate. È possibile che sia anche il ministro della Difesa a conoscere i fatti”. E chi era il ministro dell’Interno, dopo Scotti? Nicola Mancino. Ci sono tutti i presupposti perché Arlacchi diventi il testimone-chiave della pubblica accusa nel processo sulla Trattativa. Sempreché, negli ultimi quattro anni, non abbia perduto la memoria. Non sarebbe il primo, né l’ultimo.

Il processo fai-da-te (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 20/02/2014. Marco Travaglio attualità

Ormai l’abbiamo capito: il processo sulla trattativa Stato-mafia non s’ha da fare. Per trovarne uno altrettanto osteggiato da politica, grande stampa, intellettuali e magistratura, tornare indietro al caso Andreotti non basta: bisogna riavvolgere il nastro fino a metà anni 80, al maxiprocesso contro la Cupola istruito dal pool di Falcone e Borsellino. La mafia, e dunque la politica, la stampa e l’intellighentija al seguito sapevano bene dove potevano arrivare quei magistrati, a lasciarli fare. Così come oggi Riina, e dunque la politica, la stampa e l’intellighentija al seguito sanno benissimo dove potrebbero arrivare i pm di Palermo, a lasciarli fare. Dopo gli alti moniti del Quirinale per lo Stato e di Riina per la mafia contro il processo sulla trattativa e contro chi l’ha istruito, ecco il libro che assolve preventivamente gli imputati perché agirono in “stato di necessità” (la stessa soave espressione usata dai giudici catanesi negli anni 80 per assolvere i cavalieri di Catania). E, perfetta coincidenza, la relazione della Superprocura firmata dal sostituto Maurizio De Lucia, fedelissimo del duo Grasso& Pignatone durante la demolizione del pool di Caselli. La Dna ha compiti di coordinamento del lavoro svolto dai vari pool antimafia sparsi per l’Italia. E, nelle sue relazioni, deve offrire un quadro aggiornato delle mafie. Non certo demolire l’antimafia e criticare i processi a carico dei mafiosi. Invece è proprio quel che ha fatto il sostituto De Lucia, esprimendo “preoccupazione” per il reato contestato nel processo Trattativa – “violenza o minaccia a corpo dello Stato” – che porrebbe “problemi di natura giuridica e fattuale al Giudice che dovrà decidere”. Segue un demenziale riferimento all’assoluzione in primo grado del generale Mori in un altro processo, quello per la mancata cattura di Provenzano, che “presenta significativi momenti di collegamento probatorio e sostanziale con quello in argomento e il suo esito non può non destare oggettivi motivi di preoccupazione sull’impostazione del processo c.d. trattativa”. Cioè: Mori è stato assolto (per ora) perché il fatto – non aver catturato Provenzano, favorendo la mafia – è vero, ma non è reato perché manca il dolo; dunque il processo Trattativa – che riguarda tutt’altri fatti e di cui semmai la mancata cattura di Zu Binu è una conseguenza – preoccupa il sostituto De Lucia. Un tempo l’Italia era il Paese dei 60 milioni di citì della Nazionale di calcio. Ora abbiamo decine di magistrati che pretendono di giudicare la trattativa senza averne la competenza, né fattuale né processuale. E si sostituiscono ai soli giudici deputati a stabilire se gli imputati siano colpevoli o innocenti: quelli della Corte d’Assise di Palermo. Naturalmente queste invasioni di campo possono accadere impunemente in un solo processo: quello. Se un magistrato che non c’entra nulla e non sa nulla si permettesse di commentare un processo in corso gestito da altri colleghi, dicendo che l’imputato è innocente o che il capo d’imputazione è sballato, finirebbe ipso facto sotto azione disciplinare (com’è accaduto persino al presidente di Cassazione Antonio Esposito per aver parlato, anzi per non aver parlato, di un processo suo, per giunta definito con sentenza definitiva). Ma c’è di più: quello del sostituto De Lucia è un copia-incolla di affermazioni critiche già fatte nella relazione della Dna del dicembre 2012, quando ancora il processo Trattativa doveva passare al vaglio del Gup: anche allora il sostituto De Lucia era preoccupato per il capo d’imputazione, poi però il gup Piergiorgio Morosini rinviò a giudizio tutti gli imputati, superando tutte le eccezioni anche sul capo d’imputazione. Ma il sostituto De Lucia rimane preoccupato. Non solo: nel dicembre 2012 il sostituto De Lucia scriveva che, sebbene sia detenuto, “gli appartenenti a Cosa nostra riconoscono ancora Riina Salvatore quale capo di tutta Cosa nostra”. Ma, ora che Riina ha condannato di morte Di Matteo, quella frase è scomparsa. Nel giro di un anno, da capo di Cosa Nostra, Zu Totò è diventato un pirla qualsiasi. Strano, vero?

