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Tav. L’accordo tra Italia e Francia è legge: rissa in Senato

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Fonte Articolotre del -Redazione-Mercoledì, Aprile 09, 2014 attualità
Ancora una rissa in Parlamento, stavolta nell’aula del Senato, protagonisti i grillini. Il Senato ha approvato con 173 sì, 50 no e quattro astenuti la ratifica dell’ accordo tra l’Italia e la Francia per la realizzazione della linea ferroviaria Torino – Lione.
La Camera aveva già approvato l’accordo. La ratifica, contestata in Aula da M5S con cartelli e urla, è legge.
È caos nell’Aula del Senato per la Ratifica dell’accordo tra Italia-Francia per la realizzazione della ferrovia ad alta velocità Torino-Lione. Dopo aver presentato oltre 1.100 emendamenti, i senatori del m5S si iscrivono in massa a parlare e attaccano un testo che definiscono più volte «inutile» per la collettività e «favorevole solo alla mafia» visto che, come sottolinea Marco Scibona, dovendo applicarsi obbligatoriamente la legge francese sugli appalti non si potrà più richiedere a nessuno il «certificato antimafia».
Ma è durante le dichiarazioni di voto che il clima diventa incandescente. Gli M5S, con le sciarpette «No Tav»> al collo (triangoli di stoffa bianca con la scritta rossa «No tav» e il disegno nero di un treno in corsa sbarrato da una X, sempre rossa) urlano e protestano quando gli altri cercano di parlare e gli altri reagiscono con urla e proteste altrettanto forti.
La situazione è spesso ingestibile tanto che la presidente di turno Linda Lanzillotta alla fine è costretta a sospendere la seduta per una decina di minuti nel tentativo di riportare l’ordine nell’emiciclo. Ma quando riprende nulla si è placato.
Tutti si urlano addosso, mentre i grillini agitano banconote false verso i colleghi degli altri gruppi che reagiscono sempre più indignati. E strillano a più non posso quando parlano i «supporters» del progetto: da Aldo Di Biagio (PI), che ricorda come in realtà non si possa far nulla, anche quando la ratifica diverrà legge, perchè manca ancora un protocollo addizionale tra i due paesi, al capogruppo di Sc Giancarlo Susta di cui dalla Tribuna non si riesce a sentire una parola.

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“No al Tav. E a ogni tipo di terrorismo”

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MANIFESTAZIONI PACIFICHE IERI DALLA VALSUSA A MILANO RIFLETTENDO SU RENZI: “PER NOI NON CAMBIERÀ NULLA”
Fatto Quotidiano del 23/02/2014 di Gianni Barbacetto e Cosimo Caridi attualità
Chiomonte (Valsusa) Una tranquilla giornata di manifestazioni No Tav. Cortei e iniziative contro il tunnel per l’Alta velocità Torino-Lione si sono svolte in Valsusa, ma anche a Torino e in una quarantina di città italiane. In Valsusa, oltre mille abitanti che si definiscono “la valle che resiste” hanno marciato dalla stazione ferroviaria di Chiomonte fino alla centrale idroelettrica, dove iniziano le reti del cantiere Tav. Marcia pacifica, organizzata in solidarietà con quattro persone in carcere dal 9 dicembre, arrestate con l’accusa di “terrorismo” e detenute in regime di massima sicurezza, con l’accusa di aver partecipato all’a s- salto al cantiere avvenuto la notte del 13 maggio 2013, quando una ventina di persone incappucciate riuscì a dar fuoco a un compressore all’interno del cantiere. IERI ALLA MANIFESTAZIONE in Valsusa hanno partecipato tutte le anime del movimento: famiglie, militanti, amministratori locali. Sandro Plano, presidente della comu- nità montana della Valsusa, era come sempre in prima fila: “Renzi è sembrato, in passato, critico all’Alta velocità, ma credo che questo nuovo governo non cambierà nulla”. Dello stesso avviso Marco Scibona, il senatore M5S eletto a Bussoleno: “La conferma di Maurizio Lupi al ministero delle Infrastrutture e trasporti è la prova della continuità”. Il movimento No Tav ha risposto in maniera netta a chi, nei giorni scorsi, ha tentato una “chiamata alle armi”, mandando ai giornali un pro- clama firmato Noa (Nuclei Operativi Armati) in cui si propone al movimento il passaggio alla lotta armata e si indicano quattro persone nei confronti delle quali eseguire una sentenza di “condanna a morte”. Una decina di militanti, riferimento delle varie anime che compongono il movimento No Tav in Valsusa, ha risposto con una lettera dal titolo “Condannateci tutti”, che volutamente richiama l’“Ammazzateci tutti” dei ragazzi calabresi anti-’ndrangheta. “A chi vi state rivolgendo?”, hanno chiesto i dieci. “Il movimento No Tav non ha orecchie per ascoltare questo genere di provocazioni. Il movimento è da sempre non violento e ha dimostrato di essere talmente forte da non aver bisogno di armi: abbiamo già dalla nostra la forza della ragione. E siamo tanti, sempre di più. Credo che siate fuori strada. Oppure la vo- stra strada è stata in- dicata, come al solito, da chi vuole crimina- lizzarci: il vostro vero obiettivo siamo noi. Ma il giochetto non funziona più, è vec- chio ormai. Cercate dei facili obiettivi? E perché allora mettere di mezzo persone impor- tanti che hanno anche la scorta? E che poi magari si spaventano dav- vero? Dovreste cominciare col col- pire noi, siamo No Tav e quindi obiettivi facilissimi. Niente scorta, qualcuno di noi non ha nemmeno più l’auto”. CONTEMPORANEAMENTE al corteo in Valsusa, a Torino alcune mi- gliaia di persone hanno manifestano pacificamente dopo essersi dati appuntamento in sei presìdi tematici in diversi punti della città. Lo striscione che apriva il corteo chiedeva la liberazione dei quattro attivisti arrestati. A Milano, il corteo era aperto dallo striscione con la scritta “Terrorista è chi devasta e saccheggia i territori”. Un migliaio di militanti No Tav ha raggiunto il carcere di San Vittore, dopo aver scritto slogan anti Tav e anti Expo sui muri della città. Alcuni innalzavano cartelli con la scritta: “Dissento ma non sono un terrorista”. Imbrattate diverse vetrine, spray e cavi taliati per alcune alcune telecamere di sicurezza.

