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Evasione, dalle Entrate la mappa italiana della “pericolosità fiscale”

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di Redazione Il Fatto Quotidiano | 5 aprile 2014 attualità

Il Fisco ha calcolato che 11,2 milioni di italiani vivono in aree ad alto rischio. Roma, Milano e la zona battezzata “Niente da dichiarare” (che comprende 11 provincedel Mezzogiorno) sono responsabili della fetta più corposa dei 90 miliardi di ‘tax gap’

Dopo le mappe del rischio sismico e di quello idrogeologico, ecco pronta quella della “pericolosità fiscale“. A disegnarla è l’Agenzia delle Entrate, che divide l’Italia in otto aree a seconda del rischio di evasione e le battezza con nomi suggestivi, da “Pericolo totale” a “Stanno tutti bene” passando per “Niente da dichiarare” (aree, queste ultime, a basso sviluppo e alta evasione), “Rischiose abitudini” e “Non siamo angeli”, quest’ultima con un tasso di pericolosità fiscale intermedio ma non ottimale. Lo studio, che il Fisco ha condotto partendo da 245 variabili raccolte da fonti ufficiali e individuandone 36 poi utilizzate nel calcolo, non conta i residenti. Ma basta sovrapporre alla mappa i dati dell’Istat per scoprire che 11,2 milioni di italiani vivono in province ad alta pericolosità mentre 23,3 milioni abitano in zone dove il rischio evasione è contenuto. Seguono 9,4 milioni di cittadini a rischio medio alto, tra cui quelli delle aree metropolitane di Roma e Milano.
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Evasione, dalle Entrate la mappa italiana della “pericolosità fiscale”
Il Fisco ha calcolato che 11,2 milioni di italiani vivono in aree ad alto rischio. Roma, Milano e la zona battezzata “Niente da dichiarare” (che comprende 11 provincedel Mezzogiorno) sono responsabili della fetta più corposa dei 90 miliardi di ‘tax gap’

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 5 aprile 2014Commenti (291)
Evasione, dalle Entrate la mappa italiana della “pericolosità fiscale”
Più informazioni su: Attilio Befera, Evasione Fiscale, Tasse.

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Dopo le mappe del rischio sismico e di quello idrogeologico, ecco pronta quella della “pericolosità fiscale“. A disegnarla è l’Agenzia delle Entrate, che divide l’Italia in otto aree a seconda del rischio di evasione e le battezza con nomi suggestivi, da “Pericolo totale” a “Stanno tutti bene” passando per “Niente da dichiarare” (aree, queste ultime, a basso sviluppo e alta evasione), “Rischiose abitudini” e “Non siamo angeli”, quest’ultima con un tasso di pericolosità fiscale intermedio ma non ottimale. Lo studio, che il Fisco ha condotto partendo da 245 variabili raccolte da fonti ufficiali e individuandone 36 poi utilizzate nel calcolo, non conta i residenti. Ma basta sovrapporre alla mappa i dati dell’Istat per scoprire che 11,2 milioni di italiani vivono in province ad alta pericolosità mentre 23,3 milioni abitano in zone dove il rischio evasione è contenuto. Seguono 9,4 milioni di cittadini a rischio medio alto, tra cui quelli delle aree metropolitane di Roma e Milano.

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Sono i residenti di Roma e Milano (zona “Metropolis”) e quelli della zona “Niente da dichiarare” (province di Rieti, Avellino, Benevento, Isernia, Campobasso, Potenza, Matera, Enna, Nuoro e Oristano) quelli maggiormente nel mirino del fisco: queste due aree sono responsabili della fetta più ampia del famigerato “tax gap“, i 90 miliardi di divario tra quello che il fisco dovrebbe incassare e quello che raccoglie concretamente. Un buco che le attività di controllo e i blitz degli uomini di Attilio Befera non riescono a riempire: nel 2013, come ha ricordato pochi giorni fa in audizione al Senato lo stesso direttore dell’agenzia, le somme recuperate sono ammontate a “soli” 13,1 miliardi di euro.

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Ci sono 23,3 milioni di cittadini che abitano in province che il fisco considera tranquille: sono il gruppo “Industriale” e “Stanno tutti bene”, nelle quali la pericolosità fiscale è bassissima, così come il rischio sociale: in ordine alfabetico spaziano da Aosta a Udine e sono in gran parte città del centro nord lontane dai grandi centri.

Sono sette le dimensioni indagate dallo studio dell’agenzia: dalla pericolosità sociale al tenore di vita, dalla struttura produttiva all’accesso a servizi tecnologici, fino alla presenza di infrastrutture. La mappa, il cui obiettivo finale, naturalmente, è migliorare i risultati e l’efficienza del recupero fiscale, verrà utilizzata anche per dosare meglio le forze della lotta all’evasione e valutarne in modo più scientifico i risultati. Una delle slide, infatti, informa che nella valutazione dell’efficienza delle direzioni provinciali dell’Agenzia si terrà conto anche del confronto con le altre direzioni del ‘cluster’ (gruppo) di appartenenza.

Evasione, Befera: nel 2013 recuperati 13,1 miliardi. Ma 90 mancano ancora all’appello

Il direttore dell’Agenzie delle Entrate in audizione al Senato dà i risultati delle attività di controllo. Aumentano le somme riscosse. Dal blitz anti evasori a Cortina incassati in totale oltre 2 milioni di euro
Fonte di Redazione Il Fatto Quotidiano | 2 aprile 2014 attualità