La Grande Monnezza (Marco Travaglio).

download
Da Il Fatto Quotidiano del 18/02/2014. Marco Travaglio attualità

Esce finalmente nelle librerie il saggio che dovrebbe spezzare le reni al processo sulla trattativa Stato-mafia e ai magistrati che l’hanno istruito: La mafia non ha vinto. Il labirinto della trattativa del giurista Giovanni Fiandaca e dello storico Salvatore Lupo (ed. Laterza). Ne dà solenne annuncio il Corriere della Sera, con un’ampia anticipazione firmata da Giovanni Bianconi. In attesa di leggere il libro e di parlarne più diffusamente, già l’anticipazione fornisce spunti interessanti per qualche riflessione. Intanto, una buona notizia. Fino all’altro giorno, Fiandaca era noto per un lungo articolo pubblicato sul Foglio dal titolo fantozziano “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca”, in cui la trattativa era definita “cosiddetta” e “presunta”. Ora, forse grazie all’aiuto dello storico, il giurista siciliano se n’è fatta una ragione: “La trattativa c’è stata, solo che purtroppo (per i boss, ndr) qualcuno si è rimangiato la parola”. Sarà interessante capire chi e quando mai si sia rimangiato la parola, visto che il papello di Riina ha trovato puntuale esecuzione in questi vent’anni sul 41-bis (revocato nel ’93 a 334 mafiosi detenuti e poi progressivamente svuotato), sulle supercarceri di Pianosa e Asinara (chiuse nel 1997), sui pentiti (pressoché aboliti con la “riforma” Fassino-Napolitano del 2001), sull’ergastolo (abrogato fra il 1999 e il 2000), sui capitali mafiosi (riciclati dallo Stato con tre scudi fiscali), senza contare gli innumerevoli tentativi di tradurre in legge altre richieste di Riina, come la dissociazione e la revisione delle sentenze passate in giudicato (per riaprire il maxiprocesso di Falcone e Borsellino).

Passato con disinvoltura dal negare all’ammettere l’esistenza della trattativa, Fiandaca accusa la Procura di Palermo di “pregiudiziale atteggiamento criminalizzatore” e di un’“avversione morale” verso “ipotesi trattativiste”, che a suo dire sarebbero cosa buona e giusta e doverosa: le “concessioni a Cosa Nostra” da parte di “negoziatori istituzionali” avvennero in “stato di necessità” e “a fin di bene”. E quale sarebbe il “bene” che si ottenne dalla trattativa? “La cessazione delle stragi” che avrebbe consentito di “proteggere la vita dei cittadini”. Peccato che le stragi siano nate, nella mente di Riina, proprio per indurre lo Stato a trattare. Cosa che gli uomini del Ros fecero subito dopo l’omicidio Lima (12 marzo ’92) e dopo Capaci (23 maggio ’92). Col risultato di non fermare le stragi, ma anzi di produrne altre: via D’Amelio (19 luglio ’92), via Fauro a Roma (14 maggio ’93), via dei Georgofili a Firenze (27 maggio ’93), via Palestro a Milano e le basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma (27 luglio ’93), senza contare quella progettata poi fallita e infine annullata allo stadio Olimpico di Roma (fine ’93-inizio’94). Totale: 15 morti e una trentina di feriti, senza contare i danni al patrimonio artistico e alla sicurezza nazionale.

Molto semplicemente, la trattativa salvò la pelle a un pugno di politici, da Mannino in giù, che Cosa Nostra accusava di aver tradito le promesse o le attese sull’annullamento del maxiprocesso. E al posto loro morirono Borsellino, gli uomini di scorta e 10 cittadini fiorentini e milanesi: quelli che i “negoziatori” istituzionali – secondo la soave espressione dei due autori – volevano “proteggere”. Se questo è il “bene”, quale sarebbe il male? Si può discutere finché si vuole, invece, sull’impostazione giuridica del processo: se, cioè, la trattativa implichi il reato di “violenza o minaccia a corpo dello Stato”, e se il Grande Ricatto a suon di bombe possa essere imputato, oltreché ai boss stragisti, ai “negoziatori istituzionali” (politici e ufficiali del Ros) che li aiutarono nel loro progetto criminale. Spetta alla Corte d’Assise rispondere alla domanda, già peraltro risolta positivamente dal Gup che ha rinviato a giudizio tutti gl’imputati: il processo si celebra proprio per questo. Purché Fiandaca e Lupo non raccontino frottole: e purtroppo lo fanno quando ricordano ai pm che “il reato di trattativa non esiste”.

E spiegano che revocare di nascosto il 41-bis a centinaia di mafiosi in barba a una legge appena varata dal Parlamento, come fece l’allora Guardasigilli Giovanni Conso sospendendo la democrazia parlamentare e tradendo i principi cardine della Costituzione e la fiducia dei cittadini, è un atto “insindacabile penalmente” e “giuridicamente legittimo”. I pm, infatti, non si sono mai sognati di contestare a chicchessia il “reato di trattativa” né di chiamare gli ex ministri a rispondere delle loro insindacabili scelte politiche: Mancino e Conso, in quanto membri dei governi Amato e Ciampi, sono considerati vittime del Grande Ricatto. Se sono imputati di falsa testimonianza è per aver mentito sotto giuramento su fatti a loro noti. Fatti che dimostrano l’ampia condivisione della trattativa fra i politici e i governanti dell’epoca. E proprio qui casca l’asino di Fiandaca e Lupo: se persino loro devono ammettere che “la trattativa c’è stata”, sia pure per necessità e a fin di bene, mentre i politici che essi difendono continuano a smentirla negando anche l’evidenza, non li coglie il dubbio che i rappresentanti del cosiddetto Stato nascondano qualcosa di ben più terribile? E cioè, per esempio, che pezzi di Stato aiutarono Cosa Nostra a fare le stragi? Pasolini, a proposito di piazza Fontana, scriveva: “Io so, ma non ho le prove”. Oggi gli intellettuali hanno le prove, ma fingono di non sapere.

Azionare il monito automatico (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 26/01/2014. Marco Travaglio attualità

È da Capodanno che Re Giorgio non monita. Non era mai accaduto in quasi otto anni che tenesse la bocca chiusa per 25 giorni di fila. E Napolitano senza monito è come il Cainano senza gnocca. Dev’essere successo qualcosa, gli osservatori s’interrogano pensosi. Che abbia finalmente dato una ripassatina alla Costituzione? Che tema l’impeachment? Che abbia paura di disturbare i lavori in corso del Pregiudicatum di Renzi & B.? Che preferisca impicciarsi sottobanco anziché alla luce del sole? Forse la spiegazione è molto più semplice: i moniti sono diventati inutili perché il potere s’è napolitanizzato col monito automatico. Renzi era partito annunciando che Napolitano poteva continuare a fare il capo dello Stato e – visto che Letta non ha nulla in contrario – anche del governo, ma il segretario del Pd voleva farlo lui. Poi però, appena incontrato B., è corso a informare “il Colle” e non passa giorno senza che mandi la Boschi a riferirgli sullo stato di avanzamento lavori della legge elettorale, non si sa bene a che titolo. Giuliano Ferrara, che fino all’altroieri tuonava contro il Quirinale per la mancata grazia al padrone pregiudicato, strepita ogni giorno contro le intercettazioni di Riina con la scusa di “difendere Napolitano” (e naturalmente B.) da non si sa bene cosa, né come, né perché. Ieri il Foglio era tutto un pullulare di corazzieri vecchi (Violante) e nuovi (Sofri) allarmatissimi perché Riina parla e nessuno gli mette la museruola o il silenziatore. Il participio presente del verbo Violare ha campato per anni su un’esternazione di Riina dalla gabbia di un processo nel ’94, quando Totò ‘u Curtu lo nobilitò come eroe e icona dell’antimafia insieme a Caselli e Arlacchi: “I Casella, i Violanta, gli Allacche… sono comunisti che portano avanti un disegno… Il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi dei comunisti”. Il nuovo governo era presieduto da B. e Violante, appena costretto a dimettersi dall’Antimafia per una sfortunata intervista a Minzolini, fu ben lieto che Riina parlasse. Ora che invece il boss non se lo fila proprio ed esorta Napolitano a non testimoniare e incita i suoi corazzieri ad assestare qualche altra “mazzata nelle corna a questo pm” Di Matteo, bisogna mettergli la sordina, perché si tratta certamente di “una messinscena”. Comodo eh?

Notevole pure Sofri, che solidarizza con i colleghi detenuti e con il presidente della Cassazione Giorgio Santacroce, già commensale di Previti, che ha mandato in sollucchero Napolitano con l’appello all’amnistia e all’indulto per scarcerarne 30 mila; ma versa una lacrimuccia anche per i poveri mafiosi in isolamento, vittime dello “spirito vendicativo” di chi vorrebbe ripristinare un serio 41-bis dopo le voragini aperte in vent’anni di trattative Stato-mafia. L’apoteosi del monito automatico si verifica però a Palermo, dove il presidente della Corte d’appello fortunatamente prossimo alla pensione, Vincenzo Oliveri, parla come se lavorasse a Bolzano. Infatti non dice una parola in difesa dei magistrati siciliani minacciati da Cosa Nostra o addirittura condannati a morte da Riina. In compenso si profonde in ampi inchini e salamelecchi a Sua Altezza Reale: “Abbiamo (noi chi? boh, ndr) un debito di riconoscenza nei confronti del capo dello Stato, per cui quando s’è tentato di offuscare la sua immagine con il sospetto di sue interferenze in un grave procedimento in corso qui a Palermo, i nostri giudici li hanno dichiarati da subito totalmente infondati”. Riconoscenza per avere delegittimato i pm che indagano sulla Trattativa trascinandoli alla Corte costituzionale? O per aver accampato scuse puerili per non testimoniare al processo? Sospetti di interferenze infondati malgrado le telefonate in cui D’Ambrosio diceva a Mancino che il presidente sarebbe intervenuto su Grasso e aveva scritto al Pg della Cassazione per assecondare le proposte indecenti dell’ex ministro inquisito? E in che senso sarebbe “grave” il processo sulla trattativa? Se i capi delle toghe sono tutti così, sfido io che Sua Maestà non monita più: gli obbediscono prima ancora che dia gli ordini.

Obtorto Colle (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 21/12/2013 Marco Travaglio attualità

Si spera che la delegazione del Csm, guidata dal sempre garrulo e ridanciano vicepresidente Michele Vietti in un’epocale trasferta a Palermo, abbia trovato la città di suo gradimento. Che il clima fosse dolce, la temperatura mite, l’albergo accogliente, le sarde a beccafico cotte a puntino, il pane con panelle fragrante, la cassata e i cannoli alla ricotta appena sfornati. Se così non fosse, sfuggirebbe il senso della gita fuori porta di quello che un tempo era l’organo di autogoverno della magistratura e da tempo s’è ridotto all’ennesimo ente inutile, anzi dannoso in quanto molto costoso, al servizio di Sua Maestà Re Giorgio. Era parso di capire che la visita di 7 consiglieri su 27 nel capoluogo siciliano fosse finalizzata a esprimere di persona la solidarietà al pm Nino Di Matteo, destinatario di ripetuti ordini di morte pronunciati da Salvatore Riina in colloqui intercettati con un boss pugliese, e ai colleghi impegnati con lui nel processo e nelle nuove indagini sulla trattativa Stato-mafia, e per questo attaccati da politici, giornalisti, presunti giuristi, presunte istituzioni e minacciati da lettere e visite a domicilio mezzo mafiose e mezzo istituzionali. Tant’è che il Pg Gianfranco Ciani, membro di diritto del Csm, 15 mesi dopo aver aperto un fascicolo disciplinare su Di Matteo per un’innocua anzi doverosa intervista sulle telefonate Mancino-Napolitano, proprio due giorni fa aveva chiesto di archiviarla per rendere meno imbarazzante la trasvolata dei colleghi. Ma era solo un’impressione, già peraltro smentita dalla “delibera di particolare urgenza” emessa dall’illustre consesso il 18 dicembre, con la consueta litania paracula della “presenza solidale nei confronti dei magistrati oggetto di gravi e reiterate minacce”. Dunque, ad avviso di questi buontemponi – due terzi dei quali dovrebbero essere magistrati e dunque riuscire a cogliere la differenza che c’è fra una minaccia anonima e l’ordine di un boss di organizzare una strage come quelle del 1992-’93 per eliminare un magistrato, come fu per Falcone e Borsellino – Di Matteo non merita di essere citato con nome e cognome per quello che è: cioè il nemico pubblico numero uno del più feroce stragista italiano di tutti i tempi. Casomai ve ne fosse ancora bisogno, ieri la promenade dei sette gitanti ha accuratamente evitato di incrociare, anche soltanto di striscio, Di Matteo e i suoi colleghi impegnati nelle indagini sulla trattativa: e cioè il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. I quattro erano regolarmente nei loro uffici a lavorare, ma Vietti & C. hanno girato alla larga, preferendo incontrare i “capi degli uffici”, i vertici dell’Anm locale e naturalmente i rappresentanti dell’avvocatura. “Sono qui con una delegazione del Csm per manifestare vicinanza ai magistrati che lavorano qui anche a rischio dell’incolumità”, ha tromboneggiato Vietti, con una frase che avrebbe potuto pronunciare in un giorno qualunque di un anno qualunque di un secolo qualunque, visto che da sempre a Palermo i magistrati antimafia lavorano anche a rischio dell’incolumità. Oggi il rischio maggiore lo corrono i suddetti quattro magistrati, e proprio perché indagano sulla trattativa. Ma questi, mentre Vietti parlava senza mai nominare né loro né la trattativa, non erano presenti, perché nessuno li aveva invitati. “Solidarietà in contumacia”, ha ironizzato uno di loro. “Non siamo stati noi a organizzare la visita”, ha tentato di difendersi Vietti, smentito dalla delibera del Csm che non prevedeva alcun incontro con i quattro pm. Ciò che impedisce al Csm e al suo vicepresidente Vietti di pronunciare le paroline “Di Matteo” e “trattativa” non è un improvviso attacco di dislessia. È la suprema volontà di Sua Altezza, che ieri ha fatto gli auguri perfino ai due marò imputati per aver accoppato due pescatori indiani: ma ai quattro pm della trattativa no. I sette nani si sono prontamente allineati. E a Di Matteo, anziché la “presenza solidale”, han fatto sentire tutta l’assenza ostile dello Stato. Se restavano a casa, facevano meno danni.

Il pilastro della società (Marco Travaglio).

ilfatto_20131106
Da Il Fatto Quotidiano del 20/12/2013 Marco Travaglio attualità
Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.
Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Riina mi vuole morto e i politici attaccano le nostre indagini” (Marco Travaglio).

porcellum_vignetta_di_bertelli
Alle 17:30 Nino Di Matteo, il pm che Totò Riina vuole morto ammazzato è al lavoro nel suo ufficio, al secondo piano del Palazzo di giustizia di Palermo. Dire che non sia turbato, sarebbe troppo. Ma non ha perduto né la calma, né il sorriso. La determinazione, quella, è addirittura aumentata.

Dottor Di Matteo, qual è il suo pensiero dominante dopo 15 mesi di minacce e preannunci di attentato?

Cercare di capire a fondo quel che sta succedendo intorno a me. Non tutto è ancora così chiaro. Un anno fa, al primo alternarsi di minacce di stile mafioso e di fonte istituzionale, pensai a qualcosa di casuale. Poi mi convinsi che erano attacchi collegati. Ora sentire e vedere Riina pronunciare quelle parole rabbiose e quegli ordini di morte contro di me mi riporta al contenuto di una delle prime minacce che mi fu recapitata anonimamente.

Il dossier di 12 cartelle intitolato “Pro to co l l o Fantasma”, con lo stemma della Repubblica Italiana, che la metteva in guardia dallo spionaggio di “uomini delle istituzioni” verso una “ce n – trale romana”, l’avvertiva che si stava inoltrando su terreni pericolosi e citava politici della Prima Repubblica coinvolti nella trattativa non ancora toccati dalle indagini?

Quello fu il primo messaggio di fonte istituzionale. Però mi riferivo al secondo, successivo alle elezioni di febbraio.

La lettera giunta il 26 marzo, scritta al computer da un anonimo sedicente “uomo d’onore della famiglia trapanese” che annunciava la sua eliminazione – in alternativa a quella di Massimo Ciancimino – perché l’Italia “non può finire governato da comici e froci”?

Quella. Usava un frasario tipico di chi vuole accreditarsi come appartenente alle istituzioni o ad apparati investigativi. E parlava della decisione di uccidermi “chiesta dagli amici romani di Matteo”, cioè di Messina Denaro, avallata dal carcere anche da Riina “tramite il figlio”. Ora che ho ascoltato la viva voce di Riina ho capito il collegamento fra le due tipologie di minacce: quelle mafiose e quelle istituzionali o para-istituzionali. E ho colto la sottovalutazione che se ne fa, magari in buona fede, per ignoranza, su molti giornali e a livello politico.

Sottovalutazione?

Tutti parlano di minacce di Riina. Ma minacciare qualcuno significa volerlo spaventare. Riina, intercettato in carcere, non si limita a minacciarmi: il suo è un crescendo di parole rabbiose che culminano nell’ordine di uccidermi. Tant’è che i procuratori di Palermo e di Caltanissetta hanno utilizzato uno strumento eccezionale previsto dal Codice per “desegretare” le intercettazioni e ne han consegnato la trascrizione e il supporto audio-video al ministro dell’Interno Alfano. Parlare di “minacce” è improprio e fuorviante.

Non voglio farla polemizzare con le massime cariche dello Stato, ma proprio questo dicono, dopo un anno e mezzo di silenzi imbarazzati e imbarazzanti: solidarietà ai magistrati minacciati dalla criminalità organizzata.

Per carità, solidarizzare con tutti i magistrati minacciati dalla criminalità organizzata è giusto: le minacce delle mafie sono sempre cose serie. Ma i magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia sono un caso a parte: qui lo stragista numero uno degli ultimi trent’anni ha dato l’ordine di eliminarci e di rilanciare così la strategia stragista, sospesa vent’anni fa con la lunga Pax Mafiosa seguita alla trattativa.

Qual è il suo stato d’animo in questi giorni?

È un complesso di stati d’animo. Se mi guardo intorno e rifletto razionalmente, mi dico che non è valsa e non vale la pena aver sacrificato, in vent’anni di vita scortata, tanti momenti importanti di libertà e di spensieratezza miei e delle persone che mi stanno accanto. Ma poi per fortuna prevale la passione, come in tanti magistrati della mia generazione. Quando entrai in magistratura 22 anni fa, lo feci proprio con l’aspirazione di occuparmi di mafia. Il mio punto di riferimento era il pool antimafia di Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino. Tre su quattro li abbiamo purtroppo accompagnati nella tomba, ma quello è rimasto il mio imprinting.

Quindi prevale ancora la passione?

Sì, e ha la meglio sulla razionalità pura che consiglierebbe di mollare tutto. La passione per la bellezza del nostro lavoro. Che però non cancella la consapevolezza che fare il magistrato in questo modo – l’unico che conosco leggendo la Costituzione – “non paga”. Né in termini di serenità personale, né di carriera, né di apprezzamento omogeneo dalle istituzioni e dagli uomini che le rappresentano, e anche da pezzi importanti dell’opinione pubblica. Ma non importa, andiamo avanti.

Prima delle stragi del ’92 era palpabile a Palermo l’insofferenza per i magistrati antimafia, le scorte, le sirene, le zone di rimozione forzata, i pericoli indotti dalla presenza di giudici a rischio. Si respira di nuovo quell’aria?

No, anzi l’intensificarsi dei pericoli per la mia persona è stato accompagnato paradossalmente da un surplus di solidarietà e vicinanza di tanti cittadini: lettere, email, parole d’incoraggiamento. Anche dai vicini di casa. È uno dei maggiori, e rari, motivi di conforto. Lo stesso vale naturalmente per la mia famiglia: ho la fortuna di essere circondato da persone che condividono idealmente gli stessi valori che sono alla base del mio impegno. Andiamo avanti, pure con grande difficoltà.

Co m ’è cambiata la sua vita in questi ultimi mesi?

Non devi mai ripetere gli stessi movimenti e gli stessi percorsi, che devi rendere il più possibile imprevedibili. Sei costretto a rinunciare anche a quelle piccole e poche cose che ancora ti concedevi prima, anche da scortato. Ma non è questo che mi pesa.

Cosa le pesa di più?

La consapevolezza che, quando ti inoltri su certi crinali investigativi sui rapporti fra mafia e istituzioni (non soltanto quelle politiche, ma anche i cosiddetti “apparati”), senti – per usare un eufemismo – di non essere capito da chi rappresenta lo Stato e persino da vasti settori della magistratura. Troppi continuano a pensare che le nostre indagini siano tempo perso,risorse sottratte alla “vera lotta alla mafia”, che consisterebbe soltanto nell’arrestare la manovalanza criminale, nel sequestrare carichi di droga. Invece, oggi più che mai, un contrasto serio alla criminalità organizzata deve recidere i suoi legami con istituzioni, politica, finanza, forze dell’ordine, apparati.

A parole, lo dicono tutti.

Sì, ma poi appena qualche pm ci prova e magari ci riesce, ecco il solito coro pieno di risolini e di dubbi sparsi a vanvera: ti senti additato al pubblico ludibrio come un “acchiappanuvole”, o peggio come un soggetto destabilizzante che rema contro le istituzioni per scalfirne il prestigio. C’è chi ancora ripete il ritornello che, scoperchiando la trattativa, abbiamo fatto un favore a Riina mettendo sotto accusa uomini dello Stato e della politica. Riina, a sentirlo parlare, non sembra proprio pensarla così. Anzi: manifesta nei nostri confronti una rabbia furibonda, che vuole addirittura tradurre nel mio assassinio.

Si è domandato perché Riina ce l’ha tanto e proprio con lei?

No. Ma constato che mi sono occupato spesso e da molto tempo di processi che lo vedevano imputato: sono stato pm sulle stragi di Capaci, di via D’Amelio, sugli assassinii dei giudici Chinnici e Saetta e su altri omicidi perpetrati a Palermo.

Ciò malgrado, Riina, per quei processi, non aveva mai manifestato quel furore contro di lei. Che esplode solo per la Trattativa.

Con l’uscita di Ingroia, sono il pm che da più tempo segue quelle indagini. Quindi quella rabbia non me la spiego altrimenti.

Eppure, dagli atti che avete depositato finora, non si coglie un motivo che giustifichi tanta rabbia. A Riina non dovrebbe dispiacere di apparire come il superstragista che ha messo in ginocchio lo Stato. Avete il dubbio di non aver capito ancora tutto ciò che è acceduto, e che lui invece conosce bene?

Non il dubbio: la certezza. Finora abbiamo capito e riteniamo di aver provato solo una parte di ciò che è avvenuto. Non è casuale la tempistica dell’intensificarsi di questa pressione. Inizialmente si pensava che l’indagine sarebbe finita in archivio. Poi invece c’è stata la nostra richiesta di rinvio a giudizio e poi l’ordinanza di rinvio a giudizio del gup. E il processo è iniziato. Ma non è un mistero che stiamo continuando a indagare: non ci fermiamo certo a cercar di provare la colpevolezza degli attuali imputati. Vogliamo trovare chi li ha manovrati, li ha diretti e ha concorso con loro, dall’esterno di Cosa Nostra, nei delitti che abbiamo contestato. Con chi, perché e su incarico di chi gli attuali imputati han fatto ciò che han fatto. Ecco: quando si è capito che non ci fermiamo, sono partite non solo minacce e ordini di morte, ma anche episodi pericolosi come l’irruzione in casa del giovane collega Roberto Tartaglia.

Voi rappresentate lo Stato, ma anche chi ha fatto la trattativa e chi vi minaccia o fa di tutto per ostacolarvi. Quanti Stati ci sono, in Italia?

Lo Stato è uno solo: quello disegnato con chiarezza e precisione dalla Costituzione. Per essere credibile e riconosciuto come tale, lo Stato non deve temere di processare se stesso, attraverso propri esponenti infedeli, collusi, deviati. Altrimenti non ha titolo neppure per processare la criminalità, organizzata e non.

Mai avuto il dubbio di essere voi, i deviati?

No, nemmeno quando veniamo additati come tali, come portatori di interessi diversi dalla giustizia e dalla legalità costituzionale. Certo, c’è la sensazione palpabile di essere devianti rispetto al sentire comune molto diffuso che vorrebbe imporci una particolare “prudenza” perché non scoperchiamo certi vasi. Ma quella sulla trattativa è una delle poche indagini che ha subìto attacchi praticamente da tutte le parti politiche: almeno non possono accusarci di volerne favorire una a scapito di un’altra.

Qual è l’accusa che vi ha ferito di più?

Quella di autorevoli esponenti del giornalismo e della politica che ci attribuiscono addirittura la finalità di ricattare il capo dello Stato, solo perché ci siamo imbattuti casualmente in alcune sue telefonate con l’ex ministro Mancino, o perché l’abbiamo citato come testimone. È l’accusa più pesante e ingiusta, ma ci è toccato sopportare anche questo.

Quella vicenda ha trascinato tutti voi dinanzi alla Consulta e lei e il suo capo Messineo al Csm.

Avete la sensazione che quella doppia delegittimazione abbia tappato la bocca a chi magari poteva collaborare pienamente alle indagini?

Posta così la domanda, è difficile rispondere. Diciamo che i pentiti di mafia ragionano ancora con l’istinto tipico dei mafiosi: se capiscono di avere di fronte dei pm attaccati dalle istituzioni, fiutano che parlare di certi argomenti potrebbe essere scomodo e poco conveniente anche per loro. E magari chi sa molte cose si attesta su canoni di ordinaria “normalità”, rivelando solo ciò che non scandalizza troppo il sistema, e dunque non si rivela troppo dannoso per lui.

Lei è sempre sotto procedimento disciplinare al Csm?

Sì. A marzo mi è stato notificato l’atto di incolpazione, con l’accusa di aver leso le prerogative del capo dello Stato con un’intervista in cui spiegavo le procedure per la distruzione delle telefonate indirettamente intercettate fra lui e Mancino. Sono già stato interrogato e ora attendo che il Pg della Cassazione decida se chiedere al Csm di condannarmi o di prosciogliermi. A quel che risulta a me e al mio difensore, è la prima volta che si esercita l’azione disciplinare contro un magistrato per un’intervista. Ma, se sarò rinviato a giudizio, mi difenderò con serenità, ben conscio di aver fatto soltanto il mio dovere e di non aver violato alcuna legge o regola. Come il mio ufficio ha già fatto – purtroppo con gli esiti a tutti noti – dinanzi alla Consulta nel conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale.

Anche alla Consulta la sua Procura sostenne di aver obbedito soltanto alla legge.

Certo, e la prova era nei fatti: non era la prima volta che una Procura, intercettando un soggetto coinvolto nelle indagini, captava casualmente sue conversazioni con un presidente della Repubblica. Era accaduto nel 1992 a Milano con il presidente Scalfaro. Ed era capitato nel 2009 a Firenze con Napolitano. In entrambi i casi, i pm avevano fatto trascrivere le telefonate e le avevano depositate agli atti. Nel caso di Scalfaro i giornali le avevano riportate. Eppure il Quirinale non sollevò alcun conflitto contro i magistrati. Lo fece soltanto con noi nel 2012, sebbene non avessimo fatto trascrivere quelle conversazioni penalmente irrilevanti, le avessimo custodite in cassaforte e avessimo spiegato che ne avremmo chiesto la distruzione. All’amarezza per quel che è accaduto, unisco però una soddisfazione, mia personale e dei miei colleghi: i nostri scassatissimi armadi hanno mostrato una tenuta stagna, infatti di quelle telefonate non è uscita neppure una sillaba. Nessuno può rimproverarci di non aver compiuto al meglio il nostro dovere di magistrati.

Co s ’ha pensato quando il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza le ha proposto di girare per Palermo a bordo di un carrarmato Lince?

Sulle prime, non sapevo neppure cosa fosse. Ho visto la foto in Internet di un Lince usato nella guerra in Afghanistan e ho detto di no. Oltreché impensabile dal punto di vista pratico e logistico, un magistrato che deve circolare a bordo di un carrarmato diventa anche ridicolo. E se c’è una cosa che non posso accettare è che il mio lavoro venga messo in condizione di perdere il rispetto. La sicurezza non può diventare un pretesto per i tanti che guardano con ostilità al nostro impegno per metterci alla berlina. Tutti gli altri rischi li accetto: questo no.

Si è parlato anche dell’uso di un robottino anti-esplosivi, il “Jammer bomb”. Lo Stato sta facendo tutto quello che può per garantire la sua sicurezza?

Io non ho mai chiesto nulla: ci sono autorità preposte a queste decisioni tecniche e stanno operando con la massima professionalità. A cominciare dai carabinieri della mia scorta. Ma un magistrato è sicuro soprattutto quando tutte le istituzioni si mostrano totalmente unite nell’affermare che il suo operato – peraltro criticabile – non può subire minacce né annunci di strage. La reazione compatta di tutto lo Stato sarebbe la migliore protezione per me e per qualunque altro magistrato in pericolo.
Da Il Fatto Quotidiano del 18/12/2013 Marco Travaglio attualità

E quella reazione compatta per ora non c’è stata.

Finora è arrivata solo a spizzichi e bocconi, con molta lentezza, fatica e reticenza. Ma non dispero che ci si arrivi, un giorno o l’altro

Alte discariche dello Stato (Marco Travaglio).

ilfatto_20131106
Da Il Fatto Quotidiano del 24/11/2013.Marco Travaglio attualità

Perché Totò Riina è così inferocito contro Nino Di Matteo e gli altri pm del processo alla trattativa Stato-mafia? Secondo alcuni detrattori di quel processo, Riina dovrebbe esser grato ai pm per avere spostato l’attenzione dalle responsabilità di Cosa Nostra a quelle dello Stato. E allora perché l’ex (?) capo dei capi vuole ucciderli “come tonni”? Le possibili spiegazioni sono due. La prima: per ogni boss, il prestigio e la credibilità personali sono parte integrante del potere. La storia della trattativa dipinge invece un Riina feroce, ma anche – per così dire – ingenuo: mandato avanti a fare le stragi da chi – come disse Provenzano a Vito Ciancimino – “gli ha promesso qualcosa di veramente grosso”, poi coinvolto nella trattativa, poi indotto a eliminare Borsellino che la ostacolava e infine intrappolato dagli stessi Ros con cui aveva trattato, forse con la collaborazione di Provenzano. Non proprio una bella figura. La seconda spiegazione, peraltro sovrapponibile alla prima, riguarda l’oggi: finchè la trattativa fu una voce di pentiti perlopiù ignorata dalla grande stampa e dunque dai cittadini, lo scambio di favori fra Stato e mafia poteva continuare indisturbato. E infatti continuò fino a tre-quattro anni fa (il terzo “scudo fiscale” per il rimpatrio anonimo e quasi gratuito dei capitali sporchi è del 2009). Ma ora, complice la vasta eco suscitata dalle telefonate Mancino-Quirinale e dalla citazione di Napolitano come testimone, la trattativa è all’attenzione di tutti. Dunque è più difficile per la classe politica elargire altri regali alle mafie senza dare nell’occhio. Il che fa letteralmente impazzire i boss, specie quei pochi che marciscono al 41-bis da vent’anni, comprensibilmente stufi dei politici che li hanno usati “come merce di scambio” senza mantenere le promesse, non tutte almeno (lo ricordò Leoluca Bagarella nel 2002 dalla gabbia di un processo, leggendo un comunicato “a nome dei detenuti al 41-bis”, manco fosse un sindacalista). La revoca dei 41-bis a 334 mafiosi nel ’93, la legge “manette difficili” del ’95, la chiusura delle super carceri di Pianosa e Asinara nel ’97, l’abolizione dell’ergastolo (poi ritirata) nel ’99, la legge ammazza-pentiti Napolitano-Fassino del 2001 e i tre scudi fiscali dal 2001 al 2009 sono regali graditissimi. Ma l’aspettativa, nel ’92, era ben più pretenziosa: la posta in palio erano anche e soprattutto la revisione del maxiprocesso, il“fine pena forse”, la “dissociazione” a costo zero al posto del devastante pentitismo. Nonostante i generosi sforzi di destra e sinistra, questi obiettivi non sono stati raggiunti. B. pensava, sì, agli amici degli amici, ma soprattutto a se stesso. E oggi qualunque cedimento, anche se ammantato come sempre di “garantismo”, farebbe gridare alla nuova Trattativa, dunque viene stoppato sul nascere. Il tutto mentre la Seconda Repubblica sta declinando per cedere il passo alla cosiddetta Terza. Parte di Cosa Nostra vorrebbe infilarvisi alla solita maniera, quella delle stragi: ma il fatto stesso che le minacce si susseguano, finora fortunatamente a vuoto, indica che il fronte è spaccato: fra la vecchia guardia (alla Riina) che sa parlare solo con le bombe e quella nuova che (sulla scia di Provenzano) sa parlare anche altri linguaggi. Tra quell’incudine e quel martello, si muove Di Matteo con i suoi colleghi, in un processo che forse neppure lui immaginava così scomodo: non solo per lo Stato, ma anche per la mafia. Infatti, mentre la mafia lo minaccia, lo Stato lo processa davanti al Csm. Si dice sempre che un messaggio delle alte cariche dello Stato è come la sigaretta per il condannato a morte: non si nega mai a nessuno. Ma non è più così: in tanti mesi di minacce di morte, Di Matteo non ha mai ricevuto una riga di solidarietà, né pubblica né privata, da Napolitano (si chiama Di Matteo, mica Mancino), da Grasso, dalla Boldrini, dalla Cancellieri (si chiama Di Matteo, mica Ligresti). Silenzio di tomba. Almeno le urla belluine di Riina hanno il merito di farlo sentire un po’ meno solo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: