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Come le multinazionali governano il mondo – L’esempio della Nestlé(preso dal documentario di Karl Otrok “We feed the World”)


Redazione
Pezzi presi dal ducumentario di Carl Otrok “We feed the World
la Nestlè è la più grossa multinazionale alimentare del mondo, 276.000 addetti per un fatturato di 65 miliardi di dollari, questi colossi si muovono sul meccanismo spietato del mercato sotto la spinta degli investitori, tendono ad espandersi anche se non c’è una richiesta così forte del a livello mondiale dei loro prodotti con quello che ne consegue che spingono la crescita dei consumi all’eccesso in mercati dove non c’è la necessità o come nel caso dell’acqua il loro intervento in Africa ha aumentato il costo dell’acqua perchè trattata e rivenduta da una azienda privata il che fa aumentare i costi e ne riduce l’accessibilità alle popolazioni .
mercato dell’acqua e dei profitti
Come fa notare Carl Otrok il vero scopo e massimizzare il profitto, attraverso la pubblicità danno un immagine naturale ai loro prodotti come se fossero presi direttamente dai campi(e questo attira la gente)
in realtà come dice lo stesso Presidente della Nestlè il loro prodotti sono sempre elaborati anche se nel caso del biologico in modo corretto.
pezzo del documentario Intervista al Presidente delle Nestlè

Lo spettacolo inguardabile di un Paese in default(Beppe Grillo)

Da Cadoinpiedi.it Beppe Grillo 21/01/2012

Nel momento che precede il default economico rivediamo i nostri anni passati con Andreotti, Craxi, Forlani, e poi Berlusconi, D’Alema, Mastella come una visione lontana. Il finale che ci aspetta sarà il ‘sogno di una notte di una mezza nazione’
Nell’attimo fatale tutta la vita ti passa davanti. Vedi fotogrammi di volti e di eventi in successione vertiginosa. Ora, nel momento che precede il default economico (quello sociale è già avvenuto), negli ultimi istanti della seconda Repubblica, rivediamo i nostri anni passati con Andreotti, Craxi, Forlani, e poi Berlusconi, D’Alema, Mastella come una visione lontana, che non ci riguarda. Il sogno di una notte di una mezza nazione. Il finale che ci aspetta sarà identico a quello dell’opera di Shakespeare “Una notte di mezza estate”. L’ultimo attore che entrerà in scena ci dirà che se non abbiamo gradito lo spettacolo, potremo far finta di aver dormito per tutto il tempo. Considerare 150 anni di Storia come il prodotto dei nostri sogni. Lo spettacolo è stato inguardabile e noi dormivamo. Oh, se dormivamo.

Usa, Harrington svela gli inganni delle agenzie di rating


Redazione
Gli Stati Uniti per certi versi un paese affascinante ma forse dove ci sono degli eccessi di democrazia che portano i loro mercati finanziari(Wall Street a essere una sorta di centri del gioco d’azzardo
Dalla redazione del Fatto Qiotidiano.it 23/08/2011 Autore Matteo Cavallito
Inaffidabili nella migliore delle ipotesi, distruttive nel peggiore dei casi. La confessione pubblica dell’ex vicepresidente di Moody’s giunge in uno dei momenti più critici nella storia di questi arbitri del mercato. Mai come oggi nell’occhio del ciclone
“Mi chiamo William J. Harrington, sono stato impiegato da Moody’s Investor Service (Moody’s) come analista nella divisione derivati dal giugno del 1999 fino alle mie dimissioni del luglio 2010. Nel 2006 sono stato nominato vice presidente senior, il titolo più elevato cui un analista puro possa aspirare”. Inizia così la “confessione” aperta dell’uomo che promette di diventare il più interessante insider d’America. La gola profonda, ma non anonima, che tutti si attendevano in un momento chiave: con la Sec impegnata a disegnare le nuove regole di disciplina delle agenzie di rating nel momento di massima collera collettiva nei confronti di queste ultime. Un astio emerso già all’alba della crisi ma ora divenuto pressoché incontrollabile su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Corrotte da un peccato originale, il conflitto di interesse, intrinseco alla loro stessa struttura, chiamate “a far felice il cliente” nonostante sia quest’ultimo a chiedere loro un giudizio “obiettivo”. Insomma, inaffidabili nella migliore delle ipotesi, distruttive nel peggiore dei casi. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, nel panorama delle critiche sul ruolo e il potere di queste agenzie. Se non fosse, particolare non da poco, che ad esprimersi in questo modo è uno che le agenzie le conosce fin troppo bene. Harrington, 11 anni di esperienza nelle file di Moody’s, è un insider di primissimo livello. Nel corso della sua carriera, l’ex vice presidente ha maturato una notevole esperienza nel campo dei prodotti strutturati. Titoli derivati conosciuti con l’espressione generica di asset backed securities, dove le Securities in questione sono i famigerati Cdo’s (Collateralized debt obligations) o simili, e gli asset da cui sono “backed”, i collaterali insomma, non sono altro che i crediti a rischio insolvenza. Ovvero i mutui subprime, gli agenti patogeni primari della più colossale crisi finanziaria del dopoguerra.

Una crisi, spiega Harrington in un report pubblico sottoposto alla Sec lo scorso 8 agosto, ma emerso solo nei giorni scorsi grazie all’attenta analisi di Business Insider, che la stessa Moody’s aveva previsto in anticipo pur affermando, in via ufficiale, l’esatto contrario. Non stupisce, dunque, che la stessa agenzia avesse preteso, come spiega il suo numero due, di essere pagata in anticipo dai suoi clienti (gli emittenti dei prodotti derivati che la stessa era chiamata a valutare) a prescindere dai risultati finanziari, ovvero dall’eventuale fallimento dei prodotti stessi e, conseguentemente, della credibilità stessa dei giudizi.

La vicenda, in realtà, appare piuttosto semplice. Le agenzie, spiega Harrington, devono dare giudizi obiettivi ma anche, ed è questo il punto, fare contenti i propri clienti. Per questo le valutazioni tendono spesso ad essere eccessivamente positive. Non mancano i dissidi, certo, peccato però che gli analisti scettici tendano ad essere bollati come “molesti” (troublesome) subendo di conseguenza vari tipi di pressione. Un esempio su tutti: quando un analista sollevava dubbi sulla bontà di un prodotto, i suoi superiori si affrettavano a comunicarlo direttamente al cliente facendo sì che quest’ultimo si mobilitasse per cercare di far cambiare idea al loro collega. Nei mesi del boom immobiliare si intensificarono le assunzioni di analisti giovani e inesperti, persone del tutto inadatte a giudicare con precisione il valore reale dei titoli ma al tempo stesso candidati ideali per un processo di auto convincimento collettivo che avrebbe permesso all’agenzia di raggiungere il suo obiettivo: la soddisfazione del cliente. Una verità scomoda che la stessa Moody’s continua a negare. Secondo Harrington, alcuni dipendenti dell’agenzia avrebbero mentito pubblicamente una volta chiamati a testimoniare di fronte alla commissione governativa che indagava sul collasso finanziario e sulle responsabilità degli analisti.

La credibilità dei giudizi sui titoli “tossici” espresso da un’altra agenzia del settore, Standard & Poor’s, è finita in questi giorni sotto inchiesta su iniziativa della Sec, la stessa commissione di controllo impegnata oggi a studiare nuove regole per disciplinare l’attività degli arbitri del mercato. Ma proprio queste nuove regole – rapporti sui controlli interni, protezione dai conflitti di interesse (il come non è specificato), pubblicazione di relazioni dettagliate sui metodi di analisi utilizzati – non sembrerebbero secondo Harrington minimamente efficaci. E’ la struttura stessa delle agenzie, in altre parole, a rendere queste ultime del tutto inaffidabili. E fintantoché saranno gli emittenti dei titoli a stipendiare i loro giudici, difficilmente questi ultimi potranno essere giudicati attendibili. Un ragionamento talmente ovvio da suggerire una riforma autenticamente radicale piuttosto che una semplice stretta sulla regolamentazione. Resta da capire, ora, se la Sec avrà davvero il coraggio e soprattutto la forza per andare a fondo in questa direzione.