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Nel 2013 l’Agenzia delle Entrate ha riscosso 13,1 miliardi di euro grazie alle proprie attività di controllo. Ma 90 miliardi restano da raccogliere: è questa, infatti, la differenza tra ciò che i contribuenti dovrebbero versare spontaneamente e ciò che viene realmente pagato all’Erario. Lo ha detto il direttore dell’Agenzia, Attilio Befera, in audizione nella commissione Finanze del Senato. Non solo: le Entrate hanno dovuto rimborsare ben 13,5 miliardi a 1,5 milioni di famiglie e imprese che avevano pagato più del dovuto e vantavano quindi crediti di imposta. In particolare, ad aziende, artigiani e professionisti sono stati versati 11,5 miliardi di rimborsi Iva, mentre a privati cittadini e imprese sono stati restituiti altri 1,8 miliardi per Irpef e Ires versate in eccesso. A quasi 31mila ultra 75enni che, avendo redditi bassi, hanno diritto all’esenzione, è poi stato rimborsato il canone Rai. Befera, parlando in Senato, si è concentrato sull’aumento delle somme recuperate in seguito alle verifiche delle Entrate: 13,1 miliardi, appunto, contro i 12,5 del 2012. Risalendo ancora più indietro, a dieci anni fa, gli incassi da attività di controllo (vedi grafico) si fermavano a 2,5 miliardi. ”L’efficacia dei controlli”, ha sottolineato Befera, “ha consentito di raddoppiare il rendimento in termini di riscosso rispetto alla pretesa” e “di rafforzarne la sostenibilità in giudizio”: l’Agenzia vince il 64% delle cause, pari al 75% dei valori in contestazione.

Il direttore dell’ente ha poi comunicato i risultati del blitz di Cortina: lo Stato ha incassato la somma (tutto considerato contenuta) di 2 milioni di euro, di cui 1,2 milioni da Ires e Irap, 224.000 euro di Iva e 675.000 euro in sanzioni. Dei 163 accertamenti avviati, 142 sono stati definiti e solo 32 restano pendenti. Risultati effetto di “incroci delle banche dati” che hanno consentito di “mirare bene”. Befera ha però ricordato anche che quello ampezzano è stato solo uno dei blitz effettuati dall’Agenzia: “Mi chiedo come mai ci si occupi tanto di Cortina e poco di Prato”, ha detto. Qualche giorno fa, infatti, “oltre 100 uomini” di Befera, in coordinamento con le Prefetture, hanno fatto verifiche su 60 aziende cinesi basate nella città toscana.

L’Agenzia delle Entrate, si scopre dal testo dell’audizione di Befera, conta oggi 40mila dipendenti, contro i 49mila del 2001, e costa 3,3 miliardi di euro, -5,4% sul 2008. Per ogni 100 euro di gettito, sia spontaneo sia da attività di accertamento e controllo, il costo sostenuto è di circa 85 centesimi di euro. La redditività, ossia il rapporto tra incassi da recupero dell’evasione e costo, è di 3,82 euro per ogni euro speso.

Caos sull’Imu, triplo rischio per la benzina

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Da Il Fatto Quotidiano del 23/11/2013.Stefano Feltri attualità

LETTA ATTACCA GLI “AYATOLLAH DEL RIGORE” MA LA MANOVRA PREPARA NUOVE STANGATE.

In principio fu la guerra in Abissinia, 1935: 1,90 lire, poi la crisi di Suez nel 1956, 14 lire, e ancora il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, fino alla manovra di Mario Monti nel 2011 e il sisma in Emilia nel 2012, e 0,051 euro per l’Abruzzo. In Italia niente è più duraturo delle provvisorie accise sulla benzina. L’esecutivo di Enrico Letta in queste ore sta sperimentando una novità: ipotizzare addirittura un triplo aumento del carico fiscale sul carburante, uno subito, uno evocato per il 2015, un altro ancora da mettere in conto per il 2017 e 2018, cioè addirittura dopo l’orizzonte della legge di Stabilità che si ferma al 2016. La colpa è sempre la stessa: la scelta di abolire l’Imu 2013 sulla prima casa senza avere coperture adeguate.

Il primo pericolo è noto e riguarda la prima rata, cancellata, almeno in teoria, a giugno. Molte delle coperture che dovevano compensare il mancato gettito della prima rata si stanno rivelando (come ampiamente previsto dai giornali ma non dal Tesoro) solo virtuali: mancano i soldi che dovevano arrivare dal condono per i concessionari di slot machine, i pagamenti degli arretrati della Pubblica amministrazione vanno a rilento e quindi forse non arriverà mai l’Iva prevista. Mancano almeno 300 milioni di euro. E il decreto del 31 agosto avvertiva che in caso di “un andamento che non consenta il raggiungimento degli obiettivi di maggior gettito […] il ministro dell’economia e delle finanze, con proprio decreto, da emanare entro il mese di novembre 2013, stabilisce l’aumento della misura degli acconti ai fini dell’Ires e dell’Irap, e l’aumento delle accise” su benzina, tabacco e alcolici.

POI C’È IL SECONDO aumento. Il governo cerca risorse per cancellare anche la seconda rata dell’Imu, vale 2,4 miliardi. E anche in questo caso si pensa di usare la benzina: martedì il governo dovrà presentare un decreto legge, c’è ancora incertezza sulle coperture per una cifra tra i 400 e i 900 milioni. L’idea che circola al Tesoro in queste ore è di prendere tempo: si aumentano (ancora) gli acconti sull’Ires, tassa che colpisce le imprese, e si mette a bilancio un aumento delle accise dal 2015 (salasso che dovrebbe generare 1,5 miliardi nel 2015 e 42 milioni nel 2016). Agli automobilisti inferociti dal governo rispondono che questo aumento non scatterà davvero: da qui al 2015 si saranno visti i miracolosi effetti della revisione di spesa iniziata dal commissario Carlo Cottarelli. La lotta agli sprechi genererà risorse sufficienti a non far scattare questo ennesimo salasso. Chissà. Le “clausole di salvaguardia”, cioè i piani B inseriti nelle leggi che scattano se il governo fallisce nell’attuare le riforme previste, hanno spesso conseguenze spiacevoli. Stiamo ancora pagano il conto di una riforma fiscale da 40 miliardi messa a bilancio due anni fa dall’allora ministro Giulio Tremonti e mai realizzata.

Il terzo aumento della benzina ipotizzato sarebbe, stando a indiscrezioni circolate ieri, inserito in un emendamento governativo alla legge di Stabilità in discussione al Senato: un aumento del carico fiscale da 419 milioni di euro spalmati su due anni, 2017-2018, ancora non è chiaro per compensare quale mancato incasso.

