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BONDI AVVERTE LETTA: “TI HA SCELTO BERLUSCONI”

soldi-banconoteDa Il Fatto Quotidiano del 02/11/2013. Carlo Tecce attualità
L’EX MINISTRO: “NOI L’ABBIAMO MESSO LÌ, L’EUROPA LO DEVE SAPERE” IL RITORNO DEL POETA CHE GESTIRÀ FORZA ITALIA E L’AVVISO AD ALFANO E SCHIFANI.

Sandro Bondi, poeta in rime sciolte, mescola con sapienza l’offensiva e il silenzio. Ripescato nel girone sempre più ristretto dei fedelissimi, pronto a coordinare la nuova Forza Italia (e la relativa cassa), l’ex ministro rammenta a Enrico Letta chi l’ha spedito a Palazzo Chigi: come a dire, io e te, abbiamo lo stesso Capo.

Dice Bondi: “In un’intervista a diversi quotidiani europei, Letta esprime giudizi arbitrari e infondati sul Pdl e, soprattutto, omette di ricordare un elemento che non può essere sottaciuto ai cittadini europei: il suo governo e la sua indicazione come premier di una larga coalizione deriva da una esplicita e determinante volontà politica del presidente Berlusconi”.

LE LARGHE INTESE furono (e sono) l’ultima salvezza di Berlusconi per contare ancora e la rielezione di Giorgio Napolitano già conteneva l’ipotesi Letta. Un elemento, per citare Bondi, che forse il Pd ignorava: eppure il Pdl, alba di sabato 20 aprile, giorno di Re Giorgio II, valutava la candidatura del giovane Letta. Quando le indiscrezioni puntavano su Giuliano Amato, il 23 aprile, Matteo Renzi fu bloccato da Berlusconi con una telefonata, racconta nel libro Oltre la rottamazione: “Non c’è un nostro veto su di te, caro sindaco. Però preferiamo Amato o Letta”.

E il nipote Enrico, che gestiva un partito distrutto col segretario Bersani dimissionario, aspettava la decisione di Napolitano e qualcosa poteva sospettare: “Ci atterremo alle sue indicazioni”, disse durante la notte di vigilia al grande salto a Palazzo Chigi.

E così, punge Bondi senza terzine, Letta deve essere riconoscente al Cavaliere. Proprio quel Cavaliere che, in centinaia di retroscena, s’è lamentato di un patto mancato che aveva generato l’esecutivo Pdl-Pd più centristi con la regia del Quirinale.

Né falco né colomba, né lealista né innovatore, insomma senza etichetta, Bondi può sfruttare l’investitura del Capo, che non distingue più fra amici e nemici. Ma non ha dimenticato la figuraccia di Bondi che sfiduciava il governo Letta al Senato e un attimo dopo veniva smentito dall’adorato Silvio. Che ai ministri ripete spesso: “Sandro avrà un ruolo centrale in Forza Italia”. E Sandro, che si consegna al riposo di queste feste, comunica al Fatto che “il detentore di deleghe e poteri sarà soltanto Berlusconi”. Facile, messaggio non morbido per Angelino Alfano.

Pur rischiando di bloccare il tentativo disperato per il voto segreto a Palazzo Madama per la decadenza, Bondi cestina la lettera di 22 alfaniani al presidente Grasso contro lo scrutinio palese: “A mio avviso la nuova raccolta di firme fra i parlamentari del Pdl delegittima di fatto il ruolo del nostro capogruppo, l’amico Renato Schifani”. Perché, poi, Schifani da che parte sta? E il redivivo Bondi, che si becca uno “strabico” da Chiavaroli (gruppo Alfano), ha sete di vendetta. In ordine alfabetico: A di Alfano, L di Letta. In nome del Capo.

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Il Cancellierato (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 01/11/2013. Marco Travaglio attualità

In un paese normale il ministro della Giustizia non parla con i parenti di un’amica arrestata per gravi reati, rassicurandoli con frasi del tipo: “Qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me”. Né tantomeno chiama i vicedirettori del Dipartimento Amministrazione penitenziaria per raccomandare le sorti dell’amica detenuta. Ma, se lo fa e viene scoperto da un’intercettazione telefonica (sulle utenze dei familiari della carcerata), si dimette un minuto dopo. E, se non lo fa, viene dimissionato su due piedi, un istante dopo la notizia, dal suo presidente del Consiglio. Siccome però siamo in Italia, il premier tace, il Quirinale pure. Come se fosse tutto normale. Una telefonata allunga la vita, diceva un famoso spot: qui invece accorcia la galera, o almeno ci prova. Nel paese del sovraffollamento carcerario permanente, Anna Maria Cancellieri, prefetto della Repubblica in pensione, dunque “donna delle istituzioni” che molti in aprile volevano addirittura capo dello Stato, ha pensato bene di risolverlo facendo scarcerare un detenuto su 67 mila: uno a caso, una sua amica. Poi ha dichiarato bel bella ai magistrati torinesi che la interrogavano come testimone su quelle telefonate: “Si è trattato di un intervento umanitario assolutamente doveroso in considerazione del rischio connesso con la detenzione. Essendo io una buona amica della Fragni (Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti, padre dell’arrestata Giulia, ndr) da parecchi anni, ho ritenuto, in concomitanza degli arresti, di farle una telefonata di solidarietà sotto l’aspetto umano”. E ha raccontato una bugia sotto giuramento, perché il suo non è stato solo “un intervento umanitario”, tantomeno “doveroso”, né una “telefonata di solidarietà”. È stata un’interferenza bella e buona nel normale iter della detenzione dell’amica di famiglia. Anche perché, dopo quella telefonata, ne sono seguite altre ai vicedirettori del Dap, Francesco Cascini e Luigi Pagano. Che, a quanto ci risulta, hanno – essi sì, doverosamente – respinto le pressioni, spiegando all’incauta Guardasigilli che la detenzione di un arrestato compete in esclusiva ai giudici, non ai politici. Anche su questo punto la Cancellieri ha raccontato una bugia ai pm: “Ho sensibilizzato i due vicecapi del Dap perché facessero quanto di loro stretta competenza per la tutela della salute dei carcerati”. Salvo poi dover ammettere che li aveva sensibilizzati su un unico carcerato: l’amica Giulia.

La figlia di don Salvatore Ligresti soffriva di anoressia e rifiutava il cibo in cella, ma non è la sola malata fra i 67 mila ospiti delle patrie galere. Per questi casi esistono le leggi e i regolamenti, oltre al personale penitenziario specializzato che di solito, nonostante l’eterna emergenza, segue con professionalità le situazioni a rischio. Così come effettivamente stava avvenendo, anche da parte dei magistrati torinesi. Senza bisogno delle raccomandazioni del ministro. La Procura aveva subito disposto un accertamento medico e in seguito aveva dato parere favorevole alla scarcerazione, respinta però in un primo tempo dal gip, che aveva scarcerato la donna soltanto dopo il patteggiamento. L’iter giudiziario, dunque, non è stato influenzato dalle pressioni della ministra: ma non perché la ministra non le abbia tentate, bensì perché i vicecapi del Dap le hanno stoppate. Eppure la Cancellieri avrebbe dovuto astenersi anche dal pronunciare il nome “Ligresti”, specie dopo la retata che portò in carcere l’intera dinastia, visti i rapporti non solo familiari, ma anche d’affari che suo figlio Piergiorgio Peluso intrattiene con don Salvatore e il suo gruppo decotto. Peluso è stato prima responsabile del Corporate & Investment banking di Unicredit, trattando l’esposizione debitoria del gruppo Ligresti verso la banca; poi divenne direttore generale di Fondiaria Sai (gruppo Ligresti) dal 2011 al 2012; e quando passò a Telecom, dopo un solo anno di lavoro, incassò da Ligresti una buonuscita di 3,6 milioni di euro.

Un conflitto d’interessi bifamiliare che avrebbe dovuto sconsigliare al ministro di occuparsi della Dynasty siculo-milanese. Non è stato così, e ora la ministra (della Giustizia!) deve pagare per le conseguenze dei suoi atti. Se restasse al suo posto, confermerebbe ancora una volta il principio malato della giustizia ad personam per i ricchi e i potenti, già purtroppo consolidato da vent’anni di casi Berlusconi, e anche dallo scandalo Mancino-Napolitano. Ma a quel punto tutti e 67 mila i detenuti potrebbero a buon diritto farla chiamare da un parente qualunque perché s’interessi dei loro 67 mila casi personali: 67 mila “conta su di me”. Se una telefonata accorcia la galera, che almeno valga per tutti.

Un milione di posti di lavoro (gli altissimi costi della politica)

le-posizioniDa Il Fatto Quotidiano del 28/10/2013 Salvatore Cannavò attualità

UN MONDO DI PORTABORSE CONSULENTI, ADDETTI STAMPA, COLLABORATORI.
DAI MINISTERI ALLE REGIONI FIN DENTRO I COMUNI UN PAESE NEL PAESE CHE
RISPONDE SOLO A CHI NOMINA.

Un milione di persone. Nemmeno Max Weber, quando scriveva La politica e la scienza come professioni pensava ci si potesse spingere a tanto. Il grande sociologo tedesco scriveva infatti nel 1919: “Si vive ‘per’ la politica oppure ‘di’ politica”. Chi vive ‘per’ la politica costruisce in senso interiore tutta la propria esistenza intorno ad essa” […] Mentre della politica come professione vive colui che cerca di trarre da essa una fonte durevole di guadagno”.

Secondo uno studio della Uil, invece, coloro che cercano “di trarre dalla politica una fonte durevole di guadagno” sono più di un milione: 1.128.722. Un “paese nel paese” ma non nella forma poetica in cui Pier Paolo Pasolini definiva il Pci. Piuttosto “un mondo a sé”, come lo descrive il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy che ha curato la ricerca. La cifra viene ricavata sommando voci tra loro diverse ma tutte legate alla politica: gli eletti e gli incarichi di Parlamento e governo (1.067) quelli nelle Regioni (1.356), nelle Province (3.853) o nei Comuni (137.660). L’incidenza delle cariche elettive sul numero totale non è molto alta, il 12%.

La forza del sottobosco

I numeri si fanno più forti man mano che ci si addentra nel sottobosco: i Cda delle aziende pubbliche ammontano, infatti, a 24.432 persone; si sale a 44.165 per i Collegi dei revisori e i Collegi sindacali delle aziende pubbliche; 38.120 sono quelli che lavorano a “supporto politico” nelle varie assemblee elettive. I numeri fondamentali della ricerca sono riscontrabili nelle due ultime voci, quelle decisive: 390.120 di “Apparato politico” e 487.949 per “Incarichi e consulenze di aziende pubbliche”. “Quest’ultimo dato si basa su numeri certi e verificati” assicura Loy, mentre quello relativo agli “apparati” costituisce una “stima della stessa Uil ma una stima attendibile”. Nella nota metodologica, infatti, il sindacato spiega che i numeri derivano da banche dati ufficiali e da quello “che ruota intorno ai partiti” (comitati elettorali, segreterie partiti, collegi elettorali, “portaborse”, ecc.”. Loy la spiega così: “Ventimila voti di preferenza non sono il risultato solo di un voto ideologico ma espressione di relazioni concrete”. E, in tempi in cui l’ideologia è fortemente in crisi, “si affermano gli interessi e la spinta ad aumentare il proprio tenore di vita, l’affermazione di un sistema economico”.

La politica si fa industria, quindi. E il dato è riscontrabile nei numeri. Si pensi al costo dei CdA dei quasi settemila enti e società pubbliche: si tratta di 2,65 miliardi mentre per “incarichi e consulenze” la cifra è di oltre 1,5 miliardi di euro.

Stiamo parlando di gente che lavora, ovviamente. Alcuni di loro, come i dipendenti di Rifondazione comunista, sono anche finiti in cassa integrazione oppure, come in An, licenziati. “Ma non hanno fatto alcuna selezione pubblica, non hanno seguitonessun merito” commenta Loy, “e vengono pagati con soldi di tutti”. Parliamo di collaborazioni dirette nei vari ministeri, assessorati, consigli elettivi, incarichi elargiti da questo o quel politico di turno. Oltre ai Francesco Belsito, Franco Fiorito, ai diamanti della Lega, alle ricevute di Formigoni o alle consulenze di Alemanno, gli esempi possono essere tutti leciti ma del tutto interiorizzati dalla politica.

I vari ministeri hano speso, nel 2012, oltre 200 milioni per collaborazioni dirette. Tra i dicasteri più attivi, gli Interni, l’Economia e Finanze, la Difesa e la Giustizia. Del ministero diretto da Alfano ci occupiamo a parte. Il Mef dispensa centinia di incarichi nelle società partecipate. Alla Difesa, il ministro dispone di ben 18 collaboratori quanti ne ha quello della Giustizia. Gli incarichi sono quasi tutti di pertinenza politica. Come proprio addetto stampa, ad esempio, il ministro ha la stessa persona che ha lavorato per Pierferdinando Casini dal 2006 al 2013 e prima, ancora, con l’Udc Vietti, attuale videpresidente del Csm. Una “ricollocazione” avvenuta tutta nei rapporti della politica.

Fedeli al ministro

Nell’Ufficio di gabinetto troviamo l’autrice di un libro, Guerra ai cristiani, troppo presto dimenticato e scritto insieme allo stesso Mauro. Più esemplare è il caso del “Consigliere per gli affari delegati, del Sottosegretario di stato alla Difesa On. dott. Gioacchino Alfano”, Nicola Marcurio. L’interessato ha iniziato la carriera politica nel Comune di Sant’Antonio Abate, dove organizzava le iniziative religiose per il Giubileo. Diviene consigliere comunale nel 2000 e di nuovo nel 2005. Poi va a lavorare presso il Commissariato per l’emergenza di Pompei, da lì alla Protezione civile per il G8 dell’Aquila. Finisce al ministero come consigliere di Gioacchino Alfano il quale, guarda caso, è stato sindaco proprio di Sant’Antonio Abate. L’altro sottosegretario, Roberta Pinotti, Pd, tiene nel proprio staff Pier Fausto Recchia, deputato non rieletto alle ultime elezioni e quindi ricollocato. Tra i collaboratori del ministro della Giustizia, Cancellieri, troviamo Roberto Rao, già deputato, non rieletto, e già portavoce di Casini ma anche Luca Spataro, già segretario Pd di Catania. Se un deputato non viene rieletto gli si trova un nuovo incarico. Come a Osvaldo Napoli, pidiellino molto presente in tv, bocciato lo scorso febbraio e oggi vicepresidente dell’Osservatorio Torino-Lione. Moltiplicando questi casi per l’intero numero delle cariche elettive si può avere un’idea del fenomeno. Alla Regione Lazio, il presidente Zingaretti dispone di un ufficio stampa con ben dieci addetti mentre in Lombardia, i consulenti della Regione sono passati, con la gestione Maroni, da 57 a 93, tutti riscontrabili sul sito ufficiale. Per questa voce l’ente regionale spende 2,6 milioni di euro l’anno. L’esercito della politica vive e si autoalimenta così.