Nestlè e il mercato dell’acqua: dei profitti sulla sete


preso da
http://www.alepalma67.com/acqua.htm
La privatizzazione dell’acqua-soluzione per i poveri?
Ad oggi, un quinto della popolazione mondiale non ha accesso all’acqua potabile. Più della meta dei letti d’ospedale del pianeta sono occupati da delle persone che soffrono da malattie propagate dall’acqua. Ogni anno, più di 2 milioni di bambini – 6000 al giorno – muoiono dalle sue infezioni. Le Nazioni Unite prevedono che nel 2025 i due terzi del pianeta vivranno in regioni con penurie d’acqua. Però, di fronte a questi giganteschi bisogni d’acqua pulita e potabile, gli investitori privati e le multinazionali attive nel trattamento delle acque richiamano alla privatizzazione delle sorgenti e delle reti di distribuzione dell’acqua. E proprio nel quadro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e dell’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (AGCS) che è organizzata la privatizzazione dei settori mondiali dell’acqua, con il sostegno attivo dell’Unione Europea. Una propaganda incessante appare nei media e vanta i meriti di una tale privatizzazione. Così, esempio tipico di questa argomentazione, la rivista «The Economist» dichiara che è aumentando il prezzo dell’acqua che la sua distribuzione può essere migliorata nei paesi del sud. Questo corrisponde alla logica neoliberale, che pretende che solo le merci che costano saranno trattate con cura. Questo ragionamento omette di evocare l’impossibilita nella quale si trovano le persone che vivono sotto la soglia di povertà di finanziare un tale aumento del costo dell’acqua. La teoria viene applicata nella realtà. Come lo costata il Programma dei Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUS), la privatizzazione della distribuzione dell’acqua e della sua potabilisazione hanno provocato, negli ultimi dieci anni, un aumento netto delle tariffe, a volte da oggi al domani, con conseguenze disastrose per la popolazione. Di più, il PNUS costata che il denaro prelevato sulle spalle dei poveri non è stato reinvestito, come annunciato dai media, nelle reti di approvvigionamento e di potabilisazione (di fatto questi investimenti sono diminuiti da l’introduzione dei attori privati sul mercato dell’acqua), ma è, d’altronde, servito ad aumentare il margine dei profitti delle grande multinazionali.

Speculazioni sulla commercializzazione dell’acqua
I soggetti direttamente interessati a questi profitti non si sbagliano a proposito della redditività di questo grande mercato dell’acqua. Due grandi settori sono nel mirino delle imprese private: quello della distribuzione dell’acqua e quello della vendita d’acqua in bottiglia. Nel 2000 è stato creato in Svizzera il primo fondo mondiale di piazzamento sull’acqua: il Pictet Global Water Fund. Un rapporto destinato agli azionisti di questo fondo costata che, grazie all’assenza di aiuto finanziario da parte delle autorità pubbliche nella distribuzione dell’acqua, «la percentuale della popolazione mondiale che usufruirà di un sistema di approvvigionamento in acqua con la partecipazione di società private passerà dal 7% al 17% nei prossimi quindici anni». il fondo conta di fatto su una crescita media dell’8% nel settore dell’acqua, un valore che può essere considerato molto altp. Annotiamo che il 6% delle posizioni del Pictet Global Water Fund sono investite in Nestlè.

Nestlè è il numero 1 mondiale nel mercato dell’acqua in bottiglia
Quale ruolo gioca Nestlè in questo enorme mercato dell’oro blu? La multinazionale svizzera è il numero 1 mondiale nel mercato dell’acqua in bottiglia. L’impresa possiede di fatto più o meno il 16% del mercato mondiale, seguita da Danone con pressappoco il 12%. Vengono poi Coca-Cola Co. e PepsiCo. Questo mercato rappresenta oggi 36 miliardi di Euro e gli esperti contano su una progressione media tra il 7 e l’8% all’anno fino al 2010, il che significa che la domanda dovrebbe raddoppiare in meno di 10 anni. Ma Nestlè prova ugualmente da poco da imporsi con numerosi acquisti sul mercato delle acque in bombone (?), dove è ancora poco presente. Nestlè Waters, gruppo di imprese che organizza i suoi interessi nelle acque, è molto redditizia: piu del 6% di benefici netti di Nestlè sono stati realizzati in questo settore nel 2003. Un altro indice dimostra che l’acqua è un settore molto interessante per la multinazionale di Vevey: quasi il 20% dei suoi investimenti nel 2003 sono stati fatti in questo settore! Nestlè gestisce decine di marchi d’acqua, di cui le più conosciute sono Perrier, Vittel, Contrex, San Pellegrino, Nestlè Pure Life e Nestlè Aquarel.

Burocrazia, tasse e norme complicate: l’Italia superata dal Ruanda

Burocrazia, tasse e norme complicate: l’Italia superata dal Ruanda.