Mentre si arrabatta tra questi equilibrismi contabili che servono a prendere tempo, rimandando i salassi al futuro (e forse al prossimo governo), Enrico Letta prova a conquistarsi i titoli dei giornali con la retorica del pugno sul tavolo: “Sul fronte europeo per alcuni ayatollah del rigore questo non è mai abbastanza, ma di troppo rigore l’Europa finirà per morire e le nostre imprese finiranno per morire”. Lo dice proprio lui che ha preferito approvare sacrifici e tagli pur di non tornare sotto procedura d’infrazione, promettendo a Bruxelles il rispetto della soglia di deficit al 3 per cento del Pil.

Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, per festeggiare i suoi 71 anni, è volato a Bruxelles per ottenere un incoraggiamento dall’Eurogruppo dopo la bocciatura (non formale ma nei contenuti) della Commissione europea che non ha apprezzato la manovra.

L’Eurogruppo, cioè il coordinamento dei Paesi dell’euro, “accoglie con favore l’impegno del-l’Italia ad affrontare i rischi” segnalati dalla Commissione e “prende nota delle misure aggiuntive che sta prendendo”. La lo stesso Enrico Letta ammette: “Se si continua con tasse e tagli Beppe Grillo avrà la maggioranza”.

Ma l’Iva resta al 22%: “È già legge

taxDa La Repubblica del 03/10/2013. Roberto Petrini attualità

Il ministro Saccomanni: “Non ci sarà un nuovo decreto”.

ROMA— Quello che è fatto è fatto. Sull’aumento dell’Iva non si torna indietro. Appena fugate le nubi sulla tenuta del governo, il ministro per l’Economia Saccomanni, ha cancellato ogni dubbio su un eventuale recupero del provvedimento anti-Iva: «Non c’è nessun decreto», ha annunciato. Ed ha spiegato: l’imposta «è già legge: è il decreto del 2011 che portava l’Iva a questo livello. Non c’è niente da fare». Un riferimento al provvedimento Berlusconi-Tremonti dell’estate di tre anni fa che prevedeva un aumento del-l’Iva nel caso non fossero stati praticati tagli al Welfare e alle agevolazioni fiscali. Provvedimento, confermato dal governo Monti a fine 2011 e sopravvissuto, tra rinvii e modifiche, fino ad oggi. Compreso un vero e proprio aumento dell’Iva, il 17 settembre del 2011 dal 20 al 21 per cento, ad opera del governo di centrodestra.
La telenovela dell’Iva sembra dunque accantonata definitivamente, dopo il rinvio nel drammatico consiglio dei ministri di venerdì scorso. Sul piano dei conti pubblici si elimina una «mina» dal costo di 1 miliardo per quest’anno ed esce di scena anche il rischio di ricorrere a coperture peggiori del male come l’aumento della benzina e l’aumento degli acconti fiscali di fine anno.
Restano le proteste delle organizzazioni dei commercianti e degli artigiani che, con tutta probabilità, visto il calo dei consumi, non potranno scaricare interamente l’Iva sui prezzi e dovranno ridurre i margini. Operazione potrà riuscire a colossi come l’Ikea, che ha già annunciato che non ritoccherà i prezzi, ma complicata per la piccola distribuzione. Sull’impatto dell’aumento i toni degli specialisti sono cauti: «Avrà qualche effetto, ma non dirompente », ha detto l’economista Gross Pietro. Lo stesso Saccomanni, in una intervista al «Sole 24 Ore» di domenica scorsa aveva invitato «a non enfatizzare un impatto che poi è molto limitato».
«Adesso il governo abbassi l’Iva », ha chiesto ieri la Cgia di Mestre. Fa sentire debolmente la propria voce anche il Pdl: «Subito un decreto», chiede il sottosegretario Micaela Biancofiore. Ma Letta, nel suo discorso al Senato, non ha affrontato il tema, limitandosi a ribadire che ci sarà solo una «revisione completa delle aliquote » con l’obiettivo, presumibile, di mitigare l’impatto nel 2014.
Si riapre ora la partita dei conti pubblici: al termine del 15 ottobre, indicato per il varo della legge di Stabilità, si arriverà, come ha detto Letta «con il fiatone per il tempo perso» e il piatto più forte sarà il cuneo fiscale. Il menù non cambia neppure per la manovrina, rinviata la scorsa settimana, almeno per il rientro al 3 per cento del deficit, mentre per la seconda rata Imu la vicenda potrebbe riaprirsi: si «conferma la rotta» ha osservato Letta. Parte invece la spending review: il premier ha confermato che sarà l’italiano dell’Fmi Carlo Cottarelli a guidarla.

Computer, vestiti, carburanti da oggi scatta l’aumento dell’Iva

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Da La Repubblica del 01/10/2013 ROBERTO PETRINI attualità
Un costo tra i 200 e i 300 euro annui a famiglia.

