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Caos sull’Imu, triplo rischio per la benzina

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Da Il Fatto Quotidiano del 23/11/2013.Stefano Feltri attualità

LETTA ATTACCA GLI “AYATOLLAH DEL RIGORE” MA LA MANOVRA PREPARA NUOVE STANGATE.

In principio fu la guerra in Abissinia, 1935: 1,90 lire, poi la crisi di Suez nel 1956, 14 lire, e ancora il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, fino alla manovra di Mario Monti nel 2011 e il sisma in Emilia nel 2012, e 0,051 euro per l’Abruzzo. In Italia niente è più duraturo delle provvisorie accise sulla benzina. L’esecutivo di Enrico Letta in queste ore sta sperimentando una novità: ipotizzare addirittura un triplo aumento del carico fiscale sul carburante, uno subito, uno evocato per il 2015, un altro ancora da mettere in conto per il 2017 e 2018, cioè addirittura dopo l’orizzonte della legge di Stabilità che si ferma al 2016. La colpa è sempre la stessa: la scelta di abolire l’Imu 2013 sulla prima casa senza avere coperture adeguate.

Il primo pericolo è noto e riguarda la prima rata, cancellata, almeno in teoria, a giugno. Molte delle coperture che dovevano compensare il mancato gettito della prima rata si stanno rivelando (come ampiamente previsto dai giornali ma non dal Tesoro) solo virtuali: mancano i soldi che dovevano arrivare dal condono per i concessionari di slot machine, i pagamenti degli arretrati della Pubblica amministrazione vanno a rilento e quindi forse non arriverà mai l’Iva prevista. Mancano almeno 300 milioni di euro. E il decreto del 31 agosto avvertiva che in caso di “un andamento che non consenta il raggiungimento degli obiettivi di maggior gettito […] il ministro dell’economia e delle finanze, con proprio decreto, da emanare entro il mese di novembre 2013, stabilisce l’aumento della misura degli acconti ai fini dell’Ires e dell’Irap, e l’aumento delle accise” su benzina, tabacco e alcolici.

POI C’È IL SECONDO aumento. Il governo cerca risorse per cancellare anche la seconda rata dell’Imu, vale 2,4 miliardi. E anche in questo caso si pensa di usare la benzina: martedì il governo dovrà presentare un decreto legge, c’è ancora incertezza sulle coperture per una cifra tra i 400 e i 900 milioni. L’idea che circola al Tesoro in queste ore è di prendere tempo: si aumentano (ancora) gli acconti sull’Ires, tassa che colpisce le imprese, e si mette a bilancio un aumento delle accise dal 2015 (salasso che dovrebbe generare 1,5 miliardi nel 2015 e 42 milioni nel 2016). Agli automobilisti inferociti dal governo rispondono che questo aumento non scatterà davvero: da qui al 2015 si saranno visti i miracolosi effetti della revisione di spesa iniziata dal commissario Carlo Cottarelli. La lotta agli sprechi genererà risorse sufficienti a non far scattare questo ennesimo salasso. Chissà. Le “clausole di salvaguardia”, cioè i piani B inseriti nelle leggi che scattano se il governo fallisce nell’attuare le riforme previste, hanno spesso conseguenze spiacevoli. Stiamo ancora pagano il conto di una riforma fiscale da 40 miliardi messa a bilancio due anni fa dall’allora ministro Giulio Tremonti e mai realizzata.

Il terzo aumento della benzina ipotizzato sarebbe, stando a indiscrezioni circolate ieri, inserito in un emendamento governativo alla legge di Stabilità in discussione al Senato: un aumento del carico fiscale da 419 milioni di euro spalmati su due anni, 2017-2018, ancora non è chiaro per compensare quale mancato incasso.

Mentre si arrabatta tra questi equilibrismi contabili che servono a prendere tempo, rimandando i salassi al futuro (e forse al prossimo governo), Enrico Letta prova a conquistarsi i titoli dei giornali con la retorica del pugno sul tavolo: “Sul fronte europeo per alcuni ayatollah del rigore questo non è mai abbastanza, ma di troppo rigore l’Europa finirà per morire e le nostre imprese finiranno per morire”. Lo dice proprio lui che ha preferito approvare sacrifici e tagli pur di non tornare sotto procedura d’infrazione, promettendo a Bruxelles il rispetto della soglia di deficit al 3 per cento del Pil.

Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, per festeggiare i suoi 71 anni, è volato a Bruxelles per ottenere un incoraggiamento dall’Eurogruppo dopo la bocciatura (non formale ma nei contenuti) della Commissione europea che non ha apprezzato la manovra.

L’Eurogruppo, cioè il coordinamento dei Paesi dell’euro, “accoglie con favore l’impegno del-l’Italia ad affrontare i rischi” segnalati dalla Commissione e “prende nota delle misure aggiuntive che sta prendendo”. La lo stesso Enrico Letta ammette: “Se si continua con tasse e tagli Beppe Grillo avrà la maggioranza”.

MALATI DI SLA, QUEI 250 MILIONI CHE IL GOVERNO HA SOLO SU CARTA

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Da Il Fatto Quotidiano del 19/11/2013. Stefano Feltri attualità

LE REGIONI SENZA SOLDI POSSONO ATTINGERE A QUEI FONDI PER ALTRE SPESE.

Per i malati gravissimi, come quelli affetti da Sla, il governo Letta ha stanziato 250 milioni di euro. Anzi no: per i malati gravissimi il governo Letta ha stanziato zero euro. Entrambe le affermazioni sono vere, ma i malati che hanno bisogno di assistenza ventiquattro ore su ventiquattro sono preoccupati dall’incertezza: le risorse per il Fondo per la non autosufficienza esistono soltanto sulla carta.

Nella legge di stabilità in discussione al Senato, l’articolo 7 comma 3 autorizza la spesa di 250 milioni di euro per il 2014 per gli interventi “di pertinenza” del fondo per le non autosufficienze. Ma quando si guarda all’impatto sul fabbisogno (cioè quanti soldi devono uscire dalle casse del Tesoro) e a quello sull’indebitamento netto (cioè sul deficit), il numero che si legge nelle tabelle è zero. Co-m’è possibile? Il Fondo non esiste come entità autonoma, le risorse per i malati più gravi sono parte dei trasferimenti complessivi dal governo centrale alle Regioni. Sarà poi ogni singola Regione a decidere come usarle, sapendo che 250 milioni di euro vanno destinati alle non autosufficiente, suddivisi pro-quota (nel 2013 la Lombardia ha avuto il 15 per cento delle risorse, il Lazio l’8,7, l’Emilia il 7,9). Problema: i malati di Sla non possono contare su risorse a loro dedicate, ma devono sperare che le Regioni facciano bene i conti e tengano da parte le risorse per loro. Vincolate dal patto di Stabilità, se le Regioni si trovano a spendere più di quanto previsto non possono finanziare l’assistenza andando in deficit. O tagliano altre voci, oppure niente.

LO CONFERMA il sottosegretario al Tesoro Pier Paolo Baretta, Pd, che sta seguendo la questione: “Ne abbiamo discusso pochi giorni fa in conferenza Stato-Regioni. Bisogna evitare che le amministrazioni attingano ai fondi per la non autosufficienza e a quelli per i pagamenti dei debiti con le imprese per contribuire al saldo netto da finanziare. Per questo il governo si è impegnato a trovare 800 milioni di coperture alternative”. Tradotto: se il governo non trova questi 800 milioni, le Regioni potrebbero trovarsi ad attingere ai fondi per i non autosufficienti e per le imprese per pagare tutt’altro.

La situazione è intricata. Ba-retta sta provando a ripristinare almeno la dotazione di 275 milioni del 2013 e deve quindi trovare 25 milioni in più. Ma la cifra vera da reperire, per dare garanzie ai malati, è quella di 800 milioni. Altrimenti tutto può succedere, in un quadro finanziario in cui le Regioni contano anche gli spiccioli, dopo anni di tagli. Le associazioni dei malati apprezzano l’impegno del governo che sta provando anche ad accelerare i tempi far avere ai malati di Sla la pensione di invalidità. E c’è anche l’ipotesi di impostare su base triennale, invece che di anno in anno, il fondo per la non autosufficienza. Ma i soldi, per ora, ci sono soltanto sulla carta.

IL FONDO per la non autosufficienza è nato nel 2006 per garantire su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza minimi, nell’ambito del federalismo fiscale. Nel 2011 ha subito un taglio pesantissimo, del 75 per cento, riducendosi a 100 milioni. Non è stato finanziato nel 2012 mentre nel 2013 sono tornate un po’ di risorse, 275 milioni. La somma di 250 milioni prevista per il 2014, ammesso che finiscano davvero ai malati, “è inadeguata, anche considerando che 100 milioni di questi sono da destinarsi ai malati di Sla”, ha detto la Cgil nell’audizione per la legge di stabilità.

A fine ottobre Raffaele Pennacchio, 55 anni, è morto dopo una manifestazione di protesta sotto il ministero dell’Economia proprio per ottenere un aumento delle risorse per l’assistenza a domicilio. Per domani è prevista un’altra manifestazione. In attesa che il governo spieghi dove intende trovare le coperture alternative per garantire davvero le cure.

La Consulta ci costa 53 milioni all’anno (Stefano Feltri).

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Da Il Fatto Quotidiano del 10/11/2013.Stefano Feltri attualità

Piccolo consiglio di lettura a Carlo Cottarelli, che tra pochi giorni presenterà il suo piano d’azione come commissario governativo per la revisione della spesa: l’ultimo articolo del professor Roberto Perotti su lavoce.info, il sito di economisti animato da Tito Boeri, e il bilancio di previsione 2013 della Corte costituzionale. Cottarelli può così scoprire quanto costa la Consulta e, soprattutto, i suoi autorevolissimi giudici che a breve dovranno pronunciarsi anche sulla legge elettorale, il Porcellum. Perotti, economista della Bocconi, scrive che la Corte costituzionale è “forse il più grande scandalo della Pubblica amministrazione in Italia”.

PARTIAMO DAL BILANCIO, quello di previsione (che all’inizio dell’anno stabilisce quanto dovrebbe incassare e costare la Corte, disponibile sul sito web: ogni anno la Consulta riceve dallo Stato un contributo per funzionamento di 52,7 milioni di euro. Esattamente la stessa cifra del 2012 (niente tagli per la Suprema Corte). Ma il punto più sensibile è quello delle retribuzioni: i 16 giudici costano nel 2013 7,375 milioni di euro, cui si aggiungono 1,5 milioni di “oneri su retribuzione” e 104mila euro per viaggi e trasferte. Il professor Perotti ha fatto due conti: “La retribuzione lorda del presidente della Corte è di 549.407 euro annui, quella dei giudici di 457.839 euro. La retribuzione media lorda dei 12 giudici britannici è di 217.000 euro, meno della metà. Il Canada è simile: 234.000 euro per il presidente, 217.000 per i giudici. Negli Usa siamo a circa un terzo della retribuzione italiana: 173.000 euro per il presidente e 166.000 per i giudici”. Poi Perotti elenca i benefit dei giudici italiani: auto blu con viacard e Telepass, cellulare e pc, una foresteria, perfino i costi dell’utenza telefonica di casa sono pagati dallo Stato. Ma visto che l’età media dei giudici costituzionali è di norma piuttosto elevata (i più giovani vanno per i 70), oltre alla retribuzione , diventa rilevante anche il trattamento pensionistico: i giudici in quiescienza, cioè in pensione, costano 5,8 milioni all’anno, il resto del personale, 334 persone di cui 61 distaccati da altre amministrazioni e 10 a contratto, 13,5 milioni (in lieve aumento rispetto allo scorso anno). Morale: visto che ci sono 20 giudici pensionati e 9 superstiti che hanno diritto alla reversibilità, la media è di 200mila euro annui per giudice pensionato (e 68.200 per il resto del personale, cioè 120 ex dipendenti e 78 loro superstiti). “C’è da sorprendersi che la Consulta abbia bloccato il seppur minimo taglio alle pensioni d’oro proposto dal governo Monti?”, si chiede Perotti . Chissà. Anche il governo Letta sta provando a intervenire sulle pensioni più elevate, vedremo se la Consulta continuerà a tutelarle, ora che nel collegio è entrato anche il super-pensionato più famoso d’Italia, l’ex premier Giuliano Amato.

A rischio di accuse di demagogia, si possono anche raccontare le altre voci del bilancio, dai 550mila euro per “conduzione, manutenzione, assistenza tecnica e aggiornamento sistemi informatici e rete dati” fino alla spesa, non ovvia, di 262mila euro per “funzionamento struttura sanitaria”.

MA IL PROFESSOR PEROTTI ci invita a riflettere sulle auto: ognuno dei 16 membri del collegio ha diritto a una vettura di servizio e due autisti (devono fare i turni), un benefit che spetta loro anche per il primo anno di pensione. Tra noleggio, assicurazione, parcheggi e carburante si arriva a un totale di 758mila euro per il 2013. Se ogni autista costa allo Stato attorno ai 50mila euro, il costo complessivo per gli spostamenti in auto dei giudici è di 150.000 euro all’anno a persona. Sintesi di Perotti: “Per ogni giudice, in ogni giorno lavorativo si spendono 750 euro per le sole auto blu”. L’economista della Bocconi suggerisce una soluzione, paradossale ma efficace come termine di paragone: “Costerebbe meno far viaggiare i giudici in elicottero”. Chissà che non lo prendano in parola.

INCUBO DEFLAZIONE DRAGHI TAGLIA ANCORA I TASSI D’INTERESSE

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Da Il Fatto Quotidiano del 08/11/2013 Stefano Feltri attualità

IL COSTO DEL DENARO NELL’EUROZONA SCENDE DALLO 0,5 ALLO 0,25 PER CENTO PER SPINGERE L’ECONOMIA E AIUTARE LE BANCHE: CON I PREZZI PIATTI SI RISCHIA LA FINE DEL GIAPPONE.

Deflazione. Il taglio del costo del denaro dello 0,25 per cento annunciato ieri dal presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, conferma che la zona euro teme di essere entrata in una nuova fase della crisi, l’ennesima. La ripresa dell’economia reale non arriva, i prezzi sono piatti, le imprese non investono perché la domanda è debole e le banche quindi sono restie a finanziare chi ha debiti elevati, come l’Italia, finisce per essere schiacciato da un macigno che soltanto l’inflazione potrebbe erodere (se salgono i prezzi, scende il valore reale della somma da rimborsare).
“CI ATTENDE UN PERIODO prolungato di bassa inflazione che sarà seguito da un graduale movimento dei tassi verso il 2 per cento. Quindi la nostra politica monetaria rimarrà accomodante fino a quando sarà necessario”, ha spiegato a Francoforte Mario Draghi, annunciando un taglio del tasso di interesse di riferimento (e anche di quello per le operazioni al margine, dall’1 allo 0,75 per cento) che i mercati non speravano di vedere così presto. I membri del Consiglio direttivo della Bce, cioè i sei del consiglio esecutivo più i 17 governatori delle Banche centrali nazionali dell’Eurozona, non erano tutti d’accordo: alcuni partecipanti volevano aspettare dicembre, quando la Bce presenterà le proprie stime sull’inflazione. Di solito sono i tedeschi quelli più cauti, la Bundesbank è sempre restia a dire che è il momento di spingere l’economia, non hanno mai esorcizzato l’ombra di Weimar, quando la combinazione tra inflazione e austerità precipitò la Repubblica verso il nazismo. Ma Draghi ha portato in consiglio i numeri presentati martedì dalla Commissione europea: la crescita dei prezzi dell’Eurozona è passata dal +1,1 di settembre al +0,7 di ottobre, un tracollo che a Francoforte non si aspettavano e che ha consigliato di agire subito, senza aspettare dicembre. Il mandato della Bce le impone di perseguire la stabilità dei prezzi, cioè tenere l’inflazione attorno al 2 per cento, un dato troppo basso è un problema come un eccesso. E quindi ecco il taglio, l’ultimo risaliva a maggio. È la quinta volta, da quando si è insediato nel novembre 2011, che Draghi riduce il costo del denaro.

“Non siamo il Giappone”, risponde Draghi a un giornalista giapponese che invita a un paragone tra le difficoltàdell’Eurozona e i lunghi decenni di stagnazione nipponica, con prezzi in costante calo, bassi investimenti e aumento del debito pubblico. L’analisi di Draghi è questa: nel 2008 tutti avevano accumulato troppo debito, le imprese, le famiglie, gli Stati, le banche. Il processo di “deleveraging”, cioè di riduzione del debito, è inevitabile, per quanto doloroso. Ma i fondamentali della zona euro sono buoni: il deficit complessivo dei Paesi della moneta unica era il 3,1 nel 2013 e sarà il 2,5 nel 2014 (anche se il debito sale, dal 95,5 per cento del Pil nel 2013 al 95,9 nel 2014). Basta che i governi facciano le riforme strutturali e la crescita arriverà “galoppante”. Il taglio dei tassi darà un po’ di spinta: le famiglie avranno mutui più leggeri (quelle col tasso variabile), le imprese pagheranno meno il credito e chi esporta ottiene subito un vantaggio di prezzo (il cambio col dollaro crolla dopo l’annuncio del taglio), mentre le banche guadagnano un po’ di aria per affrontare con più tranquillità mesi difficili.

LA BCE È IMPEGNATA anche in un lungo processo che, tra un anno, la porterà a diventare il supervisore unico delle principali banche europee, con la possibilità di liquidare quelli insolventi. Ci sarà prima un’analisi dei bilanci, per far emergere i crediti inesigibili che devono diventare perdite invece che restare a gonfiare gli attivi, poi stress test più severi di quelli (fallimentari) condotti dall’ormai dimenticata Eba, l’autorità bancaria europea, e dopo le ricapitalizzazioni e forse qualche fallimento controllato, le banche saranno pronte per sostenere la ripresa nel 2015. Almeno questo è il piano, pieno di insidie. Draghi si gioca la reputazione, perché tutta l’Unione bancaria si regge sulla credibilità della sua Bce. Ma mentre si preoccupa delle banche, per evitare futuri disastri, non può trascurare la crisi attuale.

Se il rischio deflazione rimarrà elevato, Draghi ha già detto di essere pronto a portare a zero il costo del denaro, “c’è ancora spazio”. Ed è pronto a usare anche altre leve, una volta esaurita quella del tasso principale. Per esempio può imporre un tasso negativo, cioè far pagare, alle banche che depositano liquidità presso la Bce, oggi a zero, così da costringerle a immettere soldi nel sistema invece che tenerli immobilizzati a Francoforte.

DEFICIT, L’ITALIA BARA SUI CONTI

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Da Il Fatto Quotidiano del 05/11/2013. Stefano Feltri attualità

IL 30 SETTEMBRE L’ISTAT COMUNICA ALLA COMMISSIONE EUROPEA CHE NEL 2013 IL DISAVANZO NON È IL 3,1% DEL PIL MA IL 3. PERÒ LA MANOVRA PER EVITARE LA PROCEDURA D’INFRAZIONE È DEL 9 OTTOBRE.

C’è qualcosa che non va nei conti pubblici che l’Italia ha presentato a Bruxelles, numeri delicatissimi che servono alla Commissione europea per capire se un Paese è sulla strada giusta o rischia di tornare sotto procedura d’infrazione. Numeri che sono la base per le previsioni che saranno diffuse oggi dal commissario Olli Rehn. L’Istat, l’istituto nazionale di statistica, lo scorso 21 ottobre ha comunicato alla Commissione europea che nel 2013 l’Italia avrà un Pil di 1557,307 miliardi, con un saldo primario (entrate meno uscite prima del conto degli interessi) pari a 36,763 miliardi e un indebitamento netto (il deficit) di 47,186 miliardi. Risultato: il rapporto tra deficit e Pil è 3,0, proprio quanto serve per evitare che l’Italia torni, dopo soli sei mesi, sotto procedura d’infrazione europea, con blocco di finanziamenti, bocciatura da parte dei mercati e marchio d’infamia annessi. Tutto bene, se non fosse che quei numeri sono un esercizio di ottimismo, più che una fotografia.

NELLE PRIME RIGHE della “Notifica dell’indebitamento e del debito delle amministrazioni pubbliche secondo il trattato di Maastricht” si legge che in base al Protocollo sulla procedura per deficit eccessivi “i Paesi europei devono comunicare due volte l’anno (entro il 31 marzo e il 30 settembre)” i livelli di debito, deficit e Pil dei quattro anni precedenti “nonché le previsioni degli stessi per l’anno in corso”. Poche righe dopo l’Istat scrive che il riferimento per i dati del Tesoro è la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, il Def. Tutto chiaro. E allora andiamo a vedere il Def, tavola IV di pagina 29: il saldo primario stimato per il 2013 è 35,226 miliardi, l’indebitamento netto 48,723 miliardi e il Pil 1577,3 miliardi. Il deficit è dunque 3,1 per cento, sopra la soglia di Maastricht. Nel “quadro di finanza pubblica programmatico” il deficit è indicato al 3. Tradotto: siamo fuori dal vincolo ma vogliamo tornare in regola. L’Istat prende i dati dal Def ma quando li comunica all’Europa il deficit scende da 3,1 a 3, perché il saldo primario migliora di 1,537 miliardi, giusto quando basta per stare sotto il limite di deficit. Attenzione alle date: il 20 settembre il governo presenta la Nota di aggiornamento al Def, emerge che il deficit 2013 è al 3,1 e quindi Enrico Letta e il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni annunciano una manovra correttiva per riportarlo al 3 che arriva in Consiglio dei ministri il 9 ottobre e viene pubblicata in gazzetta ufficiale il 15, il decreto si chiama “Misure urgenti di riequilibrio della finanza pubblica nonché in materia di immigrazione”. La nota dell’Istat è datata 21 ottobre, ma le norme europee citate dalla nota stessa dicono che i numeri da dare alla Commissione sono quelli del Def, cioè quelli del 20 settembre, trasmessi alla Commissione il 30 settembre.

Visto il precedente della crisi greca, partita dai trucchi contabili sul deficit, c’è una certa attenzione a come gli istituti di statistica comunicano a livello europeo. Da mesi il Movimento cinque stelle, con la deputata Roberta Lombardi, ha iniziato a tenere d’occhio l’Istat contestando il fatto che, dopo il passaggio dell’ex presidente Enrico Giovannini al ministero del Welfare, l’istituto è rimasto nel limbo: senza un nuovo presidente, non commissariato e con un presidente facente funzioni, “il rischio è che l’Istat diventi un organo del potere esecutivo, temevamo potesse succedere qualcosa di strano ed è successo”, dice al Fatto Roberta Lombardi.

Il Fatto ha chiesto spiegazioni all’Istat. Risposta ufficiale: “Abbiamo usato i dati forniti dal ministero”. Chiediamo allora al Tesoro cos’è successo. Ecco la loro versione: “Se la nota dell’Istat è del 21 ottobre, cioè 12 giorni dopo la manovra correttiva, perché avrebbero dovuto scrivere 3,1 per cento invece di 3? Semmai ci può essere un problema di chiarezza, Istat avrebbe dovuto spiegare nella sua comunicazione l’evoluzione del quadro tra la nota di aggiornamento al Def e la correzione apportata successivamente”.

LE REGOLE EUROPEE non chiedono di comunicare buone intenzioni, ma numeri ufficiali. Nel Def il Tesoro parla di deficit “programmatico”, cioè che si vuole raggiungere, l’Istat invece indica il 3 per cento semplicemente come “dati di previsione ministero dell’Economia e Finanza”. Comunque a Bruxelles va bene così: “Sulla notifica trasmessa dall’Italia non sono state espresse riserve”. Eppure di dubbi legittimi ce ne sarebbero tanti. L’ultimo arriva dalla cronaca di ieri: sempre secondo l’Istat, il Pil dell’Italia scenderà dell’1,8 per cento nel 2013 e rimbalzerà di uno striminzito 0,7 nel 2014. Il Tesoro ha invece impostato la politica economica su -1,7 nel 2013 e +1 nel 2014. “Abbiamo opinioni leggermente diverse”, ha commentato ieri Saccomanni. Rimanere sotto il deficit al 3 per cento – senza abbellire i numeri – per il governo Letta sembra sempre più difficile.

IL PROGRAMMA COL BUCO INTORNO

le-posizioniDa Il Fatto Quotidiano del 29/10/2013. Stefano Feltri attualità

LE PROMESSE DI SPESA SONO MOLTO COSTOSE MA LE COPERTURE ANCORA VAGHE. MANCANO DETTAGLI ANCHE SUL LAVORO.

Dopo gli slogan, le battute e le ospitate, cosa resta dei tre giorni della Leopolda, la convention di tre giorni di Matteo Renzi? Visto che il sindaco di Firenze è proiettato verso la segreteria del Partito democratico e, un domani non lontano, verso Palazzo Chigi, vale la pena raccontare quale sia il suo programma economico. Non è facile, perché a parole Renzi è più generoso con le immagini evocative che con i numeri. Ma ci sono ormai diverse fonti per capire in che direzione si muove: il discorso conclusivo della Leopolda, la puntata di Otto e mezzo di venerdì, il documento congressuale “Cambiare verso” con cui si candida alla segreteria, l’intervista al Corriere della Sera del 18 ottobre e, soprattutto, i materiali preparati dal deputato Pd Yoram Gutgeld, cervello economico del renzismo che coordina la rete di consulenti che stanno dando il proprio contributo alla elaborazione di una linea economica definita. Tra un paio di settimane il programma di Gutgeld, ex consulente aziendale della McKinsey, diventerà un libro, di cui si parlerà parecchio.

Ecco quindi, per punti, una sintesi della Renzinomics così come la conosciamo per ora. Molti punti sono ancora da definire: il sindaco promette di spiegare bene cosa vuole fare per il lavoro e la disoccupazione entro il primo maggio (data non vicinissima) e non ha mai fornito dettagli su quale parte della spesa pubblica intenda sacrificare per realizzare i suoi costosi obiettivi, primo fra tutti quello di tagliare l’Irpef di 100 euro a chi ne guadagna meno di 2.000 netti al mese.

100 euro in più ai redditi bassi ma coperture tutte da trovare.

BONUS FISCALE

È LA PROPOSTA più forte della politica economica di Renzi: 100 euro al mese in più a chi ne guadagna meno di 2000 netti, un sostegno che dovrebbe arrivare dalla riduzione dell’Irpef, l’imposta sul reddito. È una promessa molto costosa, nell’ordine dei 20 miliardi all’a n n o, ma si può partire con 10 miliardi per dare un beneficio immediato da 50 euro. Dove trovare tutti questi soldi? Renzi ha detto che fino a 10 miliardi si recuperano tagliando la spesa per consumi intermedi dello Stato (130 miliardi), almeno 5 miliardi dalle dismissioni, tipo la vendita elle case popolari agli inquilini e facendo pagare alla Cassa depositi e prestiti una parte della spesa in conto capitale, cioè per investimenti.

Buona parte di queste coperture valgono solo per il primo anno, durante il quale Renzi promette una revisione della spesa pubblica in modo che i 10-20 miliardi si trovino anche per gli anni seguenti. Operazione annunciata dal 1981 e mai realizzata. Se non riesce, il bonus fiscale sarà effimero e il suo beneficio trascurabile. E la vendita una tantum del patrimonio pubblico non ripetibile. Contraddizione: al Corriere della Sera Renzi aveva detto che “tutto ciò che viene dalla dismissione del patrimonio pubblico va a ridurre il debito pubblico”.

Prelievo sulle pensioni alte, rischio bocciatura dalla Consulta

EQUITÀ PREVIDENZIALE

ANCHE SE LA CORTE COSTITUZIONALE ha bocciato i precedenti prelievi di solidarietà (ora riproposti da Letta nella legge di Stabilità), Renzi propone interventi sulle pensioni alte e – con meno fermezza – su quelle di chi ha beneficiato del sistema retributivo. E quindi oggi riceve un assegno superiore a quanto gli spetterebbe in base ai contributi effettivamente versati. Renzi propone di chiedere un contributo alle “pensioni d’o ro” e modificare anche il sistema degli assegni sociali, “dando di più a chi ha più bisogno”. A questo si lega l’idea di rivedere l’assistenza, riorganizzando le risorse oggi divise tra Comuni, Regioni e Inps , concentrandole su chi ha redditi più bassi (mentre oggi spesso non dipendono dal reddito ma hanno carattere universale).

Finora i prelievi sulle pensioni più elevate – dall’impatto più simbolico che effettivo per le casse pubbliche – sono stati giudicati incostituzionali perché, di fatto, penalizzano in modo arbitrario una categoria di cittadini. A maggior ragione rischia di essere bocciato un prelievo su chi è andato in pensione col retributivo: rispetto ai futuri pensionati è privilegiato, ma la legge è dalla sua parte.

Contratto unico per i giovani ma ancora nessun piano

OCCUPAZIONE

NEL PROGRAMMA per le primarie del Pd, Renzi non parla molto di lavoro, si limita a promettere una riforma dei centri per l’impiego che devono aiutare i disoccupati a reinserirsi. Non scende nei dettagli, ma la logica è più trasparenza nella gestione dei contributi e regole più chiare, con i sindacati costretti a certificare i loro bilanci, sottoponendoli quindi a un controllo esterno. Idem per le associazioni datoriali (tipo Confindustria) che devono rendere più chiaro quanti contributi incassano dalle aziende socie. Nessun accenno al mercato del lavoro, ma la linea è quella del contratto unico di inserimento (modello Ichino o Boeri), con tutele progressive. Ha promesso un “piano per il lavoro” entro il primo maggio.

Il messaggio di Renzi sul mercato del lavoro si è progressivamente annacquato (resta contrario a ulteriori riduzioni di tutele per chi è già assunto in caso di licenziamento), soprattutto per ottenere l’appoggio dei sindacati. Il contratto unico comporta una riforma degli ammortizzatori sociali di cui il sindaco di Firenze non parla. Il tema comunque non è abbastanza condiviso nel Pd per diventare un punto chiave.

Un po’ di rigore ma anche più deficit, se l’Europa è d’accordo

CONTI PUBBLICI

UN ANNO FA Renzi metteva tra le sue priorità la riduzione del debito pubblico dal 133 per cento al 100 per cento in tre anni. Adesso sui conti pubblici ha una posizione meno rigorista: sostiene che l’Italia deve ridiscutere il tetto del 3 per cento al rapporto tra deficit e Pil, perché basato su ipotesi di crescita dell’economia del 3 per cento all’anno che non si sono mai realizzate.

Questo è uno dei punti più vaghi nel programma che, in altre parti, considera invece il rigore contabile importante. Renzi non spiega se vuole deroghe per gli investimenti o per la spesa corrente (ma par di capire che sia la prima ipotesi). Masoprattutto non spiega come pensa di ottenere una simile concessione europea e se questa sua posizione implica anche una contrarietà al pareggio di bilancio strutturale che, oltre a essere parte dei trattati europei, è stato di recente anche inserito nella Costituzione. Visto che per i prossimi anni il deficit stimato è sempre sotto il 3, Renzi di fatto chiede di aumentare la spesa pubblica senza copertura, cioè in deficit.

Meno Grandi Opere, ma tagliare i sussidi è una vera impresa

RENZI non promette miracoli sull’industria. Ispirato da Oscar Farinetti di Eataly chiede di valorizzare il made in Italy (non si capisce bene come), vuole un rafforzamento del fondo di garanzia che aiuta le imprese ad avere credito e promette di rivedere gli incentivi pubblici alle imprese. Sulle Grandi Opere, Renzi vuole concentrare le risorse su quelle che producono più impatto sull’occupazione e che sono immediatamente utilizzabili, invece che sui grandi cantieri che durano decenni. Il programma più articolato è quello per una riforma dell’assicurazione Rc Auto, che ne faccia scendere il costo per i clienti. Non mancano promesse (vaghe) di favorire le start up, cioè la nascita di nuove aziende.

Renzi ha un atteggiamento passivo verso le ripercussioni della crisi, non predica protezionismo e neppure una vera politica industriale. La riduzione degli incentivi pubblici l’aveva promessa Mario Monti (che commissionò l’apposito Rapporto Giavazzi), ma poi si è rivelata politicamente troppo difficile da fare. Il passaggio dalle grandi alle piccole opere è condiviso in modo trasversale, ma si scontra poi con le lobby che sostengono progetti come quelli del Tav Torino-Lione.

PAGHEREMO L’IVA E ANCHE L’IMU A RISCHIO LA LEGGE DI STABILITÀ

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Da Il Fatto Quotidiano del 29/09/2013. Stefano Feltri attualità
DOPO LA CRISI SI RIMETTE IN DISCUSSIONE L’ESENZIONE PER TUTTE LE PRIME CASE.

La crisi di governo non cambia le scadenze della politica economica, ma può rivoluzionare le scelte necessarie per rispettare i saldi di bilancio concordati con l’Europa. Da martedì partirà l’aumento di un punto dell’Iva, sale dal 21 al 22 l’aliquota più alta: il governo ha scelto di scaricare la responsabilità del rincaro sul Pdl di Silvio Berlusconi, come sanzione per le dimissioni di massa dei parlamentari. Poi tornerà, almeno in parte l’Imu sulla prima casa, visto che Berlusconi sarà fuori dalla maggioranza e i soldi per compensare l’esenzione non sono mai stati trovati. Due settimane per fare tutto Il governo ha tempo fino al 15 ottobre per scrivere la legge di stabilità e spedirla a Bruxelles. Per la prima volta, grazie alle regole note come Two pack, la Commissione europea esaminerà il bilancio triennale dello Stato prima del Parlamento. Letta e il suo ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni sono consapevoli che il passaggio è delicato: il premier sa che senza un governo con pieni poteri il negoziato con Bruxelles rischia di essere un disastro. La Commissione farà le sue osservazioni, soprattutto sulle coperture, poi toccherà a palazzo Chigi e alTesoro (oltre che al ministro per gli Affari europei Enzo Moavero) difendere le proprie scelte a Bruxelles. Un esecutivo in carica solo per gli affari correnti, dopo una sfiducia parlamentare, sarebbe debolissimo. La manovra rimandata È meno urgente, invece, la manovra da 3 miliardi circa per portare il deficit 2013 dal 3,1 per cento del Pil al 3, in linea con le soglie europee. C’è tempo fino a dicembre, ma visto che i soldi andranno trovati nel bilancio 2013 si tratterà di un intervento di sole tasse, o con aumenti di acconti (Irpef, Ires, Irap) o di accise, un salasso inevitabile. La questione Iva Il ministro Saccomanni, d’a ccordo con Letta, non ha alcuna intenzione di rimettersi a cercare il miliardo di euro che servirebbe per evitare l’aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento che scatta martedì. Discorso diverso per il 2014: l’incremento di aliquota è indicato a bilancio come strutturale, cioè destinato a rimanere per sempre. La legge di stabilità dovrebbe esserel’occasione per rivedere però almeno i “panieri”, cioè per spostare qualche bene di consumo nelle fasce ad aliquota ridotta. Sull’Imu si riapre tutto Ora che Berlusconi è fuori, si risolve il principale problema contabile per Saccomanni (o suoi eventuali successori): l’Imu sulla prima casa. Il governo non aveva mai indicato dove trovare i 2,4 miliardi di euro necessari per evitare il pagamento della rata di dicembre. E anche le coperture per la prima rata di giugno da 2 miliardi sono sempre più evanescenti (i 600 milioni del condono per le slot machine in contenzioso col fisco, per esempio, non ci sono). Morale: è quasi certo che sull’Imu cambierà tutto. Pd e Scelta Civica (ma anche Sel) sono favorevoli a conservare l’e s e nzione per i redditi bassi, ma sicuramente la lista delle case a cui si applicherà ancora l’Imu si allungherà parecchio. Con inevitabili ripercussioni sulla Service Tax che dovrebbe entrare in vigore dal 2014, sempre centrata sulla casa. Un bilancio minimalista. Al Tesoro stanno già ragionando su come affrontare il caos che potrebbe seguire a una sfiducia di Letta in Parlamento. L’idea è di scrivere una legge di stabilità minimalista, con il solo obiettivo di evitare che lo Stato finisca in esercizio provvisorio (cioè scavalli il 31 dicembre senza aver approvato i conti per l’anno seguente), lasciando poi le scelte vere di politica economica al prossimo esecutivo. Incluso il taglio del cuneo fiscale (cioè delle imposte pagate dai lavoratori in busta paga) per 3-4 miliardi che Letta aveva più volte annunciato. Il sistema è questo: le leggi di Stabilità sono su base triennale, quindi il governo Monti a fine 2012 ha impostato interventi per gli anni 2013,2014 e 2015. A Letta toccherebbe fissare le direttrici per 2014-2015-2016. Ma se non avrà il consenso politico per farlo, può scrivere una legge di stabilità che sia semplicemente una copia di quella di Monti, priva di interventi strutturali politicamente delicati. Basta proiettare avanti di un anno ancora i numeri e le tendenze ereditate dal Professore della Bocconi. Una soluzione passiva che evita conseguenze peggiori e che sarebbe approvata anche da un Parlamento spaccato e in piena campagna elettorale. Confermando così la cifra stilistica del governo Letta: non risolvere oggi il problema che puoi rinviare a domani.

CAPITANI DI SVENTURA

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/09/2013 di Stefano Feltri attualità

Abbiamo perso anche Telecom Italia. Gli spagnoli di Telefónica comprano il controllo su una delle più importanti aziende italiane, che in Borsa vale 7,7 miliardi di euro, per qualche spicciolo, 300 milioni. Non è un’acquisizione come quella del marchio Loro Piana di qualche mese fa: allora i francesi di Lvmh strapagarono per 2 miliardi l’eccellenza italiana nella moda. Nel caso di Telecom, il sedicente “salotto buono” della finanza regala agli spagnoli i resti di un’azienda che negli anni è stata “spolpata”, come ha detto il presidente Franco Bernabè. È una “storia italiana”, per citare lo slogan di un’altra azienda simbolo di questo nostro capitalismo, il Monte dei Paschi. Nella cronaca della distruzione di Telecom ci sono tutti: da Gianni Agnelli a Roberto Colaninno a Marco Tronchetti Provera e Corrado Passera. Da Intesa San-paolo a Mediobanca, Generali e Benetton. Poco importa ripartire i millesimi della responsabilità. È il risultato che conta: un’azienda divorata dai debiti contratti da chi l’ha scalata senza soldi, privata della possibilità di investire e crescere. I capitani di sventura che hanno distrutto Telecom sono gli stessi che governavano il grosso del capitalismo italiano di relazione: comandano su Rcs-Corriere della Sera, a un passo dal portare i libri in tribunale, hanno “salvato” l’Alitalia, che domani sarà consegnata ad Air France, con tante scuse; hanno creato mostri finanziari come Romain Zaleski e Salvatore Ligresti, capaci da soli di destabilizzare i bilanci delle grandi banche. E hanno ridotto la Pirelli e la Fiat come sappiamo. I nostri capitalisti all’impresa hanno preferito la rendita, compiacendosi nelle articolesse encomiastiche che ottenevano sui giornali di cui erano proprietari. Questa classe dirigente è stata definita come una “élite estrattiva”: ha svuotato il Paese che le era stato affidato e, una volta consumato il bottino, ne consegna i rimasugli al primo straniero che passa

LA POLVERE SOTTO IL TAPPETO DEI CONTI

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Da Il Fatto Quotidiano del 15/09/2013 Stefeno Feltri attualità
GOVERNO IN DEFICIT.

IL BLUFF È FINITO: QUESTA SETTIMANA LETTA PRESENTERÀ I VERI NUMERI SULLA FINANZA PUBBLICA E LE MISURE DA APPROVARE PER RISPETTARE I VINCOLI EUROPEI DI BILANCIO.

La linea di palazzo Chigi è netta e politicamente esplicita: “Non sarà questo governo a portare l’Italia fuori dal tetto del 3 per cento del deficit sul Pil”. D’altra parte il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni avverte che sul deficit 2013, oggi stimato al 2,9 per cento, ci saranno “scostamenti dal 3 per cento minimi e gestibili”. Se oggi siamo sopra il 3 per cento e se il governo vuole rimanere comunque sotto il 3, la conclusione è una sola: proporrà al Parlamento interventi per raggiungere l’obiettivo. Tagli o tasse. E allora si vedrà se qualcuno osa votare contro, se è disposto ad assumersi la patente di irresponsabile che vuole condannare l’Italia alla gogna del ritorno sotto procedura d’infrazione europea. Ecco quello che bisogna sapere per capire cosa sta succedendo.
Perché all’improvviso c’è grande allarmismo sulla tenuta dei conti pubblici?

A Roma e Bruxelles c’è interesse a creare un clima che favorisca la stabilità del governo. Ma i numeri sono davvero impietosi. Lo ha ricordato giovedì la Banca centrale europea nel suo bollettino mensile: “C’è un aumento del rischio che l’Italia non raggiunga l’obiettivo del governo sul deficit 2013 (2,9 per cento del Pil)”.

Siamo già sopra il 3 per cento?

Secondo le stime informali che circolano siamo almeno a 3,4-3,5 per cento. Due indizi fanno una prova: l’effetto della recessione è peggiore di quanto scritto nei documenti del governo: il Pil scenderà di almeno 1,7 punti, se non di più. Invece che 1,3, come previsto dai documenti del governo. Secondo indizio: il fabbisogno (la misura di quanto debito serve mese per mese per finanziare le uscite del Tesoro) è molto elevato, ad agosto 60,1 miliardi contro i 33,5 del 2012. In gran parte responsabilità del pagamento dei debiti arretrati della pubblica amministrazione.

Cosa è andato storto?

Quando Mario Monti si è congedato, aveva lasciato i conti in ordine almeno per quanto riguarda il 2013. Ma aveva già spinto al limite la flessibilità ottenuta grazie ai sacrifici degli anni passati: per pagare 20 miliardi di euro di debiti arretrati della Pubblica amministrazione, il deficit di quest’anno sarebbe passato da 2,4 a 2,9. Poi è arrivato Letta. E, come riassume la Bce, non ha completato le riforme strutturali e ha introdotto nuove incognite, cancellando la prima rata dell’Imu con coperture ballerine e promettendo di eliminare la seconda, senza indicare con precisione risorse alternative. Morale: per quanto creativa, la contabilità pubblica si fonda sull’aritmetica. Se riduci le entrate senza tagliare le spese, il conto finale sballa.

Ma Letta non aveva annunciato più volte, dopo i summit a Bruxelles, che avevamo ottenuto deroghe, flessibilità, 10-15 miliardi per gli investimenti e 2 per il mercato del lavoro?

Quasi tutta propaganda. È un po’ più semplice usare fondi (già stanziati) per infrastrutture e per combattere la disoccupazione giovanile, ma sui saldi di bilancio finali non c’è mai stata alcuna concessione.

Perché il parametro del deficit è così importante per l’Italia?

Siamo un Paese con un debito altissimo (2.072 miliardi, oltre il 130 per cento del Pil) e con una crescita bassissima da anni. L’unico modo per dimostrare ai nostri creditori che siamo in grado di sostenere l’enorme montagna dell’indebitamento è avere un deficit basso. Perché il deficit misura la differenza tra entrate e uscite nell’anno in corso (noi siamo in avanzo primario, cioè il Tesoro incassa più tasse di quante spese finanzia, ma al conto poi deve aggiungere circa 85 miliardi di euro di interessi sul debito).

L’Italia rischia di tornare sotto procedura d’infrazione per deficit eccessivo?

Purtroppo sì. La Commissione europea il 29 maggio scorso ha spostato l’Italia nella lista dei Paesi virtuosi, chiudendo la procedura d’infrazione per deficit eccessivo aperta nel 2009. Quella decisione si basava però sui conti del 2012 e sulle promesse di Letta per il 2013. Ora rischiamo di finire come Malta, che dopo soli sei mesi dalla riabilitazione è tornata nella lista nera dei Paesi con deficit fuori controllo. Le conseguenze di una procedura sono di due tipi: minore credibilità sui mercati (quindi sale il tasso di interesse da pagare sul debito) e limitazioni all’uso dei fondi comunitari. Se il problema persiste, arrivano multe.

Perché ci hanno raccontato per tanto tempo che il problema della finanza pubblica era risolto?

Esigenze della politica. Letta doveva vendersi qualche successo europeo e illudere il Pdl che ci fossero soldi da spendere, Berlusconi e i suoi avevano promesse da mantenere (soprattutto sull’Imu), il Pd non aveva intenzione di confermare la sua fama di partito delle tasse e dei sacrifici, ogni problema sollevato da Mario Monti sarebbe stato percepito come un’ammissione di fallimento del suo esecutivo tecnico.

Cosa succederà adesso?

Entro il 20 settembre, cioè venerdì prossimo, il governo dovrà presentare la nota di aggiornamento al Def, il documento di economia e finanza. E adatterà le previsioni di crescita del Pil da -1,3 a -1,7. Confermerà il rispetto del tetto al 3 per cento ma promettendo un intervento correttivo. Entro il 15 ottobre Letta e Saccomanni dovranno mandare a Bruxelles una sorta di bozza della legge di Stabilità in cui sono tenuti a spiegare come intendono mantenere gli impegni presi. Poi a novembre arriveranno le previsioni economiche d’autunno della Commissione europea: se Bruxelles non dovesse avere abbastanza elementi per considerare credibili le promesse italiane e dovesse certificare un deficit sopra il 3 per cento, sarebbe il primo passo di una nuova procedura d’infrazione. Con immediata perdita di credibilità del-l’Italia sui mercati finanziari.

Quali sono i piani di Letta?

Il governo conta di spendere il tesoretto lasciato da Monti. Secondo i documenti ufficiali, nel 2013 l’Italia pagherà in tutto 90 miliardi di interessi sul debito, nel 2014 95 e nel 2015 100. Ma se lo spread resta basso, queste cifre si possono rivedere al ribasso di molto. E la differenza si può spendere per trovare copertura a interventi come la riduzione del cuneo fiscale. È chiaro che è una scommessa: se poi il costo del debito dovesse tornare a salire, saremmo completamente senza cuscinetti protettivi.

SVENDITA NAZIONALE

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Da Il Fatto Quotidiano del 31/0/72013 Stefano Feltri attualità

Tra i molti danni inflitti da Silvio Berlusconi c’è quello di aver costretto milioni di italiani a occuparsi delle sue vicende, incluso l’epilogo di queste ore, invece che di problemi più seri. Mentre noi siamo concentrati sulla corte di Cassazione, l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne si permette di dire che in Italia le “condizioni industriali rimangono impossibili”. Colpa della Costituzione, come ormai è chiaro dopo la sentenza della Consulta che ha censurato il modo in cui il numero uno del Lingotto ha tenuto fuori dagli stabilimenti il sindacato della Fiom. La banca americana JP Morgan ha sostenuto una tesi che il manager sta applicando con metodo: la crisi nei Paesi mediterranei è colpa di Costituzioni scritte dopo dittature, sotto l’influenza della sinistra che è riuscita a garantire fastidiosi diritti che ora bloccano la nostra competitività. E quindi ora l’incostituzionale Marchionne minaccia di spostare la produzione dell’Alfa Romeo all’estero. Nella moda i grandi gruppi pagano miliardi per comprare marchi simbolo dell’italianità, l’ultimo è Loro Piana andato a Lvmh. Si svenano per acquistare il pacchetto completo, il brand, i valori che ci sono dietro, la storia, il fascino. E niente rappresenta meglio la tradizione e le ambizioni dell’Italia che l’Alfa: connubio di meccanica e stile, tecnologia e arte. Quel genio di Marchionne prima si rifiuta di vendere il marchio alla Volkswagen, che lo avrebbe coccolato come sta facendo l’Audi con la Ducati, poi lo svilisce, spiegando che un’Alfa si può fare ovunque, non solo in Italia. E per dimostrarlo si è già alleato con la giapponese Mazda per costruire il nuovo Duetto Alfa nell’ultimo luogo al mondo da cui può uscire un’auto che ambisce a evocare fascino, sport e dinamismo: Hiroshima. Ancora qualche anno di cura Marchionne i marchi Fiat saranno sviliti a tal punto che i concorrenti non li vorranno neppure in regalo. E l’Italia avrà perso un altro pezzo della sua storia. E del suo futuro

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