Burocrazia, tasse e norme complicate: l’Italia superata dal Ruanda


redazione
Aprire un impresa in Italia sta diventando un azione eroica se non masochistica.
Alla faccia dello sviluppo, In Italia il debutto nel mondo dell’imprenditoria costa 2.673 euro contro una media europea di 399 euro.
Ricordo invece cosa stanno facendo in Svizzera per attirare gli imprenditoria dove ci sono aree in cui hanno costruito dei capannonicon tutti i servizi e li danno in comodato d’uso.
LA POLITICA SVIZZERA A FAVORE DEGLI IMPRENDITORI
Forse vogliono che all’estero si formino delle comunita Italiane di milioni di persone?

Dalla redazione del Fatto Quotidiano del  8/01/2012Italia sconfitta dal Terzo mondo. Ruanda, Zambia, Ghana e Namibia hanno più attrattiva del Belpaese per chi deve avviare
un’impresa. Norme complicate e burocrazia lumaca ci fanno scivolare nella classifica fornita dalla Banca Mondiale, mentre i costi pesano su sviluppo e rilancio: circa lo 0,5% annuo del Pil, quasi 10 miliardi di euro, secondo la stima dell’Istituto Bruno Leoni. In Italia il
debutto nel mondo dell’imprenditoria costa 2.673 euro contro una media europea di 399 euro. Numeri che preoccupano Confindustria. Nel Regno Unito sono sufficienti 33 euro per avviare un’impresa, 50 in Irlanda e sei euro in più in Bulgaria. Inoltre un imprenditore del Belpaese impiega 285 ore per adempiere alle procedure per pagare le tasse (più di 35 giorni) e la tassazione incide per il 68% sul profitto,
contro il 46% della Germania. Se ai primi quattrodella classifica mondiale ci sono Singapore, Hong KNuova Zelanda e Usa, è evidente anche la distanza dalle economie europee. Settimo il Regno Unito19esima la Germania e 29esima la Francia. L’Italia perde quattro posizioni rispetto allo scorso anno e dieci rispetto al 2010 e si piazza 87esima su 183. Pdi noi nel Vecchio Continente fa solo la Grecia.

BANCHE SENZA SOLDI CHI PAGA È IL CLIENTE

Redazione
Tempi duri per i piccoli imprenditoti(che sono tutt’ora una parte importante del tessuto produttivo e occupazionale nazionale) e per l’accesso ai prestiti anche pe il no allineamento
ai parametri di patrimonializzazione delle normativa.
Il risultato è che che scattano delle garanzie personali superiori a quelle reali.
Poi c’è il discorso dei tempi per le pratiche che secondo la Confartigianto si sono allungate da
due a tre settimane fino a sei mesi, con la conseguente mancanza di liquidità della piccola
impresa per avere un buon impatto sul mercato.

Anche per chi compra casa che fino a qualche anno fà era ritenuto un buon investimento ora i
finanziamenti anche se garantiti coprono solo parzialmente il valore del immobile le stime della
copertura sono dal 44% al 56% il resto deve essere saldato.
Se si fanno polizze di copertura è bene ricordare che non sono gratuite.

Pezzi tratti dal Fatto Quotidiano del 23/12/2011 Autore Giovanna Lantini

1 Il prezzo del risparmio Può arrivare a costare anche 253 euro l’anno. Attenti alle “zero spese”
il conto zero spese è solo un sogno per la maggior parte dei consumatori. Già per-ché anche quando la banca dice che non ci saranno costi, s’inventa mille cavilli per far pagare il correntista che raramente legge i lunghi contratti che sta stipulando.
1)Prelevare agli sportelli ai conti che non sono della propria banca costerà all’incirca sui due
euro.