ROMA— Cartellini dei prezzi alla prova dell’aumento Iva che scatta da oggi. Il rincaro, inevitabile dopo l’apertura della crisi politica, riguarderà l’aliquota più alta che passa dal 21 al 22 per cento. Nel paniere radio, computer, vino, birra, tv e, soprattutto, benzina (da oggi più 1,5 centesimi al litro e 1,4 per il gasolio). Nella lista dei beni soggetti a rincaro anche scarpe, mobili, giocattoli, detersivi e parrucchieri. Dovrebbero restare al riparo dall’aumento i beni di prima necessità, come pane, carne, pesce e latte, la cui aliquota ridotta non è soggetta all’aumento: tuttavia potrebbero subire il riflesso del rincaro dei prezzi del trasporto.
Secondo le associazioni dei consumatori le ricadute per le famiglie andranno dai 207 ai 349 euro l’anno. Per la Confcommercio l’incremento dell’Iva andrà a incidere negativamente sulle spese natalizie e, in una situazione in cui l’inflazione è sotto controllo, determinerà un aumento dei prezzi tra ottobre e novembre dello 0,4 per cento.
Il Codacons stima una stangata per le famiglie fino a 349 euro l’anno e un calo dei consumi del 3 per cento su base annua. Secondo Adusbef e Federconsumatori, la stangata andrà dai 207 ai 260 euro l’anno (62 euro solo per l’ultimo trimestre ottobre- dicembre). Alcuni grandi gruppi, come hanno fatto in un comunicato l’Ikea e la Esselunga, hanno promesso che assorbiranno l’aumento dell’imposta senza effetti sui prezzi.
L’aliquota che passa al 22 per cento è quella ordinaria che si applica ai beni e i servizi che non rientrano nell’aliquota ridotta al 10 o in quella super ridotta al 4 per cento riservata a pane fresco, burro, latte, frutta e ortaggi e altri alimenti di prima necessità. Quello che scatterà oggi è il secondo rialzo di un punto nel giro di due anni: l’aliquota era già salita dal 20 al 21 per cento dal 17 settembre 2011 in pieno governo Berlusconi. Gli effetti sull’inflazione sono stati già calcolati dalla «nota di aggiornamento » al Def: passerà da una media dell’1,5 per quest’anno al 2,1 per cento del prossimo. Si tratterà tuttavia di uno «scalino», perché dal 2015 l’inflazione ricomincerà a scendere.
Saranno soggetti ad aumenti vino, birra, succhi di frutta e alimenti pregiati come i tartufi. L’Iva aumenterà anche per le automobili, gli accessori auto, i pezzi
di ricambio. E costerà di più anche la manutenzione e la riparazione dell’auto. Costeranno di più abbigliamento, calzature, pelletteria, biancheria per la casa, frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie e piccoli elettrodomestici,
detersivi, televisori, radio, hi-fi, computer e prodotti di cancelleria. La stretta riguarderà poi estetista, barbiere e parrucchiere, lavanderia e tintoria, gioielli e bigiotteria.
Secondo la Cgia di Mestre fra le voci che subiranno i rincari maggiori ci sono i trasporti, a partire dai carburanti, con un aggravi medi di 39 euro. Altri 20 euro aggiuntivi graveranno sulla spesa per l’abbigliamento e le calzature e altri 17 euro per l’acquisto della mobilia e degli elettrodomestici. Per l’associazione l’aumento colpirà di più le famiglie numerose e più povere. Per i single l’aggravio potrà arrivare fino a 99 euro e per un lavoratore dipendente con moglie e figli a carico fino a 120 euro.

Dall’ombra al fungo spremuti 107 volte

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Da Il Fatto Quotidiano del 30/09/2013. Salvatore Cannavò attualità

L’ impresa eccezionale per un contribuente è sapere quante sono le tasse da pagare. Un elenco ufficiale non esiste. Il Ministero dell’Economia e Finanze, alla richiesta via mail, non ha saputo rispondere: “Quante? Bella domanda”. Qualche tempo fa l’ex ministro Giulio Tremonti, all’inizio della sua inconcludente carriera legislativa, di tasse complessive ne ha contate 107. Le associazioni dei consumatori e delle imprese parlano genericamente di cento, ma non ci sono certezze. Intanto, le tasse sono tutte lì: tante, complicate, introvabili.

La seconda impresa è riuscire a pagarle. Nel dossier sui Balzelli d’Italia, la Confesercenti, non ha solo pubblicato Il Bestiario delle 100 tasse che fanno tribolare imprese e famiglie ma ha fornito un dato poco noto. Pagare le tasse, riuscire cioè a mettersi in regola con il fisco, ha un costo considerevole: gli adempimenti tributari ammontano a circa 18 miliardi di euro l’anno. Chi esercita un’attività in Italia paga 4.495 euro contro i 1.320 dei francesi, i 1.290 dei britannici, i 1.210 dei tedeschi. Soldi che finiscono nelle tasche della consulenza fiscale, pervasiva e avvolgente.

L’impresa di sopravvivere

La terza impresa è sopravvivere. Per essere travolti da balzelli, gabelle, imposizioni improbabili o vere e proprie truffe, basta stare fermi. Al di là dell’Irpef, l’Irpeg, l’Irap o l’Iva esistono le tasse “assurde”, conosciute solo quando ci si inciampa sopra. Come la tassa sull’ombra che scatta quando la tenda di un locale invade il suolo pubblico. Oppure la tassa sugli spettacoli nei pubblici esercizi, la tassa sulle concessioni. La tassa per iniziare lavori edilizi , la tassa sulle cambiali. A i privati si applica la tassa sui gradini, dovuta quando le case hanno l’accesso dalla pubblica via. I lavoratori dipendenti, poi, subiscono una tassa occulta, il Fiscal drag: l’imposizione aumenta all’aumento dello stipendio senza considerare il contestuale aumento dell’inflazione.

Le tasse si pagano non appena si mette il piede fuori di casa. Letteralmente. Esiste, infatti, la tassa sui passi carrai, i varchi aperti sui marciapiedi per uscire dalle abitazioni. Si determina moltiplicando la larghezza del passo per un metro lineare convenzionale. Per uscire in auto, però, bisogna avere la patente per il cui rilascio occorrono ben cinque versamenti postali e un certificato, naturalmente in bollo. Non basta. C’è anche la tassa di iscrizione al Pubblico registro automobilistico (il Pra), importo che le province possono aumentare fino al 30% (solo Bolzano, Aosta, Trento e Prato non lo hanno fatto). C’è il bollo dell’auto, il costo della targa, i diritti del Dipartimento Trasporti terrestri e, se si sceglie di comprare un’auto usata, il passaggio di proprietà. Con uno scooter cambia poco. Meglio andare a piedi o in bicicletta. Anche perché al primo distributore di benzina potremmo imbatterci nelle micidiali accise.