Ride il telefono (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 26/10/2013. Marco Travaglio attualità

Quando i politici corrotti o mafiosi finivano sott’inchiesta grazie alle confessioni degli imprenditori corruttori (Tangentopoli) o dei mafiosi pentiti (Mafiopoli), il Parlamento in formazione bipartisan varò una serie di leggi per vanificare le chiamate in correità (nuovo art. 513 del Codice di procedura e nuovo articolo 111 della Costituzione, detto umoristicamente “giusto processo”). Poi i reati dei colletti bianchi cominciarono a saltar fuori dalle intercettazioni (Bancopoli, Calciopoli, Vallettopoli, Cricche varie, P3, P4, Finmeccanica, Ruby, Quirinale-Mancino e così via) e subito partì la campagna politico-giornalistica di larghe intese contro le bobine antipolitiche e contro la stampa populista che osa pubblicare quella spazzatura (leggi-bavaglio Mastella e Alfano).Nel 2009 Angelino Jolie dichiarò alla Camera: “Secondo un mio calcolo empirico e non scientifico (sic, ndr), è intercettata una grandissima parte del Paese: nel 2007, ben 124.845 persone. Ma poi ciascuna fa o riceve in media 30 telefonate al giorno. Così si arriva a 3 milioni di intercettazioni”. Il Guardagingilli confondeva il numero dei bersagli (non più di 10mila persone all’anno) con quello delle loro utenze e dei loro interlocutori, e già che c’era sommava le proroghe dello stesso decreto d’ascolto (che dura 20 giorni ed è reiterabile fino a un massimo di 2 anni).

“Abbiamo – aggiunse il pover’uomo – oltre 100mila persone intercettate all’anno, contro 1.700 negli Usa, 1.300 in Svizzera, 5.500 in Gran Bretagna”. Altra balla sesquipedale: in Italia le sole intercettazioni legali e utilizzabili processualmente sono quelle disposte dal giudice in presenza di gravi indizi di reato, mentre negli altri paesi la gran parte è opera di polizie o servizi segreti e sfugge alle statistiche. Come dimostra lo scandalo Datagate che da mesi terremota i rapporti fra gli Usa e i paesi alleati, fino alla svolta clamorosa degli ultimi giorni: milioni di cittadini americani ed europei, compresi 35 fra capi di Stato e di governo, intercettati senza essere sospettati di nulla. La miglior prova che i nostri politici e i giornali al seguito ci hanno sempre presi per il culo. Ci sarebbe da attendersi le scuse dei Polito, Ostellino, Galli della Loggia, Franco, Panebianco (sua la panzana dell’Italia “Paese più intercettato del mondo occidentale”), ma anche dei Vespa, Minzolingua, Belpietro, Sallusti, Ferrara e delle altre vestali della privacy violata che strillavano allo Stato di polizia e spacciavano il “modello americano” come esempio da seguire. Invece i garantisti a targhe alterne sorvolano. O giustificano gli spioni americani. “Il Datagate non è così scandaloso”, titola il Foglio di Ferrara, che appena intercettano un malavitoso chiama Amnesty International e i caschi blu. Manca soltanto che il Platinette barbuto, dopo i sit-in “Siamo tutti puttane” e “Siamo tutti decaduti”, ne organizzi un altro con una cimice gigante in testa, dal titolo “Siamo tutti intercettatori”. Intanto, come ai tempi dello spionaggio Telecom, a Palazzo serpeggia il panico. Vuoi vedere che gli americani hanno intercettato anche i nostri politici, da Napolitano in giù, con tutta la fatica che han fatto per coprirsi a vicenda o per farsi coprire dalla Consulta?

Secondo indiscrezioni, negli archivi dell’Nsa è custodita una recentissima chiamata fra Napolitano e Mancino: “Ue’ guaglio’, parlamm pure libberamende, tanto chilli strunz nun ce pozzono spiare ‘cchiù”. “Vabbuo’, ma pe’ scrupolo facimme l’accento svedese”. Ma anche una conversazione fra Berlusconi e una minorenne non identificata: “Ciao Katiuscia, sono il tuo bel Caimano: la Francesca e il Dudù mi tengono in ostaggio qui dentro da tre mesi, quando vieni a liberarmi?”. Infine, un dialogo fra Epifani e Letta jr. “Enrico, hai sentito? Obama ha spiato 35 leader mondiali”. “Appunto, Gugli, l’ho detto pure ad Angelino: noi non siamo leader e non siamo mondiali, anzi manco locali. Siamo in una botte di ferro”. “Ah già è vero, non ci avevo pensato. Allora io torno a dormire”. “Quasi quasi anch’io…”.

HA SBORSATO 3 MILIONI PER FAR CADERE PRODI: BERLUSCONI A GIUDIZIO

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INSIEME A LAVITOLA, VA A PROCESSO PER LA COMPRAVENDITA CON L’ACCUSA DI AVER CORROTTO IL SENATORE DE GREGORIO LA PRIMA UDIENZA A FEBBRAIO 2014, PRESCRIZIONE A FINE 2015.

Da Il Fatto Quotidiano del 24/10/2013 Marco Lillo attualità
Silvio Berlusconi sarà processato insieme a Valter Lavitola con l’accusa di avere corrotto il senatore Sergio De Gregorio con il pagamento di 3 milioni di euro per determinare la caduta del governo Prodi nel 2007. Lo ha deciso ieri a Napoli il giudice per l’udienza preliminare Amelia Primavera accogliendo la richiesta dei pm Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock, Fabrizio Vanorio e Alessandro Milita che si sono alternati nel corso dell’udienza sul banco dell’accusa.

La prima udienza del processo è stata fissata per l’11 febbraio 2014 davanti alla IV sezione del tribunale di Napoli. Si apre ora una corsa contro il tempo. La prescrizione dovrebbe scattare a novembre del 2015 e si calcola che per il solo primo grado di giudizio sia necessario più un anno. Per il terzo protagonista della vicenda, il presunto corrotto Sergio De Gregorio, invece il gup Primavera ha accolto la richiesta di patteggiamento avanzata dall’ex senatore che così esce dal processo, anche grazie alle sue dichiarazioni confessorie, con una pena di 1 anno e 8 mesi e il pagamento delle spese alle parti civili, il Codacons rappresentato dall’avvocato Pierluigi Morena e l’Idv rappresentata dall’avvocato Alfonso Trapuzzano.
NON ERA un esito scontato. “La decisione di rinviare a giudizio il presidente Berlusconi”, secondo gli avvocati Niccolò Ghedini e Michele Cerabona, “appare davvero straordinaria. Solo pochi mesi or sono lo stesso Ufficio Gip, con diverso Giudice aveva stabilito l’improcedibilità del giudizio immediato rilevando insussistente l’ipotesi corruttiva”. Il punto centrale sul quale è ruotata la discussione di ieri è il versamento di tre milioni di euro da parte di Silvio Berlusconi a De Gregorio per mutare l’orientamento del senatore eletto nelle file dell’Italia dei Valori e poi passato a sostenere il centrodestra. Di questi tre milioni, secondo l’accusa, solo uno sarebbe stato versato ‘in chiaro’ al movimento politico degli Italiani nel mondo del senatore De Gregorio mentre il resto darebbe stato girato tramite Lavitola in nero o ‘in black’ come ha detto ieri in aula Lavitola, spavaldo come al solito, ripercorrendo la tesi dell’accusa. Nei mesi scorsi anche, con alcune dichiarazioni al Fatto , Lavitola aveva annunciato la presentazione di un memoriale. Ieri invece è stata comunicata la nomina del nuovo legale di Lavitola, Maurizio Paniz, ex deputato del Pdl.

Nelle sue dichiarazioni spontanee davanti al giudice ieri Lavitola ha detto “ad avviso dell’accusa sono stato un corriere, sono stato un postino. Se c’è stata corruzione io mi sarei limitato a prendere dei soldi dal presidente Berlusconi e portarle a De Gregorio”. Ove anche. Poi ha aggiunto alcune considerazioni critiche sull’avvocato Niccolò Ghedini e, forse per dimostrarsi sicuro di sé davanti ai magistrati che lo hanno rimesso dietro le sbarre per violazione degli obblighi previsti per i domiciliari, ha fatto anche una battuta sulla moglie: “per fortuna sono tornato in carcere, la convivenza stava diventando insostenibile”.

Lavitola ieri ha confermato di avere consegnato a De Gregorio più dei tre milioni di euro contestati ma ne ha dato una causale ben diversa. Quei fondi, secondo Lavitola, erano regolamenti di conti relativi alla gestione del quotidiano L’Avanti!, del quale, prima della discesa in campo di De Gregorio, entrambi erano soci.

L’avvocato Michele Cerabona ieri in udienza ha anticipato la linea difensiva di Berlusconi: “Non c’è prova che i soldi ricevuti da De Gregorio provenissero da Berlusconi. Inoltre, ove anche fosse provato, non si può parlare di corruzione ma al massimo di finanziamento illecito all’attività politica di De Gregorio. È necessario – secondo l’avvocato Cerabona – dimostrare che De Gregorio abbia votato contro Prodi per ragioni economiche mentre lui ha sempre dichiarato che lo ha fatto per convinzione politica”. I pm ieri hanno depositato un documento molto importante: la motivazione della sentenza di condanna a 2 anni e 8 mesi in primo grado per un processo diverso ma certamente connesso, cioè l’estorsione di Lavitola ai danni di Berlusconi. Nella sentenza di condanna inflitta dal Tribunale ad aprile all’ex editore si considera provata la sua richiesta a Berlusconi via fax di ben 5 milioni di euro in cambio del silenzio mantenuto nel 2011 durante la latitanza. Per la condanna di Lavitola, secondo i giudici, è stata fondamentale ai fini della prova del reato la lettera nella quale erano contenute le rivendicazioni dell’ex amico di Berlusconi. Quella lettera, trovata nel computer del ‘postino’ che la doveva consegnare, Carmelo Pintabona, potrebbe essere decisiva anche nel processo che si apre a febbraio per la corruzione di De Gregorio. La missiva scritta a dicembre del 2011 e consegnata a Pintabona che poi incontrò il Cavaliere riferendo le richieste di Lavitola ma senzaconsegnarla, è definita dalla sentenza: “una confessione stragiudiziale”. In quella lettera Lavitola scrive a Berlusconi “Lei, subito dopo la formazione del Governo, in questa Legislatura, con Verdini e Ghedini presenti, mi disse che era in debito con me (…) per aver io ‘comprato’ De Gregorio”. Poi Lavitola aggiunge: “Ho ottenuto da Lei che Forza Italia concedesse all’Avanti! un finanziamento di 400 mila euro neI 2008, altro non era che il rimborso di soldi che Lei mi aveva autorizzato a dare a De Gregorio nel 2007”. La sentenza lascia aperta l’ipotesi che non tutte le affermazioni di Lavitola siano vere ma nel complesso definsce quel documento una ‘confessione stragiudiziale’, che ora sarà difficile da smontare anche per la difesa di Berlusconi. Ieri non è stata certo una grande giornata per Lavitola: la Cassazione ha rigettato il suo ricorso in un terzo processo che lo coinvolge insieme a De Gregorio per i fondi della Presidenza del consiglio ingiustamente percepiti da L’Avanti!. La condanna di 3 anni e 8 mesi è ora definitiva e rischia di cumularsi con i 2 anni e 8 mesi della sentenza per estorsione, in primo grado. Lavitola è imputato anche a Roma per corruzione internazionale per la vicenda degli elicotteri di Panama. Ed è indagato a Napoli per la corruzione internazionale relativa alle carceri da costruire in quel paese. Secondo i giudici di primo grado, Lavitola ha spedito davvero nel marzo 2012 un fax a Berlusconi contenente la minaccia ‘torno e ti spacco il c.’ se non gli avesse pagato i 5 milioni richiesti in cambio del suo silenzio. Lavitola è tornato e potrebbe restare in carcere a lungo. Ma continua a non spaccare nulla a nessuno.

MANOVRINA QUELLI CHE PAGANO

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NON È VERO CHE LA LEGGE DI STABILITÀ È SENZA TAGLI E SENZA NUOVE TASSE: IL CONTO ARRIVA A STATALI, PENSIONATI, RISPARMIATORI E PROPRIETARI DI IMMOBILI (PRIMA CASA INCLUSA).

Se avete una pensione superiore a 3 mila euro, avete investito i risparmi di una vita per comprare un appartamento che affittate nel centro di una grande città, sul conto titoli c’è qualche euro, e magari vostro figlio è un dipendente pubblico, allora per voi non vale lo slogan con cui Enrico Letta ha presentato la legge di Stabilità 2014: “Niente tasse e niente tagli”. Vediamo chi sarà a pagare il conto della manovra che per il 2014 vale 11,6 miliardi di euro.

CUNEO E TASSE. D’accordo, ci sarà l’intervento sul cuneo fiscale, per i lavoratori nel 2014 vale 1,5 miliardi di euro: sono esclusi dalla riduzione delle tasse in busta paga quelli con un reddito sopra ai 55 mila euro, per gli altri il beneficio si dovrebbe aggirare tra i 100 e i 185 euro all’anno. Meglio di niente. Basta poco a mangiare la mancia fiscale: tra gli interventi di copertura c’è una riduzione delle detrazioni che vale 500 milioni di euro. Finora si poteva detrarre dall’Irpef l’imposta sul reddito delle persone fisiche, il 19 per cento di varie spese, come quelle mediche (visite, medicinali, interventi), le rette universitarie e gli interessi dei mutui sulla prima casa. Lo sconto fiscale scenderà, già per il 2013, dal 19 al 18, e poi andrà al 17. Niente di drammatico, ma si somma a una serie di altri balzelli molto poco progressivi (cioè che colpiscono ugualmente redditi bassi e redditi alti): la patrimoniale sul conto titoli passa dallo 0,15 per cento allo 0,2. E compare una bizzarra imposta di bollo da 16 euro per le comunicazioni trasmesse on line alla Pubblica amministrazione.

CARA CASA. Avete esultato per l’abolizione dell’Imu sulla prima casa? Attenzione: in teoria quella per il 2013 non si pagherà (anche se ci sono dubbi sulle coperture per la prima rata da 2 miliardi ed è misteriosa quella per la seconda da altri 2,4).

Dal 2014 cambia l’approccio: non una patrimoniale sull’immobile, come l’Imu, ma una imposta legata ai servizi erogati dal Comune. La Trise, scomposta in due parti: Tari (che poi diventerà Tarip) è legata ai rifiuti prodotti, la Tasi ai servizi indivisibili, come strade e illuminazione stradale, e dovrebbe avere come aliquota base l’1 per mille.

Non è chiaro, però, quale sarà il conto finale, i Comuni possono decidere di spalmare parte del-l’onere delle prime case sulle seconde. Ma le simulazioni del Sole 24 Ore sono interessanti: prendendo un appartamento da 100 metri quadri in una zona residenziale. Se è un’abitazione principale, nel 2012 il proprietario pagava nel 2012 737 euro tra Tares e Imu, nel 2013 grazie all’azzeramento dell’Imu il fisco chiederà 390 euro e nel 2014 535. Se per sventura avete una casa affittata, invece, il conto del 2014 sarà di 2.388 euro contro i 2.141 del 2012 e i 2.070 del 2013. Insomma, il prossimo anno pagherete 300 euro in più di quest’anno (se la casa è sfitta quasi 200).

PENSIONI. Sulle pensioni il governo Letta si esercita in una sorta di paso doble. Da un lato stanzia alcune milioni di euro per risarcire i cosiddetti pensionati “d’oro” – sopra i 90 mila euro – dopo che la Corte costituzionale ha bocciato il contributo di solidarietà inventato dagli esecutivi Berlusconi e Monti. Dall’altro istituisce una nuova tassazione ad hoc per le pensioni alte: il prelievo sarà del 5 per cento tra i 100 e i 150 mila euro, del 10 fino a 200 mila e del 15 oltre questa soglia. Perché la Consulta non dovrebbe bocciarlo ancora? Secondo il sottosegretario Carlo Dell’Aringa: “Stavolta facciamo apparire il contributo non tanto in una natura tributaria, che ci era stata criticata, quanto nella sua natura di contributo di solidarietà”. Scettico il montiano Giuliano Cazzola: “È uguale alla legge che hanno già bocciato”. Intanto i soldi si incassano: poi si vede. Viene anche prorogato per i prossimi tre anni il blocco del-l’adeguamento all’inflazione per le pensioni oltre i 3.000 euro al mese, mentre dai 1.500 euro lordi in su l’indicizzazione viene confermata parziale. Va anche citato un altro dei tagli proposti da Enrico Letta: basta con l’assegno di accompagnamento per quei disabili che hanno oltre 65 anni e dichiarano un reddito di 40 mila euro lordi (70 mila se coniugati). Questo tipo di interventi è quasi una tradizione nelle ultime Finanziarie: dal 2010 i governi provano in vari modi a tagliare le provvidenze per la disabilità, anche se poi in genere ci ripensano.

STATALI. Anche nel 2014 i contratti pubblici saranno bloccati e pure senza la cosiddetta indennità di vacanza. È il quinto anno consecutivo che succede. “L’avevamo già deciso ad agosto”, ha sostenuto il ministro competente Gianpiero D’Alia. È tanto vero che quei soldi erano già a bilancio per l’anno prossimo e non figurano tra le coperture del decreto. Che significa per uno statale non vedersi rinnovato il contratto dal biennio 2008-2009? Questi i conti del sindacato Usb, che anche su questo tema ha indotto uno sciopero generale per domani: uno stipendio che nel 2009 era di 23.907 euro lordi, in cinque anni – calcolando un’inflazione al 2,5 per cento – ha lasciato per strada 9.259 euro in tutto e oltre tremila euro di stipendio annuo lordo. Soldi che non torneranno mai più nelle tasche dei lavoratori: quel taglio si aggraverà con gli anni pesando sui successivi scatti di stipendio e sui contributi pensionistici versati. Lo si capisce anche dai numeri ufficiali: a stare alle tabelle (e previsioni) Istat, l’effetto di cinque anni di stipendio bloccato è una perdita cumulata di potere d’acquisto fino a 9 punti percentuali. Basti guardare ai risparmi per lo Stato cumulati nel quinquennio: secondo Aran ammontano a 11,5 miliardi. Questo, peraltro, in un lasso di tempo in cui il personale della P.A. continua a diminuire: per effetto del blocco del turn over – parzialmente prorogato anche dalla manovra del governo Letta – si può calcolare che tra il 2007 e il 2017 sarà calato di 460mila unità circa (siamo già ora a trecentomila).

Da Il Fatto Quotidiano del 17/10/2013 Di Stefano Feltri e Marco Palombi

A questo si aggiunge il taglio del 10% sugli straordinari e la rateizzazione del tfr per chi va in pensione: mancano i licenziamenti di massa per essere in piena “cura greca”.

Ma mi faccia il piacere (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 14/10/2013. Marco Travaglio attualità

Twitter. “Segnalerò quindi i fatti principali cercando di darne un’interpretazione in linguaggio ‘Twitter’” (Eugenio Scalfari, la Repubblica , 13-10). Segue un tweet di 11.700 caratteri. Ma non erano 140? Gli Antipapi. “Questo Papa non ci piace” (Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, Il Foglio, 9-10). Grazie, mo’ me lo segno. Idee chiare. “L’unità del popolo che ama la Costituzione è un valore da preservare” (Gianni Cuperlo, candidato alla segreteria Pd, l’Unità, 12-10). Per questo il Pd al corteo per la Costituzione non c’era. Alemagno. “Lascio il Pd, per rifare la destra” (Gianni Alemanno, Libero, 9-10). “Alemanno indagato per finanziamento illecito” (dai giornali dell’11-10). Ecco, ora ha le carte in regola.

Diarchia. “Berlusconi: gestione collegiale del Pdl” (La Stampa, 11-10). Lui e Dudù.

Zero zero zero. “Fitto contro Alfano: ‘Azzeriamo i vertici del Pdl’” (Raffaele Fitto, Pdl, dai giornali del 9-10). Più zero ancora di Alfano?

Crollo. “Crollo senza fine di Ingroia: indagato per fuga di notizie” (il Giornale, 9-10). In effetti un’indagine per violazione del segreto su denuncia di Bernardo Provenzano è un bel crollo. Per non crollare,dovrebbe avere almeno una condanna definitiva per frode fiscale, due in primo grado per rivelazione di segreti e per concussione e prostituzione minorile, un processo per corruzione di senatori, uno per corruzione di testimoni e uno per induzione alla falsa testimonianza.

Igiene intima. “Napolitano: necessario rinnovare la Carta” (Corriere , 12-10). Troppo ruvida?

Voce del verbo violare. “Non si usi la Costituzione per fare un altro partitino” (Luciano Violante, l’Unità, 11-10). Se no il partitone non riesce a distruggerla.

La grande Smuraglia. “La Costituzione non si difende manifestando” (Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi, Corriere della sera, 11-10). Giusto, meglio difenderla nascondendosi.

Addio Monti. “O il governo fa le riforme o non ci interessa più farne parte” (Mario Monti, la Repubblica, 11-10). Brrr, che paura.

Riflessi pronti. “Il Quirinale sul Vajont: la strage conseguenza di precise colpe umane” (Corriere , 10-10). “Napolitano: non fu fatalità” (l’Unità, 10-10). Caspita, che perspicacia il Presidente. Capace che un giorno, fra 50 dica lo stesso della trattativa Stato-mafia. Ma con calma.

Smemory card. “Brunetta: ‘Il Pd scorda l’amnistia del 1990 che salvò il Pci per l’oro di Mosca. Fu un furto con destrezza. Così imbrogliarono gli italiani, ci lavorò anche la Finocchiaro’” (il Giornale, 10-10). Deve averglielo ricordato Berlusconi, che si salvò dal suo processo per falsa testimonianza sulla P2. Il primo reato non si scorda mai.

Il mandante. “Cinque anni fa, quando fu varato un indulto… lo spauracchio agitato sul futuro della democrazia era Previti: Previti restò dov’era, in un comodo domicilio e nessuno ne ha più sentito parlare. Gridavano che il processo all’Eternitsarebbe stato insabbiato: si è tenuto ed è finito come doveva” (Adriano Sofri, la Repubblica, 9-10). L’indulto era del 2006, dunque di oltre sette anni fa, non cinque. Previti, che stava ai domiciliari, con quello sconto di pena ritrovò la libertà ai servizi sociali. I condannati dell’Eternit non usufruirono dell’indulto solo perchè si scoprirono nuovi reati commessi successivamente “in continuazione” ai precedenti. In compenso ne usufruì un certo Adriano Sofri, condannato come mandante del delitto Calabresi e liberato nel 2013 con tre anni di anticipo, dunque comprensibilmente favorevole.

Gli esperti. “Qualcuno salvi l’antimafia. Tutti sanno che ‘la Juve è una bomba’, ma se lo dice Riina è un indizio” (il Foglio, 10-10). In effetti, è tutto chiaro: quando parla di bombe, com’è noto, Riina sta commentando l’ultima giornata di campionato. Non vedenti. “Chiude ‘VeDrò’, il pensatoio del premier Letta” (il Giornale, 12-10). Ora si chiama “Non Vedevo”.

Medaglie (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 13/10/2013. Marco Travaglio attualità

Ieri mattina, a leggere gli organi di partito, cioè quasi tutti i giornali italiani, il Fatto Quotidiano risultava, nell’ordine: un’accozzaglia di “somari”, il nuovo “organo del Pd” e un quotidiano che “ignora la morale”. Le tre simpatiche medaglie arrivano, nell’ordine: da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, house organ dell’inciucio Alfetta; dal blog di Grillo, per la penna di tal Tinazzi; e dal “filosofo” Massimo Adinolfi sulla fu Unità, foglio d’ordini del Pd che un giorno sì e l’altro pure ci dipinge come l’organo ufficiale dei 5Stelle. Tutti questi signori, non essendo abituati alla libertà d’informazione e di pensiero, non possono nemmeno immaginare che esista un giornale senza padroni né partiti presi, che giudica di volta in volta le forze politiche elogiandole quando dicono o fanno qualcosa di buono e criticandole nel caso contrario. Essendo intruppati e irreggimentati, intruppano e irreggimentano gli altri. E non si accorgono che, continuando ad attribuirci padroni di destra, di centro, di sinistra, di sopra e di sotto, non fanno che esaltare la nostra assoluta libertà e indipendenza. Prendiamo Panebianco: fa parte della commissione dei 35 “saggi” (più 7) nominati da Letta Nipote e Napolitano per riscrivere la seconda parte della Costituzione, ma si guarda bene dal ricordarlo a suoi lettori, mentre difende pro domo sua il lavoro dei saggi, cioè di se stesso, citando Violante (altro “saggio”) e diffamando chi non è d’accordo con lui e ha promosso la manifestazione di ieri a Roma. Che, a suo dire, non si proponeva l’obiettivo disinteressato di difendere la Costituzione, ma quello interessato di “creare un altro (l’ennesimo) partitino politico”. Siccome poi il nostro giornale ha raccolto 440 mila firme di cittadini informati contro lo scassinamento dell’art. 138 e contro i progetti presidenzialisti, che in Italia hanno come padre nobile Licio Gelli, il cripto-saggio Panebianco, scrive che chi tira fuori la P2 è “un somaro patentato”. E aggiunge che i giornali (compreso il Corriere , cioè il suo) che si sono permessi di dare una notizia vera – cioè l’indagine della Procura di Bari su alcuni baroni universitari, fra cui cinque “saggi”, per aver truccato concorsi – non l’hanno fatto per informare i propri lettori, ma per una “squallida operazione mediatica di ‘character assassination’” per colpire “l’onorabilità di persone perbene” e “delegittimare l’attività del gruppo di lavoro” di cui fa parte anche lui, anche se preferisce non dirlo. Poi c’è il mini-post del blog di Grillo, che non contesta una riga di quanto abbiamo scritto sul grave errore di Grillo e Casaleggio a proposito dell’emendamento dei 5Stelle che impone l’abrogazione del reato di clandestinità. Però scrive che il Fatto “ha sostituito l’Unità come organo del Pd (menoelle, ndr)”, insomma è un giornale di “falsi amici”, da “non acquistare”, come fa l’estensore della pregiata prosa, che rivela di non leggere “nulla” (e si vede). È la tipica abitudine partitocratica di classificare i giornali non per quello che scrivono, ma per il loro grado di “amicizia” a questa o quella forza politica. Quindi confermiamo: noi non siamo “amici” né veri né falsi di nessuno: quando qualcuno sostiene le nostre battaglie, lo sosteniamo; quando qualcuno fa o dice cazzate, lo combattiamo. Ora sarebbe divertente chiedere al Pd (meno elle) che cosa ne dica di avere come organo ufficiale il Fatto , che ha svelato per primo gli scandali del Montepaschi e dello strano conto aperto da Bersani e dalla sua segretaria ora indagata. A proposito: sul (vero) organo ufficiale del Pd, il “filosofo” Adinolfi torna ad avventurarsi pericolosamente sul terreno a lui totalmente sconosciuto – quello del diritto – a proposito dell’indulto. Fra citazioni di Catone, di Platone e – Dio lo perdoni – del Vangelo, ripete il ritornello “meglio un colpevole fuori che un innocente dentro”, purtroppo non attribuibile né a Catone, né a Platone, né al Vangelo.