2)andare in rosso, il costo può far piangere per tutto il mese successivo. E questo anche perché la cancellazione della commissione di massimo scoperto è stata sostituita da altre voci.
3)Ci sono quintali di estratti conto cartacei con un costo di rendicontazione che può raggiungere
i 4 euro
4) Mille insidie, poi tra i servizi gratuiti, come la domiciliazione delle bollette, dove però le singole operazioni solitamente si pagano una ad una
5) E ancora, i pacchetti con un tot di operazioni incluse che a conti fatti si finisce sempre col superare pagando salate quelle in eccesso
6)La crisi di liquidità degli istituti, inoltre, rischia di pesare anche sulla trasferibilità del
conto dato che le banche allungano i tempi: in attesa del via libera si finisce per pagare due
conti alla volta.
Tassi oltre il 9% e finanziamenti che coprono solo la metà del valore
2)Mutui sulla casa comprare casa è diventato più difficile. Se nel 2000 le banche si offriva-no di finanziare fino alla totalità del prezzo dell’immobile, la quota è scesa a settembre di quest’anno al 44 per cento: bisogna avere in contanti almeno la metà del valoredell’immobile per il finanziamento.
In alternativa “. Molti chiedono l’apertura di un conto corrente su cui “appoggiare il mutuo” o la sottoscrizione di polizze assicurative ricordando che queste non sono gratuite.

3. Carte di credito Revolving, interessi fino al 17%Attenzione alle carte di credito che arrivano in omaggio con l’apertura del conto. La fregatura principale è che di solito il
primo anno non si pagano, ma poi sì. E la disdetta va fatta per tempo via raccomandata. Alla larga, poi, dalle carte revolving, pubblicizzate come infinite riserve di denaro da rimborsare a rate che però non finiscono mai e sono difficilissime da tenere sotto controllo. Specialmente per isalatissimi interessi che possono arrivare anche al 17 per cento.

4. Prodotti bancari Occhio alle super offerteLa regola di guardarsi dalle super offerte negli investimenti finanziari vale in modo particolare, anche per le obbligazioni
emesse dalla banca che sta cercando di venderle al suo cliente: la storia, come dimostra il caso del convertendo “a l l e gro ” della Bpm, è piena di sogni di guadagno trasformatisi in delusioni
a caro prezzo. Discorso che vale anche per i Btp day, offerte senza dubbio interessanti sotto il
profilo dei rendimenti, ma da valutare accuratamente sotto quello dei rischi.

5. Prestiti alle imprese Sei mesi per ottenere il credito con garanzie personaliSempre più difficile l’accesso al credito per le piccole imprese, storica-
mente il vero tessuto produttivo e occupazionale del Paese. Vittime in passato di derivati
accoppiati ai finanziamenti di vario genere necessari all’azienda, oggi si scontrano con un
accesso al credito sempre più difficile. Per aprire i rubinetti, infatti, le banche chiedono loro il rispetto dei parametri internazionali di Basilea II,
ma gli stessi dirigenti bancari sanno bene che, per le loro caratteristiche, le pmi del nostro Paese non sono riuscite ad alnearsi ai requisiti di patrimonializzazione richiesti dalla normativa. Quindi scattano le garanzie personali e reali, spesso più consistenti del valore del finanziamento richiesto.
La Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa veneta ha anche
riscontrato un allungamento dei tempi di istruttoria delle pratiche: se prima bastavano due o tre settimane oggi sono necessari cinque o sei mesi. Tempi biblici per un’azienda impegnata a restare
sul mercato. E se non ce la fa la banca si può rifare sulle garanzie.

Perché non possiamo fare sconti


Redazione

In questi ultimi due anni si è formata una categoria di giornalisti implacabile contro la cultura Italiana degli orticelli, dove ognuno guarda nella sua nicchia e non osserva che vive all’interno di un territorio, perciò io sono d’accordo come Padellaro che non si possono fare sconti.

Dal Fatto Quotidiano 31/12/2011 Autore: Antonio
Padellaro

Fino al deflagrare nell’indimenticabile 13 novembre con la cacciata di Berlusconi, le famose monetine e la folla osannante. È chiaro che il boom di copie e di ascolti tv di quei giorni non poteva durare. Lo sapevamo: l’overdose di escort, leggi vergogna, barzellette sporche, pessime figure internazionali e mascalzonate varie che a lungo avevano mantenuto l’informazione tutta in uno stato di sovraeccitazione avrebbe rapidamente esaurito il suo effetto. Era arrivato il professor Mario Monti. La quiete dopo la tempesta. Il silenzio dopo l’orribile frastuono. Ma soprattutto un bisogno diffuso di armonia, di serenità, di adesione “senza se e senza ma” ai salvatori della patria: gli stessi

sentimenti così bene espressi da Carlo L. e che sono un po’ lo spirito del tempo che viviamo. A Carlo diciamo che il Fa t t o non è nato contro Berlusconi ma durante Berlusconi. Che la nostra piccola missione non era quella di abbattere il tiranno (non spettava a noi) ma di affermare un principio: anche in Italia si può fare giornalismo vero senza chiedere il permesso a nessuno e affidandosi solo all’autonomia di chi scrive e alla fiducia di chi legge. Abbiamo giudicato l’arrivo di Monti e della sua squadra un’ottima notizia, lo abbiamo scritto e continueremo ad affermarlo. Ma se i cittadini hanno tutto il diritto di esprimere il loro appoggio incondizionato, ciò a chi fa dell’informazione vera non è consentito. Quando l’arrivo dei tecnici è stato salutato da un’alluvione di melassa con l’elegia della sobrietà, del loden sobrio, del trolley sobrio e del taglio dei capelli sobrio non potevamo certo tacere e ci abbiamo riso sopra. E quando, subito, abbiamo scoperto che un superministro come Corrado Passera era gravato da un pesante conflitto d’interessi con il suo prece-

dente incarico al vertice di Intesa Sanpaolo, lo abbiamo scritto a chiare lettere. Ma se all’inizio eravamo in perfetta solitudine che ieri sul Corriere della s e ra , Milena Gabanelli e Giovanna Boursier abbiano richiamato il titolare delle Infrastrutture a una maggiore trasparenza non può che farci piacere. Sappiamo bene che la manovra era indispensabile ma se in essa al di là degli annunci rassicuranti troviamo molto rigore, poca equità e niente sviluppo, dobbiamo forse tacerlo in omaggio alla “tensione morale” di chi l’ha varata? Certo, possiamo sembrare dei rompiscatole quando solleviamo il problema delle frequenze tv che non possono essere regalate a Mediaset. O quando denunciamo lo scandalo delle licenze gratis ai boss delle slot machine. O quando raccontiamo lo scandalo dei vitalizi distribuiti a piene mani dalla giunta Polverini. O quando pubblichiamo le incredibili note spese dell’Agenzia del territorio diretta guarda caso dalla sorella di Alemanno. Che poi il premier ironizzi sulle 30 uova di struzzo decorate e donate “per esigenze di

ra p p re s e n t a n z a ” non ci dispiace affatto. Ma se i suoi encomiabili propositi di tagliare le unghie rapaci della casta resteranno lettera morta, lo scriveremo proprio per la stima che abbiamo di lui. Sul primo numero del Fa t t o assicuram mo che non avremmo fato sconti a nessuno. Lo ribadiamo con forza anche se in certi casi avvertiamo anche noi il rischio di una critica che può indebolire l’ultima carta che possiamo giocarci per non finire tutti quanti nel burrone. Ma non c’è governo e non c’è emergenza che possono impedire alla libera stampa di fare il suo lavoro. Né può funzionare il sottile ricatto morale del “se non stiamo attenti torna Berlusconi”. Per la verità questo Monti non ce lo chiede. E siamo convinti che non ce lo chiederanno neppure i nostri lettori in forza del patto che abbiamo stretto con l o ro . PS. Malgrado l’assenza di Berlusconi e delle sue girl il Fa t t o continua a godere di ottima salute. Sì, possiamo farne tutti quanti a meno. Auguri di un felice 2012.

Antonio Padellaro

21 MILIARDI FONDI PER IL SUD DA SPENDERE SUBITO (O TORNANO ALL’UE) una serie di appuntamenti mancati perchè?


redazione
La Comunità Europea negli ultimi anni ha staziato dei soldi per vari progetti Europei tra cui
quelli dello sviluppo dell’economia e del miglioramento delle infrastrutture.
Le tematiche dello sviluppo riguardano sia il sud che il Nord, un paese che in questo momento
dovrebbe recuperare terreno rispetto ad altri in vari settori dovrebbe essere stimolato ad usare
tutte le possibilità che vengono offerte dalla Comunità Europea.
E’ bene ricordare che non sono soldi dati a fondo perduto , ma spesso sono contribuiti presi dal
pil di tutti i paesi della U.E (perciò soldi presi dai contribuenti) per dirottarli a favore di
regioni e aree ai quali si richiede alle loro strutture amministrative dei programmi pe
l’utilizzo di questi fondi tipo lo sviluppo di alcune prioritacome istruzione, occupazione,
banda larga e ferrovie. La U.E negli ultimi anni è diventata più severa mandano i loro
commissari e se questi constatano quello viene fatto sia a livello progettuale che di attuazzione dopo i richiami i soldi vengono ritirati.
Perciò questo denaro in certi casi non viene sfruttato.
Anche il nord non è da ritenersi fuori dalla questione sono stati fatti degli stanziamenti programma competitività dove è statà usato solo il 22% dei fondi.
D’accordo che elaborare progetti non è sempre facile perchè devono essere scritti vagliati e
credibili e poi applicati ma le questioni riguardanti lo sviluppo oramai da qualche anno sono
sempre le stesse e sono i servizi pubblici sul Web Banda Larga, sull miglioramento del servizio
ferroviarioche ormai in tanti comunicano il disagio oltre al mancato risparmio che si ha evitanto di prendere la macchina, l’occupazione non parliamone,e l’istruzione che rischia di
arrivare agli stili americani di stipulare un mutuo per mandare i figli a scuola.

Dal Fatto Quotidiano 29/12/2011 Autore Andrea Managò
Alle Regioni italiane l’Europa, tanto cara al professor
Mario Monti, non piace. Mentre si attardano a difesa di vecchi campanilismi e dei loro privilegi di casta, rischiano di perdere miliardi di euro di fondi europei. Oltre al danno la beffa: le maggiori indiziate sono quelle del Mezzogiorno, che più di tutte necessitano di occupazione e sviluppo. A fine luglio il Commissario europeo alla Politica regionale, Johannes Hahn, ha già richiamato Sardegna, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia: entro il 31 dicembre devono programmare le loro quote del Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale relative al 2007-2009, pena il disimpegno di quei fondi. In totale per il periodo 2007-2013 Bruxelles ha messo sul piatto 347 miliardi, all’Italia ne spettano poco più di 21 solo di Fesr, una montagna di denaro che rischia di tornare al mittente. Dati interni al gabinetto del commissario Hahn, aggiornati a fine ottobre, rivelano che le Regioni italiane hanno speso appena il 16,6% dei fondi Fesr a loro disposizione, una performance al di sotto della media europea. Nel programma Convergenza, 17 miliardi e 883 milioni, Sicilia, Calabria, Campania, Puglia e Basilicata hanno utilizzato 2 miliardi e 765 milioni: il 15,5%. Fanalino di coda sotto al Vesuvio, con l’11% di risorse impegnate. Non va meglio col programma Competitività, che include le Regioni del Centro-Nord: su 3 miliardi e 144 milioni è stato utilizzato il 22,9%.
POCHI GIORNI prima di cadere il governo Berlusconi è corso ai ripari per salvare 8 miliardi di fondi a rischio disimpegno. Un accordo siglato con la Ue li ha orientati su quattro assi prioritari: istruzione, occupazione, banda larga e ferrovie. Di fatto un commissariamento per alcune Regioni del Sud, parte delle loro risorse.
verrà gestita dal ministero dell’Istruzione. L’intesa prevede anche la revisione dal 50 al 25% della quota di cofinanziamento italiana. Ma non basta. Il nuovo ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca, in una relazione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, è stato chiaro: “Non possono escludersi perdite a fine del 2011 ed esistono forti rischi di perdita per la fine del 2012”. La difficoltà italiana adaccedere alle risorse comunitarie dipende da vari fattori. Su tutti: scarsa capacità di programmazione degli enti locali e instabilità delle strutture amministrative, che rallenta i progetti. Anche la qualità della spesa talvolta lascia a desiderare. È il caso dei fondi ex Obiettivo 1, spesso assegnati a pioggia: difficilmente creano sviluppo. Lo testimoniano quelli stanziati in Sicilia a beneficio di carrozzerie, idraulici, gelaterie o biscottifici. Le Regioni si trincerano dietrola difficoltà nel reperire le risorse necessarie per cofinanziare i progetti. Di certo quelle del Mezzogiorno non hanno potuto attingere a dovere al Fas, Tremonti ha utilizzato oltre metà di quei 64 miliardi come bancomat per finanziare interventi di tutt’altra natura. Inoltre, per aumentare il ritmo di spesa, i finanziamenti dovrebbero essere liberati dai vincoli del patto di stabilità. Il governo Berlusconi non l’hamai fatto, ora l’esecutivo Monti è chiamato al cambio di passo.

Aggiornamento sulle difficoltà delle Banche e Bce

Aggiornamento sulle difficoltà delle Banche e Bce.

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