La benzina dell’Abissinia

L’ultima rilevazione del ministero dello Sviluppo economico, della scorsa settimana, segnala che il prezzo medio della benzina è di 1,754 euro; l’accisa interviene per 0,728 centesimi e l’Iva per i restanti 0,304. Senza le imposte la benzina costerebbe 721 centesimi al litro. Il 41% se ne va in accisa, cioè l’imposta che si è accumulata nel tempo sommando spese straordinarie sostenute dai vari governi. Fu la guerra in Abissinia di Mussolini a far aumentare di colpo il prezzo della benzina nel 1935, poi sono venute la crisi di Suez, il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, il Belice e tutti gli altri terremoti fino a quelle emiliano. Ma nella voce vengono conteggiati anche il contratto degli autoferrotranvieri, le missioni all’estero o l’emergenza immigrati. L’intera storia italiana passa dalla pompa al nostro serbatoio e si fa pagare cara.

Lasciamo stare, quindi, la benzina. Torniamo a casa e portiamo a spasso il cane. Putroppo il governo Monti, nel 2012, ha provato a istituire un’imposizione anche sul possesso di animali ma ha dovuto fare marcia indietro cause proteste. La legge, però, prevede la facoltà di imposizione per i comuni i quali ora, in tempi di magra, stanno pensando seriamente di introdurre l’imposta. Meglio lasciare il cane a casa e andare in banca a occuparci dei nostri risparmi. Magari per aprire un conto corrente “a costo zero”, finalmente qualcosa di gratis. Ci si mette poco, però, a scoprire che al “costo zero” occorre aggiungere l’imposta minima di 34,2 euro più lo 0,15% delle somme depositate se si apre un conto deposito (su cui sono conservati i titoli). Se poi acquistiamo o vendiamo titoli azionari, scatta la la Tobin tax con lo 0,12% di imposizione.

Via anche dalla banca. Andiamo alla posta, ci sono le bollette. che attendono. Siamo stati molto attenti con i consumi, abbiamo utilizzato al minimo le forniture. Ma nella tariffa del gas le tasse incidono pe il 43% mentre per l’energia elettrica le imposte pesano per il 13,29%. La bolletta Enel, però, comprende anche i “servizi di rete” che incidono per il 33,44% e comprendono i i costi per gli incentivi alle fonti rinnovabili, la promozione dell’efficienza energetica, gli oneri per la messa in sicurezza del nucleare, i regimi tariffari speciali per le Fs, le compensazioni per le imprese elettriche minori, il sostegno alla ricerca di sistema. Un diluvio di tasse nascosto in bolletta. Su cui, dulcis in fundo, si paga anche l’Iva. La tassa sulla tassa. Il giochetto viene ripetuto per le tassazioni locali, ad esempio la Tares, che vengono rubricate come “tariffe” in modo da aggirare il divieto.

Casa cara casa

Via anche dalla posta. Dove andare? A cercar funghi si deve pagare il bollettino postale. A casa c’è il canone Rai anche se la Rai non la si guarda mai. E poi sulla l’accanimento sfiora il sadismo. Prima dell’Imu, infatti, abbiamo già pagato la tassa per l’acquisto (3% se è un’abitazione principale), l’imposta ipotecaria e quella catastale. Oltre al costo del notaio. Se l’avessimo presa in affitto avremmo pagato l’imposta di registro mentre la proprietà concorre a formare il reddito complessivo. Sulla casa, infine, si paga la Tares, la tassa sui rifiuti che si calcola sui metri quadri.

Tasse ovunque, tasse di ogni tipo. Per seppellire i defunti e accendere i lumini. Per fare un biglietto aereo o sbarcare in un in un porto. Anche per soggiornare in Italia. La tassa per i comuni con centrali nucleare anche se il nucleare non c’è più. Le tasse sul fumo, sulla sigaretta elettronica e sugli alcolici. Non si può nemmeno provare a impietosire le autorità perché si pagherebbe la tassa sulle suppliche, quella per “istanze, petizioni, ricorsi diretti agli uffici dell’amministrazione dello Stato tendenti ad ottenere l’emanazione di un provvedimento”. Tra le imposizioni improvvise va compresa anche la giustizia: per un ricorso ai tribunali si paga in base al valore dei processi, da 33 a 1.200 euro. Esiste l’imposta sulla birra e quella sui giochi; le concessioni governative e la tassa per studiare; i diritti alle Camere di commercio e la tassa sulle affissioni, l’imposta sugli spiriti e quella sugli zuccheri. Non si può nemmeno inventare un sistema alternativo: esiste, infatti, anche la tassa “sulle invenzioni” per brevettare nuove scoperte. Oltre ai diritti di brevetto ci sono quelli di segreteria e l’immancabile marca da bollo. Anche il desiderio di cambiare le cose è sottoposto al balzello.

Tutte le fregature dell’Imu: tasse, tagli e la mazzata nel 2014

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Da Il Fatto Quotidiano del 03/09/2013. Marco Palombi attualità

PER (NON) ABOLIRE L’IMPOSTA NE METTONO UN’ALTRA E RISPARMIANO SU OCCUPAZIONE E CONTROLLI FISCALI.

L’abolizione dell’Imu su prime case e terreni agricoli è “una vera e propria manovra di finanza pubblica da quasi cinque miliardi di euro” realizzata “senza mettere le mani nelle tasche degli italiani”. Renato Brunetta, ancora ieri sul Giornale, festeggiava la fine dell’imposta sugli immobili coi toni d’un trionfo guerresco. Pure Enrico Letta, a fine Consiglio dei ministri, era felicissimo per “la necessaria riforma del’Imu e il cambiamento radicale di una tassa che ha riscontrato vari punti di iniquità”. Angelino Alfano, al suo fianco, sprizzava soddisfazione: “È un decreto tax free”, si vantava in anglosiculo. È così? Non proprio. Come sempre, il diavolo è nei dettagli. E il decreto del governo abbonda in dettagli.