Ma purtroppo è totalmente estraneo al tema dell’indulto, che è uno sconto sulle pene derivanti da condanne definitive, dunque non riguarda un solo innocente: solo colpevoli. Adinolfi, povero tapino, ci era già cascato l’altro giorno, quando lacrimava sui “poveri cristi” in custodia cautelare: con l’indulto non ne uscirà neppure mezzo, visto che si applica solo ai condannati definitivi. Lo sventurato conclude che “la proposta Manconi esclude la cumulabilità dell’indulto” e questa sarebbe la prova che Berlusconi non c’entra. Ora, la proposta Manconi si avvale, al momento, di un solo voto (quello di Manconi), mentre i provvedimenti di clemenza richiedono la maggioranza parlamentare dei due terzi. Ma soprattutto la non cumulabilità dell’indulto può al massimo escludere che Berlusconi possa usufruirne per la condanna Mediaset, già decurtata di tre anni dall’indulto del 2006; il Cavaliere potrà invece spendere il nuovo bonus per tutte le condanne che dovessero piovergli sul capo nei processi Ruby, Ruby-ter, De Gregorio, Tarantini e così via, visto che non risultano esclusi da alcuna proposta allo studio i reati di concussione, corruzione, corruzione giudiziaria e induzione alla falsa testimonianza. Ma questi, forse, sono concetti troppi complicati per un filosofo. Il quale, fra l’altro, deve soffrire di uno sdoppiamento della personalità. Ancora ieri, infatti, irrideva al principio del “chi sbaglia paga”, considerato “reazionario” oltreché contrario all’insegnamento di Platone, di Benjamin e del Vangelo, al punto da indurre l’Adinolfi a promettermi “in lettura qualche libro di dottrine morali per ampliar(mi) gli orizzonti”. Chissà se è lo stesso Massimo Adinolfi che un mese fa, il 7 agosto 2013, prima di ricevere le nuove disposizioni di Napolitano e dunque del Pd su amnistia e indulto, scriveva sull’Unità: “Quanto poi alla funzione della pena, Beccaria spiegava che ‘il far vedere agli uomini che si possono perdonare i delitti, o che la pena non ne è la necessaria conseguenza, è un fomentare la lusinga dell’impunità, è un far credere che potendosi perdonare, le condanne non perdonate sian piuttosto violenze della forza, che emanazioni della giustizia’. Il principio è chiaro, ed è un principio di giustizia: se le pene possono essere cancellate dopo che sono state comminate, allora è perché s’intende che provenivano non dalla fonte legittima del diritto, ma dall’esercizio discrezionale e violento di un potere”. E ancora: “Ma nessuno è innocente per definizione; nessuno è al di sopra della legge. E perfino nell’ipotesi che Silvio Berlusconi sia stato vittima di un terribile errore giudiziario, perfino in questo caso dovrebbero i maggiorenti del Pdl, dovrebbe il Cavaliere prima di tutti considerare più alto il valore dei principi liberali del nostro ordinamento che non la sua conclusa vicenda giudiziaria, dopo il vaglio di dozzine di magistrati”. Ergo “bisogna difendere regole del diritto e certezza della pena prima di ogni altra cosa”. Niente Benjamin, niente Platone, niente Vangelo, quella volta. Poi è giunto il contrordine di scuderia e tutti gli Adinolfi si son messi sull’attenti. Infatti l’altro giorno il poverino scriveva: “Travaglio sarebbe in grado di tirare in ballo Berlusconi anche in caso di collisione di un meteorite sulla Terra: tutti scappano, vuoi vedere che il meteorite è precipitato per consentire a Berlusconi di farla franca?”. Ma c’è un equivoco: non siamo noi che, se cade un meteorite, pensiamo che sia caduto perché Berlusconi la faccia franca. Sono loro che la fanno fare franca a Berlusconi e poi dicono che è stato un meteorite.

La legge Grillo-Casaleggio (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150Da Il Fatto Quotidiano del 12/10/2013 Marco Travaglio attualità

Nella politica italiana si fronteggiano ormai due modelli: da un lato quello fin troppo elastico dei vecchi partiti, che se ne fregano dei loro elettori e fanno il contrario di quello che han promesso in campagna elettorale perché tanto, poi, in qualche modo, i voti li raccattano lo stesso; dall’altro quello fin troppo rigido del Movimento 5Stelle, ossessionato dal “programma” e dal rapporto fiduciario con gli elettori, al punto che Grillo e Casaleggio scomunicano i parlamentari M5S per aver presentato l’emendamento che cancella il reato di clandestinità, solo perché non è previsto dal programma e non è stato sottoposto preventivamente al vaglio della Rete. Intendiamoci, la fedeltà agli elettori e agli impegni presi con loro è un valore: si chiama coerenza e trasparenza. Molto bene fecero Grillo e Casaleggio a far scegliere dagli iscritti al portale (magari pochi, ma liberi) i candidati per il Quirinale. E molto bene fanno a richiamare gli eletti all’impegno di non fare da stampella a governi altrui con maggioranze variabili peraltro non richieste da nessuno. E molto male fece il Pd a far scegliere il candidato per il Quirinale a Berlusconi (prima Marini, poi Napolitano), impallinando Prodi e scartando a priori Rodotà, e poi ad allearsi col Caimano al-l’insaputa, anzi contro la volontà degli elettori: in Germania, prima di dar vita alla Grosse Koalition con la Merkel, l’Spd ha promosso un referendum fra coloro che le hanno appena dato il voto. Ma questo vale per le scelte strategiche, compatibili con tempi medio-lunghi. Per le altre, agli elettori non si può dire tutto prima.

Ci sono emergenze e urgenze che nascono sul momento (in Parlamento bisogna votare a getto continuo sì o no a questo o quel provvedimento) e richiedono risposte fulminee, incompatibili con la consultazione dei sacri testi e del Sacro Web. L’altra sera, a Servizio Pubblico, Rodotà faceva notare come in Parlamento occorra cogliere l’attimo, sfruttare una situazione favorevole che si presenta lì, in quel momento, e poi forse mai più, e bisogna afferrare il treno per la coda prima che passi. Perciò l’altro giorno i parlamentari 5Stelle hanno fatto benissimo a rilanciare una proposta già contenuta nel loro “piano carceri” estivo – quella di abrogare il reato di clandestinità – trasformandola in un emendamento che quel giorno, in quell’ora, aveva buone possibilità di passare. E così è stato: hanno colto alla sprovvista il governo, il Pd e Sel e li hanno costretti a votare con loro: il primo vero e concreto successo parlamentare di M5S, la prima proposta pentastellata a ottenere la maggioranza. Cosa che non sarebbe accaduta se si fosse rinviato tutto di qualche giorno per avviare le complicate procedure di consultazione popolare.

Grillo e Casaleggio contestano sia il metodo sia il merito della proposta, convinti che, inserendo l’abrogazione del reato di clandestinità nel programma elettorale, “il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico”. Ma, così dicendo, denotano una profonda disinformazione in materia (dimostrata anche dall’assenza di qualunque proposta, nel famoso programma, sul tema della clandestinità). È vero che quel reato è previsto anche in altri paesi europei, sia pure in forme e con applicazioni diverse da quelle dello sciagurato pacchetto Maroni. Ed è vero che l’immigrazione clandestina non può e non dev’essere lecita: nessuno Stato sovrano può tollerare che circolino indisturbate sul suo territorio persone senza un’identità certa. Ma non tutto ciò che è e dev’essere proibito può esserlo per le vie penali. Esistono anche sanzioni amministrative che, quando funzionano, sono altrettanto o addirittura più efficaci. I clandestini non vanno inquisiti e processati per il solo fatto di trovarsi in Italia (quando commettono delitti invece sì, come gli italiani): vanno semplicemente identificati e poi espulsi dalle forze di polizia.

Ma con un distinguo: nel gran calderone dei “clandestini” in Italia sono compresi non solo gli immigrati che arrivano apposta per delinquere o vagabondare; ma anche gli onesti lavoratori che non riescono a ottenere il permesso di soggiorno perché la Bossi-Fini impedisce loro di regolarizzarsi. Una legge seria dovrebbe distinguerli nettamente: cioè agevolare le procedure di identificazione ed espulsione dei primi (con i mezzi necessari, visto che le questure non hanno soldi neppure per la benzina delle volanti, figurarsi per pagare il biglietto aereo ai rimpatriandi); e quelle di regolarizzazione dei secondi. Poi ci sono i profughi, come gli ultimi sbarcati a Lampedusa, che hanno tutto il diritto di ottenere l’asilo in quanto fuggono da guerre e persecuzioni politiche. Né la Bossi-Fini, né peraltro la precedente Turco-Napolitano, hanno mai aiutato a sciogliere questi dilemmi. Ma tantomeno l’ha fatto il pacchetto Maroni: da quando l’immigrazione clandestina è un reato e non più un’infrazione amministrativa, le presenze di clandestini “veri” in Italia non sono diminuite di una sola unità, anzi han continuato ad aumentare. Chi fugge per disperazione dal suo paese non si lascia certo intimidire da un reato finto, che non prevede il carcere né prima né dopo la condanna e finisce quasi sempre in prescrizione, o al massimo con una multa di qualche migliaio di euro che il condannato non può (o finge di non poter) pagare, visto che non lavora o lavora in nero o delinque. L’unico risultato è l’ulteriore intasamento dei tribunali, già oberati di arretrati spaventosi, con costi spropositati e risultati zero. Grillo (che ha sposato un’iraniana) e Casaleggio non sono né razzisti né xenofobi, come s’è affrettata a scrivere la stampa di regime: semplicemente, essendo abituati al contatto con la gente, conoscono bene i sentimenti profondi e inconfessabili che animano milioni di italiani costretti a una vergognosa guerra tra poveri da una politica inetta e distante. E temono di veder equiparato il loro movimento ai partiti che chiacchierano in tv, piangono ai funerali e non fanno nulla. Ma, sulla clandestinità, i due capi dei 5Stelle hanno perso un’occasione per tacere. Invece di scomunicare i loro bravi parlamentari, dovrebbero elogiarli per il servigio reso all’Italia, e poi fermarsi a ragionare a mente fredda, interpellando qualche esperto della materia, per riempire il vuoto programmatico su un tema cruciale come questo. Con proposte serie e anche severe: non è scritto da nessuna parte che abolire il reato di clandestinità implichi l’iscrizione automatica nel partito dei buonisti, delle anime belle che negano il problema della clandestinità, spesso collegata alla criminalità. I 5Stelle hanno ancora la credibilità per fare proposte, a differenza dei vecchi i partiti che pontificano sull’un fronte e sull’altro, responsabili unici del disastro di oggi, avendo sempre oscillato fra le sparate xenofobe contro i “bingo bongo” da respingere in mare a cannonate e le geremiadi piagnucolose e generiche del-l’“accoglienza” e dell’“integrazione” (che, con la loro inconcludenza, seminano anch’esse razzismo a piene mani). Quindi continuino a insistere per l’abrogazione del reato di clandestinità e di buona parte della Bossi-Fini, e poi propongano con che cosa sostituirle: a partire da un piano straordinario di controlli preventivi e repressivi efficaci, dotando dei mezzi necessari le forze dell’ordine. E la smettano di vergognarsi dei propri successi.

Ma mi faccia il piacere (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 07/10/2013. Marco Travaglio attualità

Teste. “Alfano chiede la testa di Sallusti” (Huffington Post, 3-10). Così finalmente ne avrà una.

Abroghiamoli/1. “La legge Bossi-Fini è fondata sulla paura, bisogna abrogarla” (Guglielmo Epifani, segretario del Pd, 4-10). Il centrosinistra ha avuto la maggioranza parlamentare per due anni, dal 2006 al 2008, ma non sfiorò nemmeno la Bossi-Fini, come del resto nessuna delle leggi vergogna berlusconiane. E ora viene a dire a noi che bisogna abrogarla. Ma abrogatevi da soli.

Abroghiamoli/2 . “La faccia della Kyenge porta parecchi immigrati in più. Scegliere un ministro nero è uno stimolo all’immigrazione” (Gianluca Pini, Lega Nord, 4-10). Quindi, per analogia, quando governavano i leghisti abbiamo importato carrettate di fessi.

Abroghiamoli/3. “Napolitano: ‘Subito leggi per profughi e richiedenti asilo’” (la Repubblica, 5-10). Il presidente della Repubblica nel 2009 firmò la legge Maroni sul reato di clandestinità. Ma ora Napolitano prende nettamente le distanze dal suo predecessore.

Verdini di rabbia. “Vai via subito da casa mia” (Francesca Pascale a Denis Verdini, la Repubblica, 4-10). Mi scusi, signorina, ma ero qui anch’io per i domiciliari.

L’uomo del futuro. “Per Silvio non c’è futuro politico” (Pierferdinando Casini, la Repubblica, 4-10). Ha parlato zero virgola.

Rotondità. “Alfano l’ho sempre paragonato a Forlani: perbene e simpatico come lui” (Gianfranco Rotondi, Libero, 4-10). Gli manca solo la condanna per tangenti, ma si farà.

Passerà. “Sto raccogliendo tante idee con tanta gente in gamba. Partiamo dai contenuti e dalle cose urgenti da fare, quale sarà il contenitore poi lo vedremo. E’ un programma politico, un progetto coraggioso con cui sto lavorando ogni giorno con un gruppo di persone di qualità e passione che tengono al Paese e credono nella possibilità che riparta” (Corrado Passera, Panorama, 4-10). Poveretto, come s’offre.

La scoperta. “Basta autoritarismo nel partito” (Fabrizio Cicchitto, parlamentare da 37 anni, berlusconiano da 17, La Stampa, 4-10). Che riflessi pronti, il ragazzo. Fantascienza . “Fece cadere Prodi con un bluff: frana il teorema di De Magistris. La Cassazione demolisce l’inchiesta Why Not” (il Giornale, 4-10). Questo De Magistris è un vero portento: da Catanzaro, dove lavorava come pm, fece cadere Prodi con l’arresto della moglie di Mastella disposto dai giudici di Santa Maria Capua Vetere. Che fosse ubiquo?

Casa Scajola, 1213° episodio. “Non abito più in quella casa, sto provando a venderla, ma chi si avvicina e capisce di che casa si tratta scappa via” (Claudio Scajola, Corriere della sera, 1-10). Probabile che l’abbia già venduta a sua insaputa. Chi intervista chi. Eugenio Scalfari: “Lei ha una vocazione mistica?”. Papa Francesco: “A lei che cosa le sembra?”. Eugenio Scalfari: “A me sembra di no” (la Repubblica, 1-10). Non si era mai visto un papa che intervista un giornalista.

Banalitano. “Quel che sarebbe stato riferito al senatore Silvio Berlusconi circa le vicende della sentenza sul Lodo Mondadori è semplicemente un’altra delirante invenzione volgarmente diffamatoria nei confronti del Capo dello Stato” (comunicato ufficiale del Quirinale, 30-9). Ed è per questo che il capo dello Stato è stato ben felice di farsi rieleggere con i voti determinanti del senatore Silvio Berlusconi e di riportarlo per l’ennesima volta nella maggioranza di governo. Disastro più disastro meno. “Ma siamo sicuri che Berlusconi all’ultimo non ci ripensi e non faccia marcia indietro? Sarebbe un disastro” (Enrico Letta, presidente del Consiglio, la Repubblica, 1-10). Talmente disastro che, quando s’è verificato, Enrico Letta non ha fatto una piega.

Errori di Stumpo. Io un altro governo con Berlusconi non lo voto neanche se lo presiede mia madre” (Nico Stumpo, Pd, la Repubblica, 1-10). Se invece lo presiede il nipote di Gianni Letta, sì. Infatti l’ha rivotato. Angelino Angelucci. “I lettori di Libero stanno con Alfano” (Libero, 1-10). Allora è vero che sono quattro gatti.

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