IN VAL DI SUSISTAN RADDOPPIA L’OCCUPAZIONE MILITARE

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ilcorrosivo.blogspot.it 21 settembre, 2013 di MARCO CEDOLIN attualità

La notizia campeggia sui titoloni dei giornalacci mainstream e il sito del Corriere della Sera le dedica perfino la posizione d’onore, per mezzo di un titolista che in tutta evidenza non conosce neppure l’argomento, dal momento che ritiene che a Chiomonte si stia scavando il tunnel di base del TAV e non una galleria geognostica propedeutica all’opera, come invece sta accadendo in realtà. e: Il governo dell’inciucio avrebbe scelto la linea dura, decidendo d’inviare in Val di Susistan 200 nuovi soldati di occupazione ed a Torino un nuovo prefetto (di ferro) nella persona di Paola Basilone, attuale vice capo della polizia…..
In parole povere, la mafia del TAV decide di stringere i tempi il più possibile, temendo che il boccone possa scivolare via, prima di averlo addentato e si cautela per evitare qualsiasi sorpresa.

Dopo le azioni deliranti della magistratura, volte ad incriminare decine e decine di NO TAV, con accuse gravissime prive di qualsiasi riscontro, dopo gli attentati “misteriosi” che negli ultimi mesi hanno bruciato decine di mezzi movimento terra, dopo l’immenso spazio mediatico dedicato ai piagnistei di molto improbabili “onesti” imprenditori, ridotti sul lastrico dalla protesta contro l’alta velocità, ecco che il più assurdo governo (pro tempore) della storia repubblicana, decide di calare l’asso, nella speranza di chiudere la partita.

Per eliminare la protesta popolare contro il TAV in Val di Susa, partecipata da decine e decine di migliaia di persone, inizialmente si è provveduto a gasarle con i lacrimogeni al cs, sfoltendo per forza di cose le fila, dal momento che non tutti sono disposti a rischiare la vita e la salute per difendere la terra in cui vivono. Ridotta la contestazione militante a qualche migliaio di “coraggiosi”, insieme al cs è entrata in campo la magistratura, con incriminazioni farsa, perquisizioni a tappeto, arresti, intimidazioni ed ogni altro atto che rientri nel novero della repressione selvaggia di una protesta legittima. Con la conseguenza di ridurre ulteriormente le fila dei “coraggiosi”, perché anche chi è disposto a rischiare la vita e la salute per difendere la terra in cui vive, non sempre può permettersi di perdere il lavoro con il quale sostenta la propria famiglia.

Giunti a questo punto, la tentazione di chiudere definitivamente la partita deve essere stata fortissima, soprattutto dal momento che è possibile approfittare di un governo totalmente incapace d’intendere e di volere e di un’opinione pubblica completamente inebetita.

Ecco dunque l’infame accusa di terrorismo, gettata sulla schiena di tutti i valsusini che da sempre si battono contro un’opera tanto devastante e costosa, quanto priva di qualsiasi prospettiva di utilità pratica. Ecco l’inasprimento delle leggi relative alla blindatura del cantiere, vigliaccamente nascosto all’interno del decreto farsa sul femminicidio. Ecco altri 200 soldati catapultati a Chiomonte, ad occupare quel lembo di Val di Susistan che nell’immaginario collettivo fa tanto Kabul.

Se l’interpretazione di tutti questi segnali è quella giusta, e l’enfasi mediatica con cui ultimamente si parla di Val di Susa lascerebbe suppore di si, con tutta probabilità nelle prossime settimane verrà creato il casus belli propedeutico a dichiarare fuorilegge l’intero movimento NO TAV ed a chiudere la partita, attraverso centinaia di arresti arbitrari e la messa al bando di qualsiasi protesta relativa all’alta velocità.

La mafia del TAV non ha ancora vinto, ma la sensazione è quella che voglia provare a vincere definitivamente entro tempi brevi, passando “sul cadavere” di tutti i valsusini che nonostante tutto hanno deciso di non arrendersi.

Marco Cedolin
Fonte: /ilcorrosivo.blogspot.it
Link: http://ilcorrosivo.blogspot.it/2013/09/in-val-di-susistan-raddoppia.html

TUNNEL DI FIRENZE, RETATA PER CORRUZIONE NEGLI APPALTI TAV

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Da Il Fatto Quotidiano del 17/09/2013 Davide Vecchi attualità

L’EX GOVERNATORE UMBRO AI DOMICILIARI PER ESSERE A “CAPO” DI UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE: DA PRESIDENTE DI ITALFERR HA AGITO ANCHE CONTRO LA SOCIETÀ PUBBLICA.

Parlo io con Anna (Finocchiaro) non preoccuparti”, “ora deve chiamarla Pier Luigi” (Bersani). La dalemiana Maria Rita Lorenzetti, 13 anni da parlamentare e due mandati da governatore dell’Umbria nonché membro della direzione nazionale del Pd, nominata presidente di Italferr, usava le amicizie politiche e la società pubblica del gruppo Ferrovie dello Stato per trarne “vantaggio personale”, “del marito” e della sua “squadra”. A scapito della stessa Italferr. Lo scrive il gip di Firenze, Angelo Antonio Pezzuti, nell’ordinanza di arresto emessa ieri a carico di Lorenzetti e altre dieci persone con le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e abuso d’ufficio nell’appalto per l’attraversamento di Firenze della Tav.

AI DOMICILIARI con Lorenzetti sono finiti Gualtiero (detto Walter) Bellomo membro della commissione Via del ministero dell’Ambiente; Furio Saraceno presidente di Nodavia; Valerio Lombardi tecnico di Italferr; Alessandro Coletta consulente e all’epoca dei fatti membro del-l’Autorità di vigilanza sugli Appalti pubblici; Aristodemo Busillo della società Seli di Roma, che gestisce la grande fresa sotterranea “Monna Lisa” per realizzare il tunnel Tav sotto Firenze. Una “squadra”, la definisce il Gip, ben collaudata e “più volte richiamata da Lorenzetti che riporta a un articolato sistema corruttivo”.

Il sistema era semplice. E ben collaudato. “Lorenzetti – scrive il gip fiorentino – svolgeva la propria attività nell’interesse e a vantaggio della controparte Novadia e Coopsette, da cui poi pretendeva favori per il marito, e mettendo a disposizione le proprie conoscenze personali, i propri contatti politici e una vasta rete di contatti grazie ai quali era in grado di promettere utilità ai pubblici ufficiali avvicinati”. Ed era Lorenzetti che faceva in modo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, “grazie a modifiche normative e accomodanti disposizioni delle pubbliche amministrazioni a copertura dell’operato” della squadra, “la gestione degli scarti della fresa (per scavare il tunnel sotto Firenze, ndr)” (..) venisse “fatta in deroga alla disciplina sui rifiuti”. Inoltre a lei spettava “risolvere positivamente le problematiche insorte, anche penali, relative alla scadenza dell’autorizzazione paesaggistica dell’opera”; “ottenere il massimo riconoscimento possibile delle riserve contrattuali poste dagli appaltatori (Nodavia e le società subappaltatrici, ndr) per una maggiorazione delle spettanze economiche di centinaia di milioni di euro aggiuntivi rispetto al prezzo di aggiudicazione”, “ottenendo i favori e la disponibilità di pubblici funzionari coinvolti nel-l’associazione ” a delinquere.

Che l’obiettivo sia far approvare il decreto per la gestione della collina Santa Barbara (dove stoccare i rifiuti), ottenere l’autorizzazione paesaggistica, aiutare il marito Domenico Pasquale (“inserito negli appalti posi-terremoto in Emilia Romagna”), raccomandare gli amici o far nominare qualcuno in posti chiave, il metodo usato – ricostruisce il gip – è sempre lo stesso: “La ricerca di contatti affidabili”.

Lorenzetti si muove anche a Bruxelles. Al telefono con Grillo la presidentessa garantisce che neanche alla Ue ci saranno problemi. “I nostri uffici Bruxelles consigliano di attendere con fiducia senza forzare… (inc.) … ovviamente Bruxelles… adesso io … ecco un’altra cosa… eh… ho risentito… questi nostri uffici di Bruxelles… (…) … che consigliano… eh… di… di… non… cioè di non scapizzare come dire… casomai di utilizzare visto che lì il parlamento è chiuso… (…) … di utilizzare gli eurodeputati che com… che sono nella commissione Ambiente e Territorio… (…) … in questo caso… o… Vittorio Prodi…”.

LA RICERCA di appoggi si rivolge persino al Consiglio di Stato. Quando Valeria Lombardi apprende che il presidente di sezione di tale organo deve cambiare, invita, nel corso della telefonata del 18 aprile 2013, Lorenzetti a informarsi sul nuovo arrivato. Lei si riserva di chiedere ad Anna Finocchiaro qualcosa: “Adesso guarda sto andando al Senato perché devo andare a prendere un caffè con Anna… sento se lei conosce… lo conosce… se ha notizie da dove provenga… chi sia insomma”. E coinvolge Finocchiaro anche in occasione del decreto del Fare che dovrebbe azzerare i cda delle controllate pubbliche. L’ex presidente di Palazzo Madama è più volte coinvolta da Lorenzetti. Il 27 luglio 2012 si accorda con Bellomo: “Io sto andando al Senato (…) io fra 5 minuti ci sono (…) ci vediamo lì da Anna… insomma via!”

Val di Susa. I poliziotti magicamente feriti prima ancora delle manifestazioni

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Fonte signoraggio.it il blog di gino
Anonymous, dopo essersi introdotta nel sito del sindacato di polizia Sap, ha scoperto numerosi file contenenti moduli precompilati di querele di ferimento, che consegnava agli agenti prima ancora che si verificassero scontri.

A scoprirlo è stato il comitato hacker Anonymous, che, dopo aver girovagato nei meandri cybernetici del Tribunale di Roma e del Siulp, è approdata sul sito del Sap, il sindacato della polizia. E qui l’amara rivelazione: se vi sono così tanti agenti feriti negli scontri in Val di Susa è perchè esiste un vero e proprio archivio di moduli di malattia precompilati.
Anonymous, dopo aver reso pubblici, sul proprio blog, i dati di migliaia di agenti delle forze dell’ordine, ha sottratto infatti al sindacato ben noto ai No Tav centinaia di documenti. Tra questi, appunto, una documentazione riguardante le manifestazioni in Val di Susa che succedettero allo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, avvenuto nell’estate del 2011. In particolare, gli scontri più feroci avvennero il 27 giugno e il 3 luglio e, proprio pochi giorni prima di tali date, il Sap aveva diffuso tra i reparti inviati nelle Valli dei documenti prestampati. In essi si trovavano querele di ferimenti riportati durante le manifestazioni che ancora sarebbero dovute accadere.
Una volta superati quei giorni, i poliziotti dovevano consegnare a un legale di Torino, indicato sempre nei faldoni, le denunce, in modo tale da poter ufficializzar il tutto.

Insomma, feriti prima ancora di recarsi alle manifestazioni, i poliziotti hanno potuto contare sull’aiuto certo non indifferente del sindacato, che magicamente li feriva in anticipo sulla carta. Il quale, ben intesi, è stato lo stesso che nel maxi processo contro i No Tav della Val di Susa si è costituito parte civile.

PERFINO IL COMMISSARIO BOCCIA IL TAV VENEZIA-TRIESTE BORTOLO MAINARDI È STATO NOMINATO DAL GOVERNO BERLUSCONI PER FA VORIRE LA GRANDE OPERA. MA ANCHE SECONDO LUI È INUTILE

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Fatto quotidiano 30/03/2013 Giorgio Meletti attualità

La cosa potrebbe sembrare talmente ovvia da non essere una notizia. Un signore ha detto che la ferrovia ad alta velocità da Venezia a Trieste non si farà, se va bene, prima del 2040. Perché non ci sono i soldi. La notizia è che la sentenza, che se la dice un NoTav viene tacciata di di- sfattismo ideologico, viene da uno dei più autorevoli sacer- doti del Sì-Tav: il commissario governativo per la Vene- zia-Trieste, Bartolo Mainardi. MAINARDI, noto architetto 62enne di Calalzo di Cadore, è stato nominato due anni fa dal governo Berlusconi, della cui filosofia delle cosiddette Gran- di Opere è stato sempre uno dei più fedeli e impegnati in- terpreti. Nel 2003 l’allora ministro delle Infrastrutture Pie- tro Lunardi lo nominò nientemeno che Commissario per le Grandi Opere Strategiche del Nord-Est, nel 2008 il mi- nistro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo l’ha voluto nella Commissione Via, quella che verifica l’impatto ambientale delle nuove infrastrutture. Dunque Mainardi, all’indo- mani della manifestazione anti-Tav di sabato scorso in Val di Susa, ha fatto due conti e ha scoperto ciò che a molti è evi- dente da tempo: “Da Verona a Trieste ci vogliono poco meno di 12 miliardi di euro, dove an- diamo a prenderli? Meglio ri- strutturare le linee ferroviarie esistenti”. Secondo l’architetto si può far crescere il traffico passeggeri e merci sulla linea tradizionale spendendo solo 800 milioni, per esempio eli- minando i passaggi a livello. “Oggi la Venezia-Trieste è sfruttata al 40 per cento”. Se la linea storica venisse messa in efficienza, raggiungerebbe la saturazione non prima del 2040, secondo i calcoli del commissario governativo. ATTENZIONE: la saturazione avverrebbe nel prossimo quar- to di secolo in seguito alla au- spicata, ma non certa, esplosione del traffico nei porti del nord Adriatico. “E comunque”, ha detto Mainardi a La Nuova Venezia, “non abbiamo la disponibilità di 4 miliardi e 400 milioni per la tratta Verona-Padova, tanto meno quella dei 7 miliardi 3 400 mi- lioni per la Mestre-Trieste”. “Finalmente anche Mainardi si è accorto che prima di fare nuove linee è meglio intervenire sui cosiddetti colli di bottiglia delle vecchie”, festeggia Laura Puppato, unica esponente Pd conseguentemente ostile ai mega progetti Tav. Il merito di Mainardi è di dire, come il ragazzino della favola, che il re è nudo. La Vene- zia-Trieste ad alta velocità è un’opera talmente inutile che neppure la Madre di tutte le Grandi Opere, il piano Tav del 1991, la inserì nello schema del progetto. Il Tav da Milano si fermava a Padova, dove peraltro non è ancora arrivato perchè ancora ci si chiede che senso ha l’alta velocità su una trat- ta che in 250 chilometri (il minimo che andrebbe fatto non stop per dare un senso alla ve- locità stessa) incontra Berga- mo, Brescia, Verona, Vicenza, e Padova prima di arrivare a Venezia. La Venezia-Trieste poi ha il suo unico senso nel completamento del mitico corridoio 5 che dovrebbe collegare Lisbona a Kiev passando per la Padania. Si tratta ovviamente di un mito privo di collegamento con la realtà, ma utile a far avanzare i cantieri e gli interessi delle società di costruzio- ne e progettazione. Infatti in Val di Susa si dice che non si può interrompere il Corridoio 5, senza voler ammettere che da Lisbona a Kiev quelli sono gli unici cantieri aperti, men- tre a Venezia si dice che bisogna fare la Milano-Trieste sennò la Torino-Lione non serve a niente. Solo che neppure in Slovenia, in Francia, in Spagna e in Portogallo si sta costruendo qualcosa che abbia a che fare con il trasporto di merci su rotaia.

Tav, le amnesie di Monti e Hollande


Il Fatto Quotidiano, 5 Dicembre 2012
Marco Ponti attualità

I presidenti Mario Monti e François Hollande, nel vertice francese di due giorni fa, hanno fermamente deciso che la controversa linea Torino-Lione per le merci (non alta velocità, il nome Tav è una delle tante cose inesatte), s’ha da fare e si farà. Questa dichiarazione è talmente solida, che è stata già fatta un gran numero di volte negli anni passati, senza che sia successo poi molto. Soprattutto in termini di soldi veri allocati. Ma si è deciso di raddoppiare il tunnel autostradale, pare.
Molte perplessità sono legittime. I tempi: Hollande sembra che abbia chiesto di posporre la data di avvio dei lavori veri, già spostata al 2014.

Le ragioni sono una complicata revisione delle priorità dei progetti francesi ma anche severi vincoli di bilancio e crescenti perplessità interne, espresse in modo molto duro dalla Corte dei contie dai Verdi, parte del suo governo. I lavori iniziati finora dai due versanti della Alpi sono solo tunnel esplorativi poco costosi (nonostante si tenti di affermare cose diverse).

I due governi poi “auspicano” che l’Unione europea paghi il 40 per cento degli 8,5 miliardi di euro che costa l’opera. Cioè 3,5 miliardi. Il ministro dello Sviluppo Corrado Passera ha dichiarato, interrogato in proposito, che “non vuole nemmeno pensare che questi soldi non arrivino”.

Ma i Paesi europei sono 27, ognuno con diversi giocattoli tipo Tav, e il bilancio europeo è oggetto di un pesante conflitto mirante a una sua riduzione (ai Paesi anglosassoni non piace che i soldi europei vengano spesi in questo modo, e forse non hanno tutti i torti). Dell’opera poi non è noto alcun piano finanziario degno di questo nome. È noto invece che gli utenti sono così ansiosi di usare la ferrovia, che se devono pagare anche una piccola quota dei costi di investimento, scappano come lepri. Al contrario degli utenti delle autostrade. Ma i treni fanno bene all’ambiente, giusto? Quindi il dettaglio che debbano pagare tutto le casse pubbliche non è considerato un problema.

C’è anche un altro dettaglio che forse Hollande non ha potuto esplicitare: le efficientissime e sussidiatissime ferrovie francesi hanno perso il 40 per cento del loro traffico merci nell’ultimo decennio, la crisi attuale c’entra poco. Non certo un buon auspicio per il traffico prevedibile sulla linea Tav. Il sistema caro ai francesi della cosiddetta “autostrada viaggiante” (camion interi caricati sul treno), una delle motivazioni dell’opera in questione, si è dimostrata non solo un disastro economico, e non era difficile prevederlo, ma con aspetti funzionali problematici.

Vediamo i veri aspetti ambientali del progetto: dovrebbe togliere molti camion dalla strada e spostarli sulla ferrovia. Questo risultato è altamente ipotetico, sia per lo scarso interesse delle imprese a usare il treno, sia perché il traffico totale dei camion su quella direttrice è modesto, e non in crescita. Inoltre i benefici ambientali riguarderanno aree non certo densamente popolate. Le merci che arriveranno in treno a destinazione dovranno poi rispostarsi sui camion e il danno ambientale nelle aree abitate sarà comunque molto più alto. Perché ritenere prioritario questo progetto, rispetto ad accelerare il progresso tecnico sui veicoli? Un camion vecchio inquina dieci volte più di un camion nuovo. E accelerare il rinnovo delle flotte costa molto.

I danni ambientali del nuovo tunnel sono invece certi. Non quelli a valle (il progetto attuale prevede il solo tunnel di base, ed è quindi molto meno impattante del precedente da 23 miliardi). Ma le ricerche recenti, soprattutto svedesi, dimostrano che i cantieri delle opere ferroviarie generano emissioni di gas serra molto superiori a quanto si pensasse. Danni ambientali certi e rilevanti, dunque, a fronte di benefici ambientali dubbi.

Ultima perla: il secondo tunnel autostradale non dovrà fare la concorrenza al treno e perciò avrà tariffe tali da impedire che il traffico aumenti. Dunque servirà pochissimo, se mai riusciranno a mettere in pratica questa stravagante idea.

I costi dell’opera, anche grazie alle molte obiezioni tecniche fatte, sono stati parecchio ridotti. Non altrettanto i tempi: almeno dieci anni. Il rischio maggiore, molto realistico date le esperienze italiane precedenti nel settore, è che si incominci a costruirlo, magari sotto elezioni. Poi i soldi finiranno e l’opera si trascinerà per ere geologiche. Senza che ovviamente alcuno alcuno risponda dell’ulteriore spreco di denaro pubblico che questo comporterebbe.

Il Fatto Quotidiano, 5

Tav, il tunnel e la trincea l’ultima battaglia contro il supertreno (Paolo Griseri).

Tav, il tunnel e la trincea l’ultima battaglia contro il supertreno (Paolo Griseri)..

Banda larga e fibra ottica, “l’alta velocità” che manca all’Italia (se viaggiassimo con la fibra ottica al posto della Tav?


Se il Tav Torino-Lione costa all’Italia tra i 15 e e i 20 miliardi di euro, secondo il Ministero dello Sviluppo ne servono altrettanti (15) per collegare il “100% dei cittadini a 30 Mbps”. In Corea e Giappone viaggiano tutti a banda ultralarga, che nel Belpaese copre solo il 10% del territorio. Ma può valere fino al 3% del Pil

Punti di Pil perduti, risparmi e posti di lavoro mancati. La fibra ottica o banda ultralarga (che viaggia a 100 megabit per secondo – Mbps, velocità superiore rispetto alla banda larga, definita tra i 2 e i 20 Mbps) non significa soltanto connessione a Internet ma prospettive di ricavi e di occupazione, specie in tempi di crisi. La sua diffusione, secondo la Commissaria europea per l’Agenda digitale Neelie Kroes, potrebbe valere un aumento dall’1 all’1,5% del Pil. Ancora più significative le stime elaborate dall’osservatorio “I costi del non fare” di Andrea Gilardoni della Bocconi di Milano, secondo cui la fibra ottica vale ogni anno fino al 2030 il 3% del Pil. Eppure per l’Italia rischia di essere un’occasione persa. Analfabetismo digitale e scarsa conoscenza delle potenzialità di Internet, da parte di aziende e utenti privati, generano il circolo vizioso per cui la banda ultralarga in Italia non decolla. Il costo è assimilabile a quello di una ‘grande opera’. Se il Tav Torino-Lione costa all’Italia tra i 15 e e i 20 miliardi di euro ne servono altrettanti (15) secondo l’Agenda digitale del Ministero dello Sviluppo per collegare il 100% dei cittadini a 30 Mbps e il 50% a 100 Mbps, come prevede l’Agenda digitale Europea. A investire sul piano della ultrabroadband il governo italiano (che ha ricevuto fondi europei per 440 milioni di euro) e i Fondi italiani per le infrastrutture F2i Tlc-Metroweb (partecipato da Cassa Depositi e Prestiti) che ha annunciato un piano da 4,5 miliardi di euro nei prossimi anni per coprire le 30 città maggiori. E poi gli operatori privati: 10 miliardi di euro (di cui 4 già investiti) per le reti di nuova generazione mobile e 500 milioni di Telecom per la banda larga. Il totale potrebbe coprire il costo dei 20 miliardi. Purtroppo però gli operatori, ad eccezione dello Stato, lavorano tra loro in sovrapposizione in zone in cui c’è già mercato, quindi implementano il servizio solo dove sono certi del ritorno degli investimenti.

Ragione per cui il presidente di Telecom Franco Bernabè ha specificato che non ci sarà alcuna accelerazione per la fibra ottica dato che “le indicazioni dell’Unione europea sono soltanto programmatiche”. L’ex monopolista prosegue nel suo piano di portare Internet ultraveloce in 99 città entro il 2014, che nel 2018 diventeranno 250, ma la velocità nelle case degli utenti potrebbe non superare i 50 Mbps. A Telecom si aggiunge il piano di F2i-Metroweb che intende portare la fibra a 100Mbps effettivi in 30 città. La prospettiva più realistica, quindi, è che tra alcuni anni appena il 20% della popolazione viaggerà ultraveloce, mentre solo un terzo delle famiglie italiane arriverà a 50 Mbit. A meno che la domanda di mercato non spinga gli operatori ad accelerare e a impiegare risorse per lo sviluppo della rete ultraveloce.

Eppure negli anni Sessanta, quando venne costruita l’Autostrada del Sole, non c’erano certezze sul ritorno economico. La prima azienda a caldeggiare la sua realizzazione è stata la Fiat, certa che l’infrastruttura avrebbe creato la domanda e aumentato la vendita delle auto. Una proiezione che si è rivelata corretta: gli italiani, viste anche le crescenti possibilità economiche, volevano viaggiare e spostarsi più rapidamente. Una logica valida anche per la fibra ottica: se fosse implementata su scala nazionale, gli utenti sarebbero invogliati a utilizzarla perché offrirebbe servizi migliori incrementando la qualità e la velocità di trasmissione dei dati.

LA COPERTURA DEL TERRITORIO – Eppure la fibra ottica in Italia è percepita come un lusso, più che come un investimento necessario per lo sviluppo. A oggi copre soltanto il 10% del territorio, mentre in Svizzera arriva al 90%. La Francia ambisce al 37% entro il 2015 e al 100% nel 2025. Giappone, Corea del Sud corrono al 100% sulla banda ultralarga. E l’Australia sta già adottando un piano di conversione a livello nazionale. In altri paesi europei, tra cui la Gran Bretagna, gli operatori privati hanno avviato ambiziosi piani di investimento, legati però ad aree remunerative. Scelte legate anche alla consapevolezza che un reale investimento nella ultrabroadband porterebbe risparmi per la pubblica amministrazione e le famiglie. Sul fronte italiano, Monti è volato nelle scorse settimane in Idaho per incontrare i guru della comunicazione e insieme a Passera, che all’assemblea di Confindustria ha definito “prioritaria” la banda larga, punta sull’urgenza dell’agenda digitale perché “l’innovazione consente di fare molte cose con minori risorse”. Tanto da avere proposto di tenere gli investimenti sulla banda larga fuori dal fiscal compact. Le speranze arrivano anche oltreoceano, visto che secondo il New York Times con Monti “gli italiani stanno vivendo un risveglio digitale a lungo atteso”.

A CHE PUNTO SIAMO OGGI? – Il decreto Digitalia, che doveva definire obiettivi e stanziamenti per la banda larga, da giugno è stato rimandato a settembre. A parte il ritardo istituzionale, secondo i dati diffusi ad aprile dalla Commissaria europea per l’Agenda digitale, Neelie Kroes, nel nostro paese l’alfabetizzazione digitale è molto arretrata. Oltre il 41% degli italiani, infatti, non è mai entrato in rete, il doppio o il triplo rispetto a Francia (24%), Germania (17%) e Regno Unito (10%). Infratel, però, la società del ministero dello Sviluppo che si occupa di portare i cavi e la connessione in aree dove il mercato non interviene per mancanza di redditività, spiega che al 30 giugno 2012 la diffusione della rete a banda larga (non fibra ottica) in Italia ha raggiunto il 95,2% complessivo della popolazione di cui circa il 3% utilizza connessione via smartphone (3G). Rimane escluso ‘solo’ il 4,8%, senza copertura o servito da tecnologia di bassa capacità come adsl fino a 640 kbs, ovvero “banda stretta”. Secondo questo dato, unito a quello fornito da Infratel, il 36,2% della popolazione avrebbe la possibilità di connettersi, ma preferisce non farlo.

RICAVI MANCATI – Eppure l’analfabetismo digitale sommato alla banda che manca costa al nostro paese tra l’1,5 e il 3% del Pil che potrebbe essere recuperato, ad esempio, con l’adozione di servizi di videocomunicazione avanzati che creano “realtà aumentata” – ovvero una realtà virtuale e tridimensionale applicata dalla chirurgia robotica alla geolocalizzazione – e semplificano sia il processo produttivo sia quello di apprendimento, riducendo anche la necessità della presenza fisica. E poi il cloud computing, ovvero il trasferimento dei dati su dispositivi remoti che rende le prestazioni flessibili e veloci. Senza contare che entro il 2015 il settore Ict darà lavoro in Europa a oltre 700mila persone. Numeri promettenti che delineano un panorama di business e occupazione importante sul quale, però, l’Italia non ha ancora deciso di realizzare un efficace piano di sviluppo. Secondo Confindustria digitale nei prossimi 3 anni, ad esempio, “il contributo della Internet economy al Pil passerà in Italia dal 2,1 al 3,5 %” e nei paesi dell’Unione europea l’impatto sarà ancor maggiore, “con un aumento dal 3,5 al 5,7%”. Inoltre per il suo presidente Stefano Parisi, ”solo il 4% delle imprese italiane effettua vendite direttamente on-line”. Anche se, aggiunge, “le stime indicano che in questi tre anni di crisi le aziende italiane che hanno puntato sul web sono cresciute in termini di fatturato mediamente del 5,7% in più rispetto alle imprese che sono rimaste off-line”. Stime che possono incidere sensibilmente sui bilanci aziendali. Confindustria digitale infatti ha calcolato che “se tutte le imprese italiane aumentassero solo dell’1% il loro fatturato attraverso le vendite on-line verso l’estero, le nostre esportazioni totali aumenterebbero dell’8% pareggiando il saldo import-export di beni e servizi”. Ragione che li ha spinti a proporre “una detassazione parziale dei ricavi delle piccole imprese da e-commerce internazionale e una semplificazione delle procedure per gli acquisti online delle Pmi”. Ma i guadagni non riguardano soltanto il comparto industriale: ”Un uso intensivo di internet può portare risparmi di più di 2mila euro a famiglia”, dai servizi offerti dal web all’home banking che, secondo uno studio pubblicato a marzo della Bcg (Boston Consulting Group) in Francia, Germania e Regno Unito aumentano a 4500 euro per famiglia. Importante anche l’entità del risparmio sulla spesa pubblica, dove “il completo switch off digitale delle pratiche amministrative e dell’acquisto di beni e servizi da parte delle Pubbliche Amministrazioni porterebbe risparmi per 13 miliardi di euro di spesa corrente all’anno”.

GRANDI OPERE E FIBRA OTTICA – Risparmi e possibilità di investimento capillari che tuttavia non sono ancora percepiti come “priorità” per il paese. “La Tav è stata concordata con altri partner, ma quante risorse pubbliche hanno drenato i settori come quello automobilistico, dell’energia, del digitale terrestre? O quanto denaro hanno dovuto pagare i cittadini sulle bollette energetiche dell’ammodernamento dei contatori elettronici, del finanziamento delle rinnovabili, dell’acquisto del decoder digitale in una logica di switch-off forzoso?”, domanda Cristoforo Morandini di Between-Osservatorio Banda Larga che ricorda anche il “gioco di interessi” ben oltre le decisioni della politica nel convogliare una ingente quantità di risorse in un unico settore, “seppur strategico e vitale per lo sviluppo”. Parlando di cifre, “portare realmente la fibra ottica a tutti gli italiani, anche nel più sperduto paesino presenta dei costi proibitivi, costa intorno ai 20 miliardi di euro. Attraverso l’utilizzo di diverse soluzioni tecnologiche e ponendosi l’obiettivo di superamento dei 30 mbps si può effettivamente pensare di raggiungere la meta con meno di 10 miliardi”. Secondo l’Adoc, ad esempio, solo per il passaggio al digitale terrestre gli italiani hanno speso oltre 2,5 miliardi. A soprendere sono i vantaggi dell’implementazione della fibra ottica anche se per realizzarla a livello nazionale, data la difficoltà culturale e delle infrastrutture, si dovrebbe “pensare a un piano decennale”. Già nell’arco di due-tre anni, però, “si possono ottenere ottimi risultati”, a differenza del Tav visto che, secondo un documento dell’Agenzia Nazionale per l’Ambiente francese, la “svolta importante” del progetto ci sarà “a partire dal 2030-2035″. L’ostacolo principale infatti non è la conformazione fisica del territorio, prosegue Morandini, ma le “economie di densità”. Ovvero la priorità a impiegare le risorse nelle zone più popolate, dove “è più rapido il ritorno degli investimenti” visto che “75%-80% dei lavori associati alla banda ultra larga sono di tipo civile, vale a dire scavi, ripristini, posa di cavidotti, allestimenti”.

DIGITAL DIVIDE CULTURALE – Aldilà delle infrastrutture però “non tutti i politici hanno la sensibilità e le competenze per affrontare un tema così complesso”, puntualizza Alfonso Fuggetta, docente del Politecnico di Milano e collaboratore de lavoce.info. E anche nel settore industriale la sensibilità è “a macchia di leopardo, dove le aziende che operano a livello internazionale, sollecitano la necessità di banda, a differenza di chi magari opera esclusivamente in Italia e ha il cliente sotto casa. Ma ci sono zone industriali in aree poco densamente popolate in cui il digital divide è il primo problema”. A concorrere nella realizzazione della banda e del servizio sono lo Stato e gli operatori privati e la questione non si limita a “Monti o Passera, ma agli ultimi dieci anni persi”. La prima a dovere sollecitare la domanda di banda (e velocità) dovrebbe essere “la pubblica amministrazione, ancora troppo legata al cartaceo. E dove, in molti casi, il servizio digitale offerto ai cittadini sembra un lusso, non un investimento”. Eppure “dieci anni fa eravamo all’avanguardia in Europa anche per la diffusione della fibra”. Ora, invece, è tempo di tornare a correre.

30.12.2008 Stampa articolo Tav: Virano(presidente dell’osservatorio della tav) si dimette e chiude l’Osservatorio(spaccatura ne Pd)


Palazzo Chigi gli riconferma la fiducia
Da redazione La Stampa di Torino.it
TORINO
Mario Virano si è dimesso dall’incarico di presidente dell’Osservatorio sulla Tav. Lo ha annunciato oggi a Torino, al termine dell’83ma riunione dell’Osservatorio, la tredicesima della seconda fase. «Ho rimesso il mandato – ha detto Virano – dopodichè la presidenza del Consiglio delineerà una strategia». In una conferenza stampa, attualmente in corso a Torino, Virano sta spiegando le ragioni della sua decisione.

La decisione di Virano è arrivata al termine della riunione odierna dell’Osservatorio nel corso della quale aveva presentato un documento sulle specifiche progettuali. «Su questo documento – ha spiegato Virano, nel corso della conferenza stampa – c’è stato un pronunciamento favorevole ed una accettazione da parte di tutti i membri dell’Osservatorio. I rappresentanti tecnici della Bassa Val di Susa hanno, invece, detto di non avere il mandato per affrontare questioni tecniche in presenza di un’irrisolta questione politica, ossia la richiesta di un incontro con il Governo avanzata circa un mese fa». «Io – ha proseguito Virano – ho preso atto di questa situazione e, nonostante la stragrande maggioranza dei membri dell’Osservatorio ritenesse che fosse necessario proseguire, ho chiuso la riunione rimettendo il mandato alla Presidenza del Consiglio, che valuterà il da farsi».

Virano ha detto di avere prontamente informato il ministro Matteoli ed il sottosegretario Letta della sua decisione: «mi è stato espresso grande rammarico per l’interruzione di questo processo di concertazione, di dialogo che, finora, non aveva avuto uguali. In particolare, il sottosegretario Letta mi ha sottolineato come il rammarico fosse particolarmente acuto dal momento in occasione del Natale aveva avuto un colloquio con un rappresentante della Bassa Val di Susa che, alla luce di quanto avvenuto oggi, presenta uno scarto particolarmente spiacevole». Per Virano «il modello dell’Osservatorio ha funzionato egregiamente fino a quando si trattava di analizzare la questione oggettiva, si era in una fase cognitiva, ma è diventato più difficoltoso dovendo poi passare ad una fase decisionale. È possibile – ha aggiunto – che il modello immaginato per la prima fase debba richiedere qualche aggiornamento, in particolare per quanto riguarda la legittimazione ad esprimersi nel merito». Inoltre, per Virano, «il clima pre-elettorale non è certo destinato ad aiutare un processo così complesso».

«Si tratta di una spaccatura del tutto incomprensibile perchè l’Osservatorio, con la guida di Mario Virano, è stato in questi due anni il luogo del confronto e del dialogo, tanto da diventare un modello per la concertazione e la programmazione delle grandi opere, non solo in Italia, ma anche in Europa». Così la presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso commenta le dimissione del presidente dell’Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione. «Siamo molto preoccupati – aggiunge – perchè in questo modo si rischia di gettare alle ortiche il lavoro per definire le specifiche del progetto per il quale gli stessi sindaci avevano chiesto di essere coinvolti. In questo modo il rischio è quello di riaprire pericolosi conflitti territoriali, ma anche di sterilizzare e pregiudicare quelle prospettive strategiche e di sviluppo della valle di susa sia per quanto riguarda i sistemi di trasporto, sia per quanto riguarda il più generale piano elaborato dalla Provincia di Torino». Secondo l’assessore ai Trasporti della Regione Piemonte, Daniele Borioli, «è evidente che se salta il tavolo sulla Torino-Lione, risulta difficile trovare il contesto e la motivazione per proseguire il lavoro sul riequilibrio modale e sul potenziamento delle linee storiche per i servizi ferroviari da e per la valle». «Mi auguro – conclude Borioli – che si tratti solo di un incidente di percorso, per quanto grave, che si possa superare nelle prossime settimane».

«L’architetto Virano ha la piena fiducia del Governo e potrà andare avanti nella sua opera che ho sempre apprezzato»: lo precisa in una nota il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli. «Il Governo – aggiunge Matteoli – vuole realizzare la Torino-Lione attraverso un serio confronto con gli Enti locali, ma ciò non significa in alcun modo che si possa mettere nel conto di rinunciare ad un’infrastruttura strategica per il Paese e per l’Europa. Ho anche molto apprezzato le reazioni della Regione, della Provincia, del Comune di Torino e di quanti altri all’unisono chiedono che l’Osservatorio guidato da Virano prosegua la sua attività. Da parte mia – conclude il ministro – confermo che mi recherò a Torino, come avevo già comunicato nell’ultima mia visita, ogni mese per confrontarmi da vicino con l’Osservatorio e con i Sindaci».

Chiamparino: «Mi auguro che l’architetto Virano ci ripensi. Spero infine che i sindaci della Valle di Susa che non hanno condiviso la proposta di Virano riflettano sul loro atteggiamento perchè nessuna minoranza può permettersi di bloccare un’opera importante sul piano nazionale e internazionale come la ferrovia Torino-Lione».

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