TAX NON FREE. Almeno una nuova tassa, o meglio un aumento di imposizione, nel testo c’è e serve a coprire la tutela di 6.500 esodati. Sostanzialmente viene dimezzata la deducibilità delle assicurazioni sulla vita e sugli infortuni, il che comporta che una certa quota di italiani pagherà più Irpef. Si tratta precisamente di di 6,3 milioni di italiani che dovranno sborsare in media duecento euro circa in più all’anno (il prelievo medio dell’Imu sulla prima casa era di 195 euro a contribuente).

COPERTURE BALLERINE. I soldi per abolire l’Imu 2013 dovrebbero arrivare dal gettito Iva dovuto al pagamento di dieci nuovi miliardi di debiti commerciali della Pubblica amministrazione, da alcuni tagli lineari al bilancio dei ministeri e da un condono per le concessionarie di slot machine che evasero il fisco tra il 2004 e il 2007: invece di 2,5 miliari potranno cavarsela sborsando 620 milioni. Problemi: non è detto che si riesca a pagare abbastanza in fretta i fornitori della P.A. ed è dubbio pure che tutte le concessionarie – alcune in forte perdita – siano in grado di pagare forti somme in così poco tempo. E la situazione è già critica: ad agosto il fabbisogno (quanto spende lo Stato) è salito a 9,2 miliardi, contro i 6 del 2012.

TASSE EVENTUALI. Esistono anche queste. Il decreto, infatti, è dotato di una cosiddetta “clausola di salvaguardia” fatta solo di aumenti d’imposta. Tradotto: se le coperture ufficiali dovessero non funzionare, ipotesi tutt’altro che implausibile, scatterebbero automaticamente altre misure. Queste: “L’aumento della misura degli acconti dell’Ires e dell’Irap, e l’aumento delle accise”.

TAGLI TREMONTIANI. Circa un miliardo di copertura del decreto arriva da tagli lineari a 35 autorizzazioni di spesa di vari ministeri: si tolgono fondi alle assunzioni di nuovi agenti di polizia e pure di altri ispettori contro l’evasione fiscale. Trecento milioni vengono poi sottratti alla manutenzione della rete ferroviaria, 250 al fondo per l’occupazione e trecento al settore elettrico (ve ne parliamo qui accanto).

LA RATA FANTASMA. È la seconda. A sentire il governo o Brunetta l’Imu è già stata abolita, ma la seconda rata è ancora lì: se non si trovano i soldi nella legge di stabilità, a dicembre tutti dovranno pagare mezza Imu.

IL GIOCO DELLE TRE CARTE. Prima carta: abolita l’Imu. Ammesso che sia vero, questo vale per il 2013 essendo le coperture una tantum. Seconda carta: la service tax. Che la chiamino Taser o in un altro modo al momento dovrà portare a Stato e Comuni lo stesso gettito dell’odiata Imu. Terza carta: il federalismo. Nel 2014 l’imposta patrimoniale sugli immobili sarà gestita dai Comuni: toccherà ai sindaci tartassare i loro elettori, ma solo fino a un tetto massimo. Quale tetto? Facile: il gettito Imu stimato per l’anno prossimo. Il banco vince sempre

Polizze vita, Irpef più cara per sei milioni di italiani

corel
Da La Repubblica del 02/09/2013. VALENTINA CONTE E ROBERTO MANIA attualità
Tutti gli effetti del dimezzamento della detrazione sulle assicurazioni.
L’aggravio fiscale riguarderà in particolare i redditi fino a 55mila euro lordi.
L’articolo del decreto assicura parte delle coperture al taglio Imu e per gli esodati.
Le misure
Visco: il calo del debito non impone tagli perenni ai conti
Con il giro di vite sulle polizze vita Irpef più cara per 6 milioni di italiani pagheranno 200 euro in più all’anno.

ROMA— Meno Imu, più Irpef. Per cancellare l’imposta sulla casa (per ora solo la prima rata), il governo farà salire quella sui redditi. Almeno per 6 milioni e 300 mila italiani che pagheranno 125 euro in più di Irpef sul 2013. E ben 201 euro sul 2014. Un salasso inatteso che sconfessa la filosofia “ tax free”, sbandierata in conferenza stampa da Letta e Alfano. «La copertura del decreto Imu è stata gestita senza alzare le tasse», aveva detto il premier. «È un provvedimento
tax free che non porta altre tasse», si esaltava il suo vice. Così non è. Purtroppo. E a rimetterci sarà soprattutto il ceto medio, visto che la maggior parte di questi italiani, tartassati a sorpresa, ovvero il 90% di quei 6,3 milioni di contribuenti, è sotto i 55 mila euro lordi annui. E il 54% sotto i 26 mila euro. Tra loro, quattro milioni di lavoratori dipendenti e un milione e 300 mila pensionati.
L’ARTICOLO 12
Il guaio è nascosto nell’articolo 12 del decreto Imu, in vigore da sabato scorso. Lì si dimezza per quest’anno «il limite massimo di fruizione» per detrarre dall’Irpef il 19% dei premi di assicurazione sulla vita, contro gli infortuni e la non autosufficienza. Se fino ad oggi quel tetto era di 1.291 euro, per il 2013 diventa 630 euro. E addirittura 230 euro dal 2014 in poi. Appena un quinto. Tra l’altro l’operazione è ancora una volta retroattiva e dunque in violazione dello Statuto del Contribuente, una legge dello Stato che impone la valenza solo per il futuro delle norme fiscali. Che cosa significa in concreto? Se fino a pochi mesi fa – nella dichiarazione dei redditi di maggio – al rigo E12 del 730 si poteva “scalare” dall’imposta sui redditi un massimo di 245 euro (il 19% del vecchio tetto), dal prossimo maggio quel rigo potrà contenere al più 120 euro. E dal 2015 appena 44 euro. Con la conseguente impennata dell’Irpef.
CHI CI RIMETTE
Secondo gli ultimi dati disponibili,
quelli delle dichiarazioni 2012 (dunque riferite ai redditi 2011), oltre sei milioni di italiani usufruiscono di questo vantaggio fiscale che costa allo Stato 685 milioni l’anno. Per di più vivono al Centro-Nord, oltre un milione nella sola Lombardia, mezzo milione ciascuno in Piemonte e Lazio. Un bonus che Vieri Ceriani – ex sottosegretario all’Economia con Monti e ora ascoltatissimo consigliere di Saccomanni – inseriva tra le “misure a rilevanza sociale” nell’ormai famoso Rapporto sull’erosione fiscale del 2011. «L’agevolazione esiste perché riduce l’intervento del welfare pubblico», conferma Dario Focarelli, direttore generale dell’Ania (assicurazioni). «Un domani, dovesse succederti qualcosa, peserai di meno sulle casse pubbliche. Ma l’effetto di questa norma, che giudichiamo estremamente negativa, si abbatterà soprattutto su chi vuole assicurarsi, sui cittadini ». Su 65 miliardi totale di premi, il ramo della protezione ne vale 4. E chi vi ricorre lo fa non tanto come opzione di risparmio (in passato era così), quanto proprio per lasciare un capitale ai propri cari in caso di morte, infortunio o handicap grave. È vero che spesso questi prodotti sono abbinati alla previdenza integrativa. Ma ne sono del tutto svincolati e scelti a prescindere.
IL NODO COPERTURE
Il problema ora è tutto politico. Il bilancio dello Stato è veramente al limite. Lo si è visto nel tira e molla dei giorni scorsi sulle coperture al decreto Imu. Alla fine, per non spaventare Bruxelles e assicurare che il 3% del rapporto tra deficit e Pil non sarà valicato ancora, il governo ha pure messo una clausola di salvaguardia con il possibile aumento di acconti delle imprese (Ires e Irap) e delle accise (benzina inclusa). Il taglio alle detrazioni sulle polizze vale moltissimo: 458 milioni nel 2014, 661 milioni nel 2015, 490 milioni dal 2016. Un’enormità. Non facile da rimpiazzare. Se ne riparlerà durante l’iter di conversione parlamentare del decreto. Ieri il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha ammesso che i tagli ai conti pubblici sono recessivi, eppure hanno «contribuito a evitare scenari peggiori, a contenere e ridurre gli spread e a scongiurare nuove crisi di liquidità». Ma poi ha aggiunto che non saranno «permanentemente restrittivi». Non saranno cioè perenni.

Quando le tasse cambiano solo nome in 15 anni imposte locali salite del 114%

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Rincari anche per le tariffe territoriali. E arriva la Service tax.

Da La Repubblica del 01/09/2013 Roberto Mania attualità

ROMA— L’hanno chiamato pomposamente federalismo fiscale, abbiamo scoperto che si traduceva prosaicamente in: più tasse per tutti. È il frutto avvelenato del fisco creativo della seconda Repubblica che — certo — insieme alla ubriacatura a corrente alternata per le devoluzioni ha dovuto fare i conti con il debito monstre prodotto dalla prima Repubblica dei partiti. Siamo arrivati così a una pressione fiscale che sfiora il 45 per cento. Tasse, tasse e sempre tasse. Con una babele di acronimi orribili (Ici, Irap, Irpef, Tarsu, Tia, Imu, Ires), altri improponibili e dal futuro già segnato (Tares che è anche una pistola, usata dai poliziotti americani, per sparare scariche elettriche) fino ad approdare ai confortevoli ma assai nebulosi anglicismi: Service tax. E cioè? Dal 1996 al 2011, in quindici anni, le entrate tributarie dei governi locali (Regioni, Province e Comuni), bilanci dello Stato alla mano analizzati dal centro studi della Cgia di Mestre, sono letteralmente esplose: + 114,4 per cento, pari in termini assoluti a una crescita di circa 102 miliardi di euro. Sono usciti dalle tasche degli italiani per andare (più o meno) nelle casse dei governi locali ai quali lo Stato centrale ha via via attribuito più competenze ma anche tagliato più trasferimenti. I Comuni, mediamente, sono con l’acqua alla gola. Quelli praticamente falliti come Taranto, Catania e la stessa Roma sono stati salvati. Dallo Stato centrale, però. Con le tasse di tutti, senza che nessuno abbia mai pagato pegno.
Si è cominciato con l’Ici, agli albori della seconda Repubblica, era il 1992. L’imposta comunale sugli immobili. Che però è stata prima abolita (Silvio Berlusconi ci vinse la sua penultima campagna elettorale) proprio quando arrivava (si fa per dire) il federalismo fiscale, per essere sostituita dall’Imu che però non piace più e diventerà Service tax, di cui faranno parte la Tari, che prenderà il posto della Tarsu o della Tia (le imposte sui rifiuti), e la Tasi, ossia la «misteriosa» (copyright di Massimo Bordignon sul sito lavoce. info) imposta sui servizi indivisibili. I criteri per il prelievo della Service tax saranno fissati dai singoli Comuni con alcuni paletti stabiliti dal governo centrale. Alla fine una girandola di sigle che — chissà perché — fa venire in mente la celebre frase del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Appunto.
Una tassa nuova con le vecchie dentro sembra un buon metodo. Già sperimentato. Con l’Irap (l’imposta regionale sulle attività produttive), ad esempio, la tassa più odiata dagli imprenditori italiani. Che nel 1998, assorbì i contributi sanitari, la tassa sulla salute, l’Ilor e l’Iciap. Sull’Irap e sull’Irpef poi — lo sappiamo a spese nostre — le Regioni possono intervenire con la loro “addizionale” che vuol dire far pagare di più soprattutto per colpa dei buchi nella sanità. Meccanismo che non va confuso con quello della “compartecipazione” (i vari livelli di governo si distribuiscono l’entrata) che vale anche, per esempio, per le accise sulla benzina. Sempre tasse sono. Con più esattori, però. E sempre
gli stessi contribuenti.
Tasse e tariffe. Perché altrimenti come si fa a finanziare i servizi locali, dai trasporti alla raccolta dei rifiuti, dalla fornitura della luce a quella dell’acqua? A questo servono le tariffe. E per colpa della crisi, delle politiche di austerity imposte dalla Commissione di Bruxelles e dalla Bce di Mario Draghi, e il conseguente drastico taglio dei trasferimenti dal centro alla periferia, le tariffe locali si sono impennate. In un anno — dati dell’Uniocamere — sono aumentate del 4,9 per cento, ben oltre il tasso di inflazione che, nell’arco dell’ultimo anno, si è attestato intorno al 3 per cento. Ed è nei trasporti che l’incremento del costo del servizio è stato tra i più marcati: in media +5,3 per cento con un picco del 9,3 per cento nei collegamenti extra urbani. Solo di poco inferiore l’aumento delle tariffe per la fornitura dell’acqua: + 6,7 per cento. E + 4,7 per cento quello per i rifiuti.
Che cosa resta del liberale principio “no taxation without representation”? L’illusione che quando si va alle urne (nazionali e locali) qualcuno prima o poi mantenga la promessa di abbassarle le tasse senza sostenere di non poterlo fare per colpa del buco lasciato in eredità dal suo predecessore. E senza cambiare solo il nome alle vecchie tasse.

Lo Stato e il “socio” invisibile, dal 12 Giugno si torna a lavorare per noi

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<Fonte altrainformazione.it 12/06/2013 attualità
buona parte dei soldi delle tasse finiscono per ripagare il debito pubblico, al quale dobbiamo aggiungere il SIGNORAGGIO BANCARIO che paghiamo a chi stampa carta e ci chiede lavoro e sacrificio in cambio)

Staff nocensura.com
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Quest’anno – calcola la Cgia di Mestre – sono stati necessari ben 162 giorni per assolvere agli obblighi fiscali e contributivi richiesti dallo Stato: una punta massima che nella storia recente del nostro paese non avevamo mai toccato". La pressione fiscale è al 44,4% del Pil. Tenendo conto dell’economia sommersa siamo al 53,8& del Pil.
Mercoledì prossimo (12 giugno) è una data importante, da segnare sul calendario. Inizia la libertà per gli italiani (Tax freedom day). Libertà in senso fiscale.
Da quel giorno in avanti, infatti, smetteremo di lavorare per lo Stato e ciò che produrremo, chi più chi meno, resterà nelle nostre tasche. A ricordarci il fatidico giorno della "liberazione fiscale",è la Cgia di Mestre che da quindici anni calcola il giorno esatto tenendo conto della ricchezza prodotta (Pil) e del livello di tassazione raggiunta. Se partiamo dal primo gennaio, bisogna andare avanti di ben 162 giorni, lavorando, appunto, fino a mercoledì prossimo per coprire tutti gli obblighi fiscali e contributivi richiesti dallo Stato: una punta massima che nella storia recente del nostro Paese non avevamo mai toccato.
Inutile fare tanti giri di parole: se siamo arrivati a questo punto lo si deve essenzialmente alla fortissima pressione fiscale. Nel 2013 toccheremo quota 44,4% del Pil. Dal 1980 a oggi il carico fiscale è aumentato di ben 13 punti. "Quest’anno – sottolinea Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre – pagheremo mediamente 11.800 euro di imposte, tasse e contributi a testa. E in questo conto sono compresi tutti i cittadini, anche i bambini". Ma la cosa ancor più preoccupante è che, a fronte di questa elevata pressione fiscale, ai cittadini non vengono forniti servizi adeguati.

"Molto spesso – osserva Bortolussi – nel momento del bisogno il cittadino è costretto a rivolgersi al privato, anziché utilizzare il servizio pubblico. Tutto ciò si traduce in un concetto molto semplice: spesso siamo costretti a pagare due volte lo stesso servizio". E di esempi se ne possono fare moltissimi: "Se dobbiamo inviare un pacco, se abbiamo bisogno di un esame medico o di curarci, di spostarci, ma anche nel momento in cui vogliamo che la giustizia faccia il suo corso in tempi congrui con quelli richiesti da una società in continua evoluzione".
Se teniamo conto dell’economia sommersa si può calcolare la "pressione fiscale reale" che grava sui contribuenti "onesti", quelli che pagano fino all’ultimo centesimo. Bene, per queste persone la pressione fiscale raggiunge livelli a dir poco preoccupanti, attestandosi al 53,8% del Pil. Per queste categorie di persone il giorno di liberazione fiscale arriva molto più avanti, a estate già inoltrata, il 16 luglio, oltrepassando abbondantemente la metà dell’anno, che per definizione è il 30 giugno. Non sarebbe male se riuscissimo ad anticipare, un po’ di giorni ogni anno, la data della festa della liberazione fiscale
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Tutto il denaro che resterebbe nelle nostre tasche, infatti, potrebbe aumentare – e non di poco – i consumi, ridando slancio a un’economia che da un po’ di anni a questa parte è in seria difficoltà.
Secondo le previsioni saremo inchiodati a questi livelli di altissima pressione fiscale almeno fino al 2017. Ma il dato che deve indurre la nostra classe politica a una riflessione ancor più seria è quello del "total tax rate", la somma delle imposte sul lavoro, sui redditi e sui consumi: siamo al primo posto, in Europa, con un preoccupante 68,3& del Pil. Quasi il doppio rispetto a Spagna e Regno Unito. La Germania è al 46,8%. In Europa siamo a livelli altissimi come numero di ore necessarie per pagare le tasse (269): 2,5 volte il Regno Unito, il doppio dei paesi nordici (Svezia, Olanda e Danimarca) e della Francia, un terzo in più rispetto al Germania. Infine siamo fanalino di coda, fra i paesi Ocse, nella classifica sull’efficienza della Pubblica Amministrazione. Con questi record negativi è difficile pensare di poter avere un futuro roseo. Bisogna iniziare a invertire la direzione di marcia, prima che sia troppo tardi.

Fonte originale: Raffaello Binelli su IlGiornale.it
Fonte: http://www.infiltrato.it/notizie/italia/lo-stato-e-il-socio-invisibile-dal-12-giugno-si-torna-a-lavorare-per-